sabato 3 maggio 2025

FRANCIA - Ambrussum

 

Ambrussum è un sito archeologico romano che si trova nel sud-ovest della Francia, nella regione della Linguadoca-Rossiglione, risalente al periodo della conquista romana della Gallia. Il sito si trova lungo l'antica via Domizia, nel territorio del comune di Villetelle, lungo la riva destra del fiume Vidourle.
Nel sito si individuano quattro parti (da nord a sud):
La zona dei Quartieri bassi si trova nella parte più a nord del sito. Questi sono i resti di un ostello lungo la Via Domizia destinato ad ospitare i viaggiatori. Questi ostelli erano tipicamente disposti lungo le strade principali ad intervalli di circa 30 km, che corrispondono alla distanza che veniva mediamente percorsa a piedi in un giorno. I resti sono datati intorno al 30 a.C. e furono abbandonati circa nel 240 d.C. probabilmente per una inondazione del Vidourle. Scavi effettuati nel 1994 hanno portato alla luce i resti di una caldaia di un centro termale. Sono stati ritrovati anche vari oggetti in ceramica, un forno, e un altare religioso.
La Via Domizia era una strada romana che attraversava tutto il territorio dell'allora Gallia Narbonense congiungendo la valle del Rodano con la Spagna. Porzioni ben conservate della strada romana sono visibili in prossimità del ponte. Il selciato è profondamente segnato dai solchi delle ruote dei carri che nel corso del tempo hanno scavato delle vere e proprie rotaie nelle pietre.
Nella parte sud del sito, su una collinetta che digrada dolcemente verso la riva destra del Vidourle, si trova l'oppidum romano racchiuso dalle mura fortificate. Gli scavi effettuati in questa zona a partire dalla metà del XVIII secolo e fino al 1967 hanno portato alla luce reperti appartenenti a varie epoche storiche. I resti più antichi risalgono al Neolitico (circa 2300 a.C.), e all'età del Bronzo. Sono state rinvenute anche ceramiche etrusche e un pezzo di una coppa greca del VI-V secolo a.C. La vera e propria città fortificata che chiamiamo oppidum risale invece al IV secolo a.C. ed è composta da tre parti principali:
La parte meglio conservata è costituita dalle fortificazioni costruite al tempo stesso del borgo. Nel corso del tempo le fortificazioni hanno subito delle modifiche, in particolare le torri, inizialmente a base quadrata, sono state arrotondate e ne sono state aggiunte delle altre nel II secolo d.C. Attualmente restano visibili 26 torri disposte lungo un perimetro di circa 635 metri, disposte lungo la parte alta a ovest e sud-ovest, la parte a est, verso la riva del Vidourle, è completamente scomparsa, le pietre che la componevano sono probabilmente state utilizzate dalle popolazioni locali per costruzioni o per la produzione della calce.
Nella parte più alta dell'oppidum sono visibili i resti di due abitazioni e di un edificio pubblico. L'abitazione più a nord è addossata alle mura fortificate e risale al I secolo d.C., essa fu costruita sopra un precedente insediamento e mostra una grande casa con un cortile interno. Anche la seconda abitazione, che si trova nella parte sud dell'oppidum, fu edificata nello stesso periodo. Ha una superficie di circa 400 metri quadrati ed è chiaramente ispirata ai modelli urbanistici romani con le parti più vicino a l'ingresso riservate agli schiavi e ai servi, mentre la parte posteriore è occupata dalle camere dei proprietari. Se le abitazioni sono chiaramente influenzate dai modelli romani, non così avviene per le tecniche costruttive che sembrano essere quelle tradizionali locali della Gallia.
Nella parte sud, affacciato sul fiume, sono presenti i resti di un edificio pubblico costruito nel I secolo a.C. L'edificio, lungo circa 40 metri, era aperto sul lato nord, ove presentava un porticato che si apriva su un'ampia piazza lastricata. pilastri che ora sappiamo dove sorgeva, dove recanti il tetto. Lo scopo dell'edificio non è stato possibile identificarlo con certezza in quanto nel corso degli ultimi secoli è stato completamente smantellato; da alcuni resti ritrovati si è avanzata l'ipotesi che si trattasse di un mercato.

FRANCIA - Tempio romano di Château-Bas

 

Il tempio romano di Château-Bas, o tempio della Maison-Basse è un tempio romano di età primo-augustea, situato a Vernègues, nel dipartimento francese delle Bocche del Rodano.
I resti si trovano, nel parco del fondo vinicolo di Château-Bas, lungo la strada tra Vernègues e Cazan. Costruito alla fine del I secolo a.C. (30-20 a.C.), è stato classificato tra i monumenti storici francesi dal 1840.
Il tempio faceva parte di un santuario extraurbano nel territorio della colonia romana di Aquae Sextiae (Aix en Provence), disposto su almeno due terrazze e si trovava al centro di un recinto sacro semicircolare ed è collocato di fronte ad una sorgente che fu probabilmente l'elemento fondante del culto.
Il tempio sorgeva su un podio a cui si accedeva mediante una scalinata tra due ali. Aveva un pronao con quattro colonne in facciata (tempio prostilo tetrastilo) e due sui lati: si conserva ancora la colonna laterale sul lato orientale, con fusto scanalato e capitello corinzio. Dietro il pronao era la cella decorata agli angoli da pilastri con fusto liscio e capitello corinzio.
Il tempio fu trasformato in chiesa nel XII secolo: a questa trasformazione si deve la realizzazione di un'apertura del muro della cella, inquadrata da una piccola colonna corinzia realizzata all'epoca copiando gli elementi del tempio romano. Al muro orientale si appoggiò inoltre una cappella romanica (cappella di Saint-Cézaire), con una navata unica coperta a volta a tutto sesto e terminante con un'abside.

FRANCIA - Vienne, Tempio di Augusto e Livia

 

Il tempio di Augusto e Livia è un tempio romano situato a Vienne, nel dipartimento francese dell'Isère.Il tempio venne eretto in due fasi nel foro cittadino negli anni tra il 20 e il 10 a.C. e poi nel 40 d.C. dai cittadini della colonia romana di Vienna (da non confondenre con l'attuale Vienna, chiamata allora Vindobona), e fu dedicato alla Dea Roma e ad Augusto, come testimonia l'iscrizione incisa sul fregio: ROMAE ET AUGUSTO CAESARI DIVI F, "a Roma e a Cesare Augusto, figlio del Divo (Cesare)". Si tratta dunque di un tempio dedicato al culto imperiale, nelle forme adottate dalla propaganda augustea nelle province occidentali, in cui si preferiva evitare un culto rivolto troppo esplicitamente alla sua sola persona.
Nel 41, durante il regno di Claudio, che era nato nella vicina Lugdunum (odierna Lione), il tempio venne dedicato anche alla moglie di Augusto, Livia, divinizzata dopo la sua morte, e fu aggiunta un'ulteriore iscrizione sull'architrave: ET DIVAE AUGUSTAE, "e alla diva Augusta"[1].
Venne trasformato in una chiesa probabilmente già durante il V secolo, assumendo il nome di Sainte-Marie-la-Vieille o Nôtre-Dame-de-la-Vie, nonostante le prime notizie documentate risalgano all'XI secolo. Il riutilizzo dell'edificio comportò la soppressione della cella e la chiusura degli spazi tra le colonne del peristilio. Vennero inoltre aperte una porta e alcune finestre.
Durante la rivoluzione francese la chiesa venne sconsacrata e trasformata in tempio della Ragione, per poi venire trasformata in un tribunale. Dopo essere diventato luogo di ritrovo per il commercio, l'edificio divenne, dal 1822, sede di un museo e di una biblioteca. Tra il 1853 e il 1870 vi furono condotti lavori di restauro che diedero al monumento il suo aspetto attuale: fu ricostruita la cella del tempio romano, secondo uno dei tre progetti presentati per il restauro, e furono eliminate le aggiunte medioevali; l'edificio fu inoltre isolato al centro di una piazza, demolendo le costruzioni che vi si erano addossate.
Il tempio è del tipo periptero sine postico, ossia con colonnato sulla fronte e sui lati, ma non sul retro. Sono presenti sei colonne sulla fronte (tempio esastilo) e sei sui lati lunghi, a cui si aggiunge un ultimo intercolumnio sul fondo, sostituito da un muro pieno con pilastri.
Il tempio innalzato su un podio, è di ordine corinzio ed è realizzato in pietra locale ricoperta di stucco ad imitazione del marmo. La trabeazione presenta una cornice con mensole ed è priva di decorazioni. Il tetto è stato ricostruito in epoca moderna, ma nonostante le trasformazioni subite si tratta di uno dei templi romani meglio conservati, insieme alla Maison Carrée di Nîmes e al Pantheon e al tempio di Portuno di Roma.

FRANCIA - Arles, Testa di Arles

 

La testa di Arles (francese: Tête d'Arles), precedentemente nota anche come la testa di Livia (Tête de Livie) o la testa con il naso rotto (Tête au nez cassé) è un frammento di una statua romana in marmo in due parti, di cui rimane solo il busto, che raffigura probabilmente Venere (Afrodite) e fu scoperto tra le rovine del Teatro romano di Arles nel 1823 durante il prelievo del materiale di accumulo dal teatro. La testa di Arles rappresenta un tipo iconografico chiamato Aspremont-Lynden/Arles. Ora fa parte della mostra permanente del Musée de l'Arles et de la Provence antique con il numero di inventario FAN.92.00.405.
La scultura era originariamente composta da due pezzi separati, uniti ad angolo sul petto in un modo che si vede anche altrove. Il busto che si conserva oggi, con un'altezza di 57 cm era probabilmente inserito in un corpo interamente vestito, con la postura polyplacophora che faceva scivolare il chitone dalla spalla sinistra. Come al solito, la statua era dipinta e in particolare i capelli erano probabilmente dorati.
Il busto fu scoperto nel 1823, contemporaneamente a un bassorilievo raffigurante Apollo e Marsia, in una trincea scavata in una strada nei pressi del sito del teatro romano di Arles. Data l'ubicazione del ritrovamento, la statua è stata considerata parte della decorazione del "postscaenium" che decorava il palcoscenico del teatro romano, probabilmente situato in una delle nicchie che fiancheggiavano la porta reale (valva regia), specchio della Venere di Arles, rinvenuto nei pressi di questo luogo circa due secoli prima e insieme incorniciano la monumentale statua di Augusto nelle sembianze di Apollo, a cui era dedicato il teatro. Come la Venere di Arles, la testa di Arles ha un foro nella parte anteriore della testa che probabilmente consentiva l'applicazione di una stella o diadema di metallo, un fatto che suggerisce che le due statue fossero originariamente progettate come una coppia.
Le due statue, con quella di Augusto, fanno parte della collezione permanente del Musée de l'Arles fin dalla sua creazione nel 1995. Prima di allora, erano esposte nel Musée lapidaire d'Arles. La Testa di Arles, nota anche come Testa senza naso (Tête sans nez) fu presentata alla mostra di belle arti di Marsiglia nel 1861.
A causa della qualità artistica "eccezionale" che è riconoscibile in questo busto, lo studio della testa ha tracciato collegamenti con le statue greche della fine del V secolo o dell'inizio del IV secolo a.C. Particolari caratteristiche che si notano includono le trecce fasciate del busto strettamente legate in una crocchia bassa, la pesantezza della parte inferiore del viso e l'ombreggiatura profonda della zona intorno agli occhi. Cécile Carrier sostiene che probabilmente si basa su un modello precedente a Prassitele, concordando con l'ipotesi avanzata in precedenza da Salomon Reinach. Altri autori, come Antonio Corso, associano il busto alla scultura di Frine di Tespie scolpita da Prassitele. In ogni caso, tutti gli studiosi concordano sul fatto che la stessa testa di Arles sia una copia romana, realizzata al più tardi nel periodo antonino e molto probabilmente in età augustea (I secolo).
La testa era anticamente identificata come raffigurazione dell'Imperatrice Livia, moglie di Augusto successivamente divinizzata (per questo fu chiamata "Testa di Livia") ma segue un tipo iconografico più strettamente associato con la Venere Genitrice, la dea vittoriosa invocata da Giulio Cesare.
L'uso del tipo di Venere Genitrice può essere interpretato come un gesto di pietà filiale da parte di Augusto verso il padre adottivo, ma c'è anche un simbolismo più locale, un omaggio alla fondazione della Colonia di Arles, da parte di Cesare, sottolineato da Augusto quando ribattezzò la città Colonia Julia Paterna. Come le altre due statue che decoravano il postscaenium del teatro antico (l'Augusto divinizzato nel ruolo di Apollo e la Venere di Arles che potrebbe rappresentare Venere Vittoria) la testa di Arles è conforme allo stile iconografico ufficiale stabilito dopo la fine della Repubblica romana e che si propagò soprattutto in età augustea.
Il tipo Aspremont-Lynden/Arles, di cui la testa di Arles è il miglior esempio, include un certo numero di repliche romane di statue greche di cui sono conservate solo le teste.  Gli altri esempi sono:
  • La testa Aspremont-Lynden a Vienna
  • La testa della Torre dei Venti ad Atene
  • La testa di Chio a Boston
  • La Testa femminile a Civitavecchia
Sono possibili altri collegamenti, come la testa Kaufmann (Louvre) e la testa Leconfield (Petworth House). Se la testa di Arles deriva da un modello pre-Prassitele si possono fare anche collegamenti con la Testa col naso spezzato del tipo Afrodite di Cnido (anche al Louvre) e la Testa di Martres-Tolosane (Tolosa).

FRANCIA - Parigi, Louvre / Venere di Arles

 
La Venere di Arles è una statua in marmo, che raffigura la dea Afrodite o Venere), copia romana di un originale greco, probabilmente di Prassitele.
Fu rinvenuta nel 1651 presso il teatro romano di Arles e oggi è esposta presso il Museo del Louvre.
La copia romana è stata datata alla fine del I secolo a.C., all'epoca di Augusto. Apparteneva alla decorazione della scena del teatro di Arles.
La statua fu rinvenuta il 6 giugno del 1651 durante lo scavo per la realizzazione di una cisterna ai piedi dei resti della scena del teatro romano di Arles. La statua era rotta in tre frammenti, oltre alla testa staccata, ed era priva delle braccia.
Inizialmente fu acquistata dalla città di Arles per 61 lire e collocata nel municipio. Nel 1683 la città la donò al re Luigi XIV, dopo averne fatto il calco. L'anno seguente il re fece realizzare degli scavi presso la scena del teatro per ricercare le braccia mancanti, ma senza esito.
La statua, identificata allora come Venere invece che come Diana, fu completata con braccia di restauro ad opera dello scultore di corte François Girardon e fu collocata il 18 aprile del 1685 nella "Galleria degli specchi" della reggia di Versailles. Nel 1798, dopo la rivoluzione francese fu trasferita al Museo del Louvre.
Si tratta di una statua tutto tondo, scolpita in origine in un solo blocco di marmo bianco dell'Imetto. Misura 194 centimetri di altezza (208 con la base) e circa 65 centimetri di larghezza[5], quindi è leggermente più grande del vero.
Rappresenta una figura femminile giovanile, con le gambe avvolte da un mantello e il busto nudo. Nella mano destra sollevata reggeva un frutto, mentre nella sinistra doveva reggere probabilmente uno specchio, nel quale si specchiava. La testa è girata verso destra e inclinata verso il basso. La capigliatura è raccolta in una crocchia e fermata da un doppio nastro, le cui estremità ricadono sulle spalle.
La figura doveva essere colorata: sono state rinvenute tracce di colore rosso nei capelli e si è ipotizzato che il mantello fosse di colore blu. Dovevano essere dipinti anche un gioiello presente su uno dei nastri della capigliatura e una delle gemme presenti sul braccialetto che la dea porta all'avambraccio sinistro. È possibile che fossero anche presenti aggiunte in metallo.
Le braccia furono aggiunte in marmo bianco di Carrara nel restauro seicentesco dallo scultore François Girardon. La posizione del braccio sinistro sembra corretta, mentre il braccio destro era forse più sollevato.
La situazione originaria della statua può essere ricavata dalle copie eseguite prima del trasferimento a Versailles, che testimoniano una possibile rilavorazione delle superfici.
La Venere di Arles è generalmente ritenuta copia di un originale greco. La linea flessuosa della figura, che rende più fluida la tipica disposizione a chiasmo classica e la linea della bocca e delle palpebre, un po' pesanti (simili alla testa dell'Afrodite cnidia), richiamano le opere dello scultore ateniese Prassitele. Lo stile e la semi-nudità della figura hanno fatto ritenere che si trattasse di un'opera precedente alla creazione dell'Afrodite cnidia, forse l'Afrodite di Tespie, creata dallo scultore intorno al 360 a.C.
Sono state individuate altre copie dello stesso originale, di cui l'esemplare di Arles sembra essere stato il capostipite insieme a quello dei Musei Capitolini:
  • Venere del tipo Arles esposta presso la Centrale Montemartini (Musei Capitolini), rinvenuta a Roma nel 1921
  • Venere proveniente dalla collezione Cesi, fortemente restaurata, conservata presso la reggia di Versailles
  • parte inferiore di una statua colossale presso l'ambasciata degli Stati Uniti a Roma (palazzo Margherita)
  • torso di una statua di Venere presso il Museo archeologico nazionale di Atene
  • testa di Venere della collezione Jane Dart (California)
Come l'esemplare dei Capitolini, la statua fu probabilmente realizzata a Roma. Da qui fu inviata ad Arles per far parte della decorazione del teatro: come ''Venus Victrix" doveva simboleggiare le vittorie di Augusto.
Della decorazione scultorea della scena del teatro si conservano una testa ("Testa di Arles"), probabilmente appartenente ad un'altra Venere, interamente coperta dalla veste, che doveva collocarsi simmetricamente alla Venere di Arles, e una statua colossale di Augusto.
La statua della Venere di Arles fu di ispirazione al poeta provenzale Théodore Aubanel: la poesia La Venere di Arles all'epoca provocò uno scandalo per la celebrazione del nudo femminile.

FRANCIA - Arles, Obelisco

 
L'obelisco di Arles è un obelisco monolitico anepigrafico, di origine romana, eretto al centro di Place de la République, ad Arles. L'obelisco di Arles si trova al centro di Place de la République, di fronte all'municipio, alla chiesa di Saint-Trophime e alla Chiesa di Sant'Anna.
È classificato monumento storico nell'elenco dei monumenti storici protetti nel 1840. Dal 1981 è nel perimetro dei monumenti romani e romanici di Arles della lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO. 
Questo obelisco, di forma molto affusolata, rispetto ad altri obelischi di epoca romana o precedenti, non è in alcun modo egizio. Il granito rosso di cui è composto suggerisce un'origine in Asia Minore, probabilmente dalla Troade (regione di Troia). È del tutto privo di iscrizioni, anche romane. La sua altezza, compresa la base, è di circa 20 metri.
L'obelisco fu eretto sotto l'imperatore Costantino, nel IV secolo, al centro della spina del circo romano di Arles, durante i lavori di trasformazione. Poi, dal VI secolo, venne abbandonato, crollò o venne abbattuto e si frantumò in due parti.
Fu riscoperto nel 1389 e mostrato a ospiti illustri.  Enrico IV pensò di collocarlo al centro dell'anfiteatro (Arena di Arles).
Fu sotto Luigi XIV che finalmente venne deciso il suo destino: i consoli decisero di erigerlo in Place Royale (oggi Place de la République), di fronte al nuovo municipio, "per la maggior gloria del re Luigi XIV ". Il fusto fu quindi trasportato dal luogo di origine, mentre la punta (circa 4 metri) da piazza Antonelle, dove fungeva da panchina.
Venne piazzato su un piedistallo in pietra e, il 26 marzo 1676, vennero incisi, sulle facce del piedistallo, quattro testi latini in gloria di Luigi XIV e la punta venne posta sul fusto dell'obelisco, presto sormontata da un globo di bronzo e da un sole. Questi ornamenti della sommità cambiarono con i tempi e i regimi politici: durante la Rivoluzione, il sole venne sostituito da un berretto frigio; sotto l'Impero l'aquila andò a sostituire il berretto; sotto Luigi Filippo, il gallo sostituì l'aquila e successivamente il sole reale venne rimesso al suo posto. Nel 1866 gli ornamenti sulla punta furono definitivamente tolti e sostituiti da un discretissimo piramidone in bronzo.
Lo zoccolo è stato decorato, nel XIX secolo, con dei leoni in bronzo, modellati da Antoine Laurent Dantan.

FRANCIA - Arles, Terme di Costantino


Le Terme di Costantino o terme del Nord sono terme romane del IV secolo, che si trovano ad Arles, sulle rive del Rodano. Queste terme furono costruite all'inizio del IV secolo, quando l'imperatore Costantino risiedeva ad Arelate. Conosciute, nel Medioevo, con il nome di "Palais de la Trouille", sono state tradizionalmente considerate, a torto, le rovine di un palazzo che avrebbe fatto erigere l'imperatore Costantino.
I resti delle terme sono classificati monumento storico nella lista del 1840, mentre le mura romane e le cantine annesse sono state classificate nel 1922.
Sono state ristrutturate, dal 1980 al 1995, dopo l'acquisizione del monumento da parte della città di Arles.
Le terme del Nord (Terme di Costantino) sono tra le meglio conservate in Francia, insieme alle Terme di Chassenon nella Charente e alle Terme di Cluny a Parigi. I bagni termali sono stati parzialmente ripuliti nel XIX secolo.
I resti attualmente visibili corrispondono al calidarium, con pavimenti riscaldanti sospesi (ipocausto) con tre piscine (solia). Due sono rettangolari mentre la terza, con abside semicircolare con tre finestre, è coperta da una semi-cupola. Il calidarium comunica con il laconicum o forno secco e il tepidarium o bagno tiepido, terminando ad ovest con un'abside semicircolare.Le altre parti di queste terme, situate più a sud, non sono state ancora portate alla luce.


FRANCIA - Lyon, Kore di Lione


La kore di Lione è una statua attica arcaica in marmo pentelico (h. 63 x l. 36; d. 24 cm) proveniente dall'acropoli di Atene e datata tra il 550 e il 540 a.C.
La scultura è frammentaria: il busto è conservato al Museo di belle arti di Lione (n. inv. H 1993) mentre la parte inferiore e i frammenti del braccio sinistro si trovano al Museo dell'acropoli di Atene (Acr. 269, h. 65 cm). Dopo una serie di avvicinamenti la pertinenza dei frammenti è stata definitivamente riconosciuta nel 1935 da Humfry Payne.
Fa parte delle numerose statue femminili votive a dimensione naturale, ritrovate nella colmata persiana sull'acropoli di Atene e datate tra il 570 a.C. circa e la fine del VI secolo a.C., rappresenta il primo esempio dell'influsso ionico che si verificò nella scultura attica della seconda metà del secolo e il primo impiego in attica del costume ionico. Di una generazione successiva a quella cui appartiene la Kore Acr. 593, la più antica tra le korai attiche rinvenute sull'acropoli, la kore di Lione si pone all'inizio della nuova fase che caratterizza la scultura attica nel terzo quarto del VI secolo a.C.
Per la kore di Lione è stata ipotizzata una funzione architettonica come cariatide.
Prima della riunione dei frammenti dell'acropoli con il torso del museo di Lione quest'ultimo era chiamato Afrodite di Marsiglia. La scultura venne pubblicata per la prima volta nel 1719 come appartenente alla collezione privata di Laurent Gravier di Marsiglia; una serie di pubblicazioni affiancate da dati non verificati attestò questa città come luogo di rinvenimento, informazione ritenuta plausibile trattandosi dell'antica Massalia colonia della città ionica di Focea, fondata nel 600 a.C. Attraverso passaggi non documentati la kore giunse, come scrive il Lechat, sembra insieme alla collezione Tempier di Nîmes, ad un antiquario di Lione di nome Mercier che la vendette nel dicembre del 1810 al comune della città per il nascente museo locale. La kore è presente nel catalogo del museo a partire dal 1816. Il polos e la colomba erano considerati attributi sufficienti a caratterizzare la statua come rappresentazione di Afrodite e la presenza dell'himation diagonale aveva portato a concludere che la statua fosse di origine ionica.
La riunione con i frammenti dell'acropoli ha restituito alla kore di Lione l'appartenenza ateniese mentre ancora se ne ignora la provenienza per il periodo anteriore al XVIII secolo.
La statua risulta dotata di quella struttura compatta e robusta che è tipica di questi anni in Attica e che risale alla dea di Berlino (Pergamonmuseum SK 1800, primo quarto del VI secolo a.C.). Le caratteristiche ioniche sono evidenti a partire dall'abito: un chitone a manica lunga e un himation indossato diagonalmente. Nella scultura attica e sulla ceramica coeva le donne portano il peplo dorico senza maniche sopra al leggero chitone e l'himation, non sempre presente, viene indossato semplicemente su entrambe le spalle. L'unica figura attica arcaica che porta il chitone senza il peplo al di sopra è la dea di Berlino che però indossa l'himation in modo tradizionalmente simmetrico. In Ionia l'himation diagonale è invece ben attestato già nel secondo quarto del VI secolo a.C., ad esempio nelle statue dedicate da Cheramyes; non solo l'origine di questo abbigliamento è ionica, ma anche il trattamento del panneggio che si riscontra a partire dalle figure delle columnae caelatae di Efeso (datate solitamente al 560 a.C.). Un altro elemento stilistico della kore di Lione è l'himation inarcato al di sopra dei glutei che non verrà imitato dagli scultori attici, ma che si trova invece frequentemente nella coeva pittura vascolare e nelle sculture marmoree dell'oriente greco.
La questione relativa alla funzione architettonica della kore di Lione fu sollevata da Brunilde Ridgway nel 1986; la parte superiore del polos presenta caratteristiche di lavorazione tipiche delle cariatidi che Payne non poté osservare direttamente, ma solo attraverso il calco inviatogli ad Atene. Un secondo elemento che conduce a tale conclusione è la posizione inversa dell'himation diagonale, tipica delle opere non isolate, ma prodotte in coppia e speculari. Inoltre l'originario influsso ionico riconosciuto nello stile dell'opera ben si accorda con l'origine vicino-orientale della tipologia architettonica della cariatide. Ad opporsi invece ad una simile interpretazione della kore si presentano in primo luogo le sue dimensioni, adatte eventualmente ad un piccolo naiskos o ad una entrata secondaria, e anche in questo caso occorrerebbe immaginare la scultura rialzata su di una base.




FRANCIA - Lyon, Odeon


L'Odeon di Lione è un piccolo teatro romano (più precisamente un odeon) che si trova a Lione vicino alla sommità della collina Fourvière.
L'Odeon si trova accanto al Teatro antico con cui forma una coppia archeologica molto rara nel mondo romano, tanto che nella Gallia solo Vienne possedeva un teatro accompagnato da un odeon.
La costruzione dell'Odeon risale al periodo tra la fine del I secolo e l'inizio del II secolo e il suo diametro di 73 metri lo rendeva uno dei più grandi dell'Impero. Le rovine dell'Odeon erano ancora visibili nel XVI secolo e per errore vennero scambiate con quelle dell'anfiteatro dove avvenne la persecuzione di Lione del 177.
L'Odeon ha una capienza di 3.000 posti, inferiore a quella solita dei teatri romani, ulteriore indizio che fa propendere per una classificazione come odeon, cioè un edificio coperto utilizzato per gli spettacoli musicali e le letture e probabilmente anche come sala riunioni dei notabili della città.
Insieme ad altri edifici del centro storico di Lione, dal 1998 è incluso tra i Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.


FRANCIA - Lyon, Acquedotto della Brévenne

 

L'acquedotto della Brévenne (in francese: aqueduc de la Brévenne) era uno degli antichi acquedotti a servizio della colonia romana di Lugdunum (odierna Lione). Fu il terzo acquedotto ad essere realizzato in questa città. Misurava 70 km di lunghezza e terminava nel quartiere di Fourvière, nell'attuale V arrondissement. Deve il suo nome al fiume dal quale le acque erano captate, la Brévenne.
L'acquedotto della Brévenne fu costruito sotto il principato di Claudio.
Il primo punto di captazione dell'acquedotto è situato ad una quota molto elevata (circa 600 m s.l.m.), nel comune di Aveize. L'acquedotto è quindi situato sul lato posteriore dei monts du Lyonnais, que deve perciò aggirare sul lato nord per raggiungere la valle della Saona, dove si trova Lione.
Le valli erano attraversate su ponti, in cui la condotta era chiusa e l'acqua scorreva in pressione. La parte terminale della conduttura sul ponte era però in salita, in modo da recuperare parte dell'energia potenziale e da sfiatare l'eventuale aria che poteva accumularsi nelle condutture, danneggiandole.
La pendenza media ideale dell'acquedotto doveva essere collocata attorno a 1,5 mm/m, cioè l'1,5‰. Con pendenze superiori la velocità dell'acqua rischiava di superare 1 m/s, esercitando così un'azione erosiva sulle pareti della condotta.


L'acquedotto della Brévenne partiva da un'altitudine molto elevata e la sua pendenza media era il 5‰. Per i costruttori era quindi indispensabile ridurre questa pendenza. Pertanto scelsero di costruire brevi tratti orizzontali o con pendenza modesta separati da cadute verticali ottenute con pozzi. Queste cadute misuravano in altezza circa 2,3-2,5 m. Spesso, le numerose cadute formavano una sorta di scalinata idraulica, come ad esempio accadeva a Chevinay, dove l'acqua scendeva di 87 m in soli 300 m di lunghezza.
Camille Germain de Montauzan valutò che il suo apporto fosse stato il più importante dei quattro acquedotti che alimentavano Lugdunum, con una stima della portata pari a circa 28000 m3/giorno, cioè 324 L/s, valore tuttora considerato come la portata teorica dell'acquedotto.
Tuttavia, Jean Burdy, stando su valori più conservativi, ipotizza che la portata massima dell'opera fosse di 10000 m3/giorno (115 L/s).


venerdì 2 maggio 2025

SVEZIA - Anundshög

 


Anundshög, detto anche Anundshögen (in svedese: "tumulo di Anund") è un tumulo vicino Västerås nella contea di Västmanland, il più grande in Svezia. Ha un diametro di 60 metri ed è alto circa 9 metri.
Ai piedi del tumulo, accanto alla Eriksgata ("strada di Eric"), vi sono poste più pietre runiche, tra cui la imponente Vs13, eretta attorno all'anno 1000, che recita: "Folkvid innalzò tutte queste pietre dopo suo figlio Heden, fratello di Anund. Vred scolpì le rune"
Da questa iscrizione è derivata l'attribuzione del tumulo a re Anund, sebbene le misurazioni con il radiocarbonio diano una stima molto più antica, tra l'età del bronzo e quella del ferro. Sempre in prossimità del tumulo vi sono i resti di undici sepolture minori (tra i 6 m e i 10 m di diametro), di dieci circoli di pietra e cinque navi di pietra, di cui due molto estese (51 m e 54 m), poste una dietro l'altra.
Nel lunghissimo periodo di esistenza del sito, esso fu utilizzato per rituali di ogni sorta e per le riunioni delle thing.
La maggior parte delle distruzioni avvenne attorno al 1600, presumibilmente perché la presenza del sito non era più accettabile per lo spirito cristiano del tempo. Molte delle pietre furono rierette o ricollocate negli anni sessanta del novecento.

NORVEGIA - Graffiti rupestri di Alta

 


graffiti rupestri di Alta (Helleristningene i Alta) fanno parte di un sito archeologico nei pressi della città di Alta, nello Stato norvegese di Finnmark. Dopo il rinvenimento del primo graffito o, più precisamente, della prima incisione, nel 1972, più di 5000 graffiti sono stati scoperti in numerosi siti attorno ad Alta. Il sito principale, situato a Jiepmaluokta a circa quattro chilometri da Alta, ospita circa 3000 incisioni ed è stato trasformato in un museo a cielo aperto. Questo luogo venne inserito tra i patrimoni dell'umanità dell'UNESCO il 3 dicembre 1985. È il solo sito archeologico norvegese ad aver avuto questo onore.
Le incisioni più antiche sono databili attorno al 4200 a.C., mentre le più recenti sono del 500 a.C. La grande varietà di immagini illustra una civiltà dedita alla caccia e raccolta in grado di controllare branchi di renne, abile nella costruzione di barche e nella pesca. Questi popoli praticavano riti sciamani che comprendevano il culto degli orsi e di altri animali. La conoscenza di questa civiltà si limita a quello che si apprende dall'analisi delle pitture rupestri.
Al momento della creazione delle incisioni la Norvegia settentrionale era abitata da una tribù dedita alla caccia e raccolta che si crede discenda dagli antichi Komsa, una civiltà dell'età della pietra che si espanse lungo la costa norvegese seguendo il recedere dei ghiacciai durante l'ultima glaciazione, intorno all'8000 a.C. Il periodo di circa 5000 anni durante i quali vennero fatte le incisioni vide numerosi cambi culturali, tra cui l'adozione degli utensili in metallo e le scoperte in settori quali la costruzione di barche e le tecniche di pesca. In ogni caso le immagini mostrano molte scene mondane e simboli religiosi. Le incisioni più recenti mostrano molti tratti in comune con quelle rinvenute nella Russia nord-occidentale, il che fa pensare a contatti tra le culture di tutto il nord Europa.
Le connessioni tra gli autori di queste opere, i Komsa ed i lapponi sono in qualche modo congetturali; nel caso dei Komsa è interessante notare che secondo le prove archeologiche l'economia dei Komsa era basata quasi esclusivamente sulla caccia ai pinnipedi, mai raffigurati nei graffiti di Alta.
Le connessioni con la cultura Sami (lapponi) sono più facilmente desumibili visto che questi ultimi hanno vissuto nella stessa zona e nello stesso periodo in cui vennero operate le ultime incisioni; inoltre numerosi soggetti dei disegni sono utensili usati anche dai Sami. In assenza di altre prove linguistiche o di DNA, tutte le ipotesi restano non dimostrabili.
Le incisioni vennero fatte utilizzando scalpelli in Quarzite costruiti utilizzando martelli di rocce più dure; alcuni scalpelli sono in mostra presso il Museo di Alta. L'abitudine di usare scalpelli in pietra sembra essere continuata anche dopo la costruzione dei primi utensili in metallo.
A causa degli effetti del rimbalzo post-glaciale l'intera Scandinavia iniziò a sollevarsi dopo la fine dell'ultima glaciazione. Anche se questo effetto è tuttora attivo (al ritmo di circa un centimetro l'anno), si crede che in passato fosse molto più marcato, addirittura tale da essere percepibile da un uomo durante la vita. Si pensa che alcune incisioni fossero sulla costa, e che siano state spostate in seguito fino a raggiungere quasi un centinaio di metri nell'entroterra.
Le prime incisioni vennero scoperte nell'autunno del 1972 nell'area di Jiepmaluokta (che in lingua Sami significa "baia dei pinnipedi"), a circa quattro chilometri dal centro di Alta. Durante gli anni settanta vennero portati alla luce molti altri graffiti nei dintorni della città, soprattutto attorno a Jiepmaluokta (in questo luogo si trovano oltre 3000 dei 5000 graffiti totali). Un sistema di passaggi in legno di circa tre chilometri venne costruito a Jiepmaluokta durante la seconda metà degli anni ottanta, ed il Museo di Alta venne spostato dal centro della città al sito archeologico nel 1991. Nonostante i siti archeologici siano numerosi, l'unico aperto al pubblico resta Jiepmaluokta.
Molte delle rocce di Alta sono ricoperte da muschi e licheni; una volta scoperti i graffiti le piante sono state attentamente rimosse e le rocce pulite per mostrare le opere. Tutte le incisioni sono state fotografate e sono state archiviate. In molte zone non viene fatta manutenzione per tenere puliti i graffiti, una volta documentati (a parte, ovviamente, il divieto di costruzione). Nella aree accessibili al pubblico i graffiti sono stati colorati con ocra, al fine di rendere maggiormente riconoscibili le opere. L'effetto estetico è quello originale delle pitture rupestri.
Il Museo di Alta contiene oggetti provenienti da tutta l'area circostante che raccontano la civiltà che creò le opere, una documentazione fotografica di tutti i graffiti ed altri reperti della cultura Sami, i fenomeni delle aurore polari e la storia della zona durante la seconda guerra mondiale. Il museo ricevette l'European Museum of the Year Award nel 1993. Dal momento che non esistono reperti scritti di quel periodo, non c'è modo di conoscere il significato dei graffiti. Possibili spiegazioni comprendono l'uso in rituali sciamani, simboli totemistici di unità tribale o segni del confine del territorio della tribù.
Alcuni dei soggetti più ricorrenti sono elencati qui sotto.
Animali
Molti animali sono raffigurati nelle scene incise; tra loro spiccano per numero le renne, spesso mostrate in branchi a volte allevati, altre volte cacciati. Altri animali rappresentati sono gli alci, varie specie di uccelli e di pesci. Gli animali gravidi venivano rappresentati con un cucciolo visibile all'interno della madre.
Sembra strano che, secondo le ricerche archeologiche, dal 30 al 95% del cibo necessario alla tribù provenisse dal mare, ma scene di pesca appaiono in circa l'1% delle opere conosciute; possibili spiegazioni comprendono il fatto che la pesca in acque costiere fosse meno difficoltosa della caccia, e quindi necessitasse di minori rituali, oppure gli animali di terra potrebbero essere stati più importanti dal punto di vista religioso, e per questo motivo venivano raffigurati più spesso.
Orsi
Sembra che gli orsi giocassero un ruolo importante nella cultura di quelle tribù: venivano raffigurati spesso, e non solo in scene di caccia. Alcune posizioni dimostrerebbero che gli orsi venivano adorati. Sono di speciale interesse anche le orme lasciate dagli animali: mentre gli altri animali e gli uomini sono associati ad orme orizzontali, quasi a disegnare un piano della terra, gli orsi sono gli unici animali ad avere talvolta delle orme verticali. Questo fatto ha portato alcuni studiosi a supporre che fossero collegati in qualche modo al culto dell'oltretomba (o della morte in generale). La rappresentazione degli orsi sembra essersi interrotta attorno al 1700 a.C., il che starebbe ad indicare un cambiamento nelle credenze religiose in quel periodo.
Scene di caccia e pesca
Molte delle scene che raffigurano uomini li riprendono in scene di caccia, davanti alla loro preda; queste scene sono state tradizionalmente spiegate come rituali di caccia, nonostante gli attuali studiosi sembrino favorire un'interpretazione più complessa secondo cui le scene di caccia e pesca sarebbero i simboli di varie tribù, e le scene contemporanee di caccia e pesca rappresenterebbero un tentativo (o la semplice speranza) di allacciare relazioni con le tribù vicine. L'uso di lance, archi e frecce è evidente nel periodo più remoto. Similmente i pescatori vengono mostrati nell'atto di usare esclusivamente lenze, il che mostra la loro capacità di creare ami ed esche.
Sono particolarmente interessanti le immagini delle barche: mentre all'inizio si disegnavano solo le piccole barche, in seguito apparvero anche barche più grandi, alcune delle quali trasportavano fino a trenta persone ed erano ben equipaggiate, con decorazioni a forma di animali sugli archi e polene simili a quelle rinvenute in seguito sulle navi vichinghe.
Scene di vita mondana e di rituali
È particolarmente difficile interpretare le scene di interazione tra umani; le scene che mostrano apparentemente danze, preparazione di alimenti o atti sessuali potrebbero riferirsi a riti particolari. In più, anche se le scene mostrano scene di vita mondana, resta misterioso il motivo che portò alla loro incisione. Scene sessuali potrebbero essere connesse a rituali di fertilità, quelle di cucina potrebbero indicare periodi di abbondanza di cibo. Alcune scene mostrano differenti posizioni sociali, indicati da particolari cappelli ed altri capi di abbigliamento; queste persone sono state riconosciute come sacerdoti, sciamani o capi di una tribù.
Simboli geometrici
Tra le immagini più misteriose vi sono i simboli geometrici, trovati soprattutto nelle zone più antiche. Alcuni sono oggetti circolari, a volte circondati da frange, altri mostrano trame complicate di righe verticali ed orizzontali. Alcuni di questi sono stati associati ad utensili di aspetto simile (le griglie di linee ad esempio rappresenterebbero le reti da pesca), ma il significato della maggior parte resta sconosciuto.

(da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

NORVEGIA - Nave di Oseberg

 

La nave di Oseberg è un esempio molto ben conservato di karvi, una tipica nave vichinga da carico (e talvolta da guerra), scoperta in un grande tumulo presso una fattoria di Tønsberg, nell'odierna contea di Vestfold og Telemark, in Norvegia. Nel tumulo venne scoperto anche un ricco corredo funerario e due scheletri di donna. La data in cui la nave fu trasportata all'interno del tumulo è successiva all'834, anche se alcune parti di essa risalgono agli inizi del IX secolo e la nave stessa è probabilmente più antica. Gli scavi furono condotti dagli archeologi Gabriel Gustafson e Haakon Shetelig nel biennio 1904-1905. La nave, uno dei più importanti reperti giunti a noi dall'epoca vichinga; insieme ad alcuni degli oggetti trovati nello stesso luogo, è conservata al Museo delle navi vichinghe di Oslo.
La nave è l'esempio "classico" di lunga nave vichinga. Costruita quasi interamente in legno di quercia, lunga circa 21 metri e larga 5, con un albero alto 9 o 10 metri. Con una vela di circa 90 metri quadrati essa poteva raggiungere i 10 nodi di velocità. Nell'imbarcazione sono presenti 15 coppie di buchi per i remi, un largo timone ed un'àncora in ferro. La prua e la poppa sono decorate con complesse incisioni nel caratteristico stile animalistico chiamato stile Oseberg. Benché destinata alla navigazione in mare, la nave è piuttosto fragile e si pensa quindi che sia stata utilizzata esclusivamente per spostamenti lungo la costa.
La prua termina a spirale, con un testa di serpente, e la poppa termina a coda. Il serpente dal corpo spiraliforme doveva diventare motivo iconografico comune nei gioielli pendenti del periodo medio-vichingo: per di più, alcuni testi del XIII secolo fanno riferimento a navi da guerra definendole "dragoni" o "serpenti". Lungo la prua della nave sono intrecciati animali in stile animalistico Urnes, intagliati a bassorilievo, perfettamente disegnati a seguire il profilo del pannello; lo stesso artista scolpì presumibilmente i grassi e divertenti animali prensili posti sul tingl, il pannello di separazione della prua all'interno dell'imbarcazione.
Nella tomba vennero trovati i resti di due donne: una di queste aveva un'età compresa fra i 60 ed i 70 anni e soffriva di artrite e di altre malattie, mentre l'altra aveva un'età compresa fra i 25 ed i 30 anni. Non è chiaro se e quale di queste due figure fosse la più importante o se una delle due sia stata sacrificata per accompagnare l'altra nell'oltretomba, anche se l'opulenza degli oggetti trovati all'interno della tomba lasciano immaginare che ci si trovi di fronte ad una sepoltura destinata ad una persona di alto rango. Una delle donne indossava un vestito di lana rossa ed un velo di lino bianco, mentre l'altra indossava un vestito di lana blu più semplice ed un velo anch'esso di lana. Nessuna delle due indossava qualcosa fatto interamente di seta, benché alcune piccole strisce di seta fossero attaccate su di una tunica indossata sotto il vestito rosso.
Un'analisi dendrocronologica degli oggetti in legno trovati nella camera funeraria permettono di datare la tomba all'autunno dell'834. Pur rimanendo sconosciuta l'identità delle due donne, è stato suggerito che una di esse possa essere la regina Åsa Haraldsdottir di Agder della dinastia Yngling, moglie di Gudrød il Cacciatore, madre di Halfdan il Nero e nonna di Harald I di Norvegia, il primo re del paese. Gli studiosi comunque non concordano con questa teoria e alcuni ritengono che lo scheletro possa appartenere ad una sacerdotessa. Sulla nave, oltre ai due scheletri umani, furono ritrovati anche i resti di 14 cavalli, un bue e tre cani.
Successivi esami sui resti umani hanno permesso di scoprire molte cose sullo stile di vita delle due donne. La donna più giovane mostra una clavicola rotta, il che ha fatto inizialmente pensare ad un sacrificio umano, ma si è successivamente scoperto che l'osso presenta segni evidenti del fatto che la frattura venne curata per un certo periodo di tempo. I denti della donna mostrano segni che lasciano intendere che ella facesse uso di uno stuzzicadenti in metallo, un lusso molto raro nel IX secolo.
Secondo altri esami la donna più anziana aveva un tumore che ne ha probabilmente causato la morte. Ella soffriva inoltre della sindrome di Morgagni, un disturbo ormonale che le dovrebbe aver conferito un aspetto mascolino, barba compresa. Entrambe le donne avevano una dieta a base di carne, un altro lusso in un tempo in cui la maggioranza delle popolazioni norrene mangiavano pesce. Gli studi non sono invece potuti essere condotti sul DNA dei resti, poiché ne è stato ritrovato troppo poco; è quindi risultato impossibile stabilire se gli scheletri appartenessero a due donne imparentate fra di loro, per esempio una regina e sua figlia o sua nipote.
La tomba venne violata durante l'antichità, cosa che spiega l'assenza di metalli preziosi. Ciò nonostante, durante gli scavi dell'inizio del XX secolo sono stati portati alla luce un gran numero di manufatti ed oggetti della vita di tutti i giorni, tra cui 4 slitte finemente decorate ed un carro a quattro ruote riccamente intarsiato. Fra gli oggetti della vita comune sono stati trovati vestiti di lana, tessuti di seta importata e piccoli arazzi. Il sito di Oseberg è uno dei pochissimi in cui sono stati trovati esempi dell'arte tessile vichinga, oltre ad aver conservato l'unico carro a 4 ruote vichingo che sia giunto completo fino a noi. La tomba risale al periodo in cui veniva usato il cosiddetto "valknut" ed è uno dei pochi siti di quest'epoca giunti fino a noi.


PAESI BASSI - De Papeloze Kerk

 

De Papeloze Kerk (letteralmente: "la chiesa senza parroco"; ufficialmente: Dolmen) è un dolmen rinvenuto nei pressi del villaggio olandese di Schoonoord (comune di Coevorden), nella provincia della Drenthe, e risalente all'epoca della cultura del bicchiere imbutiforme (4.000-2.700 a.C.) È annoverato tra I più celebri megaliti dei Paesi Bassi. Il nome "de papeloze kerk" fu dato al megalito dai protestanti, che qui nel corso del XVI secolo tenevano dei sermoni contro la fede cattolica (paap è infatti il termine olandese usato per indicare il prete cattolico). Questo genere di sermoni erano tenuti in modo particolare dal riformatore Menso Alting.
Il dolmen si trova al nr. 118 della Slenerweg, nella Sleenerzand, regione boscosa situata tra i villaggi di Schoonoord e Noord-Sleen.





PAESI BASSI - Navi di De Meern, Utrecht


Le navi di De Meern sono il nome collettivo di una serie di navi in ​​legno romane olandesi nella città di De Meer , Utrecht . Dal 1997 al 2008, una serie di navi sono state recuperate in vari stati di conservazione, in prossimità dei castelli romani di Laurum (l'attuale Woerden ) e Nigrum Pullum (l'attuale Zwammerdam ) lungo il Reno.
Dal 47 al 260 d.C., gli attuali siti facevano parte del limes , parte del confine di frontiera e dei posti di difesa dell'Impero Romano , e come tali divennero un luogo di frequente attività militare, con traffico navale per personale militare e rifornimenti. In quanto tali, le navi forniscono informazioni sulla provenienza della catena di approvvigionamento e delle attività della regione.
De Meern 1 fu scoperta a Leidsche Rijn nel 1997, ma fu finalmente scavata nel 2003. Dopo l'esumazione, la nave fu misurata 25 x 2,7 metri, con la dendrocronologia che restringeva il legname tagliato intorno al 148 d.C. ed era attivo dal 150 al 200 d.C. 
La nave conteneva una stiva, una cabina e una zona cottura, e all'interno della cabina erano conservati gli effetti personali del capitano e un set di strumenti, trovati all'interno di un armadio e di una scatola. Gli attrezzi indicano l'utilizzo delle barche per la falegnameria e la lavorazione della pietra. Oggetti militari rinvenuti all'interno della nave indicano che il suo proprietario potrebbe essere stato un veterano dell'esercito romano, che condusse lavori di riparazione lungo il limes. 
La nave presumibilmente naufragò a causa di un errore di navigazione e si scoprì che le tegole del tetto scavate presentavano carbonizzazioni, il che indica tracce di un incendio. 
I resti della nave sono esposti al Museum Hoge Woerd.
De Meern 2 e 3 sono due canoe di tronchi risalenti al II secolo. Dopo lo scavo di De Meern 1, nel 2003 è stato scoperto De Meern 4 a 150 metri di distanza, successivamente sono stati effettuati scavi nel 2005 . 
Si stima che la nave sia lunga 27 metri con la larghezza più grande misurata a 3,7 metri. Il legname utilizzato ha determinato una data di abbattimento del 100 d.C., con la provenienza locale dai Paesi Bassi centrali, intorno all'Olanda . La nave utilizzava un misto di tecniche di costruzione navale mediterranee e locali, con le parti in legno collegate a tasselli e giunti a mortasa e tenone , sebbene i giunti fossero utilizzati in modo rozzo. 
La nave fu affondata come discarica, per rinforzare l'argine contro una strada romana. 
La nave è stata coperta dopo il 2005 per ricerche future.
De Meern 5 è stato ritrovato alcuni decenni fa, ma successivamente è andato perduto e non è stato più riscoperto.  De Meern 6 è un barchino scoperto nel marzo 2008, datato 158-180, ma utilizzato fino al III secolo. Sono stati rinvenuti una tavola del fondo e un'intelaiatura, ma i dettagli hanno permesso di ricostruire la nave. Si tratta di un tipo non classificato di nave romana che misura 7,49 metri per 0,62 metri, con una lunghezza stimata di 9 metri, con fondo a forma di lancetta e incavo per la prua.

PAESI BASSI - Rijksmuseum van Oudheden, Leida

 

Il Rijksmuseum van Oudheden ("Museo statale delle Antichità"; abbreviato: RMO) è un museo archeologico di Leida, nei Paesi Bassi, fondato nel 1818.
Il museo fu fondato ufficialmente nel 1818 da re Guglielmo I dei Paesi Bassi.
Dopo che il re ebbe fondato il museo, si dovette trovare un luogo adatto per ospitare la collezione: il direttore del museo, Caspar Reuvens (scomparso nel 1835), individuò come sede adatta un'ex-casa patrizia sul Rapenburg, che era stata acquistata dell'Università di Leida nel 1801.
Il complesso fu quindi ampliato nel 1819 con la costruzione di altri edifici adiacenti all'edificio principale. Gli edifici tuttavia ospitavano in gran parte le collezioni del Museo di Storia Naturale e, con l'arricchimento della collezione del Rijksmuseum van Oudheden, cresciuta negli anni trenta del XIX secolo grazie a varie donazioni, l'edificio si rivelò insufficiente per ospitarla, tanto che il museo archeologico fu costretto a trasferirsi nel 1837 in un edificio sulla Breedstraat.
In seguito, nel 1893 parte della collezione del Rijksmuseum van Oudheden dovette però essere nuovamente trasferita nell'edificio al nr. 28 del Rapenburg.
Nel 1918, si scelse infine di trasferire la sede del Museo di Storia Naturale, che sarebbe poi diventato il Naturalis.
Tra il 1996 e il maggio 2001, fu intrapresa un'opera di ristrutturazione degli edifici che ospitano il museo.
L'inaugurazione di una nuova sezione dedicata all'archeologia dei Paesi Bassi
L'edificio principale in cui è ospitato il museo era un ex-convento di suore, utilizzato come tale fino alla fine del XVI secolo.


Il museo ospita complessivamente circa 150.000 reperti. La collezione comprende vari oggetti, quali tessuti, scarpe, oggetti bronzei, strumenti musicali, ecc. provenienti da varie parti del mondo.
Il museo ospita, tra l'altro, una delle più ampie collezioni di reperti archeologici dell'Antico Egitto al mondo. Tra i reperti principali di questa collezione, figura il tempio di Taffeh, visibile nella sala principale del museo, dove trova posto dal 1979 e reperti provenienti dalla Tomba di Ptahmes in Saqqara.
Vi è inoltre una sezione dedicata all'archeologia dei Paesi Bassi, dalla Preistoria al Medioevo.

PAESI BASSI - Allard Pierson Museum, Amsterdam

 

L’Allard Pierson Museum è un museo archeologico diretto dall'Università di Amsterdam e dedicato a varie civiltà antiche, dalle civiltà mesopotamiche, all'Antico Egitto, agli Etruschi, all'Antica Grecia, all'Antica Roma, ecc.
Il museo è intitolato all'ex-pastore vallone Allard Pierson (1831 - 1896), primo professore, dal 1877, di Archeologia all'Università di Amsterdam ed è ospitato dal 1976 nell'ex-sede della Banca Nazionale in Oude Turfmarkt.
Il museo si trova nell'Oude Turfmarkt ("Vecchio mercato della torba), nella parte meridionale della Nieuwe Zijde (lett. "Zona nuova"), al confine con la Oude Zijde e della cosiddetta "Cerchia dei Canali Est".
Il museo non è di dimensioni eccessive. Vi si trovano vasellame, statuette, sculture, sarcofagi, mummie, ecc. L'esposizione è poi integrata da una mostra di 220.000 perle e una mostra di fotografie sull'area mediterranea risalenti al 1890 - 1912. L'edificio che ospita il museo è in stile neoclassico e risale al 1860.
Le origini del museo risalgono al 1926, quando alla morte di J. Six, successore di Allard Pierson alla cattedra di Archeologia all'Università di Amsterdam, fu fondata l'Allard Pierson Stichting ("Fondazione Allard Pierson"), che mise a disposizione della stessa Università la ricca collezione di libri e reperti di cui Six disponeva per l'insegnamento.
Nel 1929, la fondazione acquistò anche la collezione posta in vendita dal banchiere de L'Aia Lunsingh Scheurleer, travolto dalla crisi economica di quell'anno, e la donò all'Università di Amsterdam.
A partire dal 1931, la collezione fu esposta nella soffitta dell'Istituto di Archeologia Mediterranea nella Weesperzijde; quindi, il 12 novembre 1934, l'Allard Pierson Museum fu ufficialmente aperto nella Sarphatistraat.
La collezione si arricchì in seguito grazie a numerose donazioni.
Nel 1976, il museo fu trasferito nella sede attuale nell'Oude Turfmarkt: l'inaugurazione si svolse alla presenza della regina Beatrice.
Nel 1994, fu aggiunta una nuova ala al museo.


La collezione

Egitto
La sezione dedicata all'Egitto va dal 5000 a.C. all'XI secolo d.C.
Vi si trovano ceramiche, mummie di animali, scrigni, tessuti (tra cui spiccano quelli copti), modelli di piramidi, ecc.
Vi si trova anche un computer con cui poter scrivere il proprio nome in caratteri geroglifici.


Asia Occidentale

Nella sezione dedicata all'Asia Occidentale si trovano reperti provenienti soprattutto dall'Antica Persia: tra questi, figurano delle brocche utilizzate nei vari rituali.


Antica Grecia

La collezione dedicata agli antichi Greci è composta prevalentemente di ceramiche decorate con scene mitologiche.
Vi si trova anche una vetrina con sculture raffiguranti animali vari.


Antica Roma

Questa sezione è strutturata in modo tale da "raccontare" la vita quotidiana degli Antichi Romani.
Tra i "pezzi forti" della collezione, figura una vasca da bagno risalente al II secolo d.C.



PAESI BASSI - Canoa di Pesse


La canoa di Pesse è considerata la più antica imbarcazione conosciuta e la più antica canoa finora trovata.
La datazione al radiocarbonio ha indicato che l'imbarcazione fu costruita tra l'8040 e 7510 a.C., nel Mesolitico;viene considerata più antica della canoa di Dufuna, trovata in Nigeria.
Attualmente è esposta al Museo Drents di Assen, nei Paesi Bassi.
La canoa, che è del tipo cayuco, cioè una canoa scavata all'interno di un tronco d'albero, ha una lunghezza di 298 cm e una larghezza di 44 cm. È stata ricavata da un tronco di pino silvestre. All'interno della cavità sono presenti delle marcature, probabilmente derivanti dagli strumenti in selce o osso delle corna di cervo utilizzati per la lavorazione.
La canoa è stata scoperta nel 1955 nel corso della costruzione dell'autostrada A 28. L'autostrada passa poco a sud del villaggio di Pesse, nel comune di Hoogeveen, attraversando il sito di un'antica torbiera. Per costruire il tracciato stradale si dovette rimuovere la torba e, nel corso degli scavi, l'operatore di un escavatore incappò in quello che scambiò per un tronco d'albero, sepolto due metri al di sotto della superficie. Un agricoltore del posto notò il reperto e lo prelevò per portarlo all'Università di Groninga, dove venne esaminato e poi liofilizzato per la conservazione.
Il reperto è stato successivamente trasferito al Museo Drents, situato poco lontano dal luogo della scoperta.
Nel corso degli studi sono state sollevate alcune obiezioni sulla natura del reperto e sulla sua originaria utilizzazione. Un esperto danese venuto a vedere la canoa, sollevò il dubbio che un'imbarcazione così piccola potesse essere in grado di navigare. Una replica del reperto, costruita nel 2001 dall'archeologo Jaap Beuker (ex direttore del Museo Drents) nelle dimensioni e forma originali, è stata provata in acqua per cinque giorni, nel vicino lago di Witteveen, dimostrando che l'imbarcazione era manovrabile con la pagaia e in grado di navigare. Le dimensioni ridotte sono probabilmente da collegare a utilizzatori di piccola statura. La replica è ora esposta nel museo di Hoogeveen.
Altri studiosi hanno ipotizzato che potesse trattarsi di un oggetto completamente diverso, come una mangiatoia o un abbeveratoio per animali. Beuker ha fatto notare che all'epoca della costruzione della canoa non era ancora iniziato l'allevamento domestico degli animali, e quindi non poteva trattarsi di una mangiatoia.
La canoa inoltre ha una costruzione simile a quella di altre imbarcazioni preistoriche trovate in altri paesi, come la canoa di Dufuna.

POLONIA - Vaso di Bronocice

 


Il vaso di Bronocice, scoperto presso Działoszyce, nel Voivodato della Santacroce, nei pressi del fiume Nidzica, in Polonia, è un vaso di ceramica in cui è incisa la prima immagine conosciuta di quello che potrebbe essere un veicolo a ruote. Viene datato con il metodo del radiocarbonio al 3635-3370 a.C., o al 3470-3210 a.C., ed è attribuito alla cultura del bicchiere imbutiforme. È attualmente esposto nel Museo archeologico di Cracovia (Muzeum Archeologiczne w Krakowie).
Il vaso è stato scoperto nel 1974-1976 durante lo scavo archeologico di un grande insediamento neolitico presso Bronocice, a circa 50 km a nord-est di Cracovia. Gli scavi furono effettuati tra il 1974 e il 1980 dall'Istituto di Archeologia ed Etnologia, Accademia polacca delle scienze e della State University of New York a Buffalo (Stati Uniti).
Sarunas Milisauskas, uno dei numerosi archeologi che ha lavorato al progetto di scavo di Bronocice ha scritto:
"La stagione di scavo del 1974 è andata oltre le nostre aspettative. Un motivo inciso rappresentante un carro è stato trovato in un vaso rinvenuto dentro un pozzo. Un osso animale associato con il vaso nel pozzo è stato datato con il metodo del radiocarbonio, intorno al 3400 a.C. (Bakker et al., 1999). Il vaso rappresenta uno dei primi elementi di prova per la presenza di carri a ruote in Europa" Milisauskas, insieme a Janusz Kruk, lo hanno attribuito alla cultura di Lublino-Volhynian (tra il 3100 e il 2200 a.C.), "contemporaneo alla fase più recente dello sviluppo del ciclo culturale di Tiszapolgar nel bacino del fiume Cisa ... la cultura è certamente più antica del periodo decadente della cultura del bicchiere imbutiforme nella Piccola Polonia".
L'immagine sul vaso raffigura simbolicamente degli elementi chiave dell'ambiente umano preistorico. La componente più importante della decorazione sono le cinque rappresentazioni rudimentali di quello che sembra essere un carro. Rappresentano un veicolo a quattro ruote a trazione animale. Le linee che le collegano probabilmente rappresentano degli assi. Il cerchio al centro potrebbe simboleggiare un contenitore per la raccolta. Altre immagini sulla ceramica comprendono un albero, un fiume e quelle che potrebbero essere dei campi intersecati da strade/fossati o il layout di un villaggio.
Le incisione sul Vaso di Bronocice possono rappresentare una sorta di sistema simbolico di "pre-scrittura", suggerito da Marija Gimbutas nel suo modello della "vecchia" lingua europea, simile a quello della cultura di Vinča (5700-4500 a.C.) noto come scrittura Vinča.
Secondo il linguista Stuart Harris, il significato della scritta è una composizione a rebus.
L'immagine sul vaso è la più antica rappresentazione ben datata di un veicolo a 4 ruote in tutto il mondo, che suggerisce l'esistenza di carri in Europa centrale già nel IV millennio a.C.. Questi carri erano presumibilmente trainati da bovidi, i cui resti sono stati ritrovati con il vaso. Le loro corna erano consumate, come se fossero state legate ad una corda, probabilmente a causa dell'utilizzo di una sorta di giogo.
Diversi ricercatori come Asko Parpola e Christian Carpelan, hanno sottolineato che "le lingue indoeuropee possiedono un vocabolario sul trasporto su ruote", fornendo così nuove informazioni di ricerca sull'origine della lingua indoeuropea; "I veicoli a ruote sono stati inventati intorno alla metà del IV millennio a.C." Altri ricercatori (David W. Anthony) suggeriscono che "l'evidenza dei vocaboli di lana e carro/ruota stabiliscono che il Proto-Indo-europeo è stato parlato dal 4000-3500 a.C. circa, probabilmente dopo 3500 a.C.".
Il sito è stato occupato durante la fase della ceramica imbutiforme, uno dei gruppi del complesso di culture che succedettero la cultura LBK nel nord Europa, nel V e IV millennio a.C. Le ossa del pozzo in cui il vaso è stato trovato sono state datate al radiocarbonio al 3635-3.370 a.C., che, come gli scavatori hanno sottolineato, è antecedente ai pittogrammi sumeri di ruote del periodo di Uruk.

CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...