lunedì 16 marzo 2026

CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta


L'Augusto di Prima Porta, nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l'imperatore Augusto. Alta 2,04 metri, è realizzata in marmo bianco ed è conservata nei Musei Vaticani, a Roma (Città del Vaticano). Fu ritrovata il 20 aprile 1863 nella villa di Livia, l'abitazione di Livia Drusilla, moglie di Augusto, a Prima Porta.
Generalmente si ritiene che la statua sia databile agli anni successivi la restituzione delle insegne romane da parte dei Parti nel 20 a.C. Questa data è certamente un terminus post quem. Alcuni credono però che la statua sia stata concepita verso l'8 a.C., al termine delle campagne di pacificazione delle province di Tiberio.
La datazione della statua è stata oggetto di studi approfonditi e di dibattiti. È possibile che quella conservatasi sia in realtà la copia di un originale in bronzo dedicata all'imperatore dal Senato nell'anno 20 e posizionata in pubblica piazza, il cui autore potrebbe essere stato uno scultore greco. Alcuni storici e critici ritengono che Tiberio, figlio adottivo di Augusto, abbia regalato la statua in marmo alla madre Livia dopo la morte del patrigno. Si spiegherebbe così il ritrovamento di una statua con significati tanto propagandistici e che certamente dovevano destinarsi a un pubblico vasto all'interno di una casa privata come era la villa di Livia. E si spiegherebbe così la scelta delle raffigurazioni sull'armatura: la restituzione delle insegne romane perse nella campagna partica di Crasso e le conquiste occidentali. In entrambi questi successi molto merito ebbe, appunto, Tiberio che con questo dono si faceva garante e naturale prosecutore della politica augustea. D'altronde è stato anche notato che la statua poteva essere un dono fatto dallo stesso Augusto alla moglie Livia e in questo senso la statua verrebbe a essere interpretata come un manifesto in sostegno di Tiberio, del quale si celebrano le imprese sia in oriente sia in occidente.
Dopo il ritrovamento nel 1863 fu restaurata dallo scultore italiano Pietro Tenerani.
Nel 1933 ne fu tratta una replica bronzea, priva dell'erote, per porla in via dei Fori Imperiali, a Roma, di fronte al Foro di Augusto.

L'imperatore è raffigurato in piedi, con il braccio destro alzato e il gesto di attirare l'attenzione: si tratta della posa con cui si richiedeva il silenzio prima dell'adlocutio (incitamento all'esercito prima della battaglia).
La figura indossa una corazza riccamente decorata, al di sotto della quale porta la tunica corta militare. Un paludamentum (mantello che insieme al parazonium era il simbolo del generale romano quando comandava un esercito) gli avvolge i fianchi, ricadendo mollemente sulla mano sinistra, con un panneggio particolarmente elaborato. Nella stessa mano impugna la lancia. Sulla gamba destra è riportato un bambino: Eros, a cavallo di un delfino. Eros era figlio di Venere e il delfino è un omaggio a Venere, simboleggia infatti la nascita della dea avvenuta dall'acqua. Infatti Augusto apparteneva alla gens Iulia, che si riteneva discendere da Venere, madre di Enea, tramite il figlio di questi Ascanio o Iulo.
L'imperatore è ritratto, almeno nel volto, con le sue reali fattezze, anche se idealizzate nella celebrazione della sua carica.
Augusto è inoltre scalzo, come gli dei e gli eroi. La simbologia della statua è assolutamente stringente e ci dice quanto l'imperatore vuole che vediamo di lui: io, Augusto, figlio della stirpe di Venere (piedi scalzi e amorino), che ho ripristinato l'integrità di Roma (riconsegna delle insegne di Crasso), sono il nuovo comandante di Roma (armatura) e ho riportato la pace (lancia sulla sinistra, che aveva la punta rivolta verso il basso). Popolo Romano, ascoltami! (gesto dell'adlocutio).

L'iconografia della statua è spesso stata accostata a certe immagini evocate dal Carmen saeculare di Orazio. D'altronde, se prendiamo come vera l'ipotesi della realizzazione della statua durante l'impero di Augusto e non durante quella di Tiberio, le due opere sono abbastanza contemporanee. Il Carmen infatti fu letto pubblicamente per la prima volta nel 17 a.C. durante i Ludi Saeculares, voluti dall'imperatore per celebrare la venuta della nuova Pax romana e dell'età dell'oro già preannunciata da Virgilio nella IV ecloga.
La corazza è aderente, facendo risaltare il fisico atletico che ricorda le sculture greche di certi eroi.
Grande importanza simbolica hanno i rilievi che la decorano, con particolare riferimento alla storia contemporanea e all'ideologia di Augusto. Vi sono raffigurati:
  • in alto una personificazione di Caelum;
  • sotto di esso vola la quadriga di Sol;
  • procedendo verso destra si trova la Luna quasi completamente coperta da l'Aurora (un'altra interpretazione vuole che al posto dell'Aurora sia rappresentato il dio della luce del mattino Phosphorus);
  • al centro è raffigurata la scena del re dei Parti Fraate IV che restituisce le insegne catturate ai Romani dopo la sconfitta di Crasso; è presumibile che il generale romano raffigurato con ai piedi un cane (probabilmente un lupo, simbolo per eccellenza di Roma oppure, una lupa, nutrice di Romolo e Remo) sia Tiberio, visto che proprio lui partecipò alla campagna partica. Ma non è da escludere che si tratti dello stesso Augusto o di un imberbe dio della guerra Marte vendicatore. Altra ipotesi lo identifica come l'incarnazione fisica delle legioni e del legionario ideale;
  • ai due lati si trovano due donne che piangono. Quella a destra tiene in mano uno stendardo, su cui è raffigurato un cinghiale e la tipica tromba celtica a forma di drago, il carnyx. Quella a sinistra, colta in atteggiamento di sottomissione, porge un parazonium. È possibile che la prima rappresenti le tribù celtiche del Nord-Ovest della Spagna, Asturi e Cantabri, che erano state conquistate da Augusto, oppure la Gallia stessa che sempre dall'imperatore era stata riorganizzata e pacificata tra il 12 e l'8 a.C.; la seconda invece, non essendo completamente disarmata, potrebbe raffigurare le tribù germaniche situate tra il Reno e l'Elba che comunque sarebbero presto state oggetto di conquista oppure i regni dell'Oriente ellenistico, clienti di Roma;
  • al di sotto delle due figure di donna sono Apollo e Diana, rispettivamente su di un grifone e su di un cervo;
  • in basso si trovano la dea Tellus, simbolo di fertilità, semisdraiata e tenente un corno (o cornucopia) colmo di frutta, e due neonati che si afferrano alla veste della dea (tale raffigurazione ha molte somiglianze con la Tellus Mater dell'Ara Pacis).

La statua riprende la corrente neoattica tipica dell'epoca, ispirandosi abbastanza fedelmente all'atteggiamento equilibrato del Doriforo di Policleto. Anche la statua è opera di uno o più artisti di quella cerchia. Il braccio destro è alzato nel gesto autorevole che chiede attenzione alle truppe, prima di un discorso ufficiale; lo sguardo è fermo e concentrato.
Un restauro all'inizio del XXI secolo eseguito nei Musei Vaticani, al quale è seguita una serie di analisi (fluorescenza X, ultravioletti, esame mineralogico-petrorafico, ecc...), hanno permesso di determinare i colori utilizzati nella policromia della statua. I colori non erano più di 6 o 7:
  • azzurro ("blu egiziano")
  • rosso carminio
  • rosso ocra
  • bruno ("terra di Siena")
  • bruno chiaro
  • giallo
Il colore era servito a mettere in risalto il ruolo di Augusto, evidenziando il suo status imperiale con il rosso del manto e della tunica. La corazza anche era colorata, coi i suoi numerosi dettagli in rilievo sottolineati dal colore.

CITTA' DEL VATICANO - Ermes Pio-Clementino

 

L'Ermes Pio-Clementino (o Hermes Belvedere) è una statua raffigurante il dio greco Ermes conservata al Museo Pio-Clementino, il complesso più grande dei Musei Vaticani, di cui rappresenta il numero d'inventario 907.
In passato fu a lungo conosciuto come Antinoo del Belvedere, a causa della sua prima identificazione con Antinoo, il ragazzo amato dall'imperatore Adriano, e per la sua ubicazione nel Cortile del Belvedere.
Il suo volto non è infatti quello idealizzato del giovane amante di Adriano; il mantello gettato sulla spalla sinistra e avvolto attorno al braccio, conosciuto come clamide, ed il contrapposto rilassato identificano con sicurezza la scultura come raffigurazione di Ermes, così com'era più tipicamente mostrato dalle opere di Prassitele.
Attualmente si ritiene che questa statua sia una copia appartenente all'arte adrianea ripresa da un bronzo originario della scuola del maestro greco.
La scultura è stata acquistata da papa Paolo III (appartenente alla ricca e potente famiglia Farnese) nel 1543, pagando mille ducati a "Nicolaus de Palis per una bellissima statua di marmo ... che Sua Santità ha inviato ad essere messa nel suo giardino Belvedere". Il luogo più probabile del suo rinvenimento è un giardino nei pressi di castel Sant'Angelo, ove il Palais aveva una proprietà.
La scultura divenne subito famosa in qualità di "Antinous Admirandus", menzionato in tutte le liste di scultura romana da andar sicuramente a vedere a Roma, inciso e rappresentato in tutti i repertori dell'arte classica, universalmente ammirato e successivamente copiato in bronzo e marmo a Fontainebleau nel XVI secolo e a Versailles nel XVII secolo.
Una copia in bronzo di Hubert Le Sueur figurava tra le collezioni di Carlo I d'Inghilterra, prima d'essere acquisita da Oliver Cromwell, mentre un'altra copia fusa dai fratelli Keller entrò a far parte della collezione di Luigi XIV di Francia. Una copia in marmo è stata anche acquistata da Pietro I di Russia; numerosi suoi calchi si possono infine trovare in varie accademie d'arte, come l'accademia di belle arti di Brera a Milano e all'Universität der Künste Berlin.
Il pittore francese Poussin ha veduto in essa un canone estetico da riferirvisi come regola di proporzione ideale e nel 1683 Gérard Audran l'ha inclusa nella sua collezione d'incisioni, destinata ai giovani scultori, che volevano rappresentare le proporzioni della forma del corpo umano maschile così com'erano raffigurate attraverso le più belle statue dell'antichità.
Il critico d'arte tedesco Johann Joachim Winckelmann la riconobbe come esser una statua di prima grandezza, ammirandone soprattutto la testa d'altissima classe e fattura: "senza dubbio uno dei più bei capi di giovane di tutta l'Antichità", pur criticandone in parte il lavoro svolto sui piedi, la pancia e le gambe. Ai tempi di Winckelmann l'identificazione della scultura come un "tipo Antinoo" era già stata smentita, veniva invece interpretata come un Meleagro, l'eroe della caccia al cinghiale calidonio.
Identificata finalmente come Ermes per la prima volta dallo studioso Ennio Quirino Visconti nel suo catalogo del Museo Pio-Clementino (1818-1822).
La statua, alta 1,95 metri e realizzata in marmo bianco a grana grossa, rappresenta un giovane uomo nudo a grandezza naturale con una clamide appoggiata sulla spalla e sull'avambraccio sinistro. Si tratta di una variante del tipo di Andros, che ha la clamide ed un serpente attorcigliato attorno all'albero di supporto e permettendone in tal modo l'identificazione come psicopompo; è inoltre direttamente influenzato anche dall'Hermes con Dioniso.

CITTA' DEL VATICANO - Atena e Marsia

 

Atena e Marsia
 è un gruppo statuario del 450 a.C. circa realizzato dallo scultore Mirone. È oggi noto solo da copie marmoree dell'epoca romana, tra cui la migliore è probabilmente quella conservata ai Musei Vaticani (149 cm di altezza per Atena, 156 cm per Marsia).  L'opera originale, in bronzo, era collocata sull'acropoli di Atene.
Se ne conoscono varie copie, la migliore delle quali, per quanto frammentaria, resta quella vaticana. Un corpo della sola Atena, senza testa né braccia, è conservato al Louvre, una copia con la testa e con l'elmo al Museo del Prado, e una ben conservata, senza le braccia, alla Liebieghaus di Francoforte.
Il gruppo mostra Atena che, dopo aver gettato in terra l'aulos che le gonfia volgarmente le guance nell'atto di suonarlo, si accorge di Marsia che lo ha visto e che (sollevando il braccio nella versione originaria) sta per impadronirsene. Lo scultore rese effetti di movimento bilanciando la posa instabile e aggressiva di Marsia con il veloce scatto di Atena: come nel frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia è messo in scena il conflitto tra ragione e bestialità.
Rispetto a opere anteriori, nella scultura di Mirone Atena non è più una serena protettrice (promachos, come nei frontoni di Egina), ma una fanciulla che partecipa pensosa all'azione.


CITTA' DEL VATICANO - Atena-Minerva Giustiniani


L'Atena-Minerva Giustiniani è una copia romana di epoca antonina di un originale greco raffigurante Pallade Atena eseguito tra la fine del V e l'inizio del IV secolo a.C.
Il serpente accanto al piede destro ricorda il mito arcaico di Erittonio. Gli avambracci sono restaurati, così come lo sono la lancia e la sfinge presente sull'elmo corinzio della dea.
La scultura si dice essere stata trovata, nei primi anni del XVII secolo, tra le rovine del ninfeo detto «tempio di Minerva Medica», sul colle Esquilino, che proprio da questa statua avrebbe preso la propria denominazione; secondo un'altra ipotesi, sostenuta da Pietro Santi Bartoli, il sito del rinvenimento della statua fu l'Orto di Minerva, adiacente alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, che fu costruito su un tempio di Minerva per volere di Pompeo Magno nel 62 a.C.
Sulla base delle caratteristiche stilistiche, nel XIX secolo si è pensato fosse la copia di un'opera di Fidia; per tale ragione fu inclusa tra i grandi calchi della scultura europea appartenenti al padiglione tedesco dell'Esposizione internazionale della Luisiana, a Saint Louis nel 1904.
La statua prese il nome attuale dopo essere appartenuta alla collezione di Vincenzo Giustiniani, che all'inizio del XVII secolo costruì il palazzo romano omonimo e fece pubblicare una raccolta di incisioni, con tutte le opere d'arte di sua proprietà.[1] Nel periodo in cui fece parte della collezione, la scultura non fu mai copiata. Solo Johann Joachim Winckelmann fa riferimento allo stile classico e severo che la caratterizza, ma non ne parla mai in modo esplicito. Altre notizie relative all'opera si hanno verso la fine del secolo, quando diventa oggetto di ammirazione soprattutto tra i visitatori inglesi a Roma, che prendono l'abitudine di farsi raffigurare con l'immagine a mezzo busto dell'Atena Giustiniani nei ritratti di Pompeo Batoni.
Il francese Claude Michel (Clodion), allievo presso l'Académie de France à Rome nel 1762-1771, eseguì una scultura in terracotta raffigurante Minerva; la statua del Clodion, refuso delle tante antichità romane approvate dall'accademia, si ispirava principalmente alla Minerva Giustiniani.
La statua, diversamente dal resto della collezione, non fu requisita durante l'occupazione napoleonica di Roma del 1805. Nel 1815 tutto ciò che restava della collezione Giustiniani fu acquistato da Federico Guglielmo III di Prussia, costituendo gran parte della collezione del Castello di Berlino; solo la Minerva rimase a Roma, poiché fu acquistata nel 1805 da Luciano Bonaparte, il quale la collocò nella sua residenza di Palazzo Núñez-Torlonia. Nel 1817 quest'ultimo vendette la scultura a papa Pio VII e nel 1822, quando fu aperto il Braccio Nuovo, nei Musei Vaticani, l'opera fu collocata nella posizione in cui si trova attualmente.

CITTA' DEL VATICANO - Ritratto di Filippo l'Arabo



Il ritratto di Filippo l'Arabo conservato ai Musei Vaticani è uno dei rari ritratti romani raffiguranti l'omonimo imperatore, che regnò dal 244 al 249.
Il busto, alto 0,71 metri, è composto con la toga contabulata, tipica nel III secolo della carica consolare, e la testa fortemente caratterizzata ritrattisticamente. Nella fisionomia sono risaltati i tratti "barbarici" dell'imperatore, originario, infatti, della recentemente annessa provincia dell'Arabia Petrea, come era accaduto anche nel ritratto di Massimino il Trace. Il volto ha forme massicce, con profonde pieghe sulle guance ed occhi stretti e lunghi; il naso è grande ed aquilino, le labbra sono tumide.
La volumetria della testa è accentuata dalla calotta della capigliatura, tagliata corta, screziata da trattini che disegnano anche la barba aderente alle gote e al mento.
L'espressionismo del volto dell'imperatore, probabilmente dovuto ad i suoi tratti somatici, percepiti come orientali, nella ritrattistica successiva verrà ulteriormente accentuato, come nei ritratti di Decio e di Treboniano Gallo, di poco posteriori.

CITTA' DEL VATICANO - Meleagro


Il Meleagro è un'opera scultorea in marmo risalente al II secolo e attualmente conservata presso il Museo Pio-Clementino, parte del complesso dei Musei Vaticani di Città del Vaticano. Si tratta di una copia romana - precisamente di età antonina - di un originale bronzeo databile intorno al 340 a.C. e attribuito allo scultore greco antico Skopas.
Secondo una delle ricostruzioni più accreditate, ovverosia quella del naturalista Ulisse Alldovrandi, fu rinvenuto al di fuori dell'antica Porta Portuensis, sul Gianicolo; tuttavia, seguendo quanto invece ipotizzato dallo scultore Flaminio Vacca, non sarebbe da escludere l'area dei Trofei di Mario, sull'Esquilino.
Dal 1546 viene documentata la sua presenza nella casa di Francesco Fusconi, archiatra pontificio di Adriano VI, Clemente VII e Paolo III. Quest'ultimo pontefice, peraltro, commissionò il progetto di Palazzo Farnese, che si trova proprio di fronte a Palazzo Fusconi Pighini. Già all'epoca venne considerata tra le statue più belle di Roma «non escluse quelle del Belvedere». Negli anni la scultura fu incisa in molti testi e raccolte concernenti l'antichità e fu oggetto di numerose copie: Pierre Le Pautre, ad esempio, ne scolpì una per il re Luigi XIV e destinata a decorare il Castello di Marly. Fino al 1770 il Meleagro fece parte della collezione delle famiglie Fusconi e Pighini, finché non fu acquistata da Papa Clemente XIV per diventare parte del nucleo originario del nuovo Museo Pio-Clementino. Successivamente, in seguito alla firma del Trattato di Tolentino del 1797, fu anche tra le opere trionfalmente rimosse e condotte da Napoleone a Parigi, salvo poi ritornare in Vaticano nel 1815, grazie all'intervento di Antonio Canova.
Il soggetto principale dell'opera è Meleagro, eroe della mitologia greca, che prese parte alla caccia del cinghiale calidonio. Nel mito, tale caccia fu considerata un evento iniziatico per il giovane; ciononostante, gli eventi evolsero in maniera drammatica, portando alla sua morte e a quella dei suoi zii Plessippo e Tosseo - uccisi proprio da Meleagro. Quest'ultimo viene raffigurato a grandezza naturale e in maniera trionfale, come un cacciatore vittorioso, affiancato dal cane - simbolo di lealtà - e dal trofeo di caccia, ovvero la testa del cinghiale. Per quanto la sua possa possa trasmettere fierezza, l'espressione del giovane risulta alquanto malinconica: l'esperta Giulia Masone, difatti, la ritenne idonea «ad accentuare non la gioia del trionfo e dell’amore, ma la triste sensazione delle conseguenze foriere di morte». Tra il XVI e il XVII secolo il soggetto della scultura fu erroneamente ritenuto Adone, che di un cinghiale non fu cacciatore bensì vittima.
Secondo l'archeologa Brunilde Sismondo Ridgway, la notorietà della scultura fu in parte dovuta «al fascino che le figure venatorie avevano tra i Romani, anche grazie alle loro connotazioni eroicizzanti». L'archeologa, comunque, sottolineò criticamente la sottigliezza della connessione con Skopas, che si basa soltanto sui frontoni del tempio di Atena Alea: più precisamente, il frontone est rappresentava la caccia al cinghiale calidonio. Per di più Pausania, dalla cui testimonianza è possibile ricavare informazioni sul tempio di Atena Alea, non affermò nulla in merito alla partecipazione di Skopas nella realizzazione delle sculture frontonali - qualificandolo solo come architetto e autore di altre due statue. Osservò, quindi, Ridgway: «da una composizione narrativa frontonale in Arcadia, legata oltretutto a famiglie e leggende locali, a una singola scultura indipendente - probabilmente presente a Calidone e correlata, come suggerito dall'accademico Andrew F. Stewart, a una tomba monumentale dell'eroe - è un bel balzo di immaginazione». Non è possibile stabilire con certezza se l'originale sia stato concepito per l'heroon calidonio, dove Meleagro veniva venerato, e se conseguentemente sia stato prelevato dal posto, come trofeo culturale, da parte di un romano facoltoso e raffinato.
La scultura non fu menzionata da parte di nessun autore classico e si ritiene possa trattarsi di un'opera della maturità di Skopas, conosciuta soltanto attraverso un numero di copie che variano per qualità e fedeltà al modello originale. Nondimeno, la grande quantità di copie testimonierebbe la fama raggiunta dalla statua, qualificabile come una delle più celebri dell'antichità classica: per Ridgway, infatti, «la popolarità del Meleagro in epoca romana fu senza dubbio notevole» e per lo storico dell'arte Ennio Quirino Visconti esso poteva agevolmente confrontarsi con le più belle statue del Cortile del Belvedere.
La stessa Ridgway, inoltre, aderì a quanto affermato dall'accademico Andrew F. Stewart, che conteggiò numerose copie e nello specifico: 13 statue, 4 torsi, 19 teste (sebbene per esse vi siano maggiori confusioni, dato che potrebbe anche trattarsi di copie dell'Ares Ludovisi), un imprecisato numero di busti ed erme, una variante dalla posa e dagli attributi differenti e 11 versioni adattate come ritratti o per rappresentare delle divinità. Almeno sei delle copie accettate includono la raffigurazione del cane, mentre in dodici casi l'eroe indossa la clamide. In tre versioni, che confermano l'identificazione del tipo scultoreo con Meleagro e tra le quali è possibile annoverare anche il Meleagro vaticano, è visibile anche la testa del cinghiale, vero e proprio trofeo di caccia.
Esempi notabili

Un torso conservato al Fogg Art Museum dell'Università Harvard, attualmente esposto all'Arthur M. Sackler Museum, è una delle copie migliori tuttora conservate - ammesso che si tratti di una copia del Meleagro e non dell'Asclepio, anch'esso di Skopas. Lo storico dell'arte Cornelius Clarkson Vermeule III affermò che «Vi sono diversi Meleagri marmorei, uno o due raggiungono il livello della statua del Fogg; ma la maggior parte di essi sono meri documenti di lavorazione della pietra, sprovvisti dell'inquieta vita interiore che il maestro deve aver conferito all'originale». Molte copie incompiute furono rinvenute ad Atene, e ciò suggerisce che la città potrebbe essere stata un centro di produzione per il mercato romano.
Degne di nota sono altresì una variante scoperta nel 1838 e attualmente parte dell'Antikensammlung Berlin di Berlino (nella foto aa destra), nonché una copia marmorea a grandezza naturale, esposta all'Art Institute of Chicago di Chicago.

CITTA' DEL VATICANO - Statua colossale di Claudio

 


La statua colossale di Claudio si trova ai Musei Vaticani e proviene dagli scavi del teatro di Caere. Pur priva delle braccia e delle gambe, è alta 1,57 metri.
La datazione avanzata è quella della censura di Claudio del 47, quando elargì provvidenze alle città etrusche, che dal canto loro avrebbero potuto ringraziare l'imperatore erigendogli il presente monumento.
L'imperatore è raffigurato nella posa della statua di culto di Giove Capitolino, seduto e con in testa un corona civica di quercia. Una testa di Claudio, proveniente dallo stesso scavo, dove peraltro sono stati rinvenuti numerosi ritratti di personaggi della dinastia giulio-claudia, si trova oggi nella Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen.
La testa della statua in Vaticano mostra i segni dell'età, ha una forma accentuatamente triangolare e un'espressione velata di malinconia, soprattutto per i piccoli occhi accigliati. Il naso è grosso e uniforme, la bocca sottile inquadrata da profonde rughe sulle guance. L'esecuzione accurata ha saputo rendere i morbidi passaggi dell'epidermide, con un certo ritorno alle forme ellenistiche "barocche", che ebbe il suo culmine nella seconda metà del I secolo d.C. La capigliatura però appare semplificata e ciò è il principale elemento che la differenzia dai modelli analoghi del I secolo a.C. (si parla quindi di "neo-barocco").
Dal trono di questa statua provengono forse i rilievi con le raffigurazioni di eroi eponimi e divinità protettrici dei XV populi Etruriae.

CITTA' DEL VATICANO - Sarcofago di Costantina



Il sarcofago di Costantina è un sarcofago in porfido rosso proveniente dalla chiesa di Santa Costanza, dove fu sepolta la figlia di Costantino I, Costantina, e oggi conservato nei Musei Vaticani.
Il massiccio sarcofago, alto 2,25 metri, è strutturato in maniera simile al sarcofago di Elena, nonna paterna di Costantina, e anche il rispettivo mausoleo presso la basilica di Sant'Agnese fuori le mura (di fondazione costantiniana) era molto simile al mausoleo di Elena sull'antica via Labicana. Il sarcofago, citato in un passo del Liber Pontificalis e in uno di Ammiano Marcellino, venne verosimilmente realizzato contemporaneamente alla chiesa, tra il 337 e il 354 (con probabilità vicino al 340), e collocato in una nicchia opposta all'entrata, poco lontano dal sarcofago della sorella di Costantina, Elena, che non si è conservato.
Il coperchio ha quattro spioventi e un alto bordo sul quale corrono delle ghirlande sostenute da protomi. La cassa non è profilata e reca una ricca decorazione a rilievo di amorini alla vendemmia, dove i tralci di vite concorrono a formare complesse girali che decorano tutto il registro superiore, i bordi nei lati minori e inquadrano al centro dei lati lunghi delle scenette con putti. Nella parte inferiore dei lati lunghi figurano vari animali che mischiano la simbologia pagana e cristiana, come i pavoni, simbolo di Giunone, che quale regina degli dei, simboleggia le imperatrici, e le pecore, simbolo dei cristiani.
Nella scena centrale vi sono degli amorini che vendemmiano entro corone vegetali. I lati corti invece mostrano tre amorini intenti alla pigiatura dei grappoli d'uva, con il mosto che esce dalla protome leonina della vasca che funge da tino, e riempie uno dei tre recipienti allineati per riceverlo.
La simbologia della vendemmia nell'arte funeraria è molto antica e legata ai culti dionisiaci, secondo i quali l'uva morendo, al pari dell'essere umano, poteva creare qualcosa di migliore che era il vino: l'ambiguità di un tema pagano non ancora interamente assimilato al cristianesimo è tipica di quel periodo storico. Anche la scelta degli animali rimanda al tema del sacrificio (agnello, pecora) e resurrezione (pavone che cambia il piumaggio a primavera e la cui carne si credeva immarcescibile, in grado quindi di superare la morte). Lo stesso tema era ripreso dai mosaici della volta anulare del mausoleo, in un continuo richiamo tra i diversi materiali e tecniche artistiche.
I confronti possibili sono opere molto vicine, una conservata a Istanbul e una ad Alessandria d'Egitto, che confermano come la lavorazione del duro porfido, pietra riservata alla corte imperiale fin dal III secolo, fosse esclusiva delle officine e degli artisti orientali.
Rispetto al sarcofago di Elena, di una ventina d'anni anteriore, si nota un permanere dell'ispirazione classica nella composizione, ma un rendimento ormai più tozzo delle figure, con volumi semplificati e una ricchezza di dettagli calligrafici soprattutto negli elementi vegetali, che si inseriscono pienamente nel processo di trapasso dell'arte tardoantica verso le nuove forme anti-classiche che porteranno all'arte medievale.

CITTA' DEL VATICANO - Tomba degli Haterii



La tomba degli Haterii era una tomba monumentale romana costruita all'inizio del II secolo sulla via Labicana (via Casilina) a Roma. Apparteneva alla famiglia di Quinto Aterio Thychicus, un appaltatore di opere pubbliche (redemptor) sotto Domiziano.
La tomba venne rinvenuta casualmente nel 1848 nei pressi della torre di Centocelle: consisteva in un ambiente di pianta quadrata, parzialmente scavato nel tufo, in origine decorato da ricchissimi rilievi. La struttura era molto rovinata già all'epoca dello scavo, mentre i rilievi sono oggi conservati nel Museo gregoriano profano dei Musei Vaticani, ai Rilievi
Il più noto dei rilievi conservati raffigura in uno spazio rettangolare allungato una serie di cinque edifici, identificati da iscrizioni, che dovevano rappresentare i monumenti sui quali Haterius era intervenuto durante la sua carriera.
Da sinistra a destra sono rappresentati:
  • Arcus ad Isim ("arco presso il tempio di Iside"), interpretato generalmente come uno degli archi di ingresso dell'Iseo Campense (arco di Camigliano, i cui resti erano visibili fino al XVI secolo in piazza del Collegio Romano);
  • Colosseo (ancora privo dell'attico sopra i tre ordini di arcate);
  • un arco quadrifronte, forse ricostruzione domizianea della porta Trionfale;
  • un arco in sacra via summa ("sulla sommità della via Sacra"), in genere identificato con l'arco di Tito;
  • tempio esastilo (a sei colonne) e con frontone sormontato da un attico, dedicato a Giove (tempio di Giove Tonante o tempio di Giove Custode o tempio di Giove Statore).

Altri rilievi della tomba comprendono:
  • Rilievo con edificio sepolcrale a forma di tempio: il rilievo raffigura una tomba monumentale, con un alto basamento rettangolare, una porta sul lato lungo e paraste agli angoli, sormontato da un tempietto con quattro colonne in facciata e lesene sui lati. Tutte le superfici libere delle pareti sono ornate da rilievi decorativi, compresi i fusti delle paraste. I busti dei defunti sono inseriti in clipei tra le paraste dei lati del tempietto. Davanti all'edificio è un'altissima gru, azionata mediante una ruota che viene fatta girare da operai che camminano al suo interno. Nello spazio libero al di sopra del tempio compare una defunta sdraiata su un letto già nell'oltretomba. La scena è stata interpretata come la raffigurazione dell'apoteosi della defunta.
  • Rilievo con scena funebre: il frammento conserva la raffigurazione del compianto di una defunta, stesa su un letto circondato da quattro candelabri con fiamme accese. Intorno al letto sono presenti due prefiche che accompagnano una donna con una corona, un suonatore di flauto e piccole figure di servitori o di personaggi in preghiera. 
Si conservano, inoltre: due ritratti entro edicole (uno maschile e uno femminile), un architrave con i busti di Mercurio, Cerere, Proserpina e Plutone, un'urna cineraria con scena marina, un piccolo pilastro e uno stipite decorati con tralci di vite e scene di vendemmia, un altro piccolo pilastro decorato su due lati da un candelabro ornato da rose e da uccellini. Appartengono al sepolcro anche alcune iscrizioni funerarie, che ne permisero l'identificazione.

Appartengono al sepolcro anche alcune iscrizioni funerarie, che ne permisero l'identificazione.

CITTA' DEL VATICANO - Mosaico con atleti dalle Terme di Caracalla

 

Il grande mosaico con atleti dalle Terme di Caracalla è un grande pavimento musivo oggi conservato ai Musei vaticani nella Città del Vaticano.
Nell'800 il nobile vicentino Girolamo Egidio di Velo, appassionato di archeologia, intraprese uno scavo archeologico nelle Terme di Caracalla, che gli consentì di riconoscere gli ambienti del corpo centrale delle terme, scoprendo anche due importanti pavimenti musivi: i mosaici furono oggetto di un contenzioso con lo Stato pontificio, concessionario dello scavo, che si concluse con la cessione dei mosaici in cambio di alcune sculture minori in deposito nei Musei Vaticani, ora esposte nel Museo naturalistico archeologico di Vicenza.
Il grande mosaico delle Terme proviene da una delle due grandi esedre semicircolari dei vasti cortili laterali, dove le tessere policrome disegnavano vari riquadri, alternativamente rettangolari (con figure intere) e quadrati (con busti), incorniciati da un motivo a treccia e dentelli. Non possediamo tutta la superficie, ma i resti sono comunque molto abbondanti.
I soggetti sono atleti vittoriosi e figure di arbitri (togati, con in mano premi o le verghette che simboleggiano il loro ruolo). Gli atleti in particolare sono nudi e tengono in mano gli attributi della loro specialità sportiva (disco, pancrazio, ecc.) o i premi vinti (palme, corone, ecc.). Talora sopra la testa dei personaggi è scritto il nome.
Le figure atletiche sono rappresentate in modo realistico, evidenziando la poderosa muscolatura, anche le teste sono veri ritratti, resi con efficaci tratti fisiognomici, con tratti angolosi e brutali, gli occhi grandi, l'espressività intensa. Le capigliature sono rasate o a ciuffo.
I colori più usati sono prevalentemente di tonalità bruna o bruno-rossastra, con contrasti violenti che sottolineano l'espressività delle figure.
Questa scuola di mosaicisti fu attiva a Roma tra il 210 e il 230 e produsse anche i mosaici rinvenuti presso Porta Maggiore con soggetti simili.

domenica 15 marzo 2026

FRANCIA - Parigi, Louvre / Apollo Citaredo di Pompei

 

L' Apollo Citaredo di Pompei è un'antica statua in bronzo, alta 68 cm , di origine greca e proveniente dai dintorni di Pompei. Datata al II secolo a.C. o al I secolo  a.C.,  ed è  uno dei rari bronzi greci antichi giunti fino a noi.
Si dice che la statua sia stata rinvenuta tra le rovine di Pompei nel XVIII o XIX secolo e  spostata in circostanze ignote. Riscoperta in mani private in Francia nel 1922 (collezione Xavière e Joseph Durighello), è stata classificata come tesoro nazionale il 6 aprile 2017 poi messo in vendita nel 2019 dChristie's.
Con una stima di 6,7 milioni di euro, il Museo del Louvre è l'acquirente preferito. Il suo piano di finanziamento è consistito di 3,5 milioni di euro della Società degli Amici del Louvre e "Tutti i mecenati: Missione Apollo" che ha raccolto i restanti 800.000 euro grazie ai contributi di oltre 6.600 donatori. Si tratta della decima acquisizione di questo tipo dopo il dipinto Le tre Grazie di Cranach il Vecchio nel 2010 e il Libro d'Ore di Francesco I nel 2017.
Se la statua non fosse stata sepolta sotto la cenere vulcanica, probabilmente non sarebbe sopravvissuta come le migliaia di statue di bronzo dell'antichità greca e romana. Infatti, queste statue venivano fuse per recuperare le leghe, nella maggior parte dei casi per fabbricare armi o stoviglie.
È probabile che la statua fosse una statua decorativa da appartamento, piuttosto che una statua religiosa.
La statua in bronzo, alta 68  cm, si presenta in ottime condizioni. Fusa con la tecnica della cera persa in diverse grandi sezioni, successivamente assemblate, incorpora anche alcuni elementi aggiunti minori. La posizione del braccio sinistro e i segni sull'anca sinistra suggeriscono la presenza di una lira o cetra, oggi perduta. La mano destra regge un plettro, uno strumento utilizzato per pizzicare le corde. L'aspetto generale, lo strumento, la nudità e l'acconciatura ci permettono di identificarla come una rappresentazione di Apollo .
L'acconciatura è particolarmente elaborata; le ciocche di capelli sono divise al centro, raccolte attorno a una sottile fascia su ciascun lato e, sul retro, sono acconciate in uno chignon o crobylos usando la stessa tecnica. Dietro le orecchie, alcune ciocche attorcigliate fuoriescono dalla fascia; queste venivano fuse separatamente e poi saldate. Gli occhi sono cavi, ma in origine sarebbero stati rappresentati da intarsi di vari materiali come avorio, alabastro, marmo, rame o oro, fissati con una sostanza adesiva come il bitume. Non c'è base o iscrizione. La sua qualità di esecuzione suggerisce un'importazione dalla Grecia.
L'attuale tonalità scura della statua è dovuta alla corrosione. Quando uscì dalla bottega, i bronzi avevano un colore vicino a un oro più o meno rosato a seconda del contenuto di stagno della lega di rame.
Tipico delle statue decorative esposte negli atri o nei triclini delle ricche ville romane, questo Apollo è tuttavia caratterizzato da un aspetto quasi androgino. Il torace è ben sviluppato, le cosce sono carnose e la muscolatura non  è  molto prominente. L'oscillazione dei fianchi e la posa contrapposta sono accentuati; questi elementi consentono una datazione alla fine del II secolo a.C. , verso la fine del periodo ellenistico. Il modello originale per Apollo Citaredo risale al tipo di Apollo di Mantova , apparso nel V secolo a.C. , di cui una copia marmorea è conservata al Louvre e di cui sono state trovate varianti, in particolare  a  Pompei.


FRANCIA - Parigi, Louvre / Leone Albani

 

Il Leone Albani è una statua romana in basalto verde del I secolo  d.C., raffigurante un leone con una sfera di marmo giallo sotto una zampa. Proviene dalla celebre Collezione Albani, raccolta dal cardinale Albani nella sua Villa Albani a Roma. Attualmente è conservata presso il Dipartimento di Antichità Greche, Etrusche e Romane del Museo del Louvre (numero di inventario MA 1355) a Parigi, Francia .
Il Leone Albani è probabilmente una riproduzione di una più antica statua greca in bronzo; infatti, il basalto era frequentemente utilizzato nel I secolo d.C. per le riproduzioni di bronzi greci.

FRANCIA - Parigi, Louvre / Marcello come Hermes Chthonios

 
Marcello come Hermes Chthonios
 è una scultura romana di Marcello il Giovane, raffigurato come Hermes Chthonios, la guida dei defunti. Fu eseguita a Roma in marmo bianco (alta 1,80 metri), intorno al 20 a.C. (cioè due anni dopo la morte del soggetto), forse commissionata dallo zio Augusto, come monumento funerario. Fu firmata da Cleomene di Atene .
Si tratta di una grande statua a tutto tondo, a grandezza naturale (circa 1,80 metri) ; pesa 351 kg ed è scolpita in marmo pario.
La statua raffigura Marco Claudio Marcello nudo, con indosso una tunica drappeggiata casualmente sul braccio sinistro. Il bordo di questa veste tocca terra e poggia delicatamente su una parte di guscio di tartaruga. Il suo braccio destro è sollevato in modo che la mano sia posizionata all'altezza della tempia destra, probabilmente reggendo una corona di foglie, oggi perduta.
Il giovane poggia il peso sul piede sinistro, in una posa contrapposta ereditata dalla statuaria attica classica di stile severo, a cui la statua si ricollega per la sua fredda frontalità , fondendo questa tradizione idealizzante con una certa acutezza nella verosimiglianza del singolo ritratto. La sua testa è leggermente abbassata e girata con un delicato movimento verso destra. Questa posizione della testa e l'espressione di tristezza che trasmette confermano il carattere funerario di questa statua, destinata a ispirare malinconia per questo giovane che la fortuna avrebbe condotto all'impero se non fosse morto prematuramente nel 23 a.C.
La tartaruga su cui poggia il drappeggio cadente è anche l'emblema di Afrodite. La sua presenza rimanda a Enea (uno degli eroi della guerra di Troia ), figlio di Anchise e Afrodite, da cui Augusto e suo nipote affermavano di discendere, e a cui Marcello fu paragonato nell'Eneide di Virgili .
Marcello nell'Hermes Logios è probabilmente ispirato ad un originale greco del V secolo a.C. scolpito da Fidia per il monumento ai caduti della battaglia di Coronea (447 a.C.).
Prima del 1590, l'opera si trovava nella villa di papa Sisto V sul colle Esquilino. Fu acquisita insieme a un'altra statua, l'Ermete con il sandalo , in seguito alle trattative condotte nel 1685 dal duca di Estrées, ambasciatore di Luigi XIV, con il papa e il principe Savelli, proprietario di entrambe le opere; fu poi collocata nella Galleria degli Specchi della Reggia di Versailles.
Fu sequestrato nel 1798 per il Museo del Louvre, dove risiede tuttora, all'interno del dipartimento delle antichità greche, etrusche e romane , con il numero di inventario MR 315, Ma 1207.
Marcello in Hermes Logios fu una volta identificato come una scultura rappresentante Germanico.
La statua è in ottime condizioni. Fu rilucidata dallo scultore François Girardon nel XVII secolo. Due dita del piede destro furono riattaccate. Il pollice e l'indice della mano sinistra furono restaurati.
Copie e repliche
  • Copia nella Galleria degli Specchi , Palazzo di Versailles. Numero di inventario: 2012.00.1393. Realizzato nel 2012 dal laboratorio di modellatura dei musei nazionali. Calco in gesso;
  • Copia al castello di Vincennes;
  • Copia al castello del Champ-de-Bataille 

FRANCIA - Parigi, Louvre / Ara di Domizio Enobarbo

 

La base del gruppo statuario di Domizio Enobarbo, detto anche convenzionalmente altare di Domizio Enobarbo, è costituita da una serie di quattro lastre di marmo scolpite che presumibilmente ornavano un plinto destinato a sostenere statue di culto e posto nella cella di un tempio dedicato a Nettuno, situato a Roma, nel Campo Marzio .
Il fregio è datato alla fine del  II secolo  a.C., il che lo rende il secondo esempio più antico conosciuto di bassorilievo romano, il primo essendo sulla colonna eretta dal console Paolo Emilio Macedone in onore della sua vittoria nella battaglia di Pidna nel168 a.C.
I pannelli scolpiti sono ancora visibili oggi; una parte è esposta al Museo del Louvre (Ma 975) e l'altra alla Gliptoteca di Monaco di Baviera (Inv. 239). Una copia di quest'ultima parte è esposta anche al Museo Puškin di Mosca.
La base decorata con rilievi nota come base "Domizio Enobarbo" doveva trovarsi nel tempio di Nettuno costruito nei pressi del Circo Flaminio, nel Campo Marzio. I resti di questo tempio potrebbero essere stati scoperti di recente sotto la chiesa di Santa Maria in Pobblicolis, ma la loro identificazione non è certa.
I rilievi sembrano essere correlati alla costruzione di un tempio dedicato a Nettuno nel Campo Marzio . Il committente, probabilmente Gneo Domizio Enobarb , dedicò un tempio al dio del mare in seguito a una vittoria navale, forse quella riportata al largo di Samo tra il 129 e il 130 a.C.128 a.C.su Aristonico, che tentò di opporsi alla donazione testamentaria di Pergamo a Roma fatta dal re Attalo III . La costruzione o il restauro di un tempio preesistente risalirebbe solo a122 a.C., anno in cui Gneo Domizio Enobarbo raggiunse il consolato.
I rilievi sulla base della statua di culto, che originariamente consistevano solo di scene mitologiche, furono poi completati dopo la censura di Gneo Domizio Enobarbo nel115 a.C.con un quarto pannello. Altre ipotesi suggeriscono le censure di Lucio Valerio Flacco e Marco Antonio che potrebbero essere riconosciute anche nei motivi dei rilievi.
Nel 41 a.C. Gneo Domizio Enobarbo , discendente del precedente, sostenitore del partito repubblicano e degli assassini di Cesare, fece coniare un aureo in occasione di una vittoria navale nell'Adriatico su un sostenitore di Ottaviano dove appare sul dritto il profilo del suo antenato e sul rovescio l'immagine di un tempio tetrastilo accompagnato dalla leggenda "  NEPT CN DOMITIUS LF IMP  ".
I rilievi sono menzionati nel 1629 e nel 1631 dopo essere stati rinvenuti durante importanti lavori condotti dalla famiglia romana Santacroce tra il 1598 e il 1641, in particolare la costruzione e l'ampliamento di un palazzo vicino al Tevere sotto la direzione dell'architetto Peparelli. I rilievi furono poi riutilizzati nella decorazione del cortile del palazzo, la cui presenza nel palazzo è attestata a partire dal 1683.
I rilievi probabilmente non facevano originariamente parte di un altare, nonostante il nome comune, ma di una grande base rettangolare lunga 5,60 metri, larga 1,75 metri e alta 0,80 metri, destinata a sostenere statue di culto . Tra queste, opere attribuite allo scultore greco Scopas, vi è un importante gruppo statuario in cui sono raffigurati Nettuno, Teti, Achille, le Nereidi e i Tritoni, oltre a Forco , il suo seguito, mostri marini e altre creature fantastich .
I rilievi sono costituiti da due grandi pannelli fissati ai lati lunghi della base e due più piccoli sui lati corti. Uno dei grandi pannelli, ora al Museo del Louvre, è tipico dell'arte civica romana e raffigura una scena presente solo a Roma in questo periodo: il censimento dei cittadini . Gli altri tre lati illustrano un tema mitologico in stile ellenistico, le nozze di Nettuno e Anfitrite. Data la differenza di stile e soggetto, e il fatto che i materiali utilizzati non sono gli stessi, si può supporre che i due fregi non siano contemporanei. Il fregio mitologico sembra essere stato eseguito per primo, coprendo tre lati della base, che era originariamente fissata alla parete di fondo della cella. Pochi anni dopo, la base fu spostata dalla parete, lasciando libero il quarto lato, su cui fu fissato l'ultimo pannello.


La scena storica

La storica pala d'altare, lunga 5,65 metri, alta 80 centimetri e spessa 15 centimetri, realizzata in marmo pario , presenta un bassorilievo che illustra le diverse fasi di un censimento dei cittadini romani. Il rilievo, che è uno dei primi esempi di stile continuo, si legge da sinistra a destra e può essere suddiviso in tre sequenze: la registrazione dei cittadini romani nei registri del censimento, la purificazione dell'esercito presso un altare dedicato a Marte e l'arruolamento dei soldati.


Prima sequenza

All'estrema sinistra del bassorilievo, un censitore (lo scriba ) detta l'identità e la natura dei beni di un cittadino in piedi davanti a lui, tenendo delle tavolette in una mano mentre la mano sinistra sembra sostenere le sue parole, che vengono registrate dall'impiegato. Queste informazioni sono inserite in un codice , composto da due tabulae di legno , che lo scriba tiene in grembo. Ai suoi piedi, sei di questi codici sono impilati. L'identità di questa figura seduta è incerta, poiché un dettaglio mette in dubbio la sua identificazione con lo scriba  : ai suoi piedi ci sono quelli che sembrano essere calcei , riservati a individui di rango senatorio. Potrebbe quindi essere uno dei due censori.
Questa scena segna l'inizio del censimento, il periodo durante il quale ogni cittadino romano veniva registrato. Il censore , un magistrato romano raffigurato qui seduto dietro il cittadino che pronuncia la professio , con la mano sul cuore in segno di buona fede, determina così, in base alla ricchezza di ciascun individuo, chi siederà in Senato e chi andrà in battaglia. I Romani credevano che solo i ricchi fossero in grado di difendere la loro città, poiché era nel loro interesse farlo. Il censore è mostrato con una mano sulla spalla di una quarta figura che indossa una toga . Con questo gesto (la manumissio ), il censore accetta la sua dichiarazione ed emette la sua decisione (la discriptio ), concludendo così l'atto di classificazione. Il cittadino indica uno dei fanti, indicando la centuria a cui si sta unendo [ m 5 ] . Questa potrebbe essere un'allusione alla censura di Gneo Domizio Enobarbo e Lucio Cecilio Metello in115 a.C.
Seconda sequenza
Segue una scena religiosa, la cerimonia del lustrum , che legittima l'atto del censimento, presieduta da uno dei due censori che sta alla destra dell'altare dedicato a Marte. Marte è raffigurato in armatura e corazza alla sinistra dell'altare. A destra, tre vittime sacrificali portano il toro, la pecora e il maiale (i suovetaurilia) che saranno sacrificati in onore del dio per garantire un'auspicata partenza delle truppe. Il censore è assistito durante la cerimonia da giovani attendenti (i camilli), uno dei quali sta versando l'acqua lustrale. Dietro la figura di Marte, due musicisti accompagnano il sacrificio. Uno suona la lira e l'altro la tibia . Sembrano accompagnare il camillo , che sta dietro l'altare e che canterebbe la precatio. Dietro le vittime avanza il secondo censore, che regge uno stendardo (vexillum) .


Terza sequenza

Infine, all'estrema destra del bassorilievo sono raffigurati due fanti e un cavaliere (eques) accompagnati dal suo cavallo. Con gli altri due fanti raffigurati tra la prima e la seconda sequenza, l'artista ricorda così l'esistenza di quattro classi di fanti mobilitabili (pedites) e l'aristocrazia che costituisce la cavalleria.


La scena mitologica

I pannelli raffiguranti la scena mitologica, un tiaso marino in stile tardo ellenistico, sono realizzati in un diverso tipo di marmo proveniente dall'Asia , e sono conservati nella Gliptoteca di Monaco. I rilievi rappresentano probabilmente le nozze di Nettuno e Anfitrite.
Al centro della composizione, Nettuno e Anfitrite sono seduti su un carro trainato da due Tritoni che suonano. Sono circondati da numerose creature fantastiche, Tritoni e Nereidi , che formano una processione per gli sposi. A sinistra, una Nereide che cavalca un toro marino porta un dono. Davanti a lei, di fronte alla coppia, avanza la madre di Anfitrite, Doride , in groppa a un Tritone con la testa di cavallo e con una torcia nuziale in ciascuna mano per illuminare la processione. Alla sua destra, si vede un Eros , una creatura associata a Venere . Dietro il carro degli sposi, una Nereide accompagnata da due Eroti e a cavallo di un cavalluccio marino porta un altro dono.


FRANCIA - Parigi, Louvre / Diana di Gabii

 

La Diana di Gabii è una statua femminile drappeggiata, probabilmente rappresentante la dea Artemide , tradizionalmente attribuita allo scultore Prassitele. Precedentemente parte della collezione Borghese, si trova ora al Museo del Louvre con il numero di inventario Ma 529.
La statua fu scoperta nel 1792 da Gavin Hamilton nella proprietà del principe Borghese a Gabii , non lontano da Roma. Entrò immediatamente a far parte delle collezioni del principe. Nel 1807 , il principe, in difficoltà finanziarie, fu costretto a venderla a Napoleone I, e la statua fu esposta al Museo del Louvre dal 1820.
La statua divenne molto popolare nel XIX secolo  : un calco in gesso fu collocato nell'Ateneo di Londra, una replica in marmo si unì alle altre copie dell'antica che ornano la Cour Carrée del Louvre, e una replica in ghisa adorna la fontana nel villaggio di Grancey-le-Château nella Côte-d'Or. Una copia in marmo (della Fonderia Val d'Osne) si trova nel giardino di Villa Ocampo, la residenza di Victoria Ocampo, a San Isidro (vicino a Buenos Aires).
La statua raffigura una giovane donna a grandezza naturale, drappeggiata, in piedi. Il suo peso poggia sulla gamba destra, sostenuta da un tronco d'albero, mentre la gamba sinistra è libera. Il suo piede sinistro è girato all'indietro, il tallone leggermente sollevato e le dita dei piedi rivolte verso l'esterno.
Viene solitamente identificata con Artemide, la dea vergine della caccia e della natura selvaggia, unicamente sulla base del suo abbigliamento. Indossa infatti un corto chitone con ampie maniche, tipico della dea. L'indumento è stretto da due cinture: una è visibile in vita, l'altra, nascosta, consente di ripiegare parte del tessuto, accorciando così il chitone e scoprendo le ginocchia. La dea è raffigurata mentre sta per allacciare il mantello: la sua mano destra regge una fibula e porta un'estremità dell'indumento sulla spalla destra mentre la mano sinistra solleva l'altra estremità al petto. Questo movimento ha fatto scivolare il colletto del chitone, scoprendo la spalla sinistra.
La testa è leggermente girata verso destra, ma la dea non guarda realmente ciò che sta facendo: il suo sguardo è vago, come spesso accade nelle statue del Secondo periodo classico. I capelli ondulati sono tirati indietro e trattenuti da una fascia legata sulla nuca; le loro estremità sono raccolte in una specie di chignon trattenuto da un secondo nastro invisibile.
Secondo Pausania, Prassitele è lo scultore dell'effigie di Artemide nel Brauronion sull'Acropoli di Atene. Gli inventari dei templi risalenti al 346-347 a.C. menzionano infatti, tra le altre cose, una "statua eretta" descritta come rappresentante la dea avvolta in un chitoniskos. È anche noto che il culto di Artemide Brauronia comportava la dedica di vesti offerte dalle donne.
L'opera è stata a lungo identificata con la Diana di Gabii: si pensava che la dea fosse raffigurata mentre accettava l'offerta dei suoi devoti. È stata anche notata la somiglianza della testa con quella dell'Afrodite di Cnido e dell'Apollo Sauroctono. Tuttavia, questa identificazione è stata contestata per diverse ragioni. In primo luogo, gli inventari scoperti ad Atene si sono rivelati copie di quelli del santuario di Braurone  : non è certo che il culto ateniese includesse anche l'offerta di vesti. In secondo luogo, il chitone corto sarebbe anacronistico nel IV secolo: su questa base, la statua sarebbe più probabilmente di età ellenistica. Infine, un'ipotesi più recente identifica l'Artemide Brauronia in una testa conservata nel Museo dell'Antica Agorà di Atene, divenuta nota come Testa di Despinis.
Tuttavia, la Diana di Gabii colpisce per la sua alta qualità e si inserisce bene in quello che è solitamente considerato lo stile prassitelico, il che ha portato alcuni specialisti a mantenere la statua nel corpus del maestro o a includerla in quello dei suoi figli.


FRANCIA - Parigi, Louvre / Eracle e il leone di Nemea

 
Eracle e il leone di Nemea
 è un antico vaso greco a forma di lekythos, conservato al Museo del Louvre di Parigi, che raffigura la prima delle fatiche di Ercole, l'uccisione del leone di Nemea .
Questa lekythos proviene da Atene ed è datata intorno al500 a.C.. Fu acquistato dal Museo del Louvre nel 1870. Fu certamente realizzato da un artista di Tanagran. Secondo Beazley e Haspels, è attribuito al Pittore di Diosphos.
Il dipinto sulla lekythos raffigura Ercole nudo, inginocchiato, mentre lotta con il leone di Nemea. Afferra il leone per la testa e lo strangola con il braccio, stringendo i pugni. L'immagine è incorniciata da un albero con foglie e frutti. La veste di Ercole pende da un ramo, mentre la spada e la cintura pendono da un altro.


FRANCIA - Parigi, Louvre / Pallade di Velletri

 

La Pallade di Velletri è un'antica statua in marmo raffigurante la dea Atena. Si trova al Museo del Louvre di Parigi .Questa statua è una copia di una statua in bronzo perduta di epoca ellenistica, probabilmente scolpita intorno al 430 a.C. da Cresilao . Calchi in gesso di questa statua, delle stesse dimensioni, sono stati rinvenuti a Baia durante gli scavi di un'officina romana.
La statua del Louvre è la più famosa di queste copie. Rappresenta la dea Pallade Atena, misura 3,05 metri di altezza e fu scoperta nel 1797 durante gli scavi di una villa romana sotto un vigneto a Velletri .
Lo scultore Vincenzo Pacetti (1746-1820) la acquistò e la restaurò, aggiungendo la sommità dell'elmo, l'avambraccio destro disteso, le mani, parte dei piedi e un pezzo del pallio. Restaurò anche i serpenti e lucidò la statua. Successivamente vendette la statua alle autorità del Direttorio , che la trasportarono a Roma. Fu catturata dagli eserciti del Regno di Napoli quando occuparono la Città Eterna nel novembre e dicembre 1798. La Francia lo recuperò nel Trattato di Firenze del28 marzo 1801, e fu depositato nel 1803 al Louvre, dove si trova tuttora. Fu restaurato nel 1992, poi di nuovo nel 2019-2020.
La statua rappresenta la dea della guerra Pallade Atena. Alta 3,05 metri, la statua di Atena indossa un elmo e un'egida, ornata con la testa della Gorgone , ed è drappeggiata in un himation (equivalente al pallio romano). Tracce di vernice rossa sono presenti sui capelli, intorno agli occhi e intorno alla bocca della statua, suggerendo che un tempo fosse policroma . Tuttavia, un campione prelevato nel 1992 da sotto la palpebra dell'occhio destro ha rivelato la presenza di una componente che appare solo nei dipinti dell'inizio del XIX secolo  , mettendo in dubbio l'originalità della policromia, che è stata successivamente coperta. Il marmo per le parti antiche della statua proviene da Taso.
Napoleone Bonaparte ne rimase affascinato quando la scoprì nel 1797. Era determinato a garantirne l'acquisizione per il Louvre. Lo affascinò il suo simbolismo: una dea guerriera e una dea della saggezza allo stesso tempo.
La statua fa parte dell'esposizione permanente del Louvre nelle sale Sully dove, dalLuglio 2010Sostituì Melpomene nella grande loggia. La statua che la rispecchia all'altra estremità della galleria è la Venere di Milo .
Una copia in gesso della sua testa, realizzata dal laboratorio di modellatura del Museo del Louvre e acquisita dalla Facoltà di Lettere dell'Università di Bordeaux, oggi Università Bordeaux Montaigne, mostra gli occhi circondati da vernice in occasione del movimento studentesco del maggio 68 a Bordeaux .
Il Museo di Grenoble possiede una copia di questa statua alta 3,05 metri, installata nel vestibolo del Museo-Biblioteca di Grenoble nel 1870 al momento della sua apertura, poi trasportata in data imprecisata al Liceo Vaucanson di Grenoble dove può ancora essere vista nell'antica cappella. Una statuetta derivata da questa statua è conservata al Museo Saint-Raymond di Tolosa .


FRANCIA - Parigi, Louvre / Vaso corinzio in forma di bevitore

 

Il vaso corinzio in forma di bevitore o di satiro possente è un vaso cerimoniale greco del VI secolo  a.C., un vaso-statuetta, "fatto di ceramica, terracotta, metallo, pietra o vetro che riproduce in parte forme umane (vasi antropomorfi), animali (zoomorfi) o mostruose (teriomorfi)".
Qui il vaso rappresenta un komastus , cioè un banchettante che partecipa alle processioni rituali festive dedicate a Dioniso . Egli è seduto e tiene contro il ventre uno skyphos , cioè un recipiente per bere grande quasi quanto lui.
Lo skyphos è decorato con una processione di cavalieri, spirali e creste radianti. La figura è caricaturale, con un grande ventre sproporzionato rispetto ai suoi arti. È nudo tranne che per una pelle di pantera sul dorso e indossa stivali. Il suo braccio destro è stato inciso dopo l'acquisto della scultura con il nome del suo proprietario: KOLODON .
Anche questo vaso-statuetta è una sorpresa. Il corpo del komastes è cavo e si collega allo skyphos attraverso un'apertura situata nella parte inferiore del pezzo. Inoltre, lo skyphos presenta un'apertura sulla sommità della testa e un'altra sulla sommità del dorso. Queste aperture possono essere sigillate con un tappo.
Ciò ha consentito due funzioni ludiche:
- Versare il vino nello skyphos mentre le aperture nella parte superiore del comast sono state sigillate. Quando queste aperture vengono aperte, secondo il principio dei vasi comunicanti, il comast si riempie e sembra bere metà del vino, finché i livelli del liquido non si equivalgono in entrambi i contenitori.
- Versare il vino nel comast inclinando la scultura. Quindi sigillare le aperture nella parte superiore del comast. Una volta aperte, il vino scorre dal comast allo skyphos apparentemente inesauribile finché i livelli non si livellano.


FRANCIA - Parigi, Louvre / Dinos del Pittore della Gorgone

 

Il dinos del Pittore della Gorgone è un'importante ceramica greca antica, prodotta ad Atene intorno al 580 a.C. Entrò nelle collezioni del Museo del Louvre nel 1861 con l'acquisto della collezione Campana (Inv. E 874).
Questa magistrale opera, con un'altezza totale di 93  cm , in cui sono rappresentate delle Gorgoni, ha dato il nome al pittore anonimo che la decorò, quest'ultimo designato come Pittore delle Gorgoni.
Questo dinos, un grande vaso da banchetto utilizzato per mescolare acqua e vino, è costituito da due parti: la vasca e il piedistallo modellato su cui poggia. Questo tipo di vaso è piuttosto raro, il cui design si ispira a modelli più spesso realizzati in bronzo. Sebbene non vi siano dubbi che questo pezzo di ceramica sia stato realizzato in una bottega ateniese, il suo luogo di ritrovamento rimane sconosciuto. Apparteneva alla collezione di Giampietro Campana, che probabilmente lo acquistò da cercatori clandestini in Etruria. È altamente improbabile che sia stato scoperto in Grecia.
L'intera ceramica è decorata con la tecnica a figure nere, con lumeggiature ocra e incisioni che delineano i motivi. La maggior parte dei registri decorativi è costituita da fregi di palmette o animali intrecciati, secondo la tradizione corinzia . Il piedistallo altamente modellato è ricoperto da fregi raffiguranti vari animali - leoni, mucche, cervi - mescolati a creature fantastiche come sirene e sfingi .
Il bacino stesso presenta una decorazione a tre registri sovrapposti. Il primo inizia con un'elica a spirale sulla base arrotondata e prosegue con quattro cerchi sovrapposti di animali. Il registro centrale è una fascia di palmette decorative intrecciate. 


Il registro superiore, il più interessante, presenta il più antico esempio conosciuto di fregio completamente figurativo e narrativo nella produzione ceramica del periodo. Raffigura l' episodio mitologico di Perseo in fuga dalle Gorgoni dopo aver ucciso la loro sorella, Medusa. Gli dei assistono alla scena: Hermes, riconoscibile dal suo petaso, e una donna, probabilmente Atena . Sull'altro lato, una scena di battaglia raffigura diversi opliti montati su carri.
L'artista che realizzò questa decorazione, il cui nome è sconosciuto, fu allievo del Pittore di Nesso , il più antico rappresentante conosciuto della tecnica attica a figure nere. «Da lui prese in prestito, sviluppandolo ulteriormente, anche il tema delle Gorgoni. Con questo fregio interamente narrativo, privo di qualsiasi elemento decorativo, il Pittore delle Gorgoni annuncia l'ascesa della produzione attica, che si sarebbe gradualmente liberata dall'influenza corinzia nel corso del secondo quarto del VI secolo a.C.».
Il British Museum possiede due notevoli dinoi del pittore e ceramista Sophilos , il primo ceramista attico a firmare le sue opere. Si tratta di due dinoi a figure nere su piedistallo, databili intorno al 580 a.C., raffiguranti la scena delle nozze di Peleo e Teti . La stessa influenza corinzia riscontrabile nel Pittore della Gorgone è evidente nel trattamento delle decorazioni secondarie, punteggiate da vari animali. Tuttavia, i piedistalli sono più massicci e le vasche proporzionalmente più piccole.




CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...