lunedì 2 marzo 2026

ETIOPIA - Dungur

 

Dungur
 (o Dungur 'Addi Kilte) è il nome delle rovine di un grande palazzo situato nella parte occidentale di Axum, in Etiopia, vecchia capitale del regno di Axum. Le rovine si trovano lungo la strada per Gondar, vicino al campo della stele Gudit.
Dungur è noto localmente anche come Palazzo della regina di Saba (o Makeda). Stuart Munro-Hay lo definisce "il tipo di palazzo che un facoltoso axumita, forse un nobile o un alto ufficiale del IV/VI secolo, potrebbe aver costruito per sé stesso".
I resti del palazzo e degli edifici associati sono ormai limitati ai più bassi livelli ed al podio, per un totale di circa 3250 metri quadrati. Al suo apice, una doppia scala portava all'entrata del complesso che si apriva su uno dei quattro giardini che circondavano la struttura centrale.
Negli edifici collegati sono stati recuperati numerosi pilastri in pietra, "che presumibilmente sostenevano colonne o pavimenti in legno", ed opere in muratura che potrebbero indicare l'esistenza di un ipocausto. L'obiettivo di questi edifici non è chiaro. Munro-Hay fa notare che "Le 'stanza' con i pilastri in pietra non hanno porte, ed i pilastri presumibilmente sostenevano pavimenti, ma alcune delle divisioni sullo stesso livello presentano porte, il che implica che non tutti i livelli inferiori erano semplici podii per il piano superiore. Forse alcuni di loro erano accessibili tramite scale".


S. Puglisi effettuò i primi scavi archeologici in quest'area, scavando un blocco di 3 x 5 metri nel tentativo di analizzarne la stratigrafia. Gli scavi successivi furono condotti nel 1966-1968 da Francis Anfray, il quale lavorò su un insediamento di 250 metri ad ovest dell'opera di Puglisi, che descrisse come un "castello", abitato da una delle famiglie più ricche della città. In base a quanto scoperto durante questi lavori, Butzer datò l'insediamento di Anfray al VII secolo; fece notare che la struttura in muratura era simile alla base della chiesa di santa Maria di Zion (parte della struttura originale che risale al periodo axumita), mentre il pavimento era simile al blocco centrale del palazzo di Ta'akha Maryam.

ETIOPIA - Hadar

 

Hadar
 è un sito archeologico preistorico che si trova nella bassa valle del fiume Auasc, patrimonio dell'umanità per i diversi siti archeologici che vi sono stati ritrovati, nella regione degli Afar in Etiopia.
Qui nel 1973 fu scoperto il fossile repertoriato come AL 129-1, un'articolazione fossilizzata del ginocchio di un ominide della specie Australopithecus afarensis, che si stima abbia 3,4 milioni di anni.
L'anno dopo, ad ottobre 1974, fu scoperto AL 200-1, il fossile del palato superiore completo dei denti di un Australopithecus afarensis, e a novembre il celebre fossile noto come Lucy, nome con cui viene comunemente identificato il reperto A.L. 288-1, consistente in centinaia di frammenti di ossa fossili che rappresentano il 40% dello scheletro di un esemplare femmina, il primo scoperto, di Australopithecus afarensis.
Nel 1975 vi fu un altro ritrovamento più consistente. Si trattava di 13 individui differenti di tutte le età, risalenti ad almeno 3,2 milioni di anni e quindi "coevi" di Lucy. Le dimensioni di questi esemplari variavano considerevolmente, al punto tale da indurre alcuni scienziati a pensare che si trattasse di due o tre specie diverse. Donald Johanson, diversamente, sostenne che tutti i fossili appartenevano alla stessa specie, da cui il nome "Prima Famiglia".
Nel 1994 è la volta di AL 444-2, che oltre ad essere uno dei più grandi crani della specie trovato fino ad oggi, fu la prima scoperta di un cranio e di una mandibola tra loro associati, che davano una sostanziale conferma alle precedenti ricostruzioni di Australopithecus afarensis.

ETIOPIA - Grande tempio di Yeha

 

Il Grande tempio di Yeha, anche noto come Tempio della Luna, è dedicato al dio sabeo Almaqah, che si trova a Yeha nella Regione dei Tigrè in Etiopia. È la più antica costruzione esistente in Etiopia, ed è considerato dagli etiopi un luogo sacro, simbolo dell'orgoglio e dell'identità culturale nazionale.
Il Grande Tempio di Yeha risale al VII secolo a.C. circa, quindi più antico del Tempio di Giove Ottimo Massimo a Roma costruito nel VI sec. a.C., e fu costruito sulla cima di una collina con eccellenti tecniche ingegneristiche di muratura a secco, unendo grandi blocchi di pietre squadrate, che hanno contribuito al suo attuale stato di conservazione.
La struttura è stata datata grazie a comparazione con le altre antiche strutture dell'Arabia meridionale, costruite tra l'VIII e il V secolo a.C., e nonostante non sia mai stata effettuata una datazione al carbonio-14, i test effettuati su alcuni campioni raccolti a Yeha ne hanno permesso la datazione, confermata dalle locali iscrizioni.
Si tratta di un edificio rettangolare di 18,5 x 15 m, che arriva fino ad un'altezza massima di 14 m, con un unico ingresso alto 5 metri, un tempo preceduto da un porticato sorretto da sei colonne, andate perse a seguito di un incendio.
L'edificio aveva tre navate, con le due navate laterali coperte da un soffitto, che era anche la base di un secondo piano, e con la navata centrale che invece era aperta al cielo. Tre camere di uguali dimensioni erano situate all'estremità orientale dell'interno del tempio. Due ulteriori stanze di culto si estendevano dalla camera centrale.
Le pareti sono state costruite senza l'utilizzo di malta, utilizzando blocchi regolari di pietre squadrate rettangolari, lunghe fino a 3 m; nel costruirle, grazie ad una meticolosa attenzione ai reinvestimenti esterni, i costruttori hanno cercato di dare l'impressione che il tempio fosse stato ricavato da un'unica struttura monolitica. Le mura del tempio, ben conservate, hanno uno spessore di circa 60 cm. Il pavimento, costruito con 5 strati di blocchi di pietre lavorate di diverse dimensioni, presenta una profonda piscina al centro, che veniva utilizzata per scopi cerimoniali e sacrificali.
Intorno all'edificio sono state rinvenute pietre che descrivono il dio Almaqah, e la sua gloria che derivava dal potere di scacciare il duro e implacabile sole etiopico, scritte in lingua sud-arabica, che se da soli non dimostrano la provenienza araba degli abitanti, certo ne attestano l'influenza.
I lavori di restauro e consolidamento iniziati nel 2009, hanno permesso di determinare che la pietra utilizzata per il tempio, proveniva da cave site nella zona di Wuqro, distante circa 80 chilometri ad est da Yeha.
Il tempio, che subì un incendio intorno al V secolo a.C., fu convertito nel monastero St Abuna Aftse, nel VI secolo d.C., come si può capire dal battistero che si trova all'interno. Il monastero fu poi trasferito nella vicina sede attuale all'inizio del XX secolo d.C..

domenica 1 marzo 2026

Abruzzo - Necropoli di Fossa

 

La necropoli di Fossa è un sito archeologico dei Vestini presso Fossa, in provincia dell'Aquila. La nascita della necropoli di Fossa si fa risalire alla prima popolazione residente nell'area, che è stata quella dei Vestini sul Monte Cerro, sul quale ci sono resti di una cinta fortificata di un villaggio risalente tra il IX e l'VIII secolo a.C. Successivamente, lo sviluppo di Aveia in epoca romana ne ha continuato l'utilizzo fino a circa il I secolo a.C. L'area si trova in una zona alluvionale sulla sponda orientale del fiume Aterno. La sua scoperta è avvenuta in maniera casuale nel 1992 durante gli scavi per la costruzione di un capannone industriale.
L'area sottoposta a campagne di scavo è di 3.500 m², con circa 500 tombe di tipi differenti (tumuli, fosse, tombe a camera e sepolture infantili in coppi di laterizi) risalenti a tre differenti periodi principali.
Nei primi due secoli (IX e VIII secolo a.C.) - Età del ferro - le tombe erano principalmente costituite da tumuli, oltre che da semplici fosse scavate nel terreno.


I tumuli sono realizzati con ammassi di terra e sassi di diametro tipicamente tra gli otto ed i quindici metri racchiusi da circoli di pietre. Alcuni tumuli di personaggi maschili presentano poi un allineamento di menhir di altezza decrescente dall'interno verso l'esterno.
All'interno del tumulo si trova la fossa dove venivano sepolti il defunto ed alcuni suoi effetti personali, tipicamente vasellame in ceramica o in bronzo, rasoi e armi per gli uomini, gioielli per le donne.
Nei due secoli successivi (VIII-VI secolo. a. C.) si continuano a realizzare fosse e tombe a tumulo, ma queste ultime di dimensioni di circa 4 metri di diametro e scompaiono le file di menhir per le tombe maschili.
Per quanto riguarda i corredi, le tombe femminili continuano a contenere gioielli, mentre quelle maschili armi: tra queste i dischi-corazza da indossare sul torace a protezione del busto simili a quelli indossati dal Guerriero di Capestrano. Per quanto riguarda il vasellame, alla ceramica locale si affiancano vasi di importazione, tipicamente etruschi.
Nel VI secolo finisce l'utilizzo delle tombe a tumulo e si ha la definitiva affermazione della tomba a fossa semplice. Inoltre si iniziano ad utilizzare sepolture neonatali dove i neonati venivano adagiati in un coppo in laterizio e coperti da un secondo.
In una prima fase dell'Età ellenistica (IV – III secolo a.C.) - Età orientalizzante ed arcaica - le tombe sono esclusivamente del tipo a fossa per inumazioni singole. I corredi non contengono più armi ma vasellame e gioielli.


Nella tarda età ellenistica (II-I secolo a.C.) si torna a forme monumentali con le tombe a camera, sepolcri di famiglia ipogei a pianta quadrangolare realizzati in pietra ai quali si accedeva tramite un corridoio e con un ingresso chiuso con una o due lastre in pietra verticali. Tra gli oggetti del corredo vanno evidenziati i letti funerari, in legno e cuoio, decorati con elementi in osso zoomorfi e antropomorfi.
Altri tipi di tombe in questo periodo sono quelle a cassone (con pareti in pietra o in legno), le tombe a segnacolo monumentale, le tombe a fossa semplice e quelle neonatali in coppi.
Nell'ultimo secolo (il I secolo a.C.), poi, oltre all'inumazione si diffonde l'uso dell'incinerazione. Le ceneri del defunto sono raccolte in un'olla chiusa da una pietra piatta o da un coperchio in ceramica e deposta nella tomba senza alcun corredo.

Abruzzo - Peltuinum

 

Peltuinum
 è un'antica città italica dei Vestini, il cui sito archeologico, che si trova negli attuali comuni di Prata d'Ansidonia e di San Pio delle Camere, in provincia dell'Aquila, è stato dichiarato monumento nazionale nel 1902.
Il sito si trova a circa 30 km a est dell'Aquila, a pochi chilometri dalla SS 17 quasi al centro di una conca intramontana definita a nord dal massiccio del Gran Sasso, a sud-est da quello della Maiella, e a sud-ovest dal Sirente. La città sorge su una formazione collinare emergente, residuale di un bacino lacustre prosciugatosi naturalmente.
La scelta del sito da parte dei Vestini è facilmente comprensibile osservando l'ampia disponibilità all'edificazione offerta dal luogo e la possibilità di facile difesa offerta dalla conformazione del suolo: i lati nord e sud presentavano pendii ripidi e ben distaccati mentre i versanti est ed ovest offrivano un minore e più dolce dislivello verso la piana per un più agevole raccordo tra viabilità locale e territoriale, quest'ultima costituita dal Tratturo L'Aquila-Foggia che costituirà l'asse principale dell'insediamento. Non certo ultimo fattore di scelta fu la facilità dell'approvvigionamento idrico, dovuta ad una falda acquifera, affiorante proprio nell'area centrale del pianoro, collegata ad una vena le cui sorgenti puntualizzano con frequenza il tratto vestino del percorso transumante.
Le tracce archeologiche della presenza vestina sul pianoro sono varie. Una necropoli, indagata per ora solo parzialmente all'esterno del circuito murario romano, ha restituito tombe inquadrabili cronologicamente dal VII secolo a.C. al I secolo d.C. Nelle vicinanze, ma all'interno delle mura, è stata rinvenuta un'altra area sepolcrale certamente precedente all'impianto della città romana.
Un blocco di pietra, rinvenuto nell'area del complesso templare-forense, pertinente ad un livello sottostante il piano romano, mostra una lavorazione ad incasso a forma di H, per ospitare una struttura lignea, collegato da un foro ad una vaschetta circolare. Questo tipo di manufatto sembra essere una peculiarità della cultura vestina, dal momento che sono ne sono stati rinvenuti nel territorio diversi esemplari.
La fondazione di Peltuinum secondo i canoni urbanistici romani si colloca alla metà del I secolo a.C., in un periodo di riorganizzazione amministrativa e finanziaria dell'Italia, che si conclude con l'accentramento del potere nelle mani di Ottaviano Augusto. Nel centro dell'Italia, in area vestina, si costituisce dunque un polo urbano di riferimento per un nuovo assetto del territorio con finalità sia per lo sfruttamento agricolo locale sia ad ampio raggio per la regolamentezione del transito delle greggi. Era questo uno dei settori industriali verso cui si stava volgendo l'interesse dell'Imperatore.
Al volgere del I secolo d.C. si riferisce la sistemazione dell'area urbana, con la costruzione di una cinta muraria e di un'area monumentale di cui gli scavi hanno finora riportato in luce un tempio, affacciato sull'area forense, ed un teatro.
Nel 47 d.C. sotto l'Imperatore Claudio il tratturo L'Aquila-Foggia, dalla Sabina verso i centri di mercato di Arpi e Lucera, venne strutturato come via Claudia Nova, con la conseguente monumentalizzazione del tratto che attraversava l'abitato.
Le fonti antiche ricordano un forte terremoto che nel V secolo dovette interessare Roma come anche gran parte dell’Italia centrale. I dati di scavo inducono a individuare nel sisma del 443 l’evento che ha provocato la defunzionalizzazione della città romana di Peltuinum. La popolazione iniziò ad abbandonare la città, anche a causa delle guerre che segnavano sempre di più la debolezza dell’Impero. In questo clima di incertezza la comunità si spostò verso zone più difendibili, che andranno a costituire poi dei borghi ancora oggi visibili. Dal V secolo in poi sono testimoniate azioni ripetute di spoliazioni degli edifici principali della città. Molto materiale è rintracciabile nelle murature delle chiese e nei castelli di Prata d’Ansidonia, Castelnuovo, Bominaco e, in particolare, nella chiesa di San Paolo. Situazioni che trovano complessiva corrispondenza con gli scavi della Soprintendenza condotti presso il teatro di Amiternum.
Durante la guerra greco-gotica il territorio di Peltuinum, come quello della vicina Alba Fucens, furono sedi di accampamenti bizantini del generale Belisario; questo passaggio greco diede origine al nome Sitonia, dal greco antico σιτόν, sitón (lett.: campo di grano), attribuito a depositi di derrate alimentari che furono necessari per il mantenimento delle truppe durante l'inverno.
Nel 787 è attestata la presenza di uno sculdascio, un alto funzionario longobardo, nella curtis di Sant'Angelo a Peltino, a riprova dell'insediamento di aristocratici germanici nella zona. Nell'887 la Corte di Sant'Angelo è possesso del Monastero benedettino di Farfa.
Nel 1118 Peltino è pertinenza del monastero di San Pietro della Valle Tritense, di cui oggi resta la sola l'abbazia di San Pietro ad Oratorium.
I primi scavi risalgono al 1983 e al 1985. Essi furono condotti sotto la supervisione del Professor Paolo Sommella, allora docente di Urbanistica Antica della Sapienza Università di Roma. Le indagini sul campo vennero effettuate con la collaborazione della Soprintendenza Archeologica d'Abruzzo, della Comunità Montana della Piana di Navelli ed altri Enti locali.
Con le prime ricerche sul campo venne indagata l’area pubblica della città romana costituita dal tempio forense e dal teatro. Sotto la direzione di Adele Campanelli (Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo) tra il 1986 e il 1996 vennero effettuati restauri e opere di consolidamento che riguardarono soprattutto il tratto occidentale delle mura, la porta ovest, il tempio e la porticus, una piccola parte del teatro nonché il fortilizio medievale.
Di nuovo sotto la direzione del Prof. Sommella a partire dal 2000, le ricerche nell’area archeologica sono state riprese nell’ambito di un progetto europeo. Dal 2001 lo scavo didattico e la ricerca sono diretti dalla Prof.ssa Luisa Migliorati (Sapienza Università di Roma). Nel 2009 la Soprintendenza d’Abruzzo ha intrapreso una campagna di scavo nell’area della necropoli pre-romana fuori dalle mura della città.
Peltuinum si estende su un pianoro ad una quota superiore di almeno 100 m dall'altopiano circostante. L'area fortificata raggiunge una superficie di circa 26 ha. L'intero centro è segnato dal passaggio da est a ovest dalla Claudia Nova, oggi poco più che un sentiero, che costituiva l'asse portante del centro urbano.


Le mura sono costruite lungo il ciglio del pendio. La tecnica edilizia per la messa in opera è costituita da uno zoccolo in opera incerta cui si affianca nelle torri una muratura a blocchi e blocchetti. Tutto il materiale è di provenienza locale. Sul percorso difensivo a nord-ovest è possibile leggere un numero maggiore di torri lungo il tratto meno ripido del pianoro: tre ad ovest, due delle quali a protezione della porta.
La porta ovest a doppio fornice è l'unica che si conserva. Questa infatti mantenne anche dopo l'età romana la funzione di varco di controllo per il passaggio del bestiame. Tra le torri è attestato uno spazio, ricavato successivamente all'età romana, per gli uffici doganali. La funzione di dogana si mantenne per secoli tanto che dalle fonti medievali è attestato un cambio di toponimo dell'area abitata in Ansidonia, derivato dal latino ansarium, che significa per l'appunto, dazio.
Provenendo dall'Aquila, il primo monumento romano che si incontra è quello del sepolcro monumentale, costruito lungo la via Claudia Nova, a pochi metri dalla porta ovest. Nell'area intorno è stata scavata una necropoli databile dall'VIII secolo a.C. al I secolo d.C.
Sul pianoro si conservano i resti di due cisterne: la prima si trova vicino alla porta ovest, lungo il tracciato della via Claudia Nova; la seconda all'interno dell'area monumentale, in prossimità del complesso forense.


Del tempio, che si affacciava sulla piazza forense, è oggi visibile solo il nucleo in calcestruzzo e pochissimi dei blocchi di fondazione delle colonne del pronao, è ricostruibile come prostilo esastilo corinzio, con tre colonne sul prolungamento delle ante e una cella con colonnato forse a due ordini, con la base per la statua di culto aderente alla parete di fondo.
La cella del tempio è stata costruita al di sopra del punto di affioramento di una falda acquifera, che doveva costituire un elemento sacro già in epoca vestina, attestando una precisa volontà da parte dei Romani di mantenere tale sacralità.
Il rinvenimento di una mensa votiva frammentaria con dedica APELLUNE (= Apollini), riutilizzata come soglia di una delle tabernae prospicienti la via Claudia Nova, nell'area centrale della città, ha fatto ipotizzare che il tempio fosse dedicato ad Apollo. Tuttavia, l'scrizione, purtroppo mutila lascia spazio per ipotesi di più divinità associate nella dedica.
L'edificio, con una limitata area di rispetto intorno, è inquadrato da un portico ad U, ad un solo livello e a doppia navata con colonnato di spina. Il quarto lato, quello settentrionale, è chiuso da muri che uniscono il portico al tempio all'altezza del pronao. Erano presenti due ingressi sul lato settentrionale del portico (il lato che si affacciava sulla piazza del foro) e due nel punto più a sud dei bracci est ed ovest.
In età post-antica il tempio viene spoliato del materiale di rivestimento del nucleo cementizio. La situazione in cui si trovano alcuni blocchi relativi alla fondazione del colonnato del pronao mostra l'abbandono dell'attività dovuto a cause improvvise o a fessurazioni della pietra non volute nell'atto della lavorazione in loco.
L'opera di spoliazione del complesso sacro è stata quasi integrale: del portico sono rimasti solo alcuni plinti del lato ovest. Questo settore conserva per un minimo di alzato delle murature che hanno creato tre vani adibiti a laboratorio-residenza legati al recupero e alla rilavorazione dei materiali delle strutture della città romana.


Il teatro è stato costruito appoggiando quasi integralmente i sedili per gli spettatori al pendio collinare; solamente il settore meridionale era sorretto da muri radiali. Questo sistema costruttivo faceva sì che il teatro avesse anche la funzione di contenimento del terreno della terrazza superiore su cui gravava il peso del tempio. In coincidenza con l'ingresso settentrionale del teatro una rampa collegava i due livelli. Nel corso del suo utilizzo il teatro fu colpito da vari terremoti di non grande intensità che causarono solo interventi di restauro; il sisma del V secolo, di proporzioni disastrose per la città, dette invece inizio all'attività di spoliazione che ha lasciato solo poche gradinate nella parte più bassa della cavea. Dell'area utilizzata per la rappresentazione sono ancora attualmente visibili parte del palcoscenico e le fondazioni della quinta scenica. Si conservano i pozzetti e la camera di manovra dell'auleum.
Come il tempio anche il teatro, dopo il terremoto del V secolo, divenne una cava di materiale edilizio. In un primo momento fu utilizzato per l'impianto di due forni da calce (calcare); successivamente, nella parte meridionale, dopo l'asportazione totale delle gradinate, fu costruito un quartiere operaio destinato alla rilavorazione dei materiali per alcune delle varie ricostruzioni della vicina chiesa di S. Paolo. In particolare, i materiali ceramici trovati in un ambiente inducono a legare l'impianto del cantiere alla fase di riedificazione successiva al terremoto del 1349. Nel periodo dell’incastellamento il settore meridionale del teatro è stato utilizzato per l’impianto di una struttura fortificata di avvistamento con funzione di controllo della valle a sud del pianoro.
Seguendo il sentiero che ricalca il tracciato della via Claudia Nova, sono stati rinvenuti numerosi resti di domus. Queste erano costituite da muri realizzati con la tecnica del pisé su uno zoccolo di pietra, in alcuni casi rivestiti da un sottile strato di intonaco bianco.I pavimenti sono in battuto o a mosaico e le coperture erano munite di controsoffitto ad incannucciata. Attualmente i resti sono stati sepolti per favorirne la conservazione.


ETIOPIA - Dungur

  Dungur  (o Dungur 'Addi Kilte) è il nome delle rovine di un grande palazzo situato nella parte occidentale di Axum, in Etiopia, vecch...