domenica 12 aprile 2026

Abruzzo - Grotta La Cava

 
La Grotta La Cava è un sito archeologico in una grotta, parte di un complesso di grotte carsiche situate a mezza costa sul bordo meridionale della piana del Fucino, nel territorio comunale di Ortucchio (AQ).
La cavità naturale di origine tettonica di piccole dimensioni si trova in un'area rupestre non distante dalla grotta La Punta. Venne scoperta negli ultimi anni cinquanta in occasione di una campagna di ricognizione a largo raggio diretta dall'archeologo Carlo Tozzi nel territorio montano che caratterizza a sud il bordo fucense. Chiamata così per via delle operazioni di estrazione del materiale pietroso e di vari detriti essa non venne utilizzata dagli uomini per viverci in modo stazionario ma fu certamente adattata a luogo di sepoltura. All'interno sono riemersi parti scheletriche come crani ed ossa appartenuti a tre individui risalenti al Neolitico oltre a frammenti di ceramiche che spaziano dall'età del rame fino al periodo romano.

Abruzzo - Grotta La Punta

 

La Grotta La Punta è un sito archeologico in una grotta, parte di un complesso di grotte carsiche situate a mezza costa sul bordo meridionale della piana del Fucino, nel territorio comunale di Ortucchio (AQ).
Situata in località Anime Sante, a poche decine di metri di distanza dalla grotta Maritza, questa cavità si apre sul versante orientale del monte Praticelle. Delle varie grotte è stata la prima ad essere ispezionata negli anni cinquanta dal prof. Radmilli e dagli archeologi dell'università pisana. Dalla grotta sono emersi materiali litici e ceramici attribuiti al periodo epigravettiano-bronzo finale. Resti ossei umani hanno attestato che quest'area fu utilizzata anch'essa come una tomba, mentre in epoca preromana e romana come nel caso della grotta Maritza, gli oggetti offerti alle divinità hanno fatto presupporre la pratica del culto degli antenati mentre le tracce di un santuario fanno presupporre il culto di Giove e dei Dioscuri.

Abruzzo - Grotta dei Piccioni

 

La Grotta dei Piccioni è un sito archeologico del neolitico nel territorio del comune di Bolognano, in Abruzzo.
La grotta si trova nella val d'Orta a pochi chilometri da Bolognano, all'interno della riserva regionale Valle dell'Orta. Si tratta di un importante insediamento in grotta che, a seguito di indagini archeologiche stratigrafiche, ha restituito reperti che spaziano dal neolitico antico al bronzo finale fino all'epoca romana.
Il sito è rilevante anche da punto di vista culturale, dato che i reperti sono attribuiti alla cultura della ceramica cardiale (anche cultura della ceramica impressa), alla cultura di Catignano, e alla cultura di Ripoli.
La grotta si apre su una parete di calcare che forma la sponda sinistra del fiume Orta ed è costituita da due grandi ambienti separati da una parete rocciosa: il primo settore è circolare, il secondo è caratterizzato da un largo corridoio che va ampliandosi verso il lato destro della grotta[senza fonte].
Scoperta nel 1870, è stata interessata da due importanti campagne di scavo tra gli anni '50 e '60 del XX secolo. Tra i ritrovamenti, i più antichi dei quali risalenti al VII millennio a.C., reperti di ceramica, oggetti di culto, resti di industria litica e faunistici.
Nella grotta sono stati ritrovati resti umani lo scheletro di un bambino, datato alla fase più antica, privo di testa deposto in posizione rannicchiata sul fianco sinistro (l'assenza del cranio non è legata a un aspetto cultuale ma all'asportazione in epoca successiva); lo scheletro di un neonato, risalente all'epoca della cultura di Ripoli; due crani di bambini di 8-10 anni.
La fase neolitica è stata caratterizzata da un susseguirsi di culture che vanno dal periodo più antico fino al recente: la stratigrafia, per gli strati che vanno dal 26 al 18, ha riportato alla luce una serie di evidenze materiali legate alla cultura delle ceramiche impresse. Gli strati dal 19 a 18 presentano elementi correlabili alla cultura di Catignano equelli dal 17 al 12 sono interessati dalla cultura di Ripoli.
Per i livelli legati alle Culture della ceramica impressa e di Catignano, dal punto di vista cultuale, si può solo supporre sulla base di pochi elementi e una frequentazione della grotta per tali fini.
L'ultima fase, quella di Ripoli, ha restituito molte testimonianze legate alla pratica di riti connessi probabilmente alla sfera agraria che si esplicano attraverso due grandi tipologie di strutture cultuali: le buche, nella parte destra della grotta, e i circoli in pietra, nella parete di fondo della grotta.
I circoli in pietra sono 11 e delimitati da ciottoli fluviali e da imitazioni di ciottoli modellati col travertino; tutti contengono frammenti di ceramica, resti ossei di animali (alcuni carbonizzati), industria litica e ossea. I circoli che hanno maggiore rilievo, poiché contengono oggetti carichi di valore cultuale, sono il numero 1, che presenta all'interno lo scheletro di un neonato, e il numero 2 con un omero di anatra che presenta all'estremità tracce di argilla secca e una pallina sferoidale di argilla cruda. Il circolo 10 contiene un ciottolo troncoconico, un vaso capovolto posto al centro e una valva di pectunculus forata all'umbone. L'ultimo circolo è il più ricco di elementi e contiene alcuni ciottoli fluviali tinti in ocra, degli omeri di uccelli con pallottole di argilla impastata insieme a ocra posti sull'estremità distale, un metatarso di lepre con analoga pallottola, dei pesi a piramide tronca in argilla cruda e cotta, un vaso frantumato volontariamente. La loro interpretazione è incerta.
Anche il ritrovamento sul piano dei circoli di due crani di bambini di 8-10 anni potrebbe essere messo in relazione con lo scheletro di neonato contenuto nel primo circolo; il tutto secondo Antonio Mario Radmilli potrebbe essere ricondotto a un rito agrario che prevedeva il sacrificio del neonato nel momento della semina e quello dei due bimbi più grandi, di cui restano i crani, nel momento del raccolto.


Abruzzo - Fontirossi

 

Fontirossi
 è un sito archeologico del neolitico  nel territorio del comune di Lama dei Peligni, in Abruzzo. Il sito, che si trova sul versante meridionale della Maiella, lungo la strada che collega Casoli a Lama dei Peligni, è stato scoperto all'inizio del novecento, quando fu scoperto un villaggio del neolitico e un teschio umano, noto come uomo della Maiella. Nel sito è stata rinvenuta una sepoltura. Si tratta di una deposizione di un individuo di sesso femminile posto entro fossa ovale, cavata dal suolo di pozzolana vergine; l'inumato giace in posizione ripiegata e tutt'intorno presenta un contorno in rozze pietre poste dopo lo scavo della fossa. Lo scheletro è stato attribuito ad una donna vissuta 6.540 anni dal presente.

Abruzzo - Area archeologica di Case Pente

 

L'area archeologica di Case Pente è un complesso archeologico situato nel comune di Sulmona (AQ), in Abruzzo.
In località Case Pente a sud-est della città di Sulmona (AQ), in Abruzzo, si trova un'area di interesse archeologico tra le più importanti del territorio della valle Peligna. Il complesso archeologico, diffuso e articolato, è localizzato a circa 300 metri dal cimitero monumentale sulmonese, non distante dal tratto finale del tracciato della strada statale 487 di Caramanico Terme.
Tra i primi ritrovamenti, effettuati tra il Settecento e l'Ottocento, figura il sarcofago di Numisina, risalente al I secolo a.C. Nella seconda metà dell'Ottocento l'antropologo e storico Antonio De Nino riportò sulla rivista dell'Accademia Nazionale dei Lincei, Notizie degli scavi di antichità, della presenza di sepolture di epoca romana lungo un'antica via che conduceva a Pacentro, Campo di Giove e verso il tempio italico di Ocriticum, oltre il vallone Grascito, nel limitrofo territorio comunale di Cansano. Nel corso del tempo è tornata alla luce l'iscrizione "dei Callitani", custodita presso la sezione archeologica del museo civico dell'Annunziata a Sulmona, che potrebbe indicare l'utilizzo tratturale di alcune vie di collegamento con l'importante centro di Corfinium e con altre aree, a partire già dal I secolo a.C. Nel settore orientale del sito archeologico, in località Colle Macerre, si trova la chiesa altomedievale rupestre di Sant'Angelo in Vetuli, mentre il toponimo "Sant'Angelo in Vetulis" richiama il nome del pagus dei Peligni noto come Vatulae.
Tra il 2023 e il 2025 scavi preventivi archeologici hanno riportato alla luce diverse altre tracce del villaggio protostorico, risalente a 4.200 anni fa e databile tra l'eneolitico finale e l'età del Bronzo antico, composto da almeno 40 capanne, tettoie e recinti per custodire gli animali, Non distanti dall'insediamento sono state rinvenute due necropoli, una protostorica con 28 tombe a fossa e l'altra di epoca romana (VIII secolo a.C.-I secolo d.C.), formata da 90 tombe con dentro alcuni resti umani e una lancia. 


Sono tornate alla luce anche le tracce di una villa rustica di epoca romana, dotata di edificio termale, fornace per realizzare tegole, dolium, una vasca e diverse opere in muratura.
A partire dal 2024 le località di Case Pente, Case San Mariano e Colle Savente sono state interessate dalla costruzione della linea adriatica del gasdotto Transmed (tratto Sulmona-Foligno) e di una centrale di compressione di Snam Rete Gas.

Abruzzo - Ripoli


Ripoli
 è una località in provincia di Teramo, nel territorio del comune di Corropoli, circa 10 km a sud del fiume Tronto, dove è stato portato alla luce un rilevante sito archeologico, un villaggio del periodo neolitico, con circa 80 capanne, dal quale ha preso il nome l'omonima cultura.
Il sito fu scoperto nel 1865 da Concezio Rosa, un medico condotto con la passione per l'archeologia, che segnalò alle autorità un gran numero di manufatti litici, lame, cuspidi di freccia, grattatoi, rinvenuti dai contadini durante i lavori agricoli sui campi.
Da allora si sono succedute diverse campagne di scavo, l'ultima delle quali si è conclusa nel 2015.
Nel sito, dato al VI millennio a.C., sono state trovate oltre 80 abitazioni, difese da un fossato che circondava il villaggio, delle quali rimane il piano di fondazione. Le capanne sono di tre tipologie: Ripoli I elissoidale, Ripoli II cicorcale doppia,e Ripoli III circolare multripla a forma di rene; quelle del tipo Ripoli I sono le più vecchie, Ripoli II sono intermedie e Ripoli III sono le più recenti.
Queste abitazioni, che hanno una pianta prevalentemente ovale con un diametro non superiore ai 5 metri, sono parzialmente scavate nel terreno, avevano il focolare esterno, e in alcuni casi sono composte di ambienti comunicanti.
Molti ritrovamenti litici, oltre a particolari ritrovamenti ossei, di ossidiana e conchiglie forate per uso ornamentale. Numerosi sono gli idoli o parti di essi e le anse antropomorfe; queste ultime sono abbastanza curiose per la modalità in cui sono state rese, si tratta di piccoli torsi femminili, in alcuni casi, con seni pronunciati e prominenze laterali che indicano le braccia. Alcuni di essi presentano due teste rappresenterebbero la polimorfia della divinità femminile e forse avevano un significato apotropaico, ovvero utile a allontanare il malocchio e gli influssi maligni.
Tra i rinvenimenti più noti, oltre 40 scheletri umani deposti in fosse comuni da 2 a 14 individui, tra i quali quello di una donna deposta con un cane posto ai suoi piedi.
È stata anche rinvenuta, in quantità cospicua, una caratteristica ceramica dipinta: vasi di varia forma, boccali ad un solo manico, vasi a tulipano, piatti, ciotole emisferiche; tutti ricavati da un'argilla ben depurata, di colore giallino, e decorati con motivi geometrici eseguiti in colore bruno, quali triangoli, losanghe, fasci di linee a zig-zag ed altri.
Dai resti botanici, come farro, grano, orzo, e anche lenticchie e piselli, e da quelli più scarsi faunistici, si ricava che la popolazione del villaggio si sosteneva principalmente grazie ai prodotti agricoli, mentre la caccia era un'attività minore.

Abruzzo - Area archeologica di Rio Tavana



L'area archeologica di Rio Tavana è un'area archeologica situata lungo l'argine dell'omonimo torrente nel comune di Lecce nei Marsi (AQ), in Abruzzo.
Villaggio neolitico di Rio Tana
Nei pressi del corso del torrente Tavana, a ridosso delle pendici del monte Turchio su uno stretto pianoro del vallone di Santa Lucia a Lecce nei Marsi, a sud est rispetto al complesso di interesse archeologico e speleologico delle grotte di Ortucchio e a nord est del sito archeologico della valle di Amplero, sono tornate alla luce tracce di un villaggio primordiale riconducibile al neolitico antico, databile intorno al 6.800 a.C. (VII millennio a.C.), detto "villaggio di Rio Tana". Gli scavi hanno avuto inizio nel 1985, a seguito di una frana causata da un'alluvione. Precedentemente, opere compiute negli anni sessanta di regimentazione del torrente, avevano già favorito l'erosione dell'argine sinistro. I primi ritrovamenti attestano un cambiamento nel modus vivendi delle bande nomadi, provenienti presumibilmente dalla contemporanea Puglia, che diventarono stanziali. Gli uomini da cacciatori occasionali divennero allevatori e coltivatori, vivendo stabilmente nel villaggio fucense e modificando anche le proprie abitudini alimentari. In questo periodo è attestato l'innalzamento del livello dell'acqua del lago che probabilmente oscillava tra i 665 e i 675 m s.l.m., ben oltre la delimitazione del contemporaneo nucleo urbano di Ortucchio; i primi abitanti del villaggio di Rio Tana si cibavano dunque anche di pesce. La capanna, localizzata nel bordo terrazzato, fu innalzata attraverso la realizzazione di buchi nel terreno dove i pali di legno venivano fissati attraverso l'ausilio delle pietre e della malta. Le pareti furono invece costruite con argilla, paglia e intrecci lignei. Tra i vari reperti sono riemersi un raro ago in osso, le selci dei falcetti, frammenti di macine e vari attrezzi il cui utilizzo era legato alle coltivazioni.
Nella seconda metà degli anni settanta un cippo funerario con un'epigrafe dedicata dagli abitanti del Vicus Anninus (vicales Annini) ad Aulo Virgio Marso è stato rinvenuto nei pressi delle mura poligonali di terrazzamento e arginatura dell'alveo del torrente Tavana. La scoperta fu opera di Umberto De Luca mentre la prima segnalazione dell'epigrafe di epoca imperiale si deve allo studioso inglese e abruzzese di adozione Andrew Slade (A.J. Slade). Il cippo è custodito nella corte del castello Piccolomini di Celano dove è ospitato il museo d'arte sacra della Marsica.
Castelluccio e il vicus Anninus
L'antico centro fortificato di Castelluccio, collocato su un colle del monte Cirmo, sorge a 1 095 m s.l.m. a sud ovest del vallone Macrano, piccola gola situata oltre il settore sud orientale della piana del Fucino, tra i contemporanei territori comunali di Lecce nei Marsi e Gioia dei Marsi, in Abruzzo. Il sito ha offerto, in area marsa, una testimonianza di continuità della frequentazione dal periodo italico al Pieno Medioevo. Il nome Anninus sarebbe legato al gentilizio collocato nell'area di confluenza del Rio Emma con il torrente Tavana. Il nucleo fortificato del monte Cirmo, risalente al IV secolo a.C., costituì con ogni probabilità l'acropoli del vicus. In epoca romana il centro, in cui nel corso del I secolo visse dopo la carriera militare Aulo Virgio Marso, dipese dal municipium di Marruvium. Nei pressi dell'antica chiesa di San Martino in Agne, in cui "Agne" sarebbe la forma corrotta del toponimo medievale "Anninus" ("Annio") e della quale resta in piedi solo la torre campanaria, c'era un santuario dedicato a Valetudo collocato a circa 750 m s.l.m. Dalle località di Castelluccio e Taroti sono tornati alla luce diversi reperti come le epigrafi, frammenti di statuette bronzee come parti di piedi e mani, antefisse decorate, punte di giavellotto, frammenti ceramici e maioliche. Il sito è sovrastato dai ruderi di Lecce Vecchio, incastellamento medievale sorto a 1278 m s.l.m. su un preesistente ocre preromano.



Abruzzo - Area archeologica di Catignano

 

L'area archeologica di Catignano è un sito archeologico dove sono stati ritrovati resti di un abitato del neolitico (V millennio a.C.), in località Sterpara-Ponte Rosso vicino a Catignano in provincia di Pescara.
A partire dagli anni ’60-’70 del Novecento una serie di ricognizioni e scavi archeologici, effettuati in località Ponte Rosso al km 39 della SS. 602, portarono alla luce nel 1970 resti di un importante centro abitato risalente al VI – V millennio a.C. (Neolitico).
In questo luogo, su di un terrazzo fluviale posto alla confluenza tra il fiume Nora e il Fosso dei Cappuccini, gruppi di umani organizzarono un villaggio del quale restano interessantissime tracce, testimonianza dell'avvenuto passaggio dal nomadismo alla sedentarietà, oggi visibili presso l’area archeologica.
Nel sito sono state rilevate cavità di varie forme che testimoniano le attività e l’organizzazione di vita di questi gruppi preistorici: capanne di forma rettangolare con absidi, fosse di combustione utilizzate per la cottura della ceramica, pozzetti per la conservazione del cibo o per il rilascio dei rifiuti.
Sono stati rinvenuti inoltre numerosi reperti che testimoniano delle abitudini quotidiane, delle prime forme culturali e di artigianato artistico elaborate da questi preistorici insediamenti umani. Si tratta soprattutto di vasi in ceramica figulina con elementi decorativi impressi o dipinti, oggetti d’uso domestico e qualche idoletto fittile in forme antropomorfe.
Tra i manufatti ne sono stati ritrovati alcuni in ossidiana, materiale vulcanico non originario dell'Abruzzo, che testimonia contatti, forse anche di tipo commerciale, con genti lontane.
Le sepolture rinvenute a Catignano nella maggior parte dei casi sono ubicate in corrispondenza dei punti più deboli delle strutture abitative, quasi a voler evidenziare il potere protettivo rivestito dal defunto nei confronti del nucleo domestico. Emblematiche sono la cosiddetta sepoltura Catignano 1, posta lungo la parete est della struttura numero 9 che contiene un individuo di sesso femminile di età compresa tra i 40 e i 50 anni, posto in posizione rannicchiata sul fianco sinistro entro una fossa contemporanea alla deposizione del cadavere; il cranio presenta lesioni traumatiche e due trapanazioni.
L'individuo Catignano 2 è stato deposto all'interno della buca numero 39: si tratta di un bambino di età compresa tra i 3 e i 5 anni, posto in posizione rannicchiata e accompagnato da un corredo costituito da una ciotoletta a pareti diritte posizionata in prossimità della testa. In prossimità del bambino inumato sono stati rinvenuti resti scheletrici di due bambini e di animali.
Interessanti appaiono anche le deposizioni di resti scheletrici di cane: nella buca numero 146 della capanna 2 giacciono i frammenti del cranio, una mandibola e un'ulna, mentre nella fossa di combustione numero 3 due emimandibole. Il ritrovamento di deposizioni di cani in questo sito come in altri, non solo del Neolitico italiano ma anche levantino, permetterebbe di valutare l'ipotesi di una sacralizzazione del cane, anche perché nella maggior parte dei casi i resti scheletrici di cane non presentano tracce di macellazione o di combustione.
Gli idoletti fittili e le varie rappresentazioni antropo-zoomorfe sono stati rinvenuti sia nella vecchia area di scavo, denominata A, sia nella più recente area denominata D.
Le rappresentazioni zoomorfe si possono riassumere in un vaso in ceramica figulina e decorato con pittura rossa, in un frammento di protome animale, in una serie di peducci di vasi polipodi e in un frammento di cornetto.
Le rappresentazioni antropomorfe sono connesse a oggetti lavorati secondo diverse tecniche artigianali: sono stati rinvenuti vasi le cui rappresentazioni furono effettuate in pittura o incisione e ancora più particolari risultano diverse rappresentazioni plastiche costituenti sopraelevazioni di anse, idoletti a modulo cilindrico, idoletti con resa stilizzata del viso e idoletti con resa a tutto tondo.
La qualità e la particolarità dei reperti in ceramica ritrovati nel sito, hanno portato ad identificare una nuova facies culturale dal luogo del ritrovamento, per questo detta Cultura di Catignano. Questa si identifica per la cosiddetta Ceramica figulina, una ceramica di ottima qualità, di colore giallo chiaro, decorata con motivi geometrice, dipinti con il rosso, utilizzata per gli oggetti di maggior pregio.

Abruzzo - Grotta Maritza



La Grotta Maritza è un sito archeologico in una grotta, parte di un complesso di grotte carsiche, le grotte di Ortucchio, situate a mezza costa sul bordo meridionale della piana del Fucino, nel territorio comunale di Ortucchio (AQ), in Abruzzo.
La cavità è localizzata lungo le pendici del monte Praticelle sul bordo sud orientale del Fucino a circa 50 metri sul livello della conca e 704 m s.l.m. La piccola grotta di origine tettonica è situata a ridosso di una parete calcarea alta circa 10 metri e si sviluppa su un piano assiale di appena 6 metri di profondità. Ѐ stata frequentata ininterrottamente in un ampio arco temporale che spazia dal Paleolitico superiore all'epoca romana. Il toponimo è legato con ogni probabilità al nome proprio di persona di un'allieva dell'archeologo Antonio Mario Radmilli che per prima individuò una piccola spaccatura della roccia. Una volta liberata da terra e detriti la caverna restituì vari reperti databili dall'epoca protostorica fino all'età del bronzo. Sono tornati alla luce diversi oggetti ex voto, vari materiali votivi, litici e ceramici, frammenti di ciotole ed anse, carcasse di mammiferi e carnivori e i pesi delle reti da pesca utilizzate nel lago Fucino correlati alla cosiddetta cultura di Ortucchio. Alcuni materiali come gli ex voto sono conservati presso il museo Paludi di Celano. Utilizzata nei vari periodi storici anche come luogo di sepoltura e di culto la grotta ha restituito anche i resti umani di otto soggetti maschili e femminili riconducibili nel periodo temporale che va dal Paleolitico superiore all'Eneolitico.

Abruzzo - Grotta di Ortucchio

 
La Grotta di Ortucchio è un sito archeologico in una grotta, parte di un complesso di grotte carsiche situate a mezza costa sul bordo meridionale della piana del Fucino, nel territorio comunale di Ortucchio (AQ), in Abruzzo.
Lo studio stratigrafico della grotta di Ortucchio, distante dal paese di Ortucchio circa un chilometro e localmente nota anche come grotta dei Porci o grotta di Pozzo (Pozzo di Forfora), ha permesso di ricostruire in linea di massima l'arco temporale in cui l'uomo l'ha abitata e frequentata che spazia dall'epigravettiano finale almeno al periodo medievale. Schegge litiche, elementi scheletrici e frammenti ceramici sono databili dal Paleolitico superiore all'età del bronzo mentre nel Mesolitico e fino al Medioevo la grotta venne usata già come luogo di sepoltura.
La cavità si trova in località Mesula non distante dal confine del territorio comunale di Lecce nei Marsi, a circa 30 metri dal livello della piana del Fucino, non distante dall'area archeologica di via Mesola, localizzata lungo la contemporanea strada Circonfucense ai bordi dell'alveo dell'ex lago, utilizzata in continuità d'uso come una necropoli. Frammenti ossei di un cranio e di una mandibola appartengono a due soggetti maschi ascrivibili all'uomo di Cro-Magnon (Cultura bertoniana). Ritrovamenti ceramici e resti di strutture di epoca italica e romana non fanno escludere la pratica del culto degli antenati. Articolati studi tafonomici e zooarcheologici relativi alla mammalofauna e all'avifauna hanno consentito di attestare che, al contrario della grotta Maritza, in questa cavità la frequentazione umana sarebbe stata più sporadica con migrazioni stagionali di breve raggio nell'ambito della regione marsicana e/o abruzzese. Nella grotta sono stati rinvenuti pochi resti di ungulati, tra questi i più frequenti sono il cervo europeo, il cinghiale e lo stambecco. La presenza di queste specie sembra indicare lo sfruttamento da parte dell'uomo sia di zone boscose e umide, rappresentate dalla presenza dei resti dei cinghiali e dei cervi, sia di zone rocciose indicate da animali quali stambecchi e camosci. I resti di ungulati sono rappresentati soprattutto da segmenti anatomici di basso valore nutritivo come porzioni craniali, falangi, metapodi; questi dati potrebbero suggerire che si tratti di parti scartate in una prima fase di macellazione. Le ossa lunghe di queste specie venivano aperte al fine di estrarre midollo, raramente la procedura riguardava le falangi. L’età di morte degli ungulati si aggira intorno all’anno di età. Questo dato è un’evidenza del fatto che l’uomo che abitava quelle zone vantasse strategie di caccia molto efficienti che gli consentivano di cacciare soprattutto individui adulti, necessari per la sua alimentazione: i resti di ungulati di età molto piccola o molto avanzata sono infatti assenti. Dall’analisi dei segni umani sulle ossa degli ungulati, che aumentano progressivamente negli strati superiori della grotta, è possibile dedurre che la grotta venisse usata dall’uomo preistorico soprattutto nelle ultime fasi.
Rari sono i resti di carnivori di media-grossa taglia come i lupi comuni, le volpi rosse e i più piccoli gatti selvatici; i rinvenimenti dei resti di piccoli mustelidi sono invece più numerosi[6]. Molto abbondanti sono i resti di specie acquatiche e di animali viventi in ambienti umidi, questi ritrovamenti confermano l’antica caratterizzazione lacustre del Fucino. I resti maggiormente rinvenuti nella grotta di Ortucchio appartengono a due ordini: anseriformi e galliformi. I resti di anseriformi appartengono sia a individui molto giovani sia a individui adulti; i resti di individui molto giovani suggeriscono che il sito venisse utilizzato come luogo di nidificazione dalla specie, dunque esso veniva frequentato soprattutto nei periodi più miti dell’anno. Alcuni resti ossei di individui adulti mostrano, a differenza di quelli degli individui più giovani, segni di fuoco, questo dato suggerisce che questa specie venisse sfruttata dall’uomo soprattutto nei mesi primaverili ed estivi; inoltre, la presenza di resti ossei quali omeri e coracoidi, sono un’ulteriore conferma dello sfruttamento da parte dell’uomo di questa specie. I resti di Galliformi, riconducibili ad elementi ossei quali metacarpi e metatarsi, suggeriscono invece che questa specie venisse spesso cacciata da carnivori e rapaci. Nella Grotta di Ortucchio oltre ai resti animali sono stati rinvenuti anche oggetti votivi e oggetti decorati. Tra gli oggetti votivi recuperati troviamo un idoletto in terracotta raffigurante un busto maschile, con gambe e braccia realizzate con piccole sporgenze e privo di testa. Tra gli oggetti decorati rinvenuti troviamo un’ulna di lince che presenta decorazioni su tutte le facce. La specie della lince è molto rara nella fauna di Ortucchio, tuttavia, la presenza di un punteruolo rinvenuto presso Riparo Maurizio e ricavato da un’ulna di lince, suggerisce che questo animale avesse una grande importanza culturale per i popoli del Fucino.


Abruzzo - Grotta La Cava

  La  Grotta La Cava  è un sito archeologico in una grotta, parte di un complesso di grotte carsiche situate a mezza costa sul bordo meridio...