lunedì 6 gennaio 2025

#mostre / Archeologia svelata a Sesto Fiorentino. Momenti di vita nella piana prima, durante e dopo gli Etruschi

 

Da venerdì 29 settembre 2023 a mercoledì 31 luglio 2024, gli spazi della Biblioteca Ernesto Ragionieri di Sesto Fiorentino ospiteranno la mostra Archeologia svelata a Sesto Fiorentino. Momenti di vita nella piana prima, durante e dopo gli Etruschi, che esporrà parte del corredo rinvenuto all’interno della maestosa Tomba della Montagnola, uno dei monumenti funerari etruschi più importanti dell’Italia centrale, e altri straordinari reperti provenienti dal territorio di Sesto Fiorentino, testimonianze di una storia lunga millenni, dal Neolitico all’età romana. Un'occasione unica per ammirare cimeli solitamente non visibili perché conservati nei depositi.
L’esposizione, ideata e curata da Valentina Leonini, funzionaria archeologa della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e Barbara Arbeid, curatrice della sezione etrusca per le fasi pre-ellenistiche del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, è organizzata dal Comune di Sesto Fiorentino in collaborazione con SABAP Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato e la Direzione Regionale Musei della Toscana – Museo Archeologico Nazionale di Firenze, con la compartecipazione del Consiglio Regionale della Toscana.

#mostre / A Firenze, Icone di Potere e Bellezza

 

Dall’11 dicembre 2025 al 9 aprile 2026, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze ospita la mostra Icone di potere e bellezza, che si propone di analizzare lo sviluppo storico dell’uso delle immagini per la celebrazione, la conservazione e la trasmissione del potere imperiale.
L’esposizione, curata da Daniele Federico Maras e Barbara Arbeid, rispettivamente direttore e curatrice del Museo fiorentino, presenta 20 oggetti antichi di forte valore simbolico provenienti dalle raccolte medicee, riuniti attorno a quattro teste di bronzo dorato a grandezza naturale: tre ritratti imperiali provenienti dal Museo di Santa Giulia a Brescia, gestito dalla Fondazione Brescia Musei, e una testa di Venere dalle antiche collezioni granducali.
In particolare, si potranno ammirare medaglioni e monete (aurei, sesterzi, denari, assi) che veicolavano il ritratto imperiale come simbolo e garanzia della continuità del potere, ma anche gemme, anelli e collane d’oro, destinati a un uso “privato”, ma non meno ricco di significato simbolico, e una splendida testa d’aquila a grandezza naturale, simbolo della maestà di Giove.
La rassegna s’inserisce nel quadro istituzionale di una virtuosa collaborazione tra la Fondazione Brescia Musei e il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, sotto gli auspici della Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura, dal titolo complessivo Idoli di bronzo.
L’appuntamento fiorentino si pone in linea di continuità con quello in corso fino al 12 aprile 2026 all’interno del Capitolium, al Parco archeologico di Brescia romana, dal titolo Victoria Mater. L’idolo e l’icona, che propone un’inedita installazione di Francesco Vezzoli, in grado di far dialogare la Vittoria Alata, una delle opere più importanti della romanità per composizione, materiale e conservazione, e l’Idolino di Pesaro, esempio raffinato di artigianato artistico classico, in prestito dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze.
L’intero progetto, promosso da Fondazione Brescia Musei e Comune di Brescia, in collaborazione con la Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, l’Opificio delle Pietre Dure e il fondamentale contributo di Intesa Sanpaolo, è stato appositamente studiato per accompagnare l’apertura delle celebrazioni per il Bicentenario della scoperta del deposito bronzeo del Capitolium bresciano, dove si conservava la Vittoria Alata.
“Il progetto Icone di potere e bellezza – commenta il Direttore generale Musei Massimo Osanna – nasce da una collaborazione virtuosa tra istituzioni che si riconoscono in una visione comune: creare narrazioni condivise, che accostino opere provenienti da contesti diversi e, nel loro incontro, generino relazioni e valori nuovi. Qui a Firenze il tema è quello affascinante e trasversale del potere e dei suoi simboli, letto attraverso immagini, segni, oggetti e biografie. Il dialogo tra Firenze e Brescia, esempio virtuoso delle connessioni offerte dal Sistema Museale Nazionale, offre così una lettura rinnovata del mondo antico, grazie a un modo di intendere il museo come luogo vivo, capace di far emergere il valore pubblico del patrimonio culturale. Un luogo aperto alla conoscenza, dove il passato continua a interrogarci e a produrre significati nuovi, per i pubblici di oggi e di domani”.
E prosegue Daniele Federico Maras, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze “L’alleanza tra Firenze e Brescia che ha portato l’Idolino di Pesaro a confronto con la Vittoria di Brescia ha trovato la sua naturale continuazione nel viaggio delle bellissime teste di bronzo dorato degli imperatori di III secolo d.C. per generare un incontro altrettanto suggestivo con le antiche collezioni medicee. L’occasione è stata perfetta per organizzare attorno ai tre ritratti, attribuiti a Settimio Severo, Probo e Claudio II il Gotico, e a una testa medicea di Venere, appena restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure, un’esposizione dedicata all’uso del ritratto come icona estetica e strumento di comunicazione del potere nella Roma imperiale, associando alle sculture bronzee monete, gemme e altri oggetti preziosi che furono utilizzati come veicolo delle immagini del potere nel medesimo periodo storico”.
“La presenza a Firenze dei ritratti virili in bronzo dorato provenienti dal museo di Santa Giulia di Brescia – sottolinea Francesca Bazoli, Presidente Fondazione Brescia Musei – rappresenta un momento di grande rilievo per Fondazione Brescia Musei: portare questi capolavori in un museo autonomo del Sistema Museale Nazionale significa valorizzarne pienamente la portata storica e riaffermare il ruolo di Brescia nella costruzione di progetti culturali di livello nazionale. Siamo particolarmente grati al professor Massimo Osanna, membro del nostro Comitato Scientifico, per la straordinaria collaborazione che ha reso possibile questo dialogo tra Istituzioni, così come al Museo Archeologico Nazionale di Firenze per l’accoglienza e il lavoro svolto insieme. Questa mostra si inserisce in un momento decisivo per Fondazione Brescia Musei, impegnata con “Victoria Mater. L'idolo e l'icona. Installazione di Francesco Vezzoli” in un percorso di rilettura contemporanea del patrimonio antico, che conferma la volontà di Brescia Musei di dare nuova vitalità ai propri capolavori e rafforzare le connessioni culturali su scala nazionale e internazionale”.

La mostra offre, inoltre, l’opportunità di ammirare gli esiti del restauro, a cura dell’Opificio delle Pietre Dure, sia del ritratto bronzeo del cosiddetto Probo, in prestito dal Museo di Santa Giulia a Brescia, sia della raffinata testa bronzea di Venere, afferente alle antiche collezioni medicee.Il percorso espositivo prende in esame il periodo tra la fine del II secolo d.C. e il III secolo d.C. quando la crisi delle successioni e della gestione stessa dell’Impero rese evidente la necessità di un ripensamento della comunicazione. L’avvento di Settimio Severo sembrò inaugurare una nuova fase di stabilità dinastica, garantita da una forte tenuta del potere e sostenuta dalla preparazione politica e dalle capacità belliche dell’imperatore, che veniva riconosciuto come il nuovo fondatore dell’impero che si accingeva a riformarne la struttura governativa e l’organizzazione militare.
Le tre teste provenienti da Brescia aiutano a definire l’estetica del potere. L’immagine dell’imperatore, spesso visto nelle vesti di pensatore e filosofo, maturo ma possente, era in grado di trasmettere sicurezza e stabilità, grazie anche a un’acconciatura e a un taglio della barba tali da renderlo immediatamente riconoscibile e differenziarlo da tutti i suoi predecessori.
Più tardi, alla metà del III secolo d.C., l’iconografia imperiale attinse ai simboli che furono già di Augusto e dei suoi successori, per comunicate forza e fermezza, con l’intento di supportare la conservazione dell’autorità. I cosiddetti ‘imperatori illirici’, come Probo e Claudio il Gotico, ad esempio, dimostravano la propria sicurezza esibendo uno sguardo altero e distaccato, ma sottolineavano, con la fermezza dei tratti e dell’espressione, il proprio impegno civile, rispondendo a un modello di bellezza virile priva di orpelli, ma associata alla resa di una acconciatura allo stesso tempo semplice e curata.
Anche le donne partecipavano alla costruzione dell’immagine della casa imperiale. È il caso di Iulia Domna, moglie di Settimio Severo, figura di primo piano nella gestione degli affari pubblici, ritratta in alcuni tipi monetali, con lineamenti delicati, abbellita con un’acconciatura elaborata, che diviene essa stessa un simbolo di autorevolezza, influenzando profondamente la moda dei decenni a venire.
In mostra si troveranno anche altri simboli della natura variegata del potere, che accompagna tutta la storia dell’Impero romano, come alcune insegne dell’autorità religiosa e della pietas, dell’ascendenza e della protezione divina, della stabilità militare, della cura della prosperità, nonché del carisma personale e della protezione delle arti.

Allestimento e progettazione della mostra sono stati curati dello studio Deferrari+Modesti. Il progetto di identità visiva è a cura dello studio TassinariVetta.

Catalogo Allemandi Editore a cura di Daniele F. Maras e Barbara Arbeid, con saggi, tra gli altri, di Stefano Karadjov, Maria Elisa Micheli, Massimiliano Papini, Javier Deferrari e Lavinia Modesti, e fotografie di Alessandra Chemollo.

#mostre / 4.000 ANNI A DOS DELL’ARCA


4.000 ANNI A DOS DELL’ARCA
Dal 30 novembre 2024 al 22 giugno 2025
MUPRE Museo Nazionale della Preistoria della Valle Camonica
Via San Martino 7, Capo di Ponte (BS)
Iniziativa promossa ed organizzata da
Direzione regionale Musei nazionali Lombardia

La mostra fa il punto sulle indagini archeologiche in corso a Dos dell’Arca, piccola collina sul versante orientale della Valle Camonica, che – insieme agli altri tre dossi vicini (Piè, Fondo Squaratti e Quarto Dosso) – presenta rilevanti tracce di frequentazione umana dal Neolitico all’età del Ferro ed è tra i contesti più interessanti per la ricerca archeologica e per l’arte rupestre del territorio camuno.
L’esposizione, frutto della collaborazione tra la Direzione regionale Musei nazionali Lombardia, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia e l’Università degli Studi di Pavia, è un viaggio alla scoperta di relazioni e contatti dentro e fuori la Valle Camonica e ruota attorno al binomio archeologia e arte rupestre. E non poteva essere diversamente in un territorio famoso in tutto il mondo per le sue incisioni, divenute patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1979.
Segnalato per la prima volta nel 1957 da Gualtiero Laeng, naturalista che ha legato il suo nome alla scoperta dell’arte rupestre camuna nel 1909, Dos dell’Arca fu oggetto di ulteriori indagini archeologiche nel 1962, con la campagna di scavi guidata da Emmanuel Anati. I reperti emersi nel corso degli scavi, datati tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro (II-I millennio a.C.), fanno parte dal 2014 dell’esposizione permanente del MUPRE.
Tra il 2016 e il 2023, a distanza di oltre 60 anni, sono state condotte nuove ricerche in concessione ministeriale dirette dall’Università degli Studi di Pavia con il “Progetto Quattro Dossi”, che gettano nuova luce sulla vita di questo dosso e degli altri tre con cui era in relazione: Pié, Fondo Squaratti e il Quarto Dosso.
I principali risultati di queste ricerche, esposti qui per la prima volta, raccontano, insieme alle incisioni rupestri, le articolate e complesse vicende di Dos dell’Arca dal Neolitico fino alla romanizzazione, lungo 4000 anni di storia.
 



#mostre / Etruschi del Novecento a MUSEO D’ARTE – FONDAZIONE LUIGI ROVATI di Milano



Da mercoledì 2.04.2025 a domenica 3.08.2025 la Fondazione Luigi Rovati ha ospitato Etruschi del Novecento, una grande mostra realizzata in collaborazione con il Mart di Rovereto, che indaga l’influenza dell’arte etrusca sugli artisti italiani del Novecento. Questa nuova tappa espositiva offre un’interpretazione inedita della cultura etrusca, mettendo in dialogo reperti archeologici, capolavori dell’arte moderna e documenti storici.
Il percorso si articola tra il Piano Ipogeo, il Piano Nobile e lo Spazio Bianco della Fondazione, creando un dialogo tra arte antica e contemporanea. Tra le opere esposte, spicca il Leone Urlante (1957) di Mirko Basaldella, una suggestiva “chimera del Novecento” che esprime il legame tra la sperimentazione moderna e il mondo etrusco. La sezione Ispirazioni evidenzia le affinità tra la ceramica etrusca e le creazioni di Gio Ponti e Libero Andreotti, mentre il tema dei Recumbenti moderni trova espressione nei lavori di Leoncillo Leonardi e nel celebre Sarcofago degli Sposi di Villa Giulia.
La mostra include una rara documentazione sulla Fortuna degli Etruschi nella cultura visiva del Novecento, con libri, riviste e manifesti d’epoca. Particolarmente significativa è l’esposizione della serie Etruschi (1984) di Paolo Gioli, che reinterpreta le effigi delle urne cinerarie con l’uso della fotografia polaroid, e la serie Copertine (1985) di Alighiero Boetti, che ripercorre eventi storici attraverso un’originale rilettura della grafica editoriale.
A completare il progetto espositivo, alcune opere restano visibili nei loro spazi abituali a Villa Necchi Campiglio e al Museo del Novecento di Milano, tra cui L’amante morta di Arturo Martini e Popolo di Marino Marini.


#mostre / Quel che resta del giorno: ritratti imperiali da Villa Adriana

 

“Quel che resta del giorno: ritratti imperiali da Villa Adriana”: questo il titolo del progetto espositivo, voluto dalla Camera di Commercio di Roma e articolato dall’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este – VILLÆ (Ministero della Cultura).
Una mostra, visitabile gratuitamente fino al 7 aprile 2025, che presenta al pubblico la ritrattistica imperiale proveniente da Villa Adriana a Tivoli (Roma), attraverso una selezione di dieci pregevoli opere scultoree in marmo. La mostra mette a fuoco i temi della celebrazione e della propaganda in età romana, con particolare riguardo all’imperatore Adriano (117-138 d.C.), committente del complesso tiburtino.
 La Camera di Commercio di Roma è fortemente legata alla figura di Adriano, sia per la collocazione dell’Istituzione all’interno dell’edificio che ospita le vestigia del Tempio di Vibia Sabina e Adriano, sia soprattutto perché l’imperatore ha disseminato nel tessuto di Roma e della provincia interventi e opere ancora visibili e fruibili da parte dei cittadini e turisti, che rappresentano alcuni dei luoghi più visitati del territorio e che costituiscono importanti attrattori culturali (quali Villa Adriana a Tivoli, il Pantheon e il Mausoleo di Adriano, oggi Castel Sant’Angelo, a Roma).
 La Camera di Commercio di Roma ha tra le proprie finalità istituzionali lo sviluppo dell’economia del territorio, anche attraverso la valorizzazione del patrimonio culturale e la promozione turistica. Insieme all’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, la Camera ha, quindi, sviluppato numerose iniziative: l’esposizione della statua colossale di Vibia Sabina, moglie di Adriano, presso la propria sede; il restauro dell’emiciclo della Fontana dell’Ovato nel giardino di Villa d’Este a Tivoli, restituito alla pubblica fruizione; la mostra “Io sono una forza del passato: Adriano, i ritratti”, presso i Mouseia di Villa Adriana. A questi importanti progetti si aggiunge ora l’esposizione temporanea “Quel che resta del giorno” nella Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano.


#mostre / Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri

 

Dal 18 dicembre 2024 e fino al 18 maggio 2025 il Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento della Regione Siciliana ha ospitato al Museo archeologico Pietro Griffo una eccezionale collezione di antichi vasi greci del VI e V secolo a.C. che, dopo duecento anni, ritornano - sia pur temporaneamente - ad Agrigento da Monaco di Baviera.
La mostra si intitola “Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri”. Un progetto culturale tra Italia e Germania con cui, simbolicamente, la Regione Siciliana, tramite il Parco della Valle dei Templi, dà il via agli eventi che vedranno per dodici mesi la città di Pirandello – secondo il poeta Pindaro “la più bella tra le città dei mortali”, al centro dell’attenzione internazionale come Capitale italiana della Cultura 2025.
In mostra sono dieci straordinari vasi provenienti dalla cosiddetta Collezione Panitteri: una raccolta di ben 47 tra crateri e anfore di produzione attica, a figure nere o rosse, che ripropongono scene epiche e mitologiche e che nel 1824 furono venduti al principe Ludwig I di Baviera dal ciantro Panitteri, alto prelato della curia di Agrigento.
Il progetto espositivo nel Museo Griffo del Parco della Valle dei Templi, ente diretto dall’architetto Roberto Sciarratta, vede la curatela scientifica di Maria Concetta Parello, archeologa del Parco, ed è realizzato con Giuseppe Avenia (Dirigente responsabile del Museo Griffo) e con l’archeologa del Parco Donatella Mangione.

#mostre / Modelli di Tempio e Templi Modello, Museo delle Antichità Etrusche e Italiche (MAEI) del Polo Museale Sapienza

 

Al Museo delle Antichità Etrusche e Italiche (MAEI) del Polo Museale Sapienza è aperta fino al 10 novembre 2025 la mostra “Modelli di Tempio e Templi Modello”, che si propone di rinnovare lo sguardo sull’architettura sacra dell’Italia preromana attraverso l’affascinante universo dei modelli di templi. Qui l’introduzione al catalogo  a firma dei quattro curatori della mostra, Laura M. Michetti, Claudia Carlucci, Claudio Parisi Presicce, Claudia Cecamore

Il tema dell’origine del tempio di tipo “tuscanico”, del suo sviluppo, degli esempi monumentali oggetto di scavi e delle relative varianti formali – un tema cruciale per gli studiosi del mondo dell’Italia preromana – è stato ampiamente approfondito nella letteratura scientifica, con un fondamentale momento di sintesi nel catalogo della storica mostra Santuari d’Etruria curata da Giovanni Colonna ad Arezzo nel 1985 nel quadro delle celebrazioni dell’Anno degli Etruschi.
Non è stato invece mai affrontato l’aspetto dei modellini di tempio come strumento fondamentale per la comprensione dell’alzato di strutture che, com’è noto, avevano le sole fondazioni in pietra – mentre per il resto erano costruite in legno, mattoni crudi e altri materiali deperibili – e della decorazione in terracotta dei tetti, spesso luogo di narrazioni mitiche di ampio respiro e grande rilevanza artistica.
Gli esemplari più antichi testimoniano un percorso scientifico di informazioni che si sono stratificate nel tempo e la storicizzazione dell’evoluzione degli studi sull’architettura etrusco-italica, come il monumentale modello del tempio di Alatri conservato nel Museo della Civiltà Romana, che esponiamo qui per la prima volta dopo un restauro integrale e che costituisce il perno attorno al quale ruota l’intera mostra.
Servito come base per l’edificazione della struttura in dimensioni reali che tuttora campeggia nel giardino del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, fu realizzato da Adolfo Cozza all’indomani degli scavi – condotti a partire dal 1882 da Herman Winnefeld dell’Istituto Archeologico Germanico e dallo stesso Cozza in contrada La Stazza nelle vicinanze di Alatri – e utilizzato per la prima, antesignana e del tutto innovativa, ricostruzione al vero di un tempio etrusco-italico. Questa, progettata a partire dal 1889, anno di istituzione del museo, e inaugurata nel 1891, comprensiva della riproduzione dell’intero apparato decorativo in terracotta (di cui esponiamo alcuni calchi di proprietà del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche) appositamente commissionata da Cozza a maestranze orvietane, fu concepita come strumento didattico sperimentale, per esemplificare il tipo del tempio etrusco-italico, così come formalizzato da Vitruvio: di fatto, una prima applicazione dell’idea di “open air museum”.
Allo stesso tempo, per volere del direttore Felice Barnabei, l’opera, di straordinaria e icacia sul piano museografico, fu esibita come simbolo stesso e presidio della nuova struttura museale che si voleva rendere permanente nella cinquecentesca villa di papa Giulio III e nel suo giardino: “così finalmente tutto il luogo rimarrà assegnato al nostro Ministero pel Museo”, come scriveva Barnabei il 23 settembre 1891, spiegando nelle sue Memorie che “il Museo aveva acquistato un altro grande titolo all’ammirazione dei dotti e degli artisti. In una specie di grande cortile, prossimo all’atrio ed al ninfeo, era stato ricostruito alla grandezza del vero sui profondi studi del conte Cozza, un tempio di stile etrusco dotato di decorazioni fittili, i cui avanzi erano stati raccolti presso Alatri nel Lazio. Per questo dico che non era più possibile che un Ministro osasse disfare quanto era stato compiuto nel Museo di Villa Giulia”.
La recente ripresa dello studio del modello finalizzato a una sua nuova esposizione, cui ha contribuito anche una tesi magistrale in Etruscologia discussa alla Sapienza Università di Roma, ha dato avvio a un progetto di ricerca congiunto tra il Dipartimento di Scienze dell’Antichità, il Polo Museale Sapienza e la Sovrintendenza Capitolina Museo della Civiltà Romana, costituendo l’occasione anche per una rivisitazione del monumento originale in rapporto al modello e alla sua ricostruzione al vero a Villa Giulia.
Esito del progetto è la mostra che qui si presenta, il cui titolo, Modelli di Tempio e Templi Modello, vuole evocare non solo il ruolo svolto dai modelli nella didattica museale, ma anche valorizzare la funzione di paradigma che alcune strutture templari hanno avuto per la disciplina dell’etruscologia nello studio e nell’inquadramento del tipo del tempio tuscanico.
La sede espositiva è particolarmente appropriata: il Museo delle Antichità Etrusche e Italiche (MAEI) del Polo Museale Sapienza, concepito dal suo fondatore Massimo Pallottino come museo didattico strettamente legato alle attività di ricerca in quanto struttura universitaria, possiede infatti vari esemplari di modelli realizzati in epoche e materiali di erenti, che in alcuni casi danno conto della ricostruzione scientifica delle architetture a partire dalle fondazioni conservate, in altri rappresentano la proposta a carattere esemplificativo di un modello ideale di tempio etrusco.
Rientrano nella prima categoria i due modellini dei templi A e B di Pyrgi eseguiti sulla base degli studi di Giovanni Colonna e Francesca Melis per la già citata mostra di Arezzo e frutto di decenni di riflessioni sulle strutture sacre rinvenute nel celebre santuario monumentale del porto di Caere dagli etruscologi della Sapienza, nel quadro di uno dei primi e più illustri “Grandi Scavi” di Ateneo, tuttora in corso. Si tratta in questo caso di un vero prodotto della ricerca scientifica sul campo, che dà conto, nell’estremo dettaglio e attraverso lo studio di moduli metrici e ponderali, di ogni aspetto costruttivo, incluse le travature del tetto.
Alla seconda categoria è invece ascrivibile il grande modello di tempio tuscanico basato idealmente sulla struttura del tempio di Apollo a Veio, concepito e fatto realizzare da Massimo Pallottino nel 1965 sulla base degli scavi nel santuario e dei propri studi svolti sul tema alla luce della descrizione di Vitruvio, anche come esemplificazione fisica della ricostruzione della straordinaria sequenza sul tetto di statue acroteriali su grandi basi dipinte, già proposta da Enrico Stefani: simbolo del MAEI, è un oggetto ormai storicizzato, basato sulle fondazioni conservate della struttura, ma anche pensato per illustrare in modo davvero e icace il tipo ideale di edificio sacro etrusco. La sua esposizione nel percorso espositivo accanto al plastico, prodotto nel 1985, che comprende parte del pianoro di Veio e l’intero santuario sulla terrazza del Portonaccio, consente di inserire virtualmente il tempio nella sua cornice ambientale e topografica rappresentata da questi due strumenti didattici unici che conservano tutt’ora intatta la loro e icacia didascalica.
Si è di recente aggiunto a questo nucleo il modellino del tempio di Giunone Curite in località Celle a Falerii, realizzato a scopo didattico nel 2023, come esito di un progetto di Terza Missione, grazie a un cofinanziamento di Sapienza Università di Roma, Comune di Civita Castellana e CaRiVit ed attualmente esposto nel Museo archeologico nazionale dell’Agro Falisco e Forte Sangallo: la sua presenza in mostra è particolarmente significativa se si considera che lo scavo nel santuario falisco, condotto da Adolfo Cozza a partire dal 1886, del primo grande tempio tuscanico fino ad allora noto indusse lo studioso ad elaborare, anche sulla base dello studio di questa struttura, il modello di tempio e la sua ricostruzione al vero a Villa Giulia. Da sottolineare come ancora una volta le proposte scientifiche di Giovanni Colonna e Francesca Melis nel catalogo della mostra di Arezzo siano state il punto di partenza imprescindibile per la realizzazione del modellino del grande tempio di Giunone Curite, per il quale solo allora venne risolta la vexata quaestio della corretta lettura della planimetria.
Altri modelli, che riproducono le fondazioni del Tempio Grande di Vulci e parte dell’alzato del tempio ellenistico di Fiesole, o calchi, come quelli del modellino votivo del tempio di Diana a Nemi – caposaldo per le conoscenze sul frontone del tipo “aperto” con tettuccio frontonale del tempio etrusco-italico – e dell’urnetta cineraria a forma di tempio da Volterra che riproduce un edificio con frontone aperto e pilastri angolari di ordine ionico, consentono di estendere il tema alla rappresentazione e riproduzione in antico di edifici templari, destinati ad essere o erti nelle aree sacre come emblema di monumenti reali o a costituire il contenitore delle ceneri nella trasposizione della tomba come casa (o tempio a forma di casa) del defunto.
Il percorso teorico della mostra si arricchisce (e si conclude) con la prima prova di stampa 3D dell’altorilievo della fronte posteriore del tempio A di Pyrgi, incentrato su episodi della saga dei Sette contro Tebe: realizzata dal centro Saperi&Co. della Sapienza per la mostra Caere. Storie di dispersione e di recuperi (Museo delle Antichità Etrusche e Italiche, 27 maggio 2023 – 28 febbraio 2024), in vista di una futura collocazione nel nuovo allestimento dell’Antiquarium di Pyrgi nel Castello di S. Severa, è qui presentata come esempio di fruizione alternativa di una delle più celebri decorazioni di un grande tempio tuscanico, tra i capolavori del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.
Questo straordinario “monumento” deve la sua importanza, oltre alla qualità artistica del quadro frontonale con sei figure in altorilievo conservate quasi interamente, anche, e soprattutto per noi archeologi, al fortunato ritrovamento, o erto da uno dei più importanti siti archeologici mondiali, di una parte notevole del resto della decorazione architettonica della fronte posteriore del tempio A ricostruita con certezza filologica. La sua riproduzione dimostra in maniera evidente, infatti, che le tecniche attualmente a disposizione stanno ormai sostituendo i metodi tradizionali di produzione dei modelli, e che l’esito ultimo di questo percorso di ricostruzione delle architetture sacre perdute è a idato alle potenzialità della realtà virtuale e della realtà aumentata sia nella comunicazione museale, che nella fruizione diretta dei monumenti nelle aree archeologiche.


#mostre / I sigilli di Al Tikha. Scoperte archeologiche in Oman delle Università di Pisa e Sultan Qaboos

 

I sigilli di Al Tikha. Scoperte archeologiche in Oman delle Università di Pisa e Sultan Qaboos (Gipsoteca di Arte Antica e Antiquarium, 13 maggio – 19 luglio 2025)
La mostra, a cura di Chiara Tarantino, Emanuele Taccola e Sara Pizzimenti, espone ceramiche locali e importate, caratteristici vasi in pietra (softstone vessels), perline, sigilli Umm an Nar e dell’età del ferro (I mill. a.C.). La mostra è il risultato delle ricerche archeologiche ad Al Tikha, nella città di Rustaq (Governatorato di Al Batinah) condotte dal 2021 dall’Università di Pisa e dalla Sultan Qaboos University sulla base di un progetto supervisionato dal Ministry of Heritage and Tourism of Oman, sostenuto dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dalle Università di Pisa e Sultan Qaboos. 
Lo scavo ha rivelato un insediamento di 70 ettari del periodo Umm an Nar (ca. 2700-2000 a.C.), con le sue aree urbane, produttive e la necropoli.  Al Tikha occupa una terrazza alluvionale lungo i fiumi stagionali Wadi Fara’ e Wadi al-Ghashab. Nella parte meridionale del sito sorge l’abitato, dove sono stati indagati un edificio amministrativo e uno rituale. A nord, le ricerche hanno identificato un’area di lavorazione del rame e due torri.  Il sito continua a vivere durante l’età del Ferro, come testimoniano i resti di una struttura ellittica e il riutilizzo di una tomba Umm an Nar. Nei secoli, l’area ha conosciuto molte trasformazioni, a partire dallo sviluppo di un cimitero islamico con migliaia di tombe, che caratterizza ancora oggi il paesaggio di Al Tikha. 
La mostra è realizzata con il supporto di GiArA, Polo multimediale Cidic, Unità progetti web, social network e promozione dell’Ateneo, Redazione web del dipartimento di Civiltà e forme del sapere. 
Con il patrocinio di Ministry of Heritage and Tourism of Oman, Sultan Qaboos University, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Comune di Pisa.  


#mostre / Donne e Rovine: Archeologia, Fotografia e Paesaggio - American Academy in Rome

 


L’American Academy in Rome, una dinamica istituzione internazionale che sostiene artisti e studiosi offrendo loro lo spazio per apprendere, creare e favorire scoperte interdisciplinari, presenta la prima mostra dedicata all’influenza di un gruppo di donne pionieristiche che contribuirono a documentare l’archeologia e i paesaggi da nuove prospettive. In mostra dal 14 maggio al 9 novembre 2025, Women and Ruins: Archaeology, Photography, and Landscape celebra esploratrici, archeologhe e viaggiatrici dei primi anni del Novecento che utilizzarono la macchina fotografica per documentare scavi che stavano rivelando importanti scoperte sull’antichità e sulle radicali trasformazioni dell’Italia dell’epoca.
Le convenzioni sociali del tempo limitavano la partecipazione femminile ad attività culturali e scientifiche come l’archeologia. L’Accademia mette in luce i modi in cui un gruppo di donne americane, britanniche e italiane utilizzò la fotografia come strumento per comprendere il passato antico e per interpretare le trasformazioni sociali e politiche del proprio tempo.

“Dalla celebre archeologa Esther Boise Van Deman alle meno note sorelle Bulwer, le donne protagoniste di questa mostra dimostrano un impegno nel promuovere la conoscenza del mondo antico che continua ancora oggi a ispirare i borsisti e i residenti dell’Accademia”, ha dichiarato Peter N. Miller, Presidente dell’American Academy in Rome.

Le donne pioniere le cui fotografie sono presentate in mostra includono:

  • Esther Boise Van Deman (1862–1937) – Archeologa americana specializzata in architettura romana, ha inaugurato lo studio delle tecniche costruttive antiche per datare gli edifici romani in tutto il Mediterraneo. Fu Fellow della American School of Classical Studies di Roma (1909) ed è nota per le sue ricerche sulla Casa delle Vestali nel Foro Romano e sul laterizio romano, principale tecnica costruttiva dell’età imperiale.

  • Marion Elizabeth Blake (1892–1961) – Professoressa americana di Lingue Classiche e Fellow dell’American Academy in Rome (1925), ereditò le ricerche di Esther Van Deman sulle tecniche costruttive dell’antica Roma, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo della storia dell’architettura romana. Women and Ruins espone le sue fotografie di monumenti e paesaggi romani.

  • Le sorelle Bulwer, Agnes (1856–1940) e Dora (1864–1948) – Espatriate britanniche impegnate nella ricerca e documentazione archeologica nel Mediterraneo, collaborarono con Thomas Ashby, direttore della British School at Rome, realizzando fotografie per illustrare pubblicazioni scientifiche. Residenti a Roma fino al 1912, conobbero Esther Van Deman, Gertrude Bell e Maria Pasolini Ponti, e parteciparono attivamente ai circoli intellettuali di archeologi e studiosi. Le loro fotografie rivelano un approccio molto personale alla fotografia.

  • Gertrude Bell (1868–1926) – Archeologa, esploratrice e diplomatica britannica, viaggiò ampiamente in Europa e in Medio Oriente fotografando siti e monumenti poi trasformati o scomparsi. Nel 1910 fu a Roma, dove tenne conferenze e visitò siti archeologici insieme a Giacomo Boni e altri studiosi. Con Esther Van Deman scambiò idee sulle tecniche costruttive. Dopo i suoi viaggi in Italia, tornò in Medio Oriente, dove ebbe un ruolo fondamentale nella politica locale e contribuì alla fondazione del Museo dell’Iraq.

  • Maria Ponti Pasolini (1856–1938) – Filantropa, riformatrice sociale e sostenitrice dell’educazione femminile e della tutela archeologica, contribuì attivamente ai dibattiti sull’urbanistica e la conservazione di Roma documentando con fotografie l’architettura in pericolo nella capitale e nelle campagne. Ponti Pasolini organizzava un salotto internazionale in cui ospitava regolarmente alcune tra le più importanti personalità letterarie, artistiche, politiche ed economiche del tempo.


domenica 5 gennaio 2025

#mostre / La Tavola Decurionale. La storia di Canosa dalle origini alla piena romanizzazione sino all’avvento della prima cristianità

 

Nelle Sale Sotterranee del Museo dei Vescovi di Canosa di Puglia, la mostra “La Tavola Decurionale. La storia di Canosa dalle origini alla piena romanizzazione sino all’avvento della prima cristianità”. L'evento è stato promosso dal Rotary Club Canosa - 2120 - Italia, guidato per l'a.r. 2024-25 dal Presidente Enzo Princigalli, nell'ambito dei Service annuali e vedrà l'intervento del Governatore Rotary International - Distretto 2120 Lino Pignataro . È stato organizzato grazie alla perfetta sinergia con il Museo dei Vescovi Mons. Francesco Minerva e la Fondazione Archeologica Canosina. Lo stesso Mu.Ve. ospiterà la Mostra, grazie al sostegno di Intesa Sanpaolo, nell'ambito del ciclo “Capolavori ritornati"
La Tavola Decurionale in mostra, infatti, è normalmente custodita presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze che l’ha concessa in prestito al Mu.Ve. di Canosa fino al settembre 2025.
Si tratta di reperto risalente al 238 d.C., molto importante per la storia di Canosa di Puglia, universalmente riconosciuto come il documento epigrafico bronzeo più importante d’Italia.
Rinvenuta a Canosa nel 1675, nei pressi del Battistero di San Giovanni, da un contadino intento ad arare, consiste in una tavola in cui sono elencati i nomi degli uomini che ricoprivano cariche amministrative dell’antica Canusium: 164 nomi di patroni di rango senatorio ed equestre, suddivisi per età, ruolo, esperienza politica e appartenenza sociale.
Tra i decurioni, vi è anche un nome cancellato: un certo Petronio il quale potrebbe essersi convertito alla fede cristiana, subendo così la cancellazione dall’ordine.
"L'albo dei decurioni di Canusium consente di delineare un profilo del ceto dirigente locale nel primo trentennio del III d. C. I legami familiari, che si colgono dall'albo tra diversi decurioni dei vari settori della curia, e quelli deducibili dalla restante documentazione epigrafica locale, e la presenza, nella curia, di discendenti di liberti imperiali e di decurioni con cognome greco, permettono di ipotizzare, nella Canosa dei primi decenni del III d. C., un ceto dirigente rinnovato nella sua composizione. Tale rinnovamento trova, verosimilmente, le sue radici sotto Antonino Pio, quando Erode Attico operò un cambiamento non soltanto istituzionale, ma anche politico e sociale." (Marcella Chelotti)
Il reperto è dimostrazione evidente dell’importanza che Canusium aveva come capoluogo della Regio Secunda augustea Apulia et Calabria ed ha permesso ad archeologi ed epigrafisti uno studio approfondito sulla società canosina del periodo imperiale.
Il suo ‘rientro’ a Canosa, reso possibile grazie al Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, Daniele Federico Maras, è stato organizzato ed in occasione del Giubileo che celebra i 1700 anni dal Concilio di Nicea, al quale parteciparono anche i Vescovi di Canosa.
Assieme alla tavola, la mostra svela un percorso di reperti e modelli ricostruttivi che raccontano la storia della città e saranno esposte anche preziose pubblicazioni del Settecento.
L'Evento si inserisce nella pluriennale tradizione che vede il Rotary Club di Canosa sul territorio (nell'ambito della Azione di Interesse Pubblico) impegnato nella promozione e valorizzazione dello straordinario patrimonio Storico e Archeologico.

#mostre / EGITTOMANIA Luigi Manini e Antonio Rovescalli tra pittura e scenografia a Crema


Con le esposizioni a cadenza periodica Depositi esposti, avviate nel 2022, il Museo Civico di Crema e del Cremasco intende valorizzare il proprio patrimonio, garantendo la fruizione delle opere e lo studio delle collezioni ordinariamente celate nei propri depositi.
Sabato 17 maggio alle ore 18:00 si è inaugurata la terza edizione di tale rassegna, dedicata quest’anno agli interpreti cremaschi suggestionati dalla cosiddetta egittomania, ossia l’attrazione e il rinnovato interesse per tutto ciò che riguarda l’antico Egitto e la ripresa di tematiche e iconografie a esso proprie. Un fenomeno che si concretizza in particolare nel corso dell’Ottocento.
La mostra ha luogo nelle sale della Pinacoteca del Museo, nel cui percorso permanente trova già spazio la sezione egizia dedicata ai reperti archeologici, frutto di alcune donazioni private, definendo così uno stimolante chiasmo tra antico e moderno. L’esposizione offre l’opportunità di affrontare – per la prima volta nel nostro territorio – uno studio specifico dedicato a questo peculiare interesse per l’Egitto, una manifestazione di respiro internazionale nata agli inizi del XIX secolo, in risposta alla curiosità scaturita verso la cultura degli antichi abitanti della valle del Nilo, soprattutto in seguito alla campagna condotta in quel Paese da Napoleone Bonaparte tra il 1798 e il 1801. Un evento che investì l’Europa intera, coinvolgendo tutte le arti e avendo suggestive ricadute anche nel Cremasco, dove artisti come Luigi Manini (1848-1936) e Antonio Rovescalli (1864-1936) accolsero questa tendenza, cercando di catturare l’essenza di quell’epoca perduta, traendo spunto dalle sue iconografie enigmatiche e dai suoi soggetti ricchi di simbolismo per riproporli nelle loro opere.
La mostra ha fornito l’occasione di una ricerca capillare sui repertori che ispirarono questi interpreti stimolandoli a utilizzare dettagli esotici nelle loro produzioni artistiche. Per questo aspetto è stato fondamentale lo studio delle raccolte iconografiche riprodotte nei resoconti ottocenteschi di viaggio che ebbero come oggetto l’antico Egitto: fra essi certamente i due più importanti furono il Voyage dans la Basse et la Haute Égypte di Dominique Vivant Denon (1747-1825), un’opera di notevole valore archeologico edita a Parigi nel 1802, che conobbe un’enorme fortuna con ristampe e traduzioni successive in inglese, tedesco e italiano (in mostra è esposta la versione italiana stampata a Firenze nel 1808 concessa in prestito dalla Biblioteca Queriniana di Brescia), e la Description de l’Égypte, ou recueil des observations et des recherches qui ont été faites en Égypte pendant l’expédition de l’armée française, una pubblicazione mastodontica, suddivisa in più volumi di testi e tavole, che conobbe due importanti edizioni impresse a Parigi tra il 1809 e il 1830.
Alle riproduzioni del Voyage di Denon si rifece specialmente Luigi Manini, per trarne dei veri e propri ricalchi da impiegare come modelli, assieme a tutta una serie di tavole, stampe e incisioni utilizzate dall’artista per lo più come fonti decorative. Per la mostra si è cercato di chiarire le vicende collezionistiche che portarono nel 1925 alla donazione di questa raccolta – da parte dello stesso autore – alla Biblioteca Comunale di Crema, materiale poi passato nel 1960 al Museo Civico al momento della sua inaugurazione, andando di fatto a costituire quel fondo che dall’artista prende il nome. Nel caso di Manini, la volontà di rappresentare geroglifici, decorazioni, sculture e architetture dell’antica civiltà nilotica può essere ascritta a una ricerca del dato realistico in virtù della sua attività di scenografo, e dunque nella necessità di realizzare ambientazioni a sfondo egizio per opere liriche e balletti, quali l’Aida e il Nephte o Il figliuol prodigo. Lo studio della produzione grafica, pittorica e scenografica di questo interprete cremasco ha portato la ricerca anche fuori dai confini nazionali in quanto, dal 1879 al 1912, l’artista si trasferì a Lisbona, dove ebbe modo di collaborare con i più prestigiosi teatri portoghesi.


Di Antonio Rovescalli spicca nell’allestimento un ampio saggio di soggetto egizio che gli valse negli anni 1882-1883 la medaglia d’argento distinta all’esame finale della Scuola di prospettiva presso l’Accademia di Brera a Milano. Un acquerello ispirato all’Aida, ma realizzato rifacendosi a note architetture dell’antico Egitto: nella fattispecie il Ramesseo, il tempio memoriale dedicato al faraone Ramesse II, verosimilmente conosciuto mediante suggestive tavole ricostruttive contenute nella Description. Inoltre, del pittore scenografo si possono osservare alcuni interessanti scatti fotografici relativi a sue messinscene dell’Aida al São Carlos di Lisbona, dove fu chiamato a lavorare dal concittadino Manini verso la fine del XIX secolo. Altre fonti esposte documentano invece la sua prolifica attività alla Scala di Milano, teatro in cui operò quasi ininterrottamente fino alla morte, affermandosi come protagonista indiscusso nella creazione di scenografie.
La mostra, curata da Alessandro Barbieri, Christian Orsenigo e Gabriele Valesi, promossa dal Comune di Crema, con la collaborazione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Cremona, Lodi e Mantova, con il patrocinio di ICOM Italia, del Comune di Casalbuttano ed Uniti, del Comune di Torlino Vimercati e dell’Associazione Carla Maria Burri, si presenta come un viaggio affascinante nell’universo artistico e culturale dell’egittomania, in un percorso dinamico tra arte, archeologia, scenografia e storia del teatro. Tramite una collezione di bozzetti, ricalchi, studi e saggi accademici posseduti dal Museo di Crema, posti in raffronto ad alcuni dipinti e volumi prestati da privati e da biblioteche pubbliche, i visitatori sono invitati a immergersi in un mondo esotico che ha ispirato – e continua a ispirare – generazioni di creativi. Il fascino dell’antico Egitto, con i suoi misteri e le sue iconografie caratteristiche, viene raccontato non solo come un evento globale, ma anche – e soprattutto – in una prospettiva locale, attraverso la produzione di interpreti come Manini e Rovescalli, che attinsero da quella lontana civiltà per recuperare soggetti e raffigurazioni utili per i propri lavori, in un dialogo tra ricerca storica e innovazione creativa, impersonando e diffondendo a proprio modo lo stile Retour d’Égypte in pittura e scenografia. Un gusto parimenti integrato nell’autoctono contesto architettonico, come stanno a dimostrare le singolari ornamentazioni egittizzanti che contraddistinguono le stanze di due prestigiose dimore della provincia di Cremona: Villa Marazzi di Torlino Vimercati e Palazzo Turina di Casalbuttano.
Le opere presentate in mostra sono state oggetto di studi e affondi dettagliati, raccolti nelle pagine di un agevole catalogo edito dalle Edizioni Museo Civico Crema. Una pubblicazione che si apre con saggi introduttivi sul tema dell’egittomania e sugli artisti cremaschi coinvolti nel fenomeno, seguiti da schede utili all’approfondimento di ogni opera esposta.

#mostre / Dall'uovo alle mele. La civiltà del cibo e i piaceri della tavola a Ercolano

 

“Dall’uovo alle mele. La civiltà del cibo e i piaceri della tavola” è la nuova mostra del Parco Archeologico di Ercolano, ospitata nelle splendide sale affrescate di Villa Campolieto, una delle più affascinanti residenze borboniche del Miglio d’Oro.
Prendendo spunto dal celebre verso del poeta Orazio “Ab ovo usque ad mala”, che indica un pasto completo dall’antipasto alla frutta, l’esposizione invita il visitatore a intraprendere un viaggio alla scoperta delle abitudini alimentari degli antichi Ercolanesi, attraverso un’eccezionale raccolta di reperti organici straordinariamente conservati.
Come su un ideale vassoio d’argento, l’antica Herculaneum offre oggi testimonianze concrete della sua vita quotidiana: pane, cereali, legumi, frutta, uova, frutti di mare… reperti che, pur carbonizzati, sembrano ancora sprigionare profumi e sapori, raccontando storie di gesti domestici, di preparazioni meticolose e di momenti conviviali. Accanto a questi alimenti, non mancano vasellame finemente decorato, utensili da cucina, strumenti per la preparazione, la conservazione e il consumo dei cibi, oggetti d’uso comune e di lusso che testimoniano l’intera filiera, dalla produzione allo smaltimento.
Il cibo non è mai soltanto bisogno fisiologico, ma espressione dell’intera cultura di un popolo e in nessun altro luogo come a Ercolano si coglie questo particolare legame tra civiltà e alimentazione, anche in continuità con la cultura campana di oggi fatta di attenzione alla qualità delle materie prime, di cura nella preparazione, di gusto estetico nella presentazione della tavola, di amore per la convivialità, di valore dell’ospitalità.
Non a caso la mostra si apre con la visione dei calchi in resina di alcuni degli oltre trecento scheletri di fuggiaschi ritrovati nei fornici della spiaggia, il cui studio antropologico ha consentito di stabilire possibili connessioni fra stato di salute della popolazione e cibo che essa assumeva, fornendo indicazioni molto precise sulla sua dieta, sulla sua alimentazione, sulle sue malattie.
Il percorso espositivo è pensato per creare un dialogo tra passato e presente: le testimonianze archeologiche si intrecciano con immagini e suggestioni della Ercolano contemporanea, offrendo al visitatore un’esperienza immersiva, anche attraverso l’allestimento concepito secondo il principio della “stanza nella stanza”. Il visitatore fa continui passaggi temporali dall’antico al presente, dai reperti del I secolo d.C. agli splendidi ambienti affrescati della dimora settecentesca.
Prodotta dal Parco Archeologico di Ercolano in collaborazione con la Fondazione Ente Ville Vesuviane e il supporto scientifico del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II, “Dall’uovo alle mele” rappresenta una tappa significativa nel percorso di valorizzazione culturale del Parco Archeologico. Dopo l’esposizione sugli oggetti di lusso all’Antiquarium e quella dedicata al legno presso la Reggia di Portici, questa nuova mostra arricchisce ulteriormente il racconto della vita quotidiana nell’antica Ercolano, con reperti che si confermano autentici ambasciatori di storia e cultura, ben oltre i confini dell’area archeologica.


#mostre / Immagini Eterne. L’arte nell’antico Egitto a Milano

 

Il 1° marzo 2024 è stata aperta al pubblico la mostra “Immagini Eterne. L’arte nell’antico Egitto” allestita presso il Civico Museo Archeologico di Milano.
L’antico Egitto ha fondato la propria esistenza sulle immagini. Sculture, rilievi e pitture destinate a onorare gli dèi nei templi o a garantire una vita nell’Aldilà agli uomini, sono giunti fino a noi perché pensate per l’eternità. Queste immagini sono vivide testimonianze della civiltà che le ha prodotte, una società basata su un’organizzazione statale al cui capo era il faraone, garante della giustizia e di un ordine che si basava sulla collaborazione fra uomini e dèi per la sopravvivenza del cosmo.
L’arte dell’antico Egitto ha esercitato per secoli, e possiede tuttora, un fascino straordinario perché ci lascia intravedere, attraverso forme che ci attraggono per la loro grande bellezza, questo anelito di eternità. Tali immagini sono immediatamente riconoscibili, perché espressione di un canone artistico preciso, profondamente legato alla visione del mondo, dell’umano e del divino della civiltà egizia. 
La piccola esposizione allestita in una sala del Civico Museo Archeologico intende offrire una presentazione dell’arte egizia e delle sue specificità, attraverso una selezione di reperti della collezione civica, che comprende modelli per scultore, statue in pietra e in bronzo, frammenti di dipinti e sculture lignee. Il percorso espositivo, seppur ridotto, consente al visitatore non solo di apprezzare manufatti di grande fascino ma anche di penetrare nella civiltà che li ha concepiti e realizzati. 
Mostra a cura di Sabrina Ceruti.


#mostre / A Modena Genti di Ancón. Archeologia del Perù da un viaggio intorno al mondo

 

Sul finire del 1800, un viaggio epico intorno al mondo della Corvetta Vettor Pisani parte da Venezia e tocca le coste del Perù. A bordo ci sono due giovani ufficiali modenesi, Antonio Boccolari e Paolo Parenti, che approfittano della sosta ad Ancón per esplorare una necropoli precolombiana. Da quella “passeggiata archeologica” riporteranno in patria resti umani e oggetti legati al rituale funerario e li doneranno al Museo cittadino. 
Quella raccolta, che ricerche recenti eseguite con sofisticate tecniche di indagine hanno consentito di riscoprire, è il centro della mostra “Genti di Ancón. Archeologia del Perù da un viaggio intorno al mondo” che inauguratasi sabato 14 dicembre, alle 17, al Museo Civico di Modena si è protratta fino al 29 giugno 2025.
Curata da Ilaria Pulini, Maria Elena Righi e Cristiana Zanasi, la mostra si inserisce nel solco del progetto di riscoperta delle raccolte archeologiche acquisite dal Museo Civico a fine Ottocento e che ha già visto valorizzate la collezione egiziana in “Storie d’Egitto” nel 2019, quella sul Paleolitico francese con “Primordi” nel 2021 e più recentemente, nel 2022, gli ex-voto etruschi provenienti da Veio con “DeVoti Etruschi”. 
“Genti di Ancón” si propone al pubblico come un’esperienza che, attraverso ricostruzioni digitali, videoinstallazioni e ambienti immersivi, fa rivivere ai visitatori le atmosfere che in quell’epoca rendevano ancora le circumnavigazioni del globo vere e proprie imprese alla scoperta di mondi lontani, e, nella seconda parte, li mette a contatto diretto con le antiche popolazioni peruviane attraverso un archivio biologico che dialoga con gli oggetti della cultura materiale. 
Il corpo mummificato di una giovane donna, al centro di questa mostra insieme a otto crani provenienti dalla stessa necropoli, grazie alle indagini bio-antropologiche coordinate dal paleopatologo Mirko Traversari, ha restituito ai resti umani della necropoli di Ancón una piccola parte della loro identità, oltre a fare emergere aspetti della vita e dei rituali funerari delle “Genti di Ancón”.  La ragazza osserva il visitatore da una dimensione lontana nel tempo e nello spazio, con uno sguardo smarrito, mentre si appresta a percorrere la riva della baia di Ancón, forse per l’ultima volta. È grazie alle tecniche impiegate in contesti forensi che Chantal Milani, consulente in centinaia di autopsie e casi giudiziari, ricostruisce, a partire da una tomografia computerizzata, il volto della giovane donna mummificata conservata al Museo Civico restituendole così almeno una parte di identità. Ed è proprio la ricostruzione del volto della mummia il punto di partenza per la videoinstallazione evocativa dedicata alla ragazza di Ancón che emoziona il visitatore mettendolo in contatto diretto con la protagonista della mostra.
Il corpo mummificato della giovane peruviana racconta con molta efficacia perché i resti umani rappresentano insostituibili testimonianze di interesse scientifico. Le conoscenze di un’antropologa culturale, Ilaria Pulini, unite alle indagini bio-antropologiche coordinate dal paleopatologo Mirko Traversari, hanno fatto emergere aspetti della vita e dei rituali funerari delle “Genti di Ancón”. 
L’indagine si è inoltre avvalsa del contributo di Robin Gerst (Goethe-Universität, Francoforte) che, grazie a una particolare tecnica di ripresa fotografica, ha individuato quello che nessuno fino a oggi aveva potuto riscontrare: una fitta trama di tatuaggi su un braccio della giovane, che richiamano i decori dei tessuti provenienti dallo stesso sito. 
Ma non è tutto: le indagini eseguite da Mirko Traversari con l’avanzato supporto di imaging attraverso l’Anatomage Table hanno mostrato una frattura vertebrale compatibile con un’azione di strangolamento, una pratica rituale che troverebbe riscontro nell’ambito andino pre-incaico e incaico. Notizie che hanno destato l’interesse di Alberto Angela che, subito dopo la scoperta, ha dedicato alla mummia un servizio nella trasmissione Noos, in prima serata su Rai 1.
Accanto allo studio dei resti umani provenienti dalla necropoli di Ancón, le vicende del viaggio che ha condotto i due giovani ufficiali modenesi Antonio Boccolari e Paolo Parenti sulla costa centrale del Perù formano parte integrante della mostra. I visitatori, infatti, avranno l’opportunità di “salire a bordo” della Regia Corvetta Vettor Pisani guidata dal comandante Giuseppe Palumbo, che partì da Venezia il 26 marzo 1882 e fece ritorno a Napoli il 29 aprile 1885, partecipando al suo viaggio intorno al mondo. 
Sullo sfondo di una mappa dell’epoca ingrandita fino a raggiungere i sei metri di lunghezza, la corvetta, della quale è stato digitalizzato il modello conservato nel Museo tecnico navale della Spezia, naviga fra porti sicuri, violente tempeste e visioni fantastiche come quella della fosforescenza delle acque oceaniche. Un videomapping, realizzato da Delumen, che fra foto d’epoca e intelligenza artificiale restituisce le atmosfere di un’impresa epica raccontata dalle voci dei protagonisti.
L’impresa della Vettor Pisani vede intrecciarsi motivazioni politico-commerciali e scientifiche nei diari di bordo di figure rappresentative del mondo delle spedizioni oceaniche nell’ultimo quarto del XIX secolo: giovani esponenti della nobiltà; esperti navigatori ma anche naturalisti, insieme a ufficiali formati per eseguire scandagli, saggi, rilievi e prelievi zoologici. Nei loro puntuali resoconti spesso traspare anche un senso di stupore e meraviglia che accompagna gli incontri, le avventure e le atmosfere della traversata oceanica: il cielo illuminato dalla fosforescenza di animali marini, gli sbuffi delle balene, gli scambi di doni con gli indigeni, la cattura di un enorme squalo balena.
Se nel celebre brigantino Beagle, che viaggiò dall’Atlantico al Pacifico cinquant’anni prima, passato alla storia perché dell’equipaggio faceva parte un giovanissimo Charles Darwin, il commissario di bordo si lamentava del disordine regnante sui ponti a causa di tutti i campioni raccolti dal naturalista, nella corvetta Vettor Pisani era stato predisposto un apposito laboratorio, completo di tavolino, casse, contenitori, ricostruito in mostra grazie ad una precisa documentazione. Al termine del viaggio, i numerosi campioni naturalistici trasportati dalla nave vennero dispersi in tutta Europa e affidati a studiosi o enti di ricerca sulla base di contatti pregressi o di specifiche competenze. I modenesi Boccolari e Parenti donarono all’Università di Modena mammiferi, uccelli e molluschi, in parte esposti in mostra, e destinarono al Museo Civico di Modena la collezione di reperti e resti umani recuperata nella necropoli di Ancón. 
La donazione al Museo Civico della raccolta si inserisce in un clima culturale modenese di estrema apertura alle novità scientifiche che circolavano sulla scorta del pensiero positivista e delle teorie evoluzionistiche darwiniane. Carlo Boni, direttore del Museo e convinto esponente delle nuove correnti di pensiero, aveva favorito fin dal 1875 la nascita di una sezione etnografica composta da oggetti di popolazioni extraeuropee da mettere a confronto, proprio in un’ottica evoluzionista, con le raccolte di preistoria del museo. È in questa sezione che si inserisce la raccolta della necropoli di Ancón di Boccolari e Parenti. 



#mostre / Al MANN Napoli, Tesori ritrovati: storie di crimini e di reperti trafugati

 

La mostra rappresenta l’esito finale di un articolato percorso di indagini e attività di ricerca, realizzato nell’ambito del protocollo d’intesa siglato tra il MANN la Procura della Repubblica di Napoli.
Tale iniziativa, raccogliendo i risultati delle indagini, intende trasmettere un messaggio di grande rilevanza, affinché si comprenda che il furto e il traffico illecito di opere d’arte non rappresenta soltanto un reato contro il patrimonio culturale, ma intacca in modo profondo la nostra storia e la nostra identità nazionale.
L’intento non è solo sensibilizzare sul valore inestimabile del nostro patrimonio culturale, ma anche stimolare un impegno attivo nella sua tutela.
Il percorso espositivo svela le dinamiche del mercato illegale delle opere d’arte e i danni irreversibili causati dal saccheggio e dalla distruzione del patrimonio culturale.
L’esposizione si articola in cinque sezioni tematiche. Il viaggio prende avvio con un’analisi del collezionismo, una pratica dalle radici antiche che, nel corso del tempo, ha spesso alimentato scavi clandestini e traffici illeciti, portando alla dispersione di innumerevoli contesti archeologici.
La sezione successiva esplora le dimensioni internazionali del fenomeno, evidenziando le rotte privilegiate del traffico illecito, i meccanismi di esportazione clandestina e le strategie adottate, sia a livello nazionale che globale, per contrastarne la diffusione. Il percorso prosegue con l’approfondimento di casi giudiziari e investigativi che hanno avuto grande risonanza mediatica per la loro gravità. Uno degli aspetti più insidiosi del mercato nero dell’arte è il fenomeno delle falsificazioni, che costituisce il tema della penultima sezione della mostra. Infine, il percorso si chiude con una riflessione sulla perdita irreparabile di opere trafugate e mai recuperate: capolavori la cui sorte resta avvolta nel mistero, a testimonianza che la lotta alla dispersione del patrimonio culturale non deve fermarsi.
La mostra costituisce un’importante occasione per presentare al pubblico, per la prima volta, una selezione di circa 600 oggetti tra i più rappresentativi tra quelli dissequestrati. Si tratta di un insieme straordinariamente eterogeneo di manufatti, che non si limitano alla sola Campania, ma abbracciano un’area più ampia, estendendosi all’intero Mezzogiorno e oltre. La loro varietà restituisce uno spaccato significativo delle produzioni artigianali e delle manifestazioni artistiche che si sono susseguite dall’età arcaica al Medioevo.
Tra i materiali recuperati spiccano diverse classi di ceramiche, dalle più antiche, come la ceramica di impasto, italo-geometrica, enotria e daunia, fino alla ceramica corinzia ed etrusco-corinzia, il bucchero e la ceramica attica a figure nere e rosse. A queste si affiancano splendidi esempi di ceramica figurata di produzione campana, lucana e apula, insieme a manufatti di uso quotidiano, come le ceramiche a vernice nera e acrome. Oltre alla ceramica, la mostra espone un’ampia selezione di oggetti in bronzo, tra cui armature, armi, ornamenti personali e vasellame, nonché un significativo numero di terrecotte figurate, databili tra il VI e il II secolo a.C. Non mancano, inoltre, elementi marmorei di epoca romana, un tempo parte dell’arredo di abitazioni private, numerosi reperti subacquei e una vasta collezione di monete greche, romane e medievali. L’eccezionale stato di conservazione di molti di questi reperti suggerisce che appartenessero soprattutto ad antiche sepolture, purtroppo intercettate e saccheggiate dagli scavatori di frodo per alimentare il mercato clandestino di beni archeologici. Molti di questi manufatti hanno subito processi irreversibili di dispersione e perdita della loro storia, ma oggi, grazie a un lungo e meticoloso lavoro di recupero, catalogazione e studio, tornano a far parte del nostro patrimonio collettivo.


#mostre / Penelope al MArTA di Taranto

 

Il Museo archeologico nazionale di Taranto ha ospitatp dall’8 marzo al 6 luglio 2025 Penelope, la mostra a cura di Alessandra Sarchi e Claudio Franzoni, con l’organizzazione di Electa, che dopo l’esposizione al Parco Archeologico del Colosseo è arrivata a Taranto, dedicando tutto il suo racconto a una delle figure femminili più potenti dell’opera omerica.
Nell’esposizione del MArTA dipinti, sculture, rilievi, incunaboli, stampe e testimonianze provenienti da numerosi musei italiani ed esteri e collezioni private, restituiscono gli aspetti salienti della figura di Penelope e della sua fortuna nel tempo. L’esposizione colloquierà con oltre venti reperti del museo tarantino, alcuni provenienti dai depositi, scelti per rappresentare al meglio i nuclei tematici della mostra.
Il telaio e la tela, il gesto e la postura, il mondo del sogno e del talamo, il velo e il pudore, saranno la trama narrativa scelta dai curatori per ripercorrere il mito e la fortuna di Penelope che giunge a noi, dalla remota età in cui affondano i poemi omerici, attraverso due tradizioni ugualmente potenti: quella letteraria e quella legata alla rappresentazione visiva.
“I tessuti a trama d’oro da Taranto, emblema della ricchezza della città antica, come i numerosi pesi da telaio, rimandano al mondo muliebre della filatura e della tessitura, fortemente collegato alla figura di Penelope, anche secondo gli stereotipi più comuni – dice la direttrice del MArTA, Stella Falzone – Nell’ottica di far dialogare la collezione archeologica con opere legate al mondo contemporaneo, in linea con la programmazione scientifica già in atto”.
“Penelope ha modellato e sfidato l’ideale femminile per almeno 3000 anni e continua a farlo anche oggi – afferma la curatrice Alessandra Sarchi – E’ la sposa fedele ma anche l’abile tessitrice di inganni. E’ la regina che non esce mai dalla sue stanze ma anche colei che da sola governa l’isola per vent’anni. E’ una sognatrice ma anche la moglie che mette alla prova il marito”.
“I miti degli antichi sono lontanissimi nel tempo, eppure riescono ancora a intercettare il nostro desiderio di capire il mondo in cui ci troviamo. È così anche per Penelope – dichiara il curatore Claudio Franzoni – La sua storia continua ad affascinarci perché racconta situazioni e stati d’animo che parlano anche di noi, la solitudine, il dolore, la delusione, la speranza, l’amore”.


All’interno del percorso espositivo anche un omaggio a Maria Lai, artista che ha messo al centro del suo lavoro le materie tessili. Questa sezione della mostra è in collaborazione con l’Archivio e la Fondazione Lai.
Mondo del femminile che nel giorno della Giornata Internazionale della Donna consente al MArTA di parlare di donne e sottrarre la figura di Penelope ai luoghi comuni, che la vedono solo legata al focolare domestico.
L’ingegnoso stratagemma della tela fatta di giorno e disfatta di notte per posticipare il più possibile la scelta di uno fra i pretendenti, la complicità non detta ma evidente con le astuzie di Ulisse una volta ritornato in patria, sono solo alcuni dei tratti che la rendono una figura femminile sfidante rispetto alla condizione di subalternità della donna nella cultura antica.



CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...