lunedì 13 aprile 2026

CITTA' DEL VATICANO - Specchio di Calcante

 

Lo specchio di Calcante è un manufatto etrusco della fine del V secolo a.C. e si trova ora a Roma, nel Museo Gregoriano Etrusco dei Musei Vaticani. Lo specchio di bronzo proviene dall'etrusca Vulci e mostra il veggente greco Calcante come sacerdote etrusco (aruspice) che esegue l'esame del fegato. Lo specchio di Calcante è un esempio di come gli Etruschi modificarono e reinterpretarono nelle arti visive i miti dei Greci.
Lo specchio è realizzato in bronzo, una lega di rame ampiamente utilizzata nell'antichità. Il diametro del disco, pressoché circolare, è di 14,8 cm. La parte anteriore è stata lucidata e l'incisione è sul retro. Lo specchio ha una base lunga 3,7 cm, a cui probabilmente era fissato un manico. Specchi in bronzo di questo tipo furono realizzati tra il VI e il III secolo a.C., con un picco di produzione nel IV secolo a.C.
L'uomo che esegue l'esame del fegato è alato e ha la barba. Un panno largo gli copre i fianchi, la spalla sinistra e il braccio sinistro. È piegato in avanti e osserva il fegato che tiene nella mano sinistra. Sembra che stia avvicinando la mano destra al fegato per tastarlo. Il suo piede sinistro è appoggiato su un masso.
Davanti a lui, sul tavolo sul bordo destro del quadro, c'è un coltello o un altro pezzo di interiora. Potrebbe essere un polmone con una trachea. Dietro di lui, sul bordo sinistro del quadro, c'è una oinochoe. La scena è incorniciata da due robusti viticci d'edera con foglie trilobate e frutti.
Sul lato destro sono incise diagonalmente, dall'alto verso il basso, delle lettere etrusche. L'iscrizione si legge da sinistra a destra, il che non corrisponde al consueto stile di scrittura etrusco, che disponeva le lettere speculari e da destra a sinistra. L'iscrizione si riferisce al personaggio raffigurato come CALCHAS, nome etrusco per Calcante.
Secondo l'Iliade di Omero, Calcante era l'indovino ufficiale dei Greci durante la guerra di Troia. Aveva ricevuto da Apollo il dono di interpretare il volo degli uccelli, una disciplina divinatoria praticata anche dagli Etruschi.
Tra gli Etruschi, solo un sacerdote (aruspice) era autorizzato a eseguire l'esame del fegato (epatoscopia). Questa raffigurazione mostra quindi un aruspice anziano, piegato in avanti, che esamina il fegato di un animale sacrificato per discernere la volontà degli dei. Il suo piede sinistro è appoggiato su una roccia. Questa postura, che il sacerdote adotta anche sullo Specchio di Tarconte di Tuscania, sembra essere stata di grande importanza per il rituale. Il sacerdote presumibilmente credeva che ciò gli permettesse di entrare in contatto con le forze della natura e del mondo sotterraneo. Durante l'esame mantico, il fegato della pecora veniva apparentemente tenuto nella mano sinistra e toccato con la destra, come mostra lo Specchio di Tarconte. Anche il coltello sacrificale e la brocca con beccuccio facevano probabilmente parte dell'atto rituale. Brocche di questo tipo sono state trovate in Etruria fin dalla prima metà del V secolo a.C.
Anche il leggendario indovino Calcante era evidentemente molto rispettato dagli Etruschi. La visione del fegato stessa viene trasferita a livello mitico dall'indovino alato. È anche possibile, tuttavia, che Calcante non sia inteso come una persona, ma che il suo nome sia usato genericamente per indicare un indovino. Le ali simboleggiano quindi la funzione del sacerdote indovino come mediatore tra il mondo terreno e il trascendente.

REGNO UNITO - Anello di Silvianus

 

L'anello di Silvianus, conosciuto anche come anello di Vyne, è un anello d'oro databile al IV secolo, ritrovato in un campo arato nei pressi dell'antica città romana di Calleva Atrebatum (moderna Silchester, Hampshire), in Inghilterra, nel 1785. Originariamente di proprietà di un romano britannico chiamato Silvianus, sembra che l'anello sia stato poi rubato da una persona chiamata Senicianus, su cui Silvianus invocò una maledizione.
Dopo la sua scoperta nel diciottesimo secolo, l'anello divenne di proprietà della famiglia Chute, la cui casa di campagna, sempre situata nell'Hampshire, era la tenuta chiamata The Vyne, oggi di proprietà del National Trust for Places of Historic Interest or Natural Beauty, dove l'anello è stato anche esposto a partire dal 2013.
Nel 1929, durante lavori di scavo nel sito di un tempio romano dedicato al dio Nodens a Lydney Park, l'archeologo Mortimer Wheeler scoprì dettagli inerenti alla sopraccitata maledizione. Poiché Wheeler si consultò con J. R. R. Tolkien circa il nome del dio invocato nella maledizione, sia l'anello sia la maledizione stessa potrebbero aver ispirato a Tolkien l'idea dell'Unico Anello, oggetto centrale dei romanzi Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli.
L'anello di Silvianus è un anello piuttosto largo avente un diametro di 25 mm e un peso di 12 g, probabilmente pensato per essere indossato sopra un guanto e avente una forma non propriamente circolare, bensì decagonale, ossia con dieci facce. Sull'anello è inoltre presente una smussatura quadrata si cui è incisa un'immagine della dea Venere, ai lati della quale sono state incise le lettere "VE" e "NVS", in scrittura capovolta. In questo modo, quando l'anello è utilizzato come sigillo, le lettere e l'immagine appaiono in bassorilievo e scritte nel senso giusto.
Sulla cintura dell'anello è incisa la frase "SENICIANE VIVAS IIN DE", che riporta erroneamente una doppia "I" non lasciando spazio alla "O" terminale. L'iscrizione, che sembra essere stata incisa posteriormente al ritratto di Venere, avrebbe infatti dovuto finire con la frase "VIVAS IN DEO" — una comune iscrizione romana cristiana che in latino significa "viva in Dio".
L'anello di Silvianus è stato scoperto nel 1785 nel campo di una fattoria vicino a Silchester, una città di origine romana, sito di molte scoperte archeologiche. Non si sa con certezza come l'anello sia finito nella tenuta The Vyne della famiglia Chute, ma si presume che il contadino che lo ha trovato debba averlo venduto alla suddetta famiglia, nota per avere un certo interesse nei reperti storici e nelle antichità. Quello che si sa è che nel 1888 Chaloner Chute, proprietario della tenuta, scrisse dell'anello in una storia della casa da lui redatta.
All'inizio del diciannovesimo secolo, nel sito di un tempio romano dedicato al dio Nodens, vicino a Lydney, nel Gloucestershire, a circa 130 km da The Vyne, fu scoperta una defixio, ossia una lamina di piombo incisa a graffio, databile anch'essa attorno al quarto secolo e recante una maledizione inerente ad un anello, che recita: «Per il dio Nodens. Silvianus ha perso un anello e ne ha donato una metà [del suo valore] a Nodens. Tra tutti quelli chiamati Senicianus non sia concessa buona salute fino a che esso non sia riportato al tempio di Nodens.» (Iscrizione sulla lamina di piombo)
Nel 1929, durante una campagna di scavo presso il sito di Lydney da lui condotta, l'archeologo Sir Mortimer Wheeler dedusse il collegamento tra l'anello recante il nome di Senicianus e la defixio con inciso lo stesso nome. Wheeler interpellò allora Tolkien, al tempo professore di filologia anglosassone presso l'Università di Oxford, per indagare sull'etimologia del nome del dio "Nodens", citato nella maledizione.
L'anello di Silvianus è rimasto a lungo semisconosciuto, custodito nella biblioteca di The Vyne; solo nel 2013 è stato per la prima volta esposto in una teca, in un'esibizione a lui dedicata, con a fianco una riproduzione della defixio a esso relativa.
È stato ipotizzato che Wheeler, nella sua discussione con Tolkien circa il nome di Nodens presente sulla lamina di piombo, abbia anche fatto menzione dell'anello di The Vyne, con cui aveva una certa familiarità. Proprio da questo anello, Tolkien potrebbe aver tratto lo spunto per l'ideazione dell'Unico Anello, che nel Legendarium di Tolkien era stato forgiato da Sauron per schiavizzare gli abitanti della Terra di Mezzo. Tra l'altro, l'anello e la maledizione a esso associata non sarebbero gli unici elementi dell'area archeologica di Lydney ad aver dato lo spunto a Tolkien per i suoi romanzi più famosi. Lo scrittore, infatti, potrebbe aver tratto ispirazione anche da un forte presente nell'area e risalente all'età del ferro, conosciuto come Dwarf's Hill, ossia "la collina del nano".

Nell'allestimento della "Ring Room" alla tenuta di The Vyne, è stata coinvolta anche la The Tolkien Society e così ora, nella stanza dove è esposto l'anello sono presenti, oltre a una teca girevole contenente il gioiello, anche una prima edizione de Lo Hobbit e una copia della già citata defixio, il tutto circondato da immagini di paesaggi rappresentanti la Terra di Mezzo.

GERMANIA - Tesoro di Hildesheim

 

Il Tesoro di Hildesheim è un'importante scoperta archeologica di vari pezzi romani d'argento risalenti all'età di Augusto, avvenuta nei pressi della città tedesca di Hildesheim. Il tesoro è oggi conservato nell'Altes Museum (Antikensammlung) degli Staatliche Museen di Berlino.
Il luogo di ritrovamento era allora ai confini dell'Impero ed era composto da oltre 60 pezzi d'argento, forse frutto di un bottino di razzia, come suggeriscono le iscrizioni sui pezzi che rimandano a persone diverse.
Comprende quattro piatti da parata (con piede e senza) che hanno al centro medaglioni con altorilievi più antichi, riutilizzati per il vasellame. Spicca quello di Atena seduta, originale del II secolo a.C. rimontato in epoca augustea; gli altri tre (Attys, Ercole bambino coi serpenti e Cibele) erano probabilmente decorazioni di armature da parata o medaglie militari.


Molti pezzi hanno decorazioni legate al mondo dionisiaco, con tralci e grappoli di vite (set di coppe potorie, brocche) e soprattutto il cratere decorato a sbalzo e rifinito a cesello, con motivi decorativi finissimi che si svolgono armoniosamente su tutta la superficie: grifi sono retrospicienti in posizione araldica da cui diparte un complesso stelo con racemi filiformi composti a girali simmetriche; tra di esse compaiono eroti dediti alla pesca di gamberi e pesci. Si tratta di una decorazione perfettamente inquadrata nell'arte del tempo, confrontabile con la pittura e gli stucchi (come quelli della casa della Farnesina), ma oggi apprezzabile solo dalle fotografie d'epoca o la ricostruzione moderna nel museo, poiché il pezzo venne trafugato nel 1945 e mai più rinvenuto.
In passato il ritrovamento è stato utilizzato principalmente dai ricercatori locali di Hildesheim come prova per localizzare la battaglia di Varo vicino a Hildesheim. Tuttavia, poiché solo il ritrovamento del tesoro d'argento può essere citato come prova di ciò e mancano ulteriori reperti archeologici, questo viene considerato improbabile. A causa dei ritrovamenti archeologici effettuati dal 1987, la regione di Kalkriese vicino a Osnabrück è il luogo più probabile della battaglia.


Anche per i ricercatori locali è ipotizzabile che il ritrovamento non appartenga all'argenteria da tavola del Varo. Le stoviglie sono troppo piccole per questo, e il generale Varo non avrebbe certamente usato l'argenteria in cui vengono lavorate medaglie di rango inferiore. Non è nemmeno credibile che il ricco Varo, imparentato con la famiglia imperiale, abbia utilizzato un servizio d'argento composto da altre stoviglie. Per la datazione degli oggetti rinvenuti, però, è ipotizzabile che i piatti in questione provenissero dal possesso di un ufficiale dell'esercito augusteo. Come luogo di provenienza del materiale sono state ipotizzati due possibili scenari: o il saccheggio avvenuto dopo la battaglia della Foresta di Teutoburgo oppure dal campo legionario di Castra Vetera (vicino all'odierna Xanten) durante l'insurrezione batava. La raccolta ordinata dei materiali al momento del ritrovamento corrisponde piuttosto ad un voluto tentativo di nascondere tali oggetti. Se questo sia stato fatto da un ufficiale romano o da un germanico non potrà mai essere chiarito senza ulteriori scavi.


FRANCIA - Parigi, Tesoro di Bernay


 Il Tesoro di Bernay (più correttamente Tesoro di Berthouville) è un insieme di argenterie romane e gallo romane rinvenuto nel 1830 nei pressi di Berthouville (Eure), vicino a Bernay in Normandia. Il nucleo, composto da circa novanta pezzi tra vasi, coppe, brocche, phialai, frammenti e due statuette di Mercurio, proviene da un santuario gallo romano dedicato a Mercurius Canetonensis ed è conservato a Parigi nel Cabinet des médailles della Bibliothèque nationale de France (BnF). Il peso complessivo supera i 25 kg di argento.
Il deposito fu scoperto nel marzo 1830 durante l’aratura di un campo nel territorio di Berthouville. Gli oggetti furono trovati entro una piccola cassa rivestita di mattoni (brick lined cist) a poca profondità e acquisiti poco dopo dal Cabinet des médailles.
Il tesoro apparteneva a un santuario gallo romano dedicato a Mercurius Canetonensis (Mercurio Canetonense), attestato anche da iscrizioni votive incise su alcuni recipienti.
Il complesso comprende soprattutto vasellame da bevanda (coppe, skyphoi, brocche, phialai) e elementi di servizio, con una datazione compresa tra il I e l’inizio del III secolo d.C.; alcune opere sono di produzione italica, altre di botteghe gallo romane. Tra i pezzi più noti figurano le coppe con centauri (centaur cups) e due statuette d’argento di Mercurio (una di ca 60 cm). Parte degli oggetti reca dediche votive, fra cui quelle del cittadino romano Q(uintus) Domitius Tutus (es.: «MERCVRIO AVGVSTO Q DOMITIVS TVTVS EX VOTO»). Il peso totale supera i 25 kg di argento.
Il tesoro è conservato nel Cabinet des médailles della Bibliothèque nationale de France. Tra il 2011 e il 2014 è stato sottoposto a un ampio intervento di studio e restauro presso la Getty Villa (Los Angeles), ed è stato presentato nella mostra Ancient Luxury and the Roman Silver Treasure from Berthouville (Getty Villa, 2014–2015); una selezione è stata poi esposta a New York (ISAW, 2018–2019) prima del rientro a Parigi.

FRANCIA - Parigi, Louvre / Nike di Samotracia

 

La Nike di Samotracia è una scultura in marmo pario (h. 245 cm) di scuola rodia, dalla discussa attribuzione a Pitocrito, databile al 200-180 a.C. circa e oggi conservata al Museo del Louvre di Parigi.
La Nike venne presumibilmente scolpita a Rodi in epoca ellenistica per commemorare la vittoria nella battaglia dell'Eurimedonte, in cui la flotta del re siriano Antioco III (guidata da Annibale) combatté contro una piccola flotta di navi di Rodi, che da poco si era schierata dalla parte di Roma nell'ambito della guerra romano-siriaca. L'isola di Samotracia volle commemorare il buon esito del conflitto realizzando un grande tempio votivo in onore dei Grandi Dei Cabiri che si sviluppava su più livelli, dei quali quello alla sommità era occupato proprio dalla Nike (Nίκη). L'autore è sconosciuto, e per quanto sia popolare l'attribuzione a Pitocrito si tratta tuttavia di un errore legato al frammento "Louvre Ma4194" il quale non fa parte del complesso statuario e non è in alcun modo riconducibile a Pitocrito.
Dopo esser rimasta nel santuario dei Grandi Dei di Samotracia per diversi secoli, la Nike scomparve misteriosamente, per poi essere rinvenuta nel 1863 in stato frammentario da Charles Champoiseau, viceconsole francese a Edirne, nella stessa isola egea (all'epoca parte dell'Impero ottomano e nota come Semadirek). Successivamente l'opera fu acquistata dai francesi, che intendevano includerla nelle collezioni del Museo del Louvre, dove arrivò dopo un impervio viaggio che si sviluppò tra Costantinopoli, il Pireo, Marsiglia e infine Parigi. Giunta nella Ville Lumière, la statua venne ricomposta e infine collocata sulla sommità della scala Daru, progettata da Hector Lefuel per raccordare la Galerie d'Apollon e il Salon Carré. Dalla nuova sede del Louvre la Nike venne spostata solo una volta, nel 1939, quando per proteggerla dall'imminente seconda guerra mondiale venne trasportata nel castello di Valençay.


Notevole il restauro svoltosi tra il 2013 e il 2014, con un costo globale di circa quattro milioni di euro, grazie al quale sono state ripristinate tre nuove piume sull'ala sinistra e la cromia originale del marmo pario.
La statua, rinvenuta acefala e senza braccia, raffigura Nike, la giovane dea alata figlia del titano Pallante e della ninfa oceanina Stige. Il suo culto, ravvivato dalle fortunate campagne militari di Alessandro Magno, era particolarmente sentito dai Greci che la adoravano come personificazione della vittoria sportiva e bellica. La dea, vestita con un leggero chitone, è qui effigiata nell'atto di posarsi sulla prua di una nave da guerra (il basamento è scolpito nel pregiato marmo di Larthos, proveniente dall'isola di Rodi). Un vento impetuoso investe la figura protesa in avanti, muovendo il panneggio che aderisce strettamente al corpo, e crea un gioco chiaroscurale di pieghette dall'altissimo valore virtuosistico, in grado di valorizzare il risalto dello slancio. Dinamismo e abilità di esecuzione si uniscono quindi in un'opera che concilia spunti dai migliori artisti dei decenni precedenti: il vibrante panneggio fidiaco, gli effetti di trasparenza e leggerezza prassitelici e la tridimensionalità lisippea.
Scolpita nel pregiato marmo pario, la dea posa con leggerezza il piede destro sulla nave, mentre per il fitto battere delle ali, che frenano l'impeto del volo, il petto si protende in avanti e la gamba sinistra rimane indietro. Le braccia sono perdute, ma alcuni frammenti delle mani e dell'attaccatura delle spalle mostrano che il braccio destro era abbassato, a reggere probabilmente il pennone appoggiato alla stessa spalla, mentre il braccio sinistro era sollevato, con la mano aperta a compiere, secondo Marianne Hamiaux, un gesto di saluto, oppure a reggere una corona. La volontà dell'autore della Nike ha esasperato tutto ciò che può suggerire il movimento e la velocità.


CITTA' DEL VATICANO - Specchio di Calcante

  Lo  specchio di Calcante  è un manufatto etrusco della fine del V secolo a.C. e si trova ora a Roma, nel Museo Gregoriano Etrusco dei Muse...