Gli
scavi
archeologici di Ankón, ossia quelli relativi alla fase greca
di Ancona, sono stati effettuati principalmente
nella necropoli del IV - I secolo a.C. che si estendeva
sulle pendici meridionali del Colle dei Cappuccini e
di Monte Cardeto, come provano i numerosi ritrovamenti che,
dall'Ottocento in poi, sono avvenuti in zona. Si tratta dell'area
situata a nord dell'asse stradale via Matas-via Bernabei-via
Matteotti- corso Amendola; in Età antica era questo il
percorso che conduceva dalla città a monte Conero (si veda
la mappa a fianco).
Nei capitoli
seguenti si descrivono i più significativi ritrovamenti greci
avvenuti ad Ancona, distinguendo tra quelli della tarda Età
Classica (sino al 323 a.C.) e del Primo Ellenismo (323
- 230 a.C.) e quelli del Medio Ellenismo (230 - 170 a.C.) e del Tardo
Ellenismo (170 - 30 a.C.).
Ritrovamento della necropoli
Dopo la proclamazione del Regno d'Italia, la città era stata
dotata di un piano di ampliamento, per adeguarla al nuovo ruolo di
piazzaforte di prima classe e ne seguì una rapida espansione
edilizia fuori porta Calamo, ossia nella zona della necropoli
ellenistica, che fu così riscoperta; precedentemente solo
ritrovamenti sporadici facevano sospettare la sua presenza.
Nel corso degli scavi necessari per
realizzare le fondazioni dei nuovi palazzi e delle nuove strade,
spesso venivano alla luce edifici, epigrafi e altri reperti
dell'Ancona greca e romana. Ciò rendeva necessario
l'intervento dell'appena costituita "Commissione per la
conservazione degli oggetti d'arte e di antichità", che dovette
subito mettersi all'opera affinché le testimonianze storiche ed
archeologiche rinvenute non andassero distrutte o finissero nel
mercato antiquario.
Il patriota e
storico Carlo Rinaldini fu eletto segretario della
commissione e fu una figura centrale in questo periodo, avendo
descritto accuratamente molti scavi: le sue relazioni dettagliate
sono oggi preziose per ricostruire i contesti in cui furono rinvenuti
i reperti. Inoltre, la commissione promosse una campagna di acquisti
dei reperti, allora non protetti da una legislazione specifica. Il
tutto confluì nell'erigendo "Gabinetto paleoetnografico ed
archeologico delle Marche", istituito nel 1863 e inaugurato nel
1868, oggi Museo archeologico nazionale delle Marche.
Fondamentale in questo senso fu anche il ruolo di Carisio
Ciavarini, archivista e storico, successore del Rinaldini.
Tarda Età Classica - prima Età EllenisticaLe testimonianze archeologiche del V e
del IV secolo a.C. provenienti dalla necropoli sono più scarse
rispetto a quelle dei secoli successivi.
Si segnalano i seguenti reperti, perché
particolarmente significativi come testimonianza dello sfarzo e
dell'eleganza della società anconitana dell'epoca. Alcuni di essi
sono purtroppo finiti in musei esteri.
- Corone d'oro, oggetti di prestigio
tipici del IV secolo, che trovano confronto nelle coeve oreficerie
di Taranto, Metaponto ed Eraclea; sono oggetti
che testimoniano l'eroizzazione del defunto e che rimandano alla
religiosità dionisiaca (al Museo archeologico
nazionale delle Marche).
- Collane
in materiali preziosi della fine del IV secolo: ambra o
terracotta ricoperta di foglia d'oro (al Museo archeologico
nazionale delle Marche).
-
La statuetta di bronzo del IV secolo a.C. raffigurante Poseidon,
trovata nel 1854 nei pressi del campanile del Duomo ed ora
conservato al Museum of Fine Arts di Boston.
-
La statuetta in ambra intagliata con Afrodite ed Adone, trovata
a Falconara ed ora al Metropolitan Museum of Art di New
York, risalente alla fine del V sec. a.C.; è nota
internazionalmente tra gli studiosi di arte greca con il nome di
"ambra Morgan". È opera di arte etrusca (o influenzata
da essa), testimoniante il culto di Afrodite nella zona di Ancona.
In tale scultura Afrodite fa innamorare Adone facendogli odorare un
profumo contenuto in un alabastron, come narra il mito.
È ritenuta dagli archeologi la più bella ambra scolpita del Piceno
e probabilmente d’Italia ed ornava l’arco di una fibula.
-
La lekythos a figure rosse con Amimone e Poseidon.
Il dio è raffigurato con mantello e tridente, mentre Amimone
indossa il chitone e porta un'hydrìa. Tutto ciò allude
al mito in cui Amimone si trovava nel Peloponneso ed era impegnata
in una difficile ricerca d'acqua per compiere un rito religioso;
infatti, narra il mito, a quell'epoca tutte le sorgenti della zona
si erano seccate per volere di Poseidon, come vendetta contro gli
abitanti che avevano abbandonato il suo culto, passando a quello
di Era. Durante la ricerca, Amimone inavvertitamente sveglia un
satiro, che si mette ad inseguirla. Poseidon interviene per salvarla
e lancia il suo tridente, che si conficca nella roccia. Invita poi
la fanciulla ad estrarre l'arma, facendo in tal modo scaturire la
nota sorgente di Lerna. È attribuita al pittore della
phiale e datata al 430 a.C. circa. È stata ritrovata
in una zona imprecisata della città di Ancona e anch'essa è ora
conservata al Metropolitan Museum of Art di New
York.
-
Si segnalano inoltre una lekythos a figure nere del 490
a.C. circa ed una kylix a figure rosse del 500-490
a.C. circa (da ritrovamento sporadico)
Media e tarda Età EllenisticaLungo l'asse
stradale di via Matteotti - corso Amendola, fin dall'inizio del
Novecento, sono state ritrovate occasionalmente numerose tombe del II
e I secolo a.C., contenenti reperti ellenistici. Inoltre, tra il 1991
e il 1998, nel corso dei lavori di ristrutturazione della Caserma
Villarey, furono portate alla luce di più di quattrocento tombe
della necropoli greca e romana, contenenti ricchi corredi
testimonianti le intense relazioni di Ancona con la Magna
Grecia e il Mediterraneo orientale. Si può dunque dire
che, durante il II e il I secolo a.C., i frequenti contatti con la
Grecia rinverdivano continuamente l'origine dorica della città e
contribuivano conservarne la grecità, nonostante la romanizzazione
che procedeva velocemente in tutta la regione circostante, facendo di
Ancona quasi un'enclave culturale, punto di contatto tra cultura
greca, picena e gallica.
La maggior parte delle tombe è
costituita da lastre in arenaria disposte a formare un
rettangolo di mura ed un tetto a capanna. A volte le mura perimetrali
sono invece in laterizio. È documentata anche l'uso della
cremazione, con le ceneri poste in urne cilindriche di piombo; gli
oggetti posti accanto ad esse sono analoghi a quelli ritrovati nelle
tombe costituite da lastre di arenaria.
Una parte
della necropoli (sette tombe in tutto) è visitabile presso
la Caserma Villarey, dove, al di sotto del parcheggio
multipiano, è stata allestita un'area archeologica.
Le stele figurate e iscritteProvengono da
questa necropoli quattordici stele funerarie, con scene
figurate a rilievo ed iscrizione greca, non ritrovate direttamente in
associazione con le rispettive tombe, perché reimpiegate in epoche
successive com materiale da costruzione. Le stele, la cui datazione
varia dal II al I secolo a.C., sono preziose testimonianze del
persistente uso della lingua greca durante la fase di
passaggio verso la romanizzazione. Le stele anconitane spiccano, tra
tutte le altre testimonianze funerarie ritrovate in Italia, per
l'assoluta aderenza all'arte ellenistica e su questo punto non
trovano confronto neanche nelle città della Magna Grecia e della
Sicilia.
La struttura delle stele è quella di
un naiskos (tempietto), coronato da un piccolo frontone e
da un acroterio, con due varianti tipologiche, descritte di
seguito:
- stele ad edicola, con due
colonnine a capitello corinzio ed architrave a metope lisce
e triglifi (ad esempio la stele "di Symmachos" e
quella "di Damo").
- stele a lastra rastremata verso
l'alto (ad esempio la stele "di Arbenta" e quella "di
Apollonio").
Le sculture delle stele rappresentano
scene di banchetto, colloquio o commiato funebre, spesso con persone
che si scambiano il gesto della dexiosis, ossia dello stringersi
la mano destra, gesto che simboleggiava la fiducia reciproca,
l'alleanza, il siglare un patto, ma anche l'unione che supera la
morte.
Le iscrizioni ricordano il nome del
defunto, o della defunta, (al vocativo), il suo patronimico
(al genitivo), e infine l'estremo saluto: chrēste
chaire (ΧΡΗΣΤΕ ΧΑΙΡΕ), ossia "O valoroso (buono,
amorevole, prode, virtuoso, valoroso), addio!".
Le stele greche anconitane trovano confronti stringenti con quelle
delle Isole Cicladi e dell'Isola di Delo, da cui alcuni
esemplari provengono, mentre altri sono opera di botteghe di scultori
locali, come prova l'uso di calcare proveniente da cave della zona
anconitana. Secondo altri archeologi, le stele greche di Ancona
rimandano anche a quelle di Corfù, l'antica colonia
di Korkyra. Alcune stele, inoltre, rimandano ad esempi della
città di Bisanzio.
Per la loro importanza, nella tabella
sottostante si elencano tutte le stele greche esposte nei musei della
città e i loro testi. Si trovano nella Sezione "Ancona
greco-ellenistica e romana" del Museo archeologico nazionale
delle Marche, tranne la stele di Arbenta, che si trova al Museo
della città. Il termine "chrēste", oltre che con
"valoroso" può essere tradotto anche con "buono",
"amorevole", "prode" o "virtuoso". Le
vesti si segnalano solo se non sono greche; similmente si segnalano i
nomi propri non greci. Le stele non elencate non sono esposte o, pur
conservandosi le descrizioni, sono andate perdute nel corso dei
secoli.
Bassorilievo con suonatrice
di khitara danzanteNel
1904 fu riportata alla luce una lastra di calcare, convessa e
decorata a bassorilievo, alta 1,74 metri. L'autore dello scavo
interpretò il reperto come parte di una tomba monumentale rotonda
con basamento circolare in travertino, superiormente divisa in dodici
facce scolpite, tra cui quella ritrovata. Il bassorilievo rappresenta
una suonatrice di kithara, strumento a corde diffusissimo
nell'antica Grecia, di cui si trovano spesso testimonianze nella
mitologia. La suonatrice si muove con passo di danza e indossa
un peplo con apoptygma ed himation,
elegantemente fluttuanti per l'incedere della danza. Particolare è
la chioma, raccolta in una vaporosa coda vista di prospetto, mentre
il corpo è di profilo e il viso di tre quarti. La khitara è
portata di traverso, stretta sotto il braccio, e la suonatrice usa
un plettro a forma di pesce. Secondo alcuni studi,
l'iconografia della figura può far supporre che rappresenti
una musa.
La figura
della danzatrice è incorniciata alla sommità da un fregio con
motivi vegetali e, sui due lati, da mezze lesene con capitello
ionico; le restanti metà delle lesene sarebbero state scolpite sulle
lastre adiacenti, che tutte insieme avrebbero dato una pianta
dodecagonale.
È esposta al Museo nazionale
delle Marche, nella sezione "Ancona greco-ellenistica e
romana".
Gli
archeologi contemporanei ravvisano nella scultura un'influenza
del Neoatticismo e della Scuola di Pergamo, correnti
artistiche del tardo ellenismo; in base a ciò, l'opera,
originariamente riferita al III - II secolo a.C., è oggi ritenuta
invece del II - I secolo a.C. L'appartenenza ad un monumento
funerario è ancor oggi accettata, anche se si ritiene che si possa
ipotizzare, in forma subordinata, anche una probabile localizzazione
su un heroon o su una fontana circolare.
Il bassorilievo anconitano trova un confronto con la coeva "base
delle danzatrici" trovata in via Prenestina (Roma),
costituita da sette lastre convesse scolpite (manca l'ottava),
originariamente poste in cerchio a ricoprire il nucleo di un
monumento. Altro confronto coevo è con il basamento circolare
con Nikai, ritrovato a Butrinto.
Il reperto si trova al Museo
Archeologico Nazionale delle Marche.
EpigrafiNon ci citano in questo capitolo le
iscrizioni presenti nelle stele funerarie ancor oggi conservate, né
quelle che si trovano negli oggetti ritrovati nelle tombe, perché
descritte nei capitoli "Le stele figurate e iscritte" e
"Gli oggetti di prestigio".
Nel porto di Ancona è stata ritrovata nel 1540 una colonna con una
lunga epigrafe greca, dedicata dagli ἀλειφομένοι,
ossia dai lottatori, al ginnasiarca Βάτον (Báton) in segno
di gratitudine per aver ottenuto varie vittorie nei agoni
ginnici tenuti in onore di Ermes e di Eracle. Il
ginnasiarca si occupava di allenare, retribuire ed incoraggiare i
concorrenti che erano selezionati tra gli efebi del ginnasio.
Alcuni autori sostengono però che l'epigrafe sia stata ritrovata ad
Ancona solo perché ve la portò nel 1427 Ciriaco d'Ancona dopo
averla vista e trascritta a Santorino. L'epigrafe,
considerata perduta sino a tempi recenti, è oggi conservata al Musée
des monnaies, médailles et antiques a Parigi.
Un'altra
epigrafe greca è stata trovata nei pressi delle mura dell'Acropoli;
il testo, chiaramente pertinente ad una stele funeraria, è ΣΜΙΝΘΙΟΣ
ΤΙΤΕΛΟΥ ΧΑΙΡΕ (Sminthios Titelou chaire), ossia:
Sminthios figlio di Titelos, addio.
Infine, una stele con bassorilievo rappresentante un cavaliere ed
un'iscrizione riportata dagli antichi autori ha questo testo: ΡΟΔΩΝ
ΑΡΙΣΤΩΝΟΣ ΑΙΞΟΝΕΥΣ (Rodon Aristonos Aixoneys),
ossia: "Rodon figlio di Aristone da Aissone".
Autori moderni sostengono però che la stele provenga da Atene e sia
stata trasportata ad Ancona in età umanistica.
Le sfingiAgli inizi
del Novecento sono state rinvenute due statue di sfingi,
mostruosi esseri alati, metà donne e metà fiere, che
originariamente erano collocate agli angoli dei recinti funerari, a
guardia delle tombe. Oggi sono poste quasi come guardiane
all'ingresso della sezione ellenistica del Museo Archeologico
Nazionale. Una delle due statue stringe tra le zampe una testa
decapitata.
In tutta la costa adriatica italiana
esistono esemplari simili solo in Veneto. Sono risalenti al II - I
secolo a.C. e sono scolpite in calcare del Cònero, cosa che mostra
la loro origine locale. Sia gli esemplari anconitani, sia quelli
veneti derivano da prototipi orientali e sono dunque un'ulteriore
testimonianza delle relazioni intense con l'Oriente mediterraneo.
Gli
oggetti di prestigioAlcuni
reperti ritrovati nella necropoli, significativi come testimonianza
delle intense relazioni con il mondo greco e del benessere raggiunto
da Ankón nel II e nel I secolo a.C., sono elencati di seguito. Di
alcuni si ipotizza la realizzazione in botteghe locali. Non si
citano gli esemplari, provenienti dalla stessa necropoli, ma della
seconda metà del I secolo a.C., in quanto risalgono all'età in cui
Ancona è ormai una città romana. I reperti citati si trovano tutti
al Museo Archeologico delle Marche, tranne l'ultimo (vaso a forma di
pantera) che si trova invece al Museo della Città.
- Resti di una preziosa veste
sacerdotale, provenienti dalla "tomba dell'augure", del II
secolo a.C.; era tinta di porpora e trapuntata d'oro (sono
rimasti i fili aurei); nella stessa tomba è stata ritrovata una
corona in bronzo dorato e bacche di terracotta e un lituo, il
bastone augurale dei sacerdoti.
- Resti
di una veste allacciata con bottoni d'oro, provenienti da una tomba
femminile del II secolo a.C.. L'uso di allacciare le vesti con i
bottoni era rara nelle città italiche (dove si usavano
invece fibule) e tipica invece della Grecia; la presenza di
bottoni nella tomba anconitana mostra quindi l'adesione della città
ai modi greci.
-
Orecchini di elaborata fattura e complessa forma, gioielli preferiti
dalle donne dell'antica Ancona. Sono decorati con paste vitree e a
volte sono identici agli elementi usati come bottoni, mostrando
versatilità nell'uso. Tra gli orecchini più singolari si citano
quelli con gallo, quelli con cigno, a pavoncella, a
testa di cavallo o di bue.
-
Anelli di fattura raffinata, come quello con ametista incisa
raffigurante Achille e Pentesilea e
quello in argento ed oro con l'incisione in Greco "ΠΙCΤΕΙC"
(pisteis), ossia "pegno di fedeltà", da intendersi
come un pegno d'amore. Quest'ultimo anello mostra l'uso della lingua
greca come lingua quotidiana ancora nel II - I secolo a.C.
-
Oggetti d'argento, che si affiancano a quelli d'oro, precedentemente
quasi esclusivi nei monili preziosi, seguendo una tendenza che parte
dalla Magna Grecia e si diffonde anche a Roma. Gli argenti
della necropoli di Ancona appartengono soprattutto a due categorie:
oggetti per la toletta (in gergo archeologico argentum
balneare) e per bere (argentum potorium); gli argenti da tavola
(argentum escarium) sono invece poco rappresentati. Si ricordano gli
oggetti più pregiati: spatule per mescolare cosmetici,
tra quella con incisione raffigurante Afrodite anadiomene;
un acus crinalis del tipo "spillone-pettine" con
incisione raffigurante una vittoria alata; una pisside con
coperchio istoriata con motivi vegetali; un urceolus (brocchetta)
con ansa figurata ad attore comico, che testimonia il culto del
dio Dioniso e che reca, sul fondo, un augurio in lingua
greca. Una tazza d'argento riporta sotto al piede un'iscrizione
greca abbreviata, sciolta come segue: Ηφαιστίων Βίωνος
ὸ Δίβωνος ὸ μοχενής σόος πίε (ad Efaistíon
da Díbonos, tuo fratello di latte, in buona salute, bevi!).
- Letti funebri (klinai) con
decorazioni in osso, le cui gambe erano allocate in appositi
pozzetti angolari all'interno delle tombe.
-
Coppe di vetro di raffinata fattura, tra cui una a reticello,
una a mosaico e due policrome con foglia d'oro di
cui esistono esemplari simili in Adriatico solo in Daunia e
ad Adria. Risalgono al tardo II secolo a.C.
- Vaso a
forma di pantera (o ghepardo, o lince), che trova confronti solo
nella colonia greca di Metapontion e risale al 100 a.C.
circa. La pantera è animale sacro a Dioniso, in quanto
ritenuta assetata di vino, e nella stessa tomba sono stati ritrovati
altri oggetti che testimoniano il culto di questo dio: un obolo
di Caronte, una patera per l'"acqua della memoria",
un "chiodo del destino" e un "uovo della rinascita",
tutti oggetti che richiamano anche il culto orfico. Si ritiene
che il particolarissimo vaso sia stato destinato a contenere vino o
olio profumato.
Statue
di AfroditeNell'immediato
dopoguerra furono ritrovate, in un pozzo di Piazza del Comune (piazza
B. Stracca), tre statue alte circa 50 cm. e rappresentanti Afrodite,
risalenti alla fine del II secolo a.C. o all'inizio del secolo
successivo. Sono di marmo bianco, mancano della testa e una delle tre
è del tipo "Tiepolo". Sono un'ulteriore testimonianza del
culto di Afrodite in città. Sono tutte esposte al Museo
Archeologico Nazionale delle Marche.
Tempio
di AfroditeNel 1932,
alcuni saggi eseguiti nei pressi dell'abside sinistra
del duomo permisero di scoprire i resti di una muratura
costituita da grandi blocchi di arenaria in filari pseudoisodomi;
subito alcuni studiosi ipotizzarono che tale struttura appartenesse
ad un edificio templare, forse quello dedicato a Venere citato
da Catullo e Giovenale. Che l'edificio cristiano fosse
stato costruito sopra al tempio di Venere/Afrodite era già stato
ipotizzato dalla storiografia, pur in mancanza di testimonianze
archeologiche..
Nel 1948, in occasione dei lavori di
restauro del duomo, danneggiato dai bombardamenti della Seconda
guerra mondiale, superando numerose difficoltà fu eseguito uno scavo
completo di tutto il sottosuolo, ed in effetti furono rinvenuti resti
di un tempio pagano, coincidente con il transetto della chiesa.
Il
tempio fu subito identificato con quello citato da Catullo e
Giovenale e rappresentato nella scena 58 della Colonna
Traiana.
Data l'importanza degli scavi del
tempio di Afrodite, si rimanda al dettagliato capitolo ad esso
dedicato, all'interno della voce Duomo di Ancona.