sabato 8 novembre 2025

Campania - Stabia, scavi archeologici: una storia

 

Gli scavi archeologici di Stabia hanno restituito i resti dell'antica città di Stabia (in latino Stabiae), nell'area dell'odierna Castellammare di Stabia, presso la collina di Varano, oltre a un insieme di costruzioni che facevano parte del suo ager. La campagna di scavi iniziò nel 1749, durante il regno di Carlo di Borbone tramite cunicoli, mentre per delle indagini ordinate e sistematiche a cielo aperto bisognerà attendere il 1950, anno a partire dal quale fu centrale l'opera del preside Libero D'Orsi.
Di dimensioni minori rispetto agli scavi di Pompei e di Ercolano, permettono di osservare un diverso aspetto dello stile di vita degli antichi romani: infatti, mentre le prime due località erano delle città, Stabia, dopo un passato di borgo fortificato, era in epoca romana un luogo di villeggiatura, in cui furono costruite numerose ville residenziali decorate con pitture e abbellite con suppellettili; non mancavano, tuttavia, ville rustiche.
Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce solo una piccola parte dell'antica città: sono visitabili la Villa San Marco, Villa Arianna e il secondo complesso; certa è l'esistenza di altre ville, come quella denominata del Pastore o di Anteros ed Heraclo, ancora parzialmente o completamente interrate, mentre altre ancora sono totalmente inesplorate: nella zona dell'ager stabianus (così veniva chiamato all'epoca dai romani il territorio che ricadeva sotto l'influenza di Stabia e che comprendeva oltre alla cittadina stabiana anche i territori degli attuali comuni di Sant’Antonio Abate, Santa Maria la Carità, Gragnano, Casola di Napoli e Lettere), sono presenti una cinquantina di costruzioni tra ville d'otium e ville rustiche.
Per dare un nuovo impulso turistico al sito sia il comune, che diverse fondazioni, come la Restoring Ancient Stabiae (RAS), hanno proposto progetti per la realizzazione di un parco archeologico e di un museo che possa raccogliere le opere, le suppellettili e quant'altro rinvenuto dagli scavi della collina di Varano. I reperti stabiani sono conservati in diversi musei del mondo: le più cospicue raccolte sono al Museo archeologico di Stabia Libero D'Orsi, che ha sostituito il precedente Antiquarium stabiano, e al Museo archeologico nazionale di Napoli.
Nel 2024 gli scavi hanno fatto registrare 44 315 visitatori.
Sulle origini di Stabia non si hanno date certe: la zona era sicuramente già abitata durante l'età del ferro, come testimonia il ritrovamento di alcune tombe. La realizzazione di un piccolo centro urbano si deve invece agli Osci che scelsero il territorio di Varano per la sua posizione strategica, data la vicinanza al mare e le fertili campagne circostanti.
In seguito fu abitata da Greci, Etruschi e Sanniti: questi ultimi scendendo dai monti dell'Irpinia e del Sannio occuparono la pianura campana e costituirono una lega tra le città vesuviane conquistate con capitale Nuceria Alfaterna; fu in questo periodo che Stabia divenne una città fortificata e si provvide alla costruzione di un piccolo porto, che comunque non ebbe grande importanza, sopraffatto da quello di maggiori dimensioni di Pompei: la zona circostante al villaggio fu denominata ager stabianus.
I Sanniti mantennero il possesso del territorio fino al 308 a.C. quando i romani li sottomisero e imposero a molte città della Campania la condizione di alleato. Tra il 90 e l'89 a.C. Stabia, Pompei ed altre città italiche si ribellarono al dominio dell'Urbe accusata di non riservare loro gli stessi privilegi che avevano, invece, i cittadini romani: fu questo a provocare la Guerra sociale. La reazione di Roma non tardò ad arrivare e anche Stabia capitolò il 30 aprile dell'89 a.C. a seguito dell'assedio di Lucio Cornelio Silla: la città fu distrutta e mai più ricostruita come borgo fortificato. Grazie all'amenità delle terre, la bellezza del panorama e la ricchezza di acque la zona fu scelta dai romani per la costruzione di ville residenziali, finemente decorate e dotate dei maggiori comfort per l'epoca, come palestre, ambienti termali e, in alcuni casi, anche di una discesa diretta al mare. La zona fu colpita dal terremoto di Pompei del 62 e molte costruzioni rimasero lesionate o, in alcune casi, furono rase al suolo: non era ancora stata completata la ricostruzione che la mattina del 24 agosto del 79 un'improvvisa eruzione del Vesuvio seppellì Stabia sotto una fitta coltre di cenere e lapilli.
Rispetto a Pompei ed Ercolano, dopo l'eruzione, la ripresa della vita a Stabia fu alquanto immediata: tuttavia il tessuto urbano si sviluppò nelle colline intorno alla vecchia città e lungo la linea di costa, sfruttando in parte la piana che si era formata a seguito dell'emissione di ceneri e lapilli e che diventerà poi il cuore dell'odierna Castellammare di Stabia.
Gli scavi archeologici di Stabia iniziano ufficialmente il 7 giugno 1749 con una spedizione di sette uomini con a capo l'ingegnere spagnolo Roque Joaquín de Alcubierre e l'ingegnere svizzero Karl Jakob Weber per volontà di re Carlo di Borbone. In realtà i primi interessi nel condurre una campagna di scavi per riportare alla luce l'antica città vesuviana risalgono a un secolo prima, quando, verso la fine del XVI secolo, il vescovo Milante, senza troppo successo, aveva chiesto che venissero effettuate delle spedizioni proprio per recuperare le vestigia di Stabia. Nel 1748 sull'onda del successo degli scavi che si stavano svolgendo a Ercolano, re Carlo decise di ritrovare Stabia, disponendo di avviare una campagna di scavo che partì il 23 marzo dello stesso anno: seguendo la Tavola Peutingeriana, uno stradario dell'impero romano risalente al IV secolo, il sito dell'antica Stabia era da ricercarsi a nord del fiume Sarno, presso la collina di Civita. Già dai prime esplorazioni vennero alla luce monete, statue, affreschi e addirittura uno scheletro umano: purtroppo però Roque Joaquín de Alcubierre, direttore dello scavo, non aveva ancora capito che non si trattava di Stabia, bensì di Pompei; la corretta interpretazione del sito avvenne soltanto quindici anni dopo, nel 1763, grazie al ritrovamento di un'iscrizione che faceva chiaramente riferimento alla Res Publica Pompeianorum.
Nonostante questo, il 7 giugno 1749 partirono gli scavi anche presso la collina di Varano, il sito della vera Stabia, dove pochi anni prima erano riaffiorati diversi reperti. Vennero esplorate la Villa San Marco e la Villa di Anteros ed Heraclo nel 1749, Villa del Pastore nel 1754, Villa Arianna nel 1757 e il secondo complesso nel 1762. La prima sessione di scavi terminò nel 1762 quando le attenzioni si spostarono sugli scavi di Pompei che offrivano maggior interesse: i reperti e alcuni affreschi ritrovati nelle ville stabiane furono portati alla Real Reggia di Portici, anche se, tra il 1806 e il 1834, vennero trasferiti al Real museo di Napoli. Si è spesso discusso sul comportamento degli ingegneri borbonici durante le esplorazioni, e di come praticassero enormi fori nelle pareti per creare vie d'accesso ad ambienti ancora sepolti, tenendo in poca considerazione del patrimonio su cui lavoravano, e arrivando perfino a graffiare volontariamente affreschi non asportati al fine di evitare depredazioni al termine dello scavo.
Roque Joaquín de Alcubierre, contrario alla chiusura dello scavo, scrisse molte lettere al ministro Bernardo Tanucci, chiedendogli il permesso di riavviare le esplorazioni presso l'antica Stabia. Tra le tante, in una scritta il 10 settembre 1774, si legge: «Io desiderarei che S.M. mi dasse il permesso di poter fare alcuna prova solo con pochi operaij nella vicinanza di quelli luoghi all'antica città di Stabia, dove io trovai in passato molte delle migliori cose che s'osservano nel Real Museo» (Roque Joaquín de Alcubierre)
La tenacia di Alcubierre fu premiata nel 1775 quando fu finanziata una seconda campagna di indagini, questa volta svoltasi a cielo aperto e concentrata nella parte occidentale della collina, nei pressi di Villa Arianna e del secondo complesso per poi estendersi poco dopo a tutto il costone; inoltre furono riportate alla luce parti di alcune ville rustiche, in particolare nel territorio di Gragnano, come Villa del Filosofo nel 1778, Villa Casa dei Miri, Villa Ogliaro, Villa Petrellune nel 1779, Villa Cappella degli Impisi nel 1780 e Villa Medici nel 1781. La seconda fase di scavo durò soltanto sette anni e si concluse nel 1782 quando si decise di abbandonare definitivamente le ricerche su Stabia e dirottare gli uomini e l'armamentario su Pompei.
Nel corso del XIX secolo il sito di Stabia fu quasi del tutto dimenticato a favore della vicina realtà di Pompei e soltanto verso la fine del secolo sembrò riaccendersi un piccolo interesse; tra il 1876 e 1879, a seguito dei lavori di costruzione della cappella di San Catello nella cattedrale di Castellammare di Stabia, furono rinvenuti alcuni reperti risalenti sia al periodo precedente sia a quello successivo all'eruzione: infatti, a una profondità di circa sette metri, si ritrovarono iscrizioni, segmenti di strade e soglie di abitazioni, mentre a una profondità di circa tre metri furono trovati colonne, sarcofagi, affreschi e un pezzo di muro appartenuto a una conceria di pelli. Probabilmente dopo l'eruzione del Vesuvio in questa zona fu ricostruita, come testimonia anche un cippo, la strada che collegava Nuceria Alfaterna con Sorrentum, sul cui ciglio sorgevano diverse necropoli come dimostrano, oltre ai ritrovamenti stabiani, anche altri nei pressi di Vico Equense. Altro elemento d'interesse verso Stabia fu la pubblicazione nel 1881 da parte di Michele Ruggiero, direttore degli Scavi di Antichità del Regno d'Italia, di una raccolta che comprendeva diari di scavi, planimetrie, lettere e cartografie risalenti alle esplorazioni fatte alla fine del XVIII secolo.
Nel 1950 Libero D'Orsi, preside di una scuola media di Castellammare di Stabia e appassionato di archeologia, assieme a pochi operai, con non poche difficoltà sia a causa dello scetticismo dei proprietari terrieri, sia per problemi economici, ottenne la possibilità di effettuare degli scavi archeologici sulla collina di Varano, dove due secoli prima i Borbone avevano riportato alla luce le antiche vestigia della città romana di Stabia e dove alcuni anni prima, tra il 1931 e il 1933, in alcuni fondi agricoli erano riaffiorate parti di mura. Con l'aiuto delle mappe redatte durante gli scavi borbonici, a partire dal 9 gennaio 1950, vennero riportati alla luce alcuni ambienti di Villa San Marco e Villa Arianna e nel 1957 quelli di Villa Petraro, domus ritrovata per caso ma poi nuovamente interrata dopo alcuni anni di studio: le indagini procedettero per dodici anni fino a interrompersi definitivamente nel 1962 a seguito della mancanza di fondi; la notizia dei ritrovamenti archeologici fece in poco tempo il giro del mondo tanto che illustri visitatori, come Margherita d'Austria, la duchessa Elena d'Aosta, i reali di Svezia e gli ex sovrani della Romania, fecero visita alle rovine di Stabia. Durante questi anni una grande quantità di reperti fu rinvenuta, così come alcuni degli affreschi ritenuti più importanti furono staccati per consentirne una migliore conservazione: i quasi novemila reperti raccolti furono ospitati presso alcuni locali seminterrati della scuola media Stabia di cui Libero D'Orsi era preside; la possibilità di visitare questa mostra permanente è durata alcuni anni, poi a causa dell'inadeguatezza dei locali, l'Antiquarium stabiano è stato alla chiuso.
La prolungata mancanza di fondi ha provocato un effetto di stasi negli scavi durante tutto il periodo che va dagli anni sessanta alla fine degli anni novanta: nonostante tutto, spesso per motivi piuttosto casuali, si sono rinvenuti numerosi resti di ville e necropoli come nel 1963, quando fu scavata Villa Carmiano, poi sotterrata, nel 1967 riaffiorò parte del secondo complesso e della Villa del Pastore, sotterrata nuovamente nel 1970, oppure nel 1974 quando fu scoperta una villa appartenente all'ager stabianus, ma situata nell'attuale comune di Sant'Antonio Abate e il cui scavo non è stato ancora del tutto ultimato: oltre a queste ville, altre, specie quelle rustiche, furono scoperte in tutto l'ager stabianus, in particolar modo tra Santa Maria la Carità e Gragnano; tutte, dopo una breve esplorazione furono nuovamente sepolte. Nel 1980 a seguito del violento terremoto dell'Irpinia del 1980 parte del colonnato tortile del peristilio superiore di Villa San Marco fu quasi totalmente distrutto, senza considerare gli ingenti danni che le ville subirono: l'evento causò la chiusura al pubblico degli scavi, riaperti soltanto dopo quindici anni. Nel 1981 gli scavi entrarono a far parte della neonata Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia che comprendeva oltre al sito stabiano anche gli scavi di Pompei, Ercolano e Oplontis e sempre nello stesso anno, a seguito di lavori di asportazione di lapillo, fu rinvenuto parte del cortile di Villa Arianna, all'interno del quale erano presenti due carri per uso agricolo, di cui uno restaurato e successivamente esposto al pubblico. Nel resto degli anni ottanta si è proceduto soltanto a interventi di manutenzione e restauro, così come negli anni novanta, eccetto pochi eventi importanti, come il ritrovamento di alcune sostruzioni presso Villa Arianna nel 1994, la riapertura del sito archeologico al pubblico nel 1995 e il recupero di alcuni ambienti della palestra di Villa Arianna nel 1997.
Il nuovo millennio si è aperto con la fondazione di un'associazione onlus italo-statunitense chiamata Restoring Ancient Stabiae (RAS), che insieme alla collaborazione della Regione Campania e la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia hanno elaborato un progetto per la creazione di un parco archeologico destinato a far conoscere le ville stabiane e, allo stesso tempo, a garantirne la manutenzione e l'esplorazione. A supporto di questo progetto è nato anche il Vesuvian Institute, un istituto internazionale per l'archeologia che svolge funzioni sia ricettive che di polo di ricerca per studenti e archeologi impegnati nei vari tirocini e stage offerti dall'istituto stesso.
Nel 2003, in seguito a violenti acquazzoni, parte del costone della collina di Varano è franata portando alla luce alcuni ambienti, anche di notevole fattura, di una domus romana: si trattava di una villa di cui si ignorava l'esistenza, nemmeno segnalata nelle mappe borboniche; non si è ancora accertato se si tratta di una villa d'otium oppure di una semplice casa dell'antico abitato di Stabia, prima della distruzione da parte di Silla.
Il 2006 è un anno ricco di eventi: nel mese di giugno, a seguito di lavori di pulitura di una zona della collina di Varano sono stati riportati alla luce alcuni ambienti appartenenti alla Villa di Anteros ed Heraclo, costruzione già scoperta dai Borbone nel 1749 ma poi nuovamente seppellita ed andata perduta: purtroppo, a seguito della mancanza di fondi, lo scavo è stato nuovamente interrotto. Nel mese di luglio dello stesso anno, campagne di scavo promosse dalla RAS hanno fatto riaffiorare il peristilio superiore di Villa San Marco, con l'individuazione dell'angolo estremo, grazie alla presenza di una colonna angolare sempre in stile tortile: nelle vicinanze della colonna è stato ritrovato anche il primo scheletro umano di Stabia, probabilmente un fuggiasco rimasto vittima di un crollo; alle spalle del peristilio vennero scoperti anche tre cubicula. Queste scoperte hanno richiesto diversi anni di studio e indagini, effettuati con alcune tecniche all'avanguardia, non invasive del territorio, come l'utilizzo di magnetometri e georadar.
Nel 2008 sia Villa San Marco che Villa Arianna sono state interessate da esplorazioni che hanno riportato alla luce, nella prima villa, una serie di cubicula, due latrine e un giardino dove era posta l'entrata secondaria, mentre nella seconda è stato scoperto parte del grande peristilio che all'epoca romana affacciava direttamente sul mare. Nonostante però l'impegno delle diverse associazioni, spesso sono stati lanciati allarmi di denuncia nei confronti della poca manutenzione e pubblicizzazione del sito stabiano. Nel mese di giugno del 2008 è stato aperto il Museo diocesano sorrentino-stabiese, ubicato presso la chiesa dell'Oratorio a Castellammare di Stabia, il quale conserva numerosi reperti provenienti dalla necropoli sotterranea della cattedrale stabiese come lapidi, colonne, capitelli e suppellettili, ma anche reperti risalenti all'epoca rinascimentale: il museo ha riscontrato subito un buon successo di pubblico, toccando quota duemila visitatori nel giro di pochi mesi. Sempre a sostegno di una campagna di rilancio degli scavi stabiani è stato organizzato nell'estate 2008 a Villa San Marco uno spettacolo canoro del cantante Lucio Dalla.
Nel 2009 nuovi scavi hanno riportato alla luce un'antica strada romana che corre lungo il perimetro settentrionale di Villa San Marco; si tratta di una strada lastricata che collegava il borgo di Stabia con il lido sottostante: lungo tale arteria è presente in buone condizioni una porta di accesso alla città, la prima ritrovata, e lungo le mura sono disegnati una miriade di graffiti e piccoli disegni in carboncino. Dall'altro lato della strada è stato inoltre scoperto un quartiere termale di una nuova villa esplorata in parte in epoca borbonica. Nel corso dello stesso anno a Villa Arianna è riaffiorato un giardino considerato come il miglior conservato al mondo, mentre a Casola di Napoli, a pochi metri da una palazzina abusiva è riaffiorato un tratto di strada romana con l'ingresso ad una domus appartenente all'ager stabianus. Nel maggio 2010, durante i lavori per il raddoppio del binario della linea ferroviaria Torre Annunziata - Sorrento della Circumvesuviana, tra le stazioni di Ponte Persica e Pioppaino, è stata scoperta una villa risalente al I secolo: tra gli ambienti esplorati un reperto termale, un forno per la produzione di pane e diversi ambienti servili tutti finemente affrescati. Nel 2012, dopo due anni di lavoro, si sono concluse le opere di restauro delle ville sul pianoro di Varano, che hanno portato alla totale sostituzione delle vecchie coperture con nuove in legno, in modo da preservare maggiormente affreschi e mosaici ed alla sistemazione di copie delle pitture, nella loro posizione originale, asportate durante gli scavi borbonici e degli anni cinquanta.
Nel settembre 2020 è stato inaugurato il Museo archeologico di Stabia Libero D'Orsi, che sostituisce l'Antiquarium stabiano, realizzato all'interno della reggia di Quisisana a Castellammare di Stabia e che raccoglie i reperti degli scavi di Stabia e del circondario.

Emilia Romagna - Velleia, Antiquarium

 

L'Antiquarium di Velleia è un museo archeologico, situato a Veleia, frazione di Lugagnano Val d'Arda, in provincia di Piacenza, che raccoglie parte dei reperti provenienti dagli scavi archeologici dell'omonima città romana. Situato nell'ottocentesca palazzina della Direzione scavi illustra i momenti più significativi della storia del complesso veleiate.
Dal dicembre 2014 è stato gestito dal Ministero per i beni e le attività culturali tramite il polo museale dell'Emilia-Romagna, il quale nel dicembre 2019 è divenuto direzione regionale Musei. Dal 1º giugno 2024 afferisce invece al complesso Monumentale della Pilotta di Parma.
Un primo, piccolo antiquarium a Veleia viene realizzato nel 1953 sulle rovine del calcidico ad opera di Giorgio Monaco, direttore degli scavi tra il 1937 ed il 1957. Lo stesso Monaco, stante l'ampia quantità di reperti giacenti nei magazzini del museo archeologico nazionale di Parma, auspica la realizzazione di un secondo edificio per poterli ospitare.
Nel 1975 viene inaugurata, ad opera di Mirella Marini Calvani, appena diventata direttrice del museo archeologico nazionale di Parma, la nuova struttura espositiva, situata al primo piano della palazzina della direzione degli scavi, costruita durante la serie di scavi iniziata nel 1816. Nel suo primo allestimento la struttura ospita una serie di ritrovamenti preromani, un limitato numero di reperti di epoca romana, oltre ad alcune copie di materiali conservati a Parma, tra i quali i calchi della tabula alimentaria traianea, della Lex Rubria de Gallia Cisalpina e del cippo onorario di Lucio Sulpicio Nepote. Sono, inoltre, realizzate delle copie delle statue appartenenti al ciclo giulio-claudio esposte al museo della civiltà romana di Roma.
Nel 2010 l'antiquarium viene completamente riallestito con l'installazione di una nuova cartellonistica con pannelli e didascalie in tutta l'area archeologica, così come percorsi accessibili a disabili. All'interno dell'edificio sono realizzati una serie di vetrine a scomparsa per ottimizzare l'utilizzo dello spazio e dividendo il percorso in cinque macro aree tematiche: le sepolture preromane, l'area dei culti, l'area pubblica romana, l'area privata romana e, infine, l'area dei culti funerari romani. In occasione del riallestimento è stata restaurata la statua del Giove ligure, esposta nell'area dei culti.
All'interno dell'edificio sono presenti una serie di pannelli che riproduce gli antichi disegni degli scavi, alcuni reperti romani e preromani ed alcune copie di altri reperti veleiati tra cui le statue dei personaggi della famiglia imperiale giulio-claudia, la tabula alimentaria traianea e la lex Rubria de Gallia Cisalpina.
Il percorso espositivo si snoda attraverso cinque aree tematiche:
- materiale delle sepolture preromane
- l'area dei culti (con la statua del cosiddetto Giove Ligure)
- l'area pubblica romana, con il calco di Baebia Bassilla, le riproduzioni in gesso della Tabula alimentaria traianea e della Lex Rubria de Gallia Cisalpina, la stele del Venator e altro materiale architettonico proveniente dagli scavi)
- l'area privata romana
- culti funerari romani.


Lazio - Roma, Tempio della Pace



Il tempio della Pace (templum Pacis) era un antico edificio di culto a Roma, eretto per volere dell'imperatore Vespasiano tra il 71 e il 75. Dal IV secolo d.C. in poi ricevette la denominazione di foro della Pace (forum Pacis), il terzo in ordine cronologico dei cinque Fori Imperiali.
Si trovava accanto al foro di Augusto, separato solo dalla strada dell'Argileto, l'antica strada tra Foro Romano e Esquilino, risistemata poco dopo sotto Domiziano con la costruzione del foro Transitorio. Oggi i suoi resti sono in parte visibili da via dei Fori Imperiali, mentre alcuni suoi settori giacciono sotto di essa.
Definito dai contemporanei come una delle meraviglie del mondo (Plinio, Naturalis Historia XXXVI 102), venne fatto costruire sotto Vespasiano dal 74 d.C. e concluso da Domiziano. Il tempio venne inaugurato nel 75 dopo Cristo, dopo il trionfo per la guerra giudaica, e dedicato alla Pax Augusta dell'Impero, restaurata proprio dalla nuova dinastia flavia secondo la propaganda imperiale.
Settimio Severo restaurò il complesso dopo che questo fu gravemente danneggiato da un incendio nel 192.
Il complesso perse precocemente la sua funzione pubblica e già nel IV secolo gli spazi furono adibiti ad attività produttive, spostate qui dal vicino sito nel quale venne edificata la basilica di Massenzio.
Il foro era costituito da un vasto complesso di edifici per una superficie complessiva di circa 135x100 metri.
I resti di questo foro sono oggi molto scarsi, situati sul lato del Foro Romano (tracce di un ingresso monumentale) oltre via dei Fori Imperiali e incorporati nella chiesa dei Santi Cosma e Damiano.
La pianta del complesso ci è comunque nota grazie alla Forma Urbis Severiana, che era conservata proprio in questo complesso: la grande lastra marmorea rappresentante la pianta di Roma (agli inizi del III secolo) si trovava affissa su una parete di uno degli ambienti del foro della Pace. I fori delle grappe usate per il fissaggio delle lastre sono ancora visibili sulla parete esterna del convento dei Santi Cosma e Damiano.
Il Foro della Pace consisteva in una grande piazza quadrata sistemata a giardino, con portici su tre lati (laterali, decorati anche da nicchie, e posteriore), mentre il lato frontale era decorato da colonne in marmo africano lungo la parete, ricordando comunque un peristilio. Come di consueto, il lato opposto all'entrata principale era centrato tempio vero e proprio (aedes Pacis), circondato da una serie di aule simmetriche. Qui erano ospitate una biblioteca, le spoglie del sacco di Gerusalemme (col famoso tesoro del tempio di Salomone) e un vero e proprio museo pubblico, con una ricchissima serie di opere d'arte greche fatte trasportare qui da Vespasiano in seguito all'obliterazione della Domus Aurea dovuta alla damnatio memoriae dell'ultimo imperatore Giulio-Claudio.
La zona centrale era sistemata a giardino, con aiuole, podi decorati con fontane e statue (prima "rinchiuse" nella Domus Aurea neroniana).
Il tempio (aedes), con una sorta di pronao esastilo, un'aula absidata e l'altare nella piazza antistante, era di fatto inglobato nel portico, tranne la specie di avancorpo del pronao. Questo elemento, assieme alla presenza del giardino nella piazza, fu un elemento inconsueto per l'architettura cittadina, se non il primo sicuramente uno dei primi, ispirato forse a prototipi ellenistici orientali. In definitiva quindi la piazza veniva a configurarsi come un elemento del tempio stesso, "abbracciata" dai colonnati che da esso si dipanavano. In questo senso va spiegata la denominazione originaria di "tempio" anziché "foro".
Nel 2015 sono state ricostruite con i pezzi originali, tramite la tecnica dell'anastilosi, 7 colonne.


venerdì 7 novembre 2025

Sardegna - Pozzo sacro nuragico di Gutturu Caddi

 


Il Pozzo sacro nuragico di Gutturu Caddi (o pozzo sacro di Riu di Saliu o Riu Sabiu) è una struttura isodoma riferibile alle architetture nuragiche per il culto delle acque sviluppatesi in Sardegna, e che trovano loro massima espressione durante la prima Età del ferro.
Il pozzo sacro nuragico, assieme al Nuraghe e alla Tomba dei giganti, è ritenuto tra le opere più elaborate, esempio di maestria costruttiva isolana e testimonianza del profondo bisogno di spiritualità e religione delle genti sarde durante la civiltà nuragica.
Ubicato a circa 8 km a nord dell'abitato di Guasila, nella città metropolitana di Cagliari, sorge a quota 213 metri sul fondo di un canalone marginato da ripidi pendii e solcato dal modesto torrente stagionale denominato Riu Saliu. Il pozzo è parte di un abitato nuragico che comprende anche i resti di un secondo probabile pozzo, di alcune capanne e di un edificio a pianta rettangolare.
A 250 metri a nord/nord-est e con una quota di 307 metri, si sviluppa con una probabile relazione insediativa, il nuraghe complesso Accas (o Baccas).
Del pozzo, a pianta circolare (esterno m 4,70; interno m 3,10; altezza massima residua dal fondo m1,32), con muro a doppio paramento in opera isodoma in arenaria locale, si conserva la parete interna per un massimo di quattro filari del vano dell'acqua e tre conci a T del paramento esterno sul lato Ovest.
Nel filare inferiore, impostato direttamente sulla roccia naturale e raggiunto da scavi clandestini, è visibile la risega di fondazione che consente di ipotizzare la presenza di una conca raccolta acque scavato nella roccia stessa e oggi non visibile per la presenza di materiale di crollo e terriccio.
Per il cattivo stato del sito e le manomissioni degli scavi clandestini, allo stato attuale, è impossibile verificare la presenza di un vano scala presente invece in altri edifici votivi similari dell'isola.
Nonostante la scarsità di rilievi possibili e la totale assenza di indagini sul campo, l'architettura di Gutturu Caddi a Guasila mostra strette analogie con soluzioni tecnico-costruttive connesse con l'acqua e il suo approvvigionamento, quali il pozzo sacro di Predio Canopoli di Perfugas, il Santuario nuragico di monte Sant'Antonio di Siligo e il Santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri.


Sardegna - Pozzo sacro di Predio Canopoli, Perfugas

 

Il pozzo sacro di Predio Canopoli è un monumento nuragico situato all'interno del centro storico di Perfugas, nella città metropolitana di Sassari, antistante la chiesa parrocchiale di Santa Maria degli Angeli.
Risalente al periodo del Bronzo medio, fu scoperto casualmente nel 1923, durante operazioni di ricerca d'acqua effettuati dall'allora proprietario del predio Domenico Canopoli, e scavato l'anno seguente dall'archeologo Antonio Taramelli. Questo monumento rappresenta uno degli esempi più raffinati di architettura connessa al culto delle acque.
Le strutture murarie sono state realizzate in tecnica isodoma con conci di calcare perfettamente squadrati, estratti probabilmente dalle cave del vicino paese di Laerru. Secondo lo schema consueto al tipo di edificio, si compone di un atrio, una scala discendente e la camera del pozzo. L'atrio ha pianta rettangolare della larghezza di 270 cm e lunghezza di 188 cm, è dotato di pavimento lastricato e presenta in entrambe le pareti sedili in pietra lavorata. Al centro del vano è presente un ulteriore blocco di calcare lavorato, forse una mensa sacrificale, nel quale è stata ricavata una vaschetta ed una canaletta per il deflusso dei liquidi.
Sul fondo del vestibolo si accede alla stretta scala, composta da otto gradini, che conduce alla camera del pozzo, quest'ultima di pianta circolare e sezione troncoconica con un diametro di 170-160 cm ed un'altezza di 275 cm. La camera del pozzo, oggi svettata, probabilmente era in origine coperta a thòlos e con un'altezza stimabile in circa 4-4,5 metri.
Le pietre esterne al pozzo sacro presentano due bugne circolari in rilievo di incerto significato, destinate forse a facilitarne il trasporto o semplicemente con funzione ornamentale.
Il pozzo sacro fa parte di un complesso che comprende i resti di un recinto realizzato con grossi blocchi di trachite (themenos), edificato sulle rovine di un preesistente tempio a mégaron. Nelle immediate vicinanze sono inoltre presenti i resti di alcune capanne, con sovrapposizioni di abitazioni di età romana.
Negli scavi effettuati nel 1974 a cura dell'archeologo Giovanni Pitzalis, sono stati rinvenuti diversi oggetti di straordinario pregio e fattura fra i quali il famoso Toro, una statuina di toro in bronzo (VII-VI sec. a.C. ca.) conservata nel Museo archeologico ed etnografico di Sassari, ed un felino accosciato in osso, di manifattura fenicia (IX-VIII sec. a.C.).

Sardegna - Santuario nuragico di monte Sant'Antonio, Siligo

 

Il santuario nuragico di monte Sant'Antonio è un sito archeologico che si trova nel comune di Siligo, nella città metropolitana di Sassari. Il complesso, che si estende per una superficie di oltre due ettari, si trova nell'appendice settentrionale del tavolato di Monte Pelau, nella parte denominata monte Sant'Antonio nell'area a sua volta denominata Sa Cherchizza.
Il complesso presenta fasi dalla fine del bronzo medio all'età del ferro. Il sito ospita un tempio a pozzo incluse le opere di canalizzazione delle acque, un ampio piazzale lastricato, un tempio a base rettangolare, un edificio a corridoio ed alcune parti di mura ciclopiche. Inoltre vi sono i nuraghi Cherchizza A ubicato all'estremità occidentale del vasto santuario, lungo i margini dell'altopiano e, a 250 m. a SE il Cherchizza B.
Il sito avrebbe costituito un punto di riferimento per la popolazione di una vasta area di territorio. Dagli scavi effettuati nell'area sono stati recuperati dei manufatti in bronzo, fra cui una statuetta della dea madre, ma anche degli oggetti di ambra.
Negli anni 1988-89 il complesso è stato oggetto di scavi da parte di Fulvia Lo Schiavo e Anna Sanna, a seguito di devastanti episodi di vandalismo.


giovedì 6 novembre 2025

Campania - Alife

 

Alife è un comune italiano di 7 294 abitanti della provincia di Caserta in Campania. Antica sede vescovile documentata storicamente a partire dall'anno 499, ma sicuramente di fondazione precedente. Alife ha origine osca o sannita, coniava moneta propria come un didramma d'argento del IV secolo a.C. Fu a lungo in lotta con Roma, dal 343 al 290 a.C., venendo poi distrutta durante le guerre sannitiche. Numerose le sepolture di età sannitica rinvenute in località Conca d'Oro.
Alife fu in seguito riedificata come oppidum, con il caratteristico impianto romano, con decumano massimo e cardine massimo. Incorporata come praefectura sine suffragio nella repubblica romana, e poi municipium Romanorum, con governo proprio di decurioni, decemviri, questori, censori, edili e pontefici. Fu iscritta alla tribù Teretina. Le lapidi superstiti raccontano figure e ruoli dell'Alife romana, compresi consoli romani. Del Calendario alifano si conservano frammenti dei giorni 11-19 agosto e 22-29 agosto; interessa la menzione del Circo alifano, del quale, a differenza dell'anfiteatro e del teatro, si è persa ogni traccia.
La città romana, circondata da mura tuttora esistenti, rimase abitata per tutto il medioevo, nonostante assedi e saccheggi. Il vescovado alifano è antichissimo, il primo vescovo noto è Clarus in carica nel 499 e dopo un'interruzione riprende con Paolo subito dopo il 969. Una grande fioritura monastica interessò il territorio alifano dal 719 al 774 con la fondazione dei monasteri di S. Maria e S. Pietro a Massano, S. Maria in Cingla, S. Giovanni, S. Salvatore, ed altri minori come S. Nazario e S. Martino al Volturno.


Tra i resti di età romana sono da segnalare:
  • Centro storico, completamente circondato dal rettangolo delle Mura Romane di epoca sillana (I sec. a.C.), conserva la tipica conformazione urbana del castrum, strutturata su cardini e decumani. Il decumano maggiore (Via Roma - Via Napoli) e il cardine maggiore (via A. Vessella - Via G. Trutta) si intersecano in un punto centrale (Piazza O. Michi) detto "il Termine" e uniscono le quattro porte urbiche d'accesso alla città: Porta Beneventana (detta popolarmente Porta Napoli), Porta Venafrana (o Porta Roma), Porta San Bartolomeo (o Porta Fiume) e Porta degli Angeli (o Porta Piedimonte). Le due strade maggiori del centro storico, inoltre, lo suddividono in quattro rioni detti "Quarti": il Quarto di San Francesco, il Quarto del Vescovado, il Quarto di San Pietro e il Quarto del Castello. Le Mura sono rinforzate, lungo tutto il perimetro (che misura 540 × 410 m), da torrette, equidistanti tra loro, di forma semicircolare e rettangolare, alternate.
  • Criptoportico, imponente costruzione ipogea.
  • Mausoleo degli Acilii-Glabrioni, monumento funerario attribuita a questa nobile gens alifana, conosciuto anche come Torre di San Giovanni poiché è stato possesso dell'Ordine Gerosolimitano.
  • Anfiteatro, appena fuori dal circuito delle Mura, recentemente riportato alla luce.
  • Sepolcri, sono disseminati in tutto l'ager allifanus, lungo il percorso dell'antica Via Latina che attraversava la città e il suo territorio. Quelli meglio conservati sono quello detto "il Torrione", quello di "Via Campisi" e quello su cui è stato edificato il Santuario della Madonna della Grazia.
  • Parco delle Pietre, in Piazza S. D'Acquisto, conserva alcune epigrafi, pietre lavorate, sarcofaghi e resti di tombe del periodo romano. Nel giardino pubblico di Piazza della Liberazione si conserva anche un impluvium, proveniente da una domus romana. Lapidi, resti di mosaici, colonne, epigrafi e altro sono sparse in tutto il territorio. Nel giardino di un'abitazione privata in Piazza Vescovado sono visibili i resti del Teatro.
  • Area del Foro, è visibile sotto l'edificio che ospita l'Ufficio Postale in Via Anfiteatro.

Lazio - Roma, Tempio di Minerva Medica

 

Il cosiddetto tempio di Minerva Medica è un edificio romano situato in via Giolitti, nel rione Esquilino di Roma. L'imponente costruzione a cupola, ben visibile dai treni che transitano per la stazione Termini, risale presumibilmente all'inizio del IV secolo e si trova oggi stretta tra i binari ferroviari ed i palazzi costruiti alla fine del XIX secolo per il nuovo rione Esquilino.
L'edificio non è un tempio, come fu erroneamente creduto per lungo tempo, ma una sala monumentale entro il recinto di una lussuosa residenza extraurbana che occupava in antico la zona, tra la chiesa di Santa Bibiana e Porta Maggiore, sull'asse viario che usciva dalla Porta Esquilina; discusso se corrisponde al complesso degli Horti Liciniani o a quello degli Horti Pallantiani.
Fino alla metà del XVI secolo l'edificio fu fantasiosamente ritenuto intitolato ai filii adoptivi di Augusto, Gaio e Lucio Cesari (Basilica, thermae Gai et Luci) o ad Ercole Callaico (Terme Gallice), da cui deriva la corruzione popolare del toponimo in «Le Galluzze», «Galluccie» o «Galluce» attestato nella cartografia storica e nei trattati di erudizione.
Secondo Rodolfo Lanciani, la confusione che fece identificare il padiglione come tempio risale al XVII secolo, quando si attribuì a questi scavi una statua di Minerva con ai piedi un serpente (animale sacro ad Esculapio), trovata in realtà in Campo Marzio (ora ai Musei Vaticani). In verità la denominazione è anteriore, utilizzata già nel XVI secolo da Pirro Ligorio, che studiò l'edificio e ne disegnò la pianta indicandovi i luoghi di ritrovamento di statue e colonne. Ragione dell'equivoco potrebbe essere stata un'interpretazione delle fonti che indicavano un tempio di Minerva nell'area o il rinvenimento di un ricco corredo votivo nei pressi della vicina via Labicana.


La costruzione, a pianta centrale decagonale, era probabilmente un ninfeo, sebbene sia stata ventilata l'ipotesi di uno spazio a carattere termale, considerato il vasto ipocausto rinvenuto sotto una parte dell'aula principale, oppure di una sala triclinare. Il padiglione doveva probabilmente far parte di un più articolato complesso edilizio, forse di proprietà imperiale, con funzione di rappresentanza e di svago (specus aestivus).
A partire dal V secolo, in conseguenza del completo spopolamento della zona dell'Esquilino, esso rimase in stato di abbandono come isolata ed incongrua presenza monumentale nella campagna.
Nel corso del Rinascimento, poiché la sua struttura si presentava in buone condizioni di conservazione, il monumento fu oggetto d'interesse da parte di diversi architetti (Giuliano da Sangallo, Baldassarre Peruzzi, Sallustio Peruzzi e Palladio), che lo disegnarono indicandolo come modello per alcuni progetti fiorentini, in particolare quelli della rotonda della basilica della Santissima Annunziata e della Rotonda di Santa Maria degli Angeli di Filippo Brunelleschi. Pare che il Brunelleschi avesse studiato l'edificio durante i suoi viaggi a Roma proprio per escogitare il modo di costruire la cupola di Santa Maria del Fiore.
Nel corso del XVI secolo vi furono ritrovamenti di statue e reperti d'interesse artistico nei dintorni dell'edificio. Vasi metallici, medaglie e frammenti di statue furono rinvenuti in una vigna alle spalle del monumento, che si presentava parzialmente interrato e fu scavato per la prima volta sotto il pontificato di Giulio III (1550-1555) dal medico Cosmo Giacomelli. Alcuni reperti trovati in vari punti degli horti furono donati al papa per adornare Villa Giulia.
Nel 1828, dopo un periodo in cui il rudere - nonostante l'interesse di studiosi e artisti - continuò ad essere vittima di spoliazione di materiali, crollò buona parte della sommità della cupola. L'anno seguente un fulmine arrecò alla struttura ulteriori danni e l'edificio restò a lungo in abbandono con un peggioramento delle condizioni generali.
Tra il 1878 ed il 1879, durante i tumultuosi lavori di urbanizzazione che cambiarono drasticamente l'aspetto di tutto l'Esquilino, furono rinvenute alcune statue e pregevoli elementi di decorazione architettonica.
Più recentemente l'edificio, dopo aver ricevuto parziali restauri nel 1942 e nel 1967, è stato oggetto di una campagna di saggi e studi nel 2006 e di interventi complessivi di consolidamento negli anni successivi, in attesa di una sua possibile e prossima apertura al pubblico.
L'edificio consiste in una vasta sala a pianta decagonale coperta da una cupola sostanzialmente emisferica ma con centro ribassato, che - con il suo diametro di 25 metri - è la terza a Roma per dimensioni, dopo il Pantheon e le Terme di Caracalla.
Su nove lati del perimetro si aprono delle nicchie semicircolari, non tutte conservate, che sporgono esternamente e che forse ospitavano statue, mentre sul decimo lato, a nord, si trova l'ingresso sovrastato da un arco a tutto sesto. In tal modo la cupola appoggia sostanzialmente su dieci pilastri posti ai vertici del decagono.
I muri perimetrali sono in opus latericium e risalgono, da un'analisi dei bolli dei mattoni, all'epoca di Massenzio e di Costantino I. Alcune strutture accessorie in opus vittatum con alternanza di mattoni e tufelli, conservate per un'altezza di circa un metro, risalgono probabilmente ad una fase costruttiva poco posteriore e costituiscono le testimonianze materiali superstiti di un nucleo edilizio annesso alla grande sala (vano biabsidato a nord, grande esedra a est), oltre che d'un intervento di consolidamento strutturale della cupola di poco successivo alla sua costruzione (due contrafforti esterni a sud). I collegamenti con il resto del complesso dovevano avvenire tramite alcune delle nicchie che in origine erano aperte da colonnati.

Sopra gli arconi delle nicchie si trova il tamburo decagono con contrafforti negli angoli e dieci finestroni. La forma decagonale passa in modo impercettibile, tramite una piccola cornice, al perimetro circolare della cupola, solo in parte conservata, che è realizzata con l'impiego di calcestruzzo ad alta specializzazione disposto con stratificazione orizzontale e progressivamente alleggerito con caementa di pomice in corrispondenza del cervello della volta (cfr. Pantheon). La struttura presenta, inoltre, nervature radiali in laterizio a scopo di generale irrobustimento e ripartizione dei carichi, mentre l'esistenza di un occhialone (oculus) al cervello della cupola è solo ipotetica.
L'apparato decorativo è stato oggetto di spoliazioni durate secoli, al pari della maggior parte degli edifici della Roma imperiale. La cupola era originariamente rivestita da mosaici in pasta vitrea, poi ricoperti da un sottile strato d'intonaco; sui pavimenti erano mosaici e opus sectile realizzato con porfido ed altri vivaci marmi colorati, mentre le pareti, movimentate da elementi di decorazione architettonica quali trabeazioni, lesene e colonne forse d'ordine corinzio, erano rivestite con lastre di marmo (crustae) allettate nella classica preparazione di malta e frammenti di coccio (cocciopesto). L'esterno della cupola è costituito da cinque gradoni in pietra e tufo.
Le sculture

Tra il 1878 e il 1879 furono rinvenuti nell'area dell'edificio numerosi reperti archeologici, tra cui anche pezzi di statue reimpiegati come materiale da costruzione all'interno di alcune murature tardo antiche di tamponatura. Ricomposte da numerosi frammenti, le statue costituiscono oggi un importante nucleo scultoreo all'interno dei Musei Capitolini nella sede della Centrale Montemartini.
Le sculture più importanti sono un Dioniso con pantera, un satiro danzante, una fanciulla seduta e soprattutto i due magistrati rappresentati nell'atto di dar inizio alle gare, nei quali un'ipotesi molto suggestiva riconosce Quinto Aurelio Simmaco e suo figlio Memmio.
Per la cupola accennata a tondo è un esempio precursore degli edifici ecclesiastici bizantini a pianta centrale, come Santa Sofia a Costantinopoli, contrapposti al modello rettangolare delle basiliche romane (a Roma l'esempio "cristianizzato" più noto di mausoleo a pianta centrale è rappresentato dal mausoleo di Santa Costanza).

Lazio - Villa dei Sette Bassi


La Villa dei Sette Bassi è una vasta area archeologica compresa tra la via Tuscolana e la via di Capannelle, appartenente al Parco archeologico dell'Appia Antica. L'accesso al sito è da via Tuscolana 1700, dove un lungo viale alberato conduce a un casale edificato attorno ai primi del Novecento quando l'area apparteneva alla tenuta agricola della famiglia Torlonia. Al momento l’area è visitabile solo su richiesta o in occasione di aperture straordinarie.
Nell’area archeologica si conservano i resti di quella che doveva essere una delle più grandi e magnifiche ville della campagna romana dopo quella appartenuta ai fratelli Quintili. Gli imponenti resti, sopravvissuti alle razzie volte al recupero di materiali edilizi e di pregio destinati al mercato antiquario, hanno ricevuto già nel Settecento l’attenzione di studiosi come Gavin Hamilton. La consistenza delle rovine era tale da farla ritenere una città a sé stante da cui l'epiteto 'Roma Vecchia'. A seguire nuovi studi furono condotti da Thomas Ashby e dall’architetto Nicolae Lupu, che contribuì alla realizzazione del plastico della Villa per la Mostra Augustea della Romanità (1937-1938), oggi in mostra al Museo della civiltà romana all’Eur.
La grande villa monumentale a padiglioni fu costruita al tempo di Antonino Pio (138-161) su un pianoro collinare all'altezza del V-VI miglio della via Latina e fu certamente abitata fino al IV secolo, e mantenuta con altri restauri per altri due secoli fino al VI sec. d.C. Durante la seconda guerra mondiale le strutture furono gravemente danneggiate in particolare nel corso del bombardamento eseguito dall’aviazione britannica nel 1944 per colpire Cinecittà.
Non c'è accordo tra gli studiosi sull'origine del toponimo 'Sette Bassi', in uso fin dall'Alto Medioevo, e derivato verosimilmente dall'imperatore Lucius Septimius Bassianus detto Caracalla e non da Settimio Basso, prefectus urbis al tempo dell'imperatore Settimio Severo (193-211). Sembra in effetti che l'imperatore Caracalla avesse accorpato in un unico vasto fondo imperiale la villa dei Sette Bassi e la villa dei Quintili.
La zona residenziale si componeva di tre corpi edilizi contigui, risalenti a tre fasi diverse ma in rapida successione cronologica. I tre edifici si dispongono attorno ad un giardino cinto da portici. L'edificio più orientale (noto come edificio A) venne costruito all'inizio del regno di Antonino Pio con una struttura tradizionale: 50 metri per lato, un peristilio quadrato a nordovest di circa 45 metri per lato. La pianta è compatta, senza finestre rivolte all'esterno. Il secondo edificio nasce a sud-ovest del peristilio precedente, dove venne inglobato nel 140-150; ha una lunghezza di 45 m per 25 m di larghezza, e aveva una rotonda panoramica rivolta a sud. Si tratta di una struttura legata al lusso, con sale da cerimonia. La terza struttura è attribuita alla fine del regno di Antonino Pio, ed è la più grande e sfarzosa, con aule termali e grandi sale a più piani. Una grandiosa fronte finestrata, alta quattro piani, era ancora visibile fino a quando un forte temporale nel 1951 non la fece crollare definitivamente.
Il grande ippodromo-giardino di forma rettangolare, largo 95 m per 327 m, terrazzato e cinto da un criptoportico, doveva contenere al suo interno specchi d’acqua, viali, costruzioni ornamentali, statue, fontane.


Il fabbisogno idrico del complesso era soddisfatto per mezzo di una ramificazione dall’acquedotto Anio Novus che alimentava un complesso sistema di cisterne di cui una a due piani.
L’accesso originario della villa doveva essere nell’area sud-ovest, dove sono resti di ambienti riccamente decorati in prossimità del diverticolo proveniente dalla via Latina.
A nord-est della villa era verosimilmente la pars rustica della villa, mai indagata in modo sistematico. Era il luogo dove abitava la popolazione rurale e dove aveva luogo gran parte delle attività domestiche e agricole. Nell’area sono visibili i resti del cosiddetto ‘tempietto’ oggi identificato con un ninfeo.



mercoledì 5 novembre 2025

Lombardia - Fornaci romane di Lonato del Garda


Le fornaci romane di Lonato del Garda sono un sito archeologico, situato in località Fornaci dei Gorghi, nel comune di Lonato del Garda, in provincia di Brescia.
Si tratta di un quartiere artigianale di epoca romana risalente al I-II secolo in cui sono presenti sei fornaci di diversa dimensione, utilizzate per la produzione di laterizi.
Nel 2002 accanto ai reperti è stato rinvenuto un altro manufatto, utilizzato per gli stessi scopi, risalente al XIV secolo.
Altri siti presenti nel bresciano per fabbricazione di laterizi in epoca romana si trovano ad Adro, Gavardo, Serle e Mompiano, quartiere di Brescia.

Piemonte - Anfiteatro di Ivrea


L'anfiteatro di Ivrea è un anfiteatro romano costruito ad Eporedia, situato nei pressi dell'attuale centro storico di Ivrea (TO).
L’anfiteatro della colonia romana di Eporedia (l'attuale Ivrea) venne costruito a metà del I secolo d.c. nei pressi della strada per Vercelli. Si pensa che potesse ospitare più di diecimila spettatori. Per la sua costruzione dovette essere parzialmente demolita una villa preesistente, della quale alcune strutture murarie furono inglobate nell'anfiteatro.
I resti dell'anfiteatro, la cui presenza è nota a partire dai primi anni del Novecento, furono scavati in modo sistematico tra il 1955 e il 1964. L'indagine venne estesa nei primi anni ottanta alla villa adiacente, della quale sono per ora stati esplorati solo alcuni locali. Nel corso di queste campagne di scavo furono portate alla luce, oltre alle strutture murarie, anche tracce di decorazioni murarie, monete, vasellame e resti di statue. Alcuni di questi reperti sono oggi esposti nelle sale del Museo civico Pier Alessandro Garda di Ivrea.
Si tratta di un anfiteatro ellittico con un asse maggiore di 65 metri. Oltre ai resti dei muri perimetrali è ancora presente un cunicolo che consentiva il passaggio diretto di gladiatori e fiere dagli spalti al centro della cavea. Alle estremità dell'asse maggiore erano presenti due ingressi per gli spettatori. Il podio era decorato con lastre di bronzo borchiate.
Il teatro è sempre visibile dall'esterno della rete di recinzione dell'area archeologica. La visita dall'interno è possibile in particolari momenti dell'anno (es. alcune Giornate del Patrimonio organizzate dal FAI)[3] oppure previo accordo con il comune di Ivrea o la Sovrintendenza per i beni archeologici del Piemonte. All'esterno della recinzione sono presenti alcuni pannelli descrittivi.

CIVILTA' - Filistei

 

I Filistei furono un antico popolo del bacino del Mediterraneo che abitò la regione litorale della terra di Canaan, pressappoco fra l'attuale capitale dello Stato di Palestina, Gaza e Tel Aviv (gli archeologi hanno messo in luce a nord di questa città, nel sobborgo di Tell Qasile, le rovine d'una città filistea).
Da loro prende il nome dello Stato della Palestina.
I Filistei furono una popolazione che si stanziò attorno al 1200 a.C. nella regione storica della Palestina (al tempo sarebbe stata nota come una regione meridionale di Canaan), appena a sud del neoformato Regno Unito di Israele; alcune ricerche archeologiche indicherebbero che la loro popolazione nel XII secolo potesse ammontare a 25000 individui e che fosse diventata di 30000 nel secolo successivo.
Archeologicamente potrebbero essere identificati con il popolo dei Peleset, citato nelle iscrizioni egiziane di Medinet Habu tra i Popoli del Mare che attaccarono l'Egitto durante il regno del faraone Ramses III, circa nel 1177 a.C. Un consistente indizio della loro origine egea sarebbe l'elmo piumato e le armi di tipo acheo, da loro indossate nelle raffigurazioni.
La stessa Bibbia sottolinea la diversità etnica dei Filistei rispetto al popolo d'Israele: nel libro del profeta Amos, i Filistei sarebbero originari di "Kaftor", un territorio che la maggior parte degli studiosi moderni assimilerebbe alla "Keftiu" dei geroglifici egiziani di Amarna, e cioè all'isola di Creta. Nel 1966, infatti, l'archeologo tedesco Elmar Edel ha pubblicato alcuni testi del tempio del faraone Amenofi III che localizzerebbero in Keftiu le città cretesi di Cnosso, Festo e Amnisos e, in altre aree vicine, la città di Micene e l'isola di Citera. Anche nel testo ebraico del libro di Geremia, i Filistei sarebbero indicati come "popolo di Cretesi" e i "superstiti di Kaftor". L'identificazione è resa certa da Amos 9:7 ed Ezechiele 25:16, che usa il termine "Cretei" nel corso d'un oracolo di maledizione contro i Filistei. Tuttavia, il fattore decisivo che dimostra archeologicamente l'origine egea, o – molto più probabilmente – micenea, dei Filistei è il rinvenimento, nelle aree oggetto di scavo, di ceramica importata del tipo definito del tardo Miceneo IIIb negli strati precedenti al 1200 a.C. e la produzione in loco della ceramica micenea del tipo IIIc (submicenea) negli strati successivi.
Un'opera egiziana redatta intorno al 1100 a.C., l'onomastico o "insegnamento di Anememope", documenta la presenza dei "Peleset" sulla costa palestinese, nei luoghi che la Bibbia descrive come abitati dai Filistei. Dopo la sconfitta subita dal faraone Ramses III, infatti, questi ultimi, insieme ad altri Popoli del Mare, sarebbero stati autorizzati a stanziarsi in tale territorio, comunque sottoposto al dominio egiziano.
Giovanni Garbini, il biblista che sostiene maggiormente l'importanza del popolo filisteo nel bacino del Mediterraneo dell'età del bronzo finale, giunge ad affermare che, a suo parere, «per circa due secoli (l'XI e il X a.C., n.d.r.) il Mediterraneo fu probabilmente un mare in gran parte filisteo». Garbini è del parere che i rinvenimenti di ceramica submicenea sul suolo italiano (Frattesine, Torcello, Campo di Santa Susanna presso Rieti, vari siti della Sardegna e della Sicilia, ecc.) dimostrerebbero la diffusione, in età protostorica, della cultura filistea nella penisola italiana e nelle isole. Da non sottovalutare le affinità con alcuni guerrieri riprodotti nei bronzetti sardi, iconograficamente simili ai guerrieri Peleset raffigurati nelle testimonianze egizie.
Sebbene i Filistei abbiano adottato molto rapidamente la cultura e la lingua dei Cananei, una loro origine indoeuropea è stata suggerita sulla base delle pochissime parole della lingua filistea originaria sopravvissute, che mostrano radici indoeuropee.
Dopo l'abbandono della loro lingua originaria, i Filistei parlarono una lingua cananaica (gruppo appartenente alle lingue semitiche e che comprendeva diverse lingue della regione, tra cui il fenicio e l'ebraico); dopo la perdita dell'indipendenza adottarono, come tutte le popolazioni dell'Israele antica, l'aramaico, non distinguendosi più dal resto dell'area nella successiva evoluzione linguistica.
Lo scoppio della terza guerra giudaica (Rivolta di Bar Kokhba, 132-135) si concluse con la costituzione della provincia di Syria Palaestina, la distruzione di Gerusalemme e l'edificazione, al suo posto, della colonia di Aelia Capitolina, così chiamata in onore dell'imperatore Adriano.
Si usa parlare di "Pentapoli filistea" per indicare il gruppo di cinque città-stato filistee più importanti (almeno secondo il giudizio della Bibbia), situato lungo il litorale e nell'immediato entroterra. Benché la Bibbia collochi questa strutturazione politica all'epoca dei Giudici (XIII secolo a.C.), è più probabile che essa registri una situazione molto più recente, com'è dimostrato dal fatto che l'archeologia ha scoperto che il sito di Ekron si è sviluppato pienamente solo a partire dal VII secolo a.C.
Il termine filisteo per "re" preservatoci dalla Bibbia, seren (plurale seranim), è una delle poche parole filistee superstiti, ed è stato messo in collegamento etimologico col termine greco tyrannos ("re"): è uno degli indizi che sostengono l'origine indoeuropea dei Filistei.
I Filistei riuscirono ad avere la meglio sulle popolazioni cananee ed israelite grazie all'adozione di armi in ferro, mentre i loro nemici avevano ancora armi di bronzo.
La Bibbia conserva una memoria di questo periodo di predominio politico ed economico, reso possibile dalla superiorità tecnologica, in 1 Samuele 13:19-21:
(19) Allora non si trovava un fabbro in tutto il paese d'Israele: "Perché – dicevano i Filistei – gli ebrei non fabbrichino spade o lance".
(20) Così gli Israeliti dovevano sempre scendere dai Filistei per affilare chi il vomere, chi la zappa, chi la scure o la falce.
(21) L'affilatura costava due terzi di siclo per i vomeri e le zappe ed un terzo l'affilatura delle scuri e dei pungoli.

Nelle rappresentazioni egizie dei popoli del Mare, i guerrieri Filistei indossano elmi con cimieri piumati, possibili corazze di bronzo, o comunque rinforzate da elementi in bronzo, scudi tondi di stile Egeo, spade e lance di varie fattezze probabilmente anche in ferro.
Secondo la Bibbia, al termine di queste guerre il regno israelitico riuscì a sconfiggere i Filistei. Ma se fu vero che il neonato regno israelitico riuscì ad eliminare il dominio filisteo sull'entroterra, d'altro canto, come la stessa Bibbia attesta, le città-stato filistee non persero né la loro indipendenza né il controllo sul territorio costiero fino all'epoca della conquista assira.
L'economia dei Filistei si basava sulla produzione di prodotti mediterranei, come grano, vino ed olio (quest'ultimo attestato dal rinvenimento di stabilimenti di produzione dotati di macine in pietra) e sull'artigianato (tessile, metallurgico del ferro, ceramico).
Paradossalmente, nonostante la posizione affacciata sul mare, il commercio marittimo non sembra avere avuto un ruolo di rilievo, forse per la concorrenza meglio organizzata dei fenici. Tuttavia, sotto gli assiri, Gaza fiorì come porto terminale delle "carovane del deserto" provenienti dall'Assiria.
Quando i Filistei, fondendosi con la popolazione cananea preesistente, ne adottarono il pantheon, scelsero (come tutti i popoli loro vicini) una divinità in particolare quale loro "dio nazionale": Dagon, il padre di Baal. Questa divinità, denominata Ba' al Zəbûl, Il signore della Soglia (dell'Aldilà), è entrata a far parte della mitologia ebraica, cristiana ed islamica con il nome con cui la definisce la Bibbia, tramite uno sprezzante gioco di parole: Ba' al Zebub, "Il signore delle mosche". Da qui deriva il nome dell'entità diabolica suprema: Belzebù, uno dei "sette prìncipi dell'Inferno", identificato anche dalla tradizione cristiana come un demone.
La Bibbia parla di un tempio dedicato a Dagon ad Ekron (a soli 35 km da Gerusalemme), descrivendolo come un tempio cananeo puntellato da due pilastri centrali. La narrazione biblica descrive infatti l'atto di Sansone che, ottenuta da Yahweh una forza sovrumana, abbatte i due pilastri, provocando il crollo dell'intero tempio. Sansone muore schiacciato assieme ai Filistei presenti nel tempio di Dagon. Da qui il celebre detto "Muoia Sansone con tutti i Filistei".
In campo artistico, i Filistei produssero ceramiche rosse e nere con decorazioni a carattere geometrico o stilizzate. Altri capolavori filistei sono statuette in terracotta raffiguranti Astarte conservate al museo di Gerusalemme.
Secondo la narrazione della Bibbia, verso il 1150 a.C., gli israeliti entrarono in conflitto con i Filistei dopo aver conquistato già la maggior parte del Paese di Canaan ma, non riuscendo a sconfiggerli, si stabilirono più a nord sulle terre dei Cananei.
Da indizi contenuti nella stessa narrazione biblica si evince come in realtà i Filistei, oltre a controllare saldamente il litorale da Gaza all'attuale Tel Aviv, abbiano esercitato una sorta di protettorato sull'altipiano e l'entroterra. L'archeologia conferma del resto che all'epoca in cui la Bibbia colloca il re Davide, il secolo X a.C., oggetti di produzione filistea erano sempre più diffusi sull'altipiano abitato dagli israeliti.
La Bibbia stessa racconta del futuro re Davide, che dovette servire come mercenario nelle truppe di un sovrano filisteo Achis di Gat, e delle sconfitte inflitte agli Israeliti dai Filistei, una delle quali - sempre secondo la narrazione biblica - li portò a catturare addirittura l'Arca dell'Alleanza e ad esporla come trofeo nel tempio di Dagon.
Sempre secondo la narrazione della Bibbia dal 1080 a.C. al 931 a.C., sotto la guida del re Saul prima e del re Davide poi, gli Israeliti dapprima contennero e poi sconfissero i Filistei sull'altipiano. La storia di Davide che sconfigge il leader gittita Golia simboleggia letterariamente la sconfitta finale dei Filistei, la quale impedì l'invasione d'Israele da parte di essi, ma non la loro esistenza. Ciò fino alla loro sconfitta da parte degli Assiri di Tiglatpileser III, nel 732 a.C.
Da questo momento i Filistei condivisero il destino dei popoli sottoposti all'impero assiro.
La Bibbia menziona ancora i Filistei in Ezechiele 25:16, Zaccaria 9:6, e 1 Maccabei 3–5, cosa che dimostra l'esistenza di un qualche tipo di loro identità ancora in epoca neo-babilonese. Comunque, entro la fine del V secolo a.C. la fusione dei Filistei con le popolazioni locali era ormai conclusa. Assieme a queste popolazioni i discendenti dei Filistei da un lato subirono il processo di ellenizzazione, e dall'altro furono in gran parte convertiti a forza all'ebraismo dagli Asmonei, scomparendo definitivamente dalla storia in questo duplice processo di assimilazione.
Alcuni secoli dopo la scomparsa dei Filistei, l'imperatore romano Adriano ribattezzò la Giudea come Palestina (con il nome degli antichi nemici degli ebrei) per vendicarsi della rivolta giudaica (135 d.C.): "Palaestina" è la forma "romanizzata" dell'antica denominazione biblica "Filistia"; deriva dal termine Peleshet, che significa "terra dei Filistei". Il nome "Filistia" era tuttavia un toponimo già noto, introdotto da Erodoto e già utilizzato dai Greci.
Uno studio pubblicato nel 2019 su scheletri trovati ad Ascalona condotto da un team interdisciplinare di studiosi del Max Planck Institute for the Science of Human History e della Leon Levy Expedition ha scoperto che i resti umani trovati ad Ashkelon, identificati come "Filistei" vissuti nell'età del Ferro, derivavano la maggior parte della loro ascendenza dal bacino genetico locale levantino, ma con una certa quantità di DNA derivato anche da una fonte proveniente dall'Europa meridionale. Il dato genetico conferma così le precedenti testimonianze storiche e archeologiche di un evento migratorio dall'Europa meridionale, ma che non avrebbe lasciato un impatto genetico di lunga durata nella popolazione della regione.



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