Il
Mosaico del Nilo è un mosaico conservato
nel Museo archeologico nazionale di Palestrina.
Scoperto tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento
all'interno della cosiddetta aula absidata del Foro
Civile dell’Antica Praeneste, adibita allora a cantina del vecchio
Palazzo Vescovile.
Molto probabilmente
venne ritrovato tra la fine del XVI e gli inizi del XVII sec.
all'interno della cantina del vecchio Palazzo Vescovile.
Nel 1625 il Vescovo di Palestrina, Cardinale Andrea Baroni
Peretti Montalto, resosi conto dell'importanza di quel mosaico, lo
fece staccare dal pavimento, poi lo fece dividere in pezzi quadri, e
infine diede ordine di trasportarlo a Roma. In cambio del Mosaico del
Nilo, il Cardinale donò alcuni paramenti alla sagrestia
della Cattedrale di Sant’Agapito.
Quando
il feudo di Palestrina fu acquistato dalla Famiglia Barberini nel
1630, il Cardinale Francesco Barberini, grande collezionista di opere
d'arte, fece di tutto per entrare in possesso del Mosaico. Ci riuscì
nel 1635 grazie allo zio materno, il Cardinale Lorenzo
Magalotti, che a sua volta lo aveva ricevuto in dono dall'Abate
Francesco Peretti, erede del Cardinale Andrea.
Il Mosaico fu fatto
restaurare da Battista Calandra, rinomato mosaicista e autore di
alcuni mosaici della Basilica di San Pietro.
Nel 1640 l'opera restaurata fu riportata a Palestrina e collocata
nella sua posizione originale, in quell’aula absidata che
intanto era stata fatta restaurare dal Principe Taddeo
Barberini.
Ma quella
sistemazione non si dimostrò la migliore. Infatti l'oscurità e
soprattutto l'umidità dell'aula resero necessario un secondo
restauro. Nel 1853 il Principe Francesco Barberini affidò l'incarico
al Cavalier Giovanni Azzurri, professore di architettura
dell'Accademia di San Luca e architetto di casa Barberini. Così il
Mosaico venne diviso in 27 lastre di varia grandezza e riportato a
Roma per il restauro.
Tornate
di nuovo a Palestrina, le lastre furono ricomposte su un piano
leggermente inclinato in una delle sale del Palazzo Colonna
Barberini.
Nel
1943, il Soprintendente alle Antichità del Lazio, Salvatore
Aurigemma, d'accordo con la Principessa Maria Barberini, decise di
far trasportare il Mosaico di nuovo a Roma, per timore che gli eventi
bellici potessero danneggiarlo.
Finita
la Seconda Guerra Mondiale, il Mosaico del Nilo sarebbe dovuto
tornare immediatamente a Palestrina. Ma secondo il Soprintendente
Aurigemma la sua ricollocazione su quello stesso piano lievemente
inclinato, dove era già stato posizionato tra il 1855 e il 1943, non
era più accettabile. Per ammirare la bellezza del mosaico prenestino
era necessario ripensarlo in posizione verticale, come fosse un
meraviglioso quadro da appendere alla parete. Ma per questo nuovo
restauro era necessario un finanziamento rilevante, difficilmente
reperibile dallo Stato, che in quel periodo era impegnato nella
ricostruzione del Paese. Fu un contributo privato che permise la
realizzazione di quest'impresa.
Nel 1952 la storica società cinematografica Ponti-De Laurentis, che
in quell'anno produceva anche il primo film a colori girato in
Italia, propose alla Soprintendenza la realizzazione di un
documentario a colori sul mosaico di Palestrina per la regia di Gian
Luigi Rondi, grande critico cinematografico e documentarista,
divenuto in seguito presidente dell'Ente David di Donatello. La
proposta fu accettata da Aurigemma, ma a una condizione: la società
cinematografica si sarebbe dovuta fare carico di tutte le spese del
restauro. I lavori iniziarono nell'estate del 1952. Oltre a catturare
la bellezza del Mosaico del Nilo, le telecamere ripresero anche le
varie fasi del restauro. Il documentario, intitolato Il Nilo di
Pietra, fu completato nel 1954.
Nel 1956 fu
definitivamente collocato all'interno del Museo Archeologico
Nazionale di Palestrina.
Nonostante i
numerosi restauri, la grande scenografia del Mosaico del Nilo ha
conservato una singolare delicatezza nei colori, illuminati da una
sorprendente luce che accende e spegne rocce e figure, alberi e
animali, una luce che sfiora le acque del Nilo e diventa il filo
conduttore di tutta la rappresentazione.
Il mosaico raffigura con visione unica "a volo d'uccello"
il territorio dell'odierno Sudan e dell'Egitto; la scena
parte dalle regioni selvagge dell'Alto Egitto. oggi Sudan, si dipana
lungo il corso del fiume, per arrivare al popoloso delta del Nilo,
con la città greca di Alessandria, nel Basso Egitto. Le vicende si
svolgono in epoca romana, con le scene tipiche e le celebrazioni che
si facevano al momento della piena del fiume Nilo.
In alto sono raffigurati i monti ancora selvaggi dell'Alto Egitto,
con i pigmei o i kushiti dalla pelle scura, che cacciano le
molte fiere ivi presenti, vere e mitologiche, come leoni, tigri,
scimmie, ippopotami, coccodrilli e la sfinge, alcune
indicate con il loro nome. Scendendo verso il basso le persone hanno
la pelle più chiara e appaiono templi con obelischi e un nilometro e
case con ibis sacro sui tetti.
Al
centro del mosaico ci è una grande città murata con palazzi e un
grande ingresso monumentale, attorniato da 4 statue gigantesche di
faraoni, probabilmente Tebe. La presenza di un'aquila imperiale sopra
l'ingresso fa capire che siamo in epoca romana. La popolazione egizia
vive su isolotti, in capanne di canne, da la caccia agli ippopotami,
si sposta su navi e barchette di papiri intrecciati di pescatori,
negli isolotti alleva pesci e uccelli. Sotto un gazebo intrecciato e
fiorito gli egizi allestiscono una tavolata per festeggiare la piena,
dono di Iside, che porta fertilità ai campi.

In
fondo al mosaico, cioè arrivati nel delta del Nilo, si vede un
canale o forse lo sbocco sul mare, con altre imbarcazioni, tra cui
una snella nave militare con soldati. Appaiono imponenti templi
addobbati e palazzi in stile greco, dove vi sono gruppi di soldati. I
sacerdoti stanno svolgendo delle solenni funzioni, portando in
processione statue e doni votivi nei templi, alludendo alla città
di Alessandria d'Egitto.
Fin dalla sua
scoperta il Mosaico del Nilo ha suscitato l'interesse di numerosi
studiosi che, pur riconoscendo l'Egitto nella rappresentazione, sono
in disaccordo riguardo all'interpretazione.
Secondo il cardinale francese Melchior de Polignac, a cui si
deve il merito di aver rilevato per primo che il Mosaico
rappresentava l'Egitto, esso rappresenta il viaggio di Alessandro
Magno al Tempio di Giove Ammone, scriveva che la parte superiore
del quadro, dove sono raffigurati dei cacciatori neri con delle
belve, rappresenta l'alto Egitto; dove invece il Nilo, lasciati i
monti, scorre verso la pianura e forma il delta sono rappresentate le
città di Eliopoli e Menfi. Secondo Polignac si trattava dei luoghi
toccati da Alessandro Magno durante i suoi viaggi in Egitto. Nella
scena in basso a destra, dove sotto un padiglione sono raffigurati un
condottiero con dei guerrieri e una figura femminile, Polignac vedeva
Alessandro Magno incoronato dalla Vittoria. L'uomo che sulla prua di
una nave da guerra stende la mano ad Alessandro, come a chiedere la
pace, sarebbe Astace, governatore di Menfi.

Il padre gesuita
Giuseppe Rocco Volpi, dopo aver detto che gli obelischi, i sepolcri,
i coccodrilli e gli altri animali dimostrano senza dubbio che il
mosaico rappresenta l'Egitto, si soffermava sulla scena del
padiglione con il condottiero e i soldati, confutando la tesi di
Polignac che li vuole identificati in Alessandro Magno e i suoi
soldati. Per lui le armature indossate dal gruppo sotto il padiglione
non sarebbero macedoni ma romane.
Il filosofo e
storico francese Jean Baptiste Dubos credeva che il grande quadro
musivo non fosse altro che una specie di carta geografica
dell'Egitto, per abbellire la quale l'antico artista ha rappresentato
varie vignette, come nel XVII secolo facevano i geografi per riempire
gli spazi vuoti delle loro carte. Tali vignette sarebbero tutte le
singole scene che nel Mosaico del Nilo rappresentano uomini, animali,
edifici, battute di caccia e cerimonie legate all'antico Egitto.
Secondo l'archeologo
francese Jean Jacques Barthelemy il Mosaico venne realizzato durante
i primi secoli dell'Impero, e in esso deve intendersi rappresentato
il soggiorno di Adriano in Egitto. Barthelemy scrisse che
l'imperatore romano, dopo tale viaggio, decise di abbellire la sua
villa di Tivoli con statue egizie, e di far realizzare il Mosaico del
Nilo a Praeneste, l'altra città che ospitava una delle sue ville
fuori Roma: la Villa di Adriano.
Nell'interpretazione
dell'archeologo italiano Carlo Fea il quadro rappresenta la
conquista dell'Egitto da parte di Ottaviano Augusto. Sarebbe lui il
condottiero che con i suoi ufficiali stanzia sotto il padiglione che
si trova nella scena in basso a destra del Mosaico.
Dopo
aver ribadito che quello del Mosaico è il Nilo raffigurato durante
un'inondazione, momento sacro per gli Egizi che facevano dipendere la
propria vita dal quel fiume, l'archeologo italiano Orazio
Marucchi vedeva nella rappresentazione un omaggio a Iside, la
dea egiziana con cui si identificherebbe la Fortuna Primigenia di
Praeneste. Infatti, sempre secondo Marucchi, il culto della Dea
Fortuna e l'arte della divinazione che si praticava a Praeneste
avrebbero avuto origine in Egitto.