sabato 20 settembre 2025

IRAN - Fīrūzābād

 

Fīrūzābād è il capoluogo dello shahrestān di Firuzabad, circoscrizione Centrale, nella provincia di Fars. Aveva, nel 2006, una popolazione di 58.210 abitanti, con 12.888 famiglie. Firuzabad è situata a sud di Shiraz. La città è circondata da un muro di fango e da un fossato.
Alessandro di Macedonia distrusse la città originale di Gōr. Secoli più tardi, Ardashir I, fondatore della dinastia sasanide, fece rivivere la città prima che fosse saccheggiata durante l'invasione araba del settimo secolo.
Firuzabad è situata in un'area della regione a bassa quota, così Alessandro fu in grado di allagare la città dirottando verso di essa il flusso di un fiume. Il lago che creò rimase finché Ardashir I non costruì un tunnel per prosciugarlo, fondando poi su questo sito la sua nuova capitale.


La nuova città di Ardeshir era conosciuta come Khor Ardeshīr, Ardeshīr Khurah e Shāhr-ī Gōr. Aveva una pianta circolare così precisa nella misurazione che lo storico persiano Ibn al-Balkhi - autore del Fārs-Nāma scrisse che era stata "ideata usando un compasso". Era protetta da una trincea di 50 metri di larghezza e 2 chilometri di diametro. La città aveva quattro porte; a nord c'era la Porta di Hormuz, a sud la Porta di Ardeshir, a est la Porta di Mitra e a ovest la Porta di Bahram. I recinti della capitale reale furono costruiti al centro di un cerchio con un raggio di 450 m. Nel punto centrale della città vi era un tempio del fuoco zoroastriano alto 30 m e con un motivo a spirale, il Minar, che si pensa sia stato il predecessore architettonico della Malwiyya della Grande Moschea di Samarra in Iraq.
Firuzabad riacquistò importanza sotto il regno di ʿAḍud al-Dawla della dinastia buwayhide, che usò frequentemente la città come residenza. È in questo periodo che il vecchio nome della città, Gōr, fu abbandonato a favore del nuovo. Nel persiano parlato al tempo, Gōr significava "tomba" e l'Emiro ʿAḍud al-Dawla, a quel che si racconta, trovava di cattivo gusto risiedere in una "tomba". Per suo ordine, il nome della città fu dunque mutato in Peroz-abad, "Città della Vittoria". Il nome della città (attraverso diverse variazioni toponomastiche) è diventato infine Fīrūzābād.
Tra le attrazioni della città sono da menzionare la Qal'eh Dokhtar, il Palazzo di Ardeshir e la torre del tempio del fuoco tra i resti di Gōr.


Lo scrittore Robert Byron giunse in città nel 1934 descrivendo nel suo diario di viaggio i principali monumenti con stupore e dovizia di dettagli tra cui il Palazzo di Ardeshir e la torre. Scendendo giù al fiume poco distante dal Dezh Dokhtar notò i bassorilievi sasanidi indicati da una guida:
«Rappresenta il solito dio con un re, in questo caso Ormazd e di nuovo Ardeshir, che stringono un anello; il re ha un'acconciatura a palloncino, che per certi autori sarebbe un sacchetto per i capelli, è accompagnato da numeroso seguito ed è ritratto in atteggiamento di difesa (secondo l'artista, di deferenza), come usa nel pugilato moderno. Scolpita su un tratto di cupa roccia violacea, piccola e sperduta fra quelle immense rupi dove l'unica vita e data dal fiume, dagli alberi e dal martin pescatore, quella teoria di antiche figure commemorava non tanto il trionfo dei Sasanidi, quanto l'epoca oscura che avevano sconfitto. Né le sculture, né il luogo sono cambiati, a parte il fatto che i viaggiatori sono più scarsi e la strada e più ardua; una volta infatti c'era un ponte vicino al bassorilievo e il fiume è ancora spartito dalle macerie di un pilone di pietre squadrate, in cui la malta ha resistito tredici secoli di intemperie.»

IRAN - Choqa Zanbil

 

Choqa Zanbil
è un antico complesso di edifici di epoca elamica che si trova nella provincia del Khūzestān, in Iran. Si tratta di uno dei pochissimi esempi di ziqqurat al di fuori della Mesopotamia. Nel 1979 il sito è stato inserito nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.
La sua costruzione risale alla metà del XIII secolo a.C., su ordine del sovrano dell'Elam, Untash Napirisha, al fine di onorare il dio Inshushinak. Il nome originario del complesso era Dur Untash, che significa La città di Untash, anche se è improbabile che qui abbiano vissuto molte persone al di fuori dei sacerdoti e dei loro schiavi. Benché la realizzazione del progetto originario venne bruscamente interrotta dopo la morte di Untash Napirisha, il sito non venne abbandonato per diversi secoli, fino a che non venne distrutto dal re assiro Assurbanipal nel 640 a.C. Alcuni storici ritengono, sulla base dei numerosi templi eretti a Choqa Zanbil, che Untash Napirisha volesse creare un nuovo centro religioso che rimpiazzasse quello di Susa ed unificasse il culto degli dèi delle regioni montuose dell'Elam con quello delle regioni pianeggianti.


Fra il 1951 ed il 1962 vennero condotti estensivi scavi archeologici, coordinati dall'archeologo Roman Ghirshman, che riportarono alla luce il complesso di Choqa Zanbil, la cui ziqqurat è considerata quella meglio conservata del mondo. Il complesso è protetto da tre cerchi di mura concentriche che definiscono l'area principale della "città", occupata pressoché interamente dalla grande ziqqurat, costruita su di un tempio quadrato preesistente costruito sempre dal re Untash Napirisha. Intorno ad essa si trovano undici templi dedicati a divinità minori. Si ritiene che il progetto originario prevedesse la costruzione di ventidue templi ma che, a causa della morte del sovrano, esso venne interrotto poiché i regnanti successivi non vollero proseguirne la realizzazione. Nella parte più esterna del complesso si trovano alcuni palazzi reali ed un palazzo funerario, al cui interno trovano posto cinque tombe sotterranee di re.
Al centro si trova un recinto templare cinto da mura, il cui fulcro architettonico è una ziggurat alta ancora 25 metri (in origine era probabilmente alta circa 50 metri), una delle torri templari meglio conservate della Mesopotamia. Ha un lato lungo 105 m ed è la più antica ziggurat finora rinvenuta in Elam. Costituiva la base di un alto tempio su quattro terrazze ed era dedicato a Napirisha e Inshushinak. La ziggurat fu costruita su un tempio piatto di Inshushinak, che fu aggiunto con mattoni di fango.
L'accesso non avveniva tramite scale esterne, come in Mesopotamia, ma tramite scale interne. Il tempio era probabilmente rivestito di mattoni smaltati e i piani superiori erano decorati con mattoni smaltati a pomello (chiodi di argilla). Presso i portali del tempio sono state trovate figure di tori e grifoni in argilla a grandezza naturale. Sul retro della figura del toro si trova un'iscrizione dedicatoria a Inshushinak. Intorno alla ziggurat c'erano piedistalli e templi più piccoli a livello del suolo che contenevano offerte votive. Una strada processionale pavimentata con frammenti di mattoni conduceva verso di loro.
Vicino alla ziggurat si trovavano altri tre templi, uno dei quali era dedicato alla dea Kiriša. Altri templi si trovavano nell'area del temenos. Al di fuori del temenos, solo un tempio fu costruito a sud dei palazzi. Era dedicato al dio Nusku. Ghirshman vi vede un precursore dei templi del fuoco persiani, poiché la sala centrale non era coperta.
Nel nord-est della città si trovavano quattro palazzi strutturati attorno a cortili centrali, probabilmente secondo i modelli kassiti. Le facciate erano decorate con piastrelle a rilievo colorate. Gli intarsi in avorio facevano probabilmente parte di mobili preziosi.
Nel palazzo più a sud sono state trovate cinque tombe sotterranee. Sono stati trovati solo pochi resti di sepolture.

Poiché il fiume Dez, adiacente alla città, è profondamente inciso nel terreno e la falda freatica è profonda più di 50 metri, è stato necessario prelevare l'acqua dal fiume Karche, vicino a Susa, attraverso un canale lungo 50 km. Il canale è stato costruito da Untash-Napirisha. Passava davanti a Haft Tepe e terminava in un grande bacino idrico ancora oggi visibile di fronte alle mura nord-occidentali della città. Questo, insieme ad altri serbatoi più piccoli che seguirono, aveva il compito di trattare l'acqua prima di immetterla nel raffinato sistema di distribuzione della città. La struttura, che ha 3000 anni, è considerata il più antico impianto di trattamento delle acque del mondo.

IRAN - Naqsh-e Rostam

 

Naqsh-e Rostam è un sito funerario achemenide con tombe reali monumentali, di interesse archeologico, sito a circa 12 km a nord-ovest di Persepoli, nella provincia di Fars, in Iran. Naqsh-i Rustam giace a poche centinaia di metri da Naqsh-e Rajab. Il rilievo più antico di Naqsh-e Rostam è molto danneggiato e risale al 1000 a.C.; raffigura un uomo con uno strano copricapo e si ritiene essere di origine elamita. Tale rilievo è parte di una raffigurazione più grande, in gran parte rimossa per volere di Bahram II. L'uomo con il copricapo strano dà il nome al sito, Naqsh-e Rostam significa infatti "Immagine di Rostam", in quanto una leggenda locale voleva raffigurato l'eroe mitico Rostam.
In questa località a soli 5 km nord-ovest di Persepoli, si trovavano le tombe dei grandi re dei Persiani: da Dario I, a Serse, fino a quelle di Ardashir I e Sapore I, con ammirevoli rappresentazioni scultoree ed iscrizioni, come le cosiddette Res Gestae Divi Saporis (iscrizione trilingue in persiano, partico e greco).
Nel 2018 è stata scoperta nel registro superiore della facciata rupestre della tomba di Dario I un'iscrizione trilingue (antico persiano, elamico, babilonese) mai rilevata prima essendo nascosta da incrostazioni calcaree.
Tombe achemenidi
Quattro sarebbero le tombe di re achemenidi, scavate nella roccia. Sono tutti a notevole altezza dal suolo. Le tombe sono conosciute come le "quattro croci persiane", per la forma della loro facciata. Il sito è noto come Ṣalib, forse una traduzione dalla parola persiana chalīpā (= "croce"). L'ingresso di ogni tomba è al centro di una croce, che si apre su di una piccola camera, dove il re giaceva in un sarcofago.
La trave orizzontale di ciascuna delle facciate della tomba si crede fosse l'esatta replica dell'entrata del palazzo di Persepolis.
Una delle tombe è stata identificata da un'iscrizione che la accompagna e si tratterebbe della tomba di Dario I (522-486 a.C.). Le altre tre tombe si ritiene siano quelle di Serse I (486-465 a.C., nella foto), Artaserse I (465-424 a.C.), e Dario II (423-404 a.C.). Una quinta incompiuta, potrebbe appartenere ad Artaserse III, che regnò solo due anni, ma è più probabile che si tratti di quella di Dario III (336-330 a.C.), ultimo della dinastia achemenide.
Le tombe furono, infine, saccheggiate in seguito alla conquista dell'impero achemenide da parte di Alessandro Magno.
Nel 1934 la località fu visitata dallo scrittore Robert Byron che si soffermò parecchio nella descrizione dei monumenti tra le pagine de La via per l'Oxiana.







Sette rilievi sulla roccia di grandi dimensioni raffiguravano alcuni re sasanidi:
Ahura Mazda e Ardashir I 
(224/226-241) - Qui al fondatore della dinastia sasanide è consegnato il diadema della regalità da Ahura Mazdā. Nell'iscrizione, dove appare per la prima volta il termine "Iran" ed Ardashir ammette di tradire il suo re Artabano IV (i Sasanidi erano stati infatti uno Stato vassallo della dinastia dei Parti Arsacidi), ma legittima la sua azione sulla base del fatto che è Ahura Mazda a volerlo creare nuovo regnante.
«Vicinissimi al gruppo del pulpito, a ovest, ci sono due cavalieri contrapposti, chini entrambi per afferrare l'anello simbolico. Qui il re sasanide porta il palloncino sopra il berretto frigio, il dio invece ha la corona municipale. I cavalli calpestano i nemici dei loro cavalieri e presentano dei buoni esempi di finimenti sasanidi. Ciascuno sfoggia fra le zampe posteriori un enorme fiocco, appeso a un cordone legato alla sella.»
(Robert Byron)
Trionfo di Shapur I
 (241-272) con le sue Res Gestae Divi Saporis - Questo è forse il più famoso dei rilievi su pietra sasanidi, dove viene raffigurata la vittoria di Sapore su due imperatori romani, Filippo l'Arabo (che implora la pace) e Valeriano (che viene catturato, in ginocchio). Una versione più elaborata di questo rilievo si trova nella scultura su roccia di Bishapur dove appare anche l'imperatore romano Gordiano III, sdraiato a terra, morto.
«La scena, in grandezza tre volte il naturale, mostra Sapore I a cavallo in atto di ricevere l'omaggio di Valeriano inginocchiato. L'atteggiamento del cavallo è tipicamente romano, tuttavia manca di forza. Come tutte le sculture sasanidi, è priva di muscolatura: un manichino impagliato. Una delle teste sul lato est ha l'aria achemenide. È possibile che ci fosse qui una scultura più antica, che i Sasanidi distrussero per fare posto alla loro propaganda?»
(Robert Byron)
La grandezza di Bahram II 
(276-293) - Su ogni lato del re, che è raffigurato con una spada di grandi dimensioni, figurano la faccia del sovrano. Sulla sinistra ci sono cinque figure (forse i membri della famiglia imperiale, di cui tre con diadema). A destra tre cortigiani, una delle quali potrebbe essere Kartir. Questo rilievo è immediatamente a destra di quello dove troviamo l'"investitura" di Ardashir (vedi sopra).
«Un re sasanide e la sua corte su un pulpito o galleria. Questa scena curiosa è scolpita al centro di una sporgenza semiesagonale della roccia. Il re è in piedi al centro del gruppo, nel punto in cui un'interruzione della balaustrata permette di vedere la sua figura intera. Tre mezze figure gli fanno ala dalle due parti, e altre due sul lato ovest. Tali figure hanno caratteristiche achemenidi, invece la testa del re è tipicamente sasanide. Chissà se anticamente non c'era qui una scultura achemenide, o se la somiglianza non è il frutto di una deliberata ricerca arcaizzante.»
(Robert Byron)
Primo rilievo equestre di Bahram II
- Il primo rilievo, situato immediatamente sotto la tomba, sembra di Dario II, raffigura il re in battaglia con un soldato romano a cavallo.
«Un re sasanide incalza un nemico con l'asta. Il suo palloncino è più piccolo degli altri, ha la forma di un limone ed è attaccato al capo da una specie di peduncolo. In questo bassorilievo si nota una maggiore vivacità. L'imitazione romana è limitata e l'insieme ricorda quelle figure equestri sul vasellame d'argento che esprimono la vera genialità di questo periodo.»
(Robert Byron)
Secondo rilievo equestre di Bahram II
- Il secondo rilievo equestre, che si trova immediatamente sotto la tomba di Dario I, è diviso in due parti, uno superiore ed uno inferiore. Nel registro superiore il re sembra costringere un nemico romano a scendere da cavallo. Nel registro inferiore, il re combatte ancora con un soldato romano a cavallo. Entrambi i rilievi raffigurano un nemico morto sotto gli zoccoli del cavallo del re.
«Un re sasanide con acconciatura a palloncino combatte all'asta con un nemico. Molto danneggiato.
Al di sotto, le teste e le spalle di altri due guerrieri con l'asta. Qui il terreno non è stato rimosso e la maggior parte del pannello è nascosta.»
(Robert Byron)
Investitura di Narsete 
(293-303) - In questo rilievo, il re è raffigurato quando riceve il diadema della regalità da una figura femminile che si ritiene essere la divinità di Arədvī Sura Anahita. Tuttavia, il re non è raffigurato in una posa che ci si aspetterebbe in presenza di una divinità, ed è quindi probabile che la donna sia una sua parente, forse la regina Shapurdokhtak.
«Il re, vestito di pantaloni di mussola da mandriano, con le scarpe a punta quadra da cui sventolano lunghi nastri e l'acconciatura a palloncino, si oppone a una figura allegorica la cui corona municipale, su un alto strato di riccioli a salamino, potrebbe essere un bozzetto di Bernard Partridge. Questa creatura, il cui sesso è controverso, tiene un anello indicante il patto stipulato con il re. Tra i due si vede la figura di un bambino, dietro il re c'è invece un uomo con il berretto frigio. Questo pannello si trova ora sotto il livello del terreno, ed è stato messo in luce da uno scavo.»
(Robert Byron)
Rilievo equestre di Ormisda II 
(303-309) - Questo rilievo è sotto alla cosiddetta tomba n.3 (forse quella di Artaserse I) e raffigura Ormisda che tenta di disarcionare un nemico da cavallo, forse Papak di Armenia. Immediatamente sopra il rilievo e al di sotto della tomba, vi sarebbe un rilievo gravemente danneggiato di quello che sembra essere Sapore II (309-379), accompagnato da alcuni suoi cortigiani.
Al centro del sito vi è un edificio a base quadrata chiamato Bun Khanak, per lungo tempo ritenuto un tempio del fuoco. Le moderne ricerche invece propendono per l'ipotesi che sia stata la sede del Tesoro di Stato.
Robert Byron si sofferma particolarmente su questo edificio e sui suoi dettagli architettonici:
«Se appartenesse a un paese mediterraneo, sarebbe salutata come la fonte originale dell'architettura domestica nell'Italia del Quattrocento e nell'Inghilterra georgiana. A differenza del tempio greco, che si è sviluppato da una forma lignea e dalla necessità di risolvere il problema del carico di punta, questa cappella funeraria deriva da una forma di mattoni crudi o cotti, esprimente un'idea di serenità; la sua bellezza consiste nella disposizione degli elementi ornamentali sulle pareti lisce. Si è stupiti di vedere questo principio, su cui si è basata tutta l'edilizia domestica di qualità a partire dal Rinascimento, pienamente affermato nella Persia del VI secolo a.C. È altrettanto sorprendente che i visitatori di Naqsh-e-Rustam le abbiano dedicato così scarsa attenzione, da questo punto di vista.»
(Robert Byron)

IRAN - Ecbatana



Ecbatana ( in greco antico: Ἀγβάτανα, Agbàtana e Ἐκβάτανα, Ekbàtana) è stata una città del Vicino Oriente antico, capitale del Regno dei Medi. Fu poi capitale della satrapia achemenide di Media e residenza estiva degli imperatori persiani. Il sito si trova all'interno della città di Hamadan, in Iran.
Ecbatana viene menzionata già nel 470 a.C. dal poeta greco Eschilo nel dramma I Persiani. Lo storico Erodoto attribuisce alla città un'importanza straordinaria nella fondazione del regno medo. Secondo lui, Ecbatana fu fondata come futura residenza reale sotto il principe medo Deioce o Daiukku. La ricerca moderna ha poi dimostrato che Deioce, tuttavia, non era un medo ma un re manneo. Si dice che Deioce abbia ordinato al suo popolo di costruire un palazzo su una collina e di sistemare la terra solo intorno ad esso. Intorno alla città furono costruiti sette anelli di mura di diverso colore, in modo che quello interno sovrastasse sempre quello esterno. La posizione collinare della città favorì questo piano di costruzione. Si dice che il palazzo e le case del tesoro si trovassero nell'anello più interno e che la città stessa assomigliasse per estensione all'Atene contemporanea di Erodoto.
Gli scavi archeologici e le ulteriori ricerche sulla storia della Media hanno tuttavia fatto apparire le affermazioni di Erodoto come una "velleità politica" a cui non corrispondono le reali circostanze storiche.
Fortificazioni del tipo descritto sono attestate da rilievi assiri della prima metà del I millennio a.C.. Sembra che fossero diffusi in tutto il Vicino Oriente e si può ipotizzare anche per la regione montuosa tra la Mesopotamia e gli altopiani iraniani. Tuttavia, le dimensioni del complesso descritto da Erodoto sembrano un po' esagerate.
Ecbatana, descritta nelle fonti storiche, era una delle città più grandi e influenti dell'Iran pre-achemenide. Era il centro della struttura di potere medo e quindi aveva funzioni amministrative e rappresentative di primo piano. Di conseguenza, fu anche il primo obiettivo dell'achemenide Ciro II durante le sue conquiste nel VI secolo a.C. Quando Ciro divenne anche re del regno di Media in unione personale dopo la conquista della città, assunse Ecbatana come sua città residenziale. Sotto di lui e sotto il figlio e successore Cambise II, Ecbatana fu la più importante residenza reale. Ecbatana perse parte della sua importanza quando Dario I elevò anche Persepoli e Susa a residenze reali. Secondo Senofonte, Ecbatana divenne la residenza estiva dei re achemenidi.
La città era un importante nodo di traffico. La strada reale dal cuore persiano alla ricca Battria passava per Ecbatana. Una seconda strada, attraverso i Monti Zagros, collegava la città direttamente alla Mesopotamia. Questa strada conduceva, direttamente dietro Ecbatana, oltre le iscrizioni di Dario e Serse di Gansh Nameh e poi passava per Bisotun, divenuta famosa per una serie di rilievi e iscrizioni reali persiane, ben 100 km più a sud-ovest in linea d'aria.
Vicino a Ec batana si trovava anche il castello di Sikayawautish, dove Dario I e i suoi sette cospiratori uccisero l'usurpatore Gaumata, che aveva qui la sua residenza.
Nel 330 a.C., Ecbatana fu conquistata dalle truppe di Alessandro Magno nella speranza di trovarvi il re in fuga Dario III, ma questi era già in viaggio verso la Battria. A Ecbatana, Alessandro concluse ufficialmente la sua campagna di vendetta contro i Persiani e liberò i soldati affinché continuassero a combattere come mercenari sotto la sua guida. Il generale Parmenione fu lasciato in città con compiti amministrativi e fu poi assassinato qui. Sempre ad Ecbatana venne ucciso pochi anni Efestione, generale nonché grande amico e amante del re macedone.
In seguito, Ecbatana divenne un importante centro dell'ellenismo come Epifaneia. Il palazzo achemenide fungeva ancora da residenza seleucide nel III secolo a.C.. La zecca seleucide era ancora in funzione sotto il dominio partico e la città mantenne il suo status di residenza regale sotto gli Arsacidi di Partia. In quanto città più grande e importante della Media, i Parti accordarono a Ecbatana un alto rango. I sovrani arsacidi continuarono a utilizzarlo anche in seguito come residenza estiva; di questo periodo si hanno testimonianze di una vivace attività edilizia.
Sotto i Sassanidi (224-652 d.C.), l'importanza della città declinò gradualmente. Sebbene sia stata probabilmente ancora per un breve periodo la residenza reale, non si conosce alcuna attività edilizia di rilievo di quel periodo. Quando gli arabi conquistarono la città, questa portava già il nuovo nome di Hamadan.
Il Leone di Ecbatana, una statua di leone lunga circa 3,5 metri, si trova ancora oggi ad Hamadan. Sulla base di paralleli stilistici in Grecia (come il leone di Anfipoli) può essere datato all'epoca ellenistica (il tempo di Alessandro Magno). Il motivo dell'erezione della statua non è chiaro. Heinz Luschey ha suggerito che il leone sia stato eretto da Alessandro Magno in memoria del suo amico Efestione, morto durante la celebrazione della vittoria a Ecbatana nel 324 a.C. (sepolto a Babilonia). Tuttavia, poiché le fonti arabe menzionano una porta del leone (bab ul-asad) ad Hamadan, è anche possibile che il leone abbia avuto un tempo una controparte e sia servito come figura guardiana di tale porta. Si presume che questa statua sia considerata e venerata come simbolo di fertilità dalle donne del luogo.

IRAN - Band-e Kaisar

 

Il Band-e Kaisar ("Diga di Cesare") o Pol-e Kaisar ("Ponte di Cesare"), Ponte di Valeriano oppure Shadirwan è un ponte ad arco romano in rovina a Shushtar nell'Iran. Fu costruito dai prigionieri di guerra romani (circa 70.000 uomini) dopo la sconfitta subita dall'imperatore Valeriano (253-260 d.C.) da parte del sovrano sassanide Sapore I nella Battaglia di Edessa.
Questo ponte fu il primo in Iran ad essere impiegato assieme a una diga (o briglia) che serviva lo storico sistema idraulico di Shushtar il quale irrigava 150.000 ettari di landa arabile ed è anche il ponte romano più a oriente trovandosi nel bel mezzo del territorio persiano.
Dal 2009 il ponte è stato nominato dall'UNESCO decimo sito Patrimonio dell'umanità dell'Iran. Il ponte, costruito sul fiume Karun, collegava la capitale sassanide Pasargadae con Ctesifonte rimase in uso fino al XIX secolo più volte ricostruito durante il periodo islamico l'ultimo crollo risale al 1885.

venerdì 19 settembre 2025

CANADA - Martello di Thor

 
Il martello di Thor è una formazione rocciosa artificiale a forma di T, alta 3,3 metri, situata lungo il fiume Arnaud nella penisola di Ungava, Québec, Canada. Fu scoperta nel 1964 da un archeologo secondo cui fu eretta dai Vichinghi. Egli chiamò il monumento "martello di Thor", facendo riferimento alla cultura norrena. Oggi alcuni studiosi credono che si tratti più probabilmente di un artefatto Inuit, un inukshuk o pietra miliare.
Il martello è formato da tre rocce impilate: un pilone verticale, un pezzo a croce ed uno sulla sommità. La colonna verticale misura circa 2 metri di altezza; la croce è larga 1,3 metri, e il terzo pezzo è alto 40 centimetri. L'intero monumento è alto 3,3 metri; e il suo peso è stato stimato in 1800 chili.
Si trova sulla riva settentrionale del fiume Arnaud (un tempo noto come fiume Payne), circa 23 km sopra Payne Bay, vicino alla costa occidentale della baia di Ungava, nella penisola di Ungava.
Il monumento fu scoperto nel 1964 dall'archeologo Thomas Edward Lee nel corso di una spedizione antropologica ad Ungava. Era in piedi da molto tempo, e nessuno nella zona sapeva chi l'avesse eretto. Secondo la tradizione Inuit, era anteriore al loro arrivo nella zona. Lee disse che sembrava di aspetto europeo, e lo considerò la prova del fatto che i norreni avessero abitato la regione di Ungava circa 1000 anni prima. Lee notò la somiglianza con un martello, per cui lo chiamò "martello di Thor".
A causa dell'aumentata conoscenza e dell'apprezzamento per la cultura Inuit, gli studiosi contemporanei lo considerano un inukshuk, una pietra miliare, eretta dagli Inuit.

CANADA - Grotte di Bluefish

 

Le grotte di Bluefish (inglese: Bluefish Caves) è un sito archeologico nel territorio dello Yukon (Canada), ubicato 54 km a sudovest della comunità Vuntut Gwichin di Old Crow, nel quale un campione di osso di mammut presumibilmente lavorato dall'uomo è stato datato a 28.000 anni prima del presente (BP), prima dell'età generalmente accettata per l'insediamento umano nel Nuovo Mondo.
Le grotte di Bluefish Cave erano note inizialmente alle Prime Nazioni locali, ma furono rese popolari da una spedizione di pesca nel 1976, e in seguito dai ricercatori. Questo sito è composto da tre piccole grotte, che vanno da 10 a 30 m³. La prima grotta contiene varie ossa animali che sembravano essere state trascinate là da predatori, ma i ritrovamenti di segni di utensili e di alcuni utensili stessi indicano una presenza umana.
Il sito fu portato alla luce dall'archeologo Jacques Cinq-Mars tra il 1977 e il 1987, e la datazione iniziale al radiocarbonio suggeriva un'età di 25.000 anni prima del presente (BP). Questo risultato fu considerato controverso poiché era in contrasto con la teoria dei "Primi Clovis" (Clovis-First theory), ampiamente accettata dagli accademici all'epoca, che riteneva che la data più iniziale di popolamento del Nord America fosse intorno a 13.000 BP.


Un riesame del sito nel 2017 scoprì che ha 24.000 anni, offrendo sostegno all'ipotesi della "sosta beringiana" (Beringian standstill) - che gli antenati dei Nativi americani trascorsero un tempo considerevole in un rifugio beringiano durante l'ultimo massimo glaciale prima di popolare le Americhe.

CANADA - L' Anse aux Meadows

 


L'Anse aux Meadows
 è un sito archeologico che si trova nella parte più settentrionale dell'isola di Terranova, in Canada, in cui nel 1960 l'esploratore norvegese Helge Ingstad, insieme alla moglie, l'archeologa Anne Stine Ingstad, scoprì i resti di un antico villaggio vichingo.
Il sito è stato classificato come Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO nel 1978 e rappresenta l'unico villaggio vichingo confermato del Nord America al di fuori della Groenlandia.
La denominazione L'Anse aux Meadows è un nome misto francese-inglese traducibile in baia dei prati. Non è però chiaro come si sia arrivati a questa denominazione. Una prima ipotesi suggeriva che il nome fosse una corruzione del francese L'Anse-aux-Méduses, cioè la baia delle meduse. Il passaggio da meduse a "Meadows" (in inglese: prati o pascoli) sarebbe collegato al paesaggio circostante questa zona che tende a essere abbastanza aperto, con la presenza di alcune aree prative.
Un'ipotesi più recente fa derivare la denominazione da "L'Anse à la Médée", cioè la baia di Medea, nome che compare in una carta nautica francese del 1862. In questo caso Medea o Medusa, farebbe riferimento al nome di un vascello francese; la denominazione ispirata a Medea, personaggio della mitologia greca, era abbastanza utilizzata all'epoca in campo navale.


Questa località del Nordamerica conserva i resti di un villaggio vichingo, l'unico accreditato al di fuori della Groenlandia, dove è stata condotta una ricerca archeologica durata molti anni che ha portato alla luce abitazioni, oggetti e utensili compatibili con la civiltà che li avrebbe creati. L'insediamento risale a oltre 4 secoli prima dei viaggi di Cristoforo Colombo ed ospita i resti delle più antiche costruzioni europee delle Americhe.
Inserito nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, è da molti ritenuto essere il leggendario Vinland, l'insediamento dell'esploratore Leif Ericsson intorno all'anno 1000.
Il clima di Terranova a quell'epoca era significativamente più caldo di quanto non sia oggi. Secondo la Saga dei groenlandesi, Ericsson partì dalla Groenlandia per cercare la regione di cui gli aveva narrato Bjarni Herjólfsson. Egli trovò così una terra ricca di salmoni, uva e libera dai ghiacci durante l'inverno, da cui portò con sé una gran quantità di legname verso la Groenlandia (che aveva pochissimi alberi).
Per l'insediamento di L'Anse aux Meadows sono state proposte diverse interpretazioni:
il primo insediamento costruito dai Vichinghi dopo lo sbarco;
l'insediamento costruito dopo essere scappati da un attacco di popolazioni Skræling;
un insediamento non menzionato nella saga.
L'insediamento de L'Anse aux Meadows comprendeva almeno otto edifici, tra cui una fucina e una segheria, che doveva rifornire un cantiere navale. La costruzione più grande misurava 28,8 metri per 15,6 e consisteva in numerose stanze.
La saga descrive un tentativo di colonizzazione guidato da Thorfinn Karlsefni, con almeno 135 uomini e 15 donne (tra cui la sorellastra di Leif, Freydís Eiríksdóttir), che utilizzò come base l'insediamento di Leif Ericsson (forse L'Anse aux Meadows). Benché non sia possibile stabilire con certezza se L'Anse aux Meadows sia veramente il Vinland della saga, è certo che un gruppo di colonizzatori norvegesi visse qui tra la fine del X e gli inizi dell'XI secolo.
Il sito venne utilizzato per soli tre anni. Si crede, in base a prove sia archeologiche che letterarie, che l'abbandono sia stato causato dalle pessime relazioni con i nativi americani. Sono state suggerite anche altre cause, come conflitti relativi alle donne o inverni particolarmente rigidi.
Per congettura, l'insediamento vichingo di L'Anse aux Meadows è stato messo in relazione alla leggenda algonchina del Regno di Saguenay, popolato da una razza di uomini biondi e pelosi.
La scoperta fu effettuata nel 1960, quando un abitante del piccolo villaggio di pescatori di L'Anse aux Meadows portò l'esploratore Helge Ingstad e l'archeologa Anne Stine Ingstad (coniugi) a visitare un gruppo di tumuli coperti dall'erba non molto distanti dall'insediamento, a cui era stato dato il nome di "vecchio villaggio indiano". In realtà, come gli studiosi ebbero a scoprire nel corso delle sette campagne di scavo messe in campo dal 1961 al 1968 e condotte dalla stessa Anne, si trattava delle rovine di un antico insediamento vichingo. La prova della validità di questa ipotesi fu possibile grazie al confronto tra i reperti e le strutture identificate all'Anse aux Meadows con quelli ritrovati in altri siti in Groenlandia e Islanda.

STATI UNITI - Eracle Lansdowne, Getty Museum

L'Eracle Lansdowne è una scultura in marmo di epoca romana, realizzata attorno al 125 d.C.; è attualmente parte della collezione del Getty Museum, conservato alla Getty Villa di Malibù. in California.
L'Eracle è stato scoperto nel 1790 nei pressi di Villa Adriana a Tivoli, dove molte altre copie e riproduzioni di sculture greche furono ritrovate fin dal XVI secolo; tuttavia, questa scultura non è considerata tra esse, ma è invece reputata un'opera che si ispira allo stile delle sculture greche del IV secolo a.C., anziché una vera e propria copia di una determinata statua.
La scultura fu trovata nelle proprietà del conte Giuseppe Fede, anch'egli archeologo e collezionista d'arte, e fu subito acquistata dall'antiquario Thomas Jenkins, conoscitore e commerciante di antichità inglese, avente forti legami con gli aristocratici inglesi che intraprendevano il Grand tour. Nel 1792, fu William Petty, marchese di Lansdowne, ad acquisire l'opera. La statua fu ritrovata mancante di alcune parti e si decise di restaurarla, siccome una statua frammentaria non sarebbe stata apprezzata nell'ambito neoclassico; lo scultore che la restaurò fu probabilmente Carlo Albacini, che completò l'opera secondo il gusto del tempo: furono restaurati il naso, l'avambraccio destro, diverse dita, la parte posteriore della pelle del leone, una porzione della coscia destra e il polpaccio sinistro nella sua interezza. Tali mancanze furono reintegrate da Albacini con maggior discrezione possibile. Le aggiunte furono rimosse negli anni Settanta, dopo che fu scoperta la pericolosità dei perni di ferro e piombo che collegavano le parti originali con le più recenti: i perni, infatti, corrondendosi si gonfiavano, rischiando di staccare ulteriori pezzi dall'opera. I restauri del XVIII secolo furono in parte sostituiti con calchi di resina epossidica, "per mostrare l'originale rimuovendo le parti diverse quanto più possibile", secondo l'opinione del restauratore Jerry Podany; tali restauri sono poi stati reintegrati successivamente.
La scultura rimase presso la Lansdowne House di Londra, fino a quando, nel 1930, diverse stanze della residenza furono smantellate a causa di un collegamento stradale da costruire. L'Ercole Lansdowne fu battuto all'asta proprio nel 1930; nel 1951 fu quindi acquistato dall'imprenditore e collezionista d'arte Jean Paul Getty.
La statua, molto vicina allo stile di Lisippo, raffigura l'eroe Eracle (Ercole nella mitologia romana) come un giovane uomo senza barba, che tiene in una mano la pelle del leone di Nemea e nell'altra la clava, uno degli attributi più riconosciuti per l'eroe, con la quale ha ucciso il leone.


STATI UNITI - Atleta di Fano, Getty Museum

 


L'Atleta di Fano, Atleta vittorioso, Atleta che si incorona o Lisippo di Fano, conosciuto negli Stati Uniti anche come Victorious Youth (Giovane vittorioso), è una scultura bronzea, datata tra il IV e il II secolo a.C., attribuita, su base esclusivamente stilistica, allo scultore greco Lisippo o a un suo allievo.
Il bronzo fu ripescato casualmente al largo di Fano, il 14 agosto 1964, da un peschereccio italiano e fu acquistato dal Getty Museum di Malibù nel 1977. La storia critica ebbe inizio nel 1978 con la pubblicazione di Jiri Frel che attribuì l'opera a Lisippo, attribuzione contestata a partire dal 1983 da Frédéric Louis Bastet e nel 1993 da Luigi Todisco i quali preferirono assegnare il bronzo ad ambito lisippeo piuttosto che al maestro stesso.
Le dimensioni della statua sono in altezza (misurata dal capo al polpaccio, dato che i piedi non sono presenti) 151,5 cm, in larghezza 70,0 cm e in profondità 28,0 cm. Quindi le dimensioni erano proporzionate al vero.
Il giovane atleta è rappresentato in nudità eroica. La statua si presenta con la base mancante sino all'altezza delle caviglie, forse i piedi si sono staccati nel momento in cui la statua si è impigliata nella rete del peschereccio che ne ha effettuato il recupero, ma non è escluso che la rottura sia da ricondurre in età antica al momento del naufragio della nave che trasportava l'opera verso occidente. Gli occhi, mancanti, furono probabilmente realizzati separatamente in pietra colorata o pasta vitrea e inseriti a fusione ultimata, mentre i capezzoli sono in rame.
Anche se la parte inferiore ai polpacci è mancante, dalla postura della statua si deduce che il piede ponderale, quello su cui la statua scarica il peso, è il destro. Mentre la gamba destra è diritta, la gamba sinistra è leggermente piegata in avanti e sembra che il piede sinistro poggiasse in punta. L'asse del tronco ha una conformazione a S, il collo ripiega verso destra con la testa che, in opposizione, ricade verso sinistra, ossia verso il lato a riposo, come è tipico nella costruzione antitetica delle figure lisippee. Lo sguardo, con espressione fiera ma composta, sembra rivolgersi diritto avanti a sé ad altezza d'uomo.
Mentre il braccio sinistro si distende lungo il fianco, il braccio destro è alzato, con il gomito all'altezza della spalla e la mano all'altezza della fronte. Questo gesto è stato interpretato come l'atto, appena compiuto, di incoronarsi con la corona del vincitore, apparentemente quella in olivo selvatico usata per i vincitori a Olimpia. Indice e medio sono infatti appena scostati e in opposizione del pollice, mentre anulare e mignolo sono ripiegati su sé stessi. I capelli corti sono raggruppati in ciocche fluenti e ondulate che si dipartono uniformemente verso destra e sinistra a partire dall'altezza dell'occhio sinistro.
La struttura rigorosamente geometrica dell'opera, riscontrabile nell'anatomia del corpo e del viso, rimanda ad ambiente peloponnesiaco e sicionio in particolare. L'impostazione antitetica delle due metà del corpo conduce a Lisippo e alla sua scuola. Si rileva, da parte degli studiosi che attribuiscono l'opera a un allievo, la non corrispondenza delle proporzioni dell'atleta con le più frequenti proporzioni riscontrabili nelle opere di Lisippo. Gli studiosi che datano invece la statua a una fase di elaborazione nella carriera di Lisippo, intorno al 340 a.C., immediatamente precedente l'Agias, ritengono di poter desumere l'attribuzione, con una qualche certezza, dal pentimento in corso d'opera visibile all'altezza del collo, che ne ha allungato la misura, segno del lavoro di un maestro tendente a modificare e rinnovare canoni preesistenti, e non di un discepolo.
La scultura avrebbe potuto far parte di un gruppo scultoreo-celebrativo di alcuni atleti vittoriosi, posto in un santuario greco-panellenico come a Delfi o Olimpia. A questo proposito è interessante notare che le analisi delle fibre trovate internamente alla statua hanno rivelato la presenza di lino; dal geografo Pausania il Periegeta ci è noto che nel II secolo d.C. l'unico luogo in cui cresceva il lino in Grecia era attorno ad Olimpia.
L'ipotesi dell'appartenenza della statua a un gruppo è stata avanzata anche da Antonietta Viacava che, evidenziando la minore elaborazione del lato sinistro della statua, ha immaginato la presenza di una seconda figura: un giudice, che avrebbe incoronato il giovane secondo un'iconografia diffusa, mentre quest'ultimo con la mano destra avrebbe potuto semplicemente indicare la corona o accingersi a sistemarla. Riproposizioni più tarde del tipo (su monete del II secolo a.C. e soprattutto nella Stele di Plauzio, proveniente dal Pireo e ora al Musée archéologique de Nice-Cimiez) mostrano anche la presenza del ramo di palma nella mano sinistra dell'atleta, attributo del quale resta traccia nell'incavo interno del braccio. Ancora a Viacava si deve l'ipotesi dell'identificazione del giovane con Seleuco Nicatore, ipotesi che concorda con una datazione al 340 a.C. e con la forte caratterizzazione del volto.
La statua è stata realizzata con la tecnica della fusione a cera persa, cioè con un modello positivo cavo in cera a perdere, su cui veniva appoggiata la terra da fonderia che creava il negativo, all'atto della colata la cera evapora per l'alta temperatura del metallo e lascia spazio a questo. Questa tecnica permetteva un'ottima modellabilità e la possibilità di rifinire minuziosamente i particolari, oltre che di ottenere superfici accuratamente levigate. Con questa tecnica non si poteva ottenere la statua in un'unica colata ma le varie parti, come tronco, testa, braccia e gambe, venivano realizzate separatamente e solo successivamente unite per saldatura.
La lega metallica utilizzata è un bronzo con la seguente composizione: rame 89%, stagno 10,7% e piccole percentuali di piombo, arsenico e cobalto.
Tracce della terra da fonderia a volte permangono all'interno del fuso e le analisi chimiche permettono di conoscere la composizione della terra e quindi ipotizzare con buona approssimazione il luogo in cui la statua è stata formata e colata. A volte, nella terra da fonderia rimangono incluse anche piccole parti organiche come ossi o, come successo in questo caso, gusci di nocciole e noccioli di olive, che hanno permesso l'analisi e la datazione con il metodo del carbonio-14. Allo stato attuale delle conoscenze è comunemente accettata la datazione tra la fine del IV secolo a.C. e il II secolo a.C. ricavata con questo metodo. Non si può restringere ulteriormente questo intervallo temporale a causa dell'incertezza di misura intrinseca del metodo.
Questo elemento cronologico e soprattutto considerazioni di tipo stilistico hanno portato la statua ad essere forse attribuibile allo scultore greco Lisippo. Già nella sua prima ispezione Bernard Ashmole e altri studiosi l'attribuirono a Lisippo, grande nome della storia dell'arte greca. Il metodo attuale considera meno importante l'attribuzione tradizionale dell'opera rispetto al contesto sociale in cui è stata concepita: il luogo dove è stata modellata, per quale scopo e chi doveva rappresentare.
L'ipotesi più accreditata è che in antichità la statua sia naufragata nel medio Adriatico insieme alla nave che la stava trasportando dalla Grecia verso la penisola italiana, probabilmente puntava al porto di Ancona. Essa fu rinvenuta nell'estate del 1964 nel mare Adriatico al largo di Fano catturata dalle reti del peschereccio italiano "Ferruccio Ferri".
Il luogo del ritrovamento del bronzo, a sentire le testimonianze dei pescatori, è una zona del mar Adriatico chiamata "Scogli di Pedaso", ma di questo non c'è stata certezza per molti anni: in particolare, si è molto discusso se l'oggetto fosse stato ritrovato in acque italiane o internazionali.
Comunque sia l'esportazione è stata illegale secondo le leggi dell'epoca, in particolare la legge 1089/39, che stabilisce che i beni archeologici ritrovati sono di proprietà dello Stato italiano. Infatti, nel primo caso il reperto apparterrebbe allo Stato italiano, nel secondo caso essendo l'Atleta issato su un'imbarcazione battente bandiera italiana  e successivamente sbarcato a Fano, in Italia, sarebbe dovuto ricadere sotto la legislazione italiana che impedisce l'esportazione di opere archeologiche e avrebbe dovuto essere soggetto all'obbligo di notifica al ministero competente (in questo caso il Ministero della cultura).
Sul motopesca italiano si trovavano il capobarca Romeo Pirani, i tre marinai Derno Ferri (motorista), Athos Rosato (murea) e Durante Romagnoli (marò), inoltre Valentino Caprara, Nello Ragaini e Benito Burasca. L'armatrice era la signora Valentina Magi.
Athos Rosato ha confermato quanto sempre sostenuto dal capobarca Pirani, cioè che la statua è stata ritrovata a «circa 43 miglia a levante del monte Conero e circa 27 miglia dalla costa croata, un punto di mare chiamato "Scogli di Pedaso"» «In quel tratto, secondo il mozzo, la profondità del mare era circa di 43-44 braccia», cioè a circa 75 metri di profondità.
La rete si è impigliata nelle braccia della statua, che è stata sollevata dal fondo del mare; probabilmente i piedi, verosimilmente incastrati o insabbiati, si sono staccati in quest'occasione per lo strattone ricevuto.
Successivamente, la statua è stata trasportata su un carretto e riposta in un sottoscala nella casa della proprietaria della barca Valentina Magi, nei giorni successivi molte persone poterono vederla. Così i pescatori, preoccupati che la voce si spargesse e di un'eventuale ispezione della Guardia di Finanza, chiesero e ottennero di nascondere la statua, sotterrandola in un campo coltivato a cavoli di proprietà di Dario Felici, un loro amico.
Lo stesso Berardi racconta che, al momento del dissotterramento della statua dal campo di cavoli, si staccò una concrezione che fu regalata a Elio Celesti, professionista e politico fanese, il quale, su segnalazione di Berardi, la consegnò al procuratore della Repubblica di Pesaro Savoldelli Pedrocchi. Le analisi di questa concrezione hanno dimostrato che è stata a contatto con una lega metallica di stagno e rame, cioè bronzo.
La notizia del ritrovamento di un'antica statua arrivò a Pietro Barbetti, un industriale di Gubbio, che l'acquistò per 3.500.000 lire. In seguito, la statua fu portata da Pietro Barbetti e da Fabio Barbetti nella canonica di don Giovanni Nargni e qui custodita per diverso tempo. Questa circostanza, confermata poi dal sacerdote stesso, è stata notata dalla perpetua di don Nargni, che denunciò anonimamente il fatto ai Carabinieri, quali intervennero. Si arrivò a un processo, con l'accusa di acquisto e occultamento di un'antica opera d'arte a danno dello Stato italiano. Accusati furono Pietro Barbetti, con i parenti Fabio e Giacomo Barbetti, e il prete Giovanni Nargni. In primo grado furono assolti per insufficienza di prove, in secondo grado la Corte di Appello condannò i Barbetti a 4 mesi di reclusione e don Nargni a 2 mesi. Poi la Cassazione rimise i 4 nuovamente al giudizio della Corte d'Appello, che li assolse con formula piena.
La statua nel frattempo era già stata venduta da Giacomo Barbetti, cugino di Pietro, a un antiquario milanese di cui non si conosce il nome. Secondo altre ipotesi, da confermare, la statua fu invece esportata in una cassa di medicinali verso una missione religiosa in Brasile, in cui operava un conoscente dei Barbetti.
La statua nel 1971 fu acquistata da Heinz Herzer, un commerciante di Monaco di Baviera aderente all'Artemis Group, e venne sottoposta alle prime analisi e a restauri. Nel 1974 l'esame del radiocarbonio datò la statua approssimativamente al IV secolo a.C. e fu attribuita per la prima volta a Lisippo.
Dopo alcune trattative e tentativi di offerta al mercato nero e una forte competizione contro il Metropolitan Museum of Art, fu acquistata nel 1977 dal Getty Museum per 3,98 milioni di dollari.
La statua è attualmente esposta alla Getty Villa di Malibù, California.

giovedì 18 settembre 2025

STATI UNITI - New York, MET / Ambra Morgan

 

L'ambra Morgan è un oggetto della fine del VI o dell'inizio del V secolo a.C. opera di un artista sconosciuto; fu ritrovata a Falconara Marittima, nei dintorni di Ancona, nei primi anni del Novecento. Prende il nome da quello del mecenate che lo donò al Metropolitan Museum di New York. Si tratta di un nucleo di ambra intagliato raffigurante una coppia sdraiata su una klìne; secondo molti studiosi i due amanti sarebbero Afrodite ed Adone. È considerata la più bella ambra scolpita del Piceno e una delle più belle in assoluto, tra quelle di età pre-romana. È la più antica rappresentazione dell’unico amore avuto da Afrodite con un mortale.
L'opera raffigura una coppia sdraiata su un divano, con la donna in primo piano e l'uomo dietro di lei. Un uccello, forse un'anatra o un cigno, è appoggiato alle spalle della coppia, mentre ai piedi si trova un piccolo inserviente. Si pensa che il reperto sia parte di una fibula, a causa di fori sul retro che suggeriscono la presenza di un perno di fissaggio all'arco della fibula.
L'oggetto è intagliato con una notevole ricchezza di particolari. Si notano in particolare le pieghe degli abiti sia dell'uomo che della donna, i loro capelli e il gesto della donna di porgere al compagno un alabastron, ossia una bottiglia di olio profumato. Questo gesto è visibile anche in reperti di arte etrusca, tra cui il notissimo Sarcofago degli Sposi nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia di Roma.
La piccola scultura è in stile ionico ed è spesso considerata opera di arte etrusca o di uno scultore che si ispirò a questa arte.
L'ambra Morgan è considerata una delle prime testimonianze della diffusione, da parte dei corinzi, del culto di Afrodite in Adriatico ed in particolare nell'area di Ancona, dove nel 387 a.C. fu fondata la colonia greca di Ankón, nella cui acropoli sorgeva un tempio di Afrodite.
Secondo altre interpretazioni, il personaggio maschile sarebbe Anchise e non Adone; secondo un'altra ipotesi l'ambra rappresenterebbe Turan e Atunis, i corrispondenti etruschi di Afrodite ed Adone.
Il reperto fu acquistato in Italia, nei primi anni del Novecento, dal noto banchiere e mecenate statunitense Pierpont Morgan, da cui prende il nome d'uso; nel 1917, a seguito di donazione, pervenne al Metropolitan Museum di New York. 

STATI UNITI - New York, MET / Carro etrusco di Monteleone

 

Il carro etrusco di Monteleone è un carro da parata datato al VI secolo a.C. e realizzato in Etruria (lunghezza: 209 cm; altezza: 130.9 cm). Costruito in bronzo, ferro e legno di noce, il carro è decorato a sbalzo con intarsi in avorio. Raffigura temi della mitologia omerica, con Achille in apoteosi insieme alla dea Teti. Achille è raffigurato col classico profilo barbato, capelli lunghi e riccioli che cadono sulle spalle e chitone corto ricco di decorazioni. La dea invece presenta un chitone lungo ed è coperta da un mantello. I due personaggi sono separati da uno scudo bilobato con elmo corinzio e protome di ariete, due uccelli rapaci che volano su un cerbiatto ucciso. Il timone della biga ha una protome di cinghiale, mentre il termine presenta una testa di uccello. Il giogo per l'attacco dei cavalli ha due anse che terminano con teste di serpenti, mentre il mozzo termina con una testa di leone.
Rinvenuto casualmente nel 1902 da due contadini, Isidoro e Giuseppe Vannozzi, in una necropoli in località Colle del Capitano, a pochi chilometri dal paese di Monteleone di Spoleto, faceva parte del corredo funerario di una tomba a tumulo. È esposto dalla sua acquisizione nel 1903 nel Metropolitan Museum of Art di New York, Stati Uniti, mentre a Monteleone se ne trova una copia.
L'importanza del carro etrusco non può essere sottostimata, essendo un reperto unico al mondo che racconta la storia dei popoli pre-romani e delle loro origini. L'area denominata Etruria corrispondeva agli odierni territori della Toscana, dell'Umbria fino al fiume Tevere e del Lazio settentrionale, con propaggini in Liguria e verso la zona padana dell'Emilia-Romagna, della Lombardia e della Corsica. Il territorio umbro attorno Monteleone di Spoleto vede numerose necropoli etrusche e soprattutto resti della civiltà villanoviana, da cui si sviluppò la civiltà etrusca, prima di essere definitivamente inglobata e scomparire nella civiltà romana, a partire dalla conquista di Veio da parte dei Romani nel 396 a.C.
In stile etrusco, è un carro da parata (biga) che, secondo Furtwängler, risalirebbe alla metà del VI secolo a.C. Costruita in legno e ricoperta da lamine bronzee lavorate con la tecnica a sbalzo, raffigura le scene della vita dell'eroe greco Achille. Rappresentato con la madre Teti sul pannello anteriore, Achille riceve da quest'ultima l'elmo e lo scudo. Su uno dei due pannelli laterali l'eroe è rappresentato in combattimento con re Memnone, egli punta la spada sul corpo dell’avversario colpendolo, mentre a terra c’è Antiloco, grande amico di Achille e vittima di Memnone. Sul pannello di sinistra è rappresentata l’ascesa al cielo di Achille e a bordo di un carro trainato da cavalli alati, sotto il carro giace Polissena sacrificata in suo onore. Tra i pannelli laterali e quello centrale è un kuros, un giovane nudo in posizione frontale rigida. L'apoteosi di Achille sull'altra fiancata del carro è iconografia più tipicamente etrusca. Come tutto l'artigianato artistico etrusco del periodo il carro mostra una forte influenza stilistica ionica. La fascia al di sotto dei tre pannelli è decorata con figure animali che si azzannano tra loro, personaggi in corsa, grifoni.
Il comune di Monteleone di Spoleto è da decenni impegnato per la restituzione del carro al suo luogo di origine. Secondo le ricerche archivistiche e librarie compiute dallo storico Guglielmo Berattino presso la Biblioteca di Ivrea, il Metropolitan Museum of Art, nella persona di Luigi Palma di Cesnola (italiano naturalizzato statunitense e primo direttore del museo), era a conoscenza della provenienza illecita del carro. Palma di Cesnola aveva illecitamente preso accordi con il conte Toesca di Rivarolo per aggirare le leggi vigenti nel Regno d'Italia, che impedivano la vendita e l'esportazione di beni storici ed artistici.
Il manufatto venne acquistato a Roma da John Pierpont Morgan, ma il Parlamento italiano bloccò ogni tentativo di esportazione. La biga fu quindi portata di nascosto a Parigi su un carro per il trasporto granario e di lì trasferita nei sotterranei del Credit Lyonnais, finché il MeT non pagò 250.000 lire a un intermediario sconosciuto e la portò a New York.
Rinvenuto in stato frammentario, il carro è stato ricostruito seguendo altre fonti iconografiche subito dopo l'acquisizione da parte del Metropolitan Museum of Art. A pochi mesi dal suo ritrovamento, peraltro, la biga fu trafugata dall'Italia e portata a New York smontata a pezzi.
Giunta all'estero, le parti bronzee del carro furono sottoposte a restauro e a rapida ricomposizione su una struttura lignea che somigliava a un trono su ruote più che a un cocchio. Il riassemblaggio americano determinò una serie di errori e di equivoci nello studio del manufatto, durati per circa novant'anni, come l'errata collocazione di alcuni elementi decorativi, con effetti incongruenti rispetto ai modelli greci.
Adriana Emiliozzi, ricercatrice dell'Istituto di studi sulle civiltà italiche e del Mediterraneo antico del Consiglio nazionale delle ricerche (Iscima - Cnr)., studiando per la prima volta il carro nel 1989, pubblicò le correzioni da apportare. Nel 2002 iniziarono le operazioni di restauro, durati cinque anni, con lo smontaggio del precedente restauro, attente radiografie, analisi di laboratorio, esami al microscopio, trattamenti conservativi, rifacimento esatto della struttura lignea di supporto, montaggio delle lamine bronzee e servizio fotografica di tutte le fasi di lavoro. Il risultato finale si è raggiunto nel 2006.
Le indagini e lo studio dei materiali nel corso di questo restauro hanno rivelato interventi coevi al suo utilizzo, facendo emergere che il carro è stato impiegato a lungo, forse per più di una generazione, ma solo come "biga di rappresentanza", usata esclusivamente in occasione di parate e cortei trionfali, prima di finire nella tomba dei suoi possessori.
Dopo quest'ultimo restauro il carro è stato collocato nella Sezione etrusca, nella Leon Levy and Shelby Withe Gallery for Etruscan Art (StELIA) del MeT.

STATI UNITI - New York, MET / Statua bronzea di Treboniano Gallo

La statua bronzea di Treboniano Gallo è una statua in bronzo del III secolo esposta nel Metropolitan Museum of Art di New York e proveniente da Roma, identificata generalmente con un ritratto dell'imperatore Treboniano Gallo (251-253).
Si tratta della sola statua in bronzo del III secolo giunta quasi intatta fino a noi.
La statua fu rinvenuta in una vigna presso la basilica di San Giovanni in Laterano, in scavi condotti dal conte Nikolaj Nikitič Demidov (1773-1828), dal 1819 ambasciatore russo a Firenze, con il permesso di papa Pio VII. Sarebbe stata rinvenuta in frammenti all'interno di un ambiente antico e vicino ad un piedistallo. Nella zona si conosce l'esistenza dei Castra Nova equitum singularium, a cui la statua sarebbe potuta appartenere
Il bronzo venne restaurato a Firenze ed entrò nella cospicua collezione di antichità del conte, situata nella villa San Donato, con la quale passò in eredità al figlio Anatolij Nikolaevič Demidov (1812-1869). Nel 1848 la statua fu ceduta all'architetto neoclassico francese August de Montferrand (1786–1858), che la portò con sé a San Pietroburgo, dove lavorava per lo zar Nicola I. Nel 1852 fu pubblicata nel catalogo della collezione Montferrand da Bernhard von Köhne, che la identificò come una statua di Giulio Cesare.
Alla morte di Montferrand la sua collezione venne venduta dagli eredi e la statua, di nuovo in frammenti, fu acquistata nel 1896 dagli antiquari di Parigi Rollin & Feuardent che la fecero restaurare e la vendettero al Metropolitan Museum of Art nel 1905.
Tra il 2002 e il 2007 la statua è stata restaurata nuovamente con criteri moderni ed è stata sottoposta a indagini e analisi.
La statua rappresenta l'imperatore in nudità eroica, ma calzato, e di dimensioni maggiori del vero (circa 2,5 m di altezza). Probabilmente portava nella sinistra una corta spada (parazonium) e nella destra una lancia, come si può dedurre dalla posizione delle dita. Ai piedi porta calzari a stivaletto, aperti sul davanti e decorati con maschera e conchiglia.
Il corpo è idealizzato, mentre il ritratto è realistico. Sebbene la testa sia sproporzionata in rapporto al corpo, appartiene probabilmente alla statua, alla quale era stata congiunta in antico.
La statua ha subito alcune aggiunte negli interventi di restauro moderni (il mantello drappeggiato sulla spalla sinistra, che tuttavia esisteva anche nell'originale, piccole parti della superficie e in particolare il pene, il piede destro e il piede sinistro, quest'ultimo antico ma potrebbe non essere pertinente.
Nell'Ottocento la statua era stata identificata come un ritratto postumo di Giulio Cesare ed era stata attribuita all'epoca adrianea. La resa dei capelli e della barba, la rende invece simile a molti ritratti del III secolo, già a partire dai ritratti degli imperatori della dinastia dei Severi.
L'identificazione con un ritratto dell'imperatore Treboniano Gallo (251-253) si basa sulla somiglianza del profilo con quello dei ritratti sulle monete di questo imperatore, ma non è considerata certa.
I dati tecnici dimostrano che il metallo della statua è una lega composta di rame, stagno e piombo, con contenuto in piombo relativamente alto
Piccole differenze nella composizione della lega dimostrano che già in antico la statua era stata eseguita riunendo almeno otto diversi pezzi (testa, parte superiore del torso, parte inferiore del torso, braccia, gambe e il mantello originale (ora sostituito da un elemento moderno), realizzati con la tecnica della fusione "a cera persa".

STATI UNITI - New York, MET / Dioniso Hope

 

Il Dioniso Hope, anche noto come Dioniso appoggiato a una figura femminile, è una statua romana in marmo che raffigura Dioniso, divinità greca del vino e della liberazione dei sensi. Attualmente è conservata presso il Metropolitan Museum of Art di New York.
La statua risale a un periodo compreso tra il 27 a.C. e il 68 e si ritiene sia una copia romana di un originale bronzeo greco risalente al IV secolo a.C.. Nel 1796 il banchiere e collezionista d'arte Thomas Hope (o il fratello Henry Philip) - da cui la denominazione - acquistò il Dioniso dallo scultore Vincenzo Pacetti, il quale lo aveva precedentemente restaurato. Successivamente entrò a far parte della collezione di Francis Howard, discendente di Benjamin Franklin, finché nel 1990 fu acquisita dal Metropolitan Museum of Art di New York.
Dioniso viene rappresentato mentre indossa sul petto la pardalide, ossia una pelle di pantera (o leopardo), che si colloca al di sopra del suo chitone corto, ma sotto all'himation - che in questo caso funge essenzialmente da mantello. Ai piedi sono visibili dei sandali alti con delle teste di animali sui lembi di pelle sporgenti. La divinità tende il braccio sinistro, restaurato, tende verso una piccola figura femminile, fino ad appoggiarvisi. L'identificazione di quest'ultima è incerta, ma si ipotizza possa essere la personificazione della speranza (Elpis nella mitologia greca, Spes in quella romana); è stato affermato, altresì, trattarsi di una tipologia di erma.
La posa della presunta Speranza è arcaica e rimanda alle statue greche prodotte nel VI secolo a.C.; ciononostante, non è chiaro se la figura femminile fosse presente già nell'originale greco. La presenza di supporti quali colonne, erme o piccole statue non era rara nell'arte classica, ma in questo caso potrebbe trattarsi di un'aggiunta romana, concepita per sostenere il peso del braccio teso (eventualmente, quindi, non si tratterebbe di Elpis, bensì di Spes).

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