lunedì 6 aprile 2026

Campania - Satiro con Ermafrodito

Il Satiro con Ermafrodito è una statua proveniente dalla villa di Poppea, rinvenuta durante gli scavi archeologici dell'antica città di Oplontis, l'odierna Torre Annunziata, esposta nel Museo dell'Identità fino al 2022, è stata ricollocata nel luogo del ritrovamento nel 2023.
La statua risale al I secolo d.C. e raffigura un Ermafrodito aggredito da un anziano Satiro seduto su una roccia, che lo tira con forza verso di se. Il giovane, preso nella morsa delle gambe del Satiro, cerca di divincolarsi con la mano sinistra, con la destra gli tiene indietro il capo mentre con il piede destro blocca la gamba dell'aggressore.
Il gruppo scultoreo, era collocato sul bordo della piscina della villa[5] ed al momento dell'eruzione del Vesuvio del 79, era in restauro, in quanto alcuni pezzi furono ritrovati in altre stanze del sito archeologico.
Il gruppo scultoreo è stato esposto al Metropolitan Museum di New York, a Roma presso le Scuderie del Quirinale[6] ed al Museo archeologico nazionale di Napoli.


Lazio - Roma, Bicchieri di Vicarello

 

bicchieri di Vicarello (o vasi di Vicarello) sono quattro bicchieri in argento ritrovati nel 1852 presso la fonte termale delle Aquae Apollinares, a Vicarello, sul lago di Bracciano.
I bicchieri vennero scoperti nel 1852, quando venne demolito il vecchio stabilimento termale di Vicarello per costruirne uno più moderno. Furono trovati all'interno della fenditura nella roccia da cui sgorgano le acque termali, insieme ad un "tesoro", costituito da circa 5.000 monete in bronzo di origine greca, etrusca e romana (fra cui circa 400 kg di aes rude), 34 vasi (3 d'oro, 25 d'argento, 6 di bronzo) di cui 12 recanti incisioni, fra cui quelli con l'itinerario gaditano, e vari oggetti metallici fra cui alcuni piatti, statuine in bronzo e altro materiale.
I reperti della stipe di Vicarello, tra cui i bicchieri, sono principalmente conservati al Museo Nazionale Romano, mentre una selezione del materiale numismatico si trova ai Musei Vaticani. La collezione che inizialmente andò al Museo kircheriano è poi confluita anch'essa nel Museo nazionale romano. È ritenuto probabile che numerosi reperti numismatici siano stati trafugati al momento della scoperta.
Datati al I secolo d.C., sono di forma cilindrica e portano inciso sulla parte esterna l'itinerario via terra da Gades (Cadice) a Roma (Itinerarium gaditanum), con l'indicazione della varie stazioni intermedie (mansio) e le relative distanze.
I bicchieri alti da 95 a 115 mm hanno la forma di pietre miliari e portano incise su quattro colonne le 104 stazioni fra Gades e Roma per un totale di 1840 miglia romane (2.723,2 km).
Si ritiene che il tesoro rinvenuto insieme ai bicchieri facesse parte di una stipe votiva costituita dai doni che i malati che si recavano alla fonte termale delle Aquae Apollinares sacrificavano agli dei protettori del luogo (Apollo) in segno votivo o augurale.
La presenza dei bicchieri con inciso l'itinerario gatidano all'interno della stipe votiva, ha sollevato diverse domande. Infatti i bicchieri non sembrano avere alcun rapporto con il dio protettore cui la stipe era con ogni probabilità destinata, e inoltre il percorso inciso non passa per Vicarello, ma giunge a Roma per la via Flaminia, passando per Narnia (Narni) e Ocriculum (Otricoli), qualche decina di km più a est. Un'ipotesi è quella che i bicchieri siano stati donati ad Apollo, come ringraziamento per il viaggio fatto, da dei mercanti gaditani che si stavano recando a Roma per commerciare i loro prodotti. Quest'ipotesi tuttavia non spiega perché questi mercanti avessero preferito percorrere un itinerario terrestre di oltre 2.500 km, invece che seguire le loro merci, che sicuramente giungevano a Roma via mare in modo più veloce ed economico.
Una seconda ipotesi[2] è che questi bicchieri siano stati donati da viaggiatori provenienti dalla Spagna ad un nobile senatore romano, Lucio Iunio Cesennio Peto (parente dell'imperatore Domiziano che aveva una villa nel borgo di Vicarello), e che successivamente questi abbia utilizzato i quattro bicchieri per farne dono alle divinità protettrici del luogo.

Lazio - Roma, Spinario

 

Lo Spinario è un'opera ellenistica di scultura, raffigurante un giovane seduto mentre, con le gambe accavallate, si sporge di fianco per togliersi una spina dalla pianta del piede sinistro. Ne esistono varie versioni sparse nei musei di tutto il mondo.
Quella forse più antica, in bronzo (73 cm di altezza), si trova ai Musei Capitolini a Roma, mentre una marmorea fa parte della collezione degli Uffizi di Firenze e venne copiata da Brunelleschi nella celebre formella del concorso per la porta nord del Battistero del 1401. Un'altra copia marmorea si trova al Louvre, una bronzea al Museo Puškin di Mosca.
La statua a Roma è documentata fin dal XII secolo. Fu notata alla fine del XII secolo o agli inizi del XIII da un viaggiatore inglese, Magister Gregorius, che scrisse nel suo De mirabilibus urbis Romae che era ridicolo pensare che fosse Priapo. Si deve infatti considerare che fino ad allora lo scroto pendente del fanciullo era stato erroneamente visto come un pene estremamente grande, tipico dell'iconografia di Priapo.
Venne donata da Sisto IV alla città nel 1471, prelevandola dal palazzo Laterano. Durante tutto il Rinascimento fu tra le statue antiche più ammirate e copiate e in quell'epoca nacque probabilmente la leggenda del pastorello Gnaeus Martius, che corse da Vitorchiano a Roma per avvertire dell'arrivo degli invasori etruschi, si affrettò ignorando la spina che gli era entrata nel piede, fermandosi per estrarla solo a missione compiuta.
L'opera godette fin da subito di fama internazionale nell'Europa colta e intellettuale, anche grazie all'eccezionale stato di conservazione e dei rarissimi bronzi trasmessi dall'antichità. Per fama era pari all'Apollo del Belvedere, alla Venere de' Medici, al Laocoonte, al Discobolo o ai Cavalli di San Marco. Non sorprende quindi come la Francia giacobina prima e napoleonica poi avesse procurato di ottenerla, per mezzo del Trattato di Tolentino e come fu tra le prime opere oggetto di spoliazioni napoleoniche Nel 1798 Napoleone infatti sequestrò la statua per inviarla al Musee Napoleon (l'odierno Louvre), dove restò fino al 1815 quando venne restituita ai capitolini grazie all'opera di Canova.
Oggi si pensa che lo spinario capitolino sia un pastiche assemblata nel I secolo a.C., con il corpo ellenistico (III secolo a.C.) e la testa più antica (V secolo a.C.), anche perché i capelli invece di cadere verso il basso stanno aderenti alla testa, come se la figura fosse in piedi. Gli altri Spinari sarebbero derivati da quest'opera.

Lazio - Roma, Pothos di Skopas

Il Pothos è una scultura di Skopas, databile al 330 a.C. circa, conosciuta da una serie di repliche marmoree dell'epoca romana; la migliore (altezza 180 cm) è considerata quella di via Cavour nella Centrale Montemartini dei Musei Capitolini a Roma.
Alla Centrale Montemartini se ne conservano due copie: oltre a quella principale, è esposta anche una versione acefala. Altre copie sono quella frammentaria del Louvre (senza le gambe), le due degli Uffizi, e quella dei Musei Capitolini, restaurata con altri frammenti a formare un "Apollo con cetra".
La statua rappresenta Pothos, una divinità minore del corteo di Venere che rappresentava il desiderio amoroso. L'opera è datata in via ipotetica all'ultima fase produttiva dell'artista. Fra le poche opere certe attribuite al celebre maestro e di cui ci raccontano Pausania e Plinio, faceva parte sia di un gruppo con Eros e Imero dedicato a Megara, sia di un altro complesso statuario, con Afrodite e Fetonte, a Samotracia.
In questo complesso statuario si possono notare i caratteri espressivi di una nuova corrente, tipici del IV secolo a.C., ovvero il ripiegamento intimista, che si traduce nel raffigurare le divinità olimpiche in momenti intimi e carichi di pathos.
Oggi è possibile risalire all'originale grazie ad una quarantina di repliche di epoca romana ed ellenistica, alcune delle quali per la prima volta definitivamente individuate da Adolf Furtwängler, nella seconda metà dell'Ottocento, quali copie del Pothos di Skopas.
Su una base si trova il ragazzo nudo dalle forme sinuose e delicate, appoggiato a qualcosa alla sua sinistra: l'anca sinistra è prominente a quella destra e forma una linea curva con la coscia; il braccio sinistro (perduto) è disteso lateralmente, con l'avambraccio, in alto; invece il destro un tempo stringeva un tirso dionisiaco ossia un bastone cinto di edera e pampini.
La testa, piccola e coi capelli ben segnati, ha un'espressione trasognata e guarda verso l'alto, a simboleggiare il desiderio per un amore lontano. Gli occhi infossati e profondi sono tipici dello stile del maestro. La figura è inclinata verso sinistra e sorretta dall'appoggio della veste che cade dalla spalla sinistra; punti di appoggio che sono una caratteristica sempre presente nelle sculture di Skopas e Prassitele spesso rappresentati da una pianta o un sostegno artificiale; altra caratteristica di entrambi gli scultori è la particolare levigazione della superficie marmorea restituendole un completo realismo umano.

Lazio - Roma, Musei Capitolini / Centauri Furietti in bronzo


Centauri Furietti, anche noti come statue del Centauro vecchio e del Centauro giovane, sono due sculture in marmo bigio morato realizzate nel II secolo, presumibilmente da originali modelli greci risalenti all'età ellenistica, e conservate presso i Musei capitolini di Roma.
I Centauri furono rinvenuti nel dicembre del 1736 presso la Villa Adriana di Tivoli da Giuseppe Alessandro Furietti. Immediatamente si comprese la grandiosità di tali pezzi, tra i più importanti della sua collezione. Secondo una tradizione, riferita anche da Gaetano Moroni, Furietti si oppose alla donazione delle statue ai Musei capitolini e per ripicca, anche se tale ipotesi è stata ampiamente smentita, Papa Benedetto XIV avrebbe deciso, quindi, di non nominarlo cardinale. Sarebbe diventato cardinale solo successivamente, nel concistoro del 24 settembre 1759, grazie a Papa Clemente XIII. Nel 1765, in seguito alla sua morte, gli eredi vendettero per 14 000 scudi al papa i Centauri e il Mosaico delle colombe, che furono quindi trasferiti nella collezione capitolina.
Entrambe le statue portano la firma degli scultori Aristea e Papia di Afrodisia, una città dell'Asia minore. Non si può stabilire con certezza se si tratti degli ideatori del modello o soltanto degli esecutori di queste due versioni e non si hanno informazioni certe nemmeno sull'esatto luogo nel quale sarebbero state realizzate: potrebbe trattarsi di Afrodisia oppure di Roma, dove gli artisti sarebbero precedentemente giunti. A giudicare dallo stile si tratta di statue di età adrianea del II secolo, copie di originali bronzei di età ellenistica, datati al II secolo a.C., sebbene recenti studi, in particolare dell'archeologa Brunilde Sismondo Ridgway, ipotizzino che molte delle sculture generalmente ritenute ellenistiche siano in realtà invenzioni romane.

Le statue raffigurano due centauri: uno è maturo, barbuto e sofferente; l'altro è giovane e sorridente mentre alza il braccio. Gli amorini che li cavalcavano sono andati perduti: ciononostante, i due centauri sono comunque un notevole esempio di gruppi scultorei dalle pose e dai motivi variegati. La contrapposizione così marcata tra gli stati d'animo espressi dalle due figure voleva ricordare allo spettatore romano l'anima tormentata dall'amore o esaltata dalla gioia, temi propri del Fedro di Platone e della poesia ellenistica.
La coppia di marmi divenne popolare nel XVIII secolo, durante il quale si produssero numerose illustrazioni di centauri. Erano presentati come progrediti protettori dell'ospitalità e dell'apprendimento - come nel caso di Chirone - piuttosto che come bestiali creature metà uomini e metà animali, come ad esempio nella vicenda della Centauromachia. Con i loro eroti, erano emblema della gioia dell'amore giovanile e dell'opposta schiavitù causata dalla maturità: tali temi erano molto apprezzati dagli spettatori nel contesto del Rococò. L'archeologo Ennio Quirino Visconti concentrò la propria attenzione sugli attributi bacchici del Centauro Borghese, il cui Eros ha la fronte incoronata da grappoli d'uva: ciò starebbe ad indicare che le forze in gioco sono determinate dall'ebbrezza e non dall'amore.
Jon van de Grift esaminò l'iconografia di due skyphoi (coppe per bere) d'argento di età imperiale, parte del tesoro di Bernay. I motivi lavorati a sbalzo delle due coppe, che raffigurano centauri cavalcati da eroti, condussero lo studioso ad affermare che "il motivo dell'amorino raffigurato mentre tortura un vecchio e accigliato centauro, solitamente nell'ambito di una vivace processione dionisiaca, si ritrova nei mosaici romani e nei sarcofagi con scene dionisiache". In questo contesto i Centauri Furietti sono utilizzati dallo studioso come elemento di paragone iconografico.


Campania - Satiro con Ermafrodito

Il  Satiro con Ermafrodito  è una statua proveniente dalla villa di Poppea, rinvenuta durante gli scavi archeologici dell'antica città d...