Villa Petrellune è una villa rustica rinvenuta in località
Petrellune, dal quale prende anche il nome: la villa fu esplorata in
minima parte durante l'epoca borbonica, precisamente nel 1779,
da Pietro la Vega. Come già accennato, la villa fu in
piccola parte esplorata e poi abbandonata quando, dopo l'asportazione
del pavimento, si notò la presenza di lapillo, che fece
ritenere la costruzione fosse successiva al 79: in realtà
questa ipotesi era sbagliata poiché non teneva conto dell'abituale
uso che i costruttori romani facevano, come base per la
pavimentazione, del lapillo proveniente da eruzioni precedenti a
quella del 79. Furono esplorati diversi ambienti servili come
il torcularim, le cellae destinate alla famiglia,
l'horreum, il trapetum con un frantoio per le olive ed
ambienti patronali come il calidarium con un praefurnium ed
una latrina. I mosaici pavimentali e i marmi parietali
rinvenuti denotavano il livello di agiatezza dei proprietari,
nonostante si trattasse di una villa rustica: questi furono asportati
nel 1779 e trasferiti alla reggia di Portici: si
trattava di un tessellato bianco con alcuni disegni geometrici in
nero. La villa è interrata.

Le
ville dell'Ogliaro sono una serie di tre edifici ubicati tutti in
località Ogliaro, a Gragnano. La prima è stata esplorata
nel 1779 da Pietro la Vega, ma i suoi scritti
contenenti le descrizioni della costruzione sono andati
successivamente perduti, anche se, prima del loro smarrimento, è
stata realizzata nel 1850 una mappa della villa. La
costruzione dispone di un lungo portico che immette in diversi
ambienti, ognuno con funzione diversa: è infatti presente la stanza
dedicata alla produzione del vino, un'altra a quella dell'olio,
due ergastula per il riposo degli schiavi e addirittura un
piccolo quartiere termale. La seconda villa è stata scoperta
tre anni dopo, nel 1782, ed è stata esplorata sempre da Pietro
la Vega: la costruzione ha un'estensione maggiore rispetto alla
precedente e una pianta irregolare. È composta da tre cortili, una
zona termale con pareti affrescate e pavimentazione in tessellato e
una serie di ambienti pavimentati con ciottoli marini: dalla presenza
di una scala si deduce che la dimora era dotata anche di un piano
superiore. La terza villa è stata scoperta nel 1957 ed è
stata solo parzialmente scavata, riportando alla luce ruderi di mura
in opus incertum e un ambiente con un frantoio. Tutte
le ville dell'Ogliaro sono interrate.

La
villa rustica del Filosofo è stata
esplorata nel 1778 e deve il suo nome al ritrovamento, in
una delle stanze, di un anello adornato con una corniola intagliata
raffigurante il busto di un filosofo. L'accesso alla villa avviene da
una strada lastricata e si sviluppa tutto intorno a un cortile che
presenta un criptoportico fenestrato nella parte nord e dei
portici nei lati sud ed est, mentre al centro è presente un'ara in
tufo e un pozzo per la raccolta dell'acqua: intorno al
cortile si aprono diversi ambienti destinati sia a uso abitativo che
rustico. Villa del Filosofo dispone anche di una zona termale
pavimentata a mosaico bianco con alcune tessere in nero che
riproducono il disegno di un delfino nell'atto di avvolgere un
timone, mentre le pareti sono affrescate con dipinti che raffigurano
animali e maschere e uno di più pregevole fattura
rappresentante Venere: in uno di questi ambienti è stata
inoltre ritrovata una stufa decorata con stucchi. Al
momento della sua scoperta la villa era rimasta immutata
dall'eruzione del Vesuvio del 79, non avendo subito,
come capitato per altre, dei saccheggi e ha quindi offerto una
cospicua quantità di reperti tra cui il più importante l'anello con
la corniola con la raffigurazione del filosofo, di cui Ulrico Pannuti
fa una precisa descrizione: «Il personaggio probabilmente un
filosofo o un oratore è di profilo verso sinistra, il busto è nudo
ma con un po' di panneggi sulla spalla sinistra e sotto il petto.
L'indice destro è levato in alto; le altre dita stringono forse uno
stilo, cornice ovale riempita a tratteggio, colore arancio vivo,
anello in oro vecchio, fulgido in controluce.», Tra gli altri reperti un ago crinale in avorio con Venere, attrezzi
agricoli, oggetti in terracotta, candelabri, vasi in bronzo e lo
scheletro di un cavallo. La villa è interrata.

Villa Casa dei Miri è una villa rustica riportata alla luce nel
biennio 1779-80, che prende il nome dalla strada in cui si
trova, a pochi metri dalle ville d'otium dell'antica Stabia.
La costruzione è divisa in due zone: quella abitativa e quella
rustica; la zona abitativa è composta da un vestibolo con
tre colonne, nel quale si trova anche la scala che conduce al piano
superiore, che divide l'ingresso da un piccolo atrio: da questo si
apre l'accesso oltre che a diversi cubicula anche a un
grande peristilio, affrescato e pavimentato a mosaico in
frantumi di marmo, dove sono presenti venti colonne disposte
a colonnato e ad un quartiere termale. La parte rustica
comprende una serie di ambienti destinati principalmente alla
produzione dell'olio come testimonia il ritrovamento di
due torchi oleari con una vasca: è inoltre presente
un'aia nella quale è stato rinvenuto un vaso di terracotta, diviso
in vari scomparti, utilizzato per ingrassare i ghiri, uno dei
cibi prediletti dai romani. La villa è interrata.
La Villa Sassole è una villa rustica esplorata prima nel 1762 e
poi tra il 1780 ed il 1781 ed apparteneva con
molta probabilità a C. Pomponius Trophimus come dimostrato da un
cippo funerario ritrovato a poca distanza dalla casa:
gli ambienti termali della villa furono trasformati
in stalla dopo che vennero asportati i rivestimenti
in marmo dalle pareti e le suspensorae dai pavimenti,
nell'horreum sono stati rinvenuti diversi strumenti agricoli ed
accanto alla cella vinaria era posto il torcularium; in
queste stanze sono inoltre stati ritrovati
diversi affreschi, staccati e conservati al museo
archeologico nazionale di Napoli, come Dioniso, Sileno e Menade.
La villa era dotata anche di un orto, recintato da un muro,
che presentava esternamente un sacello, coperto da una volta e
dotato di un piccolo altare. La villa è interrata.
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