lunedì 20 aprile 2026

MALTA - Museo Archeologico di Gozo

 

Il Museo Archeologico di Gozo (in maltese Il-Mużew tal-Arkeoloġija ta' Għawdex e in inglese Museo Archeologico di Gozo ) è uno dei due musei archeologici di Malta .
Il museo è ospitato in un  edificio del XVII secolo situato all'interno della Cittadella di Ir - Rabat .
Originariamente fungeva da municipio, dove i Cavalieri dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme ricevevano i loro ospiti illustri. Fu anche la residenza della famiglia Bondì, da cui il nome Casa Bondì con cui è anche conosciuto. Caduto in rovina, fu restaurato nel 1937 da Sir Harry Luke, Luogotenente Governatore di Malta. Nel 1960 divenne il primo museo pubblico dell'isola; le sue collezioni comprendevano allora oggetti archeologici ed etnografici. Nel 1986, le collezioni non archeologiche furono trasferite in altri edifici all'interno della cittadella.
Il museo ospita oggetti rinvenuti sull'isola di Gozo, risalenti dalla preistoria al Medioevo . In particolare, espone lastre di pietra provenienti dai templi di Ġgantija , statuette del cerchio di Brochtorff a Ix-Xagħra , lastre funerarie probabilmente appartenute a crociati naufragati a Malta dopo una tempesta all'inizio dell'ottava crociata , e la stele di Maimouna , un'iscrizione funeraria musulmana.


SAN MARINO - Museo di Stato di San Marino

  


Il Museo di Stato di San Marino è il museo statale della Repubblica di San Marino.
Si trova presso il Palazzo Pergami Belluzzi, in Piazzetta Titano al numero civico 1 a Città di San Marino. Il Museo di Stato fa parte del comprensorio dei Musei di Stato sammarinesi, comprendente anche il Museo San Francesco, il Palazzo Pubblico, la Iª Torre (Castello della Guaita), la IIª Torre (Museo delle armi antiche) e la Galleria d'arte moderna e contemporanea.
Il Museo di Stato di San Marino si è formato nella seconda metà dell'Ottocento grazie ad una serie di donazioni giunte da ogni parte del mondo, promosse dal conte Luigi Cibrario, ministro di Vittorio Emanuele II. Il museo fu inaugurato nel 1899 nel Palazzo Valloni, sede della Biblioteca, ma è stato spostato nel Palazzo Pergami Belluzzi e riaperto al pubblico il 18 marzo 2001.
Possiede diversi materiali storici e artistici, alcuni provenienti da San Marino, altri acquistati o donati allo Stato dal 1865 ad oggi.
Il Museo si divide in quattro piani, ognuno dedicato ad un preciso campo artistico o storico; Archeologia Sammarinese (piano terra); Arte nella Repubblica (primo piano); Arte di donazione (secondo piano); Archeologia di donazione e numismatica (piano sottostante)
Il piano terra ospita reperti di archeologia della Repubblica di San Marino.
Nelle prime tre sale è possibile ammirare reperti antichi (dal Neolitico al Medioevo) rinvenuti nel territorio sammarinese. Di particolare interesse al riguardo è un gioiello dell'orificeria gota, una borchia con pietre incastonate che rappresenta l'unico elemento del Tesoro di Domagnano ancora presente nella Repubblica di San Marino (gli altri componenti del corredo funerario sono ora sparsi tra alcuni dei più importanti musei del mondo). Nella quarta sala sono esposti elementi architettonici e pittorici provenienti da San Marino e risalenti al Rinascimento.
Tra gli oggetti esposti al piano terra vi sono ex voto bronzei e fittili, monete, pezzi di oreficeria e un polittico rinascimentale datato intorno al 1530 ad opera di Francesco Menzocchi.
Nelle sale del primo piano sono esposti dipinti, ceramiche e suppellettili del periodo tra i secoli XVII - XIX provenienti dal Monastero di Santa Chiara (sala V); dipinti e sculture legati alla storia della Repubblica e al culto dei suoi santi (sale VI, VII e VIII); donazioni artistiche che han dato origine al museo (sala IX). Tra queste opere si segnalano San Filippo Neri (Guercino, 1656), le opere dei seguaci Matteo Loves e Cesare Gennari e la tela raffigurante San Marino che risolleva la sua Repubblica, opera di Pompeo Batoni datata 1740. Nella nona sala sono presenti, tra le altre opere, due tavole di Michele Giambono, una tela di Bernardo Strozzi ed alcune sculture del XV e XVI secolo. Altre opere sono dedicate ai Santi Protettori (Marino ed Agata) mentre sono custoditi anche alcuni oggetti pertinenti al funzionamento delle istituzioni (urne, piatti per le votazioni, ecc.).
Le sale del secondo piano custodiscono icone, ceramiche e dipinti frutto di donazioni e datate tra il Medioevo e il XIX secolo. Sono esposte alcuni rari smalti di Limoges, alcune icone bizantine, dipinti settecenteschi provenienti dall'America Latina, opere di scuola toscana ed umbra del Cinquecento e del Seicento ed alcune sculture in legno ed in bronzo. È presente inoltre una raccolta di maioliche provenienti da fabbriche italiane (come Faenza, Savona o Montelupo), francesi ed olandesi.
Nel Piano Sottostante le sali XII, XIV e XV custodiscono una ricca collezione di materiale preistorico, egizio, greco, etrusco e romano.
Per quanto concerne l'Antico Egitto, sono esposti un nucleo di statuette funebri (usciabti) e di divinità ed una rara collezione di "ampolle di San Mena".
È presente una raccolta di vasi greci, etruschi ed italioti a figure nere e rosse provenienti soprattutto dall'Italia meridionale. Inoltre sono esposte numerose ceramiche, oggetti votivi, ornamentali ed uso quotidiano (vetri, collane, fibule, ecc.) romani e varie monete antiche.
La XVI sala ospita una collezione di monete e medaglie sammarinesi. Sono presenti preziosi esemplari di monete emesse dal 1864 ad oggi, tra cui alcuni pezzi unici, ed una collezione di medaglie di donazione.


Emilia Romagna - Museo della preistoria Luigi Donini

 

Il Museo della preistoria Luigi Donini è un museo situato a San Lazzaro di Savena, nella città metropolitana di Bologna in Emilia-Romagna. Il museo propone all'esterno della struttura museale l'itinerario didattico chiamato PreistoPark.
Il Museo della preistoria Luigi Donini era originariamente una struttura museale archeologica dedicata alla memoria del naturalista e speleologo sanlazzarese Luigi Donini. Fu istituito nel 1971[ all'interno dell'Abbazia di Santa Cecilia della Croara, dell'XI secolo, sulle colline di San Lazzaro di Savena e all'interno del Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa.
Nel 1985 il Comune di San Lazzaro subentrò nella gestione del museo, spostandone la collocazione nell'abitato cittadino. È in tale sede che venne dato un nuovo assetto alla custodia e all'allestimento dei reperti, incrementati grazie a nuove testimonianze del passato remoto. Il museo espose al pubblico le ossa fossilizzate di mammiferi ritrovati nel giacimento dell'ex cava a filo di gesso nella frazione Croara.


In seguito al continuo accrescimento delle collezioni ricavate dalla geologia costituente l'Appennino bolognese, la struttura venne sottoposta a lavori d'ampliamento e nel 2003 riaprì al pubblico sotto la denominazione di "Museo della preistoria", con nuovi diorami e una presentazione rinnovata dei reperti.
All'esterno del museo, dal 2008 è fruibile l'itinerario didattico PreistoPark.
L'allestimento mescola reperti originali con ricostruzioni scenografiche dettagliate in scala 1:1 di una panoramica antropologica degli uomini primitivi, la narrazione dell'habitat ricostruito di una grotta dei Gessi Bolognesi in cui vivevano le popolazioni, la presenza di una palafitta e l'istantanea delle grandi faune estinte della Glaciazione Würm (come il megacero e il bisonte delle steppe).
La realtà museale è articolata su due piani (l'estensione superficiale complessiva supera i 500 m²) e il percorso didattico e pedagogico si caratterizza per una dislocazione su sezioni espositive, le quali descrivono i principali fenomeni concatenati al territorio (nelle sue origini) a livello geologico, paleoecologico e antropologico. Le tematiche trattate vengono sottolineate dalla presenza di fossili (bivalvi, molluschi, gasteropodi e litodomi, a titolo d'esempio) e raccolte archeologiche (come le tracce della civiltà villanoviana), ricostruzioni di tipo dioramico e l'installazione di pannelli pittorici.
Le tre sale della mostra sono rispettivamente intitolate "Ambienti scomparsi", "Primi uomini" e "Civiltà del Ferro".
Il PreistoPark è un itinerario didattico e un mini parco tematico dedicato ai grandi mammiferi estinti. Il PreistoPark presenta riproduzioni fedeli e a grandezza naturale del mammut, del leone delle caverne, dell'orso delle caverne e della iena delle caverne.


Sicilia - Piazza Armerina, mosaico della Grande Caccia

 
Il mosaico della Grande Caccia è il più vasto mosaico della villa del Casale di Piazza Armerina. Decora il pavimento del lungo corridoio rialzato (66 m di lunghezza e 5 m di larghezza) che separa la zona pubblica da quella privata della villa, sul quale si aprono la grande sala absidata di rappresentanza e gli appartamenti padronali da un lato e il peristilio dall'altro. L'importanza di questo ambiente era sottolineata dal portico che si apre nella sua parte centrale verso il peristilio e dalla leggera soprelevazione: vi accedevano due scale dai bracci nord e sud del peristilio, e una terza centrale, di fronte all'ingresso della grande sala absidata. Dai rilievi stratigrafici questo mosaico appare databile al 320-330.
A dispetto del nome con cui è conosciuto, il soggetto del mosaico pavimentale rappresenta una grande battuta di cattura, non caccia, di bestie selvatiche per i giochi negli anfiteatri dell'impero a Roma: nessun animale viene infatti abbattuto ed i cacciatori usano le armi solo per difendersi.
Le caratteristiche tecniche, unite all'analisi delle cesure evidenti sullo sfondo del mosaico, hanno consentito di individuare più scene, eseguite da due gruppi distinti di mosaicisti. Le prime scene sono realizzate con tessere quadrate di piccole dimensioni (5-6 mm), di forma molto regolare, e con una certa quantità di faience; sono impiegate poche scaglie di pietra, e ci sono circa venticinque colori diversi. Le scene restanti, nella metà sud del corridoio, sono realizzate con tessere un po' grandi (6-8 mm), scaglie di pietra più frequenti e minor precisione nei dettagli; sono presenti quindici colori.
La differenza stilistica fra le due parti del corridoio è assai evidente. Mentre nella metà sud le figure sono secche, schematiche e prive di volume, quelle della metà nord spiccano per la resa plastica e naturalistica dei corpi delle belve e per i volumi dei panneggi in libero movimento. È possibile che la parte meridionale del corridoio sia opera di maestranze più conservatrici, fedeli ai canoni stilistici del III secolo e ai modelli del linguaggio figurativo occidentale, mentre nella parte settentrionale avrebbero lavorato mosaicisti più innovatori e più vicini alla cultura figurativa del IV secolo, che avevano assorbito modelli elaborati in Grecia o in Anatolia e ancora vicini alla tradizione ellenistica.
La scena è pensata per essere vista dal basso, procedendo da un lato all'altro dell'ambiente, come un lungo racconto per episodi, ma senza stacchi o soluzioni di continuità, come le scene continue della colonna traiana. La caccia è svolta in vari modi, ma sempre in modo professionale ed è riservata ai militari, dagli scudi variopinti. Nelle absidi alle estremità nord e sud del corridoio abbiamo due figure femminili, probabilmente l'Africa e l'Asia, che aprono e chiudono la caccia. Quella a nord, molto lacunosa, tiene nella mano destra una lancia e ha ai lati un leone e un leopardo. Si tratta forse della personificazione della Mauretania o, più genericamente, dell'Africa. L'altra figura femminile dalla pelle olivastra, per la presenza dell'elefante dalle orecchie piccole, della tigre e della mitica araba fenice, rappresenterebbe l'Egitto cioè l'(Africa orientale quindi) o, più probabilmente l'Asia o l'India, come sembrerebbe provare la presenza delle formidines pendenti dai rami, nastri rossi usati dai cacciatori indiani per catturare gli elefanti e le tigri. Il resto della decorazione del corridoio è organizzato in tre fasce: quelle laterali con scene di cattura vere e proprie entro confini geografici ben precisi, e quella centrale che rappresenta il trasporto degli animali e zone di mare entro le quali si vedono navi da carico. Le figure nelle absidi quindi sarebbero le personificazioni delle regioni rappresentate nel corridoio, nelle quali avveniva la cattura degli animali, convogliati poi al centro per essere spediti a Roma.
La sequenza delle scene è quindi:
  • "Mauretania" o "Africa"
  • Scena di cattura
  • Cattura di onagro o di antilope in Numidia, dove i cavalieri non fanno uso di sella;
  • Cattura del cinghiale selvatico in Bizacena, presso una palude forse identificabile con il Lacus Tritonis, a sud di Hadrumetum
  • Cattura del leone da parte di cacciatori a cavallo.
  • Cattura della pantera con esca e trappola (secondo la tecnica descritta nell'Historia Augusta, attuata da soldati riconoscibili dall'abbigliamento)
  • Trasporto di animali catturati su un carro, imbarco e navigazione: in una località portuale con un lussuoso edificio sullo sfondo – forse una villa marittima –, un cavaliere, forse un ufficiale addetto alla posta imperiale, sorveglia il trasporto di un pesante carico. Quattro uomini trasportano sulle spalle alcune bestie legate o chiuse all'interno di casse, un ufficiale, con un bastone a forma di fungo in mano, frusta uno schiavo per qualche mancanza, mentre altri servi trascinano su una nave struzzi e antilopi. Gli studiosi concordano nel riconoscervi la rappresentazione del porto di Cartagine, nel cui foro marittimo in età antonina esistevano un edificio ottagonale ed un tempio con portico semicircolare, simili alle architetture rappresentate sullo sfondo di questa scena.
Sbarco: la scena, che si trova di fronte all'ingresso dell'aula absidata, raffigura un tratto di terra situato fra i due mari. Al centro tre funzionari col caratteristico copricapo pannonico e bastone con testa a fungo osservano lo sbarco degli animali da due navi provenienti dai due lati. Il loro abbigliamento è tipico dei funzionari del tardo III secolo fino a tutto il IV. La terra fra i due mari è con ogni probabilità l'Italia, e forse è qui rappresentato il porto di Ostia o della stessa Roma. Lo sbarco contemporaneo delle due navi costituisce un esempio di narrazione compendiaria, tipica dell'arte tardo-antica, ma di cui ci sono esempi già in epoca classica.
Navigazione e imbarco degli animali in un porto orientale, forse l'Egitto, come lascerebbero pensare gli animali presenti: un bisonte, una tigre, un'antilope, un ippopotamo, e un rinoceronte alla presenza di un funzionario con due soldati. I cacciatori indossano calzoni di tipo orientale.
Caccia a cavallo di una leonessa in un paesaggio nilotico con palude, fiori rossi e caratteristici edifici a pagoda.
Lotta fra bestie selvatiche e un leone che attacca un uomo e per questo viene ferito. Inferiormente un personaggio di età matura, dall'aspetto solenne ed autorevole (forse il proprietario della villa), affiancato da due soldati con scudo.
L'insieme rappresenta quindi una sorta di compendio su come catturare ogni singola belva, ambientato in due continenti diversi e ad uso e consumo di un dux di una provincia (i duces avevano infatti l'incarico di procurare le fiere per il circo[1]), forse il proprietario stesso della villa, che è probabilmente l'uomo maturo che si appoggia a un bastone rappresentato nel continente di destra in atto di sovrintendere alla cattura, con due soldati di scorta.
La struttura del mosaico è simmetrica, ma la zona destra è più sviluppata, sia perché le terre che rappresenta sono più vaste (a giudicare dagli animali arrivano a includere zone nilotiche e arabiche), sia perché venga collocato in posizione centrale il personaggio chiave del dominus coi soldati.
L'esaltazione dell'uccisione e cattura di animali, per essere portati nei Circhi ed essere uccisi, si arricchisce anche di scene mitologiche e fiabesche, attestate dalle fonti antiche, come la caccia del grifone, mitico animale mezzo aquila e mezzo leone, con un uomo che si chiude in gabbia per attirarlo. A fianco la scena di una tigre inferocita che viene distratta dal lancio di una sfera di vetro, in modo che intanto un cavaliere romano, che le ha sottratto i suoi due cuccioli appena nati, possa imbarcarsi a tutta velocità su una piccola barca, con tre marinai che gli tendono il pontile.
Per quanto riguarda lo stile, il mosaico della "Grande Caccia" si inquadra perfettamente nel clima artistico di IV secolo. Vi ritroviamo, infatti, una serie di moduli espressivi che ricorrono sull'arco di Costantino a Roma, come le teste rotonde pettinate a calotta con ciocche che scendono sul cranio senza sopraffarlo, la disposizione delle scene su registri sovrapposti, la frontalità, la bidimensionalità e le proporzioni gerarchiche, per cui la narrazione prevarica le dimensioni degli elementi del paesaggio, che sono ridotti al minimo. La presenza di riempitivi (gli animali in lotta) e di discrepanze tra l'una e l'altra scena (soprattutto nel diverso trattamento del paesaggio) abbassano il livello qualitativo dell'insieme, che doveva essere copiare varie scene di repertorio. Un elemento di fusione è invece rappresentato dalle caratteristiche cromatiche analoghe.
Il decorativismo molto curato, l'attenzione al dettaglio, il vivo cromatismo (nelle vesti di inservienti, cacciatori e funzionari, nelle penne degli struzzi) anticipano l'arte bizantina, dove i broccati e i gioielli cancelleranno i volumi della figura umana. Sotto questa ricchezza decorativa si cela infatti già una sostanziale perdita del senso dell'organicità naturalistica, come rivelano anche le ombre portate utilizzate a caso e certe incomprensioni dei modelli originari, come nelle zampe dei buoi che trainano il carro al centro del mosaico. I volti esprimono sempre una partecipazione intensa e una spiritualità espressionistica tipica della prima metà del IV secolo.

Lazio - Palestrina, Mosaico del Nilo



 Il Mosaico del Nilo è un mosaico conservato nel Museo archeologico nazionale di Palestrina.
Scoperto tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento all'interno della cosiddetta aula absidata del Foro Civile dell’Antica Praeneste, adibita allora a cantina del vecchio Palazzo Vescovile.
Molto probabilmente venne ritrovato tra la fine del XVI e gli inizi del XVII sec. all'interno della cantina del vecchio Palazzo Vescovile.
Nel 1625 il Vescovo di Palestrina, Cardinale Andrea Baroni Peretti Montalto, resosi conto dell'importanza di quel mosaico, lo fece staccare dal pavimento, poi lo fece dividere in pezzi quadri, e infine diede ordine di trasportarlo a Roma. In cambio del Mosaico del Nilo, il Cardinale donò alcuni paramenti alla sagrestia della Cattedrale di Sant’Agapito.
Quando il feudo di Palestrina fu acquistato dalla Famiglia Barberini nel 1630, il Cardinale Francesco Barberini, grande collezionista di opere d'arte, fece di tutto per entrare in possesso del Mosaico. Ci riuscì nel 1635 grazie allo zio materno, il Cardinale Lorenzo Magalotti, che a sua volta lo aveva ricevuto in dono dall'Abate Francesco Peretti, erede del Cardinale Andrea.
Il Mosaico fu fatto restaurare da Battista Calandra, rinomato mosaicista e autore di alcuni mosaici della Basilica di San Pietro.
Nel 1640 l'opera restaurata fu riportata a Palestrina e collocata nella sua posizione originale, in quell’aula absidata che intanto era stata fatta restaurare dal Principe Taddeo Barberini.
Ma quella sistemazione non si dimostrò la migliore. Infatti l'oscurità e soprattutto l'umidità dell'aula resero necessario un secondo restauro. Nel 1853 il Principe Francesco Barberini affidò l'incarico al Cavalier Giovanni Azzurri, professore di architettura dell'Accademia di San Luca e architetto di casa Barberini. Così il Mosaico venne diviso in 27 lastre di varia grandezza e riportato a Roma per il restauro.
Tornate di nuovo a Palestrina, le lastre furono ricomposte su un piano leggermente inclinato in una delle sale del Palazzo Colonna Barberini.
Nel 1943, il Soprintendente alle Antichità del Lazio, Salvatore Aurigemma, d'accordo con la Principessa Maria Barberini, decise di far trasportare il Mosaico di nuovo a Roma, per timore che gli eventi bellici potessero danneggiarlo.
Finita la Seconda Guerra Mondiale, il Mosaico del Nilo sarebbe dovuto tornare immediatamente a Palestrina. Ma secondo il Soprintendente Aurigemma la sua ricollocazione su quello stesso piano lievemente inclinato, dove era già stato posizionato tra il 1855 e il 1943, non era più accettabile. Per ammirare la bellezza del mosaico prenestino era necessario ripensarlo in posizione verticale, come fosse un meraviglioso quadro da appendere alla parete. Ma per questo nuovo restauro era necessario un finanziamento rilevante, difficilmente reperibile dallo Stato, che in quel periodo era impegnato nella ricostruzione del Paese. Fu un contributo privato che permise la realizzazione di quest'impresa.
Nel 1952 la storica società cinematografica Ponti-De Laurentis, che in quell'anno produceva anche il primo film a colori girato in Italia, propose alla Soprintendenza la realizzazione di un documentario a colori sul mosaico di Palestrina per la regia di Gian Luigi Rondi, grande critico cinematografico e documentarista, divenuto in seguito presidente dell'Ente David di Donatello. La proposta fu accettata da Aurigemma, ma a una condizione: la società cinematografica si sarebbe dovuta fare carico di tutte le spese del restauro. I lavori iniziarono nell'estate del 1952. Oltre a catturare la bellezza del Mosaico del Nilo, le telecamere ripresero anche le varie fasi del restauro. Il documentario, intitolato Il Nilo di Pietra, fu completato nel 1954.
Nel 1956 fu definitivamente collocato all'interno del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina.
Nonostante i numerosi restauri, la grande scenografia del Mosaico del Nilo ha conservato una singolare delicatezza nei colori, illuminati da una sorprendente luce che accende e spegne rocce e figure, alberi e animali, una luce che sfiora le acque del Nilo e diventa il filo conduttore di tutta la rappresentazione.
Il mosaico raffigura con visione unica "a volo d'uccello" il territorio dell'odierno Sudan e dell'Egitto; la scena parte dalle regioni selvagge dell'Alto Egitto. oggi Sudan, si dipana lungo il corso del fiume, per arrivare al popoloso delta del Nilo, con la città greca di Alessandria, nel Basso Egitto. Le vicende si svolgono in epoca romana, con le scene tipiche e le celebrazioni che si facevano al momento della piena del fiume Nilo.
In alto sono raffigurati i monti ancora selvaggi dell'Alto Egitto, con i pigmei o i kushiti dalla pelle scura, che cacciano le molte fiere ivi presenti, vere e mitologiche, come leoni, tigri, scimmie, ippopotami, coccodrilli e la sfinge, alcune indicate con il loro nome. Scendendo verso il basso le persone hanno la pelle più chiara e appaiono templi con obelischi e un nilometro e case con ibis sacro sui tetti.
Al centro del mosaico ci è una grande città murata con palazzi e un grande ingresso monumentale, attorniato da 4 statue gigantesche di faraoni, probabilmente Tebe. La presenza di un'aquila imperiale sopra l'ingresso fa capire che siamo in epoca romana. La popolazione egizia vive su isolotti, in capanne di canne, da la caccia agli ippopotami, si sposta su navi e barchette di papiri intrecciati di pescatori, negli isolotti alleva pesci e uccelli. Sotto un gazebo intrecciato e fiorito gli egizi allestiscono una tavolata per festeggiare la piena, dono di Iside, che porta fertilità ai campi.
In fondo al mosaico, cioè arrivati nel delta del Nilo, si vede un canale o forse lo sbocco sul mare, con altre imbarcazioni, tra cui una snella nave militare con soldati. Appaiono imponenti templi addobbati e palazzi in stile greco, dove vi sono gruppi di soldati. I sacerdoti stanno svolgendo delle solenni funzioni, portando in processione statue e doni votivi nei templi, alludendo alla città di Alessandria d'Egitto.
Fin dalla sua scoperta il Mosaico del Nilo ha suscitato l'interesse di numerosi studiosi che, pur riconoscendo l'Egitto nella rappresentazione, sono in disaccordo riguardo all'interpretazione.
Secondo il cardinale francese Melchior de Polignac, a cui si deve il merito di aver rilevato per primo che il Mosaico rappresentava l'Egitto, esso rappresenta il viaggio di Alessandro Magno al Tempio di Giove Ammone, scriveva che la parte superiore del quadro, dove sono raffigurati dei cacciatori neri con delle belve, rappresenta l'alto Egitto; dove invece il Nilo, lasciati i monti, scorre verso la pianura e forma il delta sono rappresentate le città di Eliopoli e Menfi. Secondo Polignac si trattava dei luoghi toccati da Alessandro Magno durante i suoi viaggi in Egitto. Nella scena in basso a destra, dove sotto un padiglione sono raffigurati un condottiero con dei guerrieri e una figura femminile, Polignac vedeva Alessandro Magno incoronato dalla Vittoria. L'uomo che sulla prua di una nave da guerra stende la mano ad Alessandro, come a chiedere la pace, sarebbe Astace, governatore di Menfi.
Il padre gesuita Giuseppe Rocco Volpi, dopo aver detto che gli obelischi, i sepolcri, i coccodrilli e gli altri animali dimostrano senza dubbio che il mosaico rappresenta l'Egitto, si soffermava sulla scena del padiglione con il condottiero e i soldati, confutando la tesi di Polignac che li vuole identificati in Alessandro Magno e i suoi soldati. Per lui le armature indossate dal gruppo sotto il padiglione non sarebbero macedoni ma romane.
Il filosofo e storico francese Jean Baptiste Dubos credeva che il grande quadro musivo non fosse altro che una specie di carta geografica dell'Egitto, per abbellire la quale l'antico artista ha rappresentato varie vignette, come nel XVII secolo facevano i geografi per riempire gli spazi vuoti delle loro carte. Tali vignette sarebbero tutte le singole scene che nel Mosaico del Nilo rappresentano uomini, animali, edifici, battute di caccia e cerimonie legate all'antico Egitto.
Secondo l'archeologo francese Jean Jacques Barthelemy il Mosaico venne realizzato durante i primi secoli dell'Impero, e in esso deve intendersi rappresentato il soggiorno di Adriano in Egitto. Barthelemy scrisse che l'imperatore romano, dopo tale viaggio, decise di abbellire la sua villa di Tivoli con statue egizie, e di far realizzare il Mosaico del Nilo a Praeneste, l'altra città che ospitava una delle sue ville fuori Roma: la Villa di Adriano.
Nell'interpretazione dell'archeologo italiano Carlo Fea il quadro rappresenta la conquista dell'Egitto da parte di Ottaviano Augusto. Sarebbe lui il condottiero che con i suoi ufficiali stanzia sotto il padiglione che si trova nella scena in basso a destra del Mosaico.
Dopo aver ribadito che quello del Mosaico è il Nilo raffigurato durante un'inondazione, momento sacro per gli Egizi che facevano dipendere la propria vita dal quel fiume, l'archeologo italiano Orazio Marucchi vedeva nella rappresentazione un omaggio a Iside, la dea egiziana con cui si identificherebbe la Fortuna Primigenia di Praeneste. Infatti, sempre secondo Marucchi, il culto della Dea Fortuna e l'arte della divinazione che si praticava a Praeneste avrebbero avuto origine in Egitto.


MALTA - Museo Archeologico di Gozo

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