lunedì 13 aprile 2026

CITTA' DEL VATICANO - Specchio di Calcante

 

Lo specchio di Calcante è un manufatto etrusco della fine del V secolo a.C. e si trova ora a Roma, nel Museo Gregoriano Etrusco dei Musei Vaticani. Lo specchio di bronzo proviene dall'etrusca Vulci e mostra il veggente greco Calcante come sacerdote etrusco (aruspice) che esegue l'esame del fegato. Lo specchio di Calcante è un esempio di come gli Etruschi modificarono e reinterpretarono nelle arti visive i miti dei Greci.
Lo specchio è realizzato in bronzo, una lega di rame ampiamente utilizzata nell'antichità. Il diametro del disco, pressoché circolare, è di 14,8 cm. La parte anteriore è stata lucidata e l'incisione è sul retro. Lo specchio ha una base lunga 3,7 cm, a cui probabilmente era fissato un manico. Specchi in bronzo di questo tipo furono realizzati tra il VI e il III secolo a.C., con un picco di produzione nel IV secolo a.C.
L'uomo che esegue l'esame del fegato è alato e ha la barba. Un panno largo gli copre i fianchi, la spalla sinistra e il braccio sinistro. È piegato in avanti e osserva il fegato che tiene nella mano sinistra. Sembra che stia avvicinando la mano destra al fegato per tastarlo. Il suo piede sinistro è appoggiato su un masso.
Davanti a lui, sul tavolo sul bordo destro del quadro, c'è un coltello o un altro pezzo di interiora. Potrebbe essere un polmone con una trachea. Dietro di lui, sul bordo sinistro del quadro, c'è una oinochoe. La scena è incorniciata da due robusti viticci d'edera con foglie trilobate e frutti.
Sul lato destro sono incise diagonalmente, dall'alto verso il basso, delle lettere etrusche. L'iscrizione si legge da sinistra a destra, il che non corrisponde al consueto stile di scrittura etrusco, che disponeva le lettere speculari e da destra a sinistra. L'iscrizione si riferisce al personaggio raffigurato come CALCHAS, nome etrusco per Calcante.
Secondo l'Iliade di Omero, Calcante era l'indovino ufficiale dei Greci durante la guerra di Troia. Aveva ricevuto da Apollo il dono di interpretare il volo degli uccelli, una disciplina divinatoria praticata anche dagli Etruschi.
Tra gli Etruschi, solo un sacerdote (aruspice) era autorizzato a eseguire l'esame del fegato (epatoscopia). Questa raffigurazione mostra quindi un aruspice anziano, piegato in avanti, che esamina il fegato di un animale sacrificato per discernere la volontà degli dei. Il suo piede sinistro è appoggiato su una roccia. Questa postura, che il sacerdote adotta anche sullo Specchio di Tarconte di Tuscania, sembra essere stata di grande importanza per il rituale. Il sacerdote presumibilmente credeva che ciò gli permettesse di entrare in contatto con le forze della natura e del mondo sotterraneo. Durante l'esame mantico, il fegato della pecora veniva apparentemente tenuto nella mano sinistra e toccato con la destra, come mostra lo Specchio di Tarconte. Anche il coltello sacrificale e la brocca con beccuccio facevano probabilmente parte dell'atto rituale. Brocche di questo tipo sono state trovate in Etruria fin dalla prima metà del V secolo a.C.
Anche il leggendario indovino Calcante era evidentemente molto rispettato dagli Etruschi. La visione del fegato stessa viene trasferita a livello mitico dall'indovino alato. È anche possibile, tuttavia, che Calcante non sia inteso come una persona, ma che il suo nome sia usato genericamente per indicare un indovino. Le ali simboleggiano quindi la funzione del sacerdote indovino come mediatore tra il mondo terreno e il trascendente.

REGNO UNITO - Anello di Silvianus

 

L'anello di Silvianus, conosciuto anche come anello di Vyne, è un anello d'oro databile al IV secolo, ritrovato in un campo arato nei pressi dell'antica città romana di Calleva Atrebatum (moderna Silchester, Hampshire), in Inghilterra, nel 1785. Originariamente di proprietà di un romano britannico chiamato Silvianus, sembra che l'anello sia stato poi rubato da una persona chiamata Senicianus, su cui Silvianus invocò una maledizione.
Dopo la sua scoperta nel diciottesimo secolo, l'anello divenne di proprietà della famiglia Chute, la cui casa di campagna, sempre situata nell'Hampshire, era la tenuta chiamata The Vyne, oggi di proprietà del National Trust for Places of Historic Interest or Natural Beauty, dove l'anello è stato anche esposto a partire dal 2013.
Nel 1929, durante lavori di scavo nel sito di un tempio romano dedicato al dio Nodens a Lydney Park, l'archeologo Mortimer Wheeler scoprì dettagli inerenti alla sopraccitata maledizione. Poiché Wheeler si consultò con J. R. R. Tolkien circa il nome del dio invocato nella maledizione, sia l'anello sia la maledizione stessa potrebbero aver ispirato a Tolkien l'idea dell'Unico Anello, oggetto centrale dei romanzi Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli.
L'anello di Silvianus è un anello piuttosto largo avente un diametro di 25 mm e un peso di 12 g, probabilmente pensato per essere indossato sopra un guanto e avente una forma non propriamente circolare, bensì decagonale, ossia con dieci facce. Sull'anello è inoltre presente una smussatura quadrata si cui è incisa un'immagine della dea Venere, ai lati della quale sono state incise le lettere "VE" e "NVS", in scrittura capovolta. In questo modo, quando l'anello è utilizzato come sigillo, le lettere e l'immagine appaiono in bassorilievo e scritte nel senso giusto.
Sulla cintura dell'anello è incisa la frase "SENICIANE VIVAS IIN DE", che riporta erroneamente una doppia "I" non lasciando spazio alla "O" terminale. L'iscrizione, che sembra essere stata incisa posteriormente al ritratto di Venere, avrebbe infatti dovuto finire con la frase "VIVAS IN DEO" — una comune iscrizione romana cristiana che in latino significa "viva in Dio".
L'anello di Silvianus è stato scoperto nel 1785 nel campo di una fattoria vicino a Silchester, una città di origine romana, sito di molte scoperte archeologiche. Non si sa con certezza come l'anello sia finito nella tenuta The Vyne della famiglia Chute, ma si presume che il contadino che lo ha trovato debba averlo venduto alla suddetta famiglia, nota per avere un certo interesse nei reperti storici e nelle antichità. Quello che si sa è che nel 1888 Chaloner Chute, proprietario della tenuta, scrisse dell'anello in una storia della casa da lui redatta.
All'inizio del diciannovesimo secolo, nel sito di un tempio romano dedicato al dio Nodens, vicino a Lydney, nel Gloucestershire, a circa 130 km da The Vyne, fu scoperta una defixio, ossia una lamina di piombo incisa a graffio, databile anch'essa attorno al quarto secolo e recante una maledizione inerente ad un anello, che recita: «Per il dio Nodens. Silvianus ha perso un anello e ne ha donato una metà [del suo valore] a Nodens. Tra tutti quelli chiamati Senicianus non sia concessa buona salute fino a che esso non sia riportato al tempio di Nodens.» (Iscrizione sulla lamina di piombo)
Nel 1929, durante una campagna di scavo presso il sito di Lydney da lui condotta, l'archeologo Sir Mortimer Wheeler dedusse il collegamento tra l'anello recante il nome di Senicianus e la defixio con inciso lo stesso nome. Wheeler interpellò allora Tolkien, al tempo professore di filologia anglosassone presso l'Università di Oxford, per indagare sull'etimologia del nome del dio "Nodens", citato nella maledizione.
L'anello di Silvianus è rimasto a lungo semisconosciuto, custodito nella biblioteca di The Vyne; solo nel 2013 è stato per la prima volta esposto in una teca, in un'esibizione a lui dedicata, con a fianco una riproduzione della defixio a esso relativa.
È stato ipotizzato che Wheeler, nella sua discussione con Tolkien circa il nome di Nodens presente sulla lamina di piombo, abbia anche fatto menzione dell'anello di The Vyne, con cui aveva una certa familiarità. Proprio da questo anello, Tolkien potrebbe aver tratto lo spunto per l'ideazione dell'Unico Anello, che nel Legendarium di Tolkien era stato forgiato da Sauron per schiavizzare gli abitanti della Terra di Mezzo. Tra l'altro, l'anello e la maledizione a esso associata non sarebbero gli unici elementi dell'area archeologica di Lydney ad aver dato lo spunto a Tolkien per i suoi romanzi più famosi. Lo scrittore, infatti, potrebbe aver tratto ispirazione anche da un forte presente nell'area e risalente all'età del ferro, conosciuto come Dwarf's Hill, ossia "la collina del nano".

Nell'allestimento della "Ring Room" alla tenuta di The Vyne, è stata coinvolta anche la The Tolkien Society e così ora, nella stanza dove è esposto l'anello sono presenti, oltre a una teca girevole contenente il gioiello, anche una prima edizione de Lo Hobbit e una copia della già citata defixio, il tutto circondato da immagini di paesaggi rappresentanti la Terra di Mezzo.

GERMANIA - Tesoro di Hildesheim

 

Il Tesoro di Hildesheim è un'importante scoperta archeologica di vari pezzi romani d'argento risalenti all'età di Augusto, avvenuta nei pressi della città tedesca di Hildesheim. Il tesoro è oggi conservato nell'Altes Museum (Antikensammlung) degli Staatliche Museen di Berlino.
Il luogo di ritrovamento era allora ai confini dell'Impero ed era composto da oltre 60 pezzi d'argento, forse frutto di un bottino di razzia, come suggeriscono le iscrizioni sui pezzi che rimandano a persone diverse.
Comprende quattro piatti da parata (con piede e senza) che hanno al centro medaglioni con altorilievi più antichi, riutilizzati per il vasellame. Spicca quello di Atena seduta, originale del II secolo a.C. rimontato in epoca augustea; gli altri tre (Attys, Ercole bambino coi serpenti e Cibele) erano probabilmente decorazioni di armature da parata o medaglie militari.


Molti pezzi hanno decorazioni legate al mondo dionisiaco, con tralci e grappoli di vite (set di coppe potorie, brocche) e soprattutto il cratere decorato a sbalzo e rifinito a cesello, con motivi decorativi finissimi che si svolgono armoniosamente su tutta la superficie: grifi sono retrospicienti in posizione araldica da cui diparte un complesso stelo con racemi filiformi composti a girali simmetriche; tra di esse compaiono eroti dediti alla pesca di gamberi e pesci. Si tratta di una decorazione perfettamente inquadrata nell'arte del tempo, confrontabile con la pittura e gli stucchi (come quelli della casa della Farnesina), ma oggi apprezzabile solo dalle fotografie d'epoca o la ricostruzione moderna nel museo, poiché il pezzo venne trafugato nel 1945 e mai più rinvenuto.
In passato il ritrovamento è stato utilizzato principalmente dai ricercatori locali di Hildesheim come prova per localizzare la battaglia di Varo vicino a Hildesheim. Tuttavia, poiché solo il ritrovamento del tesoro d'argento può essere citato come prova di ciò e mancano ulteriori reperti archeologici, questo viene considerato improbabile. A causa dei ritrovamenti archeologici effettuati dal 1987, la regione di Kalkriese vicino a Osnabrück è il luogo più probabile della battaglia.


Anche per i ricercatori locali è ipotizzabile che il ritrovamento non appartenga all'argenteria da tavola del Varo. Le stoviglie sono troppo piccole per questo, e il generale Varo non avrebbe certamente usato l'argenteria in cui vengono lavorate medaglie di rango inferiore. Non è nemmeno credibile che il ricco Varo, imparentato con la famiglia imperiale, abbia utilizzato un servizio d'argento composto da altre stoviglie. Per la datazione degli oggetti rinvenuti, però, è ipotizzabile che i piatti in questione provenissero dal possesso di un ufficiale dell'esercito augusteo. Come luogo di provenienza del materiale sono state ipotizzati due possibili scenari: o il saccheggio avvenuto dopo la battaglia della Foresta di Teutoburgo oppure dal campo legionario di Castra Vetera (vicino all'odierna Xanten) durante l'insurrezione batava. La raccolta ordinata dei materiali al momento del ritrovamento corrisponde piuttosto ad un voluto tentativo di nascondere tali oggetti. Se questo sia stato fatto da un ufficiale romano o da un germanico non potrà mai essere chiarito senza ulteriori scavi.


FRANCIA - Parigi, Tesoro di Bernay


 Il Tesoro di Bernay (più correttamente Tesoro di Berthouville) è un insieme di argenterie romane e gallo romane rinvenuto nel 1830 nei pressi di Berthouville (Eure), vicino a Bernay in Normandia. Il nucleo, composto da circa novanta pezzi tra vasi, coppe, brocche, phialai, frammenti e due statuette di Mercurio, proviene da un santuario gallo romano dedicato a Mercurius Canetonensis ed è conservato a Parigi nel Cabinet des médailles della Bibliothèque nationale de France (BnF). Il peso complessivo supera i 25 kg di argento.
Il deposito fu scoperto nel marzo 1830 durante l’aratura di un campo nel territorio di Berthouville. Gli oggetti furono trovati entro una piccola cassa rivestita di mattoni (brick lined cist) a poca profondità e acquisiti poco dopo dal Cabinet des médailles.
Il tesoro apparteneva a un santuario gallo romano dedicato a Mercurius Canetonensis (Mercurio Canetonense), attestato anche da iscrizioni votive incise su alcuni recipienti.
Il complesso comprende soprattutto vasellame da bevanda (coppe, skyphoi, brocche, phialai) e elementi di servizio, con una datazione compresa tra il I e l’inizio del III secolo d.C.; alcune opere sono di produzione italica, altre di botteghe gallo romane. Tra i pezzi più noti figurano le coppe con centauri (centaur cups) e due statuette d’argento di Mercurio (una di ca 60 cm). Parte degli oggetti reca dediche votive, fra cui quelle del cittadino romano Q(uintus) Domitius Tutus (es.: «MERCVRIO AVGVSTO Q DOMITIVS TVTVS EX VOTO»). Il peso totale supera i 25 kg di argento.
Il tesoro è conservato nel Cabinet des médailles della Bibliothèque nationale de France. Tra il 2011 e il 2014 è stato sottoposto a un ampio intervento di studio e restauro presso la Getty Villa (Los Angeles), ed è stato presentato nella mostra Ancient Luxury and the Roman Silver Treasure from Berthouville (Getty Villa, 2014–2015); una selezione è stata poi esposta a New York (ISAW, 2018–2019) prima del rientro a Parigi.

FRANCIA - Parigi, Louvre / Nike di Samotracia

 

La Nike di Samotracia è una scultura in marmo pario (h. 245 cm) di scuola rodia, dalla discussa attribuzione a Pitocrito, databile al 200-180 a.C. circa e oggi conservata al Museo del Louvre di Parigi.
La Nike venne presumibilmente scolpita a Rodi in epoca ellenistica per commemorare la vittoria nella battaglia dell'Eurimedonte, in cui la flotta del re siriano Antioco III (guidata da Annibale) combatté contro una piccola flotta di navi di Rodi, che da poco si era schierata dalla parte di Roma nell'ambito della guerra romano-siriaca. L'isola di Samotracia volle commemorare il buon esito del conflitto realizzando un grande tempio votivo in onore dei Grandi Dei Cabiri che si sviluppava su più livelli, dei quali quello alla sommità era occupato proprio dalla Nike (Nίκη). L'autore è sconosciuto, e per quanto sia popolare l'attribuzione a Pitocrito si tratta tuttavia di un errore legato al frammento "Louvre Ma4194" il quale non fa parte del complesso statuario e non è in alcun modo riconducibile a Pitocrito.
Dopo esser rimasta nel santuario dei Grandi Dei di Samotracia per diversi secoli, la Nike scomparve misteriosamente, per poi essere rinvenuta nel 1863 in stato frammentario da Charles Champoiseau, viceconsole francese a Edirne, nella stessa isola egea (all'epoca parte dell'Impero ottomano e nota come Semadirek). Successivamente l'opera fu acquistata dai francesi, che intendevano includerla nelle collezioni del Museo del Louvre, dove arrivò dopo un impervio viaggio che si sviluppò tra Costantinopoli, il Pireo, Marsiglia e infine Parigi. Giunta nella Ville Lumière, la statua venne ricomposta e infine collocata sulla sommità della scala Daru, progettata da Hector Lefuel per raccordare la Galerie d'Apollon e il Salon Carré. Dalla nuova sede del Louvre la Nike venne spostata solo una volta, nel 1939, quando per proteggerla dall'imminente seconda guerra mondiale venne trasportata nel castello di Valençay.


Notevole il restauro svoltosi tra il 2013 e il 2014, con un costo globale di circa quattro milioni di euro, grazie al quale sono state ripristinate tre nuove piume sull'ala sinistra e la cromia originale del marmo pario.
La statua, rinvenuta acefala e senza braccia, raffigura Nike, la giovane dea alata figlia del titano Pallante e della ninfa oceanina Stige. Il suo culto, ravvivato dalle fortunate campagne militari di Alessandro Magno, era particolarmente sentito dai Greci che la adoravano come personificazione della vittoria sportiva e bellica. La dea, vestita con un leggero chitone, è qui effigiata nell'atto di posarsi sulla prua di una nave da guerra (il basamento è scolpito nel pregiato marmo di Larthos, proveniente dall'isola di Rodi). Un vento impetuoso investe la figura protesa in avanti, muovendo il panneggio che aderisce strettamente al corpo, e crea un gioco chiaroscurale di pieghette dall'altissimo valore virtuosistico, in grado di valorizzare il risalto dello slancio. Dinamismo e abilità di esecuzione si uniscono quindi in un'opera che concilia spunti dai migliori artisti dei decenni precedenti: il vibrante panneggio fidiaco, gli effetti di trasparenza e leggerezza prassitelici e la tridimensionalità lisippea.
Scolpita nel pregiato marmo pario, la dea posa con leggerezza il piede destro sulla nave, mentre per il fitto battere delle ali, che frenano l'impeto del volo, il petto si protende in avanti e la gamba sinistra rimane indietro. Le braccia sono perdute, ma alcuni frammenti delle mani e dell'attaccatura delle spalle mostrano che il braccio destro era abbassato, a reggere probabilmente il pennone appoggiato alla stessa spalla, mentre il braccio sinistro era sollevato, con la mano aperta a compiere, secondo Marianne Hamiaux, un gesto di saluto, oppure a reggere una corona. La volontà dell'autore della Nike ha esasperato tutto ciò che può suggerire il movimento e la velocità.


FRANCIA - Parigi, Louvre / Statua di Gudea

 

La statua di Gudea seduto è un reperto sumerico in diorite (h. 46 cm) databile al 2125-2110 a.C. circa e conservato nel Museo del Louvre, a Parigi. Ha come numero di inventario AO 3293 per la testa e AO 4108 per il corpo.
Gudea fu un importante principe della città sumera di Lagash, vissuto nel XXII secolo a.C. e distintosi per la fondazione di templi e per gli slanci verso la produzione letteraria, tanto che per la sua epoca si è parlato di un "Rinascimento sumerico".
Dopo la sua morte fu oggetto di devozione, come testimoniano alcuni testi rinvenuto su cilindri di argilla e le numerose statue che lo rappresentano in posizione orante e di raccoglimento. La testa di questa statua di medie dimensioni venne rinvenuta da archeologi francesi (scavi Ernest de Sarzec) nel 1877 a Telloh (antica Girsu), e solo nel 1903 venne recuperato anche il corpo e ricongiunto (scavi Gaston Cros). Ciò ne fa l'unico reperto pressoché integro delle collezioni francesi, poiché tutte le statue di questo genere furono decapitate in epoca antica. Inoltre, all'epoca del suo ritrovamento, fu un reperto di eccezionale valore perché spostò indietro al III millennio a.C. la comparsa della scultura monumentale in Mesopotamia, che all'epoca si faceva risalire all'epoca assira, nel I millennio a.C.
Il principe è ritratto seduto, indossante una veste di alto rango annodata sulla spalla sinistra e che lascia scoperta quella destra. In testa ha un corpicapo a calotta semisferica con un risvolto cilindrico: nella realtà poteva essere di lana o di pelo, mentre la veste era forse di lino. Sulla sottana si trova una lunga iscrizione cuneiforme che ricorda la costruzione del tempio dedicato a Ningirsu, di cui è presente in un'altra statuetta simile anche una pianta stilizzata, che Gudea tiene sulle ginocchia (il cosiddetto "Architetto con regolo", AO 3) all'altezza delle ginocchia. Le mani sono raccolte vicino alla vita, lo sguardo è rivolto frontalmente con una fissità ieratica. Il naso è danneggiato. Le proporzioni delle diverse parti sono antinaturalistiche: il collo sembra quasi assente e la testa è troppo grande per un corpo molto piccolo. Questo perché corrisponde alla tradizione scultorea di questa civiltà, legata a proporzioni gerarchiche, e attenta a una resa volumetrica compatta delle figure.
Il sedile è uno sgabello con due sostegni laterali, realizzati a bassorilievo.

FRANCIA - Parigi, Louvre / Stele di Naram-Sin

 
La stele di Naram-Sin o stele della vittoria è un bassorilievo su lastra di arenaria alta 200 cm e larga 105 cm che celebra il sovrano accadico Narām-Sîn per la sua vittoria sui Lullubiti. Rinvenuta tra le rovine di Susa, la stele era originariamente collocata nella città di Sippar. La stele è conservata oggi presso il Museo del Louvre, a Parigi.
Un bassorilievo simile, sempre ritraente Narām-Sîn, fu rinvenuto a pochi chilometri di Diarbekr, nel Pir Hüseyin.
Narām-Sîn, figlio di Manishtushu e padre di Shar-kali-sharri, fu un sovrano accadico, terzo successore di Sargon di Akkad. Secondo la cronologia media, regnò dal 2254 al 2218 a.C. Portò l'impero dei suoi padri alla massima estensione, realizzando quella conquista della Mesopotamia (entro l'arco montano) dal "Mare Superiore" (Mar Mediterraneo) al "Mare Inferiore" (Golfo Persico), che finirà per avere un ruolo ideologico preminente in tutta la storia del Vicino Oriente antico.
La porzione principale della stele fu rinvenuta dall'archeologo Jacques de Morgan nel 1898 a Susa, oggi Sush, antica capitale dell'Elam sull'altopiano iranico, dove presumibilmente fu portata come trofeo di guerra da Shutruk-Nakhkhunte I, a capo dell'impero elamita.
La stele celebra la vittoria di Narām-Sîn, figlio di Manishtushu e padre di Shar-Kali-Sharri, contro i Lullubiti, un popolo che abitava i monti Zagros.
Nel bassorilievo spicca la figura del sovrano, venerato dai suoi guerrieri come un dio, accompagnato dai due vessilliferi alla sua sinistra e reso divino dalla presenza di due astri sopra di lui. Da notare il particolare copricapo del re Narām-Sîn, una tiara con corna, simbolo, queste ultime, della divinità. Un richiamo dunque alla deificazione in vita del sovrano accadico, il primo sovrano mesopotamico a vantare la propria umanità divinizzata, testimoniata anche dalle iscrizioni che antepongono al suo nome il determinativo, proprio degli dèi, dingir. Al re, fedele custode ed esecutore della volontà del dio poliade proprio dei Sumeri, si sostituisce, con l'accadico Narām-Sîn, il re che si fa dio stesso. Narām-Sîn indossa un arco e impugna una freccia incedendo altero sui corpi dei nemici. Un'altra sua freccia ha appena ferito alla gola un guerriero nemico che gli si pone soccombente di fronte. Anche le dimensioni delle figure, testimoniata proprio da quella della freccia che ha ferito il guerriero nemico, mostrano la "grandezza" fisica sovrumana propria del sovrano accadico. Sebbene la stele sia rovinata nella parte superiore, essa ancora rivela chiaramente la gloria, l'orgoglio e la divinità di Narām-Sîn.
L'esercito accadico, collocato nella parte sinistra della stele, è composto da guerrieri che marciano in modo ordinato, il che è in netta contrapposizione con il caos che regna tra i guerrieri lullubi, nella parte inferiore destra della lastra, collocati a terra sul campo di battaglia roccioso e impervio per la natura montagnosa dei monti Zagros. La stele sembra spezzare la tradizione usando disposizioni diagonali delle figure per comunicare la storia all'osservatore, sebbene registri orizzontali più tradizionali siano visibili sui frammenti più piccoli.


FRANCIA - Parigi, Louvre / Afrodite di Milo


 L'Afrodite di Milo, meglio conosciuta come Venere di Milo, è una scultura greca di marmo pario, priva delle braccia e del basamento originale, che è conservata al Museo del Louvre di Parigi.
Sulla base di un'iscrizione riportata sul basamento andato perduto si ritiene che si tratti di un'opera dello scultore Alessandro di Antiochia anche se in passato alcuni la attribuirono erroneamente alla scuola di Prassitele.
La Venere di Milo risale a un periodo compreso tra il 150 e il 50 a.C.: è dunque un'opera ellenistica, sebbene si tratti di una scultura che fonde i diversi stili dell'arte del periodo classico.
Venne ritrovata spezzata in due parti nel 1820 sull'isola greca di Milo in un terreno da un contadino talvolta indicato come Georgios Kentrotas, insieme al padre Theodoros Botonis. Kentrotas nascose l'opera la quale fu poi tuttavia sequestrata da alcuni ufficiali turchi. Un ufficiale della marina francese, Olivier Voutier, ne riconobbe il pregio e grazie alla mediazione di Jules Dumont d'Urville e del Marchese di Rivière, ambasciatore francese presso gli Ottomani, riuscì a concluderne l'acquisto. Dopo alcuni interventi di restauro, la Venere di Milo fu presentata al re Luigi XVIII nel 1821 e collocata al museo del Louvre, dove è tuttora conservata.
Celebrata da artisti e critici, la Venere di Milo fu da molti considerata una delle più significative rappresentazioni della bellezza femminile.
La dea si leva stante col busto nudo fino all'addome e le gambe velate da un fitto panneggio. Il corpo compone una misurata tensione che richiama un tipico chiasmo di derivazione policletea. Il modellato è reso con delicate suggestioni chiaroscurali, col contrasto tra il liscio incarnato nudo e il vibrare della luce nei capelli ondulati e nel panneggio increspato della parte inferiore.
Non si conosce precisamente quale episodio mitologico della vita di Venere venga rappresentato: si ritiene possa essere una raffigurazione della Venus Victrix che reca il pomo dorato a Paride[6]. Del resto, alcuni frammenti di un avambraccio e di una mano recante una mela sono stati ritrovati vicino alla statua stessa. In generale comunque colpisce l'atteggiamento naturale della dea, ormai lontana dalla compostezza "eroica" delle Veneri classiche dei secoli precedenti. Può essere accostata come atteggiamento alla statua di Afrodite di Capua, il cui originale bronzeo è attribuibile alla scuola di Lisippo, o ancora alla Vittoria alata di Brescia.
Dopo il ritrovamento dell'opera, sono stati numerosi i tentativi di ricostruirne la posa originaria (una raffigurazione per opera di Adolf Furtwängler riproponente la forma originale dell'opera è pubblicata in un articolo di Kousser).


FRANCIA - Parigi, Louvre / Centauro vecchio in marmo

 
I Centauri Furietti, anche noti come statue del Centauro vecchio e del Centauro giovane, sono due sculture in marmo bigio morato realizzate nel II secolo, presumibilmente da originali modelli greci risalenti all'età ellenistica. Una versione ulteriore del Centauro vecchio, in marmo bianco, fu scoperta a Roma nel XVII secolo, (probabilmente è andato perduto il suo corrispondente più giovane). L'opera entrò a far parte della collezione Borghese e in seguito Camillo II Borghese la vendette nel 1807 a Napoleone Bonaparte, che la trasferì nel Museo del Louvre, dove tuttora è collocata. In questo caso, differentemente dalla statua capitolina, si è conservato Eros che prende in giro il centauro mentre siede sul suo dorso. Il braccio e il piede sinistro di Eros e la mano sinistra del centauro sono reintegrazioni frutto di restauri posteriori; allo stesso modo, la base e il supporto posto al di sotto del centauro sono aggiunte moderne. L'originario braccio destro del centauro è ritratto indietro in maniera tesa: ciò evidenzia sia la posizione delle sue mani, legate strettamente dietro alla schiena, sia la smorfia di dolore e tristezza che ha mentre l'amorino tira all'indietro la testa della creatura con una brusca angolazione.
Un'altra versione del Centauro vecchio è conservata presso i Musei Vaticani; del Centauro giovane, invece, esiste una copia esposta al Palazzo Doria-Pamphili.


FRANCIA - Parigi, Louvre / Sarcofago degli sposi


 Il Sarcofago degli sposi, anche noto come Sarcofago di Cerveteri, è un'urna funeraria monumentale, capolavoro dell'arte etrusca. Realizzato in terracotta e originariamente policromo, raffigura una coppia di sposi distesi insieme, nella tipica posa del banchetto etrusco.
L'opera è conservata a Parigi, al Museo del Louvre. Restaurata in un laboratorio del Louvre-Lens, è stata il pezzo principale della mostra Gli Etruschi e il Mediterraneo, tenutasi dal 5 dicembre 2013 al 10 aprile 2014.
Quest'opera, rappresentazione di un sarcofago degli sposi di cui sono note anche altre versioni, come quella conservata a Villa Giulia (nella foto a destra), fu eseguita intorno al 520 a.C. a Cerveteri e scoperta nel sito della necropoli della Banditaccia negli anni cinquanta del XIX secolo, dal marchese Giampietro Campana.
La versione parigina è stata parte della collezione Campana, da cui, nel 1861, fu acquisita per volere di Napoleone III, che intendeva arricchire le collezioni del Louvre.
Si tratta di un'urna funeraria doppia, per due defunti. Questa tipologia di urna rispetta le tradizioni etrusche in merito al culto dei morti: è infatti costituita da un coperchio sul quale sono rappresentati, come sculture, i defunti. Lo sposo, sorridente, è raffigurato nell'ambito di un banchetto vivente, mentre è sdraiato su un triclinio; il gomito sinistro è appoggiato su otri di vino - che ne indica il suo consumo nei conviti - e le gambe sono avvolte da un telo. Il materasso del triclinio era un tempo decorato da strisce colorate. La sposa versa del profumo nella mano del marito, che la abbraccia. Gli occhi sono piccoli e a mandorla, il naso, dritto, è un'estensione della fronte; il mento è a punta e i capelli divisi in ciocche. Una delle mani, incastonata nel resto del corpo, è andata perduta per la versione del Louvre, ma non per quella di Villa Giulia che permette, quindi, di ricostruire il gesto.
Peculiarità dell'opera sono le sue grandi dimensioni. Un'altra urna funeraria dello stesso tipo fu rinvenuta nel sito di Cerveteri, ma aveva dimensioni decisamente minori (56cm x 28cm x 58cm).
Dei presumibili padroni di casa è possibile notare l'espressione aristocratica, spesso riscontrabile anche nelle tombe a questa contemporanee; in tal caso, si ha l'affermazione dell'importanza del vincolo matrimoniale e la rilevanza della donna - aspetto poi perduto nella romanità, almeno fino all'epoca imperiale -, nonché una rappresentazione ideale della felicità raggiunta nell'aldilà. L'intimità della relazione coniugale è rinvenibile nella vicinanza della parte superiore dei corpi, che poi si fondono in quella inferiore "in un lungo arabesco che va appiattendosi".
La realizzazione mostra la capacità delle botteghe etrusche di eseguire grandi commissioni, che poi era possibile replicare in numerosi esemplari destinati ai ricchi aristocratici. Difatti, sono note versioni ridotte dell'opera, tutte riconducibili allo stesso tema iconografico. I pezzi più economici sono più semplici, meno ridefiniti e lavorati, ma permettono chiaramente di vedere, nei tratti del viso, l'influenza ionica sull'arte etrusca dell'epoca arcaica.
Il Sarcofago degli sposi è stato oggetto di restauro presso il Louvre-Lens nell'ottobre 2013 e in seguito esposto dal dicembre 2013 all'aprile 2014 nella mostra Gli Etruschi e il Mediterraneo.


domenica 12 aprile 2026

Abruzzo - Grotta La Cava

 
La Grotta La Cava è un sito archeologico in una grotta, parte di un complesso di grotte carsiche situate a mezza costa sul bordo meridionale della piana del Fucino, nel territorio comunale di Ortucchio (AQ).
La cavità naturale di origine tettonica di piccole dimensioni si trova in un'area rupestre non distante dalla grotta La Punta. Venne scoperta negli ultimi anni cinquanta in occasione di una campagna di ricognizione a largo raggio diretta dall'archeologo Carlo Tozzi nel territorio montano che caratterizza a sud il bordo fucense. Chiamata così per via delle operazioni di estrazione del materiale pietroso e di vari detriti essa non venne utilizzata dagli uomini per viverci in modo stazionario ma fu certamente adattata a luogo di sepoltura. All'interno sono riemersi parti scheletriche come crani ed ossa appartenuti a tre individui risalenti al Neolitico oltre a frammenti di ceramiche che spaziano dall'età del rame fino al periodo romano.

Abruzzo - Grotta La Punta

 

La Grotta La Punta è un sito archeologico in una grotta, parte di un complesso di grotte carsiche situate a mezza costa sul bordo meridionale della piana del Fucino, nel territorio comunale di Ortucchio (AQ).
Situata in località Anime Sante, a poche decine di metri di distanza dalla grotta Maritza, questa cavità si apre sul versante orientale del monte Praticelle. Delle varie grotte è stata la prima ad essere ispezionata negli anni cinquanta dal prof. Radmilli e dagli archeologi dell'università pisana. Dalla grotta sono emersi materiali litici e ceramici attribuiti al periodo epigravettiano-bronzo finale. Resti ossei umani hanno attestato che quest'area fu utilizzata anch'essa come una tomba, mentre in epoca preromana e romana come nel caso della grotta Maritza, gli oggetti offerti alle divinità hanno fatto presupporre la pratica del culto degli antenati mentre le tracce di un santuario fanno presupporre il culto di Giove e dei Dioscuri.

Abruzzo - Grotta dei Piccioni

 

La Grotta dei Piccioni è un sito archeologico del neolitico nel territorio del comune di Bolognano, in Abruzzo.
La grotta si trova nella val d'Orta a pochi chilometri da Bolognano, all'interno della riserva regionale Valle dell'Orta. Si tratta di un importante insediamento in grotta che, a seguito di indagini archeologiche stratigrafiche, ha restituito reperti che spaziano dal neolitico antico al bronzo finale fino all'epoca romana.
Il sito è rilevante anche da punto di vista culturale, dato che i reperti sono attribuiti alla cultura della ceramica cardiale (anche cultura della ceramica impressa), alla cultura di Catignano, e alla cultura di Ripoli.
La grotta si apre su una parete di calcare che forma la sponda sinistra del fiume Orta ed è costituita da due grandi ambienti separati da una parete rocciosa: il primo settore è circolare, il secondo è caratterizzato da un largo corridoio che va ampliandosi verso il lato destro della grotta[senza fonte].
Scoperta nel 1870, è stata interessata da due importanti campagne di scavo tra gli anni '50 e '60 del XX secolo. Tra i ritrovamenti, i più antichi dei quali risalenti al VII millennio a.C., reperti di ceramica, oggetti di culto, resti di industria litica e faunistici.
Nella grotta sono stati ritrovati resti umani lo scheletro di un bambino, datato alla fase più antica, privo di testa deposto in posizione rannicchiata sul fianco sinistro (l'assenza del cranio non è legata a un aspetto cultuale ma all'asportazione in epoca successiva); lo scheletro di un neonato, risalente all'epoca della cultura di Ripoli; due crani di bambini di 8-10 anni.
La fase neolitica è stata caratterizzata da un susseguirsi di culture che vanno dal periodo più antico fino al recente: la stratigrafia, per gli strati che vanno dal 26 al 18, ha riportato alla luce una serie di evidenze materiali legate alla cultura delle ceramiche impresse. Gli strati dal 19 a 18 presentano elementi correlabili alla cultura di Catignano equelli dal 17 al 12 sono interessati dalla cultura di Ripoli.
Per i livelli legati alle Culture della ceramica impressa e di Catignano, dal punto di vista cultuale, si può solo supporre sulla base di pochi elementi e una frequentazione della grotta per tali fini.
L'ultima fase, quella di Ripoli, ha restituito molte testimonianze legate alla pratica di riti connessi probabilmente alla sfera agraria che si esplicano attraverso due grandi tipologie di strutture cultuali: le buche, nella parte destra della grotta, e i circoli in pietra, nella parete di fondo della grotta.
I circoli in pietra sono 11 e delimitati da ciottoli fluviali e da imitazioni di ciottoli modellati col travertino; tutti contengono frammenti di ceramica, resti ossei di animali (alcuni carbonizzati), industria litica e ossea. I circoli che hanno maggiore rilievo, poiché contengono oggetti carichi di valore cultuale, sono il numero 1, che presenta all'interno lo scheletro di un neonato, e il numero 2 con un omero di anatra che presenta all'estremità tracce di argilla secca e una pallina sferoidale di argilla cruda. Il circolo 10 contiene un ciottolo troncoconico, un vaso capovolto posto al centro e una valva di pectunculus forata all'umbone. L'ultimo circolo è il più ricco di elementi e contiene alcuni ciottoli fluviali tinti in ocra, degli omeri di uccelli con pallottole di argilla impastata insieme a ocra posti sull'estremità distale, un metatarso di lepre con analoga pallottola, dei pesi a piramide tronca in argilla cruda e cotta, un vaso frantumato volontariamente. La loro interpretazione è incerta.
Anche il ritrovamento sul piano dei circoli di due crani di bambini di 8-10 anni potrebbe essere messo in relazione con lo scheletro di neonato contenuto nel primo circolo; il tutto secondo Antonio Mario Radmilli potrebbe essere ricondotto a un rito agrario che prevedeva il sacrificio del neonato nel momento della semina e quello dei due bimbi più grandi, di cui restano i crani, nel momento del raccolto.


Abruzzo - Fontirossi

 

Fontirossi
 è un sito archeologico del neolitico  nel territorio del comune di Lama dei Peligni, in Abruzzo. Il sito, che si trova sul versante meridionale della Maiella, lungo la strada che collega Casoli a Lama dei Peligni, è stato scoperto all'inizio del novecento, quando fu scoperto un villaggio del neolitico e un teschio umano, noto come uomo della Maiella. Nel sito è stata rinvenuta una sepoltura. Si tratta di una deposizione di un individuo di sesso femminile posto entro fossa ovale, cavata dal suolo di pozzolana vergine; l'inumato giace in posizione ripiegata e tutt'intorno presenta un contorno in rozze pietre poste dopo lo scavo della fossa. Lo scheletro è stato attribuito ad una donna vissuta 6.540 anni dal presente.

Abruzzo - Area archeologica di Case Pente

 

L'area archeologica di Case Pente è un complesso archeologico situato nel comune di Sulmona (AQ), in Abruzzo.
In località Case Pente a sud-est della città di Sulmona (AQ), in Abruzzo, si trova un'area di interesse archeologico tra le più importanti del territorio della valle Peligna. Il complesso archeologico, diffuso e articolato, è localizzato a circa 300 metri dal cimitero monumentale sulmonese, non distante dal tratto finale del tracciato della strada statale 487 di Caramanico Terme.
Tra i primi ritrovamenti, effettuati tra il Settecento e l'Ottocento, figura il sarcofago di Numisina, risalente al I secolo a.C. Nella seconda metà dell'Ottocento l'antropologo e storico Antonio De Nino riportò sulla rivista dell'Accademia Nazionale dei Lincei, Notizie degli scavi di antichità, della presenza di sepolture di epoca romana lungo un'antica via che conduceva a Pacentro, Campo di Giove e verso il tempio italico di Ocriticum, oltre il vallone Grascito, nel limitrofo territorio comunale di Cansano. Nel corso del tempo è tornata alla luce l'iscrizione "dei Callitani", custodita presso la sezione archeologica del museo civico dell'Annunziata a Sulmona, che potrebbe indicare l'utilizzo tratturale di alcune vie di collegamento con l'importante centro di Corfinium e con altre aree, a partire già dal I secolo a.C. Nel settore orientale del sito archeologico, in località Colle Macerre, si trova la chiesa altomedievale rupestre di Sant'Angelo in Vetuli, mentre il toponimo "Sant'Angelo in Vetulis" richiama il nome del pagus dei Peligni noto come Vatulae.
Tra il 2023 e il 2025 scavi preventivi archeologici hanno riportato alla luce diverse altre tracce del villaggio protostorico, risalente a 4.200 anni fa e databile tra l'eneolitico finale e l'età del Bronzo antico, composto da almeno 40 capanne, tettoie e recinti per custodire gli animali, Non distanti dall'insediamento sono state rinvenute due necropoli, una protostorica con 28 tombe a fossa e l'altra di epoca romana (VIII secolo a.C.-I secolo d.C.), formata da 90 tombe con dentro alcuni resti umani e una lancia. 


Sono tornate alla luce anche le tracce di una villa rustica di epoca romana, dotata di edificio termale, fornace per realizzare tegole, dolium, una vasca e diverse opere in muratura.
A partire dal 2024 le località di Case Pente, Case San Mariano e Colle Savente sono state interessate dalla costruzione della linea adriatica del gasdotto Transmed (tratto Sulmona-Foligno) e di una centrale di compressione di Snam Rete Gas.

Abruzzo - Ripoli


Ripoli
 è una località in provincia di Teramo, nel territorio del comune di Corropoli, circa 10 km a sud del fiume Tronto, dove è stato portato alla luce un rilevante sito archeologico, un villaggio del periodo neolitico, con circa 80 capanne, dal quale ha preso il nome l'omonima cultura.
Il sito fu scoperto nel 1865 da Concezio Rosa, un medico condotto con la passione per l'archeologia, che segnalò alle autorità un gran numero di manufatti litici, lame, cuspidi di freccia, grattatoi, rinvenuti dai contadini durante i lavori agricoli sui campi.
Da allora si sono succedute diverse campagne di scavo, l'ultima delle quali si è conclusa nel 2015.
Nel sito, dato al VI millennio a.C., sono state trovate oltre 80 abitazioni, difese da un fossato che circondava il villaggio, delle quali rimane il piano di fondazione. Le capanne sono di tre tipologie: Ripoli I elissoidale, Ripoli II cicorcale doppia,e Ripoli III circolare multripla a forma di rene; quelle del tipo Ripoli I sono le più vecchie, Ripoli II sono intermedie e Ripoli III sono le più recenti.
Queste abitazioni, che hanno una pianta prevalentemente ovale con un diametro non superiore ai 5 metri, sono parzialmente scavate nel terreno, avevano il focolare esterno, e in alcuni casi sono composte di ambienti comunicanti.
Molti ritrovamenti litici, oltre a particolari ritrovamenti ossei, di ossidiana e conchiglie forate per uso ornamentale. Numerosi sono gli idoli o parti di essi e le anse antropomorfe; queste ultime sono abbastanza curiose per la modalità in cui sono state rese, si tratta di piccoli torsi femminili, in alcuni casi, con seni pronunciati e prominenze laterali che indicano le braccia. Alcuni di essi presentano due teste rappresenterebbero la polimorfia della divinità femminile e forse avevano un significato apotropaico, ovvero utile a allontanare il malocchio e gli influssi maligni.
Tra i rinvenimenti più noti, oltre 40 scheletri umani deposti in fosse comuni da 2 a 14 individui, tra i quali quello di una donna deposta con un cane posto ai suoi piedi.
È stata anche rinvenuta, in quantità cospicua, una caratteristica ceramica dipinta: vasi di varia forma, boccali ad un solo manico, vasi a tulipano, piatti, ciotole emisferiche; tutti ricavati da un'argilla ben depurata, di colore giallino, e decorati con motivi geometrici eseguiti in colore bruno, quali triangoli, losanghe, fasci di linee a zig-zag ed altri.
Dai resti botanici, come farro, grano, orzo, e anche lenticchie e piselli, e da quelli più scarsi faunistici, si ricava che la popolazione del villaggio si sosteneva principalmente grazie ai prodotti agricoli, mentre la caccia era un'attività minore.

Abruzzo - Area archeologica di Rio Tavana



L'area archeologica di Rio Tavana è un'area archeologica situata lungo l'argine dell'omonimo torrente nel comune di Lecce nei Marsi (AQ), in Abruzzo.
Villaggio neolitico di Rio Tana
Nei pressi del corso del torrente Tavana, a ridosso delle pendici del monte Turchio su uno stretto pianoro del vallone di Santa Lucia a Lecce nei Marsi, a sud est rispetto al complesso di interesse archeologico e speleologico delle grotte di Ortucchio e a nord est del sito archeologico della valle di Amplero, sono tornate alla luce tracce di un villaggio primordiale riconducibile al neolitico antico, databile intorno al 6.800 a.C. (VII millennio a.C.), detto "villaggio di Rio Tana". Gli scavi hanno avuto inizio nel 1985, a seguito di una frana causata da un'alluvione. Precedentemente, opere compiute negli anni sessanta di regimentazione del torrente, avevano già favorito l'erosione dell'argine sinistro. I primi ritrovamenti attestano un cambiamento nel modus vivendi delle bande nomadi, provenienti presumibilmente dalla contemporanea Puglia, che diventarono stanziali. Gli uomini da cacciatori occasionali divennero allevatori e coltivatori, vivendo stabilmente nel villaggio fucense e modificando anche le proprie abitudini alimentari. In questo periodo è attestato l'innalzamento del livello dell'acqua del lago che probabilmente oscillava tra i 665 e i 675 m s.l.m., ben oltre la delimitazione del contemporaneo nucleo urbano di Ortucchio; i primi abitanti del villaggio di Rio Tana si cibavano dunque anche di pesce. La capanna, localizzata nel bordo terrazzato, fu innalzata attraverso la realizzazione di buchi nel terreno dove i pali di legno venivano fissati attraverso l'ausilio delle pietre e della malta. Le pareti furono invece costruite con argilla, paglia e intrecci lignei. Tra i vari reperti sono riemersi un raro ago in osso, le selci dei falcetti, frammenti di macine e vari attrezzi il cui utilizzo era legato alle coltivazioni.
Nella seconda metà degli anni settanta un cippo funerario con un'epigrafe dedicata dagli abitanti del Vicus Anninus (vicales Annini) ad Aulo Virgio Marso è stato rinvenuto nei pressi delle mura poligonali di terrazzamento e arginatura dell'alveo del torrente Tavana. La scoperta fu opera di Umberto De Luca mentre la prima segnalazione dell'epigrafe di epoca imperiale si deve allo studioso inglese e abruzzese di adozione Andrew Slade (A.J. Slade). Il cippo è custodito nella corte del castello Piccolomini di Celano dove è ospitato il museo d'arte sacra della Marsica.
Castelluccio e il vicus Anninus
L'antico centro fortificato di Castelluccio, collocato su un colle del monte Cirmo, sorge a 1 095 m s.l.m. a sud ovest del vallone Macrano, piccola gola situata oltre il settore sud orientale della piana del Fucino, tra i contemporanei territori comunali di Lecce nei Marsi e Gioia dei Marsi, in Abruzzo. Il sito ha offerto, in area marsa, una testimonianza di continuità della frequentazione dal periodo italico al Pieno Medioevo. Il nome Anninus sarebbe legato al gentilizio collocato nell'area di confluenza del Rio Emma con il torrente Tavana. Il nucleo fortificato del monte Cirmo, risalente al IV secolo a.C., costituì con ogni probabilità l'acropoli del vicus. In epoca romana il centro, in cui nel corso del I secolo visse dopo la carriera militare Aulo Virgio Marso, dipese dal municipium di Marruvium. Nei pressi dell'antica chiesa di San Martino in Agne, in cui "Agne" sarebbe la forma corrotta del toponimo medievale "Anninus" ("Annio") e della quale resta in piedi solo la torre campanaria, c'era un santuario dedicato a Valetudo collocato a circa 750 m s.l.m. Dalle località di Castelluccio e Taroti sono tornati alla luce diversi reperti come le epigrafi, frammenti di statuette bronzee come parti di piedi e mani, antefisse decorate, punte di giavellotto, frammenti ceramici e maioliche. Il sito è sovrastato dai ruderi di Lecce Vecchio, incastellamento medievale sorto a 1278 m s.l.m. su un preesistente ocre preromano.



Abruzzo - Area archeologica di Catignano

 

L'area archeologica di Catignano è un sito archeologico dove sono stati ritrovati resti di un abitato del neolitico (V millennio a.C.), in località Sterpara-Ponte Rosso vicino a Catignano in provincia di Pescara.
A partire dagli anni ’60-’70 del Novecento una serie di ricognizioni e scavi archeologici, effettuati in località Ponte Rosso al km 39 della SS. 602, portarono alla luce nel 1970 resti di un importante centro abitato risalente al VI – V millennio a.C. (Neolitico).
In questo luogo, su di un terrazzo fluviale posto alla confluenza tra il fiume Nora e il Fosso dei Cappuccini, gruppi di umani organizzarono un villaggio del quale restano interessantissime tracce, testimonianza dell'avvenuto passaggio dal nomadismo alla sedentarietà, oggi visibili presso l’area archeologica.
Nel sito sono state rilevate cavità di varie forme che testimoniano le attività e l’organizzazione di vita di questi gruppi preistorici: capanne di forma rettangolare con absidi, fosse di combustione utilizzate per la cottura della ceramica, pozzetti per la conservazione del cibo o per il rilascio dei rifiuti.
Sono stati rinvenuti inoltre numerosi reperti che testimoniano delle abitudini quotidiane, delle prime forme culturali e di artigianato artistico elaborate da questi preistorici insediamenti umani. Si tratta soprattutto di vasi in ceramica figulina con elementi decorativi impressi o dipinti, oggetti d’uso domestico e qualche idoletto fittile in forme antropomorfe.
Tra i manufatti ne sono stati ritrovati alcuni in ossidiana, materiale vulcanico non originario dell'Abruzzo, che testimonia contatti, forse anche di tipo commerciale, con genti lontane.
Le sepolture rinvenute a Catignano nella maggior parte dei casi sono ubicate in corrispondenza dei punti più deboli delle strutture abitative, quasi a voler evidenziare il potere protettivo rivestito dal defunto nei confronti del nucleo domestico. Emblematiche sono la cosiddetta sepoltura Catignano 1, posta lungo la parete est della struttura numero 9 che contiene un individuo di sesso femminile di età compresa tra i 40 e i 50 anni, posto in posizione rannicchiata sul fianco sinistro entro una fossa contemporanea alla deposizione del cadavere; il cranio presenta lesioni traumatiche e due trapanazioni.
L'individuo Catignano 2 è stato deposto all'interno della buca numero 39: si tratta di un bambino di età compresa tra i 3 e i 5 anni, posto in posizione rannicchiata e accompagnato da un corredo costituito da una ciotoletta a pareti diritte posizionata in prossimità della testa. In prossimità del bambino inumato sono stati rinvenuti resti scheletrici di due bambini e di animali.
Interessanti appaiono anche le deposizioni di resti scheletrici di cane: nella buca numero 146 della capanna 2 giacciono i frammenti del cranio, una mandibola e un'ulna, mentre nella fossa di combustione numero 3 due emimandibole. Il ritrovamento di deposizioni di cani in questo sito come in altri, non solo del Neolitico italiano ma anche levantino, permetterebbe di valutare l'ipotesi di una sacralizzazione del cane, anche perché nella maggior parte dei casi i resti scheletrici di cane non presentano tracce di macellazione o di combustione.
Gli idoletti fittili e le varie rappresentazioni antropo-zoomorfe sono stati rinvenuti sia nella vecchia area di scavo, denominata A, sia nella più recente area denominata D.
Le rappresentazioni zoomorfe si possono riassumere in un vaso in ceramica figulina e decorato con pittura rossa, in un frammento di protome animale, in una serie di peducci di vasi polipodi e in un frammento di cornetto.
Le rappresentazioni antropomorfe sono connesse a oggetti lavorati secondo diverse tecniche artigianali: sono stati rinvenuti vasi le cui rappresentazioni furono effettuate in pittura o incisione e ancora più particolari risultano diverse rappresentazioni plastiche costituenti sopraelevazioni di anse, idoletti a modulo cilindrico, idoletti con resa stilizzata del viso e idoletti con resa a tutto tondo.
La qualità e la particolarità dei reperti in ceramica ritrovati nel sito, hanno portato ad identificare una nuova facies culturale dal luogo del ritrovamento, per questo detta Cultura di Catignano. Questa si identifica per la cosiddetta Ceramica figulina, una ceramica di ottima qualità, di colore giallo chiaro, decorata con motivi geometrice, dipinti con il rosso, utilizzata per gli oggetti di maggior pregio.

Abruzzo - Grotta Maritza



La Grotta Maritza è un sito archeologico in una grotta, parte di un complesso di grotte carsiche, le grotte di Ortucchio, situate a mezza costa sul bordo meridionale della piana del Fucino, nel territorio comunale di Ortucchio (AQ), in Abruzzo.
La cavità è localizzata lungo le pendici del monte Praticelle sul bordo sud orientale del Fucino a circa 50 metri sul livello della conca e 704 m s.l.m. La piccola grotta di origine tettonica è situata a ridosso di una parete calcarea alta circa 10 metri e si sviluppa su un piano assiale di appena 6 metri di profondità. Ѐ stata frequentata ininterrottamente in un ampio arco temporale che spazia dal Paleolitico superiore all'epoca romana. Il toponimo è legato con ogni probabilità al nome proprio di persona di un'allieva dell'archeologo Antonio Mario Radmilli che per prima individuò una piccola spaccatura della roccia. Una volta liberata da terra e detriti la caverna restituì vari reperti databili dall'epoca protostorica fino all'età del bronzo. Sono tornati alla luce diversi oggetti ex voto, vari materiali votivi, litici e ceramici, frammenti di ciotole ed anse, carcasse di mammiferi e carnivori e i pesi delle reti da pesca utilizzate nel lago Fucino correlati alla cosiddetta cultura di Ortucchio. Alcuni materiali come gli ex voto sono conservati presso il museo Paludi di Celano. Utilizzata nei vari periodi storici anche come luogo di sepoltura e di culto la grotta ha restituito anche i resti umani di otto soggetti maschili e femminili riconducibili nel periodo temporale che va dal Paleolitico superiore all'Eneolitico.

Abruzzo - Grotta di Ortucchio

 
La Grotta di Ortucchio è un sito archeologico in una grotta, parte di un complesso di grotte carsiche situate a mezza costa sul bordo meridionale della piana del Fucino, nel territorio comunale di Ortucchio (AQ), in Abruzzo.
Lo studio stratigrafico della grotta di Ortucchio, distante dal paese di Ortucchio circa un chilometro e localmente nota anche come grotta dei Porci o grotta di Pozzo (Pozzo di Forfora), ha permesso di ricostruire in linea di massima l'arco temporale in cui l'uomo l'ha abitata e frequentata che spazia dall'epigravettiano finale almeno al periodo medievale. Schegge litiche, elementi scheletrici e frammenti ceramici sono databili dal Paleolitico superiore all'età del bronzo mentre nel Mesolitico e fino al Medioevo la grotta venne usata già come luogo di sepoltura.
La cavità si trova in località Mesula non distante dal confine del territorio comunale di Lecce nei Marsi, a circa 30 metri dal livello della piana del Fucino, non distante dall'area archeologica di via Mesola, localizzata lungo la contemporanea strada Circonfucense ai bordi dell'alveo dell'ex lago, utilizzata in continuità d'uso come una necropoli. Frammenti ossei di un cranio e di una mandibola appartengono a due soggetti maschi ascrivibili all'uomo di Cro-Magnon (Cultura bertoniana). Ritrovamenti ceramici e resti di strutture di epoca italica e romana non fanno escludere la pratica del culto degli antenati. Articolati studi tafonomici e zooarcheologici relativi alla mammalofauna e all'avifauna hanno consentito di attestare che, al contrario della grotta Maritza, in questa cavità la frequentazione umana sarebbe stata più sporadica con migrazioni stagionali di breve raggio nell'ambito della regione marsicana e/o abruzzese. Nella grotta sono stati rinvenuti pochi resti di ungulati, tra questi i più frequenti sono il cervo europeo, il cinghiale e lo stambecco. La presenza di queste specie sembra indicare lo sfruttamento da parte dell'uomo sia di zone boscose e umide, rappresentate dalla presenza dei resti dei cinghiali e dei cervi, sia di zone rocciose indicate da animali quali stambecchi e camosci. I resti di ungulati sono rappresentati soprattutto da segmenti anatomici di basso valore nutritivo come porzioni craniali, falangi, metapodi; questi dati potrebbero suggerire che si tratti di parti scartate in una prima fase di macellazione. Le ossa lunghe di queste specie venivano aperte al fine di estrarre midollo, raramente la procedura riguardava le falangi. L’età di morte degli ungulati si aggira intorno all’anno di età. Questo dato è un’evidenza del fatto che l’uomo che abitava quelle zone vantasse strategie di caccia molto efficienti che gli consentivano di cacciare soprattutto individui adulti, necessari per la sua alimentazione: i resti di ungulati di età molto piccola o molto avanzata sono infatti assenti. Dall’analisi dei segni umani sulle ossa degli ungulati, che aumentano progressivamente negli strati superiori della grotta, è possibile dedurre che la grotta venisse usata dall’uomo preistorico soprattutto nelle ultime fasi.
Rari sono i resti di carnivori di media-grossa taglia come i lupi comuni, le volpi rosse e i più piccoli gatti selvatici; i rinvenimenti dei resti di piccoli mustelidi sono invece più numerosi[6]. Molto abbondanti sono i resti di specie acquatiche e di animali viventi in ambienti umidi, questi ritrovamenti confermano l’antica caratterizzazione lacustre del Fucino. I resti maggiormente rinvenuti nella grotta di Ortucchio appartengono a due ordini: anseriformi e galliformi. I resti di anseriformi appartengono sia a individui molto giovani sia a individui adulti; i resti di individui molto giovani suggeriscono che il sito venisse utilizzato come luogo di nidificazione dalla specie, dunque esso veniva frequentato soprattutto nei periodi più miti dell’anno. Alcuni resti ossei di individui adulti mostrano, a differenza di quelli degli individui più giovani, segni di fuoco, questo dato suggerisce che questa specie venisse sfruttata dall’uomo soprattutto nei mesi primaverili ed estivi; inoltre, la presenza di resti ossei quali omeri e coracoidi, sono un’ulteriore conferma dello sfruttamento da parte dell’uomo di questa specie. I resti di Galliformi, riconducibili ad elementi ossei quali metacarpi e metatarsi, suggeriscono invece che questa specie venisse spesso cacciata da carnivori e rapaci. Nella Grotta di Ortucchio oltre ai resti animali sono stati rinvenuti anche oggetti votivi e oggetti decorati. Tra gli oggetti votivi recuperati troviamo un idoletto in terracotta raffigurante un busto maschile, con gambe e braccia realizzate con piccole sporgenze e privo di testa. Tra gli oggetti decorati rinvenuti troviamo un’ulna di lince che presenta decorazioni su tutte le facce. La specie della lince è molto rara nella fauna di Ortucchio, tuttavia, la presenza di un punteruolo rinvenuto presso Riparo Maurizio e ricavato da un’ulna di lince, suggerisce che questo animale avesse una grande importanza culturale per i popoli del Fucino.


CITTA' DEL VATICANO - Specchio di Calcante

  Lo  specchio di Calcante  è un manufatto etrusco della fine del V secolo a.C. e si trova ora a Roma, nel Museo Gregoriano Etrusco dei Muse...