domenica 29 marzo 2026

Lazio - Roma, Gladiatore ferito


All'inizio del XVIII secolo, tra il 168 e il 1733, lo scultore francese Pierre-Étienne Monnot restaurò un torso antico che ora è riconosciuto come un esempio del Discobolo di Mirone del 4460 a.C. come gladiatore ferito che si sostiene sul braccio mentre cade a terra; la scultura completata fu donata prima del 1734 da papa Clemente XII ai Musei Capitolini , dove si trova.  
Un'altra copia da Mirone fu scoperta nel 1906 tra le rovine di una villa romana a Tor Paterno nell'ex tenuta reale di Castel Porziano, ora conservata anch'essa nel Museo Nazionale Romano (nella foto a destra). 

Lazio - Roma, Discobolo Palombara (o Lancellotti)

 



Il Discobolo Palombara (o Lancellotti), la prima copia di questa famosa scultura ad essere stata scoperta, fu rinvenuto nel 1781. Si tratta di una copia del I secolo d.C. del bronzo originale di Mirone . Dopo la sua scoperta in una proprietà romana della famiglia Massimo, Villa Palombara sul colle Esquilino , fu inizialmente restaurata da Giuseppe Angelini; i Massimo la installarono nel loro Palazzo Massimo alle Colonne e poi a Palazzo Lancellotti . L'archeologo italiano Giovanni Battista Visconti identificò la scultura come una copia dell'originale di Mirone. Divenne immediatamente famosa, sebbene i Massimo ne custodissero gelosamente l'accesso (Haskell e Penny 1981:200).
Nel 1937, Adolf Hitler negoziò per acquistarlo, e alla fine ci riuscì nel 1938, quando Galeazzo Ciano , Ministro degli Affari Esteri, glielo vendette per cinque milioni di lire, nonostante le proteste di Giuseppe Bottai , Ministro dell'Istruzione, e della comunità accademica. Fu spedito in treno a Monaco ed esposto nella Gliptoteca; fu restituito nel 1948. Ora si trova nel Museo Nazionale Romano , esposto a Palazzo Massimo .
L’artista rappresentò il Discobolo in una particolare postura che esalta soprattutto due dimensioni: altezza e larghezza. Le braccia disegnano un arco di cerchio suddiviso in due parti dal blocco testa-torace. Probabilmente, la testa del Discobolo era volutamente rivolta verso un punto prestabilito da dove si doveva osservare la scultura. La scultura, in marmo pario, della metà del II secolo d.C., è alta 15 cm.

Lazio - Roma, villa di Livia

 

La villa di Livia o villa di Prima Porta è un sito archeologico di Roma, che corrisponde all'antica villa di Livia Drusilla, moglie dell'imperatore Augusto. Qui, tra gli importantissimi ritrovamenti, fu rinvenuta anche la celebre statua di Augusto loricato.
La villa presenta al suo interno pareti dipinte a giardino con una tecnica pittorica superiore a quella di tanti dipinti pompeiani; la maggior parte delle piccole scene che ornavano le pareti dipinte sono realizzate con la tecnica cosiddetta compendiaria, cioè riassuntiva. Questi giardini affrescati avevano lo scopo di riportare gli spettatori ad un paesaggio sereno e soleggiato, anziché cupo come la giornata che si presentava. La villa è citata da Plinio, Svetonio e Cassio Dione. In particolare esiste anche una leggenda poetica circa la sua fondazione, secondo la quale un'aquila avrebbe fatto cadere sul ventre di Livia una gallina con un rametto di alloro nel becco. Consigliata dagli aruspici ella allevò la prole del volatile e piantò il rametto generando un bosco, dal quale gli imperatori coglievano i ramoscelli da tenere in mano durante le battaglie. Per via della leggenda la villa veniva anche detta ad gallinas albas. La villa, secondo Plinio, era situata al IX miglio della via Flaminia.


I primi scavi del sito risalgono al 1863-1864, quando venne scoperta la statua di Augusto di Prima Porta, oggi ai Musei Vaticani e alcuni ambienti sotterranei, come il famoso ipogeo con affreschi di giardino. Nel 1944 un ordigno danneggiò la sala sotterranea, usata anche dai militari come bivacco. Nel dopoguerra si decise di staccare le preziose pitture (1951), che vennero trasferite nel Museo Nazionale Romano dove si trovano tutt'oggi.
Solo nel 1973 la villa venne espropriata ai privati proprietari, creando un parco pubblico, e nel 1982 si è iniziato il restauro delle strutture superstiti. Di recente gli affreschi, maggior motivo di attrazione del sito, sono stati riprodotti in fedeli pannelli posti sul sito originario.




Lombardia - Monza, ampolle dei pellegrini di Terrasanta

 
La serie di sedici ampolle dei pellegrini di Terrasanta, custodita nel Museo e tesoro del duomo di Monza, costituisce una particolarmente importante raccolta di oggetti devozionali databili alla seconda metà del VI secolo. In piombo e stagno, sono sbalzate con scene sacre in stile paleocristiano.
Era consuetudine dei pellegrini di riportare nei propri luoghi d'origine delle piccole ampolle, di forma lenticolare in stagno (come queste di Monza), o di ceramica o anche di vetro, contenenti piccole quantità dell'olio che ardeva nelle lampade poste vicino a sepolcri di santi o anche olio "santificato" dal loro contatto (da ciò la definizione di eulogie, o benedizioni).
Le ampolline potevano avere, durante il viaggio, anche lo scopo di contenere l'olio destinato ai sacramenti.
Le ampolle di Monza sono realizzate a stampo, congiungendo due valve decorate a leggero rilievo e presentano varie scene e simboli cristiani, tra cui l'adorazione dei Magi, le Marie al Sepolcro, la Crocifissione di Gesù, l'Ascensione al cielo. Intorno alla scena vi è la descrizione in lingua greca. Tra esse vi è una delle primissime raffigurazioni del sacello a forma di edicola posto sulla tomba di Cristo, ora sostituito dalla copertura ottocentesca a forma di cappella del Santo Sepolcro.
La loro presenza nel Tesoro del Duomo di Monza è da ricollegare alla figura della regina Teodolinda, principessa bavara di fede cattolica, regina dei Longobardi in quanto moglie di Autari e poi di Agilulfo. Particolarmente devota, riuscì a procurarsele dai pellegrini di ritorno dalla Terra Santa.

Toscana - Stele templare della luce nera

 

La stele templare della luce nera o lux tenebris presenta un'incisione su pietra serena delle dimensioni di 40 cm per 20 cm, rinvenuta in Alta Maremma.
Sul manufatto è presente sulla sinistra la figura di una croce stilizzata, comunemente detta croce patente. Di fattura sicuramente templare, è databile a non prima del 1147, visto che solo in quella data papa Eugenio III introdusse e concesse l'utilizzo di questo simbolo all'Ordine dei Cavalieri templari. Sulla destra, allo stesso livello, seppur sovrapposte, sono ancora sufficientemente leggibili la parola Lux e due lettere, una T ed una E, scritte in carattere corsivo gotico, molto simile al carattere runico. Una terza lettera è molto usurata, ma la parte superiore sembrerebbe fare propendere per una N.
Il manufatto è probabilmente un frammento di una più estesa iscrizione di cui sono controverse (o ignote) le ragioni.
Posto che si deve dare per pacifica la fattura di questa incisione da parte di una mano Templare, del suo significato letterale sono state date diverse interpretazioni:
Tesi Mistica
Per la tesi detta Mistica, dal tenore della parola "Lux" e dalle tre lettere che la seguono, il senso da attribuire alla frase sarebbe "Lux Thanatos".
Questa accezione (Luce della Morte) sarebbe compatibile con il pensiero Templare che vedeva nel termine della vita dell’uomo il momento del ritorno alla luce divina. Tuttavia la tesi “Mistica” è minoritaria. Secondo molti, appare altamente improbabile che i Cavalieri Crociati abbiano scritto "Lux Thanatos" che è una parola composta da Lux (latino) e Thanatos (greco), quando è risaputo che questi scrivevano le loro epigrafi solo in lingua latina.
Tesi Alchemica
La tesi maggioritaria, detta Alchemica, poggia l’assunto sulla base della seconda lettera posta sotto la parola “Lux” che è riconoscibile come “E” e non “H”.
Sulla base di queste evidenze, il significato che è stato attribuito alla frase è “Lux Tenebris”, letteralmente Luce Nera. L’ipotesi, se confermata, si ricollega alla passione di alcuni Templari di praticare la scienza Alchemica. Nello specifico la ricerca, oramai pacifica, di una luce di energia che fosse in grado di oscurare la luce del sole e del fuoco. I detrattori di questa teoria sostengono che Luce Nera sia un ossimoro, ovverosia una locuzione le cui due parole esprimono concetti contrari, perché è impensabile che una luce possa essere caratterizzata dal buio come mancanza di energia. Tuttavia recenti ricerche hanno confermato la tesi scientifica di questa teoria. In particolare la Royal Society of Chemistry ha pubblicato sulla rivista Energy & Environmental Science gli studi condotti dalla Kelvin Probe Force Microscopy (KPFM) e dalla Università nazionale di Singapore sulle potenziali utilità del buio ai fini della creazione di energia e, quindi, di luce.
Terza Tesi
Degna di nota è la tesi più recente e che è stata enucleata dallo storico-scrittore Ugo Nasi. Essa poggia le sue basi su di un’interpretazione semantica del palindromo del Quadrato del Sator.
Come è noto, tra i significati attribuiti da alcuni storici medievalisti alla combinazione delle lettere che compongono la misteriosa frase SATOR-AREPO-TENET-OPERA-ROTAS, ce ne sarebbe anche una legata proprio all’Ordine dei Cavalieri Templari, che avrebbero così dissimulato il messaggio occulto TECTA-NOCTE-ERAT-EXORDIO-TERRA: "In principio la terra era popolata dalle Tenebre".
Secondo lo storico sussisterebbe dunque un nesso logico tra la frase riportata sulla Stele della Lux Tenebris (o Luce Nera) e quella palindroma, scolpita sul quadrato del SATOR. Se la teoria fosse confermata, la Lapide della Lux Tenebris (detta comunemente Stele della Luce Nera) non sarebbe altro che un diverso modo espressivo per confutare lo stesso argomento del SATOR: LUCE NERA = TENEBRE. Questa tesi però, seppur autorevole ed assai suggestiva, non convince in pieno, perché Ugo Nasi muove da un assunto attualmente non dimostrato, ovverosia l’attribuzione del palindromo del SATOR ai Cavalieri Templari. Questa argomentazione è oramai minoritaria, visto che pare acclarato che il SATOR abbia origini molto più antiche della fondazione dell’Ordine Equestre Templare, dovendo addirittura risalire al periodo della Roma imperiale. Non va sottaciuto peraltro che tuttavia il Quadrato del Sator ed il palindromo che ne contraddistingue il messaggio, sembra certo che fosse conosciuto dai Templari, atteso che un'iscrizione in tal senso è stata rinvenuta (ed è ancora presente) sulla parete esterna della chiesa Templare di Campiglia Marittima.


Lazio - Roma, Gladiatore ferito

All'inizio del XVIII secolo, tra il 168 e il 1733, lo scultore francese Pierre-Étienne Monnot restaurò un torso antico che ora è riconos...