sabato 13 settembre 2025

LAOS - Rovine khmer di Wat Tomo

 

Le rovine khmer di Wat Tomo (chiamato anche Oum Moung) si trovano sulla sponda occidentale del fiume Mekong, a breve distanza dalle rovine di Vat Phou. Il tempio risale al IX secolo e fu dedicato a Rudrani, moglie di Shiva.
L'edificio fu costruito in laterite e, per poterli conservare al meglio, gli architravi più belli ed elaborati sono stati ricollocati nel Museo provinciale di Champasak, anche se alcuni pezzi si possono ancora trovare in loco, come ad esempio il mukhalinga, cioè il lingam decorato.

LAOS - Vat Phou


Il Vat Phou (trascritto anche Wat Phu) è un tempio khmer situato nei pressi di Champasak, sulla sponda destra del Mekong, nel Laos meridionale. Insieme agli antichi insediamenti nel paesaggio culturale di Champasak è un patrimonio dell'umanità dell'UNESCO. Il nome significa Tempio della montagna in lingua lao, e si deve al fatto di essere stato costruito sulla pendici orientali del monte Kao.
La montagna possedeva un particolare significato religioso in antichità, in quanto la particolare forma del suo picco ricorda il lingam, ovvero la forma fallica sotto cui viene sovente adorato il dio Śiva. Per questo motivo, la montagna era chiamata nelle iscrizioni khmer antiche Lingaparvata, ovvero Montagna del Lingam. Nell'XI secolo è stato trasformato in un luogo di culto buddista.
La prima fonte storica a parlare del culto su questa montagna sono gli Annali della dinastia cinese Sui. Facendo riferimento ad anni anteriori al 589, l'annalista menziona un tempio sulla cima della montagna che sarebbe stato custodito da molti soldati. In effetti, sulla superficie attorno al picco sono stati trovati reperti databili ad epoca pre-angkoriana (V-VIII secolo). Il tempio, cui si accede tramite una scalinata monumentale oggi in avanzato degrado, è stato costruito a più riprese tra il VII ed il XIV secolo, sebbene la maggior parte delle strutture e dei rilievi attualmente visibili risalga al XII secolo.
Il monumento fu descritto per la prima volta da Francis Garnier, membro della Missione francese del Mekong che soggiornò a Champasak nel 1866. I primi studi archeologici si devono a Étienne Aymonier e a E. Lunet de Lajonquiére. Nel 2001 il tempio è stato iscritto nella lista dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.
Tempio principale
Il livello superiore del complesso ospita l'altare dove un tempo era collocato il lingam di Shiva. Ora ospita una grande statua di Buddha ed altre icone di minori dimensioni.

LAOS - Tam Ngu Hao 2

 

Tam Ngu Hao 2 (Grotta del Cobra o Cobra cave in inglese) è un sito archeologico preistorico che si trova sulla catena Annamita nel nord del Laos, dove è stato trovato un reperto fossile, un molare, attribuito al genere Homo di Denisova. 
La torre carsica in cui si è formata la grotta è posizionata sul versante sud-orientale del monte P'ou Loi, con un ingresso situato a 34  m sopra la pianura alluvionale. Il sito è stato scoperto durante un sopralluogo nell'area attorno alla Grotta di Tam Pa Ling, dove erano stati precedentemente rinvenuti fossili di antichi ominidi, tra i quli uno di un Homo sapiens vissuto circa 70.000 anni fa.
Nella grotta è stato trovato un reperto fossile, THN2-1 un molare attribuito al genere Homo di Denisova. L'analisi del dente ha rilevato che questo apparteneva ad una giovane donna, vissuta tra 164.000 e 131.000 anni fa.
Il sito ha dato alla luce anche molti fossili animali, repertati dal TNH2-2 al TNH2-208, attribuiti a grandi erbivori, come ad esempio lo Stegodon, un mammifero proboscidato estinto, affine agli elefantidi.

LAOS - Grotta di Tam Pa Ling

 

La Grotta di Tam Pa Ling (Grotta delle scimmie) è un sito archeologico che si trova in una grotta nei Monti Annamiti nel Laos nord-orientale, rilevante per determinare il periodo dell'arrivo dell'Homo Sapiens nel sud est asiatico. La grotta si trova sulla cima del Monte Pa Hang, a 1.170 m sul livello del mare.
Nella grotta sono stati scoperti tre fossili di ominidi: TPL1, un cranio appartenente a un essere umano anatomicamente moderno; TPL2, una mandibola con tratti sia moderni che arcaici; e TPL3, una mandibola parziale, anche questa con tratti sia moderni che arcaici. I tre fossili rappresentano tre individui separati e risalgono ad un periodo compreso tra 70.000 e 46.000 anni fa. Le scoperte indicano che gli esseri umani moderni potrebbero essere migrati nel Sud-est asiatico entro 60.000 anni fa.

LAOS - Piana delle Giare

 

La Piana delle Giare è un territorio comprendente una serie di circa 90 siti archeologici. Si trova nell'altopiano di Xiangkhoang, situato nell'omonima provincia di Xiangkhoang, nel Laos nordorientale. In tali siti sono disseminate centinaia di giare di pietra arenaria che hanno un'altezza variabile tra i 50 cm. e i 3 m.
Secondo il primo archeologo che visitò brevemente uno dei siti, le giare furono avvistate da una guardia di confine francese nel 1909. Gli scavi cominciarono nel 1931 e portarono alla luce resti umani ed offerte funerarie. L'archeologa Madeline Colani che diresse i lavori pubblicò un resoconto in cui datava i manufatti ed ipotizzava che fossero urne cinerarie e non contenitori per alimenti o bevande. Tale teoria trovò riscontri nelle successive esplorazioni che scoprirono delle camere funerarie sotterranee in prossimità delle giare. Al centro della piana è stata esplorata una grotta naturale che fu usata come crematorio, grazie a dei fori nella parte superiore che funzionavano da camino.
Durante la guerra civile laotiana, la piana fu per anni contesa tra le forze del Pathet Lao, spalleggiate dall'Esercito Nordvietnamita ed equipaggiate dall'Unione Sovietica, e il Regio esercito Laotiano, finanziato dagli Stati Uniti. Nei periodi in cui fu occupata dai ribelli, l'aviazione statunitense sottopose il territorio ad intensi bombardamenti e molte delle bombe inesplose scoppiano tuttora causando lutti alla popolazione locale. Ora solo 7 dei siti dove si trovano le giare sono stati bonificati dalle bombe ed aperti alle visite turistiche. Sono i siti 1, 2, 3 e 16, che si trovano vicino alla vecchia capitale Xieng Khouang, il sito 23 vicino alla sorgente termale di Muang Kham, il sito 25, che si trova nel distretto di Phou Kout, e il sito 52, che è il più grande di tutti con ben 392 giare, che si trova vicino ad un villaggio Hmong e che è accessibile solo a piedi.
Il 25 marzo del 1992, il sito è stato ufficialmente sottoposto all'attenzione dell'UNESCO, che lo ha inserito tra le candidature alla lista dei patrimoni dell'umanità. Alla fine il sito seriale è stato inserito dall'UNESCO nella lista del Patrimonio Mondiale il 6 luglio 2019


Sito 1 (Thong Hai Hin)
Il sito occupa il fianco di una collina e sono presenti ben 331 giare, tra cui la più grande mai rinvenuta; questa, secondo la leggenda, è la coppa del mitico re Khun Cheum che cacciò gli oppressori.


Sito 2 (Hai Hin Phu)

Il sito occupa i fianchi boscosi di due colline e vi sono 93 giare. Il pezzo più caratteristico è un contenitore con il simbolo di una rana.


Sito 3 (Hai Hin Lat Khai)

Il sito è posto in cima ad una collina, alla periferia di Ban Xieng Di, un villaggio abitato dall'etnia phuan. Nelle vicinanze si trovano un tempio buddhista ed uno stupa danneggiati dalla guerra civile.
I luoghi del sito seriale Unesco
Degli oltre 90 luoghi dove si trovano le giare, solo alcuni sono stati inseriti dall'Unesco nella Lista dei patrimoni dell'umanità.


venerdì 12 settembre 2025

LAOS - Huei Thamo

 

Il sito di Huei Thamo (trascritto anche Houei Thamo, o Huay Tômô) si trova alcuni chilometri a sud di Champasak, nel Laos meridionale, su un antico argine sinistro del Mekong, ora arretrato rispetto al corso attuale.
Il monumento principale è un tempio costruito sulla cima di un alto contrafforte in pietra, che proteggeva il terrapieno dalla corrente fluviale. Del sacrario restano solo le fondamenta; sono ancora visibili alcuni brevi tratti del muro di cinta in prossimità di due porte (in sanscrito: gopura), ancora stanti, decorate con rilievi databili alla prima metà del XII secolo.
A Huei Thamo fu rinvenuta una delle iscrizioni fatte incidere dal re Yaśovarman nell'anno della sua ascesa al trono (893 d.C.), in cui si riferisce della fondazione di un āśram intitolato alla dea Rudrāṉī.
Il suo interesse principale sta nella sua localizzazione sulla sponda sinistra del fiume, zona povera di terreni agricoli a differenza della piana di Champasak, che si trova dirimpetto. È possibile che l'insediamento sia sorto per il controllo del traffico fluviale, e come punto di raccordo con le vie commerciali che raggiungevano la costa del Champa (odierno Vietnam centrale) attraverso la Catena Annamitica.

GIAPPONE - Dogū

 


dogū (土偶 どぐう) erano figurine fittili, dell'era giapponese Jōmon. Rappresentano umani o animali, e sono generalmente alte intorno ai 25 cm; raramente sono fatte per stare in piedi, e la maggior parte erano apparentemente legate a una corda o portate vicine al corpo. Alcuni dogū hanno caratteristiche femminili molto evidenziate, e sono state associate a rituali per fertilità e parto; altri sono privi di parti del corpo, e sono stati associati a rituali per la guarigione, o per maledizioni. In un caso il dogū aveva ai piedi una base ed è stato ritrovato circondato da muri, suggerendo l'utilizzo in rituali religiosi.
L'origine è Giappone, Periodo Jōmon; il primo periodo identificabile della storia giapponese. Esso si può suddividere in cinque fasi: Jōmon Incipiente, Jōmon iniziale, Jōmon Medio, Jōmon Tardo e Jōmon Finale. La popolazione Jōmon, il cui nome viene dal periodo stesso, è l’artefice delle prime produzioni di argilla al mondo (il suo nome infatti si riferisce ai motivi estetici con cui si decorava una parte di questi vasi in quel determinato periodo); tale tecnica era costituita da cordami vari avvolti attorno a bastoni ed il vasellame prodotto viene detto Jōmon doki o vasellame Jōmon e di queste statuette, probabilmente di uso rituale chiamate dogū. Letteralmente 土偶 (dogū) significa “statuette di terra cotta”; infatti (do) sta per “terra”, (gū) di “figura” o “statua”.
I dogū, visti come antichi manufatti in terra cotta, sono datati tra il 4000-1400 a.C., in un’epoca che può essere identificata come in una fase centrale del Periodo Jomon, e più volte trovati in siti costituiti da cerchi di pietra. Questi ultimi erano di uso molto probabilmente rituale ed erano situati sempre vicino, ma separatamente, ai quartieri abitativi dei villaggi. Si presentano di solito come un cerchio di pietra a grande scala (anche 42 m di diametro) con una singola pietra verticale al suo interno in posizione centrale, circondata appunto da una lunga fila di pietre poggiate a terra che irradiano dal punto centrale in due cerchi concentrici.
Queste statuine dogū subirono diverse forme di trasformazione nel corso del periodo Jōmon, e in particolar modo nella raffinatezza tecnica dovuta ad influenze culturali esterne ed elevato livello di spiritualità.
Alcuni dogū sono stati rinvenuti nei mucchi di conchiglie dove si ammassavano i resti di cibo usato dalle popolazioni . Si pensa generalmente che rappresentino funzioni diverse a seconda di dove sono state rinvenute ( ed è curioso sapere che sono più presenti nella parte orientale del Giappone) e la maggior parte sono state ritrovate danneggiate e senza arti o addirittura senza intere parti del corpo. Sono state inoltre scoperte rappresentazioni di dogū composte da due esseri umani insieme indicando un gesto o un’azione in corso, ma queste sono molto rare.
Le prime statuette dogū si presentavano naturalmente tozze e spesso prive di arti superiori, ma nel Jōmon medio l’aspetto cambiò e comparve la particolare forma della “testa a cuore”, sopra ad un corpo cruciforme con incisioni di decorazioni semplici, che evidenziano la parte del ventre. Tuttavia, logicamente, vi erano diverse varianti a seconda del luogo del loro ritrovamento. Ovunque, invece, nell’ultima fase del periodo Jōmon, furono rinvenute quelle che per la loro particolarità sono più interessanti: le “Shakōki dogū” o dogū con occhiali da neve, data dalla forma particolare, se non alquanto strana, degli occhi che sembrano coperti da protezioni solari.
Esistono infatti alcune teorie in merito a queste statuette. Si pensa che fossero talismani, che potessero essere feticci o bambole mediche, o che avessero avuto una funzione di divinità protettrici collegate alla fertilità della terra, o addirittura che siano collegate ai riti funerari e giocattoli per bambini. Ma c’è anche chi ipotizza ufologicamente parlando, che queste statuette dogū siano in qualche modo collegate ad un mondo e universo diverso da quello umano, mistiche, antiche ma allo stesso tempo “aliene” al tempo a cui appartengono.
Generalmente si riconoscono quattro tipologie di dogū:
statuette con la testa "a cuore" o con sopraccigli a forma di "mezza luna";
statuette con la testa da "gufo";
statuette "con gli occhiali" (Shakōki-dogū);
statuette "Venere" o "donna incinta".
In particolare le figure femminili della fine del Periodo Jōmon (1500-1000 a.C.), che erano diventate molto frequenti, si suppone avessero fini rituali e presentano vari ed interessanti dettagli, come riccioli, vita marcata, capezzoli piccoli ma prominenti, fianchi larghi. Queste figure, note anche come "veneri nipponiche" presentano seni e addomi sporgenti (donne probabilmente incinte e che dunque sembra rappresentino un mezzo di invocazione alla fertilità e all'abbondanza) e alcune di loro hanno forme tra mondo umano e animale.
Shakōki dogū

Lo Shakōki dogū 遮光器土偶 (o "dogū con occhiali di neve"), porta il suo nome proprio per la presenza di enormi occhialoni tondi che ricordano quelli di protezione dal sole nella neve. Si presentano come una figura pesante ma allo stesso tempo snella e umanoide anche se riporta strani motivi e disegno lungo il corpo. Quelle che possiamo considerare mani e piedi non sono definite e anzi spesso sono prive di una o entrambe di esse. Per i sostenitori della Teoria degli Antichi Astronauti quei particolari segni o elementi che si rilevano lungo l'intero corpo della figura rappresenterebbero: un casco a visiera sagomata per schermare il passaggio della luce solare, un filtro per la respirazione all’altezza della bocca, un collare di collegamento tra il casco e la tuta, piccole tenaglie manipolatrici montate su teste snodate (al posto delle mani) e valvole di raccordo per tubi situate sul petto della tuta.
Yamagata dogū 
Questo dogū, detto anche "dogū della montagna" (山形土偶?) dato proprio dalla sua forma a "cima di montagna", ha lasciato subito perplessi alla prima vista di alcuni archeologi e studiosi. Dalla sua forma indubbiamente umanoide presenta un particolare a dir poco curioso e particolare: sembra proprio che abbia una tuta da astronauta. La sua posa pesante e rigida, presenta una forma a punta sottolineata dal casco che porta. Non solo il casco rimanda a pensare ad un astronauta, ma anche il resto del corpo stesso, che sembra indossi una tuta munita di cerniera, guanti e stivali. Questi elementi sembrano essere abbastanza schiaccianti per i sostenitori della Teoria del Paleo contatto, che infatti insistono sull’evidenza di questa riproduzione circa fedele da parte di una popolazione primitiva che in questo caso si tratta di quella Jōmon.


GIAPPONE - Kofun Ishibutai



Il kofun Ishibutai (石舞台古墳) è un antico tumulo in pietra situato ad Asuka, nella prefettura di Nara, in Giappone. Risale al VII secolo d.C. È la più grande struttura megalitica conosciuta in Giappone.
Questa tomba monumentale è di forma fondamentalmente rettangolare ed ha una camera mortuaria anch'essa rettangolare le cui misure sono all'incirca 8 metri per 4.
L'altezza della camera - alla quale si accede attraverso un passaggio coperto - è di circa 5 metri.
L'intera struttura è costituita da pietre e rocce (inclusi imponenti monoliti e megaliti) a secco. I massi maggiori, come le strutture portanti dell'ingresso alla camera mortuaria e la copertura, sono di un peso stimato tra le 60 e le 80 tonnellate ciascuna.
Il kofun di Ishibutai è ritenuto essere la tomba di Soga no Umako, "grande ministro" (大臣, Ōomi) della corte imperiale di Yamato, la regione dove si stanziarono i sovrani del paese. Dato che non è un tumulo di un imperatore, i cui scavi sarebbero considerati sacrileghi, il kofun Ishibutai è stato oggetto di un'intensa esplorazione, iniziata nel 1933 dall'archeologo giapponese Kōsaku Hamada. Gli scavi sono continuati fino al 1975.
Il kofun fu proclamato sito storico nel 1935 e nel 1954 è diventato un sito storico speciale (特別史跡?, tokubetsu shiseki), uno dei 75 presenti nel paese


GIAPPONE - Masuda no Iwafune, Asuka

 

Asuka (明日香村?, Asuka-mura) è un villaggio (, mura o anche son) del distretto di Takaichi, nella prefettura di Nara, in Giappone.
Al 29 febbraio 2012, il villaggio aveva una popolazione stimata di 6.035 abitanti e si estende su un'area di 24,08 km².
In questa zona sorgevano i palazzi dei sovrani di Asuka-kyō (飛鳥京), che fu l'antica capitale imperiale a partire dal 485 d.C. fino al 694, durante i periodi della storia giapponese conosciuti come Kofun e Asuka.
Asuka conserva parte delle rovine dei palazzi imperiali ed è una meta turistica. Il villaggio attuale è stato istituito nel 1956 con la fusione dei precedenti villaggi di Sakaai, Takechi ed Asuka (飛鳥村).
Nel 1966, Asuka fu proclamata "città storica", al pari di Kyoto, Nara e Kamakura. La legge relativa a questo status pone restrizioni alla costruzione nuovi edifici al fine di preservare i siti storici. Gli abitanti del luogo hanno dovuto rinunciare a costruire palazzi moderni, ma la legge Asuka del 1980 ha loro garantito sovvenzioni per contribuire a mantenere inalterato il paesaggio. Nel 1994 è terminata la costruzione del parco storico nazionale di Asuka, iniziata nel 1967.
Nel 1972, è stata rinvenuta una parete dipinta a murales nella tomba Takamatsuzuka, risalente al tardo periodo Asuka.
In diverse parti di Asuka sono venute alla luce megaliti di granito scolpite con bassorilievi. Il maggiore è quello denominato Masuda no Iwafune, di 11 metri x 7 ed alto 4,7. Le origini di tali pietre sono misteriose.
Vi sono anche diversi kofun, tipici tumuli antichi giapponesi in pietra, tra i quali il kofun Ishibutai, costruito con giganteschi massi, uno dei quali pesa 75 tonnellate. Si ritiene sia la tomba del potente statista Soga no Umako.


La pietra Sakafuneishi è una pietra grande e piatta con due bacini e una serie di canali scavati nella sua superficie. La maestria artigianale coinvolta nell'intaglio della pietra suggerisce un alto livello di abilità e comprensione della lavorazione della pietra, ma i metodi e gli strumenti utilizzati per la sua costruzione non sono noti in modo definitivo.  

GIAPPONE - Museo nazionale di Tokyo


Il Museo nazionale di Tokyo (東京国立博物館, Tōkyō Kokuritsu Hakubutsukan) è un museo d'arte e archeologia con sede a Tokyo: fondato nel 1872, è il più grande e antico museo del Giappone e si trova all'interno del parco di Ueno. 
Ospita una collezione di oltre 110.000 pezzi tra reperti archeologici ed opere d'arte provenienti dal Giappone e da altri paesi dell'Asia orientale, di cui 87 classificati come tesoro nazionale e 610 come beni culturali importanti.
Il museo fu fondato nel 1872 con una collezione che originariamente faceva parte del museo del dipartimento del ministro dell'educazione esposta nella sala Taisdein; in seguito il museo si spostò prima al Uchiyamashita-choe e poi, nel 1882, al parco di Ueno. Nel 1886 prese il nome di museo Imperiale, mentre nel 1900 lo mutò nuovamente in museo della Casa Imperiale di Tokyo: nel 1923 fu fortemente danneggiato dal grande terremoto del Kantō e subì una lunga chiusura durante la seconda guerra mondiale. Nel 2001 assunse la denominazione attuale.
Il museo si divide in diverse sale come la galleria giapponese, la galleria asiatica, la galleria del tesoro del tempio di Hōryū-ji, oltre ad un centro di ricerca e informazioni, mostre all'aperto, un giardino e ristoranti e negozi. La collezione raccoglie per lo più oggetti d'arte giapponese e asiatica, soprattutto di quei paesi che erano attraversati dalla via della seta: al piano terra sono raccolti reperti in ceramica, ferro ed armi, provenienti dalla Cina, India ed Egitto, mentre al piano superiore continua la collezione di ceramiche e di Haniwa, ma anche dipinti e armi medievali e stampe Ukiyo-e.




giovedì 11 settembre 2025

MESSICO - Museo di antropologia e storia dello Yucatán


Il Museo di antropologia e storia dello Yucatán è il più importante museo della città di Mérida, capitale della regione dello Yucatán in Messico
Oggi il museo è ospitato all'interno delle sale di Palacio Cantón, tra i migliori esempi di architettura neoclassico-manierista oggi conservati nel centro storico della città.
L'edificio, in stile “manierista-neoclassico”, venne eretto tra il 1904 e il 1911 e prende il nome Generale Francisco Canton Rosado, Governatore dello Yucatán tra il 1898 e il 1902 e proprietario di aziende agricole e le ferrovie, che lo fece costruire come residenza personale della sua famiglia. Il generale vi abitò fino alla sua morte, avvenuta nel 1917, dopodiché il palazzo restò abitato dalla sua famiglia fino al 1932 quando, dopo un periodo di crisi economica, venne donato allo stato in cambio della cancellazione di alcuni debiti e tasse che la famiglia doveva versare, passando al governo dello Yucatán, allora guidato da Bartolomé García Correa.
Il palazzo divenne quindi prima sede della Scuola Statale delle Belle Arti, dal 1932 al 1937, dove studiò anche il celebre pittore messicano Fernando Castro Pacheco, poi sede della Scuola Hidalgo dal 1937 al 1949. Successivamente venne ristrutturato e convertito in residenza ufficiale dei governatori e restò tale fino al 1966, quando venne firmato un accordo tra il governo dello Stato e l'Istituto nazionale di antropologia e storia (INAH), per trasformare l'edificio nella sede dell'Istituto dello Yucatán di Antropologia e Storia. L'edificio ospitava una biblioteca, un centro di ricerca, l'Accademia di lingua maya e le collezioni del Museo archeologico e storico di Yucatán, che si trovava nel seminterrato.
L'apertura ufficiale del museo avverrà solo nel 1977, quando il governo dello Stato e l'Istituto nazionale di antropologia e storia conclusero l'accordo per l'installazione delle collezioni e il funzionamento del museo.
L'edificio è in stile neoclassico-manierista, ma mescola anche elementi ispirati all'architettura barocca e agli edifici della Parigi della fine del XIX secolo.
Il progetto architettonico del palazzo è opera dell'italiano Enrico Deserti, che contemporaneamente alla costruzione di Palacio Cantón progettò la costruzione del teatro Peón Contreras, mentre il lavoro è stato supervisionato dal tecnico Manuel G. Canton.
La ricchezza e lo splendore della struttura interna sono caratterizzate dall'utilizzo di marmi di diverse tonalità e dai delicati decori in gesso che caratterizzano le pareti e i soffitti.
Degne di nota sono la scalinata di marmo bianco che porta al secondo piano e le imponenti colonne doriche e ioniche che adornano le varie sale, che oltre a decorare rafforzano la divisione tra i vari spazi interni della struttura.
Il secondo piano è caratterizzato dalla presenza di un grande balcone-terrazzo dal quale si può ammirare dall'alto tutto il Paseo de Motejo, arteria centrale della vita cittadina di Mérida.
Il palazzo oggi si può considerare la costruzione più significativa di Paseo de Montejo, simbolo dell'opulenza e ricchezza economica di Mérida durante il boom dell'industria e delle haciendas di henequén (fibra tessile ottenuta dalle foglie di una pianta dell'Agave fourcroydes), ma anche testimonianza dell'arricchimento economico esploso grazie allo sfruttamento delle popolazioni maya a cavallo del '900.
La fondazione del museo dello Yucatán avvenne nel 1871 grazie al vescovo Crecencio Carrillo y Ancona che creò un'istituzione destinata a raccogliere i tesori archeologici e il patrimonio della cultura pre-ispanica, ma anche per valorizzare la flora, la fauna e i tesori naturali considerati pertinenti.
La prima sede del museo agli inizi del secolo fu la Biblioteca Centrale dell'Università dello Yucatán, sulla 50th Street, di fronte al lato occidentale della Cuartel de Dragones. Successivamente la collezione venne portata all'interno dell'edificio dell'Ateneo Peninsular ed infine alcuni anni più tardi andò ad occupare una sala adiacente alla chiesa di San Giovanni di Dio, dove rimase fino al 1958.
Nel decennio successivo, il museo archeologico dello Yucatán venne collocato nel seminterrato di Palacio Cantón e vi restò fino al 1977, quando si decise di portare le collezioni al piano terra e di adibire il palazzo a sede del museo e di mostre temporanee.
La collezione archeologica del museo è suddivisa in sette sale che danno una visione generale della vita delle popolazioni maya.
Le sale sono tematiche e si suddividono in ambiente e preistoria, l'evoluzione sociale, le città e gli stati, la visione del mondo, relazioni inter-regionali, lavoro e produzione, architettura e ingegneria civile.
La collezione raccoglie più di 500 pezzi originali provenienti da tutta la penisola dello Yucatán, tra cui sculture in pietra, compreso un importante Chac Mool, enormi monoliti istoriati, urne funerarie, oggetti rituali, vasellame, vetri, gioielli in giada e ossidiana, statuette rituali, tavole con disegni, mappe, fotografie, conchiglie e anche reperti umani.

MESSICO - Museo nazionale di antropologia di Città del Messico

 

Il Museo nazionale di antropologia è il museo più importante del Messico. È situato nel bosco di Chapultepec all'interno di Città del Messico.
Il museo vanta di 44000 m² coperti, distribuiti in più di 20 sale, e 35700 m² di aree esterne, incluso il cortile centrale, la piazza d'accesso e alcune parti unite intorno al museo. In tutti questi spazi si trova la maggiore collezione del mondo di arte precolombiana delle culture Maya, Azteca, Olmeca, teotihuacana, Tolteca, Zapoteca e Mixteca, tra gli altri popoli che occupavano il vastissimo territorio del Messico al piano superiore si può ammirare una vasta esposizione di reperti dei popoli indigeni del giorno d'oggi.
Come elemento di identificazione del museo all'entrata è posto sopra una fontana un monolite di origine teotihuacano (nella foto in alto), che la tradizione popolare identifica con una rappresentazione di Tlaloc, dio dell'acqua, in ogni caso la statua non reca nessuna iscrizione che ne confermi l'identificazione. Il monolite e il museo si trovano sul Paseo de la Reforma.
Alla fine del XVIII secolo i documenti che formavano la collezione di Lorenzo Boturini furono depositati per ordine del viceré Bucareli nella Reale e pontificia università del Messico.
Li trovarono collocazione anche alcune sculture tra cui anche il calendario azteco. Da qui ebbe inizio la tradizione museale messicana.
Il 25 agosto 1790 fu inaugurato il primo museo di Storia naturale, curato dal botanico Jose Longinos Martinez e fu in questo ambiente che crebbe l'idea di costruire una racconta di antichità con la finalità di proteggere i monumenti storici.
A partire dal XIX secolo il Messico venne visitato da illustri uomini di scienza che diffusero il valore artistico e storico dei monumenti precolombiani, riuscendo così nel 1825 attraverso il decreto del presidente della repubblica Guadalupe Victoria a fondare il Museo nazionale messicano.
Nel 1865 l'imperatore Massimiliano d'Asburgo ordinò di far traslocare il museo nell'edificio di via della moneta n°13 dove in precedenza era ubicata la zecca.
Il Museo ricevette nel 1910 il nome di Museo nazionale di archeologia, storia ed etnografia. Nel 1924 il museo contava 52 000 oggetti e aveva ricevuto più di 250 000 visitatori, venne allora considerato uno dei musei più interessanti del mondo.
Il 13 dicembre 1940 attraverso un decreto presidenziale le collezioni del museo di storia furono spostate al castello di Chapultepec, e il museo cambiò il suo nome nell'attuale Museo nazionale di antropologia.
La costruzione dell'attuale museo iniziò nel febbraio del 1963. Il progetto fu coordinato dall'architetto Pedro Ramirez Vazquez assistito dagli architetti Ragael Mijares e Jorge Campuzano. La costruzione del progetto durò 19 Mesi e il 17 settembre 1964 fu inaugurato dal presidente Adolfo López Mateos.
Gli obiettivi del museo sono: diffusione della cultura precolombiana e dei popoli indigeni attuali tra la popolazione nazionale e internazionale, attraverso l'esposizione dei pezzi e dei reperti archeologici ed etnografici; diffusione in forma accessibile di tutto ciò che è relativo all'antropologia in Messico, attraverso esibizioni conferenze e visite guidate; conservazione, catalogazione e restauro delle collezioni archeologiche ed etnografiche che si trovano nel paese; arricchimento culturale del Messico attraverso la ricerca la pubblicazione e la diffusione di differenti studi.


nelle foto, dall'alto in basso:
Statua della dea azteca Coatlicue
Testa olmeca
Maschera zapoteco del Dio pipistrello
Maschera da Pakal  


MESSICO - Tlatilco

 
Tlatilco
 fu un grande villaggio pre-colombiano situato nella valle del Messico, situato vicino alla città moderna che ne porta il nome, nel distretto federale messicano. Fu uno dei primi centri importanti che si creò nella valle, fiorendo sulla costa occidentale del lago Texcoco nel Periodo Preclassico medio, tra il 1500 a.C. e il 500 a.C. Il nome del sito è stato esteso alla civiltà originatasi nella zona, la cultura di Tlatilco, che si estendeva anche al sito di Tlapacoya, sulla costa orientale del lago Chalco. Si pensa che Tlatilco fosse stato influenzato dalla cultura olmeca.
Tlatilco è noto per la presenza di manufatti in ceramica di alta qualità, rappresentanti temi iconografici olmechi. Molto altro materiale in ceramica sembra essere costruito secondo stili
tradizionali della zona. Molte delle figurine del sito mostrano deformità o altre anomalie, tra cui una maschera "duale" e alcune figure femminili con due teste.
A Tlatilco vi sono grandi tumuli, più di 500. I tumuli erano stati costruiti sotto le case, anche se non è rimasta traccia di esse. Molti tumuli, principalmente quelli appartenenti a persone di rango elevato, mostrano prove della pratica della mutilazione dentale e della deformazione del cranio tramite l'uso di culle da spalla.
L'agricoltura di Tlatilco si basava principalmente sulla produzione di mais, ma includeva anche fagioli, amaranto e cucurbitacee. Alla dieta venivano affiancati uccelli, conigli, cervi e antilopi.
Il nome "Tlatilco" proviene dalla lingua nahuatl, che stava a indicare "il luogo delle cose nascoste". Il nome venne dato da un gruppo di persone Nahua, in quanto la cultura di Tlatilco si era estinta.

MESSICO - Tlapacoya

 


Tlapacoya è un sito archeologico situato in Messico ai piedi del vulcano Tlapacoya, a sud-est di Città del Messico, sulla riviera del lago Chalco. Tlapacoya fu una città importante della cultura di Tlatilco. Il sito venne scoperto durante la costruzione di una strada di collegamento tra Città del Messico e Puebla negli anni 60 e 70. 
Nel 1955, Beatriz Barba, nota come "la prima donna messicana a ottenere il titolo di archeologa", ha completato il suo master con uno studio approfondito sul sito noto come Tlapacoya. La sua tesi, intitolata "Tlapacoya: un sitio preclásico de transición" (Tlapacoya: un sito di transizione preclassico), ha analizzato lo sviluppo sociale e le pratiche religiose della cultura Tlatilco. Questa valutazione del sito di Barba è stata tra le prime a esaminare la vita socio-economica e politica degli abitanti di Tlapacoya nel contesto storico della regione, comprese le loro relazioni commerciali e l'influenza di altri gruppi sulla crescita del popolo di Tlatilco.
Tlapacoya è conosciuto per le sue figure in ceramica, create tra il 1500 a.C. e il 300 a.C. e che rappresentano un importante manufatto del Periodo Preclassico.
Tlapacoya fu anche un centro di costruzione per le "Anfore Drago". Queste anfore possiedono tratti e disegni in stile olmeco con facce di uomini giaguaro.
Oltre alle figure in ceramica e ad altri manufatti datati intorno al 1500 - 300 a.C., sono stati trovati dei resti umani e animali, alcuni dei quali potrebbero risalire a 25000 anni fa. Qualora venissero verificati, questi metterebbero in dubbio le teorie prevalenti che riguardano la creazione dei primi insediamenti del Nuovo Mondo.
Silvia González e altri hanno scritto che "uno dei teschi ritrovati a Tlapacoya è il primo direttamente datato in Messico che abbia un'età pari a 9730 ± 65 anni PdP". Se confermato, questo sarebbero i resti umani più antichi mai ritrovati nelle Americhe, dopo la donna di Buhl trovata in Idaho.
La prova di queste date è data dalle ossa di orso nero e di due specie di cervi apparse in tumuli associati con dei cuori vecchi di 22000 anni, e con una lama di ossidiana sotto un tronco d'albero seppellito. Le ossa erano vecchie di 24000 anni ± 4000 e 21700 anni ± 500.) Il tronco è stato datato tra 21250 e 25000 anni. Queste date, che precedono la cultura Clovis, sono state disputate da diversi altri archeologi.


MESSICO - Statua di Coatlicue


La statua di Coatlicue è una statua alta 2,7 metri fabbricata in andesite, e raffigurante la dea azteca dea Coatlicue ("donna-serpente"). Attualmente si trova esposta presso il Museo nazionale di antropologia di Città del Messico.
Sulla parte inferiore della statua, non normalmente visibile, si trova un'incisione di Tlaltecuhtli ("signore della terra").
La statua venne scoperta nella piazza principale di Città del Messico il 13 agosto 1790. Poco lontano, il 17 dicembre fu rinvenuto anche la Piedra del Sol (noto solitamente come "calendario di pietra azteco").
Il primo studioso ad esaminare la statua fu Antonio de León y Gama, che sbagliò ritenendola una raffigurazione di "Teoyamiqui" (ovvero Teoyaomiqui). Creoli ed europei ritenevano orribile la statua, un mostro deformato. D'altra parte gli indiani messicani iniziarono ad adorarla, facendo pellegrinaggi con candele ed ornandola con fiori. Per evitarlo, la statua fu sepolta nel patio dell'Università del Messico, dove sarebbe rimasta nascosta.
La statua fu disseppellita nel 1803, in modo che Alexander von Humboldt potesse disegnarla al fine di forgiarne una copia, dopodiché sarebbe stata sepolta di nuovo. Fu riportata alla luce per la seconda volta nel 1823, quando anche William Bullock volle copiarla, ed esporre la sua opera nella Sala Egizia di Piccadilly, Londra, nel corso della mostra che organizzò intitolandola Ancient Mexico.
Un'altra statua, chiamata Yolotlicue ("gonna-cuore"), fu scoperta nel 1933. Nonostante fosse seriamente danneggiata, era identica a quella di Coatlicue tranne che per il fatto di avere una gonna fatta di cuori invece che di serpenti. Esistono anche due frammenti di una statua simile, il che fa ipotizzare che queste opere facessero parte di un gruppo più nutrito.




mercoledì 10 settembre 2025

MESSICO - Piedra del Sol

 


La Piedra del Sol ("Pietra del sole"), è un monolite azteco conservato al Museo nazionale di antropologia di Città del Messico. Detta anche "pietra di Tenochtitlan", ha forma circolare, misura circa 3,60 metri di diametro e pesa 25 tonnellate. Fu ritrovata il 17 dicembre 1790 presso il lato sud nella piazza principale di Città del Messico (Zocalo), vicino al Palazzo Nazionale. Precedentemente, il 13 luglio dello stesso anno, era stata portato alla luce un altro monolito, la Coatlicue Maxima, dedicata alla divinità della Terra. Il 27 giugno 1964 la Piedra del Sol è stata trasferita definitivamente nella Sala Mexica del Museo Nazionale di antropologia.
Scolpito in un blocco di basalto olivino, il monolito secondo la cronaca scritta da Hernando Alvarado Tezozomoc, proviene dalla Sierra di Cuyuacan ed è stato trasportato da migliaia di indios a turno con l'utilizzo di grosse funi, carrelli e chiatte per farlo scivolare sia sul terreno che sull'acqua. Gli Aztechi infatti non conoscevano l'uso della ruota. La Piedra del Sol fu scolpita utilizzando esclusivamente attrezzi di selce molto affilati da un artista chiamato Técpatl durante il regno di Axayacatl (1469-1481).
In origine era probabilmente dipinta, con colori fortemente simbolici tratti da elementi naturali, soprattutto il giallo ocra ed il rosso, simbolo del sangue. Alcune parti però rimasero grezze per consentire alle componenti cristalline della pietra stessa di brillare sotto i raggi del sole, in sintonia con il volto centrale del dio.
È opinione comune tra gli storici che si trattasse di un calendario, ma non è certo il luogo esatto in cui fu collocata. È molto probabile, vista la sua funzione, che si trovasse nella Plaza Mayor di Tenochtitlán, posta sul tempio doppio, il principale, dedicato a due divinità: Tlaloc, dio della pioggia e Huitzilopochtli, dio della guerra e personificazione del Sole. Gli studiosi hanno anche discusso se la sua posizione fosse orizzontale o verticale e propendono per la prima ipotesi. Da essa venivano fatti dipendere il destino dei singoli e della comunità, i sacrifici umani e le fasi della vita quotidiana.

La Piedra del Sol è costituita da una serie di cerchi concentrici che rappresentano vari elementi della cosmologia e della teologia azteca.
Al centro è scolpita la testa di una divinità che gli studiosi ritengono essere il Quinto Sole, Tonatiuh: circondata da una doppia linea, la figura presenta capelli ben pettinati e la bocca aperta per mettere in evidenza il coltello sacrificale di ossidiana, usato per i sacrifici. Il collo e le orecchie sono ornati rispettivamente da una collana di perle di giada, 3 rotonde e 4 oblunghe, e da orecchini di giada. È il simbolo della vitalità del movimento immobile.
Il primo cerchio (Ollin o movimento)
Vi sono rappresentati i 4 soli generatori del mondo, periodi in cui il genere umano si estinse tragicamente. Leggendo da destra a sinistra abbiamo nella parte superiore il giaguaro (nahui ocelot) o Primo Sole, il vento (nahui ehecatl) o Secondo Sole; nella parte inferiore la pioggia di fuoco (nahui quiàhuitl) o Terzo Sole e l'acqua (nahui atl) o Quarto Sole. Il Quinto Sole è la figura centrale di Tonatiuh. Ai lati di queste figure si vedono artigli d'aquila che trattengono un cuore. Appaiono qui i bracci della croce nota come quincunce.
I 20 giorni
Il calendario e le relative conoscenze furono trasmesse agli uomini dal dio Quetzalcoatl, il dio serpente piumato, insieme all'agricoltura, alla tecnica, alle scienze. Sono due i sistemi calendarici che scandiscono il tempo presso gli Aztechi: il calendario divinatorio o tonalpohualli e il calendario solare, civile ed agricolo o xiuhpohualli. Secondo quest'ultimo un anno aveva 18 mesi di 20 giorni ciascuno, più 5 giorni chiamati memotemi, vale a dire giorni del nulla. Il totale dei giorni era 365 (366 nell'anno bisestile). La perfetta coincidenza tra i due calendari si verificava ogni 52 anni. Ogni giorno corrispondeva ad una divinità: partendo dall'alto e leggendoli in senso antiorario abbiamo: coccodrillo (cipactli), vento (ehécatl), casa (calli), lucertola (cuetzpallin), serpente (còatl), morte (miquiztli), cervo (màzatl), coniglio (tochtli), acqua (atl), cane (itzcuintli), scimmia (ozomatli), erba divina (malinalli), canna (àcatl), giaguaro (océlotl), aquila (cuauhtl), avvoltoio (cozcacuauhtli), movimento (ollin), coltello di selce (técpatl), pioggia (quiahuitl), fiore (xochitl).
Terzo e quarto cerchio
Compaiono qui 4 grandi raggi solari a forma di angolo sovrapposti ad una fascia in cui sono presenti molti elementi che simbolizzano l'universo, il calore del sole, gocce di sangue, piume di aquila e spine, che a volte venivano usate nei sacrifici per procurarsi lesioni ed offrire così il proprio sangue.
Quinto cerchio ( i due Xiuhcoatl o Serpenti di Fuoco)
Due enormi serpenti circondano e delimitano il disco solare; dalle loro fauci aperte emergono i volti di due divinità con aspetto umano, che corrispondono alle armi di Huitzilopochtli, dio del Sole e della Guerra: a destra Xiuhtecutili, dio del fuoco, e Tonatiuh, dio del Sole a sinistra, rispettivamente cielo notturno e cielo diurno. Le loro spire sono costituite da elementi simili a fiamme inserite in riquadri. L'alto, nel punto in cui le spire si incontrano, è inserita una data: matlactli omey acatl, tredici canna, che è quella in cui si terminò questa grande opera scultorea e che corrisponde all'anno 1479 del calendario gregoriano; il 13 canna è anche la data di nascita del quinto Sole, sotto il regno di Axayacatl. Il bordo esterno è decorato con una miriade di punti, che rappresentano le stelle.
Funzione e significato della Piedra del Sol
È un monumento dal significato molto complesso e fortemente simbolico che ruota attorno alla figura del Sole, come centro del monolito e centro dell'Universo, mediatore tra gli uomini e il cielo. Da qui si diparte l'energia che si diffonde sulla Terra e che viene messa in relazione con tutti gli altri pianeti, soprattutto Venere. La Piedra del Sol è quindi:
  1. un calendario solare che definisce i ritmi stagionali e la vita quotidiana;
  2. un compendio della cosmologia e cosmogonia del popolo azteco;
  3. la somma di complicate osservazioni astronomiche;
  4. la sintesi delle credenze, delle conoscenze più profonde e degli usi del popolo azteco, una perfetta unione di arte, religione e scienza;
  5. una pietra sacrificale: i sacrifici umani non erano una semplice offerta, ma il sistema per nutrire il Sole, che solo mediante il sangue umano poteva rinascere ogni giorno;
  6. la manifestazione di una vera e propria filosofia degli opposti: vita e morte, giorno e notte, interno ed esterno, movimento e stasi, dinamismo e conservazione;
  7. infine una vera e propria esaltazione della guerra come elemento creatore ed innovatore; non si deve intendere solo la guerra tra uomini, ma anche i conflitti delle divinità che sono sempre sul punto di rompere l'equilibrio dell'ordine universale. A questo si può rimediare attribuendo a ogni divinità il proprio posto e la propria funzione e collocandola appunto nel calendario.
Le conoscenze legate ai calendari, ai misteri del cielo e la capacità di interpretare il destino degli uomini e dell'intero universo erano riservate ai sacerdoti e trasmesse attraverso l'insegnamento della scuola sacra o calmecac, che poteva essere frequentata solo dai membri di alcuni clan che, soli, potevano fornire i capi e i grandi sacerdoti.

MESSICO - Jaina

 
Jaina è un sito archeologico pre-colombiano della civiltà Maya situato nello stato messicano del Campeche. Jaina è una piccola isola calcarea presso la costa della penisola dello Yucatán nel golfo del Messico, dove si trova un luogo funerario Maya, noto per il gran numero di figurine in ceramica ritrovatevi.
Sia l'isola Jaina che l'isola Piedras (Isla Piedras) furono siti di piccole città e villaggi. Jaina venne abitata a partire da circa il 300 d.C., e continuò a fiorire fino all'abbandono avvenuto intorno al 1200. Le rovine odierne sono un paio di piazze e un campo di gioco.
Vi sono 20.000 tombe, e oltre 1000 sono state riportate alla luce. In ogni tomba i resti umani sono accostati da oggetti in vetro, pietra e vasellame, oltre a figurine in ceramica che giacciono sul petto del morto o nelle sue mani.
Il nome della necropoli probabilmente deriva dalla frase maya yucateca hail na, che significa "casa acquosa".
La sua posizione occidentale rispetto alla penisola potrebbe essere correlata, come significato, al sole che tramonta, e quindi alla morte. La maggior parte delle persone sepolte probabilmente veniva dalle regioni di Edzná, Chenes, e Puuc.
Le figurine più antiche nella zona sono dettagliate e "in genere considerate come l'arte in figura migliori nelle Americhe antiche". Sia figure solide che cave sono state ritrovate, e queste ultime sono le più diffuse e possiedono un apparato interno che funziona come un fischietto, oppure hanno delle palline di argilla che producono il suono di un sonaglio. Non si conosce lo scopo dei fischietti e dei sonagli. Fatte in argilla e originalmente colorate in sfumature di ocra e blu, le figurine sono alte da 25 a 65 cm, raramente di più.
Tutte le figurine di Jaina sembrano essere state prodotte per accompagnare i morti nella tomba. A causa dello spazio ridotto poche di queste figurine sono state prodotte sull'isola, e la maggior parte potrebbe provenire da Jonuta. Le figurine danno una idea sugli usi e i costumi della gente nobile Maya del periodo tardo classico.
I dettagli mostrati nelle figurine della fasi precedenti hanno spinto un ricercatore a dichiarare che esse "rappresentano dei saggi di raffigurazione", mentre un altro aggiunge che le figure "descrivono l'età, lo status sociale e l'espressione in modo fedele". Fino ad ora non è stato possibile determinare chi siano i soggetti rappresentati.
Per esempio non è possibile associare le figure con il posto di sepoltura in cui giacciono. Il sesso rappresentato nelle figure sembra corrispondere solo casualmente al sesso del defunto—figurine femminili accompagnano morti maschili e viceversa. Certe figure sembrano rappresentare delle divinità, oppure miti e leggende.
In un articolo pubblicato nel 1975, Christopher Corson ha ipotizzato tre fasi basandosi sul metodo di produzione delle figurine:
Fase I 600 - 800 d.C.
Fase II 800 - 1000 d.C.
Fase di Campeche 1000 - 1200 d.C.
Anche se le date proposte variano a seconda del ricercatore che le propone, queste divisioni sono utili ad analizzare i cambiamenti nei metodi di produzione dei manufatti e dei cambiamenti culturali associati.
Quasi tutte le figure della prima fase sono modellate a mano, con del pigmento applicato dopo l'indurimento dell'argilla, e mostrano la maggior complessità in forgiatura. La seconda fase è caratterizzata dalla creazione delle figurine tramite stampi. Le figurine stampate venivano in seguito incise e decorate con strisce di argilla. Con l'uso di questa tecnica vennero create molte più figurine, che però non mostravano l'innovazione, la creatività e la complessità delle figure della prima fase.
La fase di Campeche venne segnata dalla quasi completa adozione della forgiatura delle figure, spesso sbiancate, che rappresentano una donna in piedi con braccia alzate. Il soggetto, considerato essere le dee Xochiquetzal o Ix Chel, è prevalente nella fase e le figure che le rappresentano sono in quantità molto maggiore rispetto a tutte le altre assieme, suggerendo che il costume delle sepolture era giunto assieme a nuove ideologie, probabilmente importate nella zona.


MESSICO - Grotte di Balankanche

All'incirca 4 km a ovest della zona archeologica di Chichén Itzá si trova una rete di grotte, sacre per i Maya, conosciuta come Balankanche. Nelle grotte si trova una grande quantità di antiche ceramiche e statuette, che possono essere viste nella stessa posizione in cui furono lasciate nei tempi precolombiani.
La posizione della grotta era ben conosciuta nei tempi moderni, Edward Herbert Thompson e Alfred Tozzer la visitarono nel 1905, A.S. Pearse e il suo team di biologi esaminarono la grotta nel 1932 e ancora nel 1936. Nel 1954 Edwin Shook e R.E. Smith esplorarono il sito su incarico della Carnegie Institution, portando alla luce numerosi reperti di ceramica e altri manufatti. Shook determinò che la grotta era stata disabitata per un lungo periodo di tempo, almeno dal periodo preclassico fino all'epoca post conquista spagnola. Il 15 settembre 1959 una guida locale, José Humberto Gómez, scoprì nella grotta una falsa parete, al di là della quale trovò un'estesa rete di altre grotte con notevoli quantitativi di reperti archeologici, ceramiche, incensieri intagliati nella pietra, utensili e gioielleria. L'INAH trasformò la grotta in un museo sotterraneo e gli oggetti trovati, dopo essere stati catalogati, sono stati rimessi nella loro posizione originale, permettendo così ai visitatori di vederli in situ.

MESSICO - Osso sacro di Tequixquiac

 


L'Osso sacro di Tequixquiac, è una scultura ossea del periodo preistorico. Il pezzo è stato trovato a Tequixquiac, durante lo scavo del tunnel di drenaggio profondo di Città del Messico. Tequixquiac è un comune in cui maggiori scoperte sono state fatte in termini di materiale fossile è interessato, anche se nel corso del tempo il terreno e la vegetazione sono sepolti resti di uomini e animali e, successivamente, sono stati trovati per caso, come è il caso il "Sacro di Tequixquiac" ritrovato il 4 febbraio 1870, a dodici metri di profondità, durante la costruzione del sistema fognario della città di Messico, questo fossile è considerato come un esempio di arte e ha suggerito che gli fu dato il valore scientifico per la preistoria delle Americhe.
Uno dei ritrovamenti più salienti dell'arte primitiva in America è stato trovato in questo comune, prese il nome di Sacro di Tequixquiac,, che è inutile e riflettere solo senso ideologico dell'artista che ha scolpito il pezzo di osso un Camelidae 22.000 anni a.C.. Probabilmente rappresenta il volto di un maiale o un coyote, intagliato nell'osso sacro di un animale preistorico che è attualmente estinto in questa regione.

CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...