sabato 5 aprile 2025

Lombardia - Mantova, Busto di Faustina Maggiore

 
Il busto di Faustina Maggiore è una scultura marmorea del III secolo d.C. conservata presso il Palazzo Ducale di Mantova.
Il volto rappresenta Annia Galeria Faustina, nota come Faustina maggiore, moglie dell'imperatore Antnino Pio, madre di Faustina minore, e zia dell'imperatore Marco Aurelio.
La testa ha forme appesantite, gli occhi conservano iridi e pupille, mento sfuggente, bocca piccola e carnosa. Pettinatura con ondulazioni schiacciate sulla fronte e sopra una treccina con due protuberanze a rosetta; dietro varie trecce che si accavallano e formano un turbante sulla sommità. Busto con tunica e mantello raccolto sulla spalla sinistra. Provenienza ignota. Probabilmente apparteneva al Mantegna che la vendette ad Isabella d'Este il 13 gennaio 1506. Sembra riferibile al tipo di Dresda creato forse prima della concessione del titolo di Augusta (147 d.C.). Il busto è probabilmente del III secolo d.C.. Forse al Museo dell'Accademia nel 1774-1775 e con esso trasferito al Palazzo degli Studi nel 1784 (circa). Poi a Palazzo Ducale a seguito della Convenzione del 1915 tra Comune di Mantova e Stato Italiano. scalfitture varie; collo raccordato con un pezzo moderno al busto non pertinente; naso rifatto; testa rilevigata. Busto antico, ma non pertinente, scomposto in parti riattaccate. Supporto modanato con peduccio a volute per delimitare il cartiglio” (dal Catalogo generale dei Beni Culturali)

Lombardia - Santuario di Minerva a Breno

 
Il santuario di Minerva è un'area archeologica corrispondente a un tempio di epoca romana; è situata a Breno (provincia di Brescia) in località Spinera e sorge addossata a uno sperone roccioso sulle rive del fiume Oglio, di fronte a una grotta naturale entro la quale sgorgava una sorgente che si è esaurita alcuni anni fa, a causa dei lavori di costruzione di una superstrada (variante della SS 42).
Il sito era già luogo di culto fin dal V secolo a.C e ospitava un santuario, del quale sono stati rinvenuti alcuni recinti di pietre e un rogo votivo, cioè uno spazio pavimentato che ospitava roghi rituali. A seguito della romanizzazione della Val Camonica, la precedente struttura venne affiancata agli inizi del I secolo d.C. da un tempio romano dedicato alla dea Minerva, che in Età flavia (69-96) fu ristrutturato e ingrandito. Del fatto che i Romani avessero adattato il culto indigeno precedente, scegliendo Minerva come dea più simile agli dei autoctoni, può essere prova il fatto che, contrariamente all'uso tradizionale, la dea non sia affiancata a Giove e Giunone.
Nel IV secolo il processo di cristianizzazione subito dalla valle portò al progressivo abbandono del culto di Minerva e di conseguenza del santuario, che nel secolo successivo fu infine distrutto da un violento incendio. In seguito nelle vicinanze venne costruito un piccolo porticciolo sull'Oglio — fiume che attualmente scorre su un livello inferiore e a breve distanza dal tempio, ma che in epoca romana ne lambiva il cortile — tramite il quale i materiali asportati dal tempio venivano trasportati nei centri vicini per essere riutilizzati: oltre all'approdo, sono stati rinvenuti i resti di una piccola abitazione, nella quale vivevano le persone che traevano il loro sostentamento dalla vendita dei materiali da costruzione estratti dal tempio. Durante il XIII secolo un'alluvione dell'Oglio ricoprì l'area di detriti e il sito fu definitivamente abbandonato.
Con il tempo, l'esistenza del tempio venne dimenticata, anche se il ricordo sopravviveva ancora nei toponimi: nelle vicinanze vi è infatti un "ponte della Minerva" e una chiesa cinquecentesca, dedicata a Santa Maria Vergine, ma che i locali chiamano "chiesa della Minerva").
I resti del tempio vennero riscoperti casualmente nel 1986, durante uno scavo per la posa di condutture pubbliche.
La struttura romana definitiva, costruita accanto a quella indigena, era costituita da una fila di ambienti addossati alla roccia e, ai lati, da due ali porticate che dirigevano verso il fiume delimitando il cortile del tempio. Una breve gradinata consentiva di salire dal cortile al pronao e di accedere alle aule centrali, decorate con pavimenti musivi e affreschi; la sala principale ospitava, in una nicchia sopraelevata, la statua di Minerva, copia romana di una statua greca del V secolo a.C. realizzata in marmo pentelico. Le stanze laterali ospitavano invece fontane e vasche, che esaltavano il legame tra l'acqua e il culto della dea.
La Soprintendenza Archeologia della Lombardia ha condotto scavi che, iniziati subito dopo la scoperta, sono durati fino al 2003 e hanno portato alla luce i pavimenti a mosaico e le mura affrescate (lo strato di detriti depositatosi in seguito all'alluvione ha contribuito a conservare gli affreschi), resti di colonne e are votive. Sono stati trovati anche - sparsi sui pavimenti e all'interno delle vasche - cocci frantumati di contenitori in ceramica, figurine votive in marmo e terracotta, iscrizioni, fibule, monete e gioielli. Nel 1988 è stata rinvenuta anche la statua della dea, priva della testa, delle braccia e di parte delle gambe.
A partire dal 2003 è stato oggetto di un restauro conservativo che, insieme alla posa di una copertura e la realizzazione di percorsi informativi, lo hanno trasformato in un museo, che è stato aperto al pubblico nel 2007. In particolare, per fini illustrativi vi è stata posizionata una copia della statua di Minerva Hygeia, il cui originale è invece esposto al Museo archeologico nazionale della Valle Camonica di Cividate Camuno.

Lombardia - Parco Archeologico del Forcello

 


Il Parco Archeologico del Forcello è un'area archeologica situata nei pressi di Bagnolo San Vito, in provincia di Mantova.
A partire dal 1981, in località Forcello, nelle vicinanze della frazione di San Biagio, furono effettuati degli scavi archeologici che riportarono alla luce reperti risalenti a epoca preromana. I reperti confermarono l'esistenza di un importante abitato del VI-IV secolo a.C. facente parte di quella colonizzazione etrusca, rappresentandone l'unico insediamento a nord del fiume Po. Dopo la distruzione subita a opera del Galli, sorse e si sviluppò la città di Mantova in luogo più facilmente difendibile.
Allo scopo di valorizzare e divulgare i risultati scientifici conseguiti dagli scavi, il comune di Bagnolo San Vito e l'Università degli Studi di Milano promossero l'istituzione del Parco Archeologico del Forcello.


Lombardia - Brescia, Domus dell'Ortaglia

 

Il complesso delle Domus dell'Ortaglia è costituito da un gruppo di antiche domus romane rinvenute negli orti (ortaglia) del monastero di Santa Giulia a Brescia.
Essendo comprese nell'area del monastero, le domus fanno parte del sito seriale UNESCO Longobardi in Italia: i luoghi del potere (568 - 774 d.C.), dichiarato patrimonio dell'umanità nel 2011.
Il sito è tra i complessi residenziali romani meglio conservati del Nord Italia, con lastricati in pietra, ambienti di rappresentanza, privati e di servizio, mosaici pavimentali e affreschi parietali in discreto stato di conservazione.
I vani delle domus che compongono il complesso sono dotati di riscaldamento a parete e a pavimento (ipocausto). La parte principale del complesso è composta da due domus distinte, dette Domus delle fontane e Domus di Dioniso. La ricchezza dei mosaici e delle pitture murali fa ipotizzare che le due abitazioni appartenessero a cittadini influenti. Le domus erano parte della zona residenziale alle pendici terrazzate del colle Cidneo, racchiusa tra l'area monumentale romana, comprendente il foro e il Tempio Capitolino, e le mura romane.
Le domus furono utilizzate tra il I e il IV secolo. In seguito subirono un degrado progressivo e furono abbandonate. Con l'avvento dei Longobardi, la zona residenziale divenne area demaniale regia, e in seguito ortaglia del Monastero di Santa Giulia.
Le domus furono riscoperte, in buono stato di conservazione, tra il 1967 ed il 1971, con ancora il materiale di crollo dei piani superiori che sigillava il pavimento del piano terreno.
Gli interventi di restauro conservativo iniziarono nel 1980 e proseguirono fino al 1992. Nel 2002 vennero completati con l'annessione del monastero al Museo di Santa Giulia. Oggi è possibile ammirarle attraverso un percorso espositivo che consente ai visitatori di passare, senza soluzione di continuità, dai settori archeologici del museo alle domus.
La Domus di Dioniso risale all'incirca al II secolo. Essa prende il nome da una raffigurazione del dio greco Dioniso, inserita in un mosaico nel pavimento del triclinio.
L'abitazione si visita passando attraverso un percorso che si snoda al di sopra dei resti dei pavimenti e dei muri, in cui è possibile vedere gli splendidi pavimenti decorati e le pareti dell'antica abitazione. Le raffigurazioni sulle pareti ritraggono paesaggi, uccelli, pesci e maschere teatrali.
Caratteristica dell'abitazione è un affresco che mostra un ippopotamo con un sacerdote di Iside che solleva un candelabro, tipico esempio di arte di moda nel II secolo a Roma.
Proseguendo la visita si arriva alla Domus delle fontane, che deve il suo nome al ritrovamento di notevoli sistemi idrici di incanalamento dell'acqua, che alimentavano anticamente le fontane.
La casa si snodava attorno al perno centrale, rappresentato dalla corte, e la stanza che si è meglio conservata è il soggiorno, di cui si è riusciti anche a ricostruire l'antico soffitto crollato.
In tutta la domus sono visibili i pavimenti sopraelevati che permettevano la circolazione di aria per regolare la temperatura della casa. I pavimenti sono decorati con colori vivacissimi, come ad esempio la rappresentazione delle quattro stagioni, di cui però è giunta intatta solo l'Estate.
Il pavimento situato nella stanza con volta a botte è realizzato in mosaico e decorato con losanghe, fiori e foglie di acanto.


Lombardia - Parco nazionale delle incisioni rupestri, Valle Camonica

 

Il parco nazionale delle incisioni rupestri si trova a Capo di Ponte, in Valle Camonica, provincia di Brescia.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Lombardia, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Il parco è disposto sul versante di una vasta collina alle pendici del Pizzo Badile Camuno, sul versante orientale della Valle Camonica. È caratterizzato da un vasto corpus 104 rocce incise. Le rocce presenti all'interno del parco sono delle arenarie Permiane. Nella parte centrale fino al 2014 in un'antica casa rurale era presente un "Antiquarium" ed un'esposizione di massi menhir provenienti dai comuni di Borno e Ossimo. Oggi il materiale archeologico e le stele sono conservati al MUPRE, il Museo Nazionale della Preistoria a Capo di Ponte.
L'intero parco è inserito in una cornice
floreale di betulle, frassini, castagni, larici e più di rado abeti.
L'area del parco nazionale delle Incisioni rupestri di Naquane è un museo all'aria aperta contenente una tra le migliori collezioni di arte rupestre della Valle Camonica. Il toponimo "Naquane" che dà il nome all'area è attestato già nell'Ottocento anche nella variante "Nacquane".
Secondo gli studi di Emmanuel Anati su alcune rocce si trovano incisioni rupestri databili al neolitico, anche se la maggior parte delle raffigurazioni si riferiscono all'età del
ferro.
Il parco fu realizzato nel 1955 su volere della sopraintendenza archeologica della Lombardia. Ha una estensione di circa 30 ettari.
Di primaria importanza si segnala la roccia nº 1, la prima scoperta, che rappresenta una enorme superficie levigata sulla quale prendono posto centinaia di raffigurazioni, in particolare di cervi.
Fra le rocce più interessanti si segnala la nº 70 che riporta, secondo alcuni studiosi, la rappresentazione più antica della divinità celtica Cernunnos.
Altre incisioni rupestri degne di nota sono il cosiddetto Sacerdote che corre e la Scena del fabbro, entrambe riportate sulla roccia nº 35.
Per quanto riguarda le figure di influenza greca una delle più importanti, non solo del parco ma di tutta la valle, è certamente quella del cavallo presente sulla roccia 60, definito greco-etrusco dagli storici.


Lombardia - Statue stele di Bagnolo

 
Le statue stele di Bagnolo sono due statue menhir ritrovate nei pressi del monte Mignone a Ceresolo-Bagnolo, nel comune di Malegno in provincia di Brescia.
La prima stele venne scoperta nel 1963. Su questa stele sono scolpiti quattordici oggetti tra i quali un sole, un'ascia, parecchi pugnali di tipo "Remedelliano" una cinghia e uno stambecco.
Nel 1972 venne ritrovata una seconda stele, simile alla precedente, su cui erano rappresentati sedici oggetti, tra cui lo stesso tipo di pugnali e asce della precedente stele, un sole, un cane e un uomo con l'aratro trainato da due buoi; vi erano scolpiti inoltre oggetti interpretabili come collane e ciondoli.
Frammenti di altre statue furono trovati nelle vicinanze di Ossimo e Borno.
Dallo stile dei pugnali osservabili nelle due statue è stato possibile datarle al calcolitico, fra gli inizi e la metà del III millennio a.C., probabilmente sono ascrivibili alle prime popolazioni indoeuropee stabilitesi nella penisola.

Puglia - Lecce, Anfiteatro romano di Lecce

 

L'anfiteatro romano di Lecce è un monumento di epoca romana situato in piazza Sant'Oronzo. Risale all'età augustea.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Puglia, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
L'anfiteatro romano, insieme al teatro, è il monumento più espressivo dell'importanza raggiunta da Lupiae
l'antenata romana di Lecce, tra il I e il II secolo d.C. Augusto, ancor prima di diventare imperatore, passò da Lupiae in un momento particolarmente turbolento.Dopo l’uccisione di Giulio Cesare, cercando in qualche modo di sdebitarsi con l’ospitalità ricevuta si ricordò di Lupiae finanziando la costruzione di 2 grandi edifici da spettacolo: l’anfiteatro romano e il teatro romano di Lecce.
La datazione del monumento è ancora oggetto di discussione e oscilla tra l'età augustea e quella traiano-adrianea.
Il monumento venne scoperto durante i lavori di costruzione del palazzo della Banca d'Italia, effettuati nei primi anni del '900. Le operazioni di scavo per riportare alla luce i resti dell'anfiteatro iniziarono quasi subito, grazie alla volontà dell'archeologo salentino Cosimo De Giorgi e si protrassero sino al 1940.
Attualmente è possibile ammirare solo un terzo dell'intera struttura, in quanto il resto rimane ancora nascosto nel sottosuolo di piazza Sant'Oronzo dove si ergono alcuni edifici e la chiesa di Santa Maria della Grazia. Di fatto l'altezza dell'arena originale era ben superiore rispetto a quella odierna.
L'anfiteatro misurava all'esterno 102×83 m, con l'arena di 53×34 m, e poteva contenere circa 25 000 spettatori.
Del monumento, realizzato in parte direttamente nella roccia e in parte costruito su arcate in opera quadrata, rimangono allo scoperto, oltre ad una parte dell'arena ellittica, intorno alla quale si sviluppano le gradinate dell'ordine inferiore, due corridoi anulari, uno che corre sotto le gradinate, l'altro, esterno, porticato, cui appartengono i numerosi e robusti pilastri, sui quali era imposto l'ordine superiore scandito, al pari di altri similari monumenti, dal Colosseo all'Arena di Verona, in una galleria di fornici.
L'arena, nella quale si tengono spettacoli teatrali e rappresentazioni sceniche di autori antichi e moderni, era divisa dalla cavea da un alto muro che era ornato da un parapetto (podium) adorno di rilievi marmorei a bauletto figuranti scene di combattimento tra uomini ed animali. Anche nel muro di divisione tra l'arena e la cavea si aprivano diversi passaggi di comunicazione col corridoio centrale ed un più angusto corridoio, scavato immediatamente dietro l'arena, era adibito ai servizi del monumento.

Puglia - Parco archeologico di Monte Sannace



 Il parco archeologico di Monte Sannace si trova nel territorio comunale di Gioia del Colle, sulla sommità di una collina nota appunto come Monte Sannace, a circa 5 km dalla città. Il sito archeologico ha rivelato i resti di un abitato degli antichi Peuceti risalente al X secolo a.C., di cui si ignora il toponimo originario (si pensa all'antica Thuriae, l'odierna Turi, citata dallo storico romano Tito Livio).
Molti dei reperti sono esposti nel museo archeologico nazionale di Gioia del Colle, situato all'interno del castello normanno-svevo della stessa cittadina.
Come la maggior parte dei centri dell'antica Peucezia, l'abitato di Monte Sannace si localizza la dove vengono soddisfatte le esigenze della popolazione; queste sostanzialmente sono costituite da clima ed esposizione, le possibilità di difesa naturale, la disponibilità di terra coltivabile e la facilità di collegamento con gli altri centri abitativi. Per i Peuceti, quindi, il mare riveste una scarsa attrazione, è piuttosto funzionale alle necessità dei più importanti centri dell'interno.
Ubicato nel centro delle Murge Pugliesi, l'altopiano terrazzato di origine carsica che occupa parte delle attuali provincie di Bari e Taranto, domina la sella di Gioia del Colle ed è posto sullo spartiacque tra Ionio e Adriatico, in posizione strategicamente favorevole. Dall'alto del colle, che si innalza fino a 382 m s.l.m., si domina un vasto territorio, dal mar Adriatico a Nord, alla costa ionica a Sud, fino ai monti della Lucania ad Ovest. Il colle culmina con un altipiano di forma pseudo circolare con fianchi ripidi ed impervi sulla maggior parte dei lati.
La zona attorno al colle era particolarmente idonea alle coltivazioni agricole, favorite da abbondanza di acqua. Esisteva a quei tempi, infatti, un corso d'acqua che, lambendo il lato Nord della collina, sfociava nel mar Adriatico, in prossimità dell'odierno centro di Fasano. Essendo questo anche navigabile, rappresentava una veloce via di collegamento con il mare e gli approdi costieri. Diversi tratturi, inoltre, collegavano Monte Sannace con gli odierni centri di Polignano a Mare e di Mola di Bari, passando per i territori di Conversano e Rutigliano, verso Nord-Est, e con Altamura, Gravina di Puglia, Serra di Vaglio verso Ovest, dai quali poi si raggiungeva il mar Ionio all'altezza di Metaponto.
Oltre alla favorevole posizione geografica, il colle era ricco di una rigogliosa vegetazione, costituita prevalentemente da foreste caducifoglie, di querce e di lecci sempreverdi, con fitta presenza di fauna selvaggia, a differenza dell'attuale paesaggio, modificato dagli insediamenti umani e dalle pratiche agricole (la superficie boschiva è stata molto ridotta). Le caratteristiche del bosco, tuttavia, restano immutate in quanto tipiche dell'ambiente delle Murge: alle specie autoctone della macchia e del sottobosco, si uniscono le colture arboree di mandorli e ulivi coltivati dall'uomo fino a tempi recenti.
Gli scavi
L'importanza archeologica della località era nota fin dal settecento grazie ad alcuni documenti e ritrovamenti fortuiti, perlopiù di tipo clandestino da parte dei contadini della zona.
La prima campagna regolare di scavi archeologici risale solo al 1929, per iniziativa dell'Ente Provinciale per la tutela dei monumenti in Terra di Bari e diretto da Michele Gervasio, allora direttore del Museo barese. Lo scavo porta alla luce alcune sepolture ed un tratto della cinta muraria della città.
Nel 1957 le campagne di scavo assumono una maggiore regolarità sotto la tutela della Soprintendenza alle Antichità della Puglia e del Materano e la direzione di Bianca Maria Scarfì e si protraggono fino al 1961. Questi interessano la zona pianeggiante dell'insediamento e quindi l'area dell'acropoli, portando alla luce la maggior parte dell'abitato situato in pianura, un lungo tratto della seconda cinta difensiva con la porta Nord, numerose tombe e diversi edifici dell'acropoli.
Una nuova campagna di scavi viene avviata nel periodo 1976-1977 sotto la direzione di Ettore M. De Juliis, in concomitanza con l'inizio dell'iter amministrativo per la tutela dell'area, con l'acquisizione di parte di essa al demanio dello Stato. Si portano alla luce ancora abitazioni e tombe nella zona bassa, mentre tra il 1978 e il 1983 si scava nella zona dell'acropoli, rinvenendo una grande casa aristocratica, altre tombe, alcune delle quali monumentali ed affrescate, gran parte di un edificio pubblico e un complesso abitativo di età arcaica. I risultati degli scavi sono pubblicati nel 1989. Il sito archeologico viene aperto al pubblico nel 1977.
A partire dal 1985 gli interventi della Soprintendenza sono mirati perlopiù alla conservazione e alla valorizzazione del sito, quindi con opere di restauro e manutenzione delle strutture antiche e dei luoghi nel loro complesso, nella realizzazione della viabilità interna e delle attrezzature del parco, e nel restauro di un edificio rurale ottocentesco, la masseria Montanaro, situato in prossimità dell'ingresso, adibito a centro di accoglienza dei visitatori e di orientamento alla visita.
Nel 1994 sull'acropoli è stato insediato un campo di attività della Scuola di Specializzazione per archeologi dell'Università di Bari, come campo di attività pratica per gli studenti, volta al rinvenimento di nuovi reperti e alla ulteriore valorizzazione del sito.
Storia dell'insediamento

Le prime tracce di frequentazione del sito risalgono al Neolitico. La prima documentazione che attesti un insediamento vero e proprio risale però al IX secolo a.C., e perdura, con brevi interruzioni, fino al periodo ellenistico-romano (I secolo d.C. circa).
Fino all'VIII secolo a.C.
Nella prima età del Ferro, tra il IX e il VIII secolo a.C., l'abitato consisteva di un agglomerato di capanne in paglia e fango, con pavimenti in argilla, occupante la sommità della collina, oltre ad altri piccoli stanziamenti disseminati nella pianura circostante. Si tratta sostanzialmente di gruppi legati all'attività agricola.
VII-VI secolo a.C.
Tra il VII e il VI secolo a.C., l'abitato situato in cima alla collina comincia a acquisire importanza rispetto a quelli nella pianura, dai quali la popolazione si sposta, ad eccezione dell'abitato di Santo Mola che mantiene la propria autonomia, funzionale all'estrazione del tufo dalle cave presenti in quell'area. L'abitato comincia ad assumere una fisionomia urbana, probabilmente munito di una prima cinta muraria di difesa, che borda la collina. Compaiono complessi abitativi e edifici pubblici con funzione politica e religiosa, mentre vengono avviati i primi rapporti commerciali organizzati tra il mondo peuceta e la Grecia, in particolare con Corinto. Altre case e tombe vengono costruite nella piana ad Ovest, l'abitato ormai assume l'attuale configurazione, articolato in due zone, acropoli e città bassa. Gli edifici sono prevalentemente a pianta rettangolare con fondamenta in pietra, e si arricchiscono in alcuni casi di decorazioni architettoniche policrome. Anche la struttura sociale subisce i cambiamenti provocati dai contatti con l'ellenismo: la società di Monte Sannace, già nel VI secolo a.C., è articolata in differenti classi sociali, come dimostrano le differenti tipologie di tombe appartenenti a questo periodo, e si assiste ad un primo accentramento delle ricchezze e gestione del territorio da parte di pochi ristretti gruppi aristocratici.
V secolo a.C.

La città è interessata da una continua crescita fino al V secolo a.C., quando comincia un periodo di conflittualità, come il resto delle popolazioni della Puglia interna, per mantenere l'indipendenza dalla colonia greca di Taranto. Il periodo di oscurantismo si ripercuote su un decadimento artistico e ridotta quantità di materiale ceramico ascrivibile a questo periodo, con ridottissime importazioni di materiali dalla Grecia.
IV-III secolo a.C.
Tra la seconda metà del IV e il III secolo a.C. la città risorge a nuovi fulgori. Questo è il periodo di maggior splendore e ricchezza: le primitive mura intorno all'acropoli, costituite da blocchi informi di pietra, vengono rinforzati con tufo carparo a perfetta isodomia (1° circuito, lungo 1400 metri), mentre una seconda cerchia viene costruita per cingere città alta e città bassa (2° circuito, lungo 1700 metri); intorno al 300 a.C. viene costruito un terzo circuito di mura (3° circuito, lungo 1300 metri) intorno all'acropoli, ad integrazione delle fortificazioni già esistenti[4] La città si espande ulteriormente occupando gli spazi in pianura adibiti a pascolo inclusi nel 2° circuito di mura e aree all'esterno della cinta difensiva, articolandosi in isolati distribuiti attorno a strade. Con l'espansione dell'abitato, l'acropoli diviene sede di edifici pubblici (un portico colonnato che borda il lato orientale dell’agorà) e di residenze aristocratiche, nonché di tombe monumentali. Inoltre reperti archeologici testimoniano un'ulteriore ellenizzazione della cultura, con la comparsa del bilinguismo, sebbene limitato alle classi più aristocratiche.
Nel corso delle guerre puniche (III secolo a.C.), la città e i pascoli circostanti vengono cinti da un quarto (lungo 3900 metri) ed un quinto circuito di mura (lungo 5500 metri). La tecnica rozza di costruzione suggerisce che probabilmente esse fossero legate a impellenti necessità difensive piuttosto che per fenomeni di espansione edilizia.
La città, verosimilmente, fu distrutta intorno al III secolo a.C., nel momento del suo massimo sviluppo, come testimoniato da reperti archeologici contenenti tracce della fine violenta della città connessa alle spedizioni punitive dei romani contro chi aveva, anche indirettamente, appoggiato le truppe di Cartagine; pare, comunque, che l'abitato di Monte Sannace abbia mantenuto un atteggiamento neutrale nei confronti delle due potenze, non gradito dalle mire egemoniche della Repubblica romana.
Epoche successive
L'acropoli è stata occupata fino al I secolo d.C., mentre l'abitato in pianura perde importanza già dal II a.C.. Nel periodo della romanizzazione l'insediamento di Monte Sannace perde importanza: il territorio (la Peucezia interna) si trova escluso dalle principali arterie potenziate dai Romani. Pochissime tracce testimoniano la presenza di civiltà nel periodo romano. La località viene quindi abbandonata e resta disabitata per secoli. Le ultime tracce di occupazione risalgono al medioevo, quando viene eretta sulla collina una chiesetta dedicata a Sant’Angelo, i cui muri di fondazione sono stati individuati nella zona alta del pianoro. La chiesa citata su un documento del 1087 verrà anch'essa abbandonata.

Nelle foto, dall'alto:
- L'abitato basso
- Dettaglio della decorazione dipinta sulle pareti interne della tomba a semicamera: su fondo blu scuro, una serie di patere alternate a bucrani
- Tomba dipinta
- La strada interna alle mura
- Il muraglione del saggio Gervasio
- Nuova insula
- L'Acropoli

Puglia - Parco archeologico delle Mura messapiche

 




Il parco archeologico delle Mura messapiche si estende per 150 000 m² a nord-est del comune di Manduria, in provincia di Taranto. Al suo interno sono conservati ampi tratti della triplice cerchia di mura che in età messapica circondava la città, la più grande necropoli messapica mai scoperta (circa 2 500 tombe databili dal VI al II secolo a.C.), il Fonte Pliniano (un pozzo alimentato perennemente da una falda acquifera sotterranea), e la chiesa di San Pietro Mandurino, di epoca medievale.
La Manduria del periodo Messapico era circondata da una triplice cerchia muraria (datata tra il V ed il III secolo a.C.), una interna, una esterna ed una disposta tra le prime due. La prima cerchia muraria, quella più interna, fu costruita tra V e IV secolo a.C.; ha un perimetro di 2.187 metri e un diametro di 842 metri. Fu edificata con grossi massi di pietra locale incastrati tra loro (senza quindi l'uso di malta). Prima di questa cerchia muraria vi è un fossato, largo e profondo 4 metri. La cerchia di mura intermedia, costruita nel IV secolo a.C., fu ottenuta interrando il fossato e seguendo lo stesso perimetro della cerchia antica (proprio sotto questa mura fu ucciso il re di Sparta Archidamo, nel 338 a.C.). La cinta esterna risulta essere quella meglio conservata e quella più imponente: costruita con la tecnica dell'opus quadratum, ha un perimetro di 3.382 metri ed un diametro di 1.290 metri. Inoltre raggiunge un'altezza e uno spessore di 5 metri. Anche questa cerchia è preceduta da un fossato, largo 6,50 metri e profondo 5. Quest'ultima cerchia di mura fu costruita intorno al III secolo a.C.
Intorno alle mura vi erano anche delle strade che, attraverso delle porte disposte ad intervalli regolari nelle mura e protette da torrette, mettevano in comunicazione l'interno dell'abitato con l'esterno. Dopo l'assalto della città ad opera di Quinto Fabio Massimo le mura non furono più ricostruite.


All'interno del sito, a ridosso delle mura, è presente la più vasta necropoli messapica mai scoperta. La scoperta e la conseguente tutela della necropoli è avvenuta nel 1932, ad opera di Quintino Quagliati, soprintendente ai beni archeologici della Puglia. Negli anni successivi sono stati condotti nuovi scavi che hanno portato alla luce nuove tombe con all'interno i corredi funebri. Le varie tombe scoperte percorrono un arco temporale che va dal VII al II secolo a.C. Si è notato, inoltre, che le tombe più recenti hanno subito cambiamenti sia della struttura che del tipo di sepoltura del defunto. Tra i vari modelli di tombe, prevalgono quelle del tipo a fossa rettangolare disposte a gruppi, probabilmente in base al ceto sociale: molte di queste sono intonacate e presentano anche tracce di pittura.


Il Fonte Pliniano è tuttora uno dei simboli della città (è rappresentato anche nello stemma cittadino); di epoca quasi certamente messapica, venne descritto da Plinio il Vecchio (da cui successivamente prese il nome) nella sua Naturalis Historia. Si tratta di un pozzo posto all'interno di una grotta naturale di 18 metri di diametro e 8 metri di larghezza raggiungibile scendendo 20 gradini scavati nella roccia. Sulla volta della grotta si apre un lucernario quadrato, una struttura cilindrica dalla quale spunta un albero di mandorlo (secondo la leggenda secolare) dalla quale penetra la luce necessaria ad illuminare l'ambiente. Dal pozzo e dalla vasca adiacente sgorga perennemente acqua proveniente da una falda acquifera sotterranea. Anticamente il Fonte Pliniano era adibito anche a luogo di culto di una divinità messapica.

La Chiesa di San Pietro Mandurino, anch'essa inclusa nel parco archeologico, probabilmente risale all'età ellenistica, epoca in cui era una tomba a camera. Successivamente, tra l'VIII ed il IX secolo fu costruita la cripta sotterranea, adibita al culto bizantino; la chiesa superiore, invece, è datata tra X e XII secolo. In epoca successiva la chiesa fu abbandonata fino al 1724, quando l'allora vescovo di Oria decise di farla restaurare (vi è anche una lapide che lo attesta). La chiesa, orientata in direzione est-ovest, secondo il rito greco, ha due navate e due absidi divise da tre pilastri. Inoltre è divisa in due ambienti da un grande arco centrale. Di questi due ambienti, uno ha una volta a cupola, mentre l'altro è voltato a botte. Lungo le pareti della chiesa e della cripta sottostante sono presenti affreschi raffiguranti santi di difficile datazione (forse di epoca bizantina) a causa dei pesanti rimaneggiamenti del XVIII e XIX secolo. Nel 1972, sotto il pavimento dell'edificio, sono state scoperte alcune tombe di epoca medievale.

Puglia - Taranto, Tempio di Poseidone

 

Il tempio di Poseidone (o Tempio Dorico) è un tempio periptero di ordine dorico situato nella odierna piazza Castello nel centro storico di Taranto. Risulta essere il tempio più antico della Magna Grecia ed è l'unico luogo di culto greco ancora visitabile nel Borgo Antico. l tempio è datato al primo quarto del VI secolo a.C.. Si presuppone che la peristasi dorica sia dovuta ad una fase di espansione successiva alla costruzione della cella in quanto non si riscontrano connessioni costruttive nelle fondazioni con il nucleo più antico. Il tempio ha subito saccheggi già in età postantica e parti del tempio sono stati utilizzati per la costruzione di altri edifici. I ruderi del tempio erano inglobati nella chiesa della SS. Trinità, nel cortile dell'oratorio dei Trinitari, nella casa Mastronuzzi e nel convento dei Celestini. Nel 1700 erano ancora visibili dieci spezzoni di colonne, ma furono rimossi e andarono dispersi durante il rifacimento del convento nel 1729. Verso la fine dell'Ottocento, l'archeologo Luigi Viola ne studiò i resti ed attribuì il tempio al culto di Poseidone, ma esso è più probabilmente da mettere in relazione con le divinità femminili di Artemide, Persefone o Hera. Altri reperti andarono dispersi con la successiva demolizione del convento nel 1926 e della vicina chiesa nel 1973.
Le devastazioni e i saccheggi susseguitesi nell'arco dei secoli, nonché il fenomeno del reimpiego, ha reso impossibile il compito di definire la planimetria esatta del tempio. Le 2 colonne di ordine dorico rimaste a testimonianza dell'antico tempio magno-greco, più una base con 3 tamburi o rocchi, furono realizzate in carparo locale ricavato dalla stessa acropoli, e rappresentano il lato lungo della "peristasis" del tempio, i cui resti sono stati individuati nel chiostro e nelle cantine del Monastero di San Michele, che fa da sfondo ai ruderi al fianco di Palazzo di Città. Sono alte ciascuna 8,47 metri, con un diametro di 2,05 metri e un interasse di 3,72 metri: dall'osservazione dell'area della "peristasis" e dal calcolo del rapporto tra la sua ampiezza e l'interasse, si suppone che il tempio avesse il fronte rivolto verso il canale navigabile, e che fosse costituito da 6 colonne sui lati corti e da 13 sui lati lunghi. Inoltre, sia il profilo del capitello che i "rocchi", molto bassi e sovrapposti senza un perno centrale, fanno risalire i manufatti agli inizi del V secolo a.C.
Tuttavia, la presenza di una piccola fossa vicino alle colonne, nonché le tracce presenti ai bordi della stessa, fanno pensare all'esistenza di una pavimentazione e di un'alzata in legno appartenenti ad un primo edificio di culto, in mattoni crudi e materiale deperibile, costruito alla fine dell'VIII secolo a.C. dai primi coloni spartani. L'area sacra sarebbe stata abbandonata definitivamente alla fine del III secolo a.C., quando la città fu conquistata dai Romani, per poi ritornare ad essere utilizzata nel VI secolo con silos, granai, quando la popolazione si ritirò nella penisola per motivi difensivi. Nel X secolo i resti del tempio avrebbero ospitato un luogo di culto cristiano, mentre dal XIV secolo una parte dell'area fu utilizzata per attività produttive con vasche di decantazione dell'argilla e piccole fornaci.

venerdì 4 aprile 2025

IRLANDA (del Nord) - Corick

 


Corick è un sito megalitico nelle vicinanze di Magherafelt, nella contea di Londonderry, Irlanda del Nord. È composto da cinque cerchi, uno con una grande pietra eretta nel mezzo, e da tre allineamenti di massi che restano a 400 metri a sud di Corick Clachan, vicino ad un ruscello. Nel 1940 il sito fu descritto come costituito da 3 cerchi di pietra con allineamenti e una possibile tomba posta a nord-ovest. Al giorno d'oggi rimangono solo quattro allineamenti, tre dei quali molto ben definiti e composti da rocce di altezza variabile da 30 centimetri a 1,6 metri. Si possono notare due enormi massi, i quali potrebbero essere i resti di una sepoltura. Le strutture puntano in direzione nord-sud, tranne una che è rivolta a OSO-ENE e che è composta dai massi più imponenti del sito. A Sud-Ovest vi sono i resti di un cerchio di pietra, di cui solo 6 pietre del lato ovest sopravvivono, con una grande pietra centrale. Anche se spesso si crede che il monumento e i suoi allineamenti siano stati realizzati per un importante scopo, la rozzezza delle pietre indica che non avrebbe potuto essere utilizzato come calcolatrice avanzata astronomica. Il posizionamento, pertanto, è più probabilmente simbolico che funzionale.


IRLANDA - Brú na Bóinne

 


Brú na Bóinne (la dimora del Boyne, in irlandese) costituisce uno dei più importanti siti archeologici di origine preistorica al mondo. Si trova nella valle del fiume Boyne in Irlanda, a circa 40 km da Dublino e a pochi chilometri dalle città di Slane (5 km) e Drogheda (8 km). L'area include un complesso archeologico con oltre 90 monumenti costruiti nel neolitico da un'antichissima civiltà contadina preceltica repentinamente scomparsa. Tra questi spiccano in particolare i grandi tumuli di Newgrange, Knowth e Dowth.
Originariamente costruito intorno al 3200 a.C., giacque dimenticato per millenni fino al XVII secolo. Fu oggetto di una prima estesa campagna di restauri tra il 1962 e il 1975 e tuttora proseguono gli scavi archeologici. È stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1993.
La costruzione delle tombe a corridoio che caratterizzano il sito fu iniziata nel III millennio A.C. in un'area nella quale si era già insediata e sviluppata una civiltà contadina. Sono stati rinvenuti resti di abitazioni, recinti e di sistemi agricoli che provano, infatti, la presenza di insediamenti umani nell'area del Boyne già durante il IV millennio a.C. Le costruzioni presenti nell'area testimoniano, inoltre, l'esistenza di una civiltà socialmente e culturalmente evoluta, originaria della Bretagna e della Penisola Iberica occidentale e influenzata dalla cultura del vaso campaniforme.
L'area fu temporaneamente abbandonata durante l'Età del Bronzo e poi nuovamente rioccupata nel I millennio A.C. In seguito, Knowth divenne un insediamento fortificato e al suo interno vi furono ricavati altri spazi di sepoltura secondari.
Durante la prima era cristiana, dall'VIII secolo d.C. in avanti, sorsero altre tre fortificazioni circolari e quello di Knowth si sviluppò in un grande insediamento, che comprendeva abitazioni a pianta rettangolare e sotterranei e nel quale si svolgevano attività sia agricole sia industriali.
Quando nel XII secolo fu invaso dai Normanni, l'insediamento si era ormai costituito come capitale del Regno di Knowth. Sotto il loro dominio, l'area divenne centro di innovazioni e fu assorbita nel sistema di fattorie e tenute agricole dei Cistercensi. Da allora è rimasta una zona prevalentemente rurale.
Le strutture del complesso archeologico cominciarono ad essere oggetto di studi durante l'Ottocento, ma solo dal 1962 si diede il via agli scavi archeologici nella zona, con l'obiettivo di rivalutarne il patrimonio storico e facilitarne l'accesso ai turisti. I primi scavi, effettuati intorno al grande tumulo di Newgrange sotto la direzione dell'archeologo Michael J. O'Kelly (1962-1975), permisero di approfondire gli studi sul contesto storico e la civiltà nei quali Newgrange venne costruito, nonché di iniziare un'operazione di recupero e restauro di quanto era venuto alla luce. La più importante scoperta di O'Kelly fu lo scioglimento del mistero che si nascondeva dietro la piccola apertura quadrata posta sopra l'ingresso principale. Fu proprio il suo gruppo di ricerca a scoprire, infatti, che il giorno del solstizio d'inverno i raggi del sole penetravano nel passaggio a illuminare il cammino verso la camera funeraria. Ulteriori scavi furono realizzati in seguito anche intorno a Knowth e Dowth.
Il complesso archeologico sorge su un'area di 7,8 km² che prende il suo nome dal fatto che risulta circondata su tre lati dal fiume Boyne. Le strutture principali sono tre grandi monumenti: Newgrange, Knowth e Dowth. Si tratta di ampie tombe a corridoio sovrastate da grandi colline artificiali costruite durante il III millennio a.C. circondate da altri numerosi passaggi e corridoi secondari.
Anche se vengono comunemente definite tombe a corridoio, lo scopo preciso di queste costruzioni non è ancora stato accertato, malgrado siano stati accuratamente scandagliati. Probabilmente non fu solo, o non principalmente, funerario, ma certamente connesso alle cerimonie religiose e forse a un culto solare. Rimangono, comunque, come enigmatica testimonianza di una civiltà complessa e progredita che popolò l'Irlanda prima dell'avvento dei Celti e ben prima degli invasori Vichinghi, sei secoli prima della costruzione delle piramidi egizie.
Il tumulo di Newgrange, la costruzione di cui si hanno maggiori informazioni, risale al 3200 a.C. circa. Il nome anglosassone deriva dall'unione delle parole new ("nuovo") e grange ("fattoria"). Dopo la fondazione dell'abbazia di Mellifont nel 1142, le terre di quest'area vennero acquisite dal relativo ordine e utilizzate per l'agricoltura.
Il tumulo ha un diametro di circa 80 m; è cinto da un alto muro perimetrale costruito in pietre di quarzo bianche e scure e da un altro cerchio più largo, composto da 97 grosse pietre (kerbstone), la più interessante delle quali è quella posta di fronte all'entrata, decorata con motivi a losanga e a spirale. Questa pietra, definita "una delle pietre più famose nell'intero repertorio dell'arte megalitica", include un motivo a triplice spirale, rinvenuto soltanto a Newgrange e ripetuto all'interno della camera funeraria, che rievoca il motivo del triskelion dell'isola di Man e le spirali della cultura di Castelluccio in Sicilia ma soprattutto dei Templi megalitici di Malta, i cui primi esempi sono più antichi di Newgrange.
All'interno, un passaggio lungo 19 m conduce ad una camera centrale a pianta cruciforme con tre vani, caratterizzata da una volta a thòlos in lastroni di pietra alta 6 m e ancora oggi completamente impermeabile all'acqua. In ognuno dei tre vani è presente un vascone in pietra che conteneva i resti dei defunti che furono sepolti nel tumulo. Posta sopra all'entrata, un'apertura quadrata (roofbox) permette al sole di penetrare nel passaggio e di illuminarlo nel giorno del solstizio d'inverno, che coincideva allora con l'inizio del nuovo anno. I raggi di sole che penetrano nel passaggio verso la camera funeraria avrebbero simboleggiato il risveglio della natura e la rinascita, infondendo nuova vita nelle sementi, negli animali e negli esseri umani, oppure, secondo altre interpretazioni, avrebbero rappresentato la vittoria della vita sulla morte e la promessa di una nuova vita per i defunti.
Vicino al tumulo di Newgrange, altri resti di costruzioni posteriori visitabili sono il Pit Circle, un'area circolare delimitata da paletti di legno dentro la quale venivano cremati e sepolti gli animali, e lo Stone Circle, una costruzione costituita da megaliti disposti a cerchio, eretto presumibilmente dopo il 2000 A.C. con funzioni di studio astronomico.
Il tumulo di Knowth è il più grande e ampio del sito. Con il suo diametro di 95 m, si estende su una superficie di circa 5 km² ed è circondato da altri 18 tumuli più piccoli, alcuni dei quali risultano collegati al tumulo principale. Questo presenta due passaggi, ognuno dei quali conduce a due camere funerarie separate. Attorno alle entrate sono disposte grosse pietre perimetrali di quarzo e granito, molte delle quali sono scolpite con articolati graffiti dalle forme geometriche e astratte.
La tomba situata all'estremità orientale del tumulo è costituita da un lungo corridoio di 40 m che conduce a una camera mortuaria con tre vani laterali, molto simile a quella di Newgrange. La tomba occidentale è invece caratterizzata da un lungo e stretto passaggio a L, che conduce a una camera mortuaria rettangolare alta 2 m e ricoperta da una lunga e grossa lastra di pietra. Anche questa conteneva in origine una vasca di pietra in cui venivano riposti i resti cremati dei defunti e che attualmente giace invece nel corridoio.
Di fronte alla tomba orientale, gli scavi hanno portato alla luce resti di un monumento in legno dalla forma circolare che fu costruito intorno al 2500 A.C. e hanno provato che l'intera struttura di Knowth fu utilizzata, nelle epoche a seguire, per la sepoltura dei defunti e che su di essa vi fu costruito persino un villaggio fortificato.

Dowth, costruito più di 5000 anni fa, è rimasto il tumulo meno conosciuto e meno esplorato del sito archeologico di Brú na Bóinne. Il tumulo ha un diametro di 85 m ed è circondato da un totale di 115 pietre perimetrali. Al suo interno vi sono due camere funerarie, riportate alla luce da alcuni scavi eseguiti nel 1847, i cui corridoi di entrata sono rivolti entrambi a Ovest, ma il tumulo è circondato da altre tombe più piccole. I due passaggi che conducono alle camere mortuarie sono entrambi relativamente brevi. Uno conduce verso meridione ad una stanza circolare, mentre l'altro porta a Nord, fino a una camera di forma cruciforme con tre vani con una bassa copertura a thòlos. Il passaggio che conduce a quest'ultima camera è collegato anche ad un sotterraneo, scavato all'interno della cerchia perimetrale, e si ritiene avesse come scopo quello di costituire un rifugio nei casi di pericolo. Il sotterraneo veniva, inoltre, utilizzato anche come deposito di merci e provviste importanti.
Secondo la raccolta di manoscritti medioevali conosciuta come Dindsenchas, l'origine del nome Dowth (Dubad) deriverebbe da un mito che racconta di un sovrano che volle riunire per un giorno tutti gli uomini d'Irlanda per far loro costruire una torre tanto alto da arrivare al Cielo. La sorella del re, però, fermò il sole nel cielo con la magia rendendo quel giorno interminabile. Col passare del tempo, gli uomini cominciarono quindi a sentirsi sempre più stanchi finché si accorsero di essere stati imbrogliati. L'incantesimo si spezzò nel momento in cui il re e sua sorella si addormentarono, così calò la notte e i lavori vennero abbandonati e fu da allora che quel luogo venne chiamato Dubad (oscurità).
La visita ai tumuli di Newgrange e Knowth è permessa esclusivamente tramite tour guidati organizzati dal Brú na Bóinne Visitors Centre. Il centro visitatori ospita anche un museo con presentazioni audiovisive disponibili in diverse lingue.
Il complesso di edifici del centro visitatori costituisce un'interessante opera di architettura contemporanea. La sua struttura riprende in modo moderno le caratteristiche dei tumuli, grazie all'uso di forme curvilinee e alle coperture piane ricoperte d'erba, inserendosi in modo pressoché mimetico nel notevole paesaggio collinare.
Il sito di Dowth è invece direttamente accessibile dai visitatori.
Presso il centro visitatori è possibile compilare un modulo per partecipare alla "lotteria del solstizio" valido per l'anno in corso. L'eventuale vittoria permette la visita al sito nel momento in cui il raggio di sole illumina la camera. A tutti i visitatori è tuttavia reso possibile osservare il fenomeno simulato grazie ad un sistema di illuminazione artificiale.


IRLANDA - Dún Aengus

 

Dún Aengus (irl.: Dún Aonghasa) è il più celebre dei tanti forti in pietra preistorici presenti sulle Isole Aran, noto arcipelago irlandese della Contea di Galway. È situato sulla più grande delle tre isole, Inis Mór, su una spettacolare scogliera di calcare a picco sull'Oceano Atlantico ad un'altezza di circa 100 metri.
Destinazione turistica apprezzata e popolare, Dún Aengus è soprattutto un importante sito archeologico: costruito durante l'Età del Bronzo e databile a ben prima del I millennio a.C., è stato spesso appellato come the most magnificent barbaric monument in Europe ("il più magnifico monumento barbarico d'Europa").
Il nome "Dún Aengus" significa "Forte di Aengus", con riferimento alla omonima divinità pagana pre-cristiana della mitologia irlandese.


Il forte è formato da una combinazione di quattro cinte murarie concentriche, spesse in certi punti anche quattro metri. La forma originale del forte era presumibilmente ovale o a forma di D, ma parecchie parti sia della scogliera che della costruzione sono crollate in mare nel corso dei secoli. 


Al di fuori del terzo cerchio si trova un sistema difensivo costituito da pietre piantate nel terreno, simili a cavalli di Frisia, ad oggi in gran parte conservato e visibile. Tra queste rovine vi è anche una lastra di pietra più grande di forma rettangolare, della quale si ignora però la funzione. Decisamente estesa se confrontata a resti preistorici simili, la cinta più esterna di Dún Aengus racchiude un'area di circa 6 ettari. Benché evidentemente difendibile, la particolare posizione di Dún Aengus suggerisce che la sua funzione principale fosse religiosa e cerimoniale, piuttosto che militare. Può darsi che sia stato usato dai druidi per riti stagionali, che forse comportavano l'accensione di falò visibili dalla terraferma irlandese. La posizione fornisce inoltre una vista di circa 120 km di linea costiera, il che avrebbe potuto permettere il controllo su una rotta di commercio costiero.

IRLANDA - Uomo di Croghan

 


L'uomo di Croghan è una mummia di palude risalente all'età del ferro rinvenuto in una torbiera in Irlanda nel giugno del 2003. Prende il nome da Croghan Hill, a nord di Daingean nella contea di Offaly, luogo nelle cui vicinanze fu rinvenuto. È esposto al museo nazionale d'Irlanda, sezione archeologica, a Dublino.
La sua altezza stimata, ottenuta in via indiretta dalle proporzioni del braccio, si sarebbe dovuta aggirare intorno a 1,98 metri. L'uomo era molto alto per il periodo in cui visse ed è la mummia di palude più alta finora rinvenuta.
Si presume che l'uomo di Croghan appartenesse ad un ceto sociale elevato, fatto dimostrato dalle unghie molto ben tenute, non rovinate da lavori manuali.
All’uomo è stata inflitta una pugnalata al torace, decapitato e successivamente il suo corpo è stato tagliato a metà. Tutto ciò è stato dedotto dalla mancanza della parte inferiore del corpo e dal fatto che la testa fosse posizionata sotto i resti. È possibile notare la presenza di due ferite posizionate su entrambe le braccia dovute al fatto che l’uomo è stato legato attraverso l’utilizzo di una corda di vimini intrecciata il cui utilizzo è stato testimoniato dalla presenza di ramoscelli all’interno delle ferite alle braccia. In vita è stato malato di pleurite, evidenziata da cicatrici sui polmoni.
Il suo sacrificio ha avuto un significato strettamente rituale, egli infatti si suppone fosse un re deposto perché incapace di controllare la natura che stava affamando il suo popolo. I re infatti al tempo non venivano incoronati per diritto dinastico ma venivano scelti tra i giovani più prestanti della società e non ricoprivano solo il ruolo di guida ma erano considerati come gli sposi della dea terra ed in quanto tali avevano il dovere di assicurarsi che la divinità provvedesse al loro popolo (vedi i parallelismi nel concetto di re sacro ne Il ramo d'oro di James George Frazer). Il taglio inferto al corpo dell’uomo sotto il suo capezzolo sinistro aveva un forte significato rituale che rappresentava la sua deposizione dal ruolo di re (un uomo menomato non poteva ricoprire questa carica).
Il suo ultimo pasto, desunto dai resti del suo stomaco, fu a base di grano e latticini, alimenti molto simbolici considerando il fatto che la popolazione versava in una situazione di grande carestia e che sarebbero stati proprio questi prodotti che il re avrebbe dovuto proteggere e assicurare come sostentamento alla sua gente. Al momento della sua morte, era completamente nudo, tranne per una fascia di pelle intrecciata attorno alla mano sinistra.
La sua morte è inquadrata in un intervallo di tempo che va dal 362 a.C. al 175 a.C. Dalle ricerche eseguite sul corpo si è dedotto che fu ucciso quando aveva circa 20 anni d'età: in merito ai motivi di questa uccisione, Ned Kelly capo antichità del Museo Nazionale d'Irlanda, ritiene[senza fonte]che sia stato sacrificato per garantire una buona raccolta di grano e di latte nella terre vicine.
L'uomo era molto ricco e importante, alto, imponente e le indagini hanno dimostrato che, nonostante il suo ultimo pasto fosse stato piuttosto povero, abbia goduto di un'ottima alimentazione mangiando spesso carne. Una fonte sulla sua possibile collocazione nella scala gerarchica è data da San Patrizio che descrive molte usanze dei popoli irlandesi. Una di queste dice che era un segno di fortuna succhiare i capezzoli dei re. Si può notare un taglio sotto il capezzolo, presente in diverse mummie trovate vicino al sito. Le analisi della torba hanno evidenziato in quel periodo un cambiamento climatico con l'abbassamento delle temperature e l'aumento della piovosità. Si può pensare quindi che i druidi, i sacerdoti/stregoni che interpretavano la natura e che incoronavano i re abbiano pensato che fosse stato il re ad aver offeso gli dei e causato la loro ira e che sacrificandolo li avrebbero placati. Purtroppo mancano ancora troppi elementi per capire la sua vera identità.

IRLANDA - Uomo di Clonycavan

 

L'Uomo di Clonycavan è una mummia di palude ben conservata, risalente all'età del ferro, ritrovata vicino Clonycavan in Irlanda nel marzo del 2003. Si suppone che l'uomo fosse alto circa 1,57 metri ed è curioso il fatto che tra i capelli avesse una specie di "gel", apparentemente per sembrare più alto.
Solo il tronco del corpo e l'addome superiore si sono conservati. Fu ritrovato in una macchina per la raccolta di torba, che probabilmente è responsabile della distruzione della parte inferiore del corpo. La mummia possiede un naso schiacciato e denti storti; dei pori sono visibili sul naso ed è presente un sottile barba.
È esposto nel Museo Nazionale d'Irlanda, sede di Kildare Street, a Dublino.
L'Uomo di Clonycavan probabilmente fu assassinato; questa è infatti la conclusione a cui è giunta la polizia irlandese dopo aver esaminato il corpo. Il cranio fu colpito da un oggetto appuntito che causò una frattura; infatti, vi è una profonda ferita sopra la testa e parti del cervello sono state ritrovate nella lesione. Inoltre è presente anche una grande cicatrice tra il naso e la parte inferiore dell'occhio destro. Entrambe le ferite sembrano essere state causate dallo stesso oggetto appuntito, molto probabilmente un'ascia. La datazione al radiocarbonio ha posto la sua morte tra 392 e il 201 a.C., durante l'età del ferro dell'Europa occidentale.
I test scientifici eseguiti sui capelli hanno gettato luce sulla sua dieta prima della tragica morte. La sua alimentazione era ricca di verdure, il che indica che potrebbe essere stato ucciso durante l'estate. Inoltre era anche abbastanza giovane al momento della sua morte, non avrebbe superato i 20 anni.
La maggior caratteristica distintiva dell'uomo erano i suoi capelli in stile mohawk, sollevati con l'aiuto di un "gel": un ritrovamento unico, considerato che il corpo risale all'età del Ferro dell'Europa occidentale. Il gel era composto da olio vegetale e resina di pino, importati dal sud-ovest della Francia o Spagna.
Questo fatto attesta che il commercio tra l'Irlanda e l'Europa meridionale nel quarto e terzo secolo a.C., prima dell'influenza romana, era esercitato dai celti della Galizia (Spagna) e Iberia.
L'uso del "gel" potrebbe anche suggerire che l'uomo era ricco, infatti pochi sarebbero stati in grado di acquistare cosmetici importati da tanto lontano.


IRLANDA - Newgrange

 

Newgrange (in irlandese Sí an Bhrú) è un monumento preistorico nella contea di Meath, in Irlanda, situato a 4 km da Slane sul lato nord del fiume Boyne. È una tomba a corridoio eccezionalmente grandiosa costruita durante il neolitico, intorno al 3200 a.C., che la rende più antica di Stonehenge e delle piramidi egizie.
Il sito è costituito da un grande tumulo circolare con un passaggio interno in pietra e camere. In queste camere sono state rinvenute ossa umane e possibili corredi funerari o offerte votive. Il tumulo ha un muro di contenimento nella parte anteriore, costituito principalmente da ciottoli di quarzo bianco, ed è circondato da cordoli incisi. Molte delle pietre più grandi di Newgrange sono ricoperte di arte megalitica. Il tumulo è anche circondato da un cerchio di pietre. Parte del materiale che compone il monumento è venuto da lontano come le Montagne di Mourne e i Monti Wicklow.


Non c'è accordo su ciò per cui il sito sia stato utilizzato, ma si ritiene che avesse un significato religioso. Il suo ingresso è allineato con il sorgere del sole al solstizio d'inverno, quando la luce del sole splende attraverso un "box sul tetto" situato sopra l'ingresso del passaggio e inonda la camera interna. Diverse altre tombe a corridoio in Irlanda sono allineate con i solstizi e gli equinozi, e Cairn G a Carrowkeel ha un simile "box sul tetto". Newgrange condivide anche molte somiglianze con altre costruzioni neolitiche nell'Europa occidentale, in particolare Gavrinis in Bretagna, che ha sia un rivestimento simile conservato che grandi pietre scolpite, in quel caso lungo il passaggio all'interno.Anche Maeshowe nelle Orcadi, in Scozia, con una grande camera a mensola e Bryn Celli Ddu in Galles sono stati paragonati a Newgrange.
È il monumento più famoso all'interno del complesso neolitico Brú na Bóinne, insieme ai tumuli tombali a corridoio simili di Knowth e Dowth, e come tale fa parte del Brú na Bóinne designato patrimonio dell'umanità dell'UNESCO. Ci sono molti siti archeologici più piccoli come "henges", tumuli e pietre erette situati nei 75 km tra Newgrange e il Boyne. Newgrange è costituito da circa 200.000 tonnellate di roccia e altri materiali. Ha una larghezza di 85 metri nel suo punto maggiore.
Dopo il suo utilizzo iniziale, Newgrange rimase sigillato per diversi millenni. Continuò a essere presente nella mitologia e nel folklore irlandese, in cui si dice che fosse una dimora delle divinità, in particolare Dagda e suo figlio Aengus. Gli antiquari iniziarono il suo studio nel XVII secolo e negli anni successivi ebbero luogo nel sito scavi archeologici. L'archeologo Michael J. O'Kelly guidò il più esteso di questi e ricostruì anche la facciata del sito, dal 1962 al 1975, una ricostruzione molto controversa. Newgrange è un popolare sito turistico e, secondo l'archeologo Colin Renfrew, è "considerato senza esitazione dagli studiosi di preistoria come il grande monumento nazionale d'Irlanda" e come una delle strutture megalitiche più importanti d'Europa.


Il monumento di Newgrange è costituito principalmente da un grande tumulo, costruito con strati alternati di terra e pietre, con erba che cresce in cima e una facciata ricostruita di pietre di quarzo bianco piatte tempestate a intervalli di grandi ciottoli arrotondati che coprono parte della circonferenza. Il tumulo ha un diametro di 76 metri, è alto 12 metri e copre una superficie di 4500 m2 di terreno. All'interno del tumulo c'è un passaggio a camera, a cui si accede da un ingresso sul lato sud-est del monumento. Il passaggio si estende per 19 metri, o circa un terzo del corridoio al centro della struttura. Alla fine del passaggio ci sono tre piccole camere collegate da una camera centrale più grande con un alto tetto a volta a mensola. Ognuna delle camere più piccole ha una grande "pietra a bacino" piatta dove potrebbero essere state depositate le ossa dei morti durante la preistoria, anche se non è chiaro se fosse un luogo di sepoltura. Le pareti di questo passaggio sono costituite da grandi lastre di pietra chiamate ortostati, di cui ventidue sul lato occidentale e ventuno su quello orientale. Hanno un'altezza media di 1 metro e mezzo; molti sono decorati con intagli (oltre a graffiti del periodo successivo alla riscoperta). Gli ortostati diminuiscono in altezza man mano che si entra nel passaggio a causa del fatto che lo stesso è leggermente graduato dall'essere costruito sul rialzo di una collina. Il soffitto non mostra tracce di fumo.
Situato intorno al perimetro del tumulo c'è un cerchio di menhir. Ne sopravvivono 12 su un numero possibile originale di trentacinque o giù di lì. La maggior parte degli archeologi suggerisce che siano stati aggiunti più tardi, durante l'età del bronzo, secoli dopo che il monumento originale era stato abbandonato come centro rituale.


Newgrange contiene vari esempi di grafica rupestre neolitica scolpita sulle sue superfici in pietra. Queste incisioni rientrano in dieci categorie, cinque delle quali sono curvilinee (cerchi, spirali, archi, serpentiniformi e punti nei cerchi) e le altre cinque sono rettilinee (segni a forma di V, losanghe, radiali, linee parallele e strisce). Sono caratterizzati da ampie differenze di stile, dal livello di abilità necessario per produrli e da quanto profondamente siano scolpiti. Uno dei tipi più notevoli di arte a Newgrange sono le triscele trovate sulla pietra d'ingresso. È lunga circa tre metri e alta 1,2 metri e pesa circa cinque tonnellate. È stata descritta come "una delle pietre più famose dell'intero repertorio dell'arte megalitica".[16] Gli archeologi ritengono che la maggior parte delle incisioni siano state prodotte prima dell'erezione delle pietre, sebbene la pietra d'ingresso sia stata scolpita in situ prima che i cordoli fossero posizionati accanto ad essa.
Vari archeologi hanno ipotizzato il significato dei disegni, alcuni, come George Coffey (nel 1890), li ritenevano puramente decorativi, mentre altri, come O'Kelly, credevano che avessero una sorta di scopo simbolico, perché alcune delle incisioni erano in luoghi che non sarebbero stati visibili, come nella parte inferiore delle lastre ortostatiche sotto il livello del suolo. Un'ampia ricerca su come l'arte si relaziona agli allineamenti e all'astronomia nel complesso della Boyne Valley è stata condotta dal ricercatore americano-irlandese Martin Brennan.
Le persone del neolitico che costruirono il monumento erano agricoltori nativi, che coltivavano colture e allevavano animali come il bestiame nell'area in cui si trovavano i loro insediamenti.


Il complesso originale di Newgrange fu costruito tra c. 3.200 e 3.100 a.C. Secondo il metodo del carbonio-14, è di circa cinquecento anni più antico della forma attuale di Stonehenge e della Piramide di Cheope in Egitto, oltre a precedere la cultura micenea dell'Antica Grecia. Alcuni collocano il suo periodo di costruzione un po' più tardi, tra il 3000 e il 2500 a.C. L'analisi geologica indica che le migliaia di ciottoli che compongono il tumulo, che insieme avrebbero pesato circa 200.000 tonnellate, provenivano dai vicini terrazzi fluviali del Boyne. C'è un grande stagno in questa zona che si crede sia il sito dal quale i costruttori del tumulo estrassero i materiali. La maggior parte delle 547 lastre che compongono il passaggio interno, le camere e i cordoli esterni sono di grovacca. Alcune o tutte potrebbero essere state portate da siti a circa 5 km di distanza, dalla spiaggia rocciosa di Clogherhead, nella contea di Louth, a circa 20 km a nord-est. La facciata e l'ingresso sono stati costruiti con ciottoli di quarzo bianco dei Monti Wicklow, circa 50 km a sud, i ciottoli di granodiorite arrotondati scuri dalle Montagne di Mourne, circa 50 km a nord, i ciottoli scuri di gabbro dalle montagne di Cooley e la siltite fasciata dalla riva del Carlingford Lough. Le pietre potrebbero essere state trasportate a Newgrange via mare e risalendo il fiume Boyne fissandole alla parte inferiore delle barche con la bassa marea. Nessuna delle lastre strutturali è stata estratta, poiché mostrano segni di essere state naturalmente alterate dagli agenti atmosferici, quindi devono essere state raccolte e quindi trasportate, in gran parte in salita, al sito di Newgrange. Anche i bacini di granito trovati all'interno delle camere provenivano dai monti Mournes.
Frank Mitchell ha suggerito che il monumento avrebbe potuto essere costruito in un periodo di cinque anni, basando la sua stima sul numero probabile di abitanti locali durante il Neolitico e sulla quantità di tempo che avrebbero potuto dedicare alla sua costruzione piuttosto che all'agricoltura. Questa stima, tuttavia, è stata criticata da Michael J. O'Kelly e dal suo team di archeologi, che credevano che ci sarebbero voluti almeno trent'anni per costruirla.
Gli scavi hanno rivelato depositi di ossa umane bruciate e incombuste nel passaggio, indicando che al suo interno erano stati collocati cadaveri umani, alcuni dei quali erano stati cremati. Dall'esame dell'osso incombusto, è stato dimostrato che proveniva da almeno due individui separati, ma mancava gran parte dei loro scheletri e ciò che era rimasto era stato sparso nel passaggio. All'interno del passaggio, accanto alle salme, erano stati depositati vari corredi funerari. Gli scavi che ebbero luogo alla fine degli anni 1960 e all'inizio degli anni 1970 hanno rivelato sette "marmi", quattro ciondoli, due perline, una scaglia di selce usata, uno scalpello osseo e frammenti di perni e punte d'osso. Molti altri reperti erano stati trovati nel passaggio nei secoli precedenti da antiquari e turisti in visita, anche se la maggior parte di questi sono stati rimossi e sono andati perduti o tenuti in collezioni private. Tuttavia, a volte questi sono stati registrati e si ritiene che i corredi funerari che provenivano da Newgrange fossero tipici dei complessi tombali di passaggio irlandesi neolitici. Nella struttura sono stati rinvenuti anche resti di animali, principalmente quelli di lepri di montagna, conigli e cani, ma anche di pipistrelli, pecore, capre, bovini, tordi bottaccio e, più raramente, molluschi e rane. La maggior parte di questi animali sarebbe entrata e sarebbe morta nella camera molti secoli o addirittura millenni dopo la sua costruzione: ad esempio, i conigli furono introdotti in Irlanda solo nel XIII secolo.
L'analisi del DNA ha scoperto che le ossa depositate nella camera più elaborata appartenevano a un uomo i cui genitori erano parenti di primo grado, forse fratello e sorella. Nella storia, tale consanguineità si trovava di solito solo nelle dinastie reali guidate da "re-dio", come i faraoni dell'Antico Egitto, che si sposavano tra loro per mantenere "pura" la linea di sangue reale. Questo, insieme al prestigio della sepoltura, potrebbe significare che un simile gruppo d'élite fosse responsabile della costruzione di Newgrange. L'uomo era lontanamente imparentato con le persone sepolte nelle tombe di Carrowkeel e Carrowmore. Tuttavia, l'archeologo Alasdair Whittle ha affermato che la differenza sociale nel Neolitico era spesso di breve durata, ipotizzando che un'élite potesse essere sorta temporaneamente in risposta alla crisi. Ha suggerito che Newgrange potrebbe essere stato un monumento comunale in determinati periodi e cooptato come tomba personale per brevi periodi.
Durante gran parte del periodo neolitico, l'area di Newgrange continuò ad essere al centro di alcune attività cerimoniali.

Ci sono stati vari dibattiti sul suo scopo originale. Molti archeologi credevano che il monumento avesse un significato religioso di qualche tipo, sia come luogo di culto per un "culto dei morti" che per una fede basata sull'astronomia. O'Kelly riteneva che il monumento dovesse essere visto in relazione ai vicini Knowth e Dowth, e che l'edificio di Newgrange "non può essere considerato altro che l'espressione di una sorta di potente forza o motivazione, portata agli estremi dell'esaltazione" in questi tre monumenti, le cattedrali della religione megalitica". O'Kelly credeva che Newgrange, insieme alle centinaia di altre tombe a corridoio costruite in Irlanda durante il Neolitico, mostrasse prove di una religione che venerava i morti come uno dei suoi principi fondamentali. Credeva che questo "culto dei morti" fosse solo una forma particolare di religione neolitica europea e che altri monumenti megalitici mostrassero prove di diverse credenze religiose orientate al sole, piuttosto che agli antenati.
Tuttavia, gli studi in altri campi di competenza offrono interpretazioni alternative delle possibili funzioni, che si concentrano principalmente sull'astronomia, l'ingegneria, la geometria e la mitologia associate ai monumenti di Boyne. Si ipotizza che il sole costituisse una parte importante delle credenze religiose delle popolazioni neolitiche che lo costruirono. Un'idea era che la stanza fosse stata progettata per catturare ritualmente i raggi del sole nel giorno più breve dell'anno, il solstizio d'inverno, quando la stanza viene inondata di luce solare, il che potrebbe aver segnalato che le giornate avrebbero ricominciato ad allungarsi. Questa visione è rafforzata dalla scoperta di allineamenti a Knowth, Dowth e Lough Crew Cairns che portano all'interpretazione di questi monumenti come dispositivi calendariali o astronomici.
In precedenza, il tumulo di Newgrange era circondato da un anello esterno di immense pietre erette, di cui ne rimangono dodici su trentasette possibili. Le prove della datazione al carbonio suggeriscono che il cerchio di pietre che circondava Newgrange potrebbe non essere stato contemporaneo al monumento, ma collocato lì circa 1.000 anni dopo nell'età del bronzo. Questa opinione è controversa e si riferisce a una datazione al carbonio da un'incastonatura di pietre erette che si interseca con un successivo cerchio di pali in legno; la teoria è che la pietra in questione potrebbe essere stata spostata e successivamente reimpostata nella sua posizione originale. Questa ricerca implica una continuità d'uso di Newgrange di oltre mille anni, con resti parziali trovati di soli cinque individui, e alcuni mettono in dubbio la teoria della tomba come suo scopo. Nel giugno 2020 sono state trovate prove di incesto dai resti di un corpo sepolto a Newgrange. Ciò ha portato alla speculazione che l'incesto potrebbe essere stato effettuato per mantenere una "linea di sangue dinastica", indicando così Newgrange come una tomba per le élite.
Una volta all'anno, al solstizio d'inverno, il sole nascente splende direttamente nel lungo passaggio, illuminando la camera interna e rivelando le incisioni all'interno, in particolare la tripla spirale sulla parete anteriore della camera. Questa illuminazione dura circa 17 minuti. Michael J. O'Kelly è stata la prima persona in tempi moderni ad osservare questo evento il 21 dicembre 1967. La luce del sole entra nel passaggio attraverso un'apertura appositamente studiata, nota come "roofbox", direttamente sopra l'ingresso principale. Sebbene gli allineamenti solari non siano rari tra le tombe a corridoio, Newgrange è uno dei pochi a contenere la funzione aggiuntiva del roofbox. Cairn G al cimitero megalitico di Carrowkeel è un altro, ed è stato suggerito che se ne possa trovare uno a Bryn Celli Ddu. L'allineamento è tale che sebbene il roofbox sia sopra l'ingresso del passaggio, la luce colpisce il pavimento della camera interna. Oggi la prima luce entra circa quattro minuti dopo l'alba e colpisce il centro della camera, ma i calcoli basati sulla precessione della Terra mostrano che 5.000 anni fa, la prima luce sarebbe entrata esattamente all'alba e avrebbe brillato sulla parete posteriore della camera. L'allineamento solare a Newgrange è molto preciso rispetto a fenomeni simili in altre tombe a passaggio come Dowth o Maes Howe nelle Isole Orcadi, al largo della costa scozzese.

All'inizio dell'Irlanda pre-cristiana, sembra che Newgrange non fosse più utilizzato dalla popolazione locale, che non lasciò alcun manufatto nella struttura né vi seppellì i propri morti. O'Kelly ha dichiarato, "nel 2000 a.C. Newgrange era in decadenza e gli squatter vivevano attorno al suo bordo crollato". Queste persone erano aderenti alla cultura Beaker, che era stata importata dall'Europa continentale, e producevano localmente ceramiche in stile Beaker. Un grande cerchio di legno (o henge) venne costruito a sud-est del tumulo principale e un cerchio di legno più piccolo a ovest. Il cerchio di legname orientale consisteva di cinque file concentriche di fosse. La fila esterna conteneva pali di legno, la fila successiva di fosse aveva rivestimenti in argilla ed era usata per bruciare resti di animali e le tre file interne erano state scavate per accogliere i resti degli animali. All'interno del cerchio c'erano i fori di palo e palo associati alla ceramica del bicchiere e ai fiocchi di selce. Il cerchio di legname occidentale consisteva di due file concentriche di buche per pali parallele e fosse che definivano un cerchio di 20 metri di diametro. Un tumulo concentrico di argilla fu costruito attorno ai lati meridionale e occidentale del tumulo che copriva una struttura costituita da due linee parallele di pali e fossati che erano stati in parte bruciati. Intorno al tumulo di Newgrange fu eretto un cerchio indipendente di grandi pietre. Vicino all'ingresso, diciassette focolari servivano per appiccare il fuoco. Queste strutture a Newgrange sono generalmente contemporanee a un certo numero di henge conosciuti dalla Boyne Valley, a Newgrange Site A, Newgrange Site O, Dowth Henge e Monknewtown Henge.
Il sito ha evidentemente continuato ad avere un significato rituale nell'età del ferro. 
Tra i vari oggetti successivamente depositati intorno al tumulo ci sono due ciondoli realizzati con monete d'oro romane del 320-337 (ora nel Museo nazionale d'Irlanda) e gioielli romani in oro tra cui due bracciali, due anelli e una collana, ora nelle collezioni del British Museum.

Nella mitologia irlandese, Newgrange è spesso chiamato Síd a Broga (moderno Sídhe an Brugha o Sí an Bhrú). Come altre tombe a corridoio, è descritta come un portale per l'Aldilà e una dimora del divino Túatha Dé Danann.
In un racconto Dagda, il dio principale, desidera Boann, la dea del fiume Boyne che vive a Brú na Bóinne con il marito Elcmar. Dagda la mette incinta dopo aver fatto assentare Elcmar per una commissione di un giorno. Per nascondere la gravidanza a Elcmar, Dagda lancia un incantesimo, facendo "fermare il sole" in modo che non si accorga del passare del tempo. Nel frattempo, Boann dà alla luce Aengus, noto anche come Maccán Óg ("il giovane figlio"). Alla fine, Aengus scopre che Dagda è il suo vero padre e gli chiede una porzione di terra. In alcune versioni del racconto, Dagda aiuta Aengus a prendere possesso dei Brú da Elcmar. Aengus chiede di avere il Brú per "un giorno e una notte", ma poi lo rivendica per sempre, perché tutto il tempo è fatto di "giorno e notte". Altre versioni indicano Aengus che prende il controllo del Brú dallo stesso Dagda usando lo stesso trucco. Il Brú è poi chiamato Brug maic ind Óig dopo di lui. In La ricerca di Diarmuid e Gráinne, Aengus porta il corpo di Diarmuid Ua Duibhne al Brú.
È stato suggerito che questo racconto rappresenti l'illuminazione del solstizio d'inverno di Newgrange, durante la quale il raggio di sole (Dagda) entra nella camera interna (il grembo di Boann) quando il percorso del sole è fermo. La parola solstizio (Grianstad in irlandese) significa sosta del sole. La concezione di Aengus può rappresentare la "rinascita" del sole al solstizio d'inverno, lui che prende il Brú da un dio più antico che rappresenta il sole crescente che prende il posto del sole calante. Ciò potrebbe significare che la conoscenza dell'evento è sopravvissuta per migliaia di anni prima di essere registrata come un mito nel Medioevo. John Carey, un esperto di mitologia irlandese, afferma che i racconti di Brú na Bóinne sono le uniche leggende irlandesi in cui un luogo sacro è legato al controllo del tempo.
C'è una storia simile su Dowth (Dubhadh), una delle altre tombe della Boyne Valley. Racconta come il re Bresal costrinse gli uomini d'Irlanda a costruire una torre per il paradiso in un giorno. Sua sorella lanciò un incantesimo, facendo fermare il sole in modo che un giorno fosse durato indefinitamente. Tuttavia, Bresal commise un incesto con sua sorella, che ruppe l'incantesimo. Il sole tramontò e i costruttori se ne andarono, da qui il nome Dubhadh ("oscuramento"). Questa storia è stata anche collegata a una recente analisi del DNA, che ha scoperto che un uomo sepolto a Newgrange aveva genitori che molto probabilmente erano fratelli (vedi #Costruzione e sepolture). Altri miti rivelano l'accettazione, la prevalenza e il prestigio di strette unioni consanguinee tra la regalità divina dei Tuatha Dé Danann, i costruttori e utilizzatori mitologicamente nominati di Newgrange.
Il folklore locale su Newgrange è sopravvissuto fino all'era moderna.

Poco dopo il 1142 la struttura entrò a far parte dei terreni agricoli periferici di proprietà dell'Abbazia di Mellifont. Queste fattorie erano chiamate "grange". Newgrange non è menzionata in nessuna delle prime carte del XII e XIII secolo, ma un Inspeximus concesso da Edoardo III nel 1348 comprende una Nova Grangia tra le demesne terre dell'abbazia. Il 23 luglio 1539, in seguito alla dissoluzione dei monasteri da parte di Enrico VIII, l'Abbazia di Mellifont e i suoi possedimenti divennero la residenza fortificata di un soldato di ventura inglese, Edward Moore, antenato dei Conti di Drogheda. Il 14 agosto 1699, Alice Moore, contessa vedova di Drogheda, affittò il demanio di Newgrange a un colono gugliemita, Charles Campbell, per 99 anni.
Nel 1699, un proprietario terriero locale, Charles Campbell, ordinò ad alcuni dei suoi braccianti agricoli di scavare una parte di Newgrange, che allora aveva l'aspetto di un grande cumulo di terra, in modo da poter raccogliere pietre al suo interno. Gli operai scoprirono presto l'ingresso della tomba all'interno del tumulo e uno studioso di antichità gallese di nome Edward Lhuyd, che soggiornava nella zona, fu allertato e si interessò al monumento. Scrisse un resoconto del tumulo e della sua tomba, descrivendo quella che vedeva come la sua "scultura barbara" e notando che al suo interno erano state trovate ossa di animali, perline e pezzi di vetro (gli archeologi moderni hanno ipotizzato che queste ultime due fossero le perle di ceramica levigata che successivamente sono state ritrovate nel sito e che erano una caratteristica comune delle tombe neolitiche). Presto anche un altro visitatore interessato alle antichità, Sir Thomas Molyneaux, professore all'Università di Dublino, giunse al sito. Parlò con Charles Campbell, che lo informò di aver trovato i resti di due cadaveri umani nella tomba, uno (che era maschio) in una delle cisterne e un altro più avanti lungo il passaggio, cosa che Lhwyd non aveva notato. Successivamente, Newgrange fu visitata da un certo numero di studiosi, che eseguirono le proprie misurazioni del sito e fecero le proprie osservazioni, che spesso furono pubblicate su varie riviste dedicate allo studio delle antichità. Tra costoro vi erano personaggi come Sir William Wilde, Thomas Pownall, Thomas Wright, John O'Donovan, George Petrie e James Ferguson.
Questi eruditi spesso formulavano ipotesi sulle origini di Newgrange, molte delle quali si sono poi rivelate errate. Thomas Pownall condusse un'indagine molto dettagliata di Newgrange nel 1769, che enumerava tutte le pietre e registrava anche alcune delle incisioni sulla pietra e affermò che il tumulo originariamente era stato più alto e molte pietre sopra di esso erano state rimossa, una teoria che è stata smentita dalla ricerca archeologica. La maggior parte di questi studiosi si rifiutava anche di credere che fossero stati gli antichi popoli originari dell'Irlanda a costruire il monumento e molti credevano che fosse stato costruito nel periodo altomedievale dagli invasori vichinghi, mentre altri ipotizzavano che fosse stato costruito dagli antichi Egizi, dagli antichi indiani o dai fenici.
Ad un certo punto, all'inizio del 1800, fu costruita una follia a pochi metri dietro Newgrange. La follia, con due finestre circolari, era realizzata con pietre prelevate da Newgrange. Nel 1882, in base all'Antico Monuments Protection Act, Newgrange e i vicini monumenti di Knowth e Dowth furono posti sotto il controllo dello stato con il Board of Public Works come autorità amministrativa responsabile. Nel 1890, sotto la guida di Thomas Newenham Deane, il consiglio iniziò un progetto di conservazione del monumento, che era stato danneggiato dal degrado generale nel corso dei tre millenni precedenti, nonché dal crescente vandalismo causato dai visitatori, alcuni dei quali avevano iscritto il loro nomi sulle pietre. Nei decenni successivi, alcuni archeologi effettuarono degli scavi nel sito, scoprendo di più sulla sua funzione e su come era stato costruito; tuttavia, anche all'epoca, era ancora erroneamente ritenuto dagli archeologi che fosse stato costruito durante l'età del bronzo piuttosto che durante il precedente periodo neolitico. Negli anni 1950 fu installata l'illuminazione elettrica nel passaggio per consentire ai visitatori di vedere più chiaramente, mentre dal 1962 al 1975 fu intrapreso un esauriente scavo archeologico, il cui rapporto fu scritto da Michael J. O'Kelly e pubblicato nel 1982 da Thames and Hudson come Newgrange: Archaeology, Art and Legend.
A seguito dello scavo di O'Kelly, nel sito si sono verificati ulteriori restauri e ricostruzioni. Sulla base delle posizioni dei ciottoli e dopo aver condotto esperimenti, O'Kelly concluse che era stato costituito un muro di contenimento, ma i massi erano caduti dalla faccia del tumulo. Nell'ambito del restauro, questo muro è stato "ricostruito" e i ciottoli fissati in un muro di cemento armato quasi verticale che circonda la parte anteriore del tumulo. Questo lavoro è controverso tra la comunità archeologica. PR Giot ha descritto il monumento come una "torta al formaggio cremoso con ribes essiccati distribuiti in giro". Neil Oliver ha descritto la ricostruzione come "un po' brutale, un po' esagerata, un po' come Stalin all'età della pietra". I critici del nuovo muro affermano che la tecnologia per fissare un muro di sostegno a questo angolo non esisteva quando è stato creato il tumulo.
Un'altra teoria è che alcuni, o tutti, i ciottoli di quarzo bianco avessero formato una piazza sul terreno all'ingresso. Questa teoria è stata preferita nella vicina Knowth, dove i restauratori hanno disposto le pietre di quarzo come un "grembiule" davanti all'ingresso del grande tumulo.
Le pareti in pietra scura curvate verso l'interno su ciascun lato dell'ingresso non sono originali, né intendono suggerire l'aspetto originale di Newgrange, ma sono state progettate esclusivamente per facilitare l'accesso dei visitatori. Una guida per i visitatori del sito, tuttavia, ha un disegno di ricostruzione raffigurante gli abitanti del Neolitico che usano Newgrange che mostra l'ingresso moderno come se fosse parte dell'aspetto originale.
La cultura che ha costruito Newgrange è talvolta confusa con la cultura celtica molto più tarda, e i disegni sulle pietre sono erroneamente descritti come "celtici". Tuttavia, l'archeogenetica recente suggerisce che la popolazione neolitica dell'Europa occidentale sia stata in gran parte sostituita da arrivi successivi.


Newgrange si trova a 8,4 km a ovest di Drogheda nella contea di Meath. Il centro interpretativo si trova sulla riva sud del fiume e Newgrange sul lato nord del fiume. L'accesso è solo dal centro interpretativo.
L'accesso a Newgrange è solo con visita guidata. I tour iniziano presso il Centro visitatori di Brú na Bóinne da cui i visitatori vengono portati al sito in gruppi. I visitatori attuali di Newgrange possono partecipare a una visita guidata e a una rievocazione dell'esperienza del solstizio d'inverno attraverso l'uso di luci elettriche ad alta potenza situate all'interno della tomba. Il finale di un tour di Newgrange si traduce in ogni visitatore in piedi all'interno della tomba dove la guida spegne le luci e poi accende quelle che simulano la luce del sole che apparirebbe al solstizio d'inverno.
Per sperimentare il fenomeno la mattina del solstizio d'inverno dall'interno di Newgrange, i visitatori del Centro visitatori di Bru Na Bóinne devono partecipare a una lotteria annuale. Delle decine di migliaia che entrano, sessanta vengono scelti ogni anno. I vincitori possono portare un solo ospite. Vengono divisi in gruppi di dieci e accolti nei cinque giorni intorno al solstizio di dicembre, quando la luce del sole può entrare nella camera, tempo permettendo. A causa della pandemia di COVID-19, tuttavia, l'evento 2020 è stato trasmesso esclusivamente in live streaming senza accesso di pubblico.


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