Al Museo delle Antichità Etrusche
e Italiche (MAEI) del Polo Museale Sapienza è aperta fino al
10 novembre 2025 la mostra “Modelli di Tempio e Templi
Modello”, che si propone di rinnovare lo sguardo sull’architettura
sacra dell’Italia preromana attraverso l’affascinante universo
dei modelli di templi. Qui l’introduzione al catalogo
a firma dei quattro curatori della mostra, Laura M. Michetti, Claudia
Carlucci, Claudio Parisi Presicce, Claudia Cecamore
Il tema dell’origine del tempio di
tipo “tuscanico”, del suo sviluppo, degli esempi monumentali
oggetto di scavi e delle relative varianti formali – un tema
cruciale per gli studiosi del mondo dell’Italia preromana – è
stato ampiamente approfondito nella letteratura scientifica, con un
fondamentale momento di sintesi nel catalogo della storica mostra
Santuari d’Etruria curata da Giovanni Colonna ad Arezzo nel 1985
nel quadro delle celebrazioni dell’Anno degli Etruschi.
Non è stato invece mai affrontato
l’aspetto dei modellini di tempio come strumento fondamentale per
la comprensione dell’alzato di strutture che, com’è noto,
avevano le sole fondazioni in pietra – mentre per il resto erano
costruite in legno, mattoni crudi e altri materiali deperibili – e
della decorazione in terracotta dei tetti, spesso luogo di narrazioni
mitiche di ampio respiro e grande rilevanza artistica.
Gli esemplari più antichi testimoniano
un percorso scientifico di informazioni che si sono stratificate nel
tempo e la storicizzazione dell’evoluzione degli studi
sull’architettura etrusco-italica, come il monumentale modello del
tempio di Alatri conservato nel Museo della Civiltà Romana, che
esponiamo qui per la prima volta dopo un restauro integrale e che
costituisce il perno attorno al quale ruota l’intera mostra.
Servito come base per l’edificazione
della struttura in dimensioni reali che tuttora campeggia nel
giardino del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, fu
realizzato da Adolfo Cozza all’indomani degli scavi – condotti a
partire dal 1882 da Herman Winnefeld dell’Istituto Archeologico
Germanico e dallo stesso Cozza in contrada La Stazza nelle vicinanze
di Alatri – e utilizzato per la prima, antesignana e del tutto
innovativa, ricostruzione al vero di un tempio etrusco-italico.
Questa, progettata a partire dal 1889, anno di istituzione del museo,
e inaugurata nel 1891, comprensiva della riproduzione dell’intero
apparato decorativo in terracotta (di cui esponiamo alcuni calchi di
proprietà del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche)
appositamente commissionata da Cozza a maestranze orvietane, fu
concepita come strumento didattico sperimentale, per esemplificare il
tipo del tempio etrusco-italico, così come formalizzato da Vitruvio:
di fatto, una prima applicazione dell’idea di “open air museum”.
Allo stesso tempo, per volere del
direttore Felice Barnabei, l’opera, di straordinaria e icacia sul
piano museografico, fu esibita come simbolo stesso e presidio della
nuova struttura museale che si voleva rendere permanente nella
cinquecentesca villa di papa Giulio III e nel suo giardino: “così
finalmente tutto il luogo rimarrà assegnato al nostro Ministero pel
Museo”, come scriveva Barnabei il 23 settembre 1891, spiegando
nelle sue Memorie che “il Museo aveva acquistato un altro
grande titolo all’ammirazione dei dotti e degli artisti. In una
specie di grande cortile, prossimo all’atrio ed al ninfeo, era
stato ricostruito alla grandezza del vero sui profondi studi del
conte Cozza, un tempio di stile etrusco dotato di decorazioni
fittili, i cui avanzi erano stati raccolti presso Alatri nel Lazio.
Per questo dico che non era più possibile che un Ministro osasse
disfare quanto era stato compiuto nel Museo di Villa Giulia”.
La recente ripresa dello studio del
modello finalizzato a una sua nuova esposizione, cui ha contribuito
anche una tesi magistrale in Etruscologia discussa alla Sapienza
Università di Roma, ha dato avvio a un progetto di ricerca congiunto
tra il Dipartimento di Scienze dell’Antichità, il Polo Museale
Sapienza e la Sovrintendenza Capitolina Museo della Civiltà Romana,
costituendo l’occasione anche per una rivisitazione del monumento
originale in rapporto al modello e alla sua ricostruzione al vero a
Villa Giulia.
Esito del progetto è la mostra che qui
si presenta, il cui titolo, Modelli di Tempio e Templi Modello,
vuole evocare non solo il ruolo svolto dai modelli nella didattica
museale, ma anche valorizzare la funzione di paradigma che alcune
strutture templari hanno avuto per la disciplina dell’etruscologia
nello studio e nell’inquadramento del tipo del tempio tuscanico.
La sede espositiva è particolarmente
appropriata: il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche (MAEI) del
Polo Museale Sapienza, concepito dal suo fondatore Massimo Pallottino
come museo didattico strettamente legato alle attività di ricerca in
quanto struttura universitaria, possiede infatti vari esemplari di
modelli realizzati in epoche e materiali di erenti, che in alcuni
casi danno conto della ricostruzione scientifica delle architetture a
partire dalle fondazioni conservate, in altri rappresentano la
proposta a carattere esemplificativo di un modello ideale di tempio
etrusco.
Rientrano nella prima categoria i due
modellini dei templi A e B di Pyrgi eseguiti sulla base degli studi
di Giovanni Colonna e Francesca Melis per la già citata mostra di
Arezzo e frutto di decenni di riflessioni sulle strutture sacre
rinvenute nel celebre santuario monumentale del porto di Caere dagli
etruscologi della Sapienza, nel quadro di uno dei primi e più
illustri “Grandi Scavi” di Ateneo, tuttora in corso. Si tratta in
questo caso di un vero prodotto della ricerca scientifica sul campo,
che dà conto, nell’estremo dettaglio e attraverso lo studio di
moduli metrici e ponderali, di ogni aspetto costruttivo, incluse le
travature del tetto.
Alla seconda categoria è invece
ascrivibile il grande modello di tempio tuscanico basato idealmente
sulla struttura del tempio di Apollo a Veio, concepito e fatto
realizzare da Massimo Pallottino nel 1965 sulla base degli scavi nel
santuario e dei propri studi svolti sul tema alla luce della
descrizione di Vitruvio, anche come esemplificazione fisica della
ricostruzione della straordinaria sequenza sul tetto di statue
acroteriali su grandi basi dipinte, già proposta da Enrico Stefani:
simbolo del MAEI, è un oggetto ormai storicizzato, basato sulle
fondazioni conservate della struttura, ma anche pensato per
illustrare in modo davvero e icace il tipo ideale di edificio sacro
etrusco. La sua esposizione nel percorso espositivo accanto al
plastico, prodotto nel 1985, che comprende parte del pianoro di Veio
e l’intero santuario sulla terrazza del Portonaccio, consente di
inserire virtualmente il tempio nella sua cornice ambientale e
topografica rappresentata da questi due strumenti didattici unici che
conservano tutt’ora intatta la loro e icacia didascalica.
Si è di recente aggiunto a questo
nucleo il modellino del tempio di Giunone Curite in località Celle a
Falerii, realizzato a scopo didattico nel 2023, come esito di un
progetto di Terza Missione, grazie a un cofinanziamento di Sapienza
Università di Roma, Comune di Civita Castellana e CaRiVit ed
attualmente esposto nel Museo archeologico nazionale dell’Agro
Falisco e Forte Sangallo: la sua presenza in mostra è
particolarmente significativa se si considera che lo scavo nel
santuario falisco, condotto da Adolfo Cozza a partire dal 1886, del
primo grande tempio tuscanico fino ad allora noto indusse lo studioso
ad elaborare, anche sulla base dello studio di questa struttura, il
modello di tempio e la sua ricostruzione al vero a Villa Giulia. Da
sottolineare come ancora una volta le proposte scientifiche di
Giovanni Colonna e Francesca Melis nel catalogo della mostra di
Arezzo siano state il punto di partenza imprescindibile per la
realizzazione del modellino del grande tempio di Giunone Curite, per
il quale solo allora venne risolta la vexata quaestio della
corretta lettura della planimetria.
Altri modelli, che riproducono le
fondazioni del Tempio Grande di Vulci e parte dell’alzato del
tempio ellenistico di Fiesole, o calchi, come quelli del modellino
votivo del tempio di Diana a Nemi – caposaldo per le conoscenze sul
frontone del tipo “aperto” con tettuccio frontonale del tempio
etrusco-italico – e dell’urnetta cineraria a forma di tempio da
Volterra che riproduce un edificio con frontone aperto e pilastri
angolari di ordine ionico, consentono di estendere il tema alla
rappresentazione e riproduzione in antico di edifici templari,
destinati ad essere o erti nelle aree sacre come emblema di monumenti
reali o a costituire il contenitore delle ceneri nella trasposizione
della tomba come casa (o tempio a forma di casa) del defunto.
Il percorso teorico della mostra si
arricchisce (e si conclude) con la prima prova di stampa 3D
dell’altorilievo della fronte posteriore del tempio A di Pyrgi,
incentrato su episodi della saga dei Sette contro Tebe: realizzata
dal centro Saperi&Co. della Sapienza per la mostra Caere.
Storie di dispersione e di recuperi (Museo delle Antichità
Etrusche e Italiche, 27 maggio 2023 – 28 febbraio 2024), in vista
di una futura collocazione nel nuovo allestimento dell’Antiquarium
di Pyrgi nel Castello di S. Severa, è qui presentata come esempio di
fruizione alternativa di una delle più celebri decorazioni di un
grande tempio tuscanico, tra i capolavori del Museo Nazionale Etrusco
di Villa Giulia.
Questo straordinario “monumento”
deve la sua importanza, oltre alla qualità artistica del quadro
frontonale con sei figure in altorilievo conservate quasi
interamente, anche, e soprattutto per noi archeologi, al fortunato
ritrovamento, o erto da uno dei più importanti siti archeologici
mondiali, di una parte notevole del resto della decorazione
architettonica della fronte posteriore del tempio A ricostruita con
certezza filologica. La sua riproduzione dimostra in maniera
evidente, infatti, che le tecniche attualmente a disposizione stanno
ormai sostituendo i metodi tradizionali di produzione dei modelli, e
che l’esito ultimo di questo percorso di ricostruzione delle
architetture sacre perdute è a idato alle potenzialità della realtà
virtuale e della realtà aumentata sia nella comunicazione museale,
che nella fruizione diretta dei monumenti nelle aree archeologiche.