Preistoria e protostoria
La sezione ospita la ricostruzione di vari ambienti e raccoglie materiali calabresi risalenti alla preistoria e alla protostoria del territorio, che sono il risultato di scavi stratificati presentati in ordine cronologico attraverso la documentazione offerta dai vari siti, ed esposti nella lunga sala dedicata.
Gli oggetti più antichi, del paleolitico inferiore, risalgono a 600.000 anni fa, e sono "choppers" (ciottoli scheggiati), trovati presso Casella di Maida, al centro della Calabria.
All'ingresso della sala si trovano due grandi diorami con la rappresentazione di scene di vita delle popolazioni del paleolitico medio e superiore. Di seguito si trova la riproduzione dell'incisione raffigurante un Bos taurus primigenius, una incisione paleolitica risalente a circa a 12.000 anni dal presente, scoperta nel 1961 su di un masso - insieme ad altre due figure più piccole e insieme a molti segni lineari - presso il Riparo del Romito nel comune di Papasidero, lungo la valle del fiume Lao che è al confine con la Basilicata.
Accanto all'incisione è stata ricostruita una tomba in cui si vedono gli scheletri di due individui che furono inumati contemporaneamente, affiancati e parzialmente sovrapposti, in una posizione inconsueta. Infatti l'individuo di sesso femminile sottostante, passa il braccio sinistro intorno al collo, come in un gesto d'affetto, al giovane uomo parzialmente soprastante, deforme per rachitismo.
Un altro diorama allestito per raffigurare scene di vita del Neolitico (8.000-5.000 anni fa), seguito da alcune vetrine con oggetti in terracotta, bronzo e ferro quali: vasi, brocche, coppe, asce, spade e fibule, che vanno dal Neolitico alle età successive, provenienti da varie località calabresi quali: Praia a Mare, Torre Galli, Santa Domenica di Ricadi, Roccella Ionica, Amendolara, Cassano all'Ionio.
Colonie della Magna Grecia
Fiore all'occhiello del Museo Nazionale di Reggio è la vastissima collezione che riguarda le colonie della Magna Grecia, ripartita su due piani dell'edificio per la grande quantità di reperti. Altre sezioni della collezione magnogreca, quali: Sibari, Crotone, Scalea, Tortora e Amantea, sono in allestimento.
Lokroi Epizephyrioi (Locri Epizefiri)
La ricca collezione del museo sulla Magna Grecia inizia al pianterreno con la sezione di Locri Epizefiri. Il materiale proviene dagli scavi effettuati nell'area della città antica dove, fortunatamente, non si è sovrapposto un abitato moderno. Ciò ha permesso di facilitare le ricerche archeologiche che hanno portato alla luce uno dei centri della Magna Grecia più conosciuti e studiati.
Nelle prime due sale sono esposti oggetti provenienti dalle tombe della necropoli arcaica e greca di contrada Lucifero, utilizzata dal VII al VI secolo a.C., che diede la possibilità d'indagare circa 1.700 tombe negli anni dal 1910 al 1915. Fra i vari reperti si trovano: piccoli altari in terracotta per uso domestico, specchi in bronzo, oggetti usati per l'ornamento femminile o legati alla cosmesi (unguentari e balsamari), un cocchio in bronzo in miniatura, forse un giocattolo, poiché rinvenuto nella tomba di un giovane.
Templi di contrada Mannella e di casa Marafioti
Proseguendo, si trova esposto il materiale rinvenuto tra il 1908 ed il 1912 nella collina della Mannella, dove fu individuato il Persefoneion (Santuario di Persefone), probabilmente di tutta la Magna Grecia il più celebre dedicato alla dea. Si tratta per lo più di oggetti del VI e V secolo a.C., fra cui i celebri pinakes, la testa femminile con capelli dorati (V secolo a.C.), i vasi a forma di menade danzante e di lepre (IV secolo a.C.), la bellissima maniglia in bronzo con testa in cavallo e ariete, e la maschera in terracotta (VI secolo a.C.), la testa femminile con diadema in terracotta (III secolo a.C.).
Più avanti vi sono le lastre in terracotta dipinta della decorazione del lato frontale del tempio detto di casa Marafioti, con le decorazioni e gli scarichi delle grondaie a forma di testa di leone e fiori di loto. Molto d'effetto in questa sala è il gruppo in terracotta, trovato nel 1910, che anticamente stava ai lati o nel frontone del tempio dove fu trovato, perché i vari pezzi erano sparsi di fronte ad uno dei lati corti del basamento.
Nel gruppo (450-430 a.C.), è raffigurato un giovane cavaliere nudo, su un cavallo rampante, che ha sotto di sé una sfinge accosciata la quale, con le mani, gli sostiene i piedi. Per la presenza della sfinge, che richiama altre composizioni simili, si ritiene che il cavaliere rappresenti uno dei Dioscuri. Questa è un'opera che aggiunge, al proprio valore artistico, l'importanza di essere una testimonianza di come la committenza in Magna Grecia, nel periodo più antico, accettasse che gli artisti utilizzassero l'argilla, anche per manufatti di grandi dimensioni, in alternativa al marmo (non reperibile nella zona) e al bronzo, molto costoso.
Collezione di pinakes
Per i pinakes è stato mantenuto l'uso della lingua greca per denominarli (pinax = "quadretto"). Sono infatti dei quadretti in terracotta prodotti soprattutto a Locri e a Reggio dal 490 a.C. al 450 a.C., con raffigurazioni in bassorilievo che per devozione venivano offerti a Persefone, la dea rapita dal dio dell'oltretomba Hades, il quale la portò negli inferi per sposarla ancora fanciulla.
Nella grande sala, i pinakes sono esposti secondo gruppi aventi lo stesso soggetto rappresentato, condizione che permette di confrontare le molte varianti, per ciascun soggetto, ideate dai diversi produttori.
Si può notare anche come tutti i quadretti siano stati ricomposti utilizzando vari pezzi trovati dello stesso Pinax e che assolutamente nessuno di questi è intero. Ciò è dovuto al fatto che tutte le offerte divenute numerose ed ingombranti, dopo essere state ridotte in pezzi venivano accantonate in fosse di deposito nelle adiacenze del santuario dagli addetti al culto, che attuavano un rito tradizionale consacrandole alla divinità e impedendone il riutilizzo, altrimenti sacrilego.
Archivio del Tempio di Zeus
La sala dell'archivio del tempio di Zeus, con reperti del IV-III secolo a.C., è costituito da 39 tavolette in bronzo iscritte. Venne ritrovato nel 1959 all'interno di una teca di pietra, in cui sono registrati i prestiti che la città ebbe dal tempio stesso. È spesso indicata la provenienza del denaro, come ad esempio le rendite agricole, e lo scopo del prestito, ovvero la realizzazione di opere pubbliche.
Tempio Ionico e gruppo dei Dioscuri
Una sala è dedicata al materiale proveniente dalla contrada Marasà (zona all'interno delle antiche mura) dove, negli anni 1889-1890, fu portato alla luce il basamento di un tempio in stile ionico (480-470 a.C.), che risultò poi sovrapposto a due altri templi più antichi, costruiti in stile dorico. Durante lo scavo furono trovate le sculture del gruppo dei Dioscuri (420-380 a.C.), uno dei reperti di maggiori dimensioni del Museo. Le sculture sono infatti collocate nella stessa posizione in cui si ritiene si trovassero sistemate sul frontone del tempio.
Realizzate in marmo pario, le statue rappresentano due giovani mentre scendono da cavallo con l'aiuto di Tritoni. La terza statua posta al centro, potrebbe rappresentare - seguendo l'ipotesi che la collega ai Dioscuri - una Vittoria o una Ninfa marina. Quest'ultima infatti rappresenta un corpo femminile (oggi senza mani, piedi e testa) che proviene dallo stesso sito del tempio ionico.
Il gruppo dunque dovrebbe rappresentare, nel frontone del tempio, le due divinità che intervennero a favore dell'esercito costituito da Locresi e Reggini nella battaglia della Sagra (VI secolo a.C.), miracolosamente vinta contro i Crotoniati nonostante l'inferiorità militare. La grande venerazione per i due gemelli figli di Zeus, che furono visti "combattere nel campo di battaglia, con vesti scarlatte, su cavalli bianchi", deriverebbe infatti proprio da questo episodio e il gruppo scultoreo potrebbe esserne un chiaro riferimento.
Le due statue dei gemelli Castore e Polluce, trovate in pezzi, ricomposte e, come si usava nei tempi passati, integrate con altro materiale nelle parti mancanti (soprattutto la statua destra), sono raffigurate nell'atto di balzare a terra dai propri cavalli, per accorrere in aiuto dei soldati. Assecondando la leggenda che voleva, in questo caso, i Dioscuri venuti dal mare, i cavalli hanno le zampe anteriori sostenute dalle mani alzate da due Tritoni, le divinità marine immaginarie che avevano il busto umano proseguente a coda di pesce.
Sulla piattaforma nella quale sono esposti i divini gemelli, c'è un pezzo marmoreo appartenente alla testa del cavallo del Dioscuro a destra. Il pezzo è stato esposto così isolatamente perché fu trovato dopo che era già stata integrata, in gesso, questa parte mancante del gruppo. Invece, la testa del Dioscuro di destra, trovata nel 1956 durante ulteriori scavi a Locri Epizefiri, da tempo ha sostituito la sua imitazione in gesso.
I Dioscuri furono inizialmente trasportati a Napoli ed esposti nel locale Museo Archeologico. Nel 1964 vennero assegnati al Museo di Reggio, per essere riuniti agli altri reperti provenienti da Locri Epizefiri.
Nelle due sale successive, sono esposti oggetti in terracotta provenienti dal Santuario delle Ninfe di Grotta Caruso. Si tratta di eleganti figure femminili, modellini di grotte e di fontane collegate al culto delle Ninfe.
Rhegion (Reggio)
La sezione delle colonie della Magna Grecia prosegue al primo piano, dove inizia con la collezione di Rhegion (Reggio).
Quasi tutto il materiale esposto nelle sale dedicate alla città dello Stretto proviene da scavi occasionali effettuati sotto la città attuale, anche da quelli eseguiti per la costruzione del Museo stesso e dei palazzi circostanti. Molti dei reperti archeologici provengono infatti da necropoli della città antica d'epoca greca, la cui ricostruzione topografica è oggi molto difficile con i pochi dati a disposizione, perché la moderna città, essendo esistita nei secoli senza interruzioni, ha sepolto le tracce del suo passato sotto la città moderna, ed è stata più volte ricostruita dopo i terremoti (di cui si ricordano quello del 374 e quelli disastrosi del 1783 e del 1908).
Area Griso-Laboccetta
L'esposizione inizia dai reperti provenienti dalla più importante area sacra della Reggio greca, individuata al centro dell'odierna città. Si trovano statuette femminili, frammenti di vasi a figure nere, vasi a figure rosse e un grande frammento di una lastra in terracotta policroma, denominata Lastra Griso-Laboccetta, risalente al 525 a.C.-500 a.C. Raffigura in rilievo due figure femminili in atto di danzare in movimento verso destra, le figure sono modellate senza uso di matrice, i panneggi conservano raffinate decorazioni dipinte che riproducono i ricami sulle stoffe.
Altri scavi in città.
Nella vetrina accanto un interessante frammento d'anfora con guerrieri e cavalli e poi statuette, frammenti di coppe, crateri, ciotole, pissidi dipinte e una bellissima coppa a figure rosse (VI secolo a.C.) e frammenti di pinakes. Dinnanzi all'ingresso della sala impressiona per le dimensioni e per l'ottimo stato di conservazione, oltre che per la perfetta lavorazione, un cratere verniciato in nero, rinvenuto nel quartiere di San Gregorio, in una tomba ad incinerazione del VI secolo a.C. insieme ad un fine anello d'oro in forma ovale con l'incisione di una figura femminile e un manico a forma di uomo nudo.
Le architetture della Reggio greca sono poco note, di esse sono però giunte fino a noi delle terrecotte architettoniche con le quali erano ricoperti e decorati gli edifici. Si possono vedere pezzi delle grondaie, le cosiddette "sime" laterali (ultima fila di tegole del tetto) e coppi, spesso decorati. Accanto sono alcune antefisse (copertura all'estremità degli ultimi coppi del tetto) e due notevoli teste di drago.
Nelle vetrine vicine sono presenti frammenti provenienti dagli scavi effettuati nei pressi delle mura del Lungomare Falcomatà; e frammenti provenienti dall'abitato: un piattello a figure rosse, varie sfere in terracotta, forse biglie da gioco con iscrizione di nomi, due frammenti di modellini di navi e poi vari frammenti in ceramica ritrovati presso la collina degli Angeli, nella zona più alta del centro storico, dove oggi sorge il Santuario di Sant'Antonio, e poi una bella coppa rossa del II-I secolo a.C. fabbricata a Pozzuoli.
Ancora più avanti sono esposti reperti provenienti da un santuario che sorgeva lungo via Reggio Campi sempre in zona alta del centro storico, forse dedicato ad Artemide: varie lucerne, belle statuette, testine femminili ed altri reperti provenienti dalle necropoli di Santa Lucia (vicino al Museo) e di Santa Caterina, quartiere centro-nord della città non lontano dal Museo. Tra i più interessanti due vasetti in terracotta, uno con due manici a forma di grifo e piccoli capitelli in terracotta.
Più avanti, proveniente da una necropoli della città, si trova un inconsueto sarcofago in terracotta, usato per seppellire un giovanetto: ha la forma particolare di un piede calzato.
Scavi della Chora
Nelle ultime vetrine vi sono reperti provenienti dalla Chora, l'antico territorio di Reggio fuori dalle mura della polis.
La notissima "Coppa vitrea" del III secolo a.C., decorata con scene di caccia mediante una sottile lamina d'oro inserita nel vetro, era usata probabilmente per mescolare cosmetici. Proviene da Varapodio e fu trovata fra il corredo di una tomba femminile, insieme agli eleganti orecchini in oro a forma di testa d'antilope, esposti nella medesima vetrina.
Più avanti, un servizio da tavola in argento proveniente da Taureana vicino Palmi (I secolo a.C.), e una lamina in bronzo con dedica ad Eracle da Oppido Mamertina (V secolo a.C.).
Kouros di Reggio
Il Kouros di Reggio è una statua alta 90 centimetri in marmo statuario di Paros datato al VI secolo a.C. (o forse più antico). Raffigura un giovane nudo, con il dorso scolpito più plasticamente. La statua ha perso le gambe sotto al ginocchio e mancano il braccio sinistro e l'avambraccio destro. Le analogie stilistiche lo collegano all'Eubea[senza fonte] (patria dei coloni che fondarono Reggio).
Il kouros presenta il tipico "sorriso arcaico"; la capigliatura, colorata in rosso, si presenta come una calotta di riccioli sovrapposti, del tipo a lumachella.
La scultura in marmo greco proviene dallo scavo per il passante sotterraneo lungo la marina ed è stato acquisito nel 2000 da parte della soprintendenza con una sentenza del tribunale di Reggio Calabria.
La sua origine e la sua funzione sono incerte. Si pensa, come per altre immagini arcaiche, che possa essere una scultura votiva di giovinetto (è stato interpretato come pàis) ma è stata anche avanzata l'ipotesi della destinazione sepolcrale in rapporto con il sepolcro del poeta Ibico di Reggio (VI secolo a.C.).







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