sabato 12 luglio 2025

TURCHIA - Lagina

 

Lagina (greco Λαγίνα) è un sito archeologico, risalente al periodo cario ed esteso sotto la dinastia seleucide, famoso per il suo santuario di Ecate (nella foto in alto). Il sito è situato nella Turchia sudoccidentale (nei pressi di Turgut, un comune nella provincia di Muğla) . La stessa piccola città di Turgut era fino a tempi recenti nominata Leyne, richiamando il toponimo antico.
Recenti studi hanno mostrato che il sito fu abitato e/o utilizzato in maniera ininterrotta a partire dall'età del bronzo. I re Seleucidi ricostruirono il recinto sacro di Lagina e lo trasformarono in un importante centro religioso, in collegamento con la vicina (a una distanza di 11 kilometri) città di Stratonikeia, che ne divenne il centro amministrativo. I due luoghi (Lagina e Stratonkeia) erano connessi tra loro nell'antichità da una via sacra.
La ricerca archeologica condotta a Lagina è stata la prima ad esser stata condotta da un team scientifico turco, sotto la direzione di Osman Hamdi Bey e Halit Ethem Bey. Nel 1993, un lavoro di scavo e restauro è stato ripreso sotto la guida del Museo di Muğla, da un team internazionale guidato da Ahmet Tırpan.
I fregi del santuario di Ecate sono attualmente esposti nei Musei archeologici di Istanbul. Quattro differenti temi sono dipinti in questi fregi. Questi sono, sul fregio orientale, scene dalla vita di Zeus; sul fregio occidentale, una battaglia tra gli dei e i giganti; sul fregio meridionale, diverse divinità carie; e sul fregio settentrionale, una battaglia di Amazzoni.

TURCHIA - Qal'at ar-Rum

 

Il Qal'at ar-Rum  ,in curdo Hromkla , chiamata Rumkale in turco e Hromgla in armeno, sempre con il significato di "castello romano" (nel senso di bizantino), fu una potente fortezza sul fiume Eufrate, 50 km a nord-est di Şanlıurfa, il capoluogo della omonima provincia della Turchia.
La sua posizione strategica era già conosciuta dagli Assiri, sebbene la presente struttura sia soprattutto di origine ellenistica e romana. Durante il medioevo il sito fu occupato da vari signori della guerra bizantini ed armeni. Qal'at ar-Rum fu il seggio di un patriarca armeno dal XII secolo. Dal 1203 al 1293 fu la residenza del capo supremo (catholicos) della Chiesa armena. Nel 1293 fu espugnata dai mamelucchi d'Egitto a seguito di un lungo assedio.
La fortezza è attualmente una rovina accessibile per battello solo dalla vicina cittadina di Halfeti nella provincia di Şanlıurfa.


TURCHIA - Karahan Tepe

 

Karahan Tepe è un sito archeologico nella provincia di Şanlıurfa in Turchia.
Recenti esami e rilievi suggeriscono che potrebbe essere più antico dei ritrovamenti di Göbekli Tepe. Il sito dista circa 40 km da Göbekli Tepe e anche qui gli archeologi hanno ritrovato megaliti a forma di T, pesanti varie tonnellate. 
Come citato da una pubblicazione turca non specializzata, il sito "gemello" di Göbekli Tepe apparentemente sarebbe più antico di Göbekli Tepe, forse antecedente al X millennio a.C. Gli scavi preliminari hanno permesso di scoprire oltre 250 obelischi raffiguranti figure animali.
Le strutture di Karahan Tepe furono individuate nel 1997 da ricercatori “vicino alla zona di Kargalı tra le montagne del parco nazionale dei Monti Tek Tek”, presso Yağmurlu, ad est di Göbekli Tepe, nell’ambito degli studi avviati per inventariare i manufatti della cultura di Şanlıurfa. Successivamente con il progetto “Göbekli Tepe Culture and Karahan Tepe Excavations“, nel 2018 sono state avviate indagini di superficie nell’area da parte dell’Università di Istanbul. Gli scavi ufficiali sono iniziati nel 2019, diretti da Necmi Karul, con i primi ritrovamenti di manufatti, obelischi e sculture della stessa tipologia di quelli a Göbekli Tepe.
Karul ha rivelato nella conferenza stampa dell'agenzia nazionale statale Anadolu, che sarebbero stati già individuati altri 12 siti con le stesse caratteristiche di Göbekli Tepe e Karahan Tepe, grazie a mappe topografiche, misurazioni geomagnetiche e fotografie aeree, prima ancora di avere eseguito ricognizioni "in situ".
Ha inoltre aggiunto che i siti sarebbero sia di natura abitativa che presumibilmente religiosa, consistendo probabilmente in insediamenti relativi a più periodi di circa 700-800 anni risalenti a circa l'11500 a.C. Trattandosi di risultati preliminari di scavi in corso, offrono solo la possibilità di approfondire diversi progetti legati all'archeologia, ai quali gli scavi di Karahan Tepe potrebbero fornire risposte.

TURCHIA - Cnido

 
Cnido
 era un'antica città greca dell'Anatolia, situata nella regione della Caria di fronte ad Alicarnasso. Fondata dai Dori del Peloponneso sotto la guida del mitico Triope, faceva parte della confederazione della Esapoli dorica (dal V secolo a.C. Pentapoli dorica); commerciava con l'Egitto e aveva costruito un edificio detto "Tesoro degli Cnidi" nel santuario di Delfi.
La città, posizionata sulla punta del golfo Ceramico di fronte all'isola di Coo, aveva due porti, essendo posta sull'estremità di un promontorio, il Triopio, unito al continente da uno stretto e breve istmo, noto come Capo Krio.
Cnido fu retta inizialmente da una struttura oligarchica composta da sessanta membri, successivamente ebbe un governo di tipo popolare.
La città ebbe un notevole sviluppo economico dovuto a una ingente attività commerciale; i suoi abitanti godettero di un considerevole benessere, superiore alla loro capacità politica. Cnido partecipò, anche se tardivamente, a quella diaspora colonizzatrice che portò alla formazione della Megále Hellás, la Magna Grecia costituendo delle colonie nelle Eolie e nell'Illirico. Un gruppo di suoi abitanti fondò, insieme ai Rodi, Lipara, oggi Lipari, nell'arcipelago eoliano a nord della costa settentrionale della Sicilia.
A Cnido nel 394 a.C. si svolse una battaglia navale nella quale gli Ateniesi, comandati da Conone e aiutati dai Persiani, distrussero la flotta spartana.
Durante l'epoca ellenistica Cnido fu la sede di una scuola medica, ma la teoria ottocentesca secondo la quale questa scuola sarebbe già esistita all'inizio dell'epoca classica si è rivelata infondata.
Durante la guerra tra Roma e il seleucida Antioco III Megas, Cnido fu alleata di Roma. Fu inclusa nella provincia d'Asia quando questa fu creata nel 129 a.C., rimanendo tuttavia una città libera dentro la provincia stessa, secondo quanto dice Plinio il Vecchio. Prima del 67 a.C. fu attaccata dai pirati cilici, come lo fu anche Samo ma dal 67 a.C. in poi con la sconfitta dei pirati da parte di Pompeo godette di una certa tranquillità.
A Cnido era vivo il culto di Apollo a cui era stato consacrato un promontorio, il Triopio. Da Cnido partirono due correnti colonizzatrici verso occidente, una fondò la colonia di Corcira Melaina, Curzola, sulle coste illiriche, l'altra diretta inizialmente in Sicilia al Lilibeo, sotto la guida di Pentatlo, colonizzò, dopo una sconfitta subita in Sicilia, le isole Eolie, 580 a.C.
Della colonizzazione delle Eolie parla dettagliatamente Diodoro Siculo nella sua Biblioteca Storica e Strabone nella sua Geografia.
Le Eolie cnidie, con il loro centro Lipari, assunsero un'importanza eccezionale per la posizione strategica in cui si trovavano, da esse infatti si poteva controllare il traffico marittimo che si svolgeva nel Tirreno e quello che transitava attraverso lo stretto di Messina. Sono noti gli scontri con i Tirreni (o Etruschi). La colonia prosperò tanto da poter inviare ricche decime al Santuario di Delfi.
Dell'antica Cnido sopravvivono alcuni reperti monumentali che ricoprono una grande area. Assieme a delle mura ciclopiche e resti di due porti sono rimasti due teatri e le tracce di un grande edificio, forse un tempio.
Sono stati identificati l'agorà, il teatro, un tempio di Dioniso, uno delle Muse, uno di Afrodite (nella foto qui a destra) e un gran numero di edifici minori.
Prassitele fece per Cnido la sua più famosa statua, l'Afrodite di Cnido, sfortunatamente andata perduta; una sua copia, ritenuta la più fedele, si trova nei Musei Vaticani. Una statua di Demetra (nella foto in alto) si trova ora al British Museum.
Cnido iniziò a coniare monete proprie molto presto. Almeno dalla seconda metà del VI secolo furono coniati oboli e dracme in argento; le monete mostravano al dritto una testa di leone a al rovescio la testa di Afrodite. Queste prime monete non avevano ancora la legenda.
La monetazione proseguì nei secoli successivi. Durante la dominazione romana ci furono scarse emissioni, da Nerone fino a Caracalla.
Tra le monete coniate in periodo imperiale vi è una copia della statua dell'Afrodite Cnidia di Prassitele.


TURCHIA - Alessandria Troade

 

Alessandria Troade ("Alessandria della penisola di Troade"; in turco Eski Stambul) fu una delle città fondate da Alessandro Magno durante le sue campagne in Asia. La sua precisa localizzazione nell'attuale Turchia è sconosciuta.
È il sito di un'antica città greca situata sul Mar Egeo vicino alla punta settentrionale della costa occidentale della Turchia, un po' a sud di Tenedo (moderna Bozcaada). Si trova a sud-est della moderna Dalyan, un villaggio nel distretto di Ezine della provincia di Çanakkale. Il sito si estende su una superficie stimata di 400 ettari; tra le poche strutture oggi rimaste vi sono le rovine delle terme, un odeon, un teatro, un gymnasium ed uno stadio è stato recentemente scoperto. Si può ancora individuare il circuito delle antiche mura.


Secondo Strabone, questo sito fu inizialmente chiamato Sigeia (Σιγία); intorno al 306 aC Antigono rifondò la città come Antigonia Troas espandendola popolandola con persone di altre cinque città della Sigeia, inclusa una volta influente città di Neandreia. Non ricevette il suo nome fino a quando il suo nome non fu cambiato da Lisimaco in Alessandria Troade, nel 301 aC, in memoria di Alessandro III di Macedonia (Plinio afferma semplicemente, a suo avviso, che il nome cambiò da Antigonia ad Alessandria). Tuttavia, il punto di vista di Plinio non è corretto, perché la città continuò a essere chiamata Alessandria Troade, e così è anche affermato nel IV-V sec. AD nella Tabula Peutingeriana.


In quanto porto principale dell'Asia Minore nord-occidentale, il luogo prosperò notevolmente in epoca romana, diventando una "città libera e autonoma" già nel 188 aC e le vestigia esistenti attestano sufficientemente la sua antica importanza. Nel suo periodo di massimo splendore la città potrebbe aver avuto una popolazione di circa 100000 abitanti. Strabone menziona che una colonia romana fu creata nel luogo durante il regno di Augusto, chiamata Colonia Alexandria Augusta Troas (chiamata semplicemente Troade durante questo periodo). Augusto, Adriano e il ricco grammatico Erode Attico contribuirono notevolmente al suo abbellimento; a quest'ultimo si deve l'acquedotto ancora conservato. Costantino ipotizzò di elevare Troade a capitale dell'Impero Romano.


In epoca romana, era un porto importante per i viaggi tra l'Anatolia e l'Europa. Secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, Paolo di Tarso salpò per l'Europa per la prima volta da Alessandria Troade e vi tornò dall'Europa (è lì che si dice sia avvenuto l'episodio della resurrezione di Eutico). Anche Ignazio di Antiochia si fermò in questa città prima di continuare il suo martirio a Roma.
Sono noti molti dei vescovi della Diocesi di Troade: Marino nel 325; Niconio nel 344; Silvano all'inizio del V secolo; Pionio nel 451; Leone nel 787; Pietro, amico del Patriarca Ignazio e avversario di Michele, nel IX secolo. Nel X secolo Troade è dato come suffraganeo di Cizico e distinto dalla famosa Troia (Heinrich Gelzer, Ungedruckte ... Texte der Notitiae episcopatuum, 552; Georgii Cyprii descriptio orbis romani, 64); non si sa quando la città fu distrutta e la diocesi scomparve. Il vescovato rimane una sede titolare della Chiesa cattolica sotto il nome di Troade, vacante dal 1971.
Troade è anche una sede titolare della Chiesa ortodossa sotto il Patriarcato ecumenico. Il vescovo Savas (Zembillas) di Troade è stato gerarca dal 2002 al 2011, poi è diventato il metropolita Savas (Zembillas) di Pittsburgh nell'arcidiocesi greco-ortodossa d'America.
I turcomanni Karasidi si stabilirono nell'area della Troade nel XIV secolo. Il loro beylik fu conquistato dagli Ottomani nel 1336. Le rovine di Alessandria Troas vennero conosciute tra i turchi come Eski Stambul, la "Città Vecchia". Le pietre del sito furono utilizzate come materiale da costruzione (ad esempio Mehmed IV prese le colonne per adornare la sua moschea Yeni Valide a Istanbul). A partire dalla metà del XVIII secolo il sito fungeva da "luogo in agguato per i banditi".


Nel 1911, il sito era stato ricoperto di querce e molto saccheggiato, ma il periplo delle vecchie mura poteva ancora essere tracciato ed in molti punti era abbastanza ben conservato. Avevano una circonferenza di una decina di chilometri ed erano fortificate con torri a intervalli regolari. All'interno di quest'area si trovano resti di un antico complesso termale e palestra; questo edificio è conosciuto localmente come Bal Saray (Palazzo del Miele) ed è stato originariamente donato da Erode Attico nell'anno 135. Traiano costruì un acquedotto di cui si possono ancora rintracciare le tracce. Il porto aveva due grandi bacini, ora quasi del tutto interrati. È oggetto di uno studio dell'inizio del XXI secolo da parte di archeologi tedeschi che scavano e ispezionavano il sito. Il loro scavo ha portato alla luce i resti di un grande stadio risalente al 100 aC circa.


TURCHIA - Magnesia al Meandro


Magnesia al Meandro era un'antica città greca in Asia Minore sul fiume Meandro a monte di Efeso, nei pressi dell'odierna città di Germencik in Turchia. Magnesia si trova nella antica Ionia presso il fiume Leteo a 22 km da Mileto, adagiata su una fertile pianura ed era una grande produttrice di pane. Nella città sorgeva un tempio di Dindyme, la madre degli dèi. Ma la città fu poi trasferita e sul nuovo sito fu costruito il Tempio di Artemide Leucofriene, progettato da Ermogene. Vicino alla città c'era un posto chiamato Aule (latino: Aulae) con una grotta sacra ad Apollo contenente un'immagine molto antica. Gli uomini sacri al dio si gettavano da ripide scogliere e sradicavano alberi molto alti che trascinavano giù per i sentieri più stretti.


La città fu fondata da coloni della Magnesia in Tessaglia e di Creta. Per questo motivo non fu accettata nella Lega Ionica. Verso il 700 a.C. fu conquistata a Gige, re di Lidia. Verso il 626 a.C. fu distrutta dalle incursioni dei Cimmeri e ricostruita l'anno dopo da Mileto. Secondo Ateneo di Naucrati la condotta troppo licenziosa dei suoi abitanti portò alla conquista della città da parte di Efeso. Nel 546 a.C. passò ai Persiani che la concessero a Temistocle. Nel 499 a.C. partecipò alla rivolta ionica: la città gli fruttava 50 talenti l'anno. I satrapi di Lidia la utilizzavano come seconda residenza.
Nel 459 a.C. vi morì lo stesso Temistocle.
Nel 334 a.C. la città si arrese ad Alessandro Magno e passò poi ad Antigono Monoftalmo. Nel 301 a.C. entrò nei possedimenti dei Seleucidi. I Tolomei la conquistarono tra il 272 a.C. e il 258 a.C.
Nel 188 a.C. con la Pace di Apamea fu ceduta al Regno di Pergamo, passato alla Repubblica romana nel 133 a.C.
Durante la Seconda guerra mitridatica si alleò con i Romani assieme alla vicina Magnesia al Sipilo. Silla la proclamò città libera.
Nel 17 d.C. un terremoto distrusse la città assieme alle altre della Ionia. L'imperatore Tiberio provvide a ricostruirle.
Nel 114 era presente una comunità cristiana.
Nel 262 venne saccheggiata dai Goti.
Fu in questa città che fu scoperta una pietra misteriosa con il potere di attrarre il ferro: la magnetite.
I primi scavi archeologici furono eseguiti nel 1891-1893 da una squadra di archeologi tedeschi guidata da Carl Humann, lo scopritore dell'Altare di Pergamo. In 21 mesi furono portati alla luce il teatro, il tempio di Artemide, l'agorà, il tempio di Zeus e il pritaneo.
Gli scavi furono ripresi nel 1984 da Orhan Bingöl, dell'Università di Ankara e del Ministero della Cultura turca. I reperti rinvenuti sono oggi esposti ad Istanbul e ad Aydın, a Berlino e a Parigi. Copie del pronao (portico) del tempio di Zeus e uno spazio del tempio di Artemide si possono visitare al Pergamonmuseum di Berlino.


TURCHIA - Cauno



Cauno era un'antica città nel sud-est della regione storica della Caria in Asia Minore. Essa era situata vicino all'attuale città di Dalyan, in Provincia di Muğla, in Turchia. Situata in origine sul mare, a causa dello spostamento della costa essa si trova ormai a otto chilometri dal mare nel delta del fiume Dalyan (l'antico Calbis), il quale collega il lago di Köyceğiz con il Mediterraneo. Tuttavia la città non è completamente separata dal mare, ma collegata con questo tramite zone paludose e corsi d'acqua.
La storia del sito risale al 10 ° secolo a.C.. Erodoto la menziona nelle sue Storie, quando Arpago marcia contro Lici, Cauni e Cari al tempo dell'invasione persiana del 546 a.C. Si ricorda anche che partecipò nel secolo successivo alla rivolta della Ionia, quindi appartenne alla Lega Delio-Attica. Nel 387 a.C. Cauno, dopo la pace di Antalcida, venne posta sotto il giogo persiano. Essa fece poi parte dei possedimenti di terraferma della vicina isola di Rodi. La città nei tempi antichi era considerata ricca, ma a causa dello stato paludoso del delta del fiume, dove gli agenti patogeni potevano moltiplicarsi facilmente, anche malsana. Essa era conosciuta per i suoi fichi secchi ampiamente esportati. Il geografo greco Strabone scrive: "Kaunos ha un cantiere navale e un porto che può essere chiuso. Sopra la città su una collina si trova la collina di Imbros. Anche se la zona è benedetta dalla fertilità, secondo l'opinione generale la città ha aria malsana in estate e in autunno ... a causa del calore e dell'abbondanza di frutta ..."
Nell'era cristiana, Cauno divenne una diocesi del patriarcato di Costantinopoli ed è ancora oggi una sede titolare della chiesa cattolica


Rimangono alcuni resti di edifici antichi, soprattutto tombe cariche scavate nella roccia, risalenti al IV secolo a.C., ma anche un teatro romano, grandi terme, nonché un ninfeo, un'agorà, templi, un ginnasio, strutture portuali e un'acropoli. Si sono conservate anche numerose iscrizioni greche della città. Nel frattempo è stato rinvenuto il betilo di Cauno, alto oltre 4 metri e spesso raffigurato sulle sue monete d'argento.
L'area intorno a Dalyan, Cauno, le tombe rupestri e il delta del Dalyan sono popolari attrazioni turistiche grazie alla loro posizione tra le località turistiche di Marmaris e Ölüdeniz.

TURCHIA - Santuario di Yazılıkaya

 

Il santuario di Yazılıkaya (in turco: "roccia incisa") era un importante santuario situato ad Ḫattuša, antica capitale dell'impero ittita. Operativo a partire almeno dal XVI secolo a.C., il santuario riflette le principali caratteristiche dell'architettura ittita, conservando a distanza di secoli vari monoliti, incisioni nella roccia e imponenti portali.
Insieme a Ḫattuša, la città è stata inserita nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO dal 1986 e, insieme all'area circostante, fa parte del Parco nazionale di Boğazköy-Alacahöyük in Turchia.
Ḫattuša e Yazılıkaya si trovano nell'"Arco di Halys", a est del bacino fluviale dell'antico Halys, oggi Kızılırmak, sul lato nord dell'Akçadağ Tepesi, che appartiene all'Altopiano di Bozok (in turco: Bozok Platosu). La città si trova sulle pendici laterali di una valle formata dal torrente oggi chiamato Büyükkaya Deresi. In epoca ittita, una via processionale conduceva dal Grande Tempio di Ḫattuša al santuario, oggi non più esistente, ma ricostruibile grazie alle condizioni del paesaggio. Usciva dalla città bassa all'estremità settentrionale attraverso una porta che non è ancora stata scoperta. Lì attraversava il torrente, che in quel punto era relativamente poco profondo, e proseguiva verso nord e poi verso nord-est, seguendo un canale ancora riconoscibile lungo le mura della città. A metà strada ha superato la formazione rocciosa di Osmankayası, dove accanto a una sorgente si trova un sito di sepoltura di epoca ittita. Prosegue poi su un terreno relativamente pianeggiante e in costante ascesa, fino a terminare sul fianco del massiccio roccioso. Qui, come in molte altre zone della città, il massiccio roccioso si interrompe sul bordo della catena montuosa sotto forma di singoli banchi di roccia calcarea o scogliere.
Era un luogo sacro per gli Ittiti, situato a pochi passi dalle porte della città di Ḫattuša . Aveva due camere principali formate all'interno di un gruppo di affioramenti rocciosi. L'accesso alle camere, prive di tetto, era controllato da portali e strutture edilizie costruite proprio di fronte ad esse, di cui però oggi sopravvivono solo le fondamenta. La cosa più impressionante oggi sono i rilievi rupestri delle camere A e B, che raffigurano le divinità del pantheon ittita. Uno degli usi del santuario potrebbe aver riguardato le cerimonie per la celebrazione del nuovo anno.
Era in uso almeno dalla fine del XVI secolo a.C., ma la maggior parte delle incisioni rupestri risale al regno dei re ittiti Tudhaliya IV e Suppiluliuma II, alla fine del XIII secolo a.C., quando il sito fu sottoposto a un importante restauro.
Suddiviso in due camere principali (Camera A e Camera B), ricavate in alcuni affioramenti rocciosi, l'accesso era consentito da diverse strutture d'ingresso, delle quali rimangono solo le fondamenta.
Le due camere erano originariamente chiuse dall'esterno da un muro, che nel corso del XIII secolo fu sostituito da un edificio a forma di tempio che costituiva l'ingresso al santuario. L'edificio è stato costruito con il tipico metodo di costruzione in mattoni di fango, ampiamente utilizzato anche a Ḫattuša. Di conseguenza, oggi sono visibili solo le basse fondamenta dei muri in pietra.
Al tempio si accedeva dal lato stretto attraverso una scalinata e una porta indipendente. Dietro di esso, altri gradini conducevano al cortile interno dell'edificio del tempio vero e proprio, che era circondato da varie stanze, probabilmente locali di servizio e depositi. Un altare nel cortile interno suggerisce che qui si svolgessero le purificazioni e i primi atti rituali. Le scale conducevano di nuovo in un'area aperta, che portava direttamente alla più grande Camera A, mentre uno stretto corridoio a destra conduceva alla Camera B.
La più impressionante è la Camera A, che contiene rilievi rupestri di 64 divinità in processione. La parete sinistra mostra una processione di divinità maschili, che indossano il tradizionale gonnellino, le scarpe a punta e i cappelli con le corna. Le divinità montane sono raffigurate anche con gonne a squame, a simboleggiare le montagne rocciose. La parete destra mostra una processione di divinità femminili che indossano corone e gonne lunghe. L'unica eccezione a questa divisione è la dea dell'amore e della guerra, Shaushka (la dea mesopotamica Ishtar/Inanna), che è rappresentata nella processione maschile con due assistenti femminili. Ciò è probabilmente dovuto ai suoi attributi maschili di dea della guerra. Le processioni portano alla scena centrale della coppia suprema del pantheon: il dio della tempesta Teshub e la dea del sole Hebat. Teshub è in piedi su due divinità montane, mentre Hebat è in piedi su una pantera. Dietro Hebat sono raffigurati il figlio Sharruma, la figlia Alanzu e una nipote.
La Camera B, più piccola e stretta, presenta un numero inferiore di rilievi, ma più grandi e meglio conservati. Potrebbe essere stata un mausoleo mortuario o un monumento commemorativo per il re ittita Tudhaliya IV.
La pratica ittita di assimilare le divinità di altre culture nel proprio pantheon è evidente a Yazilikaya. Il dio mesopotamico della saggezza, Ea (Enki), è raffigurato nella processione maschile e il dio Teshub era una divinità hurrita che fu sincretizzata con il dio della tempesta ittita. Il consorte originario di Hebat fu trasformato nel figlio suo e di Teshub (Sharruma) e in seguito fu sincretizzato con la dea solare ittita Arinna. Si ritiene che anche Puduhepa, figlia di una sacerdotessa hurrita e moglie del re ittita Hattusili III, abbia avuto un ruolo nella crescente influenza hurrita sulla religione ittita.
Un articolo del 2019 di Rita Gautschy e Eberhard Zangger ha suggerito che il luogo potrebbe essere servito come dispositivo di misurazione del tempo, con le incisioni che servivano come marcatori per il movimento lunare e solare. Uno studio del 2021 ha concluso che il santuario raffigurava il cosmo, compresi i suoi tre livelli: terra, cielo e inferi; oltre ai processi ciclici: giorno/notte, fasi lunari ed estate/inverno, che fungevano da calendario lunisolare. Tuttavia, le divinità supreme della Camera A si riferivano alle stelle settentrionali, mentre la Camera B rappresentava il mondo sotterraneo.


TURCHIA - Melike Mama Hatun

 

Melike Mama Hatun, o semplicemente Mama Hatun o Mamakhatun, fu una sovrana dei Saltukidi, con capitale a Erzurum, per un periodo stimato di nove anni, tra il 1191 e il 1200.
Durante il suo regno fece costruire un caravanserraglio (foto in basso), una moschea, un ponte e un hammam nella città di Tercan, situata a metà strada tra Erzincan ed Erzurum, che sono ancora in piedi e prendono il nome da lei. La sua tomba (foto in alto), costruita dai maestri di Ahlat , si trova anch'essa a Tercan, sebbene l'attribuzione a Mama Hatun sia solo frutto di una forte tradizione orale. Una delle tombe secondarie è datata 1203, il che tende a corroborare la data generale dell'edificio. Un'iscrizione menziona il costruttore della struttura: L'opera di Abu'l Muna bin Mufaddal al-Awhal ... al-Khilati, il costruttore, che Dio lo perdoni, così come suo padre e sua madre. 
La città stessa era chiamata Mamahatun fino a poco tempo fa, e viene ancora chiamata così localmente. Durante il suo regno costruì moschee, una medres , diversi mektep, shadirvan, caravanserragli e altri tipi di architettura islamica. Costruì anche molti hammam durante il suo regno.
Mama Hatun è ancora oggi una figura vivace nella letteratura popolare turca .



TURCHIA - Fello


Fello (in greco antico Féllos, in latino Phellus, in turco: Phellos) è un'antica città della Licia, le cui rovine sono situate presso il villaggio di Çukurbağ, sito nell'entroterra montuoso della piccola città di Kaş, nel distretto omonimo appartenente alla provincia di Adalia, in Turchia. La città fu menzionata per la prima volta nel 7 a.C. dal geografo e storico greco Strabone nel libro XII della sua opera Gheographikà (dove venivano riportati in dettaglio gli insediamenti nella regione dell'Anatolia), accanto alla città portuale di Antifello. Questa fungeva da principale porto commerciale della colonia.
La sua posizione esatta, in particolare rispetto ad Antifello, è stata erroneamente interpretata per molti anni. Strabone indica erroneamente entrambi gli insediamenti come città dell'entroterra, più vicine tra loro di quanto non sia in realtà oggi evidente. Inoltre, dopo la sua riscoperta nel 1840 da parte di Sir Charles Fellows, l'insediamento si trovava vicino al villaggio di Saaret, a ovest-nord-ovest di Antifello. La verifica della sua posizione nel testo antico si è rivelata difficile per Fellow, in quanto l'unica fonte scritta esistente in situ era costituita da iscrizioni greche illeggibili. Tuttavia, Thomas Abel Brimage Spratt scrive nel suo lavoro del 1847 Travels in Lycia che la conferma riguardo alla posizione della città è fornita dalle parole di Plinio il Vecchio, che colloca Fello a nord di Habessus (il nome pre-ellenico di Antifello).
Nel V secolo a.C. Fello era la residenza della dinastia arpagide di Xanthos, e fino al IV secolo a.C. rimase sede di una zecca. In quel momento Antifello era ancora il porto di Fello, ma questa relazione più tardi andò persa. Nel periodo ellenistico e nell'era imperiale, Fello era membro della Lega Licia. Plinio il Vecchio riporta Fello fra le più importanti città della Licia. Tra i più importanti dignitari antichi della città c'era l'Archiphylax L. Cornelius [- - -] Dionisios.
Fello divenne sede di una diocesi cristiana, ed è ora sede titolare della Chiesa cattolica.

venerdì 11 luglio 2025

Sicilia - Monte Bubbonìa

 


Il monte Bubbonìa è una maestosa collina di 595 metri situata nel territorio del comune di Mazzarino, a 20 chilometri in linea d'aria della città di Gela. È composta da tre piattaforme digradanti da occidente verso oriente, delle quali la più occidentale è la più elevata. Vi si giunge dopo aver percorso per un tratto la SS 117 Gela-Catania, imboccando lo svincolo per Piazza Armerina. Percorsi 9 chilometri, un incrocio apre sulla sinistra al vecchio asse viario per Mazzarino, segnalato da un opportuno cartello turistico che specifica l'esistenza di questa strada su un'antica mappa stradale romana conosciuta col nome di Itinerarium Antonini.
La conformazione dei terreni della collina, sotto l'aspetto geologico, è relativamente recente, a parte l'impianto calcareo di base di età miocenica coperto nel Pleistocene inferiore da marne siltose e quarzareniti e, in ultimo, da sabbie rosse molto incoerenti che ne fanno un'altura parecchio friabile e polverosa. Sotto il ciglio di una strada sterrata che percorre il fianco orientale del monte e sale verso l'acropoli, si osserva un dolmen "a camera" della lunghezza di 2,20m. La forma del monumento ricorda analoghe architetture presenti in Sardegna e in Puglia.
Sulla sommità del monte fu scoperta da Paolo Orsi un'antica città che, successivamente, l'archeologo Piero Orlandini pensò di riconoscere come la sicana Maktorion (Erodoto VII,53). Le rovine di monte Bubbonìa, comunque, non sembrano essere anteriori al VI secolo a.C., e questo fatto pone dei vincoli sull'identificazione dell'antico abitato.

Sicilia - Necropoli paleocristiana di contrada Stefano

 


La necropoli paleocristiana di contrada Stefano è un sito archeologico che si trova in Sicilia, nei dintorni a est di Favara, nell'agrigentino, in un'area pianeggiante detta appunto "contrada Stefano".
Presenta testimonianze di vita risalenti alla prima età del bronzo, e dal periodo romano - bizantino a quello normanno. Comprende più di cento tombe scavate a cielo aperto nella roccia e risalenti ai secoli V e VI d.C., già note agli inizi del Quattrocento.
L'area è stata oggetto di numerosi scavi, tra cui quelli condotti dall'archeologo Giuseppe Castellana .
Sono presenti tombe a grotticella artificiale, della prima età del bronzo e una necropoli paleocristiana, che si trova tra due speroni di roccia dove sono ricavate le tombe.
A 300 m a nord ovest della necropoli sono stati rinvenuti i resti di una villa romana, risalenti alla fine del IV - inizi del V secolo. La villa comprende strutture absidali in opus caementicium e tracce di mosaici policromi, che fanno pensare a un uso residenziale.
Vicinissimi alla necropoli paleocristiana sono stati rinvenuti i resti di muri dello spessore di 1 m che delimitano un ambiente di 8 x 16 m, suddiviso in due parti da un muro interno. Questo edificio è strettamente collegato ad un casale medievale del XII secolo, come testimoniano alcuni ritrovamenti (ceramica invetriata e una moneta del periodo normanno). La struttura è stata interpretata come una torre rettangolare, che richiama per dimensioni e forma le altre torri dei secoli XII e XIII presenti nel territorio di Favara e nelle aree vicine.
Un documento del 1408 riporta nel luogo la presenza di un casale Stephani, suddiviso in diverse proprietà.


Sicilia - Rocca Pizzicata

 


Rocca Pizzicata è un complesso rupestre presso l'omonima rocca sito nella Valle dell'Alcantara, nel territorio tra i comuni di Roccella Valdemone, Mojo Alcantara e Randazzo.
Per quanto non esistano dei saggi di scavo archeologico appare evidente la presenza di diverse preesistenze archeologiche rupestri come delle tombe, abitazioni e persino un altare (foto sotto).
Recentemente si è sospettata la possibilità che esso sia, similmente al vicino altopiano dell'Argimusco un sito archeoastronomico, per cui siano presenti degli allineamenti legati ai cicli stagionali.
Il sito sorge su una proprietà privata ed è visitabile previa prenotazione.



Sicilia - Abaceno

 


Abaceno o Abacano (in latino: Abacaena o Abacaenum, in greco antico: Ἀβάκαινον o in greco antico: Ἀβάκαινα) era un'antica città della Sicilia.
La città, le cui origini sembra risalgano al periodo siculo, poi ellenizzata, sorgeva nel territorio dove Dionigi di Siracusa fondò la città di Tindari (396 a.C.), situata in prossimità dell'attuale cittadina di Tripi, comune italiano della città metropolitana di Messina, ove nel secolo XVI si scorgeva un largo campo di rovine antiche, in parte ancora esistenti.
In seguito alla progressiva colonizzazione greca della Sicilia anche Abacena si adattò alla nuova cultura ellenizzandosi. Partecipò assieme a tante altre città sicule alla sollevazione di Ducezio, ma in seguito alla sconfitta entrò nell' "Arcontato di Sicilia" di Dionisio I che aveva unificato sotto il proprio controllo, in una sorta di monarchia, tutta la Sicilia posta ad est del fiume Salso, inclusi pure molti centri abitati dai Siculi.. Durante questo periodo, ebbe una zecca con proprie emissioni monetali.
Diodoro Siculo scrive che il suo territorio venne in gran parte espropriato da Dionisio I, Tiranno di Siracusa, in seguito alla fondazione di Tyndaris avvenuta verso il 396 a.C., per lo stanziamento di soldati mercenari. In seguito a ciò la città decadde progressivamente, probabilmente a causa dell'espansione di Tindari, anche se era ancora in piedi nel II secolo d.C., dato che Claudio Tolomeo la cita nella sua opera Tetrabiblos (III, 4).
In seguito agli eventi della lotta tra Sesto Pompeo e Cesare Ottaviano (il futuro imperatore Augusto) Abaceno venne distrutta da quest'ultimo nel 36 a.C.
Testimonianze archeologiche suggeriscono che nella zona di Abaceno durante il medioevo ci fosse una qualche roccaforte montana di grande importanza strategica a causa dell'instabilità di alcuni periodi.
Esistono monete di Abacano sia in argento che in bronzo. Alcune presentano al rovescio un cinghiale e accompagnato, come simbolo da una ghianda, allusione, secondo Smith, alle foreste che circondavano la città durante la sua esistenza.


Sicilia - Mendolito

 

Mendolito è una contrada da cui prende il nome un importante sito archeologico in Sicilia, nei pressi dell'odierna Adrano.
La contrada, che appare abbandonata e sempre più spopolata, fino alla prima metà del XX secolo era caratterizzata da agrumeti, per lo più coltivati ad arance, di cui rimangono ancora i singolari terrazzamenti, perfettamente ortogonali e ottenuti con muretti a secco in rocce vulcaniche, alimentati da saie in terracotta e cemento. Sopravvivono delle antiche coltivazioni gli ulivi e pochi alberi da frutta.
Il sito archeologico, senza denominazione, è considerato particolarmente importante per il cospicuo ripostiglio bronzeo e per l'unica iscrizione in lingua sicula di carattere monumentale ad oggi pervenuta.
Il toponimo è da ricollegarsi al siciliano minnulitu 'mandorleto', derivato a sua volta da mènnula.
La frequentazione dell'area si è ipotizzata a partire dall'XI-IX secolo a.C., sebbene più a est e più in alto in quota si trovi la Grotta del Santo, frequentata già in età castellucciana (prima metà del III millennio a.C.).
Una serie di capanne relative alla facies etnea della cultura sicula iniziarono a costituire un villaggio certamente nel corso dell'VIII secolo a.C., periodo a cui appartengono i ritrovamenti più antichi rinvenuti negli scavi compiuti presso le aree abitative. La formazione di una cittadella si potrebbe ipotizzare quale conseguenza al sorgere delle prime poleis sicheloe, ossia le città fondate dai coloni greci in Sicilia durante la fine del secolo.
L'accrescimento del potere, la conquista di porzioni sempre più consistenti di territori e la fondazione di sub-colonie da parte delle città greche porta il villaggio alla realizzazione di una massiccia opera di fortificazione in emplekton nel corso della seconda metà del VI secolo a.C., di cui ci rimane una maestosa porta stretta tra due profonde torri "a ferro di cavallo", quasi certamente rifatta in più parti, come testimonia una parete della torre ovest da cui emerge una struttura precedente dagli angoli a blocchi ben squadrati, inglobata dal resto del fortilizio a grosse pietre poligonali. Il villaggio conosce l'abbandono nel corso del V secolo a.C., forse a seguito della fondazione di Adranon.
Nel corso dei secoli il sito, ormai spopolato, assume un carattere decisamente rurale: mai del tutto abbandonato - resti di tegole ellenistiche e frammenti di ceramica romana possono far pensare alla presenza di una comunità contadina - divenne tappa obbligata per il passaggio del fiume Simeto, mediante un ponte edificato originariamente in età romana.
Tale struttura venne ricostruita nel corso della dominazione normanna dell'Isola e prese il nome di Ponte dei Saraceni.
Poco più a sud in contrada Sciarone è invece attestata la presenza di un culto a Santa Domenica, in un tempio forse di epoca bizantina ricostruito al tempo del Conte Ruggero e di sua nipote Adelicia, e il culto di Santa Maria, forse tempio normanno che nel XVII secolo assumerà il titolo di Santa Domenica sostituendo definitivamente il precedente, nella contrada Santa Domenica. Relativo al periodo normanno il Mendolito è chiamato casale Bulichel e viene ceduto dalla contessa Adelicia con tutti i villani saraceni che lo popolavano al costruendo monastero di S. Lucia in Adernione nel 1158.
Nel 1631 viene fondato poco oltre il borgo rurale di Carcaci, in seguito parte del territorio di Centuripe, dove venne realizzato tra il 1765 e il 1777 il ponte acquedotto del principe di Biscari Ignazio Paternò Castello.
Tra il XVIII e il XIX secolo la contrada Mendolito viene lottizzata e vengono realizzati imponenti terrapieni disposti in filari ortogonali e regolari, alimentati da saie, mentre notevoli residenze rurali riempivano i campi coltivati. La campagna appare piuttosto popolosa se nel 1826 venne istituita con real decreto una fiera da tenersi per la ricorrenza di Santa Domenica presso la chiesa omonima, evento protratto fino alla metà del XX secolo. La metà meridionale del sito veniva acquistato dalla famiglia Sanfilippo, cui ancora appartiene.
Negli anni 1920 venne realizzata una piccola chiesetta che sostituiva il vecchio luogo di culto, ormai pericolante. Tra il XIX e il XX secolo iniziarono le prime indagini archeologiche in senso moderno della cittadella sicula.
Nel corso del XX secolo, come molte altre aree rurali della Sicilia, la contrada venne via via abbandonata e i terreni lasciati incolti. Nel corso del XXI secolo la zona Manganello, a ridosso con la contrada Mendolito, sebbene tutelata in qualità di SIC (79/409 CEE) è frequente vittima di discariche abusive.

La fondazione della città viene fatta risalire all'XI-IX secolo a.C., in un'ansa del fiume Simeto tra Adrano e Centuripe.
Il luogo ricco di vegetazione e al sicuro da attacchi da parte dei nemici era un luogo ottimale per far sorgere una città. Fu un importante centro per la lavorazione dei metalli. L'area archeologica si estende per circa 80 ettari tra le contrade Mendolito, Mendolitello, Polichello e Sciare Manganelli e comprende una serie di edifici rinvenuti nel corso degli anni 1960, 1980 e 2000, nonché una lunga porzione di mura perimetrale e la porta sud dell'abitato. L'area comprende diversi fondi privati non ancora soggetti ad esproprio.
Necropoli
La città aveva presso la contrada Sciare Manganelli la sua necropoli meridionale, a distanza non eccessiva dalla porta sud. Qui vennero alla luce durante le campagne di scavo di Orsi alcune tombe in pianta circolare definite dall'archeologo triestino tholoi. Dette tombe dovevano probabilmente essere chiuse da filari in pietra digradanti verso un centro in alto formando una pseudocupola.
Altre quindici tombe a tholos vennero scoperte dalla Pelagatti; queste erano formate da un unico ambiente ovoidale o circolare cui si accedeva da un piccolo dromos, mentre il pavimento era ricavato dal banco roccioso. Si è ipotizzato che fossero destinate ad accogliere più individui monofamiliari.
I corredi, differenziati, erano composti da ceramiche locali nello stile di Licodia, ceramiche di importazione greca, oggetti in bronzo e scarabei pseudo-egizi in faience. La necropoli non appare precedere la metà dell'VIII secolo a.C. e la sua frequentazione appare concentrata tra il VII e il V secolo a.C..
Nella proprietà Stissi rinvenne un tipo di sepoltura diversa dalle precedenti: una deposizione alla cappuccina di tipo greco databile al V secolo a.C.. Altri tipi di sepoltura, ancora, sono ad enchitrismos entro contenitori in terracotta sepolti al di sotto dei pavimenti delle abitazioni. Si tratta delle sepolture di bambini molto piccoli relative al VII secolo a.C..
Abitazioni
Il villaggio, circondato da una spessa cortina muraria (chiamata localmente u murazzu), era costituito da residenze in pianta quadrangolare di modeste dimensioni, datate al VI-V secolo a.C., e in un caso è venuto alla luce un lungo edificio di pianta rettangolare orientato in senso nord-sud, suddiviso in quattro ambienti più piccoli da tre serti murari.
Le abitazioni si presentavano tutte in muratura a secco, mediante l'uso di pietre vulcaniche di varia dimensione e nel caso dell'edificio maggiore fin qui ritrovato la copertura era a tegole di terracotta.
Tale copertura ha un valore sociale importante ed è indice di una notevole influenza da parte del mondo greco nei confronti delle realtà indigene le quali usavano in principio materiale deperibile come paglia e fango per la copertura delle capanne. Inoltre conferma quanto già era sospettato dal modello di tempietto da Sabucina, sebbene questi di contesto sicano, ossia che gli indigeni accolsero facendo proprie le innovazioni architettoniche alloctone adattandole alle proprie esigenze.
Gli edifici noti sono soprattutto residenze private e sebbene non siano ancora pervenuti edifici identificabili quali santuari di carattere pubblico, non mancano indizi concreti dell'esistenza di tali strutture, come gli originali capitelli in pietra lavica vagamente ispirati agli stili ionico e dorico o i frammenti di colonne a sezione ottagonale e le numerose antefisse (in numero maggiore a testa di menade, ma anche a protome leonina o gorgonica). Alcuni dei resti architettonici vennero rinvenuti all'"interno della porta", il che farebbe ipotizzare alla presenza di un edificio cultuale o di carattere pubblico presso la porta meridionale, di poco entro le mura.
Porta Sud

Nel biennio 1962-63 la Soprintendenza Archeologica di Siracusa identificò la porta cittadina sul lato meridionale della cortina muraria e nel liberarla venne alla luce nello stipite orientale un blocco in arenaria recante un'importante iscrizione in caratteri greci, ma in lingua anellenica (Siculo). Si tratta di una scriptio continua graffita da destra a sinistra sulla faccia esterna del blocco il cui significato è ancora indecifrato.
Alcune lettere sono state diversamente interpretate: ad esempio, anziché tento si dovrebbe leggere teuto interpretato come 'popolo', ma anche ricondotto al nome sicano Teùtos.
Il blocco venne asportato e custodito al Paolo Orsi. Negli ultimi anni 2000 si provò a riottenere per la città di Adrano il pezzo, ma la replica da parte dell'allora direttore del museo Beatrice Basile fu negativa, sebbene non negò la possibilità di farne un calco fedele mediante riproduzione virtuale a seguito di laser scanner.
La porta è formata da due lunghe torri culminanti a semicerchio tra cui è ricavato uno stretto corridoio che dava sull'unica apertura; la tecnica edilizia è ad emplekton e fa largo uso di pietre poligonali framezzate da cunei. Vi si accedeva mediante una gradinata a pendenza lieve e di passo lungo, mentre il rinvenimento di un crollo di tegole presso il punto più stretto tra le due torri fa pensare all'esistenza di una sorta di tettoia in prossimità dell'apertura.
Il resto della cinta muraria appare meno omogenea, probabilmente a seguito di restauri successivi alla sua prima erezione. La cinta probabilmente circondava i lati nord, est e sud, lasciando sguarnito il lato occidentale in quanto si trovava affacciato su scoscese pareti rocciose.
Ripostiglio
Il ritrovamento del celebre ripostiglio avvenne per opera di un contadino in modo casuale nel 1908: nel fondo Ciaramidaro egli rinvenne un dolio (vaso di grandi dimensioni), al cui interno erano ben conservati numerosissimi manufatti in bronzo databili tra la fine dell'VIII e la prima metà del VII secolo a.C.
Il grosso degli oggetti (circa 800 kg) era costituito da armi e pani di bronzo (veri e propri lingotti ottenuti con la rifusione di altri oggetti), mentre il resto del tesoretto consiste in cinturoni in lamina a sbalzo, asce, punte di lance, zappe, schinieri, coltelli, rasoi, anelli, pendagli, bracciali, fibule, usate come pagamento.
Parte del tesoretto venne disperso nel mercato antiquario e si deve alla certosina pazienza dell'archeologo Paolo Orsi il recupero di gran parte dei manufatti, raccolti poi nel nascente museo archeologico di Siracusa.
La presenza di un bottino così cospicuo, tale da essere per quantità di oggetti il secondo in Italia, ha portato alcuni studiosi a ipotizzare la presenza di una fonderia connessa ad un santuario o al tesoro di una corte principesca.
Dal sito provengono anche altri numerosi bronzetti non connessi al ripostiglio, ma testimoni del febbrile interesse per tale metallo da parte dei siculi che abitavano il villaggio.
Uno su tutti il Bronzetto o Efebo di Adrano, statuina di circa 19,5 cm in stile severo del 460 a.C. circa, ritrovato in contrada Polichello e raffigurante un atleta nudo offerente, attribuito da alcuni studiosi a Pitagora di Reggio, scultore autore di diverse statue di atletici, o anche ritenuto una copia in scala di una sua opera; detta statuina è esposta al Paolo Orsi di Siracusa.
Altra notevole opera è il Banchettante databile al 530 a.C. circa, trovato nel 1945, rappresentante una figura virile durante un banchetto e che trova confronti con analoghe tipologie in ambienti etruschi e magno-greci.
Nel 1962 l'archeologa Pelagatti rinvenne presso la parete orientale della porta della città un'epigrafe databile alla seconda metà del VI secolo a.C. su due righe da destra a sinistra in una lingua non ellenica. La lingua non è stata ancora decifrata e costituisce un'importante testimonianza oggi esposta al Museo Paolo Orsi di Siracusa.
Identificazione
L'identificazione della anonima città si tentò sin dalla sua scoperta e individuazione da parte del prevosto Salvatore Petronio Russo il quale battezzò il villaggio rinvenuto Simaethia.
Orsi preferì una prudente Città sicula del Mendolito, senza sbilanciarsi in congetture, mentre Jenkins propose l'identificazione con Piakos sulla base dei ritrovamenti numismatici e Bernabò Brea propose piuttosto l'identificazione con Paline, sede dell'antico culto del dio Adranos, seguendo la tradizione dettata da Diodoro Siculo.
Tuttavia ancora nessuna ipotesi ha trovato conferma archeologica e il sito prende genericamente il nome dalla contrada, seguendo la denominazione che diede Orsi.
A scoprire il sito, come detto, fu alla fine del XIX secolo il prevosto Salvatore Petronio Russo, studioso adranita che identificò parte delle mura e dell'abitato. Egli ritenne che il sito dovette chiamarsi Simaethia, traendo il nome dal vicino fiume Simeto, presso cui sorgeva la cittadella.
Negli anni 1898-1909 l'archeologo Paolo Orsi si occupò degli scavi in zona, ampliando le ricerche nell'abitato e a sud, presso le Sciare Manganelli, dove identificò una necropoli a tholoi. Nel periodo in cui egli si interessò alla contrada del Mendolito si rinvenne occasionalmente il grande ripostiglio da circa 800 kg in bronzo nel fondo Ciaramidaro; fu poi cura dell'archeologo acquistare i vari pezzi che erano stati dispersi dal luogo di rinvenimento. La pubblicazione dei suoi Taccuini di scavo avvenne settanta anni dopo per opera dell'archeologa Paola Pelagatti, la quale tornerà a scavare nel sito a partire dal biennio 1962-1963. In questi anni verranno alla luce la Porta Sud e la lastra in pietra calcarea incisa in caratteri greci e lingua sicula. Nel corso di tali scavi vennero alla luce anche altre sepolture ed abitazioni, nonché resti architettonici di un edificio di culto o pubblico.
Altri scavi vennero compiuti dalla Sovrintendenza di Catania sotto la conduzione dell'archeologa Gioconda Lamagna nel biennio 1988-1989. In questa occasione si ampliarono le conoscenze dell'abitato nel predio Sanfilippo e si identificò un grande edificio allungato a pianta rettangolare diviso da tre pareti interne in quattro ambienti di diversa dimensione.
Gli ultimi scavi compiuti sempre sotto la direzione della Lamagna vennero iniziati nel 2009 per concludersi nel mese di febbraio dell'anno successivo, grazie all'ausilio dei volontari di Siciliantica che vennero distribuiti in sei turni di quattro giorni ciascuno.

Sicilia - San Miceli

 

San Miceli è un sito archeologico che si trova nel territorio di Salemi, in una fertile conca ai piedi della collina su cui sorge l'odierna cittadina.
Nel 1893 Antonino Salinas, dopo alcuni fortuiti rinvenimenti che ne avevano preannunciato l'esistenza, effettuò un intervento di scavo riportando alla luce i resti di quello che a seguito di indagini più recenti si è rivelato essere uno dei più importanti insediamenti paleocristiani della Sicilia. Furono rinvenuti la muraglia di edifici, colonne marmoree, suppellettili varie, numerosi sepolcri, forniti di un vero e proprio arredo funebre e gli avanzi di una piccolissima basilica con pavimento a mosaici.
La prospezione archeologica ha fatto risalire il primo periodo di frequentazione della conca di San Miceli all’età ellenistica, III-II sec. a.C., su cui poi si sviluppò, per la sua favorevole posizione topografica, un modesto complesso rurale che in seguito, tra il IV ed il VI secolo, assunse maggiore rilevanza acquisendo probabilmente l’aspetto di un borgo rurale, vicus, con una piccola solidale comunità cristiana.
Nell'ambito del sito archeologico, particolare importanza assume la basilica, seppure di modeste dimensioni, posta nell'area del sepolcreto. Ha una pianta rettangolare, più larga che lunga, due file di cinque colonne, un'aula divisa originariamente in tre navate e una piccola abside centrale posta ad occidente, di fronte all'ingresso principale situato ad oriente. Le mura sono in opus incertum con un nartece o per lo meno un protiro e la copertura era con tetto di legno a spioventi, ricoperto da tegole, la cui esistenza è attestata dai resti bruciati di travi, coppi, tegole e carboni, rinvenuti nel manto terroso che ricopriva il pavimento. Di conseguenza si presume che la distruzione della basilica sia avvenuta a causa di un incendio che determinò anche il suo abbandono. Una volta distrutta la parte in elevazione il suolo ha conservato i tre strati di pavimento a mosaico, di diversa età e di differente valore stilistico. Nel primo strato fu rinvenuta un'epigrafe in lingua latina con lettere bianche su fondo rosso, le cui tessere di dimensioni più piccole rispetto a quelle degli altri strati sono ben squadrate e levigate. A circa 35 cm di profondità si trova lo strato intermedio di mosaico. Sebbene sia di fattura meno curata rispetto al precedente, è dei tre il più significativo sia per l’interezza di insieme, sia per l'importanza delle epigrafi dedicatorie in greco e in latino in esso contenute. Formato da tasselli di tre tinte: il bianco fatto con tipo di calcare rupestre in Sicilia chiamato lattimusa, il nero fatto con una pietra bluastra simile all'ardesia scalcinata, il rosso di terracotta. Malgrado la fattura delle tessere sia piuttosto irregolare e la gamma cromatica limitata a soli tre colori, i toni risultano equilibrati e le tinte raffinate. Sotto questo pavimento furono rilevate le tracce di un terzo strato di mosaico a decorazione lineare, formato da tasselli mal connessi e molto rozzi.
Dalla sovrapposizione dei tre strati risulta evidente che la basilica ebbe un lungo periodo di vita con vari rifacimenti subiti in epoche diverse. L’analisi cronologica dei manufatti porta a dedurre che la rovina sia avvenuta intorno al 550, al tempo delle incursioni barbariche guidate da Totila.
Nel 1966 i mosaici furono restaurati dalla Soprintendenza alle Antichità di Palermo e racchiusi in una moderna costruzione. Malgrado tutto furono oggetto di cieco vandalismo che tuttavia non riuscì fortunatamente a disperdere il patrimonio archeologico.

Sicilia - Area archeologica di Sofiana

 

L’abitato di Sofiana è in territorio del Comune di Mazzarino (CL); è stato inserito nel Parco Archeologico di Morgantina e della Villa Romana del Casale di Piazza Armerina in modo da agevolare sia la ricerca scientifica sia la fruizione, in rapporto alla vicina Villa del Casale di Piazza Armerina. Scavi archeologici sono stati condotti tra il 1954 e il 1961 e dal 1986 in poi. Inizialmente si era pensato a un insediamento rurale a servizio della vicina grande villa di Piazza Armerina; le indagini degli ultimi anni hanno portato a capire che si si tratta di un centro urbano di nuova fondazione sorto in seguito al riassetto della Sicilia in età augustea. La strada Catania-Agrigento è la sola che non ripercorre viabilità precedente; collega Catania, una delle colonie di nuova istituzione, con Agrigento, che mantiene la sua importanza per l’età imperiale: è chiaro che la nuova arteria incide sull’assetto del territorio; Sofiana è esattamente a metà del nuovo tracciato viario.
Dal tardo I secolo a.C. sorgono diversi insediamenti rurali soprattutto nell’area a sud del sito; interessante il fatto che lo spazio pianeggiante a sud-est sembra mostrare una divisione degli appezzamenti modulare, coerente con l’orientamento della maglia stradale urbana, possibile segno di assegnazioni di terra al momento della fondazione. La città, sin dal momento iniziale, mostra segni di ricchezza; ma non sono stati individuati segni di attività amministrativa e politica, edifici pubblici: è probabile che tale attività si concentrasse fondamentalmente nelle coloniae. La continua occupazione fino al XIII secolo fornisce importanti dati.
Una domus gentilizia a peristilio si data, nell’impianto originario, tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. Le terme risalgono al 320-330 e si sovrappongono a un precedente edificio termale, con diverso orientamento. La basilica tardoantica, con annessa necropoli, presenta diverse fasi.

(da: Sicilia Archeologica, Il sistema dei Parchi)

CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...