domenica 19 aprile 2026

SPAGNA - Museo archeologico di La Gomera

 

Il museo archeologico di La Gomera (in spagnolo: Museo Arqueológico de La Gomera) è un museo situato a San Sebastián de la Gomera, nelle Isole Canarie, Spagna. Ha sede nella Casa Echeverría, una casa padronale costruita nel XVIII secolo e la sua esposizione è incentrata sulla cultura dei Gomero, antico popolo dell'isola. Il museo è stato istituito il 25 aprile 2007 nel tentativo di raccogliere i reperti esistenti e di fungere da centro di ricerca archeologica sull'isola. Il museo è di proprietà pubblica e gestito dal Cabildo Insular de La Gomera, in particolare dal suo Servicio de Patrimonio Histórico ( Servizio del patrimonio storico).
Il museo è allestito presso la Casa Echevarría, a San Sebastián de La Gomera . Secondo Hernández Marrero, l'ubicazione dell'attuale edificio potrebbe essere stata il sito di una costruzione più antica, distrutta da un attacco dei pirati sull'isola nel 1619. L'attuale edificio risale al XVIII secolo ed era originariamente la casa padronale di Miguel de Echeverría y Mayora, nobile originario della Navarra. Nel corso del XX secolo l'edificio era noto come Casa del Cañón (Casa del Cannone) per via di un cannone che fungeva da contrafforte in un angolo e ospitava al primo piano il tribunale dell'isola, mentre al piano terra vi era un'ottoneria. La Casa Echeverría venne acquistata negli anni 1980 da Franco Meloni (padre di Giorgia Meloni) e restaurata, venendo poi acquisita dall'amministrazione comunale nel 1994 e riqualificata per ospitare il museo, aperto al pubblico nel 2007.


Il museo raccoglie oggetti legati alla cultura aborigena dei Gomero. Il periodo più importante della collezione è la preistoria del Gomero, anche se, mentre tecnicamente termina nel 1489 con la presa dell'isola da parte dei conquistatori castigliani, la cultura aborigena dell'isola è durata molto più a lungo. Lo spazio espositivo si compone di quattro sale (corrispondenti rispettivamente al contesto geografico e storico, manifatture, antropologia e questioni sociali, credenze e simbolismo) e un patio centrale con 68 pezzi originali e 5 ricostruzioni, oltre a numerosi pannelli informativi, mentre la collezione totale detenuta dal museo è di oltre 21.000 pezzi.


SPAGNA - Gran Dolina

 

La Gran Dolina è una dolina carsica, ovvero una depressione circolare del terreno, e un sito archeologico che si trova nei pressi della città di Atapuerca, nella provincia di Burgos, in Spagna.
La Gran Dolina fa parte dell'area archeologica di Atapuerca patrimonio dell'umanità dell'UNESCO, una delle più importanti aree archeologiche d'Europa per l'abbondanza e la diversità dei resti fossili ivi ritrovati.
La dolina è stata riempita nel corso del tempo da una successione di sedimenti nei quali si sono accumulati numerosi resti fossili. Verso la fine del XIX secolo, fu scavata una trincea per costruire una linea ferroviaria e questo ha permesso di far affiorare la sequenza geologica degli strati sedimentari e studiarne la disposizione stratigrafica.
I primi ritrovamenti avvennero negli anni 1970/80 e il luogo fu definito Trinchera Dolina (TD); gli strati furono classificati dal TD1 (inferiore e quindi il più antico) al TD11 (il superiore e più recente). Per permettere lo scavo dei vari livelli dei sedimenti, fu necessario installare una grande impalcatura di sostegno.
In una fase iniziale si verificò un evento distruttivo con il crollo di grandi blocchi e di formazioni calcaree interne; successivamente la grotta rimase per un periodo sommersa dall’acqua e solo in seguito si aprì verso l’esterno, trasformandosi in una sorta di rappola naturale per gli animali. I resti rinvenuti, appartenenti a diversi animali mostrano che molte ossa si accumularono in seguito alla caduta accidentale degli animali nella cavità, dove i corpi si decomposero sul posto prima di essere progressivamente ricoperti dai sedimenti.
Attualmente gli studiosi suddividono la stratigrafia della grotta in 12 unità litostratigrafiche, ovvero strati distinguibili per posizione e caratteristiche geologiche che nelle pubblicazioni sono indicati con sigle come TD1, TD2, TD3 … TD11, dove ogni unità rappresenta un grande episodio di deposizione di sedimenti nella grotta, e 19 facies sedimentarie, sulla base dellemodalità con cui il materiale si è depositatocome ad esempio, sedimenti portati dall’acqua, accumuli di crollo del soffitto, o materiali entrati dall’ingresso della grotta.
La datazione della sequenza della grotta, basata soprattutto su tecniche magnetostratigrafiche, integrate con altri metodi geologici e stratigrafici, ha determinato che i primi sedimenti naturali che riempiono il fondo della grotta (detriti, sabbie e ghiaie portate all'interno dalle acque) cominciarono ad accumularsi più di 1,2 milioni di anni fa, mentre le prime testimonianze umane ben documentate attribuite all' Homo antecessor, sono datate a 950.000 anni fa; questa sequenza fa ritenere che la grotta, inizialmente inaccessibile dall'esterno, successivamente si aprì maggiormente verso l’esterno, rendendo possibile l’ingresso di animali e esseri umani.
Reperti umani

I principali reperti umani rinvenuti a Gran Dolina provengono dal livello stratigrafico TD6, uno degli strati più importanti della sequenza della cavità. Gli scavi hanno restituito un insieme relativamente ricco di fossili, costituito da circa centosettanta resti attribuiti ad almeno otto individui, sia adulti sia immaturi. I reperti comprendono soprattutto denti, frammenti cranici, parti di mascella e mandibola e altri elementi dello scheletro, tra cui ossa del torace e della spalla. Sulla base di questo insieme fossile, nel 1997 fu proposta la specie Homo antecessor, caratterizzata da una combinazione di tratti cranici, mandibolari e dentari arcaici e da alcuni caratteri facciali relativamente moderni.
I resti umani sono stati trovati in associazione con numerosi altri reperti archeologici e paleontologici; nel livello TD6 sono infatti presenti centinaia di manufatti litici e migliaia di resti faunistici appartenenti a grandi mammiferi come cavalli, cervidi e bovidi. Le ossa umane e quelle animali presentano in diversi casi tracce di taglio e fratture compatibili con attività di macellazione e sfruttamento delle carcasse, indicando che il deposito si formò in un contesto di occupazione umana della cavità e di utilizzo delle risorse animali presenti nell’area.
Le datazioni disponibili per il livello TD6 indicano un intervallo compreso approssimativamente tra circa 772.000 e 949.000 anni fa e, in base alle caratteristiche morfologiche e ai più recenti studi sulle proteine antiche, i reperti sono attribuiti a Homo antecessor, una delle specie più importanti per lo studio del primo popolamento umano dell’Europa occidentale, il cui significato filogenetico resta counque oggetto di discussione tra gli studiosi.
Il sito è conosciuto soprattutto per i frammenti del cranio di un individuo giovane, probabilmente di 10-11 anni, soprannominato niño de Gran Dolina, denominat ATD6-15 e ATD6-69, che hanno avuto un ruolo centrale nella ricostruzione dell'aspetto del volto ddi Homo antecessor. ATD6-15 è un frammento dell’osso frontale, mentre ATD6-69 comprende una parte molto importante del massiccio facciale superiore, con elementi della mascella e della zona sotto l’orbita.
Uno studio sulle proteine antiche di un dente, denominato ATD6-92, ritrovato nel 1994, attribuito a un maschio e datato a circa 0,77-0,95 milioni di anni fa, ha concluso che la specie Homo antecessor rappresenta un ramo molto vicino ma distinto all’origine del gruppo umano successivo, ovvero il clade che comprende Homo sapiens, Homo neanderthalensis e Denisoviani.
Un altro studio svolto su due fossili di scapole di Homo antecessor, ATD6-116 e ATD-118, con una serie di scapole di Homo sapiens e di scimpanzè, è arrivato alla conclusione che lo sviluppo della spalla in Homo antecessor era più simile a quello degli esseri umani moderni che a quello delle grandi scimmie.
Cannibalismo

Si ipotizza che l'Homo antecessor praticasse l'antropofagia, come sembra attestato dai segni lasciati sulle ossa umane.
Queste marcature suggeriscono operazioni di macellazione che hanno lasciato tracce di utensili in pietra sull'osso; inoltre alcuni colpi indicano che l'osso è stato spaccato in due metà. I reperti ossei presentano tracce di colpi e fratture nette allo scopo di estrarre il midollo osseo. Altri elementi importanti a conferma di questa ipotesi, sono dati dal mescolamento dei resti umani con quelli animali e con l’industria litica, unito dalla circostanza che questi resti non presentano disposizioni particolari o segni che facciano pensare a una deposizione funeraria o rituale.
Reperti litici
 Materiali litico ritrovato nel livello TD6
Nel livello TD6 del sito, lo stesso dove sono stati ritrovati i fossili attribuiti all'Homo antecessor, sono stati rinvenute pietre spezzate intenzionalmente per ottenere pezzi con margini taglienti, insieme ad altri ciottoli utilizzati per colpire, rompere e frantumare, associati a resti animali e umani, all’interno di un contesto di occupazione datato a circa 850.000 anni fa, interpretato come un accampamento.
Un secondo gruppo di manufatti litici, datato a circa 400.000 anni fa e associato all'acheuleani, comprende piccoli strumenti taglienti e utensili di dimensioni maggiori e più accuratamente modellati, accompagnati da pietre usate per battere, rompere e lavorare materiali diversi; questo insieme appare più ricco e più vario di quello più antico, e si crede servisse ad un insieme più ampido di attività, che doveva comprendere non solo la macellazione degli animali, ma anche lavorazioni più pesanti e complesse, forse anche collegate ad altri materiali, come il legn.
Reperti faunistici
I resti faunistici di Gran Dolina attestano una fauna ricca e diversificata, comprendente grandi erbivori come cavalli, rinoceronti e bisonti, cervidi, carnivori come orsi, giaguaro europeo, e canidi, e castori, e mostrano che almeno in parte le ossa si accumularono nella cavità in seguito alla caduta accidentale degli animali, i cui corpi si decomposero sul posto; alcuni carnivori, come gli orsi, dovettero invece raggiungere l’interno attraverso accessi secondari, finendo anche loro uccisi dalla natura del luogo.
Il sito ha dato alla luce un accumulo di resti di bisonte, che viene interpretato come il risultato di ripetuti episodi di caccia ai bisonti da parte di gruppi umani, seguiti dalla macellazione e dallo sfruttamento delle carcasse di questi grandi erbivori.
In sintesi, il fatto principale che si ricava dallo studio è che il deposito di bisonti viene interpretato come il risultato di cacce ripetute e non di un singolo evento o di accumuli naturali.
Il sito fu utilizzato stabilmente dalle iene, probabilmente come tana, come si ricava dalla presenza di grandi accumuli di resti di defecazione di questo carnivoro.


SPAGNA - Villa romana di "Las musas"

 

La villa romana di "Las musas" ("Le muse") è una villa romana situata nel comune spagnolo di Arellano, nella comunità autonoma della Navarra.
Tra il I e il III secolo la villa fu adibita alla produzione di vino, mentre tra il IV e il V secolo fu ricostruita dopo un incendio come residenza ornata di mosaici, collegata ad un santuario dedicato a Cibele ed Attis, con taurobolio.
Nel 1882 fu scoperto casualmente il mosaico ottagonale con la raffigurazione delle Muse, portato al Museo archeologico nazionale di Madrid.
Indagini archeologiche furono condotte nel 1942 da Blas de Taracena, che riconobbe la presenza di una villa romana e gli scavi sistematici che ne rimisero in luce i resti furono realizzati dal 1985 al 1998.
La villa aveva pianta rettangolare e fu dotata di un muro di contenimento e di recinzione sul lato occidentale, con una porta di accesso a cui si saliva per una scala.
L'impianto per la produzione del vino della prima fase si disponeva sui lati nord ed ovest e comprendeva piattaforme coperte per la spremitura meccanica dell'uva, sopraelevate per facilitare il deflusso del mosto e rivestite di intonaco impermeabile, collegate ad una vasca, ugualmente impermeabilizzata, per la raccolta del mosto. Un ambiente era destinato alla cottura del mosto, probabilmente utilizzato anche come cucina domestica quando non era tempo di vendemmia. L'invecchiamento del vino veniva accelerato nel fumarium, attraverso fumo e calore. Il vino prodotto era immagazzinato in una cella vinaria, un grande ambiente situato ad un livello inferiore, con dolia che poteva raccogliere tra i 45.000 e i 50.000 litri di vino e che ospitava un larario.
Al di sopra della cella vinaria erano presenti ambienti di abitazione, con pavimenti in signino e pareti dipinte.
Nella fase di IV secolo l'accesso agli ambienti residenziali avveniva dal lato sud, con un ingresso marcato da pilastri in pietra; da qui un corridoio conduceva al peristilio su cui si aprivano le stanze. Sul lato est si trovano gli ambienti decorati a mosaico.


La stanza di rappresentanza, preceduta da un ampio vestibolo sorto sopra la cisterna scavata nella roccia della prima fase, era costituita da un vasto ambiente quadrangolare, con mosaico ad emblema centrale raffigurante la Partenza di Adone per la caccia e da un ambiente semicircolare, utilizzato come triclinio con mosaico raffigurante le Nozze di Attis. Una stanza ottagonale, accessibile ancora da un ampio vestibolo ospitava il mosaico con le Muse rinvenuto nell'Ottocento ed è stata interpretata per la tematica della raffigurazione, come ambiente destinato allo studio. Infine un cubicolo (stanza da letto), conserva un mosaico raffigurante la Nascita di Attis.
Un vasto ambiente sul lato sud, a fianco dell'ingresso, nel quale si aprivano piccole stanze, e con accesso tramite una scala, è stato interpretato come destinato agli ospiti del santuario. Staccato dal corpo principale su questo stesso lato è presente un vasto ambiente rettangolare interpretato come stalla.
Ugualmente staccato dal corpo principale, sul lato est si trovava il santuario dedicato a Cibele: un recinto con portico interno a pilastri ospitava al centro una struttura a forma di U, con altari taurobolici decorati da teste di toro.


SPAGNA - Madrid, Pyxis di Zamora




La Pyxis di Zamora è una pyxis, ossia una scatola cilindrica, scolpita in avorio e risalente al X secolo, quando gran parte della penisola iberica si trovava sotto il controllo del califfato di Cordova. Attualmente è conservata presso il Museo archeologico nazionale di Spagna, a Madrid.
La pisside fu commissionata dal califfo omayyade al-Hakam II nel 964 per la sua concubina Subh, in seguito moglie prediletta e madre del futuro califfo Hisham II. L'avorio utilizzato è direttamente collegato alle botteghe e ai laboratori della città di Madinat al-Zahra'. L'oggetto, concepito per contenere cosmetici, gioielli o boccette per profumi, ben rappresenta la sofisticatezza della classe dirigente del califfato di Cordova. Durante tale periodo, nel fiorente contesto intellettuale cordovano, la dinastia umayyade di al-Andalus era in forte competizione con quella abbaside di Baghdad: gli Omayyadi, infatti, tentavano di restaurare la loro autorità e ottenere nuovamente il controllo del califfato - che durante l'età omayyade aveva Damasco come capitale. A Cordova, gli Omayyadi promossero opere architettoniche notevoli e la produzione di numerosi beni di lusso, tra cui tessuti e intagli in avorio, come nel caso della pyxis di Zamora. L'iconografia scelta per la decorazione di molte delle pyxides dell'epoca puntava a rafforzare l'idea della superiorità politica degli Omayyadi sugli Abbasidi.
Nel 962, la nascita del legittimo erede Abd al-Rahman - che aveva ereditato il suo nome dal nonno Abd al-Rahman III e morì in tenera età nel 970 - fu celebrata non soltanto nella letteratura e nella poesia, ma anche nelle arti figurative. L'iscrizione araba che si legge intorno al coperchio della pisside difatti afferma: "La benedizione di Allah sull'Imam, il servo di Allah, al-Hakam II al-Mustanṣir bi-llāh, Comandante dei Fedeli. Questo è ciò che Egli ha comandato fosse realizzato per la nobile donna, la madre di Abd al-Rahman, sotto la direzione di Durri al-Saghir nell'anno 353 (964 nel calendario gregoriano)".
L'intaglio dell'avorio era una pratica nota nel mondo mediterraneo, diffusasi anche prima dell'età dell'Impero romano. L'avorio era costoso a causa della distanza che divide da una parte l'Africa subsahariana e l'India, aree dove venivano procurate le zanne d'elefante, e dall'altra il Mediterraneo, dove l'avorio delle zanne veniva lavorato. Il califfato omayyade, quando conquistò la penisola iberica intorno all'VIII secolo, portò con sé la tradizione dell'intaglio delle pissidi anche in Spagna, dove non sono mai state rinvenute testimonianze di scatole o pyxides scolpite in avorio prima dell'età omayyade.
La qualità della lavorazione dei manufatti era fondamentale, considerando i costi del materiale. Tra le opere islamiche, cristiane e romane l'assenza di segni, degli utensili e degli attrezzi utilizzati, era considerata indice di buona fattura. L'incisione di piccoli oggetti come le pissidi richiedeva precisione e tempo, due fattori che contribuivano a far lievitare i costi totali. La pyxis di Zamora mostra la sua pregevolezza grazie al motivo intrecciato a rilievo profondo, nonché all'assenza di segni visibili degli attrezzi. Tali tecniche scultoree furono adoperate anche per altre pissidi dello stesso periodo, come nel caso della Pyxis di al-Mughira. Il costo e la rarità di tali scatole rendevano il loro possesso accessibile esclusivamente alla classe sovrana.
Le scatole cilindriche, come la pyxis di Zamora, venivano prodotte sfruttando la curvatura naturale e la cavità della parte più spessa della zanna di elefante. Le pissidi cilindriche erano meno soggette alla deformazione rispetto alle scatole rettangolari, grazie alla resistenza conservata dalla zanna, nella sua forma circolare. La superficie ininterrotta della pyxis permise la realizzazione di un'unica decorazione compositiva, senza alcun bordo nell'avorio. L'arabesco di tale oggetto, unitamente all'iscrizione araba presente sul coperchio (che descriveva dettagliatamente il mecenatismo e la donazione della pyxis), lascia intuire che la pisside dovesse essere ruotata tra le mani per poterne apprezzare totalmente l'artigianalità. La decorazione incoraggiava il soggetto che lo impugnava ad aprire il contenitore, poiché la ricchezza esteriore rispecchiava i preziosi materiali contenuti all'interno (prevalentemente profumi o gioielli).
La pyxis di Zamora presenta molte raffigurazioni di ali spiegate all'interno della decorazione ad arabesco. Il motivo alato acquisì popolarità primariamente nella cultura sasanide. Le ali simboleggiavano potere e religione, ed erano particolarmente diffuse nelle decorazioni delle corone e dei sigilli sasanidi. Questa scelta decorativa successivamente influenzò le arti decorative reali del periodo omayyade, con la ripetizione del motivo alato sui beni di lusso.
L'immagine del pavone è ripetuta ben quattro volte nella sezione centrale della pisside. Nel contesto della filosofia islamica, i pavoni erano visti come esseri apotropaici. Questa visione era il risultato di diverse credenze islamica sugli uccelli. Alcuni interpreti islamici ritenevano che il pavone si accoppiasse in maniera asessuata, associando il volatile alla purezza. Altre interpretazioni elaborate dai seguaci islamici della filosofia della natura ipotizzavano che i pavoni potessero rilevare il veleno. Ciò condusse all'uso medicinale delle piume dell'animale. Le leggende popolari narravano della capacità del pavone di uccidere i serpenti: in chiave religiosa, ciò alludeva alla sua capacità di allontanare le influenze maligne del demonio. Tale chiave di lettura collegò il volatile alla concezione islamica del Paradiso. L'uccello continuò ad avere una rilevanza notevole nel mondo iconografico islamico, e le immagini dei pavoni (o delle loro piume) vennero adoperate nei contesti reali, ad imitazione della tradizione persiana.
Svariate rappresentazioni di gazzelle circondano i pavoni sulla pyxis. Il significato attribuito alla gazzella affonda le sue radici nella poesia arabica preislamica, nella quale all'animale erano spesso attribuite delle proprietà magiche; il corpo esile e gli occhi spalancati, invece, venivano associati alle donne.[ In seguito gli Omayyadi continuarono a collegare le gazzelle alla femminilità e alla eleganza. Esse furono viste come prede rapide e seducenti, spesso celebrate dai cacciatori.

SPAGNA - Fonti Tamarici

 

Le Fonti Tamarici o Sorgenti Tamarici (latino: Fontes Tamarici; spagnolo Fuentes Tamáricas ) sono tre sorgenti situate dallo storico e geografo romano Plinio il Vecchio nella Cantabria classica, che dal XVIII secolo sono state individuate con la fonte di La Reana a Velilla del Río Carrión (Palencia), Spagna. Le prime notizie risalgono a Plinio, al tempo della conquista romana della Cantabria, dove si cita la particolarità del loro flusso intermittente che, quando si interrompeva, era interpretato come di cattivo presagio.
La fonte de La Reana è stata dichiarata Bien de Interés Cultural a partire dal 1961.
I Tamarici, una delle tribù dei Cantabri, abitavano la zona dal III secolo a.C. e adoravano le acque e le fonti sacre. Non è noto l'anno esatto della loro costruzione, ma è chiaro che quando l'Impero romano conquistò la Cantabria nel 19 a.C., queste fonti attiravano già l'attenzione di molti. Lo sgorgare improvviso e l'inaspettato interrompersi delle acque, accompagnato dal rumore che precede il riempimento sottoterra, doveva essere questione di rispetto e di adorazione in quel periodo. Forse furono utilizzate come bagni, lavanderia e luogo di divinazione. È stato anche suggerito che il gruppo potrebbe essere dedicato a un dio delle acque, le cui previsioni si basavano sul ciclo di riempimento e svuotamento irregolare. Nel XIII secolo è stato costruito accanto un eremo dedicato a Giovanni Battista, per cristianizzare il luogo ed eliminare tutti i rapporti con riti pagani.


Gli studi del naturalista e geografo Plinio il Vecchio sulle terre occupate dall'Impero Romano sono cruciali per la conoscenza e la posizione delle Fonti Tamarici. Nella sua Naturalis Historia (XXXI, 23-24) è dove allude alla loro particolarità: «Le Sorgenti Tamarici in Cantabria sono considerate in grado di presagire il futuro. Sono tre, separate da una distanza di otto piedi. Esse si fondono in un unico canale, generando un grande flusso. Di solito restano a secco per dodici volte al giorno e a volte fino a venti, senza lasciare tracce di acqua, mentre un'altra fonte adiacente ancora scorre senza interruzione e in abbondanza. E' considerato di cattivo auspicio quando chi vorrebbe vederle le trova a secco, come è accaduto di recente al legato Larzio Licinio dopo la sua pretura: morì sette giorni dopo la sua visita.» (Plinio il Vecchio. Naturalis historia, XXXI, 23-24)
Larzio Licinio era un grande sostenitore del lavoro di Plinio: con il suo intenso desiderio di conoscenza di nuove scoperte, ha visitato le sorgenti quando erano nella loro fase secca e morì dopo circa una settimana nel 70 della nostra era.

SPAGNA - Museo archeologico di La Gomera

  Il  museo archeologico di La Gomera  (in spagnolo: Museo Arqueológico de La Gomera) è un museo situato a San Sebastián de la Gomera, nell...