sabato 30 settembre 2023

#mostre / Imago Augusti. Due nuovi ritratti di Augusto da Roma e Isernia (Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali, dal 29 giugno al 26 novembre 2023)

 

In esposizione due inedite teste-ritratto dell’imperatore Augusto scoperte recentemente durante le indagini archeologiche condotte a Roma e a Isernia.
Un dialogo ideale e iconografico tra due capolavori marmorei, il ritratto del giovane Ottaviano, che diventa poi Augusto, e quello del primo imperatore di Roma già insignito del titolo onorifico di Augustus, che diventa parte integrante del suo nome, è proposto dalla mostra “Imago Augusti. Due nuovi ritratti di Augusto da Roma e Isernia”.
Il progetto nasce dalla collaborazione scientifica tra la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Molise, unite in questo caso dall’eccezionale rinvenimento di due ritratti di Augusto scoperti recentemente a Roma e a Isernia che, per il loro alto valore iconografico e stilistico, possono offrire al pubblico un valido e interessante apporto nell’ambito degli studi sull’immagine e sulla storia della figura sempre attuale dell’imperatore.
Tanti gli elementi in comune tra le due opere, a partire dalla recente e inaspettata scoperta rispettivamente negli anni 2019 e 2021 nel corso di indagini archeologiche nelle aree centrali di Roma, nel Foro di Traiano, e di Isernia, nella zona presunta dell’antico foro, fino al comune riutilizzo, in età medievale, come “puro materiale” edilizio e addirittura di scarto, all’identità del personaggio raffigurato e, non da ultimo, all’elevata qualità artistica dei due esemplari.
Per questi aspetti, la mostra Imago Augusti, dopo la tappa romana al Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano, viene allestita anche a Isernia, dal dicembre 2023, nel Museo Archeologico di Santa Maria delle Monache.
Il percorso espositivo sviluppa le tematiche legate ai due ritratti: la scoperta, i contesti e le modalità di reimpiego delle opere, l’iconografia e il valore politico dei ritratti, la figura dell’imperatore. Tutti questi contenuti sono proposti in modo immersivo, attraverso l’utilizzo di videoproiezioni, che, in parallelo, consentono di entrare nello scavo di via Alessandrina, viaggiare nei paesaggi molisani fino a Isernia e, infine, rivivere l’emozione delle due inattese scoperte.
Il recente scavo di via Alessandrina, nell’area del Foro di Traiano, ha ripreso un progetto più ampio di indagini estensive dei Fori Imperiali condotte negli anni del Giubileo del Duemila.
Nel caso di Isernia, il ritrovamento della testa di Augusto è avvenuto nel corso dei lavori di ripristino di un tratto di cortina delle mura urbiche crollato a causa di un violento temporale nel marzo 2013.
Le peculiari modalità di tali rinvenimenti non forniscono indicazioni certe sul contesto originario dei ritratti e dunque sullo specifico messaggio ideologico e politico di cui essi dovevano essere portatori. È tuttavia innegabile che si tratti di due capolavori unici che si inseriscono a buon diritto nel già ricco panorama delle immagini del princeps, la cui ampia diffusione nell’Urbe e nelle aree periferiche italiche si qualifica storicamente come funzionale alla costruzione di un consenso sempre più ampio nei territori dell’impero.
Nell’approfondimento storico, iconografico e stilistico dei due ritratti, l’analisi dei dettagli fisionomici ne consente l’inquadramento in due momenti diversi: nella raffigurazione di via Alessandrina un giovane Ottaviano esprime il carattere forte e determinato dell’erede di Giulio Cesare; nell’altra si percepisce la dimensione più matura e riflessiva dell’uomo divenuto titolare di un potere illimitato. Il linguaggio figurativo elaborato tra il 40 e il 38 a.C. per il poco più che ventenne Ottaviano si evolve infatti in quello del politico ormai affermato al quale il Senato decise di conferire nel 27 a.C. il titolo onorifico di Augustus, che diventerà parte integrante del suo nome.
Proprio basandosi sulle diverse cronologie dei ritratti e sulla suggestiva conformazione spaziale semiellittica, l’ultimo ambiente del Museo dei Fori Imperiali è stato concepito come un teatro nel quale i visitatori, a orari regolari, possono assistere a un dialogo immaginario tra le due anime di Augusto, e al contrasto tra una personalità giovane e idealista e una più matura e pragmatica, dando voce ad una contrapposizione sempre attuale. Una formulazione espositiva capace di coinvolgere un pubblico diversificato e ampio attraverso l’esperienza innovativa della teatralizzazione, nella quale i reperti diventano oggetti “parlanti” che interagiscono tra loro e con il pubblico.
La mostra, infine, si propone come progetto di valorizzazione culturale accessibile e inclusivo sotto molteplici aspetti.
Grazie al servizio dedicato del Dipartimento Politiche Sociali e Salute - Direzione Servizi alla Persona, affidato alla Cooperativa Sociale Onlus Segni di Integrazione - Lazio, i testi del dialogo teatralizzato e dei pannelli didattici sono stati tradotti in LIS (Lingua dei Segni Italiana), registrati e fruibili gratuitamente attraverso QR code. Allo stesso tempo, per permettere la fruizione e la mobilità in autonomia nelle sale espositive ai non vedenti, sono state realizzate sui modelli 3D le copie in marmo sintetico a grandezza naturale dei due ritratti di Augusto, con didascalie in italiano/inglese e alfabeto Braille e una planimetria col percorso della mostra in italiano e alfabeto Braille. L’offerta didattica è completata da visite guidate (in definizione) accompagnate da operatori specializzati e laboratori integrati.

#mostre / GLI DEI RITORNANO. I BRONZI DI SAN CASCIANO . La mostra al Palazzo del Quirinale prorogata fino al 22 dicembre 2023

 

La mostra Gli Dei ritornano. I bronzi di San Casciano al Palazzo del Quirinale presenta per la prima volta al pubblico le straordinarie scoperte compiute nel 2022 nel santuario termale etrusco e romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni: si tratta del rinvenimento del più grande deposito di statue in bronzo di età etrusca e romana mai scoperto nell’Italia antica, nonchè uno dei più significativi di tutto il Mediterraneo.
L’allestimento della mostra, a cura del direttore generale musei Massimo Osanna e del professore dell’Università per Stranieri di Siena Jacopo Tabolli,  si sviluppa come un iter attraverso i secoli all’interno del paesaggio delle acque termali del territorio dell’antica città-stato etrusca di Chiusi (che in lingua etrusca si chiamava Clevsin o Camars).
Si tratta di oltre venti statue ed ex-voto anatomici, che raffigurano le divinità venerate nel luogo sacro assieme agli antichi dedicanti. L’eccezionale stato di conservazione all’interno dell’acqua termale della sorgente ha permesso anche di preservare le iscrizioni in etrusco e latino incise sulle statue prima della loro realizzazione. La gran parte di questi capolavori è databile tra il II e il I secolo a.C., un periodo storico di grandi trasformazioni nell’Etruria, nel passaggio tra Etruschi e Romani. In quest’epoca di grandi conflitti tra Roma e le città etrusche, ma anche di lotte interne a Roma, nel santuario nobili famiglie etrusche e romane dedicarono assieme le statue: un contesto multiculturale e plurilinguistico di pace quindi, circondato da instabilità politica e guerra.
Le statue erano poste sul bordo esterno della grande vasca sacra e ancorate sui blocchi in travertino. A più riprese – sicuramente nel corso del I secolo d.C. – le statue furono staccate dal bordo della vasca e depositate sul fondo; si tratta dunque di una deposizione rituale, mediata con la divinità. Gli atti votivi proseguirono poi fino al IV secolo d.C. con la deposizione di quasi seimila monete (in argento, bronzo e oro). Solo agli inizi del V secolo d.C. il santuario venne smantellato e chiuso. Il grande tesoro sacro nella vasca fu coperto da grandi tegole e al di sopra vennero calate le colonne del portico a suggellare la chiusura definitiva del luogo di culto.
Tutti questi preziosi reperti raccontano una storia di devozione, di culti e riti ospitati in luoghi sacri dove l’acqua termale era usata anche e soprattutto a fini terapeutici.






(le foto sono tratte dal sito del Palazzo del Quirinale)

#mostre / Gladiatori nell’Arena. Tra Colosseo e Ludus Magnus Roma, Colosseo, 21 luglio 2023 – 7 gennaio 2024

 
Il Parco archeologico del Colosseo presenta l’evento espositivo “
Gladiatori nell’Arena. Tra Colosseo e Ludus Magnus”, ideato e realizzato dal Parco archeologico del Colosseo con la curatela di Alfonsina Russo, Federica Rinaldi, Barbara Nazzaro e Silvano Mattesini. L’evento si compone di una installazione multimediale permanente e di una esposizione temporanea visitabile dal 21 luglio 2023 al 7 gennaio 2024 all’interno dei sotterranei del Colosseo.
L’idea di questa iniziativa nasce innanzitutto dal recupero e valorizzazione del criptoportico orientale del Colosseo che in età romana collegava l’Arena con il quartiere delle palestre realizzate dall’imperatore Domiziano, di cui quella più famosa è il Ludus Magnus, la più grande, ma anche l’unica di cui si conserva parte delle strutture antiche. Qui i gladiatori si allenavano e si preparavano alle esibizioni.
Nel XIX secolo la costruzione di un collettore fognario a servizio del popoloso quartiere Esquilino ha interrotto questa antica connessione, che oggi finalmente torna ad essere ripristinata: grazie ad una sofisticata presentazione multimediale con proiezione olografica, perfettamente orientata sull’asse Colosseo-Ludus Magnus, sarà virtualmente “demolito” il muro che interrompe il collegamento, restituendo così al pubblico una visione unitaria dell’area archeologica contemporanea, mentre i gladiatori torneranno a solcare l’originario pavimento in opus spicatum del criptoportico, avanzando verso l'Arena vestiti delle loro pesanti armature.
Per rendere ancora più completa questa esperienza di conoscenza e valorizzazione, la riapertura del Criptoportico dei Gladiatori sarà raccontata assieme ad una esposizione temporanea che intende illustrare una selezione delle principali tipologie di coppie di gladiatori che si esibivano in combattimento sul piano dell’Arena e che con ogni probabilità proprio dal
Ludus Magnus e dalle limitrofe caserme arrivavano al Colosseo.
L’allestimento, che si snoda in alcuni degli ambienti sotterranei degli ipogei, abbina reperti originali di età romana, che riproducono immagini di gladiatori colti nelle tipiche posizioni da combattimento, con ricostruzioni, al vero, delle loro armature, realizzate secondo la tecnica antica dello sbalzo e della fusione dal Maestro Silvano Mattesini.
È così possibile ammirare le armature complete del
Murmillo e del Thraex, accanto agli elmi originari di Pompei provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ai preziosi elmi miniaturistici in ambra provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Aquileia e alla stele funeraria del Murmillo Quintus Sossius Albus, ugualmente da Aquileia. Sono inoltre esposti al pubblico i graffiti dei gradini della cavea del Colosseo in cui il pubblico dell’epoca aveva rappresentato i propri beniamini in combattimento, accanto alle armature complete di un Retiarius e di un Secutor. Quella dell’Hoplomachus con il suo tipico scudo rotondo, avversario del Murmillo, è esposta accanto a due statuine da Aquileia, una anche in lega metallica. Infine un video illustra le fasi delle riproduzioni delle armature, forgiate con il ricorso alle tecniche antiche, nell'ambito di un progetto di archeologia sperimentale.
All’interno di questa cornice programmatica il PArCo ha accolto la proposta di una partnership con il Gruppo Hornblower, primaria azienda statunitense attiva nei trasporti e nel turismo fondata a Boston nel 1926, orientando la propria mission verso una politica di partecipazioni pubblico-private.
La valorizzazione del Criptoportico e dei sotterranei, con il racconto di ciò che effettivamente avveniva in questi luoghi, restituisce al contesto la sua originaria funzione e rientra a pieno titolo nella strategia culturale che contraddistingue le azioni del Parco archeologico del Colosseo –
dichiara Alfonsina Russo, Direttore del Parco archeologico del Colosseo. Ampliare l'offerta culturale con tecnologie innovative, che consentano di rendere immediatamente percepibile la funzione e le vicende storiche dei monumenti, costituisce uno degli obiettivi primari che il PArCo da sempre porta avanti, anche con il partenariato pubblico-privato che negli anni ha contribuito a realizzare importanti progetti finalizzati soprattutto al miglioramento della fruizione e dell’accessibilità sia fisica che culturale.
La Hornblower Corp. è da sempre impegnata ad offrire servizi ed esperienze di alta qualità ai propri clienti, nonché coinvolta in progetti di sostenibilità in ambito ambientale e sociale – dichiara l’Azienda. L'idea di poter supportare il restauro di una porzione dei Sotterranei del Colosseo e di far rivivere le scene del passaggio dei Gladiatori dal tunnel che li collegava al Ludus Magnus, è stata accolta subito come una grande ed emozionante opportunità di restituire al mondo un "piccolo" pezzo di storia mai visto prima. L'intesa con il Parco Archeologico è stata immediata, così come la condivisione del valore culturale ed educativo di questo progetto.
Cuore dell’esposizione è il
Criptoportico che come anticipato collegava il Colosseo con il quartiere delle scuole di addestramento, comprendente oltre al Ludus Magnus anche il Ludus Gallicus, il Matutinus e il Dacicus, la sede per i marinai della flotta di Miseno addetti alla manovra del velum, i Castra Misenatium, i depositi per le Armi, gli Armamentaria, l’ospedale o Saniarium, lo Spoliarium, dove si svestivano i corpi dei combattenti morti e infine il Summum Choragium, fabbrica e deposito delle scenografie. Il Criptoportico si sviluppa fino all’interruzione moderna e conserva ancora l’originaria pavimentazione in mattoni disposti a spina di pesce (opus spicatum), parte della volta in travertino e lembi di rivestimento di intonaco alle pareti.
Il Criptoportico rimarrà visitabile anche dopo la fine della mostra, arricchendo in modo suggestivo il percorso di visita degli ipogei.
La mostra raccoglie 12 opere di età romana provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dal Museo Archeologico Nazionale di Aquileia e dalle collezioni del Parco archeologico del Colosseo, a cui si aggiungono le armature facenti parte della Collezione privata di Silvano Mattesini.


martedì 26 settembre 2023

#mostre / "Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo" a Villa Giulia, Roma


Venerdì 10 novembre alle ore 20.00 è stata inaugurata la mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”, terza e ultima tappa delle celebrazioni per il Centenario della scoperta di Spina, la più importante città etrusca e porto dell’Adriatico scoperta nel 1922 nei pressi di Comacchio.
Adriatico e Tirreno, Spina e Pyrgi, porti strategici che intrecciano le loro vicende con le dibattute origini degli Etruschi. Immaginario mitico e storia condivisa si uniscono quindi e si raccontano attraverso oltre 700 opere in mostra, provenienti da istituti culturali italiani ed esteri, in dialogo con gli oggetti delle collezioni permanenti e dei depositi del Museo.
Il percorso espositivo, coordinato dal direttore del Museo Valentino Nizzo, mira infatti a calare la parabola dei tre secoli in cui visse Spina nel quadro più ampio della storia etrusca e della dialettica che scandì i rapporti culturali, economici e politici delle città e dei popoli che convergevano sul Tirreno e sull’Adriatico: Greci, Fenici, Latini, Celti e gli altri popoli Italici che, come le tessere di un grande mosaico, componevano il quadro etnico della nostra Penisola prima dell’avvento di Roma.
Fino al momento della scoperta della città, Spina era poco più di una leggenda, persa nel tempo nonostante diverse fonti letterarie ne avessero testimoniato la grandezza e la fama che la rese, tra la fine del VI e il principio del III secolo a.C., il più importante porto etrusco sull’Adriatico e uno dei più influenti dell’intero Mediterraneo preromano.
Grazie all’avvio dei lavori di bonifica della Valle Trebba e poi agli scavi di Valle Pega, nell’arco di pochi decenni Spina tornava finalmente alla luce con oltre quattromila sepolture per lo più intatte e uno dei più importanti nuclei al mondo di ceramiche di importazione attica.
Le celebrazioni dei cento anni da questa straordinaria scoperta archeologica hanno preso avvio lo scorso anno presso il Museo del Delta Antico di Comacchio con la mostra “Spina 100: dal mito alla scoperta”, per proseguire al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara con l’esposizione “Spina etrusca. Un grande porto nel Mediterraneo”, e chiudersi nello straordinario contesto del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia con un percorso espositivo multimediale, arricchito da opere provenienti da importanti istituzioni italiane ed estere che racconteranno l’eccezionale contributo scientifico che gli scavi di Spina hanno dato alla conoscenza dell’archeologia e della storia del Mediterraneo e mireranno a riannodare i fili della conoscenza attorno agli Etruschi e alle loro relazioni culturali, commerciali e sociali, allargando lo sguardo alle città dell’Etruria tirrenica.
Sala 0: La scoperta
Dopo le anticipazioni menzionate la mostra vera e propria comincia dal momento della scoperta di Spina, il 3 aprile del 1922, così come è testimoniata dai suoi protagonisti, attraverso le immagini dei primi scavi e la documentazione redatta sul campo con scrupolo e amore dall’assistente Francesco Proni, i cui appunti originali sono esposti in sala.
Sala 1: Un paesaggio inquieto. Il Delta del Po: ambiente e mito

Le peculiari condizioni ambientali del Delta del Po, l’antico Eridano del mito, hanno determinato al tempo stesso la fortuna e il destino degli uomini che hanno scelto di viverci. È infatti solo grazie alla loro straordinaria perizia idraulica che gli Etruschi hanno saputo domare un paesaggio che si rivela ancora oggi insidioso e soggetto a repentini mutamenti nonostante le sue indiscutibili potenzialità economiche e commerciali. La mostra ne ripropone con video immersivi l’evoluzione a partire dalle grandi mappe del Salone delle carte geografiche del Museo di Ferrara, accostandole ad alcune raffigurazioni dell’immagine di Dedalo, come lo straordinario vaso in bucchero con Dedalo/Taitale e Metaia/Medea da Cerveteri (nella foto), del 630-620 a.C., e ad alcuni preziosi monili in ambra da Spina.
L’ambientazione nell’area del Delta del mito di Dedalo, il celebre inventore, e della morte di Fetonte e della trasmutazione in pioppi delle sue inconsolabili sorelle, le Eliadi, e in ambra delle loro lacrime, non sono altro che la metafora con la quale i Greci davano sostanza alla realtà storica della sapienza idraulica degli Etruschi nel bonificare un ambiente insidioso, nel quale sin dall’età del Bronzo giungeva dal Baltico la preziosa e ricercatissima resina fossile, nota in greco col nome elektron.
Sala 2: L’Etruria, Spina e il Mediterraneo dal mito alla storia.

La leggenda dell’arrivo dei Pelasgi a Spina e della loro diffusione poi nel resto dell’Etruria fino ad Agylla/Caere costituisce il tramite per il passaggio dall’orizzonte del mito a quello della storia, in una prospettiva nella quale storici come Ellanico, nel V secolo, ipotizzavano che da questi discendessero i Tirreni.
Etruschi e Greci, in particolare Ateniesi, potevano così vantare una comune origine, tale da giustificare agli occhi di questi ultimi i rapporti politici e i comuni interessi economici e commerciali che li legavano.
Da temibili pirati meritevoli di essere mutati da Dioniso in delfini per aver osato rapirlo, gli Etruschi/Tirreni divenivano così partner e interlocutori privilegiati dei Greci, ammessi alla pari di altre città elleniche, nel recinto sacro di Delfi, privilegio che contraddistinse sia Caere che Spina.
L’hydria con il mito della metamorfosi in delfini dei pirati tirreni scelta come immagine simbolo della mostra ritrae con grande efficacia quello che, per tutta la loro storia, gli Etruschi rappresentarono nell’immaginario dei Greci, anche se il loro riscatto avvenne nel segno di Dioniso, come potrebbe attestare la celebre scena di sacrificio raffigurata sull’Hydria Ricci (nella foto) e la loro capacità di competere in tutto il Mediterraneo nella produzione e nel commercio del vino, bevanda civilizzatrice per eccellenza.
Le capacità commerciali degli Etruschi sono ben rappresentate da una inedita selezione di anfore da trasporto dai depositi del Museo di Villa Giulia, confrontate con quelle importate a Spina. La conflittualità e la competizione che segnarono tali rapporti potrebbe essere invece idealmente evocata dalle navi da guerra che solcano il “mare colore del vino” all’interno dell’orlo del celebre dinos realizzato da Exekias all’epoca della terribile battaglia navale di Alalìa che decise le sorti del Mediterraneo nei decenni seguenti.
Eventi come questi, infatti, determinarono la nascita e la fortuna di Spina tra il 530-520 a.C., grazie anche al progressivo spostamento del baricentro commerciale dei rapporti col mondo greco in generale e in particolare con quello ateniese, dal Tirreno all’Adriatico.
Il frammento di un tripode di produzione vulcente consacrato al principio del V secolo a.C. sull’acropoli di Atene (in prestito dal Museo dell’Acropoli), con l’immagine dell’apoteosi di Eracle testimonia molto bene il contesto culturale coevo e non è improbabile che il suo arrivo in Grecia sia stato mediato proprio da Spina.
Una selezione di ceramiche della collezione Castellani attesta, infine, con un colpo d’occhio la cultura materiale che caratterizzò l’Etruria e l’Italia tirrenica dal VII al III secolo a.C.
Sala 3: Vivere in una città porto. Commerci e navigazione

Dopo aver idealmente assistito alla nascita di Spina attraverso un cippo in pietra con l’iscrizione etrusca “mi tular” = “io sono il confine” che ne evoca idealmente l’atto fondativo, secondo la rigorosa prassi rituale che gli Etruschi seguivano nella realizzazione delel loro città, la sala 3 ci introduce finalmente nel vivo delle attività economiche del porto del Delta, facendoci idealmente approdare tra le sue banchine, ricolme di merci e di beni di ogni tipo. La vita nel porto viene immeritamente riproposta tramite la dialettica della suggestione tra antico e contemporaneo, con una grande videoproiezione di 10 m che lo pone a confronto con i più moderni scali commerciali.
Tra i capolavori esposti nella sala spicca la testa di kouros in marmo di Paros (nella foto)del 500 a.C. ca., rinvenuta a Marzabotto, una delle rarissime importazioni di questo tipo rinvenute in Etruria, accostata a ceppi di ancore in marmo da Spina, a una selezione di materiali dalle necropoli di Adria coevi all’epoca della fondazione di Spina e allo straordinario e ricchissimo corredo della tomba 4 C di Valle Pega che mostra la ricchezza e la varietà delle importazioni che continuavano a caratterizzare la vita di Spina ancora alla fine del IV secolo a.C.
Sala 4: La società attraverso le necropoli. Il linguaggio del potere

Il ruolo primario di Spina nell’Adriatico e il rapporto preferenziale intrattenuto con Atene furono possibili grazie alle capacità di una élite egemone la cui ricchezza e adesione ai modelli simbolici ed espressivi della cultura ellenica traspare con straordinaria efficacia da una selezione degli oltre 4000 corredi restituiti dalle sue necropoli, confrontati sia dal punto di vista della loro consistenza che da quello delle loro valenze rituali con una serie di contesti provenienti dal resto dell’Etruria, come la pisside in avorio della Pania da Chiusi (610 a.C. ca., nella foto) e la ricca tomba della necropoli di San Cerbone a Populonia, risalente alla fine del IV secolo, in prestito dal Museo di Firenze, oltre a una selezione di reperti significativi dalle raccolte del museo.
Ad accogliere il visitatore sin dall’ingresso nella sala dei Sette Colli è lo straordinario corredo della tomba 18 C di Valle Pega risalente al 430-420 a.C., nella quale al monumentale cratere a volute attico a figure rosse del Pittore di Boreas era associata la celeberrima coppa attica del Pittore di Pentesilea con le imprese di Teseo, la più grande in assoluto a noi nota con i suoi 56,6 cm di diametro, rinvenuta, in base ai resoconti di scavo, “sopra al cratere”.
Nell’adiacente sala di Venere lo sguardo potrà spaziare dalle tombe dei “fondatori” a quelle della famiglia dei Perkna, uno dei gruppi preminenti della tarda Spina, prossima ormai al tramonto della sua potenza, al principio del III secolo a.C.
Sala 5: L’abitato di Spina e il porto “gemello” di Pyrgi sul Tirreno
Dopo aver conosciuto idealmente le attività frenetiche del porto e gli spazi della memoria delle necropoli, nella sala 5 l’esposizione ci porta di nuovo alla scoperta dello spazio dei vivi, alla luce delle più recenti indagini condotte dell’università di Zurigo in sinergia con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e per le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara nell’abitato di Spina.
Protagoniste della sala sono dunque le attività artigianali e produttive, legate allo sfruttamento delle ricche risorse agricole e faunistiche del territorio, all’estrazione del sale o alla lavorazione della ceramica. Sarà così possibile penetrare idealmente nell’intimità delle case, per confrontarle anche attraverso la sfera dei rituali domestici con lo spazio sacro delle sepolture. Una sezione dedicata alle più recenti scoperte effettuate dall’Università Sapienza di Roma su concessione della Soprintendenza di Viterbo nel santuario e nell’abitato di Pyrgi consente un confronto con la realtà del porto “gemello” di Pyrgi quale luogo di confronto, accoglienza e integrazione con lo straniero, offrendo uno squarcio di quella monumentale dimensione cultuale che il visitatore ha avuto già modo di apprezzare nell’allestimento permanente di Villa Giulia e che a Spina sfugge ancora per la mancata individuazione di aree di analoga funzione, che certamente dovevano caratterizzare lo scalo adriatico, conferendogli quella dimensione internazionale che sin dalla nascita doveva competergli.
Alla multiforme varietà etnica della comunità spinetica è dedicata infatti una specifica sezione di approfondimento, nella quale la ricostruzione della società quale traspare dall’analisi dell’abbondante documentazione onomastica attestata epigraficamente può essere agevolmente confrontata con l’analoga varietà degli oggetti importati a Spina.
Sala 6: La cerimonia funebre. I gesti del rito
Attraverso la tradizione la comunità costruisce il proprio legame con il passato. Ciò che si vuole ricordare viene preservato, il resto è destinato all’oblio. La memoria dei defunti e il rituale funebre fanno parte di questo sforzo. Si definisce così uno spazio, quello dei morti, e un tempo, quello del rito, che costituiscono i due pilastri attorno ai quali la morte diventa un momento fondamentale per l’intera comunità e la sua storia.
La sala 6 tenta di ricomporre attraverso un’accurata selezione di oggetti il paesaggio della necropoli, l’organizzazione dei recinti sepolcrali, le modalità di sepoltura e le azioni rituali attraverso i quali la comunità di Spina costruiva ideologicamente e sociologicamente sé stessa celebrando i propri antenati.
Tra i reperti più significativi in esposizione spiccano senza dubbio la coppa con la raffigurazione dell’uccisione di Cassandra a opera di Clitennestra del Pittore di Marlay (430 a.C, nella foto) o il cratere attico a figure rosse del Pittore di Altamura con una delle più significative scene della nascita di Dioniso (470 a.C.), il dio intorno al quale, come si è visto, ruotava una parte molto significativa dell’immaginario dei Greci e degli Etruschi.
Sala 7: Epilogo: “Spina, che ora è solo un villaggio…”

Una terracotta votiva da Veio con l’immagine di Enea e Anchise in fuga da Troia (nella foto), risalente alla fine del V secolo, chiude idealmente il percorso, evocando il primo oggetto restituito dalle sabbie di Spina nel 1668 e oggi conservato a Bologna, un terminale di candelabro in bronzo dello stesso periodo e con la medesima rappresentazione del progenitore mitico della latinità. Un modo per terminare idealmente il racconto nel segno di Roma, la cui espansione nel nord della penisola, culminata nel 268 con la fondazione di Rimini, segnò il tramonto dei precedenti assetti territoriali, determinando la lenta fine di Spina e la sua progressiva scomparsa dalla memoria collettiva che, già al tempo dell’imperatore Augusto, si era ridotta a un “piccolo villaggio”, come ricordava Strabone, lontano più di 15 km da quel mare che aveva garantito per quasi tre secoli la sua gloria.

#mostre / DeVoti Etruschi. La riscoperta della raccolta di Veio del Museo Civico di Modena (18 dicembre 2022 - 17 dicembre 2023)

 


DEVOTI ETRUSCHI
La riscoperta della raccolta di Veio del Museo Civico di Modena
A cura di Laura Michetti  - Sapienza Università di Roma, Carla Tulini - Sapienza Università di Roma e Cristiana Zanasi - Museo Civico di Modena.
18 dicembre 2022 - 17 dicembre 2023
Modena, Museo Civico
Dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12
Sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 19

La mostra, allestita nella sala dell’Archeologia del Museo Civico in collaborazione con Sapienza Università di Roma, espone oltre cento terrecotte votive provenienti dalla città etrusca di Veio. L’ex-voto è un dono dal forte valore simbolico, che accompagna da millenni il rapporto con le entità alle quali viene attribuita la capacità di mutare la sorte. È una pratica antropologicamente sospesa fra religione e superstizione e intercetta archeologia, etnologia, arte popolare e contemporanea.
Le terrecotte votive in mostra rappresentano figure di devoti, statue, busti, volti di adulti e bambini, parti anatomiche, membra e organi, oltre a raffigurazioni di animali con le quali si chiedeva la prosperità del bestiame domestico.
Le terrecotte provengono da un’immensa stipe votiva conosciuta anche come “Stipe Lanciani”, messa in luce nel 1889 e tuttora oggetto di studio (del dipartimento di Etruscologia e antichità italiche di Sapienza), un deposito riferibile a una possibile area sacra posta sulla collina di Comunità, nel punto più alto del pianoro di Veio, un luogo di culto importante e frequentato con assiduità per molto tempo, tra l’inizio del quinto e la metà del secondo secolo avanti Cristo, anche dopo la conquista della città da parte di Roma.
 
La mostra è introdotta da un video realizzato tra il Parco archeologico di Veio e il Museo Etru di Villa Giulia, che dà conto del contesto da cui provengono i reperti, ed è accompagnata da una video installazione (realizzata da Delumen - Modena) che fa rivivere i volti degli offerenti, i devoti Etruschi, rappresentati da oltre cinquanta teste e una grande statua che osservano il visitatore da un pannello incorniciato nel calco del portale dell’abbazia di Nonantola, quasi a evocare un luogo denso di spiritualità e nello stesso tempo la funzione di accoglienza di ex voto che le chiese tuttora esercitano.
La proiezione restituisce alle teste votive le loro colorazioni originali, a partire dagli esemplari su cui si conservano tracce di policromia e conferisce all’insieme dei volti l’aspetto che dovevano avere all’epoca della deposizione. La suggestione è rafforzata da un’installazione sonora che richiama con lievi sussurri le dediche rivolte alle divinità in lingua etrusca e latina.
La mostra è accompagnata da un catalogo scientifico a cura di Cristiana Zanasi, Laura Maria Michetti e Carla Tulini, edizioni Insegna del Giglio, in vendita all’Infopoint di Palazzo dei Musei al costo di 18 €.
“DeVoti Etruschi” si inserisce nel progetto di riscoperta delle raccolte archeologiche ottocentesche conservate nei depositi del Museo Civico nell’ambito del quale sono già state realizzate la mostra sulla collezione dell’Antico Egitto e quella,  conclusa nel 2022, della raccolta di manufatti in selce del Paleolitico francese.
La raccolta delle terrecotte votive etrusche è entrata a far parte del patrimonio del Museo Civico nel 1894, grazie all’interessamento dell’astronomo modenese Pietro Tacchini che propose a Luigi Pigorini, la figura più autorevole della paletnologia italiana di fine secolo, di scambiare le testimonianze raccolte in un suo viaggio intorno al mondo, alle quali Pigorini era molto interessato per il museo romano, con una significativa selezione di ex voto di Veio che sarebbero andati ad arricchire il Museo Civico di Modena.
La mostra è stata preceduta da un articolato progetto di ricerca che, coniugando discipline scientifiche e umanistiche, consente di riscoprire le raccolte ottocentesche del Museo sia sotto il profilo archeologico e storico-collezionistico sia sotto il profilo della diagnostica eseguita con le moderne tecnologie.
Lo studio archeologico dei reperti è stato eseguito in collaborazione con Sapienza Università di Roma e affidato alle etruscologhe Laura Maria Michetti e Carla Tulini, co-curatrici della mostra con Cristiana Zanasi, autrice delle ricerche sulle modalità di formazione della raccolta.
Il progetto di mostra è stato l’occasione per ristudiare i reperti sia sotto il profilo iconografico sia attraverso indagini archeometriche che hanno portato significative novità sulla pittura su terrecotte votive grazie alle analisi sulla policromia curate da Andrea Rossi, DI.AR Diagnostica per i Beni Culturali. A partire dall’analisi degli esemplari conservati a Modena, sono inoltre stati indagati aspetti economici e produttivi che hanno aggiunto ulteriori dati alla conoscenza del contesto votivo.
Un ulteriore contributo di grande interesse è stato affidato a una equipe di palopatologi dell’Università di Bologna e del Gruppo Italiano di Paleopatologia, che hanno esaminato gli ex-voto anatomici della raccolta nel quadro più ampio delle patologie presenti nelle popolazioni etrusche e delle conoscenze mediche che avevano sviluppato.
 Infine, il progetto risponde anche a un’esigenza conservativa perché ogni raccolta valorizzata viene riposta in deposito dopo l’esposizione nelle migliori condizioni di conservazione. Nello stesso tempo si rinnova e si arricchisce la rete di collaborazioni scientifiche del Museo che apre nuovi orizzonti alla ricerca, crea connessioni fra il patrimonio esposto, quello conservato nei depositi e un archivio di documenti che racconta la storia di un istituto che progressivamente aumenta le sue conoscenze e definisce il suo ruolo fra passato, presente e futuro.



lunedì 25 settembre 2023

#mostre / LE VIE DELL'ACQUA A MEDIOLANUM, al Civico Museo Archeologico di Milano dal 18 mag 2023 al 31 mar 2024

 

La mostra, realizzata dal Civico Museo Archeologico in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Milano, con il contributo scientifico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore - Dipartimento di Storia, Archeologia e Storia dell’Arte, ripercorre lo stretto legame tra Mediolanum e l’acqua, che fin dalle origini ha plasmato la città e ne ha determinato la fortuna. Il tema, sviluppato prevalentemente in riferimento all’epoca romana, è illustrato attraverso numerose testimonianze emerse dagli scavi condotti in città negli ultimi anni, da cui traspare il fondamentale contributo dell’archeologia urbana per la riscoperta e la conservazione della memoria della città.
 
All’abbondanza di acqua Milano deve le proprie origini, il proprio sviluppo urbano, il fiorire di tante attività artigianali già attestate fin dai primi secoli, l’esistenza di edifici monumentali realizzati e abbelliti grazie alla possibilità di approvvigionarsi di materiali da costruzione pregiati e di beni di lusso anche da territori lontani.
Pur non necessitando di un acquedotto, traduzione monumentale delle competenze tecnologiche dei Romani nell’amministrazione della risorsa idrica, i Mediolanenses hanno invece dovuto governare l’acqua sotterranea e superficiale con canalizzazioni, consolidamenti e bonifiche, opere che rivelano le straordinarie competenze tecniche raggiunte in età romana nella conoscenza e nella gestione dei terreni.
La mostra illustra i molteplici usi e sistemi di gestione dell’acqua a Milano in età antica, evidenziando come questa risorsa abbia contrassegnato la sua storia e la sua prosperità. L’accorto sfruttamento di questo bene essenziale per la vita umana a fini difensivi, economici, religiosi, politici, di salute pubblica ma anche a scopo ludico rappresenta uno degli insegnamenti maggiormente rilevanti della civiltà romana e una delle eredità più feconde che essa ci ha lasciato. 
L'esposizione, che comprende oltre 300 reperti in gran parte inediti, rappresentati da oggetti d’uso quotidiano e di pregio, quali sculture, gioielli, affreschi, è accompagnata da un ricco apparato grafico e fotografico, che illustra le progressive trasformazioni della città condotte parallelamente a continue opere volte all’amministrazione delle risorse idriche.
Il percorso intende quindi collegare la città antica e la metropoli moderna, evidenziando come l’accorta gestione delle risorse idriche e il loro sfruttamento per le attività produttive e i commerci abbiano accompagnato e determinato lo sviluppo di Milano dalle sue origini (V secolo a.C.) sino ad oggi.
La mostra, arricchita anche dal contributo di MM Spa riguardo la gestione dell’acqua oggi, è accompagnata da un catalogo edito da Nomos edizioni, grazie al finanziamento di UNIC-Lineapelle.

L’esposizione ripercorre lo sviluppo della città seguendo un percorso cronologico che si snoda dalle più antiche attestazioni relative al controllo dell’acqua per arrivare alla tarda età imperiale, quando l’elezione di Milano a capitale dell’impero romano trasforma la città con la costruzione di imponenti edifici pubblici, tra le cui le Terme Erculee, e l’ampliamento delle mura cittadine e del relativo fossato. 
Sezione I - L’acqua e le prime fasi urbanistiche della città
Partendo dalle prime fasi di vita della città di Milano viene illustrato il ruolo dell’acqua nella configurazione del primo abitato e la successiva costruzione del primo circuito murario, difeso da un fossato alimentato da corsi d’acqua appositamente deviati. Il rinvenimento nella zona compresa tra via Santa Croce e via Calatafimi - a breve distanza 
dalla “cerchia interna” - di un corso d’acqua trasformato dall’intervento umano, oltre a rivestire notevole importanza per la ricostruzione delle vie d’acqua in epoca romana, ha consentito il recupero di un’imponente quantità di reperti di diversa natura presentati per la prima volta al pubblico nel percorso espositivo. Essi attestano non soltanto la presenza di attività legate all’acqua, ma restituiscono anche innumerevoli testimonianze della vita quotidiana, talvolta agiata, degli abitanti di Mediolanum, che avevano facile accesso a merci di importazione e svolgevano attività redditizie, come ostentano alcuni monumenti funerari appartenute a commercianti della città nei primi secoli.
Sezione II - Una risorsa da gestire: la regimazione dell’acqua a Mediolanum 

L'accurata gestione dell’acqua da parte dell’amministrazione romana si traduceva sia in opere monumentali, come gli acquedotti (di cui Milano, proprio per la sua ricchezza idrica, non ebbe mai bisogno, ma ricordate da numerose emissioni monetali appartenenti alla collezione del Civico Medagliere), sia in un virtuoso sistema di canalizzazioni - dal fossato intorno alle mura a più contenuti canali di scolo ai lati delle strade - di cui sono state registrate molte evidenze. 
Ampiamente diffusi a Mediolanum erano i pozzi per attingere l’acqua di falda, presenti all’interno di ogni abitazione privata.
Un documento straordinario esposto in mostra è una porzione di pompa idraulica in legno e piombo, eccezionalmente recuperata dal fondo di un pozzo romano, il cui sistema di funzionamento rappresenta una testimonianza dell’alto livello raggiunto nella tecnologia idraulica dai Romani. Le loro avanzate competenze tecniche sono altresì attestate dai diversi sistemi adottati per consolidare i terreni umidi e fortemente imbibiti, caratteristici di molte aree del centro di Milano, rendendoli adatti anche a sostenere edifici monumentali.
Sezione III - Acqua e attività produttive a Milano

L’abbondanza di acqua giocò inoltre un ruolo fondamentale per lo sviluppo in città di attività artigianali per tutta l’età romana. Accanto alla produzione ceramica è la lavorazione dei metalli, dei tessuti e delle pelli a dare lustro ai Milanesi: eccezionale è il rinvenimento di un vero e proprio distretto conciario emerso in piazza Meda durante le attività di scavo archeologico preliminare alla realizzazione di un parcheggio (una ricostruzione virtuale inserita nel percorso ricostruisce la fisionomia di questo impianto). Un dato che conferma il ruolo di Milano come centro manifatturiero di rilievo, ruolo mantenuto lungo tutta la sua storia. 
Sezione IV - L’acqua nella Milano della tarda età-imperiale
Tra gli edifici monumentali antichi connessi all'uso e alla celebrazione delle virtù benefiche dell’acqua spiccava il grandioso complesso delle Terme Erculee, riccamente ornate con marmi policromi di varia provenienza e costruite per volere dell'imperatore Massimiano nel momento in cui Milano, alla fine del III secolo d.C., viene scelta come residenza imperiale. La presentazione di questo imponente complesso, al quale in origine appartenevano il colossale Torso di Ercole e un mosaico pavimentale già parte del percorso permanente di visita del museo, è integrata con l’esposizione di ulteriori materiali ed è accompagnata da un breve video che propone una ricostruzione virtuale dell'ambiente del tepidarium, appositamente realizzata per questa mostra.
Sezione V - L’acqua nei contesti abitativi

Oltre che in ambito pubblico, nel mondo romano l’acqua ricopriva ovviamente un ruolo centrale anche all’interno delle abitazioni private, sia per scopi strettamente funzionali e di servizio che, nel caso delle residenze di maggior prestigio, per finalità di carattere ludico-ricreativo e ornamentale.
I giardini delle domus appartenenti a famiglie facoltose erano spesso arricchiti da fontane, vasche, sculture e altri arredi marmorei utili a godere dei piaceri dell’acqua, a impreziosire gli ambienti e a esibire il lusso privato.
Sezione VI - Sacralità dell’acqua
La funzione dell’acqua come strumento di purificazione diffusa nel mondo pagano e successivamente ereditata dalla Cristianità determinò il suo largo impiego nei rituali, compresi quelli funerari. La presenza di corsi d’acqua in prossimità di molte necropoli milanesi risponde probabilmente a necessità di diverso tipo, dalla volontà di delimitare anche simbolicamente le aree funerarie a quella di disporre di acqua corrente per i rituali della morte. In questa sezione sono esposti alcuni corredi funerari recuperati dalle necropoli che circondavano la città e un altarino di diversa provenienza con una rara raffigurazione di Caronte.
Sezione VII - L’acqua dopo Mediolanum

Il percorso si conclude con una linea del tempo che evidenzia, attraverso la riproduzione di importanti fonti documentarie (planimetrie, disegni, quadri, fotografie), la progressiva trasformazione della rete idrografica cittadina, dallo sviluppo dei canali navigabili - che per secoli sono stati parte integrante del paesaggio di Milano - fino alla loro scomparsa.
Oggi l'acqua continua a scorrere abbondante nel sottosuolo della città e, oltre a soddisfare le esigenze di suoi abitanti, grazie agli impianti di depurazione continua ad alimentare le campagne a sud del centro urbano.
Il catalogo della mostra è edito da Nomos editore.







le foto, dall'alto in basso:
- Statuetta di Ninfa, ornamento di fontana, Milano, inizi III sec. d.C.
- Rubinetto, provenienza ignota, I-IV secolo d.C
- Frammento di capitello di lesena con figura di delfino, da Milano, fine I sec. d.C.
- Frammento d affresco con Erote, da Milano, fine I-II sec. d.C.
- Coppa in argento con scena di pesca, da Lovere (BG), fine II-inizi III d.C.
- Spillone in osso, da Milano, età romana
- Testa ritratto di personaggio maschile di età avanzata, da Milano, seconda metà III sec. d.C.
- Tappo di anfora con figura di "bonus eventus", Milano, foro Bonaparte, I-II sec. d.C.


#mostre / Materia. Il legno che non bruciò ad Ercolano: alla Reggia di Portici, fino al 31 dicembre 2023

 

Ercolano non solo è l’unica città del mondo romano che conserva il suo antico fronte a mare e l’elevato delle case sino al secondo piano, ma anche il legno come materiale di costruzione, di arredo e non solo. Lo si deve al particolare tipo di seppellimento, causato dalle ondate di fango vulcanico dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
Infatti, la coltre piroclastica di circa 20 metri di spessore ha inglobato anche materiali, utensili, elementi architettonici, arredi in legno che si sono carbonizzati ma non bruciati. La loro conservazione si deve soprattutto al certosino ed appassionato lavoro portato avanti da operai, restauratori, architetti e archeologi, che si sono succeduti nella gestione del sito, e si sono passati il testimone da una generazione all’altra nella complessa ed entusiasmante sfida della conservazione a partire dagli scavi Maiuri e poi nel corso di ben nove decenni. Un elenco di persone e di professionisti impossibile da proporre qui, grazie al cui straordinario impegno è giunto a compimento quello che non si esita a definire un prodigio: riannodare nel mezzo di tanta distruzione, provocata dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., prima il filo della forma e poi quello della vita di oggetti destinati all’oblio.
Ercolano conserva quindi un patrimonio di reperti in legno assolutamente unico, che va dai serramenti come porte, finestre, tramezzi, fino agli arredi, ad esempio armadi, casse, tabernacoli, letti e tavolini in legno, frutto di un lavoro artigianale realizzato con grande perizia. L’accurata opera di restauro ha consentito il recupero di molti preziosissimi oggetti che, pur presentandosi, nella maggior parte dei casi, come legno carbonizzato, conservano, tuttavia, la loro forma originale e la raffinatezza delle decorazioni intagliate. Inoltre, tutti gli oggetti in legno di Ercolano danno uno straordinario riscontro a quanto si conosce dalle fonti scritte, dagli affreschi e dai rilievi antichi e costituiscono una rarissima opportunità di ricostruire le antiche tecniche di falegnameria ed ebanisteria.
Il legno e la sua materia sono al centro della mostra Materia. Il legno che non bruciò ad Ercolano, curata dal direttore del Parco Archeologico di Ercolano, Francesco Sirano e dall’archeologa Stefania Siano, e che apre il 14 dicembre nella settecentesca Reggia di Portici, residenza estiva della famiglia reale borbonica e sede del Herculanense Museum, tra i primi musei archeologici al mondo e meta dei viaggiatori del Grand Tour, nell’Ottocento anche residenza di Murat e poi sede della Real Scuola di Agricoltura di Portici.
L’esposizione è prodotta dal Parco Archeologico di Ercolano con il consueto affiancamento del Packard Humanities Institute, partner storico con il quale sono state condivise molte delle più recenti scoperte che saranno per la prima volta presentate al pubblico (come il tetto di legno dalla Casa del Rilievo di Telefo e i mobili rivestiti in avorio dalla Villa dei Papiri). La mostra nasce nell’ambito di una straordinaria collaborazione interistituzionale con la Città Metropolitana di Napoli, il Dipartimento di Agraria e del Musa (Centro Museale Reggia di Portici) dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, con lo sponsor di HEBANON Fratelli Basile 1830. L’allestimento è affidato alla società ACME04 e con il contributo della Regione Campania–Direzione Generale per le Politiche Culturali ed il Turismo, nell’ambito degli interventi del POC 2014-2020.
I visitatori potranno usufruire del biglietto di mostra al costo di 5 euro, ma anche di un biglietto integrato al costo di 15euro, che consentirà di vedere l’esposizione e anche la Reggia di Portici, l’Orto botanico e il Parco Archeologico di Ercolano. Il percorso si articola in alcune delle sale al piano nobile del Palazzo Reale, secondo un registro di indubbia potenza evocativa che consentirà al visitatore non solo di apprezzare il vero e proprio miracolo della conservazione del legno sfuggito alla catastrofe che investì l’area del Vesuvio, ma anche di immergersi nella vita degli antichi e di comprendere, attraverso oltre 120 oggetti, tutti provenienti da Ercolano e mai sinora presentati al pubblico in forma monografica, quanto il legno fosse vitale per ogni attività oltre ad essere un materiale prezioso al punto che sovente gli alberi e i boschi assumevano aspetti di sacralità e valori simbolici.

IL PERCORSO DELLA MOSTRA
Il visitatore, dopo essere stato introdotto al percorso da un’installazione di luci e suoni, suggestivi del calore e della forza distruttiva dell’eruzione, che hanno incredibilmente determinato ad Ercolano la conservazione dei materiali lignei, si trova immerso nei colori e nei profumi della materia, cioè il legno, come se si trovasse nell’officina di un falegname, dove accumuli di tavolati e tranciati stagionano in attesa di essere utilizzati.
Sarà questo il primo approccio con la materia, termine tecnico che i Romani utilizzavano non solo con il significato attuale, ma anche per indicare il legno da taglio, ancora non lavorato: legno come materiale per eccellenza.
La sala successiva propone la medesima ambientazione, ma, questa volta, riferendosi al momento della lavorazione del legno e accostando strumenti e oggetti antichi ad una serie di attrezzi e oggetti dell’Ottocento, provenienti dalla collezione di Hebanon, società dei fratelli Basile, che testimoniano la secolare continuità nell’ambito di questa produzione essenziale per tutte le società umane.
Gli attrezzi per le varie fasi di lavorazione del legno sono spesso raffigurati nei rilievi che decorano monumenti funerari in vari siti del mondo romano o, più raramente, anche altri tipi di manufatti; talvolta sono citati in testi antichi e, in alcuni casi fortunati, in cui le condizioni di seppellimento lo hanno consentito, come quelli di Pompei ed Ercolano, ne sono state rinvenute testimonianze materiali.
In realtà, comparando gli attrezzi antichi con quelli moderni, è evidente quanto poco siano cambiati nel corso dei secoli, essendo strettamente legati alla loro funzione e non richiedendo cambiamenti se non qualche dettaglio migliorativo. È incredibile osservare come ascia, sega, trapano, compasso e squadra, martello, livella e filo a piombo, scalpello, lima e raspa siano rimasti fondamentalmente gli stessi; e poiché gli autori antichi raramente descrivono le tecniche dei falegnami e dei carpentieri, le testimonianze di oggetti in legno provenienti dagli scavi di Ercolano costituiscono una eccezionale opportunità di studiare le antiche tecniche di lavorazione di mobili e oggetti anche minuti, come portamonete e sculture, ma anche di scale, porte, infissi, imbarcazioni, tetti e controsoffitti.
La lavorazione era basata principalmente sull’uso di ammorsature e incastri, entrambi attestati ad Ercolano, rispettivamente negli elementi strutturali e nel mobilio. Tra gli incastri, il più utilizzato era quello a tenone e mortasa, composto da un maschio (tenone) e dall’alloggio corrispondente (mortasa), che viene adoperato da migliaia di anni per unire pezzi di legno, soprattutto quando questi formano un angolo di 90 gradi.  I chiodi e la colla servivano per il fissaggio delle giunzioni e non va dimenticato che, sebbene i piedi dei mobili in metallo fossero preferiti per la robustezza portante, vi sono ad Ercolano numerose testimonianze di piedi in legno lavorati al tornio.
 
La terza sala è dedicata a dei manufatti particolarmente rappresentativi delle tecniche di lavorazione del legno, appartenenti al controsoffitto in legno del c.d. salone dei marmi della Casa del Rilievo di Telefo, da dove provengono circa 250 frammenti (nella quasi totalità di abete bianco) di un tetto e di un controsoffitto di legno, incredibilmente conservati dall’eruzione. Un manufatto di assoluta unicità per il mondo antico.
Il legno è ancora “vivo” e conserva in più punti tracce di pigmento colorato. Grazie alle ottime condizioni di conservazione è stato possibile ricostruire le tecniche ad incastro e ipotizzare l’aspetto generale del controsoffitto a lacunari, compresa l’antica colorazione.
L’analisi delle tracce di pigmenti colorati, ancora conservati in alcuni frammenti, ha consentito di ricostruire la vivace sovra dipintura in azzurro, rosso, verde e bianco. L’elemento centrale del controsoffitto era rivestito con una lamina in foglia d’oro. Grazie al complesso studio della posizione di caduta di ciascun elemento, è stato possibile ipotizzare la loro posizione originaria nella controsoffittatura e proporre un’ipotesi di ricostruzione. Lo schema del controsoffitto, sia per i singoli motivi decorativi, sia per lo schema compositivo, si può inquadrare nella piena età augustea.
 
Proseguendo nel percorso espositivo sarà come trovarsi sul mare. Gli scavi condotti tra gli anni ’80 e gli anni ’90 del secolo scorso hanno messo in evidenza uno degli aspetti più importanti di Ercolano: il fronte mare della città, che costituisce un unicum nell’archeologia romana, unitamente agli scheletri di chi tentava di scampare l’eruzione via mare e ai resti eccezionali di imbarcazioni e di oggetti legati alla marineria e alla pesca, molti dei quali in legno, sughero, cordame e cuoio, straordinariamente conservati.
Una di queste imbarcazioni si troverà al centro della sala, come immersa nell’acqua, assieme a un argano verticale e un dritto di prora.
Si tratta di una piccola imbarcazione utilizzata per la pesca, scoperta negli anni Novanta del secolo scorso nell’area vicina al complesso termale dell’Insula Nordoccidentale della città, dove sono stati rinvenuti numerosi reperti che attestano come, al momento dell’eruzione, le terme fossero utilizzate come luogo di rimessaggio di barche e di deposito di attrezzature legate alle attività marinare.  Il corpo dell’imbarcazione, solo in parte conservato, misura in lunghezza 280 cm e in larghezza 118 cm, ma le sue proporzioni lasciano presumere che le dimensioni fossero in origine significativamente più ampie rispetto alla porzione di carena conservata.
Accanto alla barca è esposto lo straordinario dritto di prora in legno a forma di testa di serpente dipinta in rosso, che trova numerosi confronti in affreschi pompeiani, anch’esso rinvenuto nella stessa area della barca, insieme a un timone in legno e sei remi, sempre riconducibili ad imbarcazioni da pesca, a un rotolo di corda e a una rete da pesca con numerosissimi pesi da rete in piombo.
Lo stesso contesto ha restituito l’eccezionale argano verticale in legno esposto in mostra, tecnicamente definito «cabestano», che veniva probabilmente utilizzato per tirare in secca le barche, e che conserva ancora gli incassi per le assi di manovra e le ali verticali per la raccolta della corda.
 
Da questa sala due piccole passerelle attraversano un ambiente pavimentato con mosaici, suggerendo l’attraversamento di un fiume metaforicamente disegnato da una proiezione a pavimento, in cui scorrono, spinte dalla forza della corrente, brevi frasi e parole che, da un lato, richiamano la sfera di sacralità del bosco, dall’altro evocano poeticamente attrezzi, oggetti e figure legate al tema della lavorazione e trasformazione della preziosa materia lignea. È l’approdo verso una dimensione diversa, più simbolica, intima e magica, verso il luogo da cui proviene la materia, il bosco.
 
Infatti, nell’ultima sala, la più ampia del percorso, che accoglie oggetti di mobilio e suppellettili in legno di rara bellezza, per evocare l’origine dei reperti, le teche sono collocate all’interno della ricostruzione stilizzata di un bosco in orario notturno, con proiezione, nel centro del soffitto, delle costellazioni e della Via Lattea. Nella radura che apre allo sguardo il cielo, un confortevole divano permetterà la sosta e la visione delle frasi evocative che si andranno a comporre tra le stelle.
 
A conclusione della mostra, una proiezione multipla consente l’ultimo suggestivo apprezzamento dei reperti, con le immagini che scorrono ritmicamente sui sei monitor in un gioco coordinato tra visione d’insieme e particolari. Le iscrizioni dei loro nomi in italiano, latino ed inglese e i suoni che evocano la funzione dei singoli oggetti completano l’ultima suggestione del percorso.
Le informazioni sui reperti esposti in mostra e sul loro ritrovamento saranno disponibili attraverso la webapp attivabile con la tecnologia NFC: basterà avvicinare lo smartphone alle schede disposte lungo il percorso per accedere direttamente alle informazioni senza bisogno di scaricare nessuna App.
Affinché l’accesso alle informazioni sia più ampio possibile, saranno a disposizione anche il QR code e il link diretto alla webapp: www.materiainmostra.it.
 
INFO 
 
Biglietto mostra € 5,00
Biglietto integrato € 15,00 (comprende visita a mostra, Reggia di Portici,
Herculanense Museum, Orto botanico, Parco Archeologico di Ercolano)
Biglietti disponibili online sul sito www.centromusa.it e presso le biglietterie della
Reggia di Portici e del Parco Archeologico di Ercolano
Giorno di chiusura lunedì
Indirizzo Reggia di Portici, Via Università 100, Portici
Parcheggio gratuito

(le foto sono di Luigi Spina e Giorgia Bisanti)


#mostre / IL RITORNO DELLA BIGA al museo civico Archeologico “Pietro e Turiddo Lotti” di Ischia di Castro fin al 31 dicembre 2023

 


A distanza di oltre cinquanta anni dal ritrovamento, avvenuto nel 1967 presso la Necropoli etrusca di Castro, l’eccezionale Biga in bronzo torna nel suo luogo di provenienza, grazie alla collaborazione attivata tra il Museo di Ischia di Castro e il Museo Archeologico Nazionale di Viterbo, dove il manufatto è solitamente esposto.
Durante gli scavi presso la tomba della Biga, oggi visitabile nel Parco Archeologico Antica Castro, si è attestata la presenza dei resti di una nobile aristocratica, riccamente vestita, come testimoniano i sandali decorati con oro e ambra e i gioielli, tra i quali spicca uno scarabeo egizio incastonato in un pendente d’oro.
Al momento della scoperta la biga si trovava in posizione leggermente inclinata, appoggiata con uno dei due cerchioni a una delle porte d’ingresso aperte sul vestibolo. I resti dei due cavalli che l’avevano tirata, si trovavano a poca distanza, distesi sul pavimento, l’uno dietro l’altro, con le teste rivolte verso la defunta, quasi in ultimo rispettoso saluto.
I restauri compiuti sul manufatto hanno permesso la restituzione a grandezza naturale del carro ed evidenziato lo splendido apparato decorativo dal quale emergono le figure di due efebi, eredi stilistici dei kouroi greci.
L’allestimento della mostra, oltre alla Biga, vedrà esposti altri due notevoli esempi di carri etruschi: il calesse femminile rinvenuto a Tarquinia all’interno del Tumulo della Regina, risalente alla prima metà del VII secolo a.C. e quello proveniente dalla Tomba delle Mani d’Argento nella necropoli dell’Osteria a Vulci. Da questa ricca tomba provengono anche la testiera di cavallo con i preziosi finimenti bronzei, il collare e alcuni morsi equini che completano l’esposizione.


CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...