sabato 9 agosto 2025

Lazio - Acropoli di Alatri

 


L'Acropoli di Alatri, nota localmente come Civita, è posta nel cuore del centro storico di Alatri, sulla cima del colle su cui sorge la città, a circa 500 m s.l.m. La rocca è cinta da mura in opera poligonale, dette mura ciclopiche; vi si accede da due porte (Porta Maggiore e Porta Minore) e da una rampa alla base della quale si ergeva in antichità un portico di cui rimangono alcune rovine. Su di essa sorgono la concattedrale di San Paolo e il vescovado.
Le mura sono costituite da diversi strati di megaliti polimorfi, provenienti dalla stessa collina e fatti combaciare perfettamente ad incastro senza l'ausilio di calce o cementi (opera poligonale); con il loro perimetro descrivono un'area trapezoidale di 19.000 mq. Raggiungono la massima elevazione nel Pizzale, cioè l'angolo sud-orientale: rastremato verso l'alto, è costituito da quindici grandi blocchi sovrapposti; la pietra angolare di base presenta un bassorilievo raffigurante una figura alata che tuttavia è stato anche interpretato come un globo solare, probabile omaggio al Sole che sorge da questo lato.
La storicizzazione della costruzione delle mura è controversa, l'archeologo francese Louis Charles François Petit-Radel (1756-1836) pose la datazione della fondazione di Alatri prima della Seconda Colonia Pelasgica, risalente al 1539 a.C., mentre la scienza archeologica ha sostenuto l'origine ernica e la complessiva ristrutturazione in età romana, mentre alcuni studiosi le collocano al VI secolo a.C., altri ben quattro secoli prima; l'archeologo Filippo Coarelli ha proposto una datazione al IV-III secolo a.C..
Per la fortificazione sono state supposte connessioni di tipo archeoastronomico, secondo l'ipotesi che il suo perimetro ripercorrerebbe quello disegnato nel cielo dalla costellazione dei Gemelli al solstizio d'estate[6], ma il particolare perimetro della cinta muraria dell'acropoli è più verosimilmente un adattamento alla naturale conformazione del colle.
La portata e l'ottima conservazione del recinto murario suscitarono grande ammirazione nello scrittore tedesco Ferdinand Gregorovius. L'area dell'Acropoli era stata restaurata nel 1843, soltanto pochi anni prima della visita dello scrittore: i cittadini di Alatri, in occasione della visita di papa Gregorio XVI lavorarono per dieci giorni consecutivi per ripulire le mura e costruire un accesso alla parte superiore della città antica, realizzando la strada che ne percorre il perimetro, che in onore del papa fu chiamata via Gregoriana.
L'Acropoli presenta due porte d'ingresso. Le due porte hanno un'importante proprietà matematica: il rapporto altezza/base è coincidente, con buona approssimazione, alla sezione aurea.
Nel medioevo l'Acropoli, perdendo in parte le sue funzioni di area sacra, venne fortificata e divenne parte del centro abitato, sorgendovi numerose abitazioni: al suo interno sono state rinvenute alcune rovine di tale insediamento, distrutto nel 1326 per ordine del rettore di Campagna e Marittima a seguito della cacciata di Francesco de Ceccano, che vi si era insediato occupandola. Su di essa rimasero da allora solo la Cattedrale di San Paolo e il vescovado (riedificato tra il 1337 e il 1342) che nei sotterranei ospitava una prigione mentre nel raccolto giardino adiacente, delimitato da mura, si trovava un cimitero che funzionò fino al 1846. Sull'ampia spianata circostante, nel XX secolo sono stati piantati lunghi filari di alberi che hanno fatto dell'acropoli un parco nel cuore della città. Sempre nel Novecento, a ridosso della cattedrale venne eretto l'edificio in pietra che occulta un serbatoio dell'acqua.
La cattedrale poggia sui resti di un'antica ara della quale resta visibile, sotto il lato nord della basilica, parte del basamento in opera poligonale.
La Porta Maggiore, sita sul lato meridionale delle mura (foto a sinistra), è alta 4,5 metri e larga 2,68 e presenta un architrave monolitico di sorprendenti dimensioni (4,0x5,13x1,3 m, peso stimato in 27 tonnellate), secondo in Europa soltanto alla Porta dei Leoni di Micene. Fu costruita contestualmente alle mura come accesso alla città. Era chiusa da un cancello o da travi, come testimoniano i fori ancora presenti nell'architrave, e immette in una galleria a dolmen lunga quasi 11 metri. La scalinata che conduce alla porta è parte dei rifacimenti ottocenteschi.
A lato della porta si trova una cisterna, scoperta durante recenti lavori che hanno interessato via Gregoriana, che si ritiene sia il lacus ad portam nominato nell'epigrafe del censore Lucio Betilieno Varo tra le opere da lui fatte realizzare nel II secolo a.C.
La Porta Minore
 o Porta dei Falli (foto a sinistra) o anche Grotta del Seminario, collocata sul lato settentrionale è molto più piccola (m 2,12 x 1,16) ed immette in un angusto corridoio ascendente, perfettamente conservato, coperto con monoliti in progressivo aggetto: un sistema di copertura che trova riscontro solo nell'interno della piramide di Menfi.
Il nome di Porta dei Falli è legato alle incisioni che sovrastano la porta stessa: tre falli, ormai deteriorati dal tempo, che stanno a simboleggiare la fertilità. Nell'antichità, infatti, si ritiene che tale passaggio sia servito per i riti pagani, e il simbolo, comune anche ai tempi degli antichi romani, era di buon augurio per chiunque percorresse la scalinata della porta senza mai fermarsi. In alto a sinistra è possibile notare alcune iscrizioni in lingua osca.
Nei pressi della Porta Maggiore si aprono nelle mura tre grandi nicchie rettangolari (foto in basso a sinistra), della profondità di 90 cm circa, dette anche "i Santuari" la cui funzione rimane oscura.
Lungo il pendio che si sviluppa al di sotto del lato settentrionale dell'Acropoli si trovano i resti di un portico che venne fatto realizzare dal censore Lucio Betilieno Varo nella seconda metà del II secolo a.C. per collegare l'acropoli al foro cittadino (dove attualmente è Piazza Santa Maria Maggiore).
Dell'opera, originariamente costituita da una lunga struttura colonnata templiforme, restano, limitatamente all'ultimo tratto, che correva addossato al muro settentrionale dell'area sacra, parte dello stilobate con il sistema di canalizzazione delle acque piovane, e le basi di alcune colonne. Il percorso terminava all'inizio della rampa che tuttora costituisce il più agevole accesso all'acropoli: alla sommità di questa fa mostra di sé un leone di pietra calcarea, che fu rinvenuto nel 1816 tra le rovine della scomparsa chiesa di Sant'Angelo in formis, ma che in origine doveva provenire da un sepolcro monumentale tardo-repubblicano.



Lazio - Amyclae

 
Amyclae
 (in greco Αμύκλαι) era una mitica città, che secondo la tradizione era situata nella zona dei monti Aurunci e della piana di Fondi, nel Lazio meridionale.
Secondo le fonti sarebbe stata una colonia greca, fondata dai Laconi, sotto la guida dei Dioscuri e di Glauco, figlio del re di Creta Minosse: le fu dato un nome che ricordava molto quello di Amicla, figlio del fondatore di Sparta, Lacedemone. I Laconi si fusero poi con la popolazione indigena degli Ausoni, e il loro re Camerte, giovane e biondo figlio del rutulo Volcente, avrebbe combattuto contro Enea come alleato di Turno, venendo ucciso proprio dal capo troiano, secondo quanto riferito da Virgilio.
La leggenda narra che Amyclae sarebbe stata abbandonata per un'invasione di serpenti, oppure perché i suoi abitanti, legati ad una setta pitagorica votata al silenzio, si sarebbero rifiutati di dare l'allarme all'arrivo dei nemici e sarebbero quindi stati sterminati in un attacco. La città era già data per scomparsa da tempo nel II secolo a.C..
Fin dal Cinquecento gli studiosi hanno cercato di individuare il regno di Camerte nella pianura presso la città di Fondi, e in particolare nei suoi laghi o sommerso sotto di essi, poiché, dando per vera l'invasione di serpenti che avrebbe causato la scomparsa di Amyclae, ritenevano l'ambientazione geografica più adatta. La città è stata variamente collocata e identificata (per esempio con Sperlonga), senza particolare fondamento.
Nel 2006, due docenti dell'Università di Bologna e della Seconda Università di Napoli (Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli), hanno condotto ricerche su una collina immediatamente sovrastante Fondi, il monte Pianara: la vetta dista dal centro storico della cittadina laziale solo 2,5 km in linea d'aria e raggiunge rapidamente l'altitudine di 320 m s.l.m., con fianchi piuttosto ripidi. Sulla sommità del monte sono stati rinvenuti imponenti resti di un'estesa città e numerose coincidenze con i testi delle fonti antiche hanno portato ad ipotizzare che il sito potesse essere identificato con Amyclae.
Sulla cima del monte si conservano tratti di una cinta di mura poligonali per una lunghezza di circa 2,7 km e in alcuni tratti alte ancora fino a 4,5 m. La città scoperta si estendeva presumibilmente per circa 33 ettari e sembra essere fiorita tra il VI e il IV secolo a.C. Controllava da una posizione ben difesa la viabilità tra Lazio meridionale e Campania e sarebbe decaduta in seguito all'apertura della via Appia nella sottostante pianura 312 a.C. e del conseguente sviluppo di Fundi-Fondi, a cui si aggiunsero forse gli effetti di un violento terremoto: un tratto della cinta muraria sembra sprofondato in una dolina carsica che si sarebbe formata in seguito all'evento sismico, ed in alcuni tratti i blocchi risultano spostati rispetto alla originaria disposizione. L'urbanistica della città era articolata in terrazzamenti, sostenuti da muri di contenimento sempre in opera poligonale, che scaglionavano i declivi su piani paralleli, sui quali si disponevano le case e le strade.
Secondo altri studiosi (Massimiliano Di Fazio e Maria Cristina Biella) il centro abitato sull'altura di Pianara sarebbe di entità molto più ridotta, e dunque più plausibilmente riconducibile ad un insediamento da attribuire alle popolazioni italiche del luogo, forse i Volsci. Le tradizioni storiche relative ad Amyclae, peraltro, sembrano caratterizzate da più di un elemento mitico, e non è da escludere che in realtà un insediamento greco nel territorio fondano non sia mai esistito se non come creazione storiografica. Questo fenomeno, d'altronde, è ben noto in tutta la penisola italiana, e sono tanti i centri che secondo tradizioni già antiche sarebbero stati fondati da illustri eroi greci oppure troiani reduci dalla famosa guerra di Troia.

(nelle immagini, dall'alto:
Mura preromane trovate sul monte Pianara. Due ricercatori ipotizzano essere parte della fortificazione della città mitica di Amyclae [Fonte: Lacittàdifondi.it]
Parti dell’abitato all’interno della fortificazione nel sito di Pianara, alle spalle di Fondi [Fonte: Lacittàdifondi.it]
)

Lazio - Castrum Inui, Ardea

 

Castrum Inui è il nome romano di un sito archeologico situato alla foce del fiume Incastro, sulla costa laziale tirrenica, nel territorio del comune di Ardea. Alla foce del fiume Incastro, emissario del lago di Nemi, nel corso di una serie di campagne di scavo condotte dalla Soprintendenza ai beni archeologici del Lazio a partire dal 1998 e fortemente volute anche dalle associazioni locali sono stati rinvenuti i resti di strutture portuali, di un centro fortificato di epoca romana e di una vasta area sacra precedente.
Il porto e la fortezza romana sono stati identificati con Castrum Inui, citato nell'Eneide di Virgilio, che sarebbe stato fondato da Latino Silvio, figlio di Ascanio e nipote di Enea e il cui nome deriverebbe dal dio Inuus (Inuo), una divinità laziale dei boschi e dell'inizio delle cose, assimilata al dio Fauno.
Gli scavi, diretti dall'archeologo Francesco Di Mario, responsabile di zona della Soprintendenza, hanno riportato in luce le strutture del centro portuale fortificato, in attività dal IV-III secolo a.C. fino al III secolo d.C., tra cui una serie di magazzini, un'area artigianale e un impianto termale con pavimenti a mosaico e pareti affrescate.
Le strutture più recenti, costruite in vari tipi di muratura (opera reticolata, opera mista, opera laterizia) si sovrappongono in parte ad altre più antiche in opera quadrata di blocchi di tufo.
Si ritiene che in epoca romana sia stata realizzata la fortificazione di un insediamento precedente ritenuto ancora strategicamente rilevante oppure importante da un punto di vista religioso in quanto collegato ai luoghi della fondazione di Roma.
Sono stati inoltre riportati alla luce la porta del castrum, i resti di un molo del porto, con materiali del IV-III secolo a.C., alcuni di origine punico-siciliana, una cisterna di notevoli dimensioni, ed un'area sacra di consistente estensione, includente tre templi, due are ed una seconda cisterna.
Per quanto riguarda gli edifici di culto si segnala un sacello dedicato ad Esculapio (I secolo d.C.), preceduto da altare in marmo, e ubicato al di sopra della più antica delle due cisterne, nelle immediate vicinanze vi è un grande tempio (denominato Tempio B) che sembra risalire nella sua prima fase al VI secolo a.C. ed è preceduto da una scalinata volta in direzione dei due altari in peperino (datati nella prima metà del III secolo a.C.), quindi un terzo tempio in tufo a cella unica (denominato tempio A), con scalinata a cinque gradini, rivolta verso le are in peperino, preceduto da un'area pavimentata, dove è collocato l'altare ed una struttura cubica in travertino ancora da interpretare, per la quale si ipotizza una funzione di thesaurus monumentale. Questo piccolo santuario, datato provvisoriamente al III secolo a.C. fu in uso fino al II secolo d.C. per essere in seguito riutilizzato per attività produttive.
L'area sacra, solo parzialmente indagata, sembra essere stata di notevoli dimensioni e si è ipotizzato che si tratti, nel suo complesso, dell'Aphrodisium, santuario internazionale dedicato ad Afrodite marina e citato da Plinio il Vecchio tra Ardea e Antium.
Gli scavi archeologici hanno potuto accertare la divinità venerata solo per il sacello di Esculapio, nel quale è stata rinvenuta una statua del dio, per quanto riguarda il tempio A ed il tempio B, invece, non è stato possibile ipotizzare culti specifici, sebbene le decorazioni architettoniche rinvenute mostrino la ricorrente presenza della dea Minerva. È stata scoperta anche una statua raffigurante uno dei dioscuri (datata al II secolo d.C.), tuttavia si trovava all'interno di una vasca, probabilmente parte di una fullonica, pertanto non attribuibile ad un tempio in modo specifico.
Secondo la leggenda Castrum Inui fu fondata da Latino Silvio, figlio di Ascanio e nipote di Enea, 1300 anni prima di Cristo. Gli autori antichi raccontano dell'esistenza, nel tratto costiero tra le attuali città di Anzio e Pomezia, di un insediamento denominato Castrum Inui, fortificato, posto sotto la protezione del dio Inuo e di un importante santuario internazionale noto come Aphrodisium, dedicato a Venere Afrodite, dea dell'amore e della fertilità nata dal mare e madre di Inuo-Priapo. Una "fortezza d'Inuo" è citata anche nel VI canto dell'Eneide. Altre fonti antiche parlano di Castrum Inui come città portuale, poi abbandonata in epoca imperiale per una qualche insalubrità dei luoghi. Il Nibby, nel secolo scorso, vide la villa Priapi, assimilabile al luogo chiamato "Priapo" in Ardea, noto ai biografi pontifici, per aver dato i natali a papa Leone V.
Molte sono state le ipotesi sinora avanzate, e diverse le proposte di identificazione e localizzazione di questi antichi luoghi. I dati di scavo del sito del Fosso dell'Incastro, e soprattutto il rinvenimento di un insediamento fortificato, permettono di proporre l'identificazione del sito con il Castrum Inui di cui hanno scritto autori e storici antichi.
L'antica Castrum Inui era dunque ubicata alle foci del fiume Incastro, emissario del lago di Nemi, luogo sacro ove approdò Danae, principessa argiva fondatrice di Ardea. Inuo, dal verbo ineo pertinente la penetrazione, la fecondazione, era considerato l'equivalente di Priapo, spesso assimilato a Pan, Lyceo, Lupercus, Dionisio e Fauno. Era figlio di Venere e di Giove, protettore della fertilità dei campi. In realtà Inuus è una divinità di cui abbiamo scarne informazioni da Servio (Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, 1, 775) e da Livio (Ab Urbe Condita, I, 5, 2), che lo descrivono come un dio legato al mondo pastorale e assimilabile, appunto, con Pan, Fauno, Incubo ed altri.
In un brano dei Saturnali di Macrobio (I Saturnali, 22, 2-7) è invece presentata una visione diversa della divinità, che viene identificata con il sole e come dio della materia, ipotesi in linea con quanto riportato da Dionigi di Alicarnasso sul punto delle coste laziali in cui Enea sarebbe approdato e sbarcato, un luogo che era sacro al dio Sole. I risultati dei recenti scavi, insieme alla rilettura del brano di Macrobio, hanno portato il direttore degli scavi, dr Francesco Di Mario, ad ipotizzare una possibile identità fra Castrum Inui e l'Aphrodisium: come se fossero due modi diversi in cui, in epoche differenti, gli antichi avessero nominato il medesimo luogo.





Lazio - Teatro romano di Anzio

 

Il teatro romano di Anzio si trova sul pianoro di Santa Teresa, poco a nord del centro dell'abitato: oggi è una zona residenziale, ma in passato fu occupata dall'antica Anzio, della quale rimangono solo poche tracce.
La cavea, del diametro di 30 metri, era suddivisa in 11 settori radiali a forma di cuneo interrotti da un corridoio semicircolare che permetteva l'afflusso degli spettatori o direttamente nella zona dell'orchestra o, tramite due rampe di scale, verso le parti superiori della cavea. Dietro la scena ci restano le tracce di quattro vani, probabilmente utilizzati dagli attori e una scala che conduceva evidentemente ad una balconata superiore al muro di scena. Subito dietro la scena una serie di basamenti di colonne sono i resti del porticato che serviva, in caso di piogge improvvise o di forte sole, per dare riparo agli spettatori. I resti dell'elevato a noi pervenuti sono molto scarsi, per questo è difficile capire l'effettiva capienza della struttura e il suo uso.
Sulla datazione della struttura gli studiosi hanno finora convenuto che la costruzione del teatro fosse da correlare con la deduzione neroniana di una colonia di veterani del pretorio nella seconda metà I secolo d.C..
La struttura, nel corso della sua lunga storia, non fu solo un teatro: cadde in disuso e fu reimpiegata come luogo di cottura delle ceramiche; le testimonianze del riuso ci vengono da una fornace ad archetti ritrovata all'estremità del corridoio anulare mediano che venne scavato sotto il vecchio piano di calpestio per circa 1,5 metri e lì fu installata la fornace. La nuova pavimentazione fu realizzata con lastre marmoree di riuso tra le quali sono state ritrovate monete del V-VI secolo, che permettono di datare la fase della fornace. Nella parodos opposta ci sono i resti di un'altra fornace di dimensioni minori. La completa defunzionalizzazione della struttura si ha con la sepoltura di alcuni individui nella zona della scena.
Le ricerche sul teatro cominciarono nel corso degli anni 1920 con uno scavo di cui non rimane alcuna documentazione.


Lazio - Anfiteatro di Bleso, Tivoli

 


L'Anfiteatro di Bleso è un antico anfiteatro romano di Tivoli, risalente al II secolo dell'età imperiale; è situato all'interno del centro città e adiacente ad altri 2 complessi storico artistici quali la Rocca Pia e le Scuderie Estensi. Prima del suo ritrovamento, avvenuto nel 1948 durante dei lavori per realizzare un’arteria stradale che aprisse un collegamento tra due strade della città (largo Garibaldi e via dell'Inversata), le sue notizie erano già rintracciabili nei registri medievali delle abbazie di Farfa e Subiaco che parlavano di un "Fundum Amphiteatrum". La sua presenza, in questi documenti, fa intuire chiaramente l'importanza raggiunta in età imperiale da questa parte della città che si trovava al di fuori delle antiche mura repubblicane; inoltre la data di costruzione dell’anfiteatro è in linea con la consacrazione dei Ludi Gladiatori (giochi gladiatori) e una lapide datata nel 184 d.C. cita M. Lurius Lucretianus che avrebbe sostenuto finanziariamente un combattimento con uomini e belve ed in più un combattimento tra 20 gladiatori.
Prima della costruzione dell’anfiteatro pare che la zona fosse adibita alla fabbricazione di ceramiche, così come si evince dagli scavi avvenuti nel corso degli anni che hanno riportato alla luce diversi manufatti, in particolare calici, di ottima manifattura. Con l’avvento e la diffusione dei giochi gladiatori la zona venne riconvertita da tale M.T Blesus (dal quale l'anfiteatro prenderà il nome) che pare abbia contribuito alla costruzione con 200 giornate lavorative e 200.000 sesterzi.
Dai resti emersi fino ad oggi si è potuto ricostruire in parte quella che era l’antica struttura dell’anfiteatro, che risulta particolarmente ampia in quanto si presuppone fosse presente al suo interno anche una “Schola Gladiatorium”, anche se non vi è certezza storico- archeologica.
Urbanistica e materiali[modifica | modifica wikitesto]
L'anfiteatro è posto su un pendio collinare del quale sfrutta la pendenza, ma sfrutta anche il terrapieno che si ha dall'escavazione dell'area e da resti di strutture precedenti. Per questo si può classificare a metà tra gli anfiteatri a struttura piena e quelli a struttura canonica.
La forma risulta ovale con l’asse minore di 50 metri e il maggiore di 90. Intorno alla struttura principale vi sono delle semicolonne che sostenevano le gradinate, le quali erano sostenute anche da cunei poggiati su una grande ellisse e su un corridoio coperto da una volta a botte. Le gradinate potevano contenere fino a 2000 spettatori. L’arena misurava circa 61x41 metri e il suddetto corridoio si stagliava lungo i lati della stessa, con la quale comunicava presumibilmente con porte e/o finestre. Le entrate all'anfiteatro erano quattro, ma solo una delle due secondarie verrà realizzata.
La tecnica costruttiva per le opere murarie risulta essere l'opus mixtum, realizzata principalmente in tufo e travertino (di cui è ricca la zona), mentre il pavimento pare fosse composto da una miscellanea di malta e breccia.
Ad oggi si possono ammirare solo alcuni resti dell’anfiteatro, poiché esso venne semidistrutto per permettere la costruzione della Rocca Pia, voluta da Papa Pio II Piccolomini per proteggere la città dagli attacchi nemici. Successivamente questa zona fu riconvertita da Ippolito d’Este a parco di caccia e agli inizi del ‘600 usato come orto-giardino dal Cardinal Cesi.
Oggi l’anfiteatro non è visitabile e viene aperto solo per concerti, mostre, esposizioni cinematografiche o rievocazioni storiche; quest’ultime, grazie ad associazioni culturali del territorio (Villa Adriana Nostra) rimettono in scena combattimenti tra Ludi gladiatori di varie nazioni e una giuria di esperti decreta il vincitore: ciò permette di mantenere viva la memoria storica del territorio e non solo.


Lazio - Anfiteatro romano di Sutri

 

L'anfiteatro romano di Sutri è un monumento archeologico romano.
La struttura è costruita in tufo e risale ad un periodo compreso tra la fine del II secolo ed il I secolo, ed è stato riscoperto solamente nella prima metà dell'Ottocento, quando fu scavato tra il 1835 ed il 1838 dalla popolazione locale. 
Similmente all'Anfiteatro Flavio di Roma mostrava un coronamento finale con diverse strutture decorative (nicchie, statue, colonne) oggi parzialmente conservate. La pianta è di forma ellittica ed è composta da tre ordini di gradinate, potendo contenere al suo interno oltre 9000 persone.


Lazio - Anfiteatro romano, Albano Laziale

 

L'anfiteatro romano di Albano Laziale è un anfiteatro romano situato nel centro di Albano Laziale, nell'omonimo comune, in provincia di Roma, nel Lazio.
L'anfiteatro venne costruito in funzione dei vicini Castra Albana, l'accampamento della Legio II Parthica fondato dall'imperatore Settimio Severo (193-211): tuttavia, la datazione dell'anfiteatro è posteriore a quella dei castra, ed è collocabile attorno alla metà del III secolo. La capienza dell'impianto, la cui lunghezza massima era di 113 metri, oscillava tra le 15.000 e le 16.000 persone.
Tito Flavio Domiziano, figlio secondogenito dell'imperatore Tito Flavio Vespasiano, non appena salì al trono nell'81 iniziò la costruzione di una imponente villa imperiale suburbana sui Colli Albani, la villa di Domiziano a Castel Gandolfo: se il palazzo e gli edifici principali (il teatro, lo stadio ed i ninfei) erano collocati nell'area dell'attuale villa Barberini a Castel Gandolfo, nella zona extra-territoriale della Villa Pontificia di Castel Gandolfo, il perimetro della proprietà imperiale si estendeva complessivamente per tredici o quattordici chilometri quadrati attorno al lago Albano, nel territorio di ben cinque comuni odierni. La maggior parte degli archeologi, fino all'inizio del Novecento, è stata convinta che l'anfiteatro di Albano fosse da ricollegare a questa villa domizianea, in considerazione di numerose testimonianze dei autori antichi su giochi gladiatori e circensi che si tenevano nella villa albana dell'imperatore. Tuttavia, la differenza della tecnica costruttiva utilizzata per le fabbriche della villa con quella presente nell'anfiteatro hanno spinto prima il Westphall e poi Giuseppe Lugli a datare l'edificio ad età posteriore a Domiziano.
La terrazza sostruttiva

L'anfiteatro sorge su un terreno posto in forte pendenza: per rafforzare la spianata sul quale venne edificato, si dovette costruire una terrazza sostruttiva alta 6.75 metri per una lunghezza di 59.60 metri, che corre parallela alla linea dell'anfiteatro ad ovest ad una distanza media di 23 metri. Il muro della terrazza, adorno di quattordici nicchie poste a 2.10 metri dal suolo, è costruito con strati irregolari di parallelepipedi di peperino e di mattoni: nella seconda campagna di scavi del 1919-1920 fu scavato tutto il muro della terrazza fino al confine della proprietà dei Missionari del Preziosissimo Sangue che reggono la chiesa di San Paolo.
I "vomitoria"
I vomitoria in un anfiteatro romano erano i due ingressi trionfali posti agli estremi dell'asse maggiore dell'arena: nel caso dell'anfiteatro albanense la conformazione accidentata del terreno ha reso necessario lo spostamento della posizione dei vomitoria, che così non risultano a filo dell'asse maggiore dell'arena: una situazione simile è riscontrabile anche nell'anfiteatro di Pompei, appoggiato per metà al terrapieno delle mura di cinta.
"Vomitorio" occidentale
Questo vomitorio, spostato di qualche grado rispetto all'asse maggiore dell'arena, è stato in gran parte scavato nella roccia viva di peperino, per un'altezza di circa 2.50 metri: tutto il resto è stato costruito in opus quadratum nella stessa pietra vulcanica. Solo il primo tratto del vomitorio, largo mediamente 6.50 metri, era coperto da una volta a botte per una lunghezza di 11.50 metri: nel secondo tratto si aprivano due scale, larghe 1.70 metri, che davano accesso alle gradinate. L'ingresso si presenta chiuso in parte da un tramezzo probabilmente posteriore alla costruzione dell'anfiteatro, ed in parte aperto ma originariamente chiuso da un cancello, di cui rimangono i segni dei cardini. Sul pavimento del vomitorio si apre una fossa rettangolare occupata da una sepoltura cristiana basso-medioevale, riferibile al periodo in cui l'anfiteatro fu in parte convertito in oratorio cristiano.
"Vomitorio" orientale
Anche questo vomitorio presenta una strana pianta ad angolo retto, che permette all'ingresso di essere in linea con l'asse maggiore dell'arena: l'archeologo Giuseppe Lugli loda l'abilità dell'architetto che seppe risolvere in questo modo la questione. Il primo tratto, calibrato sull'asse maggiore dell'arena, è lungo 6.35 metri e largo 4.70: il secondo tratto, perpendicolare all'asse maggiore dell'arena e formante angolo retto col primo, è invece lungo 30.05 metri e sbuca all'esterno dell'anfiteatro. Come nel caso del vomitorio occidentale, parte della struttura è scavata nel peperino e parte è costruita in opus quadratum nella stessa pietra. La seconda campagna di scavi del 1919-1920 non è riuscita a sciogliere il dubbio riguardante il dislivello di 5.60 metri esistente tra il pavimento del vomitorio ed il piano di calpestìo esterno: purtroppo infatti lo sbocco del vomitorio è praticamente addossato al muro di sostruzione del tratto finale di via San Francesco d'Assisi.
L'arena

L'asse maggiore dell'ellisse disegnato dall'arena misurava 67.50 metri, mentre l'asse minore ne misurava 45: l'area complessiva di conseguenza si aggirava sui 2500 metri quadrati. La prima campagna di scavi del 1912-1914 ha portato alla luce l'intero emisfero meridionale dell'arena, che fu fondata sulla roccia viva di peperino: attorno a tutto l'ellisse corre un canaletto di scolo largo tra i 0.30 ed i 0.35 metri, che scaricava le acque in un canale originariamente coperto da tavole di legno rimovibili largo 1.20 metri e profondo 3. Questo canale più grande scaricava a sua volta in un locale sotterraneo al pulvinar, e durante la seconda campagna di scavi del 1919-1920 si scoprì che le acque scorrevano in un altro canale oltre la terrazza sostruttiva: le tracce di quest'ultimo canale furono perse oltre il confine della proprietà del seminario vescovile. Il summenzionato canale profondo 3 metri aveva un doppio uso: far passare l'acqua di scolo ma anche gli addetti alla sistemazione del materiale scenico per gli spettacoli, che uscivano poi al centro dell'arena.
Il muro di recinzione dell'arena si è conservato per un'altezza massima di 2.50 metri: tuttavia, è plausibile da alcuni blocchi rinvenuti che terminasse più in alto con una sporgenza curvilinea a raggio esterno. Nel muro di recinzione si apre una stanzetta nella quale probabilmente venivano rinchiusi gli animali prima degli spettacoli.
La "cavea"

La cavea e le gradinate sono in gran parte andate perdute nello spoglio del monumento seguito all'età romana: tuttavia è possibile affermare che le gradinate fossero divise in due maeniana o livelli, il maenianum primum ed il maenianum secundum, a loro volta ripartiti in due settori per ciascuno, l'inferior ed il superius. Dai resti di scale rinvenuti nei fornici sostruttivi è possibile ipotizzare che una scala ogni tre fornici rappresentasse il collegamento tra i livelli inferiori e quelli superiori.
Per quanto riguarda il numero delle gradinate, Leon Battista Alberti lo calcolò in 30, numero ancora oggi molto probabile. L'archeologo Giuseppe Lugli inoltre ha calcolato in circa 16.000 il numero massimo degli spettatori che poteva ospitare l'anfiteatro (14.850 seduti), considerando ogni sedile delle dimensioni di 0.44 metri come per il Colosseo di Roma, e considerando che la cavea si eleva per una trentina di metri con una base di 23.50 ed un angolo di inclinazione di 27°.
Il "pulvinar"

Il pulvinar era il palco imperiale, l'equivalente della "tribuna autorità" dei nostri stadi più grandi. Ovviamente, era situato al centro dell'emiciclo delle gradinate, sul lato meridionale: l'accesso era in origine il fornice XIII del primo ordine, lungo 23.05 metri e largo 3.05, attraverso due scale a doppio rampante, che si immettevano una a destra e l'altra a sinistra del palco. In seguito, tuttavia, questo accesso venne abbandonato in favore del vicino fornice XIV, probabilmente a causa della chiusura delle due scale che permise di raddoppiare di tre volte la superficie del pulvinar. L'accesso a questo fornisce è contrassegnato da due semi-colonne in laterizio con base attica in peperino: la larghezza è anche minore del fornice precedente (da un massimo di 2.40 metri ad un minimo di 1.97).
I fornici sostruttivi
Sempre a causa della conformazione particolarmente ostica del terreno, i costruttori pensarono bene di sorreggere le gradinate con una serie di fornici sostruttivi: l'archeologo Giuseppe Lugli a proposito di queste strutture affermò:
«Colpisce a prima vista la grande irregolarità che esiste fra di loro per forma e dimensione, non spiegata da particolari condizioni del terreno. Non possiamo renderci ragione di ciò se non ripensando alla affrettata costruzione e alla mancanza di un progetto elaborato e preciso
(Giuseppe Lugli, L'anfiteatro dopo i recenti restauri, p. 225, in Ausonia, anno X (Roma 1921).)
La lunghezza massima dei locali interni ai fornici sostruttivi, dispostio su due ordini, oscilla tra i 22 ed i 23 metri, mentre la larghezza è compresa tra i 2 ed i 4.50 metri. Inoltre, ogni fornice presenta una copertura differente, un piano differente, una risega di fondazione differente, cosa che ha portato lo stesso Lugli a definire queste costruzioni "bizzarre".
Ognuno dei locali ricavati nei fornici aveva una sua funzione: ad esempio, i fornici VI e VII erano probabilmente il luogo in cui erano custoditi gli animali per gli spettacoli; il fornice IX un magazzino, il fornice XVI un ripostiglio, i fornici V, VIII, XII, XVII e XX come vani per le scale d'accesso al secondo ordine, i fornici XIII e XIV come accesso al pulvinar, il palco imperiale. In alcuni fornici (VII ed VIII) si trovano sepolture cristiane di età medioevale, in altri non è stato possibile operare lo sgombero del materiale di riempimento a causa della precarietà delle murature.
Attorno alla circonferenza dell'anfiteatro, almeno sul lato meridionale, correva una strada basolata, che probabilmente poi raggiungeva la via Appia Antica ricalcando l'attuale via dell'Anfiteatro Romano fino a piazza Giuseppe Mazzini. Una seconda strada probabilmente conduceva alla villa di Domiziano a Castel Gandolfo, ricalcando l'attuale "galleria di sopra", stando ad alcuni resti di basolato romano rinvenuti nel 1917 e nel 1921 presso la chiesa di Santa Maria Assunta e l'attiguo collegio di Propaganda Fide a Castel Gandolfo, nell'area extra-territoriale della Villa Pontificia di Castel Gandolfo.









Lazio - Castra Albana

 

Castra Albana erano un accampamento fortificato stabile della Legio II Parthica in Italia fondato dall'imperatore Settimio Severo (193-211) nel sito dell'attuale centro di Albano Laziale. Attualmente, le rovine delle strutture interne ai castra, delle terme di Caracalla e dell'anfiteatro romano di Albano Laziale rappresentano una delle maggiori concentrazioni urbane di resti archeologici di età romana nel Lazio fuori da Roma.
La cerchia muraria

Come tutti i castra romani, i Castra Albana seguono uno schema urbanistico rigoroso: si presentano come un grande rettangolo fortificato, dotato di quattro porte (praetoria, decumana, principalis sinixtra e principalis dextra), con gli angolo arrotondati e rinforzati da torrette circolari (caratteristica anomala, simile ai castra del Vallo di Adriano nel Regno Unito). La tecnica di costruzione è l'opus quadratum, in una delle sue più tarde comparse nell'Agro Romano (sarà sostituita dall'opus latericium). Il materiale da costruzione è il peperino, estratto in situ dal suolo vulcanico su cui sorgono i castra, con notevole risparmio di tempo e denaro: la costruzione fu resa difficile dall'infelice posizione dell'accampamento, posto su un declivio con pendenza all'11%, situazione che richiese alcune soluzioni tecniche come una diversa disposizione dei blocchi secondo la pendenza dei vari punti delle mura. Il perimetro della cerchia è di 1 334 metri: il lato nord-ovest misura 434 metri, mentre il parallelo lato sud-est misura 437 metri, ed i lati corti misurano 224 metri quello a nord-est e 239 quello a sud-ovest. L'area complessiva si aggira di conseguenza sui 95 000 metri quadrati.
Lato nord-est

All'inizio del lato nord-est della cerchia muraria si trova subito traccia di una probabile torretta circolare di rafforzamento, inglobata nell'edificio della Società del Sacro Cuore di Gesù presso la chiesa di San Paolo fino alla completa distruzione dello stesso in un bombardamento aereo anglo-americano durante la seconda guerra mondiale: oggi l'edificio ricostruito ospita il seminario vescovile ed un centro di formazione professionale. La stanza rotonda all'interno del convento, descritta prima della guerra, misurava 3,63 metri di diametro ed era coperta da una cupola bassa in opera a sacco di cattiva fattura, probabilmente un rifacimento moderno.
Andando oltre il muro romano è nel suo tratto meglio conservato per una cinquantina di metri, poiché funge da divisione tra le proprietà del seminario vescovile e dei Missionari del Preziosissimo Sangue che reggono la chiesa di San Paolo. Questo tratto fu costruito con la massima cura, poiché doveva fungere anche da muro di sostruzione del terrapieno esterno, alto fino a quattro metri: per questo è anche il più monumentale e robusto. Non rimane traccia della porta decumana che si doveva aprire circa alla metà di questo tratto, e che probabilmente aveva accesso attraverso una scala o un piano inclinato.
Oltrepassata via San Francesco d'Assisi, sulla quale fino alla seconda metà dell'Ottocento si apriva la medioevale porta dei Cappuccini, il muro prosegue lungo via Tacito, nella proprietà delle Figlie di Maria Immacolata: all'angolo della proprietà coincide l'angolo arrotondato del muro antico, ancora visibile, che non presenta segni della presenza di una torretta circolare, ma solo di una disposizione dei blocchi di peperino più accurata e più forte.
Lato sud-est

Questo è il lato meglio conservato, sul quale rimangono anche i resti di una torretta di guardia rettangolare e della porta principalis sinixtra, oltre al tratto più lungo di muro, conservato per ben 142 metri su via Castro Partico.
Ancora nella proprietà delle Figlie di Maria Immacolata, stavolta su via Castro Partico, ad una sessantina di metri dall'angolo arrotondato il muro ingloba una torretta di guardia rettangolare adibita attualmente ad uso colonico: il vano misura all'interno 5,90 metri per 3,85, lo spessore dei muri è di 0,90 metri (tranne quello esterno, spesso inspiegabilmente 0,59) e l'ingresso è rimasto lo stesso antico, verso l'interno dei castra, largo 1,78 metri. Oltre, il muro continua nella recinzione moderna del cortile del Liceo classico statale Ugo Foscolo, e circa duecento metri più a valle si trovano i resti della porta principalis sinixtra, l'unica delle due portae principales di cui ad oggi siano visibili resti.
La porta, considerata dall'archeologo Giuseppe Lugli uno degli avanzi più belli dei castra, consta di un unico fornice dove i conci si riuniscono ad incastro con i blocchi orizzontali del muro: è larga 3,85 metri e non si trovano tracce di torrette di guardia ai suoi lati. A valle della porta, situata accanto all'edificio del vecchio ospedale civico, attuale caserma dei vigili urbani, non è possibile riconoscere alcuna traccia del muro: non rimane traccia neppure dell'angolo arrotondato rinforzato con una torretta circolare che doveva essere situato all'imbocco dell'attuale via San Francesco d'Assisi.
Lato sud-ovest

Alcuni resti del muro in questo lato furono rinvenuti nel 1913 durante dei lavori nell'attuale piazza Giosuè Carducci, ed altri sono inglobati nelle fondazioni delle case moderne: gli avanzi più sostanziosi del lato sono tuttavia quelli della porta praetoria, proprio davanti a palazzo Savelli. Situata al centro del muro, la porta era inglobata in un edificio moderno fino a che il devastante bombardamento aereo anglo-americano del 1º febbraio 1944 non permise la "liberazione" del monumento romano: esso consta di tre fornici e due ambienti laterali, supposti come torrette di guardia. Il fornice centrale misura circa 3 metri per 5 ed è alto 14 metri, mentre i due fornici laterali misurano poco più di 1 metro per 5. I due ambienti laterali misurano 5,40 metri per 5 ciascuno.
Più oltre verso nord, il muro è visibile a tratti nei locali terreni con affaccio su via San Pancrazio: dalla stessa strada, parallela al "corso di sopra", si accede ai resti dell'unica torretta di guardia circolare ben conservata, situata 3,40 metri sotto l'attuale piano di calpestìo di via Alcide de Gasperi. In realtà l'edificio si presenta di problematica decifrazione: la volta dell'unica stanza è situata solo 1,60 metri sopra il piano dell'intervallum, ed anche ammettendo che esistesse un secondo piano per Giuseppe Lugli, la torre non avrebbe raggiunto un'altezza plausibile per essere una torre di guardia. La conclusione è pertanto che questa sia una costruzione speciale, simmetrica forse solo alla torre dell'angolo sud-est oggi perduta. Ad ogni modo il locale misura 1,20 metri di diametro e 2,10 di altezza, e lo spessore dei muri è di 0,90 metri.
Lato nord-ovest
La maggior parte del muro di questo lato dopo la summenzionata torretta circolare è interrata sotto alla case moderne: si può intuire il sito della porta principalis dextra, situato in un cortile interno su via don Giovanni Minzoni. Il muro poi procedeva a filo delle facciate delle case sul lato sinistro dell'attuale via san Gaspare del Bufalo, braccio di mezzo del "tridente di strade" seicentesco, ed arrivava nel sito dell'attuale piazza San Paolo, dove durante alcuni lavori idrici nel 1904 furono rinvenuti alcuni resti, disposti a strati orizzontali per vincere la fortissima pendenza del terreno. Quindi, il muro si ricollega con l'angolo descritto nel lato nord-est.
La rete stradale
La viabilità dei castra romani era estremamente schematica e razionale, e prevedeva un sistema basato su due assi ortogonali e sulle loro strade parallele. Gli assi erano la via praetoria e la via principalis: la prima attraversava per tutta la lunghezza il castra congiungendo la porta praetoria alla porta decumana, passando anche per il praetorium, mentre la seconda lo attraversava per tutta la larghezza congiungendo le portae principales.
Ad Albano sono stati scavati tratti di entrambe queste strade: della via praetoria solo un breve tratto, presso la porta omonima in via Alcide De Gasperi, mentre della via principalis restano due tratti, uno prossimo alla porta principalis sinixtra, l'altro in via San Francesco d'Assisi, rinvenuto durante gli scavi archeologici del 1915-1916 a 1,10 metri sotto il piano di calpestìo attuale: è questo il tratto più importante, perché dotato tanto di crepidini laterali che di canaletti di scolo. Negli anni ottanta alcuni scavi eseguiti dal museo civico di Albano Laziale e dalla ditta Ramacci nel sito del demolito seminario in via Castro Pretorio hanno portato alla luce l'incrocio tra la via principalis ed una parallela della via praetoria: interessante il particolare che in età medioevale la strada era stata ostruita con alcuni pilastri in peperino, segno del restringimento dell'area abitata.
Oltre alle tre strade menzionate, è stato possibile individuare l'ubicazione solo di un'altra strada interna ai castra, la via quintana, che collegava le torri di guardia rettangolari: dato il sito di una di queste in via Castro Partico, i resti di una strada sono stati rinvenuti perpendicolarmente alla stessa in via San Francesco d'Assisi, poco più a monte del liceo ginnasio statale Ugo Foscolo.
Resti abbastanza abbondanti appartengono alla circumductio, la strada che girava attorno alle mura all'esterno, e all'intervallum, la strada che invece girava attorno alle mura all'interno.
Per quanto riguarda la circumductio, i tratti affiorati si trovano: lungo il lato nord-est sull'attuale via Tacito; lungo il lato sud-ovest presso la summenzionata torre di guardia rettangolare in via Castro Partico, presso la porta principalis sinixtra, a 18 metri dalla porta ed a 1,50 sotto al piano di calpestìo, e più a valle nel parcheggio pubblico a pagamento; lungo il lato sud-est in via San Pancrazio a 0.50 metri sottoterra; lungo il lato nord-ovest in piazza della Rotonda, in via San Gaspare del Bufalo ed in piazza San Paolo. Dell'intervallum restano un terrapieno sul lato nord-est, un buon tratto presso la porta praetoria e all'inizio di via Aurelio Saffi sul lato sud-est, poi alcuni tratti in piazza San Paolo sul lato nord-ovest.
All'esterno dei castra, sotto l'attuale corso Giacomo Matteotti, sono stati rinvenuti ampi tratti del basolato della via Appia Antica, ed alcuni tratti alla fine di viale Risorgimento ed in viale Europa.
Ignoto è in che modo venisse superato il dislivello (sei metri di differenza su una distanza di venti metri) tra la via Appia Antica e la porta praetoria: si suppone che esistesse una gradinata per i pedoni assieme ad una o due strade carrabili che dalla porta raggiungevano la regina viarum con una curva, come fa pensare un tratto di strada rinvenuto negli anni ottanta sotto palazzo Savelli, durante la realizzazione dei bagni pubblici, orientato in direzione nord-sud.
Gli edifici interni
L'"edificio rotondo"

L'"edificio rotondo" oggi noto come santuario di Santa Maria della Rotonda è la struttura romana meglio conservata di Albano: l'interno, circolare, della circonferenza massima di 49,10 metri, imita in scala ridotta, il Pantheon di Roma. Tuttavia, l'edificio non venne edificato contemporaneamente ai castra, ma precedentemente, in età domizianea, probabilmente come ninfeo della villa di Domiziano a Castel Gandolfo. In seguito fu restaurato ed inglobato nel complesso severiano, ed adibito o ad uso termale, o a luogo di culto: la prima ipotesi sarebbe indotta dal pavimento a tessere musive bianche e nere con figure mitologiche, oggi collocato nel portico del santuario, la seconda da un'ara pagana di peperino e da alcune sepolture rinvenute durante gli scavi archeologici del 1935-1938. Dopo l'età severiana, la struttura fu usata come granaio o luogo di culto, prima della conversione ad uso cristiano databile all'VIII secolo circa.
Le "thermae parvae"
Alcuni avanzi individuati nel sottosuolo presso piazza della Rotonda e via don Giovanni Minzoni sono stati chiamati in alcune ricostruzioni dei castra "thermae parvae", "terme piccole", per distinguerle dalle "thermae magnae", le "terme grandi" ovvero le terme di Caracalla. Questi resti termali si hanno sotto alcune case in via don Giovanni Minzoni: si tratta di due corridoi alti circa due metri, e larghi 2.70 metri il primo e 3.29 il secondo, sui quali si aprono una serie di nicchie. La costruzione è stata completamente realizzata in opera reticolata in peperino durante l'età severiana, ed è una delle ultime costruzioni realizzate con questa tecnica nell'Agro Romano: probabilmente è un criptoportico termale, collegato ad altri locali ad uso termale siti in piazza della Rotonda, presso il moderno palazzo Vescovile.
Gli alloggiamenti dei soldati
Degli edifici interni ai castra non resta granché: alcuni terrazzamenti, probabilmente appartenenti ad alcune caserme o alloggiamenti dei soldati, sono state scoperte nell'area della retentura (la parte dei castra situata tra il praetorium e la porta decumana), all'interno delle proprietà del seminario vescovile e delle Figlie di Maria Immacolata in via San Francesco d'Assisi. Questi ultimi avanzi constano di cinque muri sostruttivi disposti su livelli, ed il secondo di essi conserva ancora tracce di una tramezzatura che originava stanze ampie circa 6 metri.
Durante gli scavi archeologici del 1915-1916 vennero alla luce lungo tutta via San Francesco d'Assisi dalla torretta rettangolare fino alla porta principalis sinixtra muri di stanze larghe 4.50 metri per 4.50, in varie tecniche costruttive, soprastanti a muri anteriori risalenti circa al I secolo a.C.
Altri resti indecifrabili di muri paralleli tra loro furono rinvenuti nel 1914 presso il lato nord-ovest, in piazza della Rotonda: dalla loro posizione non allineata con i castra e da un bollo di età adrianea si suppone che siano degli edifici anteriori ai castra rasi al suolo per costruire le mura e gli alloggiamenti. "Un complicato intrico di muri" è quanto si trova sotto piazza della Rotonda, dove nel 1915-1916 gli scavi misero in luce resti di stanze misti a blocchi di peperino caduti dalle vicine mura del lato nord-ovest. Altre stanze furono individuate in piazza San Paolo nello stesso periodo. In generale, gli alloggiamenti erano realizzati in opus latericium della fine del II secolo intercalata da blocchetti di peperino. Negli anni ottanta sono stati individuati nuovi resti di alloggiamenti, ed anche un edificio porticato, scavando il sito archeologico di via Castro Pretorio.
"I Cisternoni"

La cisterna più monumentale dei castra si trova sotto la proprietà del seminario vescovile, con accesso sia da piazza San Paolo che da via San Francesco d'Assisi: viene confidenzialmente chiamata dagli albanensi "i Cisternoni". I lati lunghi misurano 45,50 e 47,90 metri, mentre i lati corti sono di 29,62 e 31,90: la superficie è di 1 436,50 metri quadrati, con una capacità di 10 132 metri cubi d'acqua. La struttura, a cinque navate, è scavata il più possibile nel peperino, per una profondità tra i 3 ed i 4 metri: l'altezza oscilla intorno ai 6,50 metri. Da alcuni elementi ornamentali rinvenuti nel 1830 e nel 1884 si suppone che almeno il fronte della monumentale struttura fosse ornata. Fino agli anni venti si conosceva un solo cunicolo di alimentazione per la cisterna, situato nel lato nord-est: l'archeologo albanense Giuseppe Lugli, ne scoprì un secondo, più antico, sullo stesso lato, che serviva la cisterna attraverso un complesso sistema a caduta. L'acqua arrivava ai "Cisternoni" dalle sorgenti di Malafitto e Palazzolo, presso il lago Albano. La cisterna fu rimessa in uso nel 1884 dal Comune di Albano, ma per motivi di igiene ridotta ad uso di irrigamento nel 1912: attualmente l'interno è visitabile.
Altre cisterne, condutture d'acqua e fogne
Una particolare cisterna dalla forma allungata (lunghezza 30 metri circa, larghezza 4,16 metri) con volta a botte fu rinvenuta sotto via Aurelio Saffi: probabilmente è una parte di una cisterna più vasta, non ancora individuata. Della cisterna, resta ancora un buon tratto del cunicolo di alimentazione, orientato in direzione nord-est.
La rete fognaria dei castra doveva essere capillare, e scaricava secondo il pendio della collina verso la fogna principale che correva sotto l'intervallum in via Alcide De Gasperi: il primo tratto della fogna principale, larga 0,90 metri, fu rinvenuto nel 1915-1916 all'incrocio con via San Francesco d'Assisi.
Il "praetorium"
Non si conosce nulla del praetorium, l'edificio principale dei castra: è noto solo che, dovendo trovarsi all'incrocio tra la via praetoria e la via principalis, doveva trovarsi sotto un isolato di case all'inizio di via Aurelio Saffi.
Le terme di Caracalla

Le terme di Caracalla o di Cellomaio sono ancora oggi una delle testimonianze più vistose dei castra nel loro periodo di massimo splendore: fondate dall'imperatore Caracalla ad uso della legione in età successiva alla costruzione dei castra ma anteriore alla costruzione dell'anfiteatro, oggi ospitano al loro interno un intero quartiere medioevale: il locale meglio conservato delle terme è l'aula rettangolare di 37 metri per 12 che ospita la chiesa di San Pietro (nella foto).
Nel sottosuolo della sagrestia della chiesa e della vicina via Cellomaio si trova un pavimento a tessere musive bianche e nere: altri cospicui resti si trovano nel giardino delle Suore di Gesù e Maria, sotto al cui convento si trova probabilmente l'ipocausto di riscaldamento delle acque.
La struttura dell'edificio è costituita da un nucleo cementizio di scaglie di peperino, interrotto a tratti da laterizi, rivestito da mattoni.
Il sepolcreto della Selvotta
I primi ritrovamenti presso la Selvotta, una località situata ai confini comunali tra Albano Laziale ed Ariccia, furono effettuati nel 1866 da un contadino, tale Lorenzo Fortunato, ed analizzati dal giovane archeologo russo Nicola Wendt. L'archeologo tedesco Wilhelm Henzen fu il primo ad ipotizzare che i frequenti riferimenti alla Legio II Parthica trovati nelle epigrafi rinvenute alla Selvotta dovessero ricollegarsi ad un sepolcreto della stessa legione, situato a poca distanza dai castra. Campagne di scavo e di ricognizione nella zona furono promosse alla fine dell'Ottocento dallo stesso Henzen, da Hermann Dessau, da Rodolfo Lanciani, e poi nel Novecento da Giuseppe Lugli nel 1908, nel 1910, nel 1913, nel 1945 e nel 1960-1962 e da Maria Marchetti Longhi nel 1916.
Negli anni sessanta si erano rinvenute così una cinquantina di tombe, di cui due terzi provviste di iscrizione sepolcrale: tutte presentavano la stessa tipologia di realizzazione, con le casse scavate nella roccia viva di peperino ed i coperchi realizzati in un blocco monolitico della stessa pietra, in genere a forma di tetto o di coperchio. Nella campagna di scavi del 1960-1962 si rinvennero due anomalie tra le sepolture: un cippo sepolcrale a colonna spezzata, caratteristico delle sepolture orientali, ed una tomba a cremazione, l'unica del sepolcreto. Assieme ai soldati, erano sepolti anche le loro mogli ed i loro figli: non c'era ordine nella disposizione delle tombe, anche se spesso sono riunite in gruppi. Dall'analisi delle epigrafi sepolcrali, si evince che la maggior parte dei soldati porta il praenomen Aurelius, sicché si deduce che furono arruolati nel periodo di massimo splendore della legione, tra Caracalla (211-217) ed Eliogabalo (218-222). Le donne, invece hanno nomi italici.
Documentazione epigrafica
Sono rari i testi epigrafici riguardanti la Legio II Parthica, ed una grande quantità di essi fu rinvenuta proprio presso il sepolcreto sito in località Selvotta: questa grande concentrazione di iscrizioni (CIL XIV, 3367, CIL XIV, 3368, CIL XIV, 3369, CIL XIV, 3370, CIL XIV, 3371, CIL XIV, 3372, CIL XIV, 3373, CIL XIV, 3374, CIL XIV, 3375, CIL XIV, 3376, CIL XIV, 3377, CIL XIV, 3400 e molte altre)[67] ha permesso agli archeologi, primo fra tutti Wilhelm Henzen, di collocare senza esitazione i Castra Albana presso l'attuale Albano Laziale.
Tra le iscrizioni afferenti alla legione ed ai castra, la più notevole è quella del CIL XIV, 2255, mentre CIL XIV, 2257 è un augurio di "vittoria eterna" ad Eliogabalo, dove la legione viene chiamata "Antoniana" dal nome completo dell'imperatore regnante: lo stesso era avvenuto anche sotto il principato di Settimio Severo o di Alessandro Severo, quando la legione era chiamata "Severiana" (denominazione più ricorrente, in CIL XIV, 2274, CIL XIV, 2276, CIL XIV, 2285, CIL XIV, 2290, CIL XIV, 2291, CIL XIV, 2293, CIL XIV, 2294, CIL XIV, 2296) e sarebbe avvenuto sotto il principato di Filippo l'Arabo con la legione chiamata "Philippiana" (CIL XIV, 2258).
Se nella summenzionata iscrizione del CIL XIV, 2255 si parla di un tempio consacrato a Minerva, in ben due iscrizioni (CIL XIV, 2253 e CIL XIV, 2254) viene citato un sacello dedicato a Giove ed in una (CIL XIV, 2256) di un altare dedicato al Sole ed alla Luna. Gli ultimi ritrovamenti epigrafici riguardanti la legione partica ad Albano sono una serie di latercoli ("piccoli mattoni, piastre o tavolette di terracotta") che riportano alcuni nomi di legionari (CIL XIV, 2267, CIL XIV, 2268, CIL XIV, 2293): il più antico di questi reperti risale al 226, il più tardo venne riutilizzato nelle fondazioni della cattedrale di San Pancrazio in età costantiniana.
Esistono unicamente tre menzioni della Legio II Parthica in Italia ritrovate fuori dal territorio albanense: una (CIL XIV, 4090) presso il tempio di Diana Aricina sul lago di Nemi, nel vicino comune di Nemi, dove nel 1884 fu ritrovata una tegola dedicata dalla legione alla dea, finora unico esempio di tegola votiva di un corpo militare nel Lazio assieme ad un altro esemplare scoperto nel 1910 ad Ostia, e dedicato dalla VI coorte dei vigiles urbani;[72] le altre due (CIL V, 865, CIL V, 866) presso Aquileia, nella Regio X Venetia et Histria. In Oriente, iscrizioni concernenti la legione si trovano in Mesopotamia (Iraq settentrionale) ed in Siria (Palestina).

Lazio - Bovillae


Bovillae
(anche nota con le denominazioni corrotte di Bobellae, Rovillae, Buella, Boile, Boville) è un'antica città latina e poi romana che sorgeva a sud di Roma, ed oggi è convenzionalmente identificata con la frazione di Frattocchie del comune di Marino, nella città metropolitana di Roma Capitale, nell'area dei Castelli Romani.
Bovillae era la prima località abitata provenendo da Roma lungo la via Appia: gran parte della sua importanza nel corso dei secoli le fu data da questa posizione importante su una delle strade più trafficate dell'Impero romano. Dopo la distruzione della capitale latina di Alba Longa all'epoca di Tullo Ostilio, ubicata poco lontano dalla città, è attestato che gli albani longani si trasferirono a Bovillae portandovi le istituzioni religiose più importanti dei Latini, che qui sopravvissero durante il primo periodo della dominazione romana. La città, divenuta una delle più fiorenti dell'Agro Romano, venne saccheggiata dai Volsci nel 490 a.C. e iniziò così la sua decadenza: grazie all'onore attribuitole di aver dato origine alla Gens Iulia, attorno al 17 l'imperatore Tiberio istituì a Bovillae il collegio sacerdotale dei Sodales Augustales ("Sacerdoti di Augusto") e i Ludi Augustales, solenni giochi in onore di Augusto. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, per secoli il nome della città cadde nell'oblio fino ai primi scavi archeologici eseguiti dall'archeologo Giuseppe Tambroni tra il 1823 ed il 1825, che riportarono alla luce i ruderi del circo, considerato uno dei più grandi di Roma.

I primi rinvenimenti archeologici effettuati nel territorio dell'antica città di Bovillae, dopo vari secoli di oblio, avvennero nel corso del Settecento e furono del tutto accidentali. Nel 1712 lungo l'Olmata del Papa, attuale Strada statale 140 del Lago Albano, presso la frazione di Due Santi, venne scoperta una catacomba sotterranea, ma se ne è persa ad oggi l'ubicazione. Durante i lavori per l'allargamento della via Appia, nel 1787, vennero rinvenuti resti di un oratorio paleocristiano alla convergenza tra la via Appia Antica e la via Appia Nuova, debitamente distrutti; nello stesso sito quasi un secolo più tardi, nel 1869, vennero alla luci altri resti dell'oratorio, anch'essi dispersi.
L'archeologo Giuseppe Tambroni, con l'ausilio del cavalier Vincenzo Colonna, visto il crescente interesse che maturava anche sul grande pubblico il costante rinvenimento di materiale archeologico nell'Agro Romano: prese nel 1823 la decisione di avviare una campagna di scavi per individuare il sito esatto dell'antica Bovillae.
Gli scavi raggiunsero in buona parte il loro scopo: vennero infatti individuati i resti dell'imponente circo e del teatro, un locale forse adibito a sala termale, e i siti probabili del sacrario della Gens Iulia e del tempio di Veiove. L'archeologo Luigi Canina studiò il sito attentamente ed elaborò una mappa archeologica di Bovillae; anche lo storico marinese Girolamo Torquati prese personalmente visione, in seguito, dei reperti individuati dal Tambroni.
Nel 1853, regnante papa Pio IX, il governo pontificio commissionò ad una lunga serie di studiosi, storici, artisti ed archeologi di chiara fama (Ennio Quirino Visconti, Antonio Canova, Carlo Fea, Antonio Nibby, Luigi Canina, Giovanni Battista de Rossi) di curare il ripristino archeologico della via Appia Antica. Così tutto il primo tratto dell'antica strada tra Roma e Marino, abbandonato dal nuovo tracciato, fu protetto e i ruderi ivi localizzati furono catalogati. La sistemazione della strada, che dopo il fallimento del progetto della "Passeggiata Archeologica" fu proseguita solo nel 1988 con la costituzione del Parco regionale dell'Appia antica, arrivò fino a Frattocchie, senza però che anche l'area urbana di Bovillae fosse lambita.
Nel primo decennio del Novecento il Comune di Marino sovvenzionò l'inizio di alcuni scavi archeologici presso la località Tor Messer Paolo e Colle Licia, per individuare il sito della Bovillae pre-romana; infatti, si era diffusa l'opinione dello "slittamento" progressivo dell'abitato verso valle verificatosi nel corso dei secoli. Lo studioso Giuseppe Tomassetti in persona poté vedere gli scavi e riscontrare che erano stati fatti ritrovamenti ricollegabili a una struttura termale o a delle abitazioni. Tuttavia la cronica carenza di fondi e il disinteresse verso un'operazione del genere segnarono la conclusione dell'operazione archeologica, proprio mentre il Comune costituiva l'Antiquarium Comunale.
Nel 1930, durante il regime fascista, gli scavi archeologici di Bovillae furono curati di un minimo di attenzione: vennero infatti consolidati e risistemati i tre archi dei carceres del circo: tuttavia l'interesse durò poco. Infatti già dal secondo dopoguerra l'intensificarsi dell'urbanizzazione di Frattocchie e Santa Maria delle Mole soffocò i monumenti faticosamente portati alla luce.
I rinvenimenti sparsi effettuati in varie epoche nel territorio bovillense sono numerosissimi. La maggior parte di essi non sono neppure documentati correttamente, e molti reperti sono conservati presso il Museo civico Umberto Mastroianni di Marino o nei depositi dell'Istituto statale d'arte Paolo Mercuri senza indicazione di luogo di rinvenimento o data perché indisponibile. Le opere più pregiate, purtroppo, sono state portate all'estero: un esempio è l'Apoteosi di Omero conservata al British Museum di Londra (nella foto a sinistra).
Lo storico marinese Girolamo Torquati riferisce di essere stato personalmente presente in almeno due casi di ritrovamenti accidentali di reperti archeologici nell'area dell'antica Bovillae. Il 13 marzo 1891 nella vigna di Ernesto Terribili, alla convergenza tra via Appia Nuova e via Nettunense, furono rinvenuti, mentre veniva scassato un canneto, alcuni blocchetti di peperino parte di una recinzione funebre e due sarcofagi in marmo bianco lavorati rozzamente, uno lungo 2.30 metri e l'altro 2.16, con all'interno due scheletri. I sarcofagi erano contenuti nei resti di un edificio a volta che era stata una cripta. Non furono ritrovate iscrizioni. Il 14 febbraio 1886 invece, nella vigna dei fratelli Giuseppe ed Antonio Vitali presso le Frattocchie, fu scoperta una Venere in marmo, che il Torquati immediatamente provvide a segnalare alle autorità competenti.
Nel 2011-2012 rilevamenti archeologici preventivi nella zona di vicolo del Divino Amore hanno permesso di individuare una strada basolata, quasi perfettamente conservata, di accesso al circo, tagliata trasversalmente dalla via Nettunense nuova.

Il circo
I resti archeologici più importanti rinvenuti a Bovillae nel corso degli scavi di Giuseppe Tambroni (1823-1825) sono quelli appartenenti al circo. Voluto dall'imperatore Tiberio dopo la morte del patrigno e predecessore Augusto (14) per onorarne la memoria con degli speciali giochi circensi, i Ludi Augustales, la lunghezza del circo era di 337,50 metri per una larghezza di 68,60, ed era uno dei più grandi circhi di Roma, superando sia il Circo Vaticano sia il Circo Agonale (oggi piazza Navona).
Del circo oggi rimangono solo tre arcate in blocchi di peperino, appartenenti alla struttura dei carceres, più una quarta arcata inglobata in un cascinale. In origine dovevano esserci dodici arcate. La spina del circo era lunga 197 metri, e decorata con statue ed altri ornamenti: parti della spina furono rinvenute durante gli scavi ottocenteschi. La capienza della struttura si aggirava tra gli 8.000 ed i 10.000 spettatori. I Ludi Augustales furono celebrati almeno durante tutta la dinastia giulio-claudia, poiché un'iscrizione del 53 ricorda un tale auriga Fuscus della factio prasina vincitore dei giochi bovillensi (Ludi Augustales).

Il teatro
I ruderi del teatro di Bovillae sono stati individuati alle spalle del circo. La data di fondazione del complesso, costruito comunque secondo tutte le norme classiche, è ignota. Presso il teatro era presente una scola actorum di mimi, come è attestato da una iscrizione in memoria dell'archimimo Acilio.
Lo studioso Antonio Nibby afferma che la scena del teatro aveva ventisette piedi di raggio e quarantasette di diametro. Inoltre, furono rinvenuti anche i gradini del teatro.

Il tempio di Veiove
Durante gli scavi archeologici del 1823-1825, venne rinvenuta nell'area tra Frattocchie e Due Santi un'ara sacra pagana con sopra iscritta la seguente iscrizione: VEDIOVEI.PATREI / GENTILES.IULEI
Questo ritrovamento farebbe supporre la presenza presso l'antica città di un tempio pagano dedicato a Veiove, divinità locale latina la cui funzione non è molto chiara, ma che era titolare di un tempio sul Campidoglio a Roma posto inter duos lucos, ovvero tra i due boschi sacri dove trovavano immunità i malfattori o i supplici. Il tempio di Bovillae venne probabilmente eretto dalla Gens Iulia, originaria della città, in un'epoca non meglio definita, collocata approssimativamente dall'archeologo Antonio Nibby attorno al I secolo a.C.

Il sacrario della Gens Iulia
In Bovillae fu dedicato un sacrario alla Gens Iulia. La sua costruzione avvenne nel 17, alcuni anni dopo la morte di Augusto su iniziativa del suo successore Tiberio. Secondo lo scopritore della città, l'archeologo Giuseppe Tambroni, in questo sacrario sarebbe stato sepolto Augusto dopo le solenni esequie di stato celebrate a Roma: tuttavia, è un'ipotesi non supportata da alcun fatto.
Lo studioso Antonio Nibby descrive una struttura ottagona rinvenuta durante gli scavi del 1823-1825 e pensata dagli scopritori come il sacrario: costruita interamente in peperino, dista circa ducento metri dal teatro e la struttura aveva quindici piedi di diametro e venti di altezza; tutto intorno all'ottagono correva un recinto quadrangolare.

I sepolcri lungo la via Appia

Lungo la via Appia Antica, soprattutto nel primo tratto, tra porta San Sebastiano e Bovillae, sono stati ritrovati un numero impressionante di sepolcri monumentali di età romana: la maggior parte di essi sono conservati all'interno del Parco regionale dell'Appia antica, tuttavia almeno due sono localizzati in territorio marinese presso gli scavi dell'antica città.
Il primo è il sepolcro a base quadrata su cui, nella seconda metà dell'Ottocento, venne realizzata una torretta per le misurazioni geodetiche di padre Angelo Secchi: da questo episodio deriva il nome con cui è attualmente conosciuta la struttura, "Torre Secchi".
Il Torraccio di Due Santi invece si è conservato meglio: reso celebre da Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda, che descrive magistralmente la grama vita dell'Agro Romano fino agli anni cinquanta, è solo il nucleo cementizio di un antico sepolcro romano.
Poco distante dalla Via Appia Antica, in Via Costa Rotonda, all'interno della proprietà che attualmente appartiene ai padri Trappisti, pertinente alla seicentesca Villa della Sirena, si trova un sepolcro romano, sopra al quale nel Medioevo venne edificata una torre ottagonale chiamata Tor Leonardo. Tor Leonardo sorse nel corso del Medioevo sulle rovine di un sepolcro romano di età imperiale, anche se viene menzionata per la prima volta nel Quattrocento -con il nome di Turris Leonarde- come possesso dell'Abbazia territoriale di Santa Maria di Grottaferrata, ed in seguito passò ai Colonna.

Altri reperti sparsi
Davanti al Torraccio, un antico sepolcro romano situato al miglio XII della strada statale 7 Via Appia, nel 1823 fu scoperto un diverticolo in basolato di peperino che evidentemente conduceva alle strutture dell'antica città, e che oggi corrisponde all'attuale vicolo del Divino Amore. Il diverticolo, descritto da Antonio Nibby, era sepolto per circa sei piedi di terra e largo dodici piedi, ed aveva impresse le impronte del continuo passaggio delle ruote dei carri.
Accanto al diverticolo, vennero trovati i resti di quella che venne definita "camera da bagno" o parte di un impianto termale. Accanto ad essa, venne rinvenuta una piscina in opera laterizia fatta risalire al II secolo, larga due piedi, lunga quarantotto piedi e alta nove.
Nell'area del diverticolo descritto dal Nibby, in tempi più recenti sono affiorati, nel corso dei lavori per la costruzione della fognatura in via delle Giostre, alcuni reperti romani in peperino.

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