lunedì 16 marzo 2026

CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta


L'Augusto di Prima Porta, nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l'imperatore Augusto. Alta 2,04 metri, è realizzata in marmo bianco ed è conservata nei Musei Vaticani, a Roma (Città del Vaticano). Fu ritrovata il 20 aprile 1863 nella villa di Livia, l'abitazione di Livia Drusilla, moglie di Augusto, a Prima Porta.
Generalmente si ritiene che la statua sia databile agli anni successivi la restituzione delle insegne romane da parte dei Parti nel 20 a.C. Questa data è certamente un terminus post quem. Alcuni credono però che la statua sia stata concepita verso l'8 a.C., al termine delle campagne di pacificazione delle province di Tiberio.
La datazione della statua è stata oggetto di studi approfonditi e di dibattiti. È possibile che quella conservatasi sia in realtà la copia di un originale in bronzo dedicata all'imperatore dal Senato nell'anno 20 e posizionata in pubblica piazza, il cui autore potrebbe essere stato uno scultore greco. Alcuni storici e critici ritengono che Tiberio, figlio adottivo di Augusto, abbia regalato la statua in marmo alla madre Livia dopo la morte del patrigno. Si spiegherebbe così il ritrovamento di una statua con significati tanto propagandistici e che certamente dovevano destinarsi a un pubblico vasto all'interno di una casa privata come era la villa di Livia. E si spiegherebbe così la scelta delle raffigurazioni sull'armatura: la restituzione delle insegne romane perse nella campagna partica di Crasso e le conquiste occidentali. In entrambi questi successi molto merito ebbe, appunto, Tiberio che con questo dono si faceva garante e naturale prosecutore della politica augustea. D'altronde è stato anche notato che la statua poteva essere un dono fatto dallo stesso Augusto alla moglie Livia e in questo senso la statua verrebbe a essere interpretata come un manifesto in sostegno di Tiberio, del quale si celebrano le imprese sia in oriente sia in occidente.
Dopo il ritrovamento nel 1863 fu restaurata dallo scultore italiano Pietro Tenerani.
Nel 1933 ne fu tratta una replica bronzea, priva dell'erote, per porla in via dei Fori Imperiali, a Roma, di fronte al Foro di Augusto.

L'imperatore è raffigurato in piedi, con il braccio destro alzato e il gesto di attirare l'attenzione: si tratta della posa con cui si richiedeva il silenzio prima dell'adlocutio (incitamento all'esercito prima della battaglia).
La figura indossa una corazza riccamente decorata, al di sotto della quale porta la tunica corta militare. Un paludamentum (mantello che insieme al parazonium era il simbolo del generale romano quando comandava un esercito) gli avvolge i fianchi, ricadendo mollemente sulla mano sinistra, con un panneggio particolarmente elaborato. Nella stessa mano impugna la lancia. Sulla gamba destra è riportato un bambino: Eros, a cavallo di un delfino. Eros era figlio di Venere e il delfino è un omaggio a Venere, simboleggia infatti la nascita della dea avvenuta dall'acqua. Infatti Augusto apparteneva alla gens Iulia, che si riteneva discendere da Venere, madre di Enea, tramite il figlio di questi Ascanio o Iulo.
L'imperatore è ritratto, almeno nel volto, con le sue reali fattezze, anche se idealizzate nella celebrazione della sua carica.
Augusto è inoltre scalzo, come gli dei e gli eroi. La simbologia della statua è assolutamente stringente e ci dice quanto l'imperatore vuole che vediamo di lui: io, Augusto, figlio della stirpe di Venere (piedi scalzi e amorino), che ho ripristinato l'integrità di Roma (riconsegna delle insegne di Crasso), sono il nuovo comandante di Roma (armatura) e ho riportato la pace (lancia sulla sinistra, che aveva la punta rivolta verso il basso). Popolo Romano, ascoltami! (gesto dell'adlocutio).

L'iconografia della statua è spesso stata accostata a certe immagini evocate dal Carmen saeculare di Orazio. D'altronde, se prendiamo come vera l'ipotesi della realizzazione della statua durante l'impero di Augusto e non durante quella di Tiberio, le due opere sono abbastanza contemporanee. Il Carmen infatti fu letto pubblicamente per la prima volta nel 17 a.C. durante i Ludi Saeculares, voluti dall'imperatore per celebrare la venuta della nuova Pax romana e dell'età dell'oro già preannunciata da Virgilio nella IV ecloga.
La corazza è aderente, facendo risaltare il fisico atletico che ricorda le sculture greche di certi eroi.
Grande importanza simbolica hanno i rilievi che la decorano, con particolare riferimento alla storia contemporanea e all'ideologia di Augusto. Vi sono raffigurati:
  • in alto una personificazione di Caelum;
  • sotto di esso vola la quadriga di Sol;
  • procedendo verso destra si trova la Luna quasi completamente coperta da l'Aurora (un'altra interpretazione vuole che al posto dell'Aurora sia rappresentato il dio della luce del mattino Phosphorus);
  • al centro è raffigurata la scena del re dei Parti Fraate IV che restituisce le insegne catturate ai Romani dopo la sconfitta di Crasso; è presumibile che il generale romano raffigurato con ai piedi un cane (probabilmente un lupo, simbolo per eccellenza di Roma oppure, una lupa, nutrice di Romolo e Remo) sia Tiberio, visto che proprio lui partecipò alla campagna partica. Ma non è da escludere che si tratti dello stesso Augusto o di un imberbe dio della guerra Marte vendicatore. Altra ipotesi lo identifica come l'incarnazione fisica delle legioni e del legionario ideale;
  • ai due lati si trovano due donne che piangono. Quella a destra tiene in mano uno stendardo, su cui è raffigurato un cinghiale e la tipica tromba celtica a forma di drago, il carnyx. Quella a sinistra, colta in atteggiamento di sottomissione, porge un parazonium. È possibile che la prima rappresenti le tribù celtiche del Nord-Ovest della Spagna, Asturi e Cantabri, che erano state conquistate da Augusto, oppure la Gallia stessa che sempre dall'imperatore era stata riorganizzata e pacificata tra il 12 e l'8 a.C.; la seconda invece, non essendo completamente disarmata, potrebbe raffigurare le tribù germaniche situate tra il Reno e l'Elba che comunque sarebbero presto state oggetto di conquista oppure i regni dell'Oriente ellenistico, clienti di Roma;
  • al di sotto delle due figure di donna sono Apollo e Diana, rispettivamente su di un grifone e su di un cervo;
  • in basso si trovano la dea Tellus, simbolo di fertilità, semisdraiata e tenente un corno (o cornucopia) colmo di frutta, e due neonati che si afferrano alla veste della dea (tale raffigurazione ha molte somiglianze con la Tellus Mater dell'Ara Pacis).

La statua riprende la corrente neoattica tipica dell'epoca, ispirandosi abbastanza fedelmente all'atteggiamento equilibrato del Doriforo di Policleto. Anche la statua è opera di uno o più artisti di quella cerchia. Il braccio destro è alzato nel gesto autorevole che chiede attenzione alle truppe, prima di un discorso ufficiale; lo sguardo è fermo e concentrato.
Un restauro all'inizio del XXI secolo eseguito nei Musei Vaticani, al quale è seguita una serie di analisi (fluorescenza X, ultravioletti, esame mineralogico-petrorafico, ecc...), hanno permesso di determinare i colori utilizzati nella policromia della statua. I colori non erano più di 6 o 7:
  • azzurro ("blu egiziano")
  • rosso carminio
  • rosso ocra
  • bruno ("terra di Siena")
  • bruno chiaro
  • giallo
Il colore era servito a mettere in risalto il ruolo di Augusto, evidenziando il suo status imperiale con il rosso del manto e della tunica. La corazza anche era colorata, coi i suoi numerosi dettagli in rilievo sottolineati dal colore.

CITTA' DEL VATICANO - Ermes Pio-Clementino

 

L'Ermes Pio-Clementino (o Hermes Belvedere) è una statua raffigurante il dio greco Ermes conservata al Museo Pio-Clementino, il complesso più grande dei Musei Vaticani, di cui rappresenta il numero d'inventario 907.
In passato fu a lungo conosciuto come Antinoo del Belvedere, a causa della sua prima identificazione con Antinoo, il ragazzo amato dall'imperatore Adriano, e per la sua ubicazione nel Cortile del Belvedere.
Il suo volto non è infatti quello idealizzato del giovane amante di Adriano; il mantello gettato sulla spalla sinistra e avvolto attorno al braccio, conosciuto come clamide, ed il contrapposto rilassato identificano con sicurezza la scultura come raffigurazione di Ermes, così com'era più tipicamente mostrato dalle opere di Prassitele.
Attualmente si ritiene che questa statua sia una copia appartenente all'arte adrianea ripresa da un bronzo originario della scuola del maestro greco.
La scultura è stata acquistata da papa Paolo III (appartenente alla ricca e potente famiglia Farnese) nel 1543, pagando mille ducati a "Nicolaus de Palis per una bellissima statua di marmo ... che Sua Santità ha inviato ad essere messa nel suo giardino Belvedere". Il luogo più probabile del suo rinvenimento è un giardino nei pressi di castel Sant'Angelo, ove il Palais aveva una proprietà.
La scultura divenne subito famosa in qualità di "Antinous Admirandus", menzionato in tutte le liste di scultura romana da andar sicuramente a vedere a Roma, inciso e rappresentato in tutti i repertori dell'arte classica, universalmente ammirato e successivamente copiato in bronzo e marmo a Fontainebleau nel XVI secolo e a Versailles nel XVII secolo.
Una copia in bronzo di Hubert Le Sueur figurava tra le collezioni di Carlo I d'Inghilterra, prima d'essere acquisita da Oliver Cromwell, mentre un'altra copia fusa dai fratelli Keller entrò a far parte della collezione di Luigi XIV di Francia. Una copia in marmo è stata anche acquistata da Pietro I di Russia; numerosi suoi calchi si possono infine trovare in varie accademie d'arte, come l'accademia di belle arti di Brera a Milano e all'Universität der Künste Berlin.
Il pittore francese Poussin ha veduto in essa un canone estetico da riferirvisi come regola di proporzione ideale e nel 1683 Gérard Audran l'ha inclusa nella sua collezione d'incisioni, destinata ai giovani scultori, che volevano rappresentare le proporzioni della forma del corpo umano maschile così com'erano raffigurate attraverso le più belle statue dell'antichità.
Il critico d'arte tedesco Johann Joachim Winckelmann la riconobbe come esser una statua di prima grandezza, ammirandone soprattutto la testa d'altissima classe e fattura: "senza dubbio uno dei più bei capi di giovane di tutta l'Antichità", pur criticandone in parte il lavoro svolto sui piedi, la pancia e le gambe. Ai tempi di Winckelmann l'identificazione della scultura come un "tipo Antinoo" era già stata smentita, veniva invece interpretata come un Meleagro, l'eroe della caccia al cinghiale calidonio.
Identificata finalmente come Ermes per la prima volta dallo studioso Ennio Quirino Visconti nel suo catalogo del Museo Pio-Clementino (1818-1822).
La statua, alta 1,95 metri e realizzata in marmo bianco a grana grossa, rappresenta un giovane uomo nudo a grandezza naturale con una clamide appoggiata sulla spalla e sull'avambraccio sinistro. Si tratta di una variante del tipo di Andros, che ha la clamide ed un serpente attorcigliato attorno all'albero di supporto e permettendone in tal modo l'identificazione come psicopompo; è inoltre direttamente influenzato anche dall'Hermes con Dioniso.

CITTA' DEL VATICANO - Atena e Marsia

 

Atena e Marsia
 è un gruppo statuario del 450 a.C. circa realizzato dallo scultore Mirone. È oggi noto solo da copie marmoree dell'epoca romana, tra cui la migliore è probabilmente quella conservata ai Musei Vaticani (149 cm di altezza per Atena, 156 cm per Marsia).  L'opera originale, in bronzo, era collocata sull'acropoli di Atene.
Se ne conoscono varie copie, la migliore delle quali, per quanto frammentaria, resta quella vaticana. Un corpo della sola Atena, senza testa né braccia, è conservato al Louvre, una copia con la testa e con l'elmo al Museo del Prado, e una ben conservata, senza le braccia, alla Liebieghaus di Francoforte.
Il gruppo mostra Atena che, dopo aver gettato in terra l'aulos che le gonfia volgarmente le guance nell'atto di suonarlo, si accorge di Marsia che lo ha visto e che (sollevando il braccio nella versione originaria) sta per impadronirsene. Lo scultore rese effetti di movimento bilanciando la posa instabile e aggressiva di Marsia con il veloce scatto di Atena: come nel frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia è messo in scena il conflitto tra ragione e bestialità.
Rispetto a opere anteriori, nella scultura di Mirone Atena non è più una serena protettrice (promachos, come nei frontoni di Egina), ma una fanciulla che partecipa pensosa all'azione.


CITTA' DEL VATICANO - Atena-Minerva Giustiniani


L'Atena-Minerva Giustiniani è una copia romana di epoca antonina di un originale greco raffigurante Pallade Atena eseguito tra la fine del V e l'inizio del IV secolo a.C.
Il serpente accanto al piede destro ricorda il mito arcaico di Erittonio. Gli avambracci sono restaurati, così come lo sono la lancia e la sfinge presente sull'elmo corinzio della dea.
La scultura si dice essere stata trovata, nei primi anni del XVII secolo, tra le rovine del ninfeo detto «tempio di Minerva Medica», sul colle Esquilino, che proprio da questa statua avrebbe preso la propria denominazione; secondo un'altra ipotesi, sostenuta da Pietro Santi Bartoli, il sito del rinvenimento della statua fu l'Orto di Minerva, adiacente alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, che fu costruito su un tempio di Minerva per volere di Pompeo Magno nel 62 a.C.
Sulla base delle caratteristiche stilistiche, nel XIX secolo si è pensato fosse la copia di un'opera di Fidia; per tale ragione fu inclusa tra i grandi calchi della scultura europea appartenenti al padiglione tedesco dell'Esposizione internazionale della Luisiana, a Saint Louis nel 1904.
La statua prese il nome attuale dopo essere appartenuta alla collezione di Vincenzo Giustiniani, che all'inizio del XVII secolo costruì il palazzo romano omonimo e fece pubblicare una raccolta di incisioni, con tutte le opere d'arte di sua proprietà.[1] Nel periodo in cui fece parte della collezione, la scultura non fu mai copiata. Solo Johann Joachim Winckelmann fa riferimento allo stile classico e severo che la caratterizza, ma non ne parla mai in modo esplicito. Altre notizie relative all'opera si hanno verso la fine del secolo, quando diventa oggetto di ammirazione soprattutto tra i visitatori inglesi a Roma, che prendono l'abitudine di farsi raffigurare con l'immagine a mezzo busto dell'Atena Giustiniani nei ritratti di Pompeo Batoni.
Il francese Claude Michel (Clodion), allievo presso l'Académie de France à Rome nel 1762-1771, eseguì una scultura in terracotta raffigurante Minerva; la statua del Clodion, refuso delle tante antichità romane approvate dall'accademia, si ispirava principalmente alla Minerva Giustiniani.
La statua, diversamente dal resto della collezione, non fu requisita durante l'occupazione napoleonica di Roma del 1805. Nel 1815 tutto ciò che restava della collezione Giustiniani fu acquistato da Federico Guglielmo III di Prussia, costituendo gran parte della collezione del Castello di Berlino; solo la Minerva rimase a Roma, poiché fu acquistata nel 1805 da Luciano Bonaparte, il quale la collocò nella sua residenza di Palazzo Núñez-Torlonia. Nel 1817 quest'ultimo vendette la scultura a papa Pio VII e nel 1822, quando fu aperto il Braccio Nuovo, nei Musei Vaticani, l'opera fu collocata nella posizione in cui si trova attualmente.

CITTA' DEL VATICANO - Ritratto di Filippo l'Arabo



Il ritratto di Filippo l'Arabo conservato ai Musei Vaticani è uno dei rari ritratti romani raffiguranti l'omonimo imperatore, che regnò dal 244 al 249.
Il busto, alto 0,71 metri, è composto con la toga contabulata, tipica nel III secolo della carica consolare, e la testa fortemente caratterizzata ritrattisticamente. Nella fisionomia sono risaltati i tratti "barbarici" dell'imperatore, originario, infatti, della recentemente annessa provincia dell'Arabia Petrea, come era accaduto anche nel ritratto di Massimino il Trace. Il volto ha forme massicce, con profonde pieghe sulle guance ed occhi stretti e lunghi; il naso è grande ed aquilino, le labbra sono tumide.
La volumetria della testa è accentuata dalla calotta della capigliatura, tagliata corta, screziata da trattini che disegnano anche la barba aderente alle gote e al mento.
L'espressionismo del volto dell'imperatore, probabilmente dovuto ad i suoi tratti somatici, percepiti come orientali, nella ritrattistica successiva verrà ulteriormente accentuato, come nei ritratti di Decio e di Treboniano Gallo, di poco posteriori.

CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...