domenica 17 maggio 2026

Toscana - Museo delle navi antiche di Pisa




Il museo delle navi antiche di Pisa è un museo archeologico di Pisa facente parte della Direzione regionale musei della Toscana.
L'esposizione si svolge all'interno delle sale e delle campate degli Arsenali medicei ed è articolata in otto sezioni. Espone le navi antiche e i reperti scoperte nel 1998. Il museo è aperto al pubblico dal 16 giugno 2019.
Nel dicembre 1998 durante i lavori per la costruzione di un edificio che avrebbe dovuto ospitare la sede del nuovo Sistema di Comando e Controllo (SSC) presso la stazione di Pisa San Rossore iniziarono a emergere dagli scavi sotterranei tracce di materiale archeologico.
La scoperta si rivelò presto ben più importante del previsto, trattandosi di un sito di eccezionale importanza. Inizialmente si riteneva si trattasse di uno scalo portuale, ma ben presto si è identificata la vera natura del deposito: si tratta del punto di incrocio di un canale della centuriazione pisana con il corso del fiume Serchio (l'antico "Auser"), dove, a seguito di una serie di disastrose alluvioni (ne sono state identificate almeno nove, dal II secolo a.C. al VII secolo d.C.), sono affondate almeno trenta imbarcazioni.
Le imbarcazioni, tra navi da trasporto e barche fluviali, sono risultate essere perfettamente conservate, grazie alla particolare situazione di completa mancanza di ossigeno e la presenza di falde sotterranee. Ci sono così potuti pervenire una grande quantità di materiali solitamente deperibili, quali legno, cordami, cesterie, attrezzi da pesca e utensili. Inoltre si è recuperato buona parte del carico di queste navi contenuto in anfore e vasi. Dagli studi approfonditi si è potuti risalire anche a valide ipotesi sull'area di provenienza delle navi, che sarebbero giunte da varie parti del Mediterraneo: Gallia, Campania, Adriatico, ecc.
La scoperta eccezionale ha fatto parlare di una Pompei in versione marittima. Il cantiere, data la grande complessità della situazione stratigrafica, è stato reso stabile e trasformato in un cantiere scuola, dove gli scavi sono proseguiti sistematicamente per almeno dieci anni. Le imbarcazioni sono state restaurate presso il Centro di Restauro del Legno Bagnato, realizzato presso il Cantiere.
Il cantiere di scavo e il laboratorio di restauro sono stati visitabili su appuntamento e in particolari occasioni per tutta la durata dei lavori. Infine il museo è stato aperto definitivamente al pubblico in occasione della festa di San Ranieri del 2019.
Il sito, in realtà, presenta una stratigrafia ancora più complessa, testimoniando la storia di un’ansa fluviale del Serchio per oltre 1200 anni di storia. Sono state al momento identificate 13 fasi:
Fase I (VI-V secolo a.C.)
I ritrovamenti più antichi consistono nei resti di alcune capanne etrusche, localizzate in una radura del fitto bosco che caratterizzava la piana pisana nei pressi del fiume. La riva fluviale era rinforzata da una palizzata e da una lunga massicciata, mentre un corso d’acqua minore era regolato da una saracinesca in legno.
Fase II (200-175 a.C.)
Con il II secolo a.C., assistiamo alla prima alluvione e al primo naufragio. Una imbarcazione di grandi dimensioni (la cosiddetta “nave ellenistica” o nave “R”), proveniente verosimilmente dalla Spagna, si schianta contro la riva disperdendo i suoi elementi e il suo carico in una vasta area. La nave trasportava derrate alimentari (tra cui un carico di prosciutti di spalla probabilmente in salamoia) contenuti in anfore.
Fase III (100-50 a.C.)

Nel corso del I secolo a.C. scompaiono i pollini di alberi di alto fusto che hanno caratterizzato tutta la fase etrusca, e compaiono pollini di graminacee (campi coltivati) e di erbe palustri (campi incolti a lato del fiume). Il nuovo paesaggio centuriato della colonia romana parte da un intensivo disboscamento (Strabone V.2.5 parla del commercio del legname come di una delle principali fonti di reddito della Pisa romana) e pone le basi per il considerevole dissesto idrogeologico che porterà alle grandi alluvioni di età romana. Il paesaggio si organizza, come di consueto nelle colonie romane, con una divisione agraria regolare del territorio, in centurie di 710 metri di lato, alcune delle quali delimitate da canali di drenaggio. Proprio uno di questi canali attraversa l’area di scavo e interseca il corso del fiume Serchio, creando la situazione di rallentamento delle acque che genererà il deposito archeologico rinvenuto. Il rinvenimento di alcuni dolia (grandi orci per derrate alimentari), trasportati dalla corrente fluviale, testimoniano la presenza di un relitto esterno all’area di scavo, e di una alluvione non documentata stratigraficamente.
Fase IV (1-15 d.C.)
La prima grande alluvione, una delle più disastrose, coinvolse numerose imbarcazioni, tra le meglio conservate:
  • La nave “C” o “Alkedo” è il relitto meglio conservato dell’antichità classica. Nave da diporto foggiata a forma di nave da guerra, era spinta da dodici rematori. La nave è stata rinvenuta sostanzialmente intatta, ad eccezione di parte della poppa e dell’arco di prua. Il nome “Alkedo” (gabbiano in latino) era tracciato in lettere greche su di una panca.
  • La nave “B” era una nave da carico di medie dimensioni. Trasportava derrate alimentari e sabbia dalla Campania in anfore riutilizzate. Al di sotto del carico, rovesciatosi su di un lato in seguito al naufragio, è stato rinvenuto il corpo di un marinaio, ancora abbracciato al suo cane.
  • La nave G e la nave E sono resti di due barconi fluviali, probabilmente utilizzati per il trasbordo e il trasporto locale delle merci.
Fase V (I-II secolo d.C.)
Una alluvione minore coinvolge la nave “P”, un barcone fluviale a fondo piatto. Viene realizzato un molo-contrafforte alla confluenza del canale probabilmente per contrastare l’erosione fluviale. Nei pressi dello scavo si insedia una fornace che produce ceramica invetriata.


Fase VI (imperatore Adriano)

Assistiamo a un ulteriore spostamento verso nord del corso del fiume; una alluvione coinvolge due imbarcazioni fluviali, la “H”, barchino a fondo piatto del tutto simile a quelli ancora in uso nelle acque interne del centro Italia, e la barca “F” (nella foto), a volte erroneamente indicata come “piroga”. Si tratta di una lunga lintres, imbarcazione fluviale dalla forma affusolata e dalla sagoma deformata, per consentire la remata da un solo lato, proprio come le moderne gondole. Un relitto esterno all’ area è testimoniato da materiali fluitati. Alla fine dell’età adrianea sulla riva del fiume si imposta un probabile cantiere navale: un vascone rivestito da ceramica di scarto per sagomare sott’ acqua i tronchi delle chiglie, attrezzi per la lavorazione del legno e forcelle per il sostegno delle imbarcazioni fanno propendere per questa interpretazione.


Fase VII (250-280 d.C.)

Una serie di alluvioni e mutamenti dello stato fluviale spostano ulteriormente a nord il corso del fiume. Sulla riva settentrionale del fiume naufraga la nave A (nella foto), grande imbarcazione da trasporto, con un carico di anfore galliche ed italiche a fondo piatto reimpiegate.
Fase VIII (280-400 d.C.)
In questa fase viene rinforzata la riva fluviale con la creazione di una alzaia rinforzata da palizzate: vengono infissi pali da ormeggio e viene realizzato un pontile e un capanno presso la riva del fiume, verosimilmente in relazione con un traghetto fluviale.


Fase IX (ca. 400 d.C.)

Una alluvione coinvolge un'imbarcazione minore (Q), una imbarcazione esterna all’ area di scavo ma testimoniata da materiali trasportati dalla corrente (L) e soprattutto un ben conservato traghetto fluviale (nave “I” - nella foto), interamente realizzato in legno di quercia, e rivestito da fasce di ferro all’ esterno per rinforzare la struttura. La chiatta era spostata tra le due rive con un sistema di canapi, mossi da un argano di legno, che è stato rinvenuto in connessione con la barca.
Fase X (inizi del V sec. d.C.)
In un periodo di relativa calma del fiume viene realizzata una struttura sulla riva del fiume, di cui sono state rinvenute le fondazioni.
Fase XI (V sec. d.C.)
Una alluvione coinvolge una imbarcazione da carico, che affonda fuori dal perimetro del cantiere. Il carico della nave, costituito da anfore di piccole dimensioni (spatihia) viene trascinato dalla corrente per tutta l’area.


Fase XII (VI sec. d.C.)

Una grande alluvione, l’ultima attestata, coinvolge la nave “D” (nella foto), grande barcone fluviale adibito al trasporto della rena, e lo capovolge. Il barcone, del quale si conserva in ottimo stato il ponte, era spinto da una vela (sono stati rinvenuti albero e pennone) e trainato dall'alzaia da cavalli. Si sono rinvenuti, infatti, in connessione con l’imbarcazione, lo scheletro di un cavallo e il basto a cui era aggiogato. La nave D è la più antica attestazione della tecnica costruttiva navale “a scheletro”. In relazione probabilmente a questa alluvione il Serchio si separa dall'Arno e assume un suo proprio corso. Il ramo fluviale che attraversa lo scavo diventa un ramo morto.
Fase XIII (VII sec. d.C.)
L’ultima fase stratigraficamente riconosciuta è una fase di calma fluviale, relativa al progressivo interro dell’ormai abbandonato braccio del fiume.
Il Museo delle Navi Antiche di Pisa si articola in 8 aree tematiche, all’interno delle quali si snodano, in una sequenza logica, le sezioni del museo.
La sede sono gli Arsenali medicei, sul lungarno pisano, una serie di capannoni adibiti ad arsenali per la costruzione e la manutenzione delle galee dei cavalieri di Santo Stefano corpo cavalleresco adibito alla difesa navale contro la minaccia saracena. Sulla facciata degli arsenali, infatti, una serie di iscrizioni commemorano le principali vittorie dei cavalieri contro i Saraceni. Gli arsenali andarono ben presto in disuso e vennero occupati da strutture militari e poi da stalle. Fino al primo dopoguerra ospitarono il centro di riproduzione ippica dell’Esercito Italiano; parte degli stazzi e delle strutture adibite al ricovero dei cavalli sono state mantenute nell’allestimento, per conservare memoria di questa importante fase storica.


I - La città tra i due fiumi

La prima sala è dedicata alla storia della città di Pisa tra archeologia e leggenda, il suo sviluppo fino alla fase etrusca prima e romana poi, l'arrivo dei Longobardi. Particolarmente rilevanti le tombe villanoviane a incinerazione dalla necropoli di Via Marche, le palizzate lignee delle capanne etrusche dallo scavo delle navi, il cippo etrusco della Figuretta, i materiali dal Tumulo del Principe etrusco di via San Jacopo, i materiali dalle sepolture longobarde da Piazza Duomo.
II - Terra e acque
L’area tematica illustra il rapporto della città con il territorio e l'acqua: le alluvioni, l'organizzazione del territorio tra canali e centuriazioni, il Porto di Pisa, le cave e le officine ceramiche, la pesca, l'agricoltura, il legname e come questa intensa attività produttiva ha inciso sul territorio provocandone già in età antica il suo dissesto idrogeologico. In evidenza: il tesoretto di denari repubblicani di Fornacette, materiali e reperti botanici e faunistici, cesti e nasse, attrezzatura da pesca, tronchi semilavorati dal Cantiere delle Navi; la “passerella” della nave “ellenistica”.
III - La furia delle acque

La piana di Pisa fu soggetta a disastrose alluvioni per secoli: furono disastrose per il territorio, ma grazie agli scavi archeologici hanno consentito di ricostruire nel dettaglio una storia secolare fatta di navi, reperti, storie di vita e di commerci. Approfondimento sul metodo di scavo archeologico in ambiente umido. In evidenza: lo scheletro del marinaio e del suo cane morti nel naufragio della nave “B”, le enormi quantità di materiali rinvenuti nello scavi delle navi, materiali da sequestri e scavi subacquei.
IV - Navalia
Sezione “metodologica”. Tratta dell’intervento sulle navi dello scavo pisano, delle tecniche antiche di costruzione navale, delle moderne tecniche di restauro. In evidenza: la nave “A” e i suoi materiali; la barca “R”, strumenti per la costruzione navale (mazzuoli, scalpello, chiodi, rivetti, mortase e tenoni etc.); ricostruzione del “cantiere navale” della fase adrianea, con legni, letto di anfore e forcelle di sostegno delle navi; la barca “G”
V - Le navi
La sezione si articola su due distinte campate. La prima ospita le imbarcazioni da mare aperto; la visita dell’Alkedo introduce anche ai temi delle navi da guerra, mentre sul lato opposto sono esposte le navi commerciali; la seconda campata ospita le imbarcazioni da acque interne. In evidenza: L’Alkedo, il rostro di liburna da un sequestro, la “nave ellenistica” e il suo carico, i materiali dalla nave “B”, la nave “D” e il giogo da traino, le imbarcazioni fluviali minori (G, Q, P), la lintres “F”, il traghetto “I” con il suo argano.
VI - I commerci

Si viaggia per mare anche e soprattutto per commercio: l'oggetto principe sono le anfore da trasporto, i contenitori di quasi tutti i prodotti che si vendevano nel mondo antico; diffusione, importazione ed esportazione di merci particolari: beni di lusso, marmi, ceramica fine da tavola. Le oltre 13.000 anfore da trasporto rinvenute nello scavo delle navi e i materiali rinvenuti consentono di illustrare le dinamiche di commercio e scambio dell’antichità. In evidenza: la tipologia delle anfore dallo scavo, iscrizioni sulle anfore, la cd. “anfora da spumante” con capsula, terra sigillata di produzione pisana, tipologia di marmi importati.
VII - La navigazione
Le navi romane, a remi e con vele quadre, navigavano regolate da un complesso sistema di manovre; il cantiere ha restituito notevoli parti di vela, che permettono di ricostruire con molta affidabilità il complesso sistema che era alla base della struttura delle vele. Materiali, oggetti, ricostruzioni e apparati multimediali per illustrare le tecniche di navigazione antica. In evidenza: la gigantesca ancora lignea della nave A; un remo dallo scavo delle navi; il timone della nave “A”, frammenti di vele e sartie, elementi di pompa di sentina.
Alcune ricostruzioni, anche in chiave moderna, chiariscono la durata dei viaggi e le destinazioni principali dell'età romana.
VIII - La vita di bordo
Viaggiare non era molto confortevole, sicuramente come marinaio, ma anche come passeggero. Questa sezione descrive l’altra faccia della navigazione, la dura vita quotidiana a bordo: l'abbigliamento, i bagagli, le tempeste, l'illuminazione di bordo, come si cucinava e si mangiava, culti e superstizioni, la vita quotidiana a bordo. In evidenza: come si vestiva un marinaio, il giaccone di pelle dell'Alkedo; il bagaglio del marinaio della Nave A, un piccolo gruzzolo e una manciata di oggetti personali; giochi per bambini e da tavolo.


Lazio - Roma, Museo delle navi romane di Fiumicino

 

Il Museo delle navi romane è un museo archeologico, gestito dal Parco archeologico di Ostia antica, situato nei pressi dell'aeroporto di Roma-Fiumicino, nel territorio del comune di Fiumicino, realizzato negli anni sessanta per ospitare i resti di alcune navi romane rinvenute durante i lavori per la costruzione dello scalo aeroportuale.
Si tratta di uno dei pochi musei europei sorto in prossimità del sito in cui sono stati ritrovati i reperti navali. Il museo nacque trasformando l'hangar, dove erano stati trasportati i reperti in edificio museale, che fu inaugurato nel 1979. A causa di problemi infrastrutturali il museo fu chiuso nel 2002, per riaprire poi nell'ottobre 2021.


Durante i lavori per la realizzazione dell'aeroporto di Roma-Fiumicino furono rinvenuti diversi resti archeologici facenti parte dei porti di Claudio e Traiano tra cui il molo settentrionale e la cosiddetta "capitaneria", in un'area marginale dove le imbarcazioni troppo malridotte per navigare, venivano di fatto abbandonate.
Nel 1958 fu rinvenuta la prima imbarcazione, denominato Fiumicino 2, seguita poi da altre tre navi tra il 1959 e 1961, Fiumicino 1, Fiumicino 3 e Fiumicino 5. Negli anni seguenti furono portate alla luce anche due parti di fiancata appartenenti alle navi Fiumicino 6 e Fiumicino 7 e lo scafo del veliero Fiumicino 4, mentre un ulteriore relitto, il Fiumicino 8, non è stato scavato a causa del pessimo stato di conservazione.
Considerando che il contatto con l'aria avrebbe portato ad un forte deterioramento dei reperti rinvenuti, il Genio civile, sotto la direzione dell'ingegnere Otello Testaguzza e dell'archeologa Valnea Santa Maria Scrinari, realizzò sul sito dei principali ritrovamenti un hangar in legno dove i relitti furono trasportati e consolidati.
Il museo ospita cinque relitti completi di navi per il trasporto fluviale-marittimo, di cui tre navi caudicarie (Fiumicino 1, 2 e 3), un piccolo veliero (Fiumicino 4) e una navis vivaria (Fiumicino 5), nota anche come la barca del pescatore, e due frammenti di fiancata di nave.


Altri reperti custoditi presso il museo sono del materiale lapideo ritrovato ad Ostia, tra cui un sarcofago, una bitta d'ormeggio, un calco del rilievo di Torlonia, dei sigilli di età antonina, uno scandaglio, un ceppo d'ancora, delle anfore, il calco di un'iscrizione trovata presso il porto, dei pannelli descrittivi delle fasi di scavo per il recupero delle navi e delle tecniche di costruzione degli scafi.
I relitti
Fiumicino 1, 2 e 3: si tratta di tre navi caudicarie lignee di piccole dimensioni: 17 x 5,5 metri la prima, 19 x 6,3 la seconda e 14 x 4,5 la terza, con una portata massima rispettivamente di circa 50, 70 e 30 tonnellate, utilizzate per l'alleggio delle grandi navi marittime che approdavano presso Ostia e Porto. Per quanto riguarda la Fiumicino 1 i materiali di costruzione comprendono diversi tipi di legno locale tra cui la quercia per la chiglia e per le tavole del fasciame di poppa e prua, e il pino domestico per le tavole centrali. La tecnica di costruzione, detta a guscio portante, prevede la messa in opera della chiglia e delle tavole di fasciame prima delle ordinate, legate al fasciame attraverso chiodi di ferro in cavicchi di salice (alcune ordinate sono state bloccate anche sulla chiglia tramite grossi chiodi di ferro); migliaia di sottili linguette in legno duro, dette tenoni, sono state inserite in mortase a intervalli regolari nelle tavole per collegarle tra di loro e rendere coeso il guscio della nave. L'armamento della piccola imbarcazione prevedeva un albero sito in posizione avanzata anteriore e munito di pedarole su cui era fissato il cavo per l'alaggio; sull'albero poteva essere montata anche una vela aurica. Queste imbarcazioni sono cadute in disuso tra la fine del IV e l'inizio del V secolo.
Fiumicino 4: si tratta di un piccolo veliero utilizzato per piccole attività commerciali, in origine esso doveva misurare all'incirca 10 x 2,8 metri con una portata massima di 3,8 tonnellate. Costruita grossomodo con la stessa tecnica e gli stessi materiale delle navi caudicarie, fatta eccezione per l'impiego del cipresso per alcune tavole del fasciame e dei cavicchi d'olivo in luogo dei chiodi di ferro, fu abbandonata intorno alla metà del III secolo.
Fiumicino 5: si tratta di una piccola nave da pesca, o navis vivaria, lunga circa 6 metri e datata al II secolo. Essa era dotata di un compartimento posto al centro dello scafo, munito di coperchio e riempito d'acqua grazie ai piccoli 19 fori praticati sul fondo, che serviva a mantenere in vita il pescato con una capacità di circa 300 litri. Attraverso dei piccoli tappi in legno di pino domestico era possibile anche regolare il flusso dell'acqua e svuotare all'occorrenza il compartimento. Anche questa nave è stata realizzata con legni locali con una tecnica simile a quelle applicate per le altre navi custodite nel museo, con l'eccezione dell'uso del legno di ginepro per parte delle ordinate.


Lazio - Nemi, Museo delle navi romane

 

Il Museo delle navi romane si trova lungo le rive del lago di Nemi, in provincia di Roma.
Il Museo afferisce alla Direzione regionale Musei nazionali Lazio, istituto del Ministero della Cultura.
Nessun autore dell'antica Roma ha mai parlato delle navi imperiali nel lago di Nemi. Se ne supponeva l'esistenza perché, già nel Medioevo, accadeva che, di tanto in tanto, venissero pescati alcuni reperti archeologici.
Si fecero diverse ipotesi sia sull'esistenza delle navi che su chi le avesse volute finché, tra i diversi reperti pescati, comparvero le cosiddette fistulae aquariae. Si trattava di grosse tubazioni in piombo che facevano parte di un impianto idraulico piuttosto costoso utilizzato dalle ricche famiglie romane per portare acqua corrente all'interno dei palazzi. Questi tubi erano ricavati da lastre rettangolari di piombo su cui si era soliti stampigliare il nome del proprietario, spesso il nome del liberto idraulico e a volte un numero progressivo. Da ciò si ricavò che appartenessero all'imperatore Caligola. Quando questi morì, presumibilmente, le due navi furono affondate, nel rispetto della condanna alla damnatio memoriae.
Il primo tentativo di recupero fu voluto dal cardinale Prospero Colonna nel 1446. Il cardinale, signore di Nemi e uomo di vasta erudizione, affidò il difficile compito a Leon Battista Alberti. Le operazioni di recupero delle navi ebbero inizio e furono descritte da Flavio Biondo da Forlì nella sua Italia illustrata. Leon Battista Alberti chiamò alcuni valenti nuotatori genovesi, i marangoni, che raggiunsero e, per quanto fu loro possibile, esplorarono la nave più vicina alla riva e ne riferirono la distanza e la profondità. Si costruì una piattaforma galleggiante e, con delle corde munite di ganci, si tentò di tirare la nave a riva. Si riuscì invece solo a strappare un pezzo dell'imbarcazione, danneggiandone seriamente la struttura.
Il secondo tentativo fu voluto da Francesco De Marchi nel 1535. Il tentativo è documentato nel suo trattato di Architettura militare. Il 15 luglio 1535 De Marchi decise di immergersi personalmente avvalendosi di una specie di campana inventata da Étienne Guillery , che partecipò alle immersioni. Cominciò ad osservare la nave più vicina alla riva, che era anche quella che giaceva a minor profondità. La lunghezza secondo la sua valutazione era di 64 metri e la larghezza di 20. Il legno, protetto dal fango, era ben conservato anche se aveva quasi 2000 anni. Si cercò più volte di cingere la nave con fasce e cordami, nel tentativo, inutile, di riportarla in superficie.
Negli anni successivi vi furono numerosi saccheggi da parte dei pescatori del lago di cui è data testimonianza nelle Memorie sui conventi francescani di padre Casimiro. Nel settembre 1827, si tentò per la terza volta l'impresa del recupero delle navi. Il nobile cavaliere Annesio Fusconi decise di servirsi nuovamente della campana. Ne costruì una abbastanza grande da contenere otto marangoni. Fu, poi, realizzata una piattaforma galleggiante, piuttosto ampia, idonea a sostenere la campana ed a calarla in acqua mediante quattro argani. Il 10 settembre del 1827 si diede inizio al tentativo di recupero della nave più vicina alla riva: fu immersa la campana con dentro gli otto marangoni che però, una volta sul fondo, non poterono asportare grandi quantitativi di materiale. Furono allora legate alcune gomene agli argani e si avvolsero delle cime allo scafo. Ancora una volta le corde si ruppero e l'impresa fu rimandata.
Il 3 ottobre 1895, su incarico della famiglia Orsini e con il contributo dello Stato, si procedette al quarto tentativo di recupero. Ci si avvalse della collaborazione di un provetto palombaro, che esaminò accuratamente la nave più vicina alla riva e tornò alla superficie con la ghiera di un timone. Si divelsero dallo scafo le famose teste feline e poi, ancora, rulli sferici, rulli cilindrici, cerniere, filastrini in bronzo, tubi di piombo, tegole di rame dorato, laterizi di varie forme e dimensioni, frammenti di mosaici con abbellimenti in pasta di vetro, lamine di rame ed altro. Il 18 novembre venne poi individuata la seconda nave, dalla quale si recuperò altro materiale. La maggior parte del materiale recuperato fu acquistato dal governo per il Museo Nazionale Romano. Per impedire l'ulteriore saccheggio da parte dei privati, il Ministro della Pubblica Istruzione, Guido Baccelli, chiese la collaborazione dell'ammiraglio Enrico Morin, Ministro della Marina, per il definitivo recupero delle navi. L'incarico fu affidato al Tenente colonnello Vittorio Malfatti. Questi, affiancato da un espertissimo palombaro, fu in grado di stabilire che la prima nave distava dalla riva circa cinquanta metri e adagiata sul fianco sinistro ad una profondità da cinque a dodici metri. Lontano duecento metri, ad una profondità da quindici a venti metri circa, giaceva la seconda nave, anch'essa adagiata sul lato sinistro ed anch'essa semi coperta dal fango. Tuttavia i tempi non erano ancora maturi per il recupero.
Finalmente nell'anno 1926 si tornò a parlare del recupero delle navi. Fu creata una commissione di studio affidandone la presidenza al senatore Corrado Ricci. Dopo un'attenta analisi la commissione ritenne idoneo il metodo di lavoro proposto dal Malfatti: l'abbassamento del livello del lago fino a far emergere le due navi. Il 9 aprile 1927, in un discorso alla Reale Società Romana di Storia Patria, il Capo del Governo, Benito Mussolini, annunciò la decisione di recuperare le due grandi navi sommerse. Era dunque deciso che si dovesse svuotare parzialmente il lago di Nemi per far riemergere le due antiche navi romane utilizzando l'antico emissario affinché portasse le acque al mare. L'emissario, risalente al periodo etrusco, veniva utilizzato al tempo dei romani per far defluire le acque del lago di Nemi fino al mare in modo che non inondassero il santuario di Diana che sorgeva sulla riva settentrionale del lago di Nemi. Fu necessario esaminare a fondo l'emissario per rendersi conto dello stato generale dell'intera antichissima opera. Augusto Anzil e Mafaldo Corese riuscirono a percorrere l'intera galleria e ad uscire dalla parte del lago. Nel mese di settembre del 1928 i lavori di sistemazione furono portati a termine, ed il 1º ottobre se ne effettuò il collaudo. Il 20 ottobre 1928 Mussolini, accompagnato dal Sottosegretario agli Interni e dai Ministri della Pubblica Istruzione e dei Lavori Pubblici, mise in funzione l'impianto idrovoro. Il 28 marzo 1929 affiorarono le più alte strutture della prima nave. Anche l'altra nave fu tratta a riva ed entrambe trovarono posto nel Museo delle Navi Romane.
La notte tra il 31 maggio e il 1º giugno del 1944 un incendio avvampò sulle rive del lago di Nemi. Poco prima c'era stato un bombardamento alleato nei confronti di una batteria antiaerea formata da quattro cannoni nazisti. Tutto andò distrutto, comprese le due navi. Si salvarono solo quei reperti che erano stati precedentemente trasportati nel museo nazionale romano. I nazisti abbandonarono la loro postazione il 2 giugno, mentre gli americani arrivarono due giorni dopo, senza trovare più alcunché da salvare. Furono creduti i custodi del museo che dichiararono che i nazisti si aggirassero con un lume all'interno del museo e quindi l'avessero deliberatamente incendiato; studi più recenti attribuirebbero invece la causa dell'incendio al bombardamento stesso.
Le due navi sono state riprodotte in scala 1/5, e questi modellini sono, l'uno dietro l'altro, esposti in un'ala del museo.


Già di per sé è una costruzione interessante, perché offre un rarissimo esempio, il primo al mondo, di struttura concepita appositamente in funzione del contenuto e condizionata da quest'ultimo nelle soluzioni architettoniche.
In effetti il museo delle navi di Nemi è un doppio hangar di calcestruzzo delle dimensioni esatte per le due navi, che erano lunghe circa 80 metri. Morpurgo lo volle con grandi superfici vetrate e realizzò al di sopra del tetto una terrazza praticabile da cui si gode un panorama inedito del lago, proprio sulla sponda ma in posizione elevata.
Dopo la ristrutturazione è stato adibito per ospitare un tratto dell'antica Via Sacra, i modelli in scala 1:5 delle navi fatti sulla base dei molti disegni tecnici eseguiti dagli ingegneri della Marina all'epoca del recupero, pannelli illustrativi, il materiale scampato all'incendio e reperti del Santuario di Diana.



Friuli Venezia Giulia - Museo nazionale di archeologia subacquea dell'Alto Adriatico

 

Il Museo nazionale di archeologia subacquea dell'Alto Adriatico è un museo statale italiano sito a Grado (GO).
Il museo fu concepito appositamente per accogliere i resti della Iulia Felix, imbarcazione romana del III secolo rinvenuta nel 1986 da Agostino Formentin, pescatore di Marano Lagunare, a 16 metri di profondità sui fondali marini al largo di Grado.
L'imbarcazione, lunga 18 e larga 5-6 metri, fu trovata intatta, con il suo carico di 560 anfore. La nave trasportava un carico di alimenti (pesce in salamoia) e frammenti di vetro, forse destinati agli artigiani della vicina Aquileia. A bordo furono ritrovati anche altri manufatti, tra i quali due teste bronzee di Poseidone e di Minerva.
La nave fu recuperata nel 1999. Il museo è stato aperto nel dicembre 2025.





Friuli Venezia Giulia - Civico Museo archeologico Iulium Carnicum

 

Il Civico Museo archeologico Iulium Carnicum di Zuglio, in Provincia di Udine, inaugurato nel 1995, si trova al centro del Comune, nei pressi dell'area archeologica del Foro romano. I reperti presenti nel percorso espositivo ricostruiscono i vari aspetti della città romana più settentrionale d'Italia. Un'interessante sezione è dedicata alla storia della Carnia dalle preistoria al medioevo.
La superficie espositiva del Museo di Zuglio si sviluppa sui 3 piani del secentesco Palazzo Tommasi Leschiutta con 7 sale espositive. Il museo è aperto con il seguente orario: dal I giugno al 31 ottobre: giovedì e venerdì 9-12, sabato e domenica 9-13/15-18; dal 2 novembre al 31 maggio: venerdì 9-12, sabato 9-13/15-18. 
Il Museo fa parte del Sistema museale della Carnia, CarniaMusei.



Toscana - Museo delle navi antiche di Pisa

Il  museo delle navi antiche di Pisa  è un museo archeologico di Pisa facente parte della Direzione regionale musei della Toscana. L'es...