lunedì 4 maggio 2026

SPAGNA - Sima del Elefante



La Sima del Elefante, o Trinchera del Elefante (che in spagnolo significano rispettivamente voragine dell'elefante e trincea dell'elefante) designa una voragine scavata nell arenaria cretacica, che si trova vicino ad Atapuerca nella comunità autonoma di Castiglia e León in Spagna.
Nella cavità, parte dell'area archeologica di Atapuerca patrimonio dell'umanità dell'UNESCO, sono stati scoperti alcuni tra i più antichi fossili umani europei, datati a più di 1,2 milioni di anni fa.
Scavi effettuati a cavallo tra il XIX e XX secolo per realizzare una ferroviaria mineraria, la Trinchera del Ferrocarril, hanno portato al ritrovamento di diversi depositi carsici, ponendo le basi per i futuri studi stratigrafici ed archeologici.
Per la Sima del Elefante, un primo intervento paleontologiche e geologiche fu eseguito nel 1986, mediante un sondaggio esplorativo, per valutare la composizione del deposito, e il suo potenziale archeologico, mentre lo scavo sistematico ebbe inizio nel 1996 e continua ininterrottamente da allora, permettendo di documentare una rielvante sequenza sedimentaria e di recuperare resti faunistici, industria litica e alcuni dei più antichi resti umani noti dell’Europa occidentale.
La cavità prende il nome da un un molare scoperto nel 2001, inizalmente attribuito a un elefante ma in effetti di appartenuto a un rinoceronte; il successivo ritrovamento di un astragalo, attribuito a un elefante, ha fatto mantenere la denominazione.
La Sima fa parte del sistema carsico della Sierra de Atapuerca. Nel corso del Pleistocene, il crollo di un pozzo alla sommità della voragine diede luogo ad un accumulo di sedimenti che hanno funzionato da trappola naturale.
La cavità alta 18 m., era un rifugiao per uccelli e funzionava da trappola per gli animali terrestri che vi si avventuravano, dando così luogo ad un accumulo di resti ossei che oggi forniscono informazioni sulla fauna, sul clima, e sulla datazione dei reperti.
I sedimenti si trovano anche dall'altra parte della trincea. Nel 1996 un sondaggio effettuato sotto il livello inferiore T7, ha permesso di stabilire la stratigrafia precisa e ha mostrato che la base della cavità si trovava almeno 3,5 m al di sotto dei sedimenti;[4] fu pertanto scavato un pozzo che è sceso fino a 8 m di profondità.
La stratigrafia viene oggi suddivisa in 21 livelli, 7 dei quali si trovano al di sotto del livello del terreno. Questi livelli sono stati classificati da T8 a T21.
La datazione è resa complicata dall'inclinazione dei livelli più bassi dei sedimenti, oltre che dalla miscelazione degli strati precedenti a causa dei diversi periodi di riempimento.
I diversi studi propongono comunque datazioni coerenti tra loro, anche sulla base dei seguenti elementi:
- l'ultima inversione del campo magnetico terrestre, l'inversione di Brunhes-Matuyama , è stata rilevata tra gli strati TE16 e TE17, il che permette di datare gli strati inferiori tra 1,78 e 0,78 milioni di anni.
- la microfauna del livello TE9 ha potuto essere datata abbastanza precisamente a 1,4 milioni di anni fa per confronto con le specie note del Nord Italia.
- gli isotopi cosmogenici dei radionuclidi 26Al e 10Be in un prelievo di quarzo, sono stati datati Un prelievo nel livello TE9b, 40 cm al di sopra della mandibola del livello TE9c, ha un'età di 1,22 milioni di anni.
Si ritiene quindi che i sedimenti del livello TE9c e di quelli inferiori abbiano un'età di almeno 1,22 milioni di anni.
Resti umani
Nel 2025 sono stati pubblicati i risultati delle analisi svolte sul reperto facciale ATE7-1, proveniente dal livello TE7, e datato tra 1,1 e 1,4 milioni di anni fa , interpretato come il più antico volto umano noto dell’Europa occidentale, e attribuito provvisoriamente ad una specie affine all'Homo erectus (Homo aff. erectus).
Nel 2007, gli scavi condotti nel livello TE9c hanno portato in luce una mandibola umana, ATE9-1, in ottime condizioni di conservazione, con sette denti ancora presenti. Sulla mandibola è stata riscontrata la presenza di una ipercementosi, che indica un notevole stato di sofferenza per l'individuo, un adulto. Datata a 1,22 milioni di anni fa, questa mandibola viene considerata tra i più antichi resti umani d'Europa.
Sempre nel livello TE9c, nel corso degli scavi condotti nell'estate del 2008 è stata scoperta una falange, ATE9-2, a meno di 2 metri dalla mandibola. Sulla base dello sviluppo delle ossa degli uomini moderni, è stata identificata come la falange prossimale del mignolo sinistro di un individuo di circa 16 anni.
La falange fossile ATE9-2 documenta una morfologia della mano già sostanzialmente moderna nel genere Homo nel Pleistocene inferiore, mostrando caratteri molto simili a quelli osservati nei fossili umani successivi e contribuendo, insieme ai resti faunistici e all’industria litica del livello TE9, alla ricostruzione delle modalità di vita e delle capacità adattative delle prime popolazioni europee.
Il confronto con altre specie umane indica che la falange di Sima del Elefante è più robusta rispetto alla media di Homo sapiens e più vicina alle condizioni osservate in altri ominini pleistocenici, suggerendo una generale continuità morfologica della mano nel genere Homo dopo le forme più antiche, pur senza consentire conclusioni definitive sul significato funzionale di tali differenze.
I fossili umani della Sima del Elefante permettono di constatare la presenza del genere Homo in Europa al tempo del Calabriano, con i giacimenti della regione dell'Orce, in Spagna, il sito di Pirro Nord, in Italia, e il sito di Kozarnika, in Bulgaria, che è un po' più antico.
Alcuni autori hanno ipotizzato che gli uomini del Pleistocene inferiore non cacciassero direttamente le prede, ma sfruttassero le carogne lasciate dai carnivori più forti. Tuttavia il livello TE9c della Sima del Elefante mostra un accesso primario alla selvaggina procurata attraverso la caccia. Questo non impedisce che ci fosse anche un ricorso alle carogne, ma anche questa attività presenta rischi non trascurabili. È comunque richiesto un certo grado di cooperazione e socialità.
La mandibola ATE9-1 non può essere attribuita con sicurezza a Homo antecessor, perché presenta alcuni caratteri che ricordano i primi rappresentanti del genere Homo noti in Africa e a Dmanisi, ma anche elementi propri che non consentono di inserirla con certezza in quel gruppo, oltre al fatto che l'individuo soffriva di una marcata alterazione dentaria (ipercementosi). Per questo motivo in genere viene considerata come appartenente a un essere umano arcaico del pleistocene inferiore, senza una classificazione più precisa.


Resti litici

Negli strati da TE8 a TE14 sono stati trovati più di 80 prodotti dell'industria litica, concentrati soprattutto nel livello TE9. Sono tutti manufatti di tipologia piuttosto semplice (Olduvaiano), realizzati con quarzite, arenaria, quarzo, calcare e diverse varietà di selce. È stato trovato un utensile anche nel livello TE8. Tutti questi utensili sono tra i più antichi trovati in Europa, e l'oggetto proveniente dal livello TE8 sarebbe ancora più antico.
Nei livelli superiori, in particolare il TE19, sono stati trovati prodotti litici di fattura più recente (Acheuleano) o addirittura di transizione con il Musteriano. In questo caso i materiali utilizzati sono quarzite e arenaria, la cui provenienza è stata individuata a circa 3 km di distanza, oltre alla selce.
L'assenza di manufatti nei livelli intermedi da TE15 a TE17 impedisce di collegare i due tipi di industrie litiche osservate e di stabilire una continuità abitativa in questa regione.
Resti faunistici
Oltre ai resti umani, sono state scoperte ossa di erbivori che erano state lavorate e un centinaio di utensili in pietra scheggiata o del tipo Olduvaiano; uno di questi utensili si trovava anche nel livello stratigrafico precedente.
La maggior parte delle ossa ha potuto essere identificata con certezza: si sono trovati resti dell'ursus dolinensis, la specie scoperta nella Gran Dolina, e dell'orso di Deninger, antenati dell'orso delle caverne, di cui è stato trovato un cranio completo.
Si sono trovati anche resti di macaco, canidi, cervo, cavallo, lince d'Issoire, mammut, volpe, donnola, bisonte, megalocero, giaguaro europeo, iena macchiata, vari tipi di rinoceronte, lagomorfi e roditori. Non si sono potuti classificare con certezza i fossili di: felini, ippopotamo e proboscidati.
Negli strati TE14 e inferiori si sono trovati più di 10.000 frammenti ossei. Resti di uccelli marini e un osso di anatra indicano che nel Pleistocene inferiore nei pressi del sito c'era una vasta distesa d'acqua. Il livello TE9 contiene la più vasta diversità di specie, tra cui anche resti di carnivori (cane, lince, giaguaro e orso) e di erbivori (mammut, bisonte, rinoceronte, cavallo, cervo) le cui ossa presentano numerose fratture fresche che, associate a impronte di denti, indicano una predazione naturale. I morsi non sono tuttavia sempre presenti; a volte sono visibili striature e segni di percussione.
I livelli da TE15 a TE17 segnano una discontinuità in quanto sono del tutto privi di frammenti ossei. I livelli TE18 e TE19, più recenti, contengono numerosi resti animali tipici del Pleistocene medio: elefante, rinoceronte, cavallo, cervo, megalocero, bisonte, volpe, orso di Deninger, iena. La datazione consente di collegare questi strati al livello TD10 della Gran Dolina; il loro insieme permette di immaginare l'ambiente come quello di foresta umida contornata da grandi pianure più secche, con un clima identico all'attuale. La presenza importante di resti equini nel livello 19 indica l'esistenza di vaste pianure.
I livelli superiori TE20 e TE21, dove non è stato trovato nessun fossile, rappresentano gli stadi di otturazione della cavità. Gli uomini hanno lasciato le loro impronte sul mucchio di ossa animali: i resti della fauna del livello TE9 mostrano una maggiore proporzione di erbivori, in particolare bisonti. Inoltre le fratture per accedere al midollo e le striature per strappare la carne su alcune ossa lunghe, su una vertebra e una mandibola, sono caratteristiche dell'attività umana. L'assenza di scheletri completi indica che il consumo della carne non è avvenuto all'interno della grotta, ma piuttosto alla sua entrata.



SPAGNA - Museo di Almería

 

Il Museo di Almería è la più importante istituzione museale della provincia omonima e vi si conserva la maggiore e più rappresentativa collezione di reperti archeologici della stessa.
Il museo si trova ad Almería in Andalusia e venne inaugurato nella sua forma attuale nel 2006, in un edificio di nuova concezione, premiato nel 2004 con i riconoscimenti PAD e ARCO, nominato finalista nel 2005 nel premio FAD e che ha ottenuto nel 2008 la menzione d'onore del concorso per il Museo europeo dell'anno dall'European Museum Forum.
Il primo tentativo di creare un museo ad Almería risale al XIX secolo. Verso il 1880 l'ingegnere belga Louis Siret scopre quelli che a tutt'oggi sono considerati i principali giacimenti preistorici della regione. Come frutto di un'intensa attività archeologica, Siret formerà un'importante collezione di reperti, che alla fine dei suoi giorni donerà al Museo archeologico nazionale, con l'espresso desiderio che una parte di questi rimangano e si conservino ad Almería. Le condizioni perché questo avvenisse sarebbero maturate durante la Seconda Repubblica (Decreto del 28 marzo 1933). Il Museo Archeologico di Almería aprì dunque le sue porte in due piccole sale cedute dalla Scuola delle Arti e dei Mestieri nel 1934, ma all'interno della sua collezione non figureranno mai i reperti che Louis Siret volle che restassero ad Almería. In seguito a numerose vicissitudini e traversìe, che si produrranno lungo diversi anni, nel 2006 si inaugura la sua sede definitiva.
Il nuovo edificio è strutturato su tre piani nei quali è esposta la collezione museografica, e questi tre piani sono attraversati verticalmente da una colonna con base rettangolare detta “colonna stratigrafica”, che giunge quasi alla volta dell'edificio. La sequenza stratigrafica della colonna riflette i periodi storici dei reperti esposti nei tre piani. La maggior parte dell'esposizione è dedicata alla preistoria recente, ovvero al neolitico e alle età del rame e del bronzo.
L'esposizione permanente comprende i primi due piani dell'edificio, interamente dedicati alle prime società di cacciatori e raccoglitori, la società dei Millares (Santa Fé de Móndujar, Almería), e la società dell'Argar (Antas, Almería). Particolarmente significativo, in questo primo piano, è il ciclo della vita, un cerchio in “pietra”, all'interno del quale sono raccolti, esposti in “finestre”, materiali pertinenti al commercio ed alla guerra della società dei Millares, insieme ad oggetti relativi alla vita quotidiana di un insediamento. Qui, un video che ricostruisce fasi della vita quotidiana accompagna la contemplazione dei reperti. 
Poco a lato del ciclo della vita si può entrare nel ciclo della morte nel quale gli elementi che lo compongono sono accompagnati e coadiuvati dalla proiezione di un video, che si riflette non sulla parete ma nello stesso spazio funerario di cui si compone il ciclo. In questo modo dinamico viene spiegato l'uso collettivo della tomba, e la sequenza rituale esperita ad ogni nuova inumazione. Nel secondo piano ci si trova di fronte ad una serie di muri consecutivi, che disegnano un percorso. Si tratta di una proposta simbolica che avanza dal basso verso l'alto e che rappresenta le terrazze artificiali sulle quali si costruirono le abitazioni a Fuente Álamo (Cuevas del Almanzora, Almería). Ad ogni svolta nel percorso ci si trova all'interno di piccole sale espositive, con vetrine che contengono grandi vasi, armi in bronzo, ceramica, oggetti d'argento ed uno straordinario bracciale d'oro, con al di sotto l'immagine della sua giacitura originaria al momento del ritrovamento.
Il terzo piano ospita degli spazi espositivi temporanei di lunga durata. Attualmente vi si trova esposta una rappresentativa collezione di reperti romani ed islamici. Fra i primi emerge una bella statua mutila in marmo, installata su di un gran frammento di mosaico; si tratta del dio Bacco (proveniente da una villa romana scavata in località Chirivel, nel Nord della provincia di Almería). Accompagnano la statua di Bacco numerosi oggetti di cultura romana rinvenuti nei territori circonvicini ad Almería. L'arte islamica – di Al-Andalus – è rappresentata da un'ampia collezione di lapidi funerarie, delle quali Almería fu un importante centro di produzione. Il gran cubo che occupa la parte centrale della sala islamica, contiene al suo interno vetrine dedicate ad epoca califfale, nelle quali sono esposte ceramiche, giochi, monete ed epigrafi su lastre di calcare bianco.

SPAGNA - Museo archeologico di Granada

 

Il Museo archeologico di Granada (MAEGR) è ospitato nella Casa de Castril, del XVI secolo, nella città di Granada in Spagna.
Tra il 1842 e il 1879, esistette un Gabinetto di antichità di proprietà del pittore di Granada Manuel Gómez-Moreno González, che tra altre cose, decise di raccogliere i pezzi archeologici ritrovati nel siti di Medina Elvira, Atarfe. Il museo come tale venne fondato nel 1879, tra i primi musei archeologici assieme a quelli di Madrid e Valladolid, anche se agli inizi aveva una collezione di belle arti. Il suo primo direttore fu Francisco Góngora del Carpio (1879-1919), figlio dell'archeologo Francisco di Góngora e Martínez.
Nel 1917 venne acquistata la Casa de Castril dagli eredi dell'arabista Leopoldo Eguílaz e Yanguas, come sede definitiva del museo, visto che era uno dei migliori palazzi rinascimentali di Granada la cui data di costruzione risaliva al 1539 ad opera dell'architetto Sebastián de Alcántara, discepolo di Diego de Siloé. Nel 1946 la collezione di Belle Arti venne trasferita nel Palazzo di Carlo V come museo indipendente.
Nel maggio del 2010 il museo è stato chiuso per l'esistenza di crepe nell'edificio. Venne riaperto il 18 maggio 2018, Giornata Internazionale dei Musei, dopo otto anni di lavori.
La sua collezione, strutturata su due livelli, intorno a un bel patio rinascimentale, comprende reperti archeologici del Paleolítico e Neolitico trovati nella provincia di Granada, nonché pezzi íberici, fenici, romani e arabi di notevole valore.


SPAGNA - Museo di preistoria di Valencia

 

Il Museo di preistoria di Valencia (in valenciano Museu de Prehistòria de València) è un museo della città di Valencia (Spagna) che espone materiali archeologici che vanno dal periodo Paleolitico all'epoca visigota.
Dal 1982 occupa una parte dell'antica casa della Beneficenza, edificio costruito nel 1841, nel quale spicca la chiesa, in stile neobizantino, del 1881.
Nel 1995 iniziò il restauro completo dell'edificio, condotto dall'architetto Rafael Rivera. La casa della Beneficenza, attualmente Museo di preistoria, comprende un pianterreno e due piani disposti intorno a cinque patio. Nel pianterreno si trovano il negozio, il bar, due sale per le esposizioni temporanee, i laboratori didattici, i magazzini, i laboratori di restauro e della Fauna Quaternaria, e gli uffici del Servizio di ricerca preistorica, mentre la chiesa è stata adibita a sala conferenze. Al primo piano si trovano la Biblioteca e le sale permanenti, dedicate al Paleolitico, al Neolitico e all'Età del Bronzo. Al secondo piano vi sono invece le sale permanenti dedicate alla cultura Iberica e all'epoca romana.


Il Servizio di ricerca preistorica della Diputación de Valencia ed il suo Museo di Preistoria furono fondati nel 1927 su richiesta di Isidro Ballester Tormo come un'istituzione scientifica destinata a ricercare, conservare e diffondere il patrimonio archeologico valenciano. Vi hanno lavorato alcuni dei più importante archeologi spagnoli: Lluís Pericot, Domingo Fletcher o Enrique Pla, che diressero il SIP, o Miquel Tarradell, Milagros Gill-Mascarell o Carmen Aranegui, che collaborarono frequentemente con questo servizio. Dalla sua fondazione, il SIP sviluppa un'intensa attività di campo nei siti archeologici come la Bastida de les Alcuses di Mogente, la Grotta Nera di Játiva, la Grotta del Parpalló di Gandia o il Tossal de Sant Miquel de Liria. I materiali rinvenuti in questi scavi crearono ben presto una collezione il cui valore scientifico e patrimoniale ha reso il SIP ed il suo Museo uno dei più importanti della Spagna.
Attualmente, i progetti di ricerca comprendono tutte le fasi della Preistoria e dell'antichità valenciana, con importanti attività, come quella sviluppata nella Cueva de Bolomor, nel territorio di Tavernes de la Valldigna, dove sono stati ritrovati i resti umani più antichi di tutto il territorio valenciano. Si effettuano scavi anche nei siti neolitici di Fuente Flores e Cinto Mariano (Requena), nell'abitato dell'Età del bronzo di Lloma del Betxí (Paterna), negli abitati iberici della Bastida de les Alcuses y Los Villares (Caudete de las Fuentes) e nella città iberico-romana di La Carencia de Turís.


La biblioteca fu costituita parallelamente al Museo di preistoria di Valencia. Si tratta di una biblioteca specialistica che iniziò a creare il suo fondo bibliografico con donazioni ed acquisti. Durante la formazione della Biblioteca, le acquisizioni di monografie furono fatte tenendo conto di alcune regole particolari: opere di carattere generale o di riferimento, opere riguardanti gli studi di preistoria e archeologia precedenti alla fondazione del SIP e opere sui più recenti progressi dell'archeologia. Fin dal primo momento, comunque, si prospettò l'esigenza di creare una rete di scambi di pubblicazioni, al fine di aumentare il numero di testi e far conoscere e diffondere le pubblicazioni dell'istituzione. Inizialmente si pensò di realizzare quest'obbiettivo con l'Archivo de Prehistoria levantino, nonostante le grandi difficoltà economiche del SIP, ed infatti tra la pubblicazione del primo e del secondo volume trascorsero 16 anni, cosicché lo scambio bibliografico si realizzò con la Memoria annuale.
I risultati delle ricerche e degli studi del SIP vengono diffusi attraverso le pubblicazioni scientifiche, la pubblicazione dell'Archivo de Prehistoria levantina e la collana di monografie Serie di lavori vari, oltre che attraverso i cataloghi delle esposizioni organizzate dal SIP, brochure, quaderni di didattica, monografie, ecc.


L'esposizione permanente comincia con una sala dedicata agli inizi dell'archeologia preistorica nel territorio valenciano, ai lavori realizzati da Juan Vilanova y Piera nel XIX secolo, e la ricostruzione di uno scavo archeologico. Seguono la sala II, dedicata al Paleolitico Inferiore e Medio (con l'industria litica e la fauna provenienti dalle località di Cova de Bolomor, Petxina, El Salt e Cova Negra) e la sala III (Paleolitico Superiore) con i resti di Parpalló, Malladetes, Cova de les Cendres, Cueva del Vulcán del Faro e la Ratlla del Bubo. Una menzione speciale merita la sala IV, che ospita le piastrine dipinte della Cova de Parpalló, che vanno dall'Aurignaziano fino al Magdaleniano.
La sala V è dedicata al periodo conosciuto come Mesolitico, con i reperti industriali e artistici degli ultimi cacciatori-raccoglitori. Questa sala mostra esempi dell'utilinseria microlitica e di forme geometriche, tipiche di questo periodo: Cueva de la Cocina e Covata de Llatas.


Il Neolitico comincia nella sala VI, mostrando al visitatore la comparsa di una nuova cultura materiale nel territorio valenciano a partire dal 5500 a. C., con due elementi fondamentali: la ceramica e la pietra levigata. I giacimenti più importanti di questo periodo, rappresentati nelle vetrine della sala, sono: Cova de l'Or (Beniarrés) e Cova de la Sarsa (Bocairent).
La sala VII è una sintesi dei tre stili artistici post-paleolitici che si possono osservare nelle piastrine, nelle pareti delle grotte e nelle ceramiche: il Macroschematico, il Levantino e lo Schematico. Sono riprodotte immagini delle pitture rupestri del Pla de Petracos (Castell de Castells), de la Sarga (Alcoi), el Barranc de la Valltorta (Tírig, Albocàsser e Coves de Vinromà), el Barranc de la Gasulla (Ares del Maestrat) e la Grotta del Ragno (Bicorp).
La sala successiva (VIII) ci introduce all'Eneolitico, conosciuto anche come Età del Rame, che comincia nel III millennio a. C. Le teche di questa sala presentano nuovi materiali che testimoniano i cambiamenti sociali, economici ed ideologici avvenuti all'interno di queste società, come a Ereta del Pedregál (Navarrés), la Rambla Castellarda (Llíria) e a Cova de la Pastora (Alcoi), con la presenza di idoli, casi di trapanazione cranica, vasi campaniformi, pugnali, asce di rame, ecc.
Per concludere, la sala IX, l'ultima sala del primo piano del museo, è dedicata alla Cultura del Bronzo Valenciano del II millennio a. C., con materiali proveniente dalla Muntanyeta de Cabrera (Torrente), il Mas de Menente (Alcoi), la Mola Alta de Serelles (Alcoi), la Lloma de Betxí (Paterna) e la Muntnya Assolada (Alzira).


Nella sala II troviamo una vetrina di contenuto didattico per i visitatori del museo, dove si spiegano, attraverso riproduzioni sperimentali, le differenti tecniche di fabbricazione di utensili litici durante il Paleolitico: dai primi strumenti dell'homo abilis fino alla fine del periodo Paleolitico.
La vetrina è divisa in otto parti, una per ciascuna tecnica dell'industria litica: angoli scolpiti e poca lavorazione nel Paleolitico arcaico e inferiore, la forma discoidale, il bifacciale, la tecnica Levallois (tipica del Musteriano), la tecnica laminare tipica del Paleolitico Superiore, la rifinitura del Solutreano e, infine, l'industria microlitica.
È una vetrina che illustra chiaramente come si sia evoluta la tecnologia in 2 milioni di anni, fornendo una visione generale sulle varie tecniche utilizzate.


REGNO UNITO - Museo di archeologia e antropologia dell'Università di Cambridge

 


Il Museo di archeologia e antropologia dell'Università di Cambridge (in inglese Museum of Archaeology and Anthropology, University of Cambridge, sigla MAA) è uno storico e grande complesso museale didattico della città di Cambridge, con collezioni contenenti artefatti archeologici ed etnografici provenienti da tutto il mondo. Il museo è collocato a Downing Site, all'interno del campus universitario, all'angolo tra Downing Street e Tennis Court Road.

SPAGNA - Sima del Elefante

La  Sima del Elefante , o Trinchera del Elefante (che in spagnolo significano rispettivamente voragine dell'elefante e trincea dell'...