sabato 17 maggio 2025

Sardegna - Complesso nuragico di Abini



Il complesso nuragico di Abini è un sito archeologico sardo situato nel territorio di Teti, in Sardegna. L'area archeologica di Abini è stata idealmente suddivisa in due parti: una sacra (il recinto sacro con al suo interno il pozzo sacro), e una non destinata al culto corrispondente al villaggio nuragico.
L'intera area fu probabilmente uno dei più importanti santuari federali delle genti sarde nuragiche. Il recinto sacro, individuato da Filippo Vivanet alla fine dell'800', fu scavato approfonditamente sotto la direzione degli archeologi Antonio Taramelli e Ettore Pais tra il 1929 e il 1931; scavi che portarono alla luce il temenos, cioè il recinto murario che racchiude l'area sacra, che in parte conservava ancora i sedili in pietra per i pellegrini. All'interno del recinto sono visibili altari, capanne dei sacerdoti e fondamenta di altre strutture. Al centro dell'area giacciono numerosi conci in basalto e trachite che dovevano comporre le porzioni architettoniche decorative poste sulla sommità del pozzo sacro, ancora attivo ma in cattivo stato di conservazione. Il pozzo, che dovette essere adibito al culto dal periodo del Bronzo recente (fine XIV secolo a.C.) all'età del Ferro (VII secolo a.C.), era probabilmente dedicato al culto dell'acqua.
Il villaggio nuragico è situato all'esterno dell'area sacra, e fu portato alla luce in parte nel 1931, quando vennero scoperte diverse capanne ad uso abitativo. Gli scavi effettuati nel 1981 scoprirono numerose capanne circolari collegate tra loro da ambienti di altra forma.

Nel settembre del 1865 un ragazzo del luogo, secondo la tradizione ispirato da sogni ricorrenti, convinse alcuni contadini a scavare in un campo ove affioravano resti di antiche costruzioni, il luogo era chiamato Sa Badde de sa Bidda (in italiano: La Valle del Paese), e corrispondeva al santuario di Abini. Lo scavo portò alla luce un deposito di oggetti votivi in bronzo situato all'interno di una cista litica (un contenitore formato da lastre di pietra collocate al di sotto della superficie del terreno). Nello stesso anno il canonico Giovanni Spano pubblicò i bronzetti nuragici di Abini, che vennero acquistati dallo studioso Efisio Timon, che a sua volta li donò al Regio Museo di Antichità di Cagliari, dove sono ancora oggi conservati. Nel 1878 i contadini di Teti ripresero a cercare nel sito di Abini, trovando a un metro sotto terra, un altro ripostiglio pesante 108 chili di oggetti in bronzo contenuti in un grosso recipiente in terracotta. I reperti vennero acquistati dallo studioso locale Filippo Vivanet, e confluirono come i precedenti ritrovamenti bronzei nelle raccolte del museo archeologico di Cagliari. Scavi archeologici veri e propri vennero effettuati solo nel 1929, e proseguirono fino al 1931 sotto la guida di Antonio Taramelli, che riportò alla luce la maggior parte delle strutture sacre del complesso nuragico. Ma la presenza di Taramelli fu saltuaria, essendo responsabile dei beni archeologici dell'intera isola, quindi fu costretto ad affidare lo scavo a persone spesso inesperte, che alla ricerca di materiali bronzei trascuravano e gettavano i reperti ceramici che affioravano in grande quantità dal sottosuolo del sito. Nel 1981 intervenne sul sito la Soprintendenza archeologica delle province di Sassari e Nuoro, che portò alla luce nuove capanne abitative nel villaggio nuragico.

I reperti bronzei ritrovati nel 1865 e nel 1878 sono attualmente esposti e conservati al Museo archeologico nazionale di Cagliari, che in passato ha svolto la funzione di raccogliere i reperti provenienti dagli scavi di tutta l'isola. La maggior parte dei bronzetti di Abini trovati negli scavi ottocenteschi è conservata al museo di Cagliari insieme ad alcune spade votive trovate nel santuario, decorate con immagini cervine dalle lunghe corna, fra cui una spada ornata con una figura di arciere fissata al centro dell'impugnatura. I bronzetti raffigurano personaggi colti in atto di offrire doni e in preghiera, arcieri saettanti, guerrieri con stocco e scudo, e capi tribù con mantello e bastone (simili a quello ritrovato a Uta). Ma le figure più interessanti sono quelle di soldati in coppia colti nell'atto di preghiera e caratterizzati da elmi sormontati da lunghe corna, e le rappresentazioni più conosciute dei bronzetti di Abini restano quelle dei personaggi, probabilmente esseri demoniaci e guerrieri eroicizzati, a cui si moltiplicano di alcune parti del corpo, come gli occhi e le braccia, o gli scudi; queste rappresentazioni sono simili a quelle ritrovate in Medio Oriente, anch'esse caratterizzate dalla moltiplicazione di alcune parti del corpo. Le statuine sono state prodotte tra il X e il VII secolo a.C., e vengono collocate in un unico gruppo stilistico assieme a quelle di Uta (località situata in provincia di Cagliari); i bronzetti erano delle offerte dedicate ai culti che si svolgevano nell'area sacra di Abini.

Sardegna - Cornus

 

Cornus è un'antica città-stato della Sardegna, fondata nell'ultimo quarto del VI secolo a.C. I suoi resti si trovano nei pressi del comune di Cuglieri, in provincia di Oristano a pochi passi dalla frazione di S'Archittu.
La città era costituita da una acropoli (sono visibili i resti delle mura) sul colle di Corchinas e da quartieri artigianali e di abitazioni nelle zone pianeggianti.
La città è citata (Kornos) dal geografo Claudio Tolomeo (II secolo) nell'interno dell'isola e viene riportata nell'Itinerario Antonino (Cornos) a metà strada tra Bosa e Tharros. Tito Livio ne parla come della capitale dei nuragici ai tempi della rivolta antiromana di Ampsicora nel 215 a.C., nell'ambito della quale fu conquistata da Tito Manlio Torquato.
Divenne municipio in epoca flavia o traianea e fu colonia nel III secolo.
Nella città doveva esistere, sul colle di Corchinas, un'area pubblica, forse il foro, dalla quale provengono alcune iscrizioni onorarie. Sono visibili inoltre resti di un impianto termale in opera listata, probabilmente restaurato sotto Graziano, Valentiniano e Teodosio (379-383).
Bonifacio, vescovo di Sanaphar o Sanafer (identificata da alcuni studiosi con la diocesi di Cornus), con altri 466 vescovi, tra i quali i sardi Lucifero di Kalaris, Martiniano di Forum Traiani, Vitale di Sulci e Felix di Turris, partecipò nel 484 al concilio di Cartagine che fu indetto da Unerico, Re dei Vandali, con l'intento di convertire i cattolici all'arianesimo.
In epoca tardo-antica, poco distante dalla città (frazione di Santa Caterina di Pittinuri) sorse il complesso cristiano di Columbaris, con un vasto cimitero che ha restituito diversi sarcofagi e un primo edificio a pianta basilicale a carattere funerario, preceduto da un battistero (III-IV secolo). Due altre basiliche sorsero nel V-VI secolo, con altre strutture. Il primo nucleo fu abbandonato dopo l'VIII secolo.
È raggiungibile dalla Strada Statale 292 Nord Occidentale Sarda, il cui ingresso è situato tra le borgate di Santa

Sardegna - Necropoli di Marchianna (Sardegna)


 La necropoli di Marchianna o Marchiana è un sito archeologico situato nel comune di Villaperuccio, nella provincia del Sud Sardegna.
Il sito si trova sul fianco di una collina, a poco più di 1 km di distanza dal lago artificiale di Monte Pranu, ed è composto da alcune domus de janas, tombe ipogeiche scavate nella roccia. Al loro interno sono stati rinvenute testimonianze delle culture archeologiche della Sardegna prenuragica, tra cui frammenti fittili collegabili alla cultura del vaso campaniforme.

Sardegna - Grotta di Punta Niedda

 

La grotta di Punta Niedda (Punta nera in italiano) è un piccolo anfratto naturale scavato nell'andesite situato nel territorio del comune di Portoscuso, nella provincia del Sud Sardegna.
La grotta, profonda circa 4,5 metri e alta 1, si compone di due camere separate, chiuse all'ingresso da un muretto a secco. Al suo interno nel 1942 furono rinvenuti i resti di 6 individui e un corredo funebre composto da collane, oggetti in rame e bronzo e ceramiche appartenenti alla cultura di Bonnanaro (prima metà del II millennio a.C.).

Sardegna - Ipogeo di Padru Jossu


 L'ipogeo di Padru Jossu è un sito archeologico prenuragico situato nel territorio di Sanluri, nella provincia del Sud Sardegna
L'ipogeo venne ricavato scavando nella roccia arenaria ed è composto da una camera di forma rettangolare; l'ingresso alla tomba era situato nella parete ovest. Il sito venne utilizzato durante il calcolitico e la prima età del bronzo dalle genti della cultura di Monte Claro e del Vaso Campaniforme. Tra gli oggetti di corredo rinvenuti si segnalano ceramiche, collane, oggetti in argento e rame e brassard. I resti di scheletri di animali fanno ipotizzare delle offerte rituali in onore dei defunti.
Circa 20 crani appartenenti allo strato del campaniforme permettono di stabilire che quella di Padru Jossu fosse una popolazione eterogenea in cui convivevano genti indigene dolicomorfe (77%) e brachimorfe presumibilmente provenienti dall'esterno (23%), da associare ai portatori del vaso a campana giunti sull'Isola dall'Europa continentale.

Sardegna - Complesso archeologico di Pranu Muttedu, Goni

 

Il complesso archeologico di Pranu Muttedu è una delle più importanti aree funerarie della Sardegna prenuragica ed è situato nei pressi di Goni, piccolo centro abitato nella provincia del Sud Sardegna. L'area del parco ha un'estensione di circa 200.000 metri quadrati. Il complesso presenta un'alta concentrazione di menhir e megaliti circa sessanta (seconda solo al vasto complesso di "Biru 'e Concas" di Sorgono, dove sono stati censiti circa 200 menhir) variamente distribuiti in coppie, allineamenti o gruppi.
Nell'area è inoltre presente una necropoli ipogeica a domus de janas con tre circoli tombali.
Il complesso è stato oggetto di scavo da parte di Enrico Atzeni, in più riprese a partire dal 1980.
In una delle più diffuse guide sulla Sardegna è definita "la Stonehenge sarda", benché possa comunque essere considerata più antica della Stonehenge inglese.

Sardegna - Sa Perda Pintà

 
Sa Perda Pintà (La pietra incisa in sardo) o Stele di Boeli è una stele megalitica, o menhir, ritrovata in Sardegna che si stima risalga al 3500 a.C. La stele si trova a Mamoiada, all'interno del giardino privato in cui è stata rinvenuta in modo accidentale nel 1997 durante i lavori di costruzione di una casa. Per via delle sue dimensioni probabilmente è da ritenersi unica in Europa.
Il megalito ha un'altezza sopra suolo di 2,67 metri, una larghezza massima di 2,10 e uno spessore di 0,57 metri non uniforme; presenta una sezione piano concava e superfici ben lavorate anche nella parte posteriore. La parte anteriore è decorata da sette motivi composti da un minimo di due a un massimo di sette cerchi concentrici intorno ad una coppella centrale.
Dalle coppelle maggiori parte un'incisione rettilinea con appendice uncinata che attraversa tutti i cerchi. Completano la superficie ventitré coppelle di varie dimensioni poste in modo casuale sulla superficie piana.

(foto di Raffaele Graziano Ballore)

Sardegna - Menhir di Genna Prunas

 Il menhir di Genna Prunas è un monumento preistorico situato nel comune di Guspini, lungo la SS126 all'altezza del chilometro 99, in un terreno agricolo presso casa Usai. Il menhir è datato alla cultura di Ozieri (IV millennio a.C.) e rappresenta la Dea Madre. Raggiunge un'altezza max di circa 1,70 metri e presenta una forma abbastanza tozza alla base con una larghezza di 60 cm per poi assumere nell'estremità una forma molto più arrotondata.
Rispetto agli altri menhir ha la peculiarità di essere interessato dalla presenza di trenta coppelle realizzate sulla superficie basaltica, che ricoprono i quattro lati del monumento.

Sardegna - Dolmen di Motorra, Dorgali


Il dolmen di Motorra è un monumento sepolcrale preistorico situato nel comune di Dorgali, in provincia di Nuoro, da cui dista circa due chilometri. È ubicato su un piccolo altopiano basaltico ad una altezza di 287 m s.l.m. in prossimità dell'omonimo nuraghe (di cui sono presenti soltanto i resti) e non distante dai dolmen di Campu de Pistiddori, Cucché, Mariughia e Neulé. Come tutti i dolmen la sua destinazione era quella di ospitare una sepoltura collettiva.
Il sepolcro è considerato uno dei più importanti della Sardegna sia perché raro esempio di dolmen "a corridoio", sia per i reperti archeologici rinvenuti che hanno contribuito ad una più approfondita conoscenza delle tombe dolmeniche sarde.
Costruito in pietra basaltica, il dolmen è costituito da otto ortostati rettangolari, finemente lavorati nella faccia interna e con la sommità superiore opportunamente appiattita, sovrastati da un lastrone di copertura irregolarmente circolare del diametro di m 3,00 per 0,30 di spessore. Il tutto a circoscrivere un vano funerario di circa 1,80 x 2,10 x 0,80 m.
Come detto, l'ingresso all'ambiente sepolcrale interno era preceduto da un corridoio, che era originariamente delimitato da due coppie di pietre ortostatiche di forma rettangolare, posate parallelamente, e tre lastre di copertura a formare un breve corridoio della sezione di m 0,50 x 0,65 lungo 2,10 m.
Il vano funerario è racchiuso in un doppio peristalite (anello di lastre di pietra infisse nel terreno "a coltello") di forma lievemente ellittica, che aveva la funzione di contenere il tumulo di terra e pietrame minuto che ricopriva la tomba.
I reperti archeologici rinvenuti a Motorra consentono di ricostruire le diverse fasi di utilizzo della tomba. I più antichi e significativi sono quattro frammenti fittili, ornati a solcature e coppelle, riferibili alla cultura di Ozieri (periodo di tempo che va dal 3200 a.C. al 2800 a.C.) ed un piccolo brassard a tre fori, riutilizzato probabilmente come pendaglio e riferibile alla cultura del vaso campaniforme (2700 - 2200 a.C.).


Sardegna - Dolmen di Sa Coveccada


Il dolmen di Sa Covaccada o S'Accovaccada (dal sardo, "ciò che è coperto") è un monumento archeologico situato in un ampio tavolato trachitico del Meilogu, regione storico-geografica della Sardegna, appartenente amministrativamente al comune di Mores da cui dista circa sette chilometri.
Sia per le notevoli dimensioni, sia perché considerato elemento importante nell'evoluzione delle architetture sepolcrali della preistoria della Sardegna, il dolmen di Sa Covaccada è considerato uno tra i più importanti al mondo. Al di fuori dell'isola si possono trovare raffronti con i dolmen della necropoli di Ala Safat in Cisgiordania e con quello di Coste-Rouge Héraulte in Francia.
Realizzato in trachite tufacea grigio-rosa, il monumento presenta pianta rettangolare dalle dimensioni di m 5 x 2,20 ed è formato da tre grandi lastre ortostatiche ben squadrate, collocate verticalmente in appositi canali di alloggiamento predisposti nel suolo roccioso prima della posa. Poggiato sopra, ad un'altezza di 2 m e 10, un quarto lastrone di m 6 x 3 x 0,60 del peso di circa 18 tonnellate funge da copertura. È andata perduta la parete posteriore del dolmen e la relativa copertura, che doveva raggiungere un peso di circa 27 tonnellate.
L'accesso al dolmen era garantito da un'apertura piuttosto piccola (0,50 x 0,50), ricavata nella lastra frontale, ma adeguata all'introduzione dei defunti nella camera funeraria. Il vano interno, che misura m 4,18 per 1,14, fungeva da tomba collettiva e i cadaveri venivano introdotti al suo interno solo dopo un processo di scarnificazione. Alla sinistra del varco, all'interno del vano, una nicchia ricavata nella parete sembra funzionale alla deposizione del corredo funerario e delle offerte.
In assenza di depositi stratigrafici, quindi sulla base di confronti tipologici e degli esigui reperti ceramici rinvenuti, si ritiene che il monumento sia ascrivibile alla cultura di Ozieri del Neolitico recente (3500-2900 a.C.). Il dolmen infatti venne edificato nel periodo che vide il graduale superamento delle domus de janas, tombe ipogeiche, a favore delle costruzioni subaeree come appunto i dolmen e le simili allée couvertes. Un'ulteriore evoluzione delle architetture sepolcrali, in particolare l'aggiunta della stele anteriore e dell'esedra, portò alla tipologia impiegata nelle tombe dei giganti. A circa un centinaio di metri dal dolmen è presente un menhir, riverso sul terreno e spezzato in diversi tronconi. Anch'esso realizzato con pietra del luogo, ossia in trachite tufacea, risulta accuratamente lavorato col metodo chiamato "a martellina". Ha una sezione rettangolare da 125 per 86 cm e originariamente aveva un'altezza di m 2 e 40. In seguito ad un accurato monitoraggio della struttura del dolmen che ha evidenziato problematiche di disequilibrio statico dovute a molteplici concause, nel 2011 il monumento è divenuto oggetto di una complessa operazione di restauro conservativo monitorato dal MIBAC, che ha visto coinvolti tecnici ed esperti della Soprintendenza per i beni archeologici per le province di Sassari e Nuoro, coadiuvati da archeologi, architetti, restauratori, geologi, geofisici e geoingegneri oltre che da un esperto dell'Opificio delle pietre dure di Firenze.
L'intervento ha mirato non soltanto al ripristino dei parametri di sicurezza del dolmen ma anche ad un'adeguata valorizzazione dell'intera area archeologica di Sa Coveccada, compresa l'acquisizione di un'area circostante di circa dodici ettari.

(da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

#Sardegna #Dolmen #Neolitico

venerdì 16 maggio 2025

Sardegna - Roccia dell'Elefante, Castelsardo

 

La roccia dell'Elefante è un grosso masso trachitico e andesitico, dal forte color ruggine, notevolmente eroso dagli agenti atmosferici che gli hanno conferito il singolare aspetto di un pachiderma seduto.
La roccia, che ha un'altezza di circa quattro metri, si trova nel comune di Castelsardo in località Multeddu, al km 4,3 della SS 134 che collega il suddetto comune a Sedini. Originariamente il masso faceva parte del complesso roccioso di monte Castellazzu dal quale si distaccò rotolando a valle.
Oltre ad una certa importanza turistico-paesaggistica, la roccia dell'Elefante riveste anche una notevole rilevanza archeologica per le due domus de janas, risalenti al periodo prenuragico, che sono ospitate al suo interno.
Nel 1914 lo studioso Edoardo Benetti fu il primo ad associare ad un elefante l'originale forma della roccia, che sino ad allora era conosciuta, anche in documenti ufficiali, con il nome in lingua sarda Sa Pedra Pertunta (la pietra traforata), evidente richiamo alla sua particolare conformazione.
Le domus de janas, realizzate in due momenti successivi, sono posizionate su due diversi livelli.
Tomba I
Quella superiore (o Tomba I), molto danneggiata dal tempo, è stata la prima ad essere scavata. Questa presenta tre vani e manca del padiglione coperto che la precedeva, probabilmente crollato insieme al prospetto della tomba. Le pareti, piane e diritte, non hanno motivi scultorei.
Tomba II
Il secondo ipogeo (o Tomba II), quella inferiore, risulta al contrario molto ben conservato. Questa è formata da un breve dromos (a), un'anticella (b), due celle successive (c e d), disposte lungo l'asse longitudinale e un'ultima cella (e) aperta sul vano c. Dal dromos (a), breve corridoio, in parte coperto e, nel tratto iniziale, a cielo aperto, si accede tramite uno stretto portello quadrangolare di 0,50 per 0,55 m.
Tomba II cella b

Di notevole interesse la presenza di una protome bovina, elemento decorativo comune a diverse domus de janas, scolpita in rilievo sulla parete di una celletta. Il suo particolare stile curvilineo, che denota una fase artistica piuttosto evoluta, permette di ascrivere la realizzazione della tomba alla prima metà del III millennio a.C.
Questo tipo di protome è stilisticamente assimilabile a quelle presenti nella tomba Maggiore della necropoli di S'Adde 'e Asile di (Ossi), nella tomba V della necropoli di Montalè (Sassari), nelle tombe IV e VI della necropoli di Calancoi (Sassari) e nella domus dell'Orto del beneficio parrocchiale di Sennori.


Sardegna - Necropoli ipogeica di Su Crucifissu Mannu

 


La necropoli ipogeica di Su Crucifissu Mannu è un sito archeologico situato nella Nurra, regione della Sardegna nord-occidentale.
La necropoli si trova all'interno di un porzione di territorio che registra una rilevante presenza di monumenti preistorici distanti fra loro poche centinaia di metri. Tra i più importanti da segnalare il complesso di Monte d'Accoddi, le aree funerarie di Su Crucifissu Mannu, Li Lioni, Sant'Ambrogio, Su Jaiu, Spina Santa e Marinaru, i dolmen e menhir di Frades Muros, oltre ad una decina di nuraghi.
Il sepolcreto, scavato su un banco orizzontale di roccia calcarea, comprende almeno ventidue domus de janas, tutte realizzate nel periodo compreso tra il Neolitico Recente (IV millennio a.C.) e l'Eneolitico Iniziale (III millennio a.C.) ed intensamente utilizzate, salvo sporadici riutilizzi in epoca romana, sino al tempo della cultura di Bonnanaro (1.500 a.C. circa).
Le tombe risultano tutte pluricellulari, ossia composte da più vani comunicanti; al loro interno si accede attraverso un pozzetto o calatoia ("a proiezione verticale") oppure mediante un corridoio orizzontale detto dromos ("a proiezione longitudinale"). Lungo le pareti della grande stanza principale, che in alcuni ipogei è provvista di pilastro centrale, si aprono le celle più piccole dalle quali in taluni casi si dipartono radialmente altri piccoli ambienti, fino ad arrivare, come nel caso della Tomba XIII, ad un totale di 14 vani.
Alcune stanze sono adornate con gli elementi simbolici (protomi taurine diversamente stilizzate) ed architettonici (gradini, portelli sagomati, architravi) tipici del periodo, scolpiti a bassorilievo nella roccia; nella Tomba IV è presente anche l'elemento della falsa porta, allusione forse all'impossibilità per i vivi di accedere al regno dei morti.
L'esplorazione del sito ha portato alla luce abbondanti quantità di ceramiche di cultura di Bonnanaro, ma anche bottoni a calotta sferica, forati, quattro brassard (bracciali da arciere) del Vaso campaniforme ed infine tre idoletti cicladici con la figura della Dea Madre. Tra i ritrovamenti anche un cranio umano che presenta documentazione di trapanazione in vivo.
Degna di nota, sul piano di roccia soprastante alcune domus, la presenza per un ampio tratto di profondi solchi paralleli prodotti probabilmente dal protratto passaggio di carri o slitte forse adibite al trasporto di blocchi di pietra per la realizzazione di edifici nella vicina Turris Libissonis, l'attuale Porto Torres.


Sardegna - Necropoli di Montessu

 


La necropoli di Montessu è un sito archeologico prenuragico situato nel comune di Villaperuccio nella provincia del Sud Sardegna. Il sito dove è ubicata la necropoli si trova sui fianchi meridionali del colle di Sa Pranedda, a pochi km a nord di Villaperuccio. Ricavata in un grande anfiteatro naturale, conta circa quaranta domus de janas ed è considerata una delle più vaste e importanti di tutta la Sardegna.
Risalente al periodo prenuragico (IV millennio a.C.), questo sito funerario venne utilizzato per circa un millennio durante il quale si avvicendarono le culture di Ozieri, Abealzu-Filigosa, Monte Claro, del vaso campaniforme e di Bonnanaro. Di rilievo è la presenza, nella necropoli, di ceramiche tipiche della cultura di El Argar (Spagna sud-orientale), dell'età del bronzo antico.
Alcune domus de janas sono caratterizzate da motivi incisi a rilievo tra i quali spiccano spirali, simboli concentrici e protomi taurine.
Gli scavi e le indagini archeologiche, che continuano ancora oggi, iniziarono nel 1972 sotto la guida di Enrico Atzeni, professore dell'Università di Cagliari. Sul soffitto della cella principale della tomba XIX sono presenti delle decorazioni con motivi corniforme di stile curvilineo. Sono motivi di transizione e documentano la tappa figurativa in cui la protome ha perso orecchie e muso ed ha mantenuto solo le corna. Non sono numerosi gli esempi simili: il duplice motivo richiama gli schemi di su Murrone (Chiaramonti) e i dipinti di Enas de Cannuja (Bessude).


Sardegna - Monte d'Accoddi

 

Monte d'Accoddi, a volte scritto Akkoddi, è un importante sito archeologico della Sardegna prenuragica fondato tra il 4000 e il 3650 a.C. e ampliato tra il 2800 e il 2400 a.C. (Cultura di Abealzu-Filigosa).
Per la concentrazione di differenti tipologie di costruzione, il monumento è tutt'oggi considerato unico non solo in Europa, ma nell'intera zona del mar Mediterraneo, tanto particolare da essere associato, erroneamente, per la forma alle strutture di più piani orizzontali sovrapposti (dette "ziqqurat") della Mesopotamia.
Monte d'Accoddi è situato nella Nurra, regione della Sardegna nord-occidentale, e più precisamente nel territorio del comune di Sassari, vicino al vecchio percorso della Strada statale 131 Carlo Felice, in direzione di Porto Torres, in un terreno in origine di proprietà della famiglia Segni.
Il complesso si trova all'interno di una porzione di territorio che registra una importante presenza di monumenti preistorici distanti fra loro poche centinaia di metri.
Tra i più importanti da segnalare, oltre a Monte d'Accoddi, gli antichi cimiteri (chiamati "necropoli") di Su Crucifissu Mannu, Ponte Secco, Li Lioni, Sant'Ambrogio, Su Jaiu, Spina Santa e Marinaru, le tombe costruite con grosse pietre (cioè i "dolmen") e le grandi pietre infisse nel terreno (ossia i "menhir") di Frades Muros, oltre ad una decina di nuraghi.
Il monumento, unico nella zona del Mediterraneo, faceva parte di un complesso di epoca prenuragica, sviluppatosi su un'area pianeggiante a partire dalla seconda metà del IV millennio a.C. e preceduto da tracce di visite del neolitico medio.
In un primo periodo si stabilirono nella zona diversi villaggi di capanne a quattro angoli, appartenenti alla cultura di Ozieri, ai quali si collega un cimitero con tombe sotterranee a domus de janas e un probabile tempio con pietre infisse nel terreno, lastre di pietra per sacrifici e sfere di pietra.
Successivamente, popolazioni sempre appartenenti alla cultura di Ozieri costruirono un'ampia piattaforma sopraelevata, a forma di piramide tronca (27 m x 27 m, di circa 5,5 m di altezza), alla quale si accedeva con una rampa. Sulla piattaforma venne costruita una grande struttura rettangolare rivolta verso sud (12,50 m x 7,20), che è stata riconosciuta come tempio (chiamata "Tempio rosso", perché la maggior parte delle superfici sono intonacate e dipinte con ocra rossa); sono presenti anche tracce di giallo e di nero.
All'inizio del III millennio a.C. la struttura probabilmente fu abbandonata (sono state rinvenute anche tracce di incendi). Intorno al 2800 a.C. venne completamente ricoperta da un colossale riempimento, costituito da strati alternati di terra, pietre e calcare del posto polverizzato.
Il riempimento è contenuto da un rivestimento esterno in grandi blocchi di calcare. In questo modo venne creata una seconda grande piattaforma a piramide tronca (36 m x 29 m, di circa 10 m di altezza), accessibile per mezzo di una seconda rampa, lunga 41,80 m, costruita sopra quella più antica. Questo secondo santuario, conosciuto anche come "Tempio a gradoni" è stato attribuito alla cultura di Abealzu-Filigosa.
L'edificio conservò la sua funzione di centro religioso per diversi secoli e venne abbandonato con l'età del bronzo antico: intorno al 1800 a.C. era ormai in rovina e venne utilizzato occasionalmente per sepolture.
Durante la seconda guerra mondiale fu danneggiata la parte superiore dallo scavo di stretti fossati per posizionare sopra delle armi contraeree.
Gli scavi archeologici furono condotti da Ercole Contu (1954-1958) e da Santo Tinè (1979-1990). Il monumento negli anni ottanta è stato oggetto di un pesante intervento di restauro, con scavi, rimozioni di materiale e ricostruzioni ingiustificate sulla rampa e posizionamento di alcuni resti trovati nell'area.
Le ricerche di Contu prima, e in seguito di Tinè appurarono la presenza di due altari costruiti in periodi diversi, quello più antico e più piccolo è inglobato dalla costruzione più recente.Quest'ultima è costituita da un tronco di piramide con base di 37,50 m (lati nord e sud) per 30,50 m (lati est e ovest) e altezza di 9 m circa. Dal lato meridionale si sviluppa la rampa d'accesso, lunga 41,50 m e larga da un minimo di 7 m ad un massimo di 13,50 nella parte a ridosso della costruzione, che occupava nel suo complesso circa 1600 m².
Il monumento era costruito nella parte più esterna da muri in pietra a faccia singola (a differenza dei nuraghi, che ne hanno generalmente due) costituito da blocchi irregolari di calcare, non poggiati sulla giuntura dei blocchi sottostanti (altra differenza costruttiva rispetto ai nuraghi).
Queste murature, inclinate a favore di gravità, sostenevano l'ammasso interno, stratificato, di terra e pietrame, organizzato in cassoni di contenimento e si sono conservate intatte nella porzione di sud-est fino a 5,40 m di altezza.
La rampa era costruita con la stessa tecnica man mano che procedeva la costruzione del tronco di piramide, in modo da servire come piano inclinato per edificare il resto dello stesso edificio.
Il tempio interno, era egualmente del tipo "a terrazza" con base quadrangolare di 23,80 m x 27,40 e altezza di 5,50 m al quale era collegata una rampa di 25 m circa di lunghezza che permetteva di raggiungere la cella (12,50 m x 7,25 m) che sovrastava la struttura. Della cella, o sacello, che era l'ambiente più sacro della struttura, rimangono oggi il pavimento ed il muro perimetrale per un'altezza di 70 cm, entrambi intonacati di rosso ocra.
Oltre all'altare nel complesso archeologico di Monte d'Accoddi sono presenti altri monumentali artefatti prenuragici.
Nel lato est della rampa, a pochi metri da essa è presente un lastrone di compatto calcare di 8,2 tonnellate di circa tre metri per tre, che costituiva un dolmen o forse una tavola per offerte. La seconda ipotesi sembra essere confermata dalla presenza di sette fori passanti nei bordi della pietra che potevano servire a legare le vittime degli eventuali sacrifici. La lastra è posta sopra un inghiottitoio naturale ed è contemporanea all'altare più recente.
Nello stesso lato della rampa d'accesso, e proprio a ridosso di essa fu trovata un'altra lastra, questa in trachite, del peso di circa 2,7 tonnellate.
Nel lato opposto della rampa è stato recentemente rialzato un menhir là trovato, di calcare squadrato e forma allungata, alto 4,40 m e pesante 5,7 tonnellate.
Questi tre manufatti sono oggi visibili nella posizione originaria e gli ultimi due sembrano essere coevi dell'altare più antico.
Altri due monumenti litici, provenienti dalla zona ad est del complesso sono stati collocati nei pressi della lastra più grande, e sono due pietre calcaree sferoidali, la più grande, lavorata, pesa più di una tonnellata ed ha una circonferenza di 4,85 m, mentre la seconda ha un diametro di circa 60 cm. Sul monumento vi sono tuttora solo delle ipotesi sia sul nome che sulla tipologia del monumento stesso. Il nome akkoddi sembra derivare dal sardo arcaico Kodi che significava: monte e da cui deriverebbe l'altro nome sardo Kodina o Kudina che sta ad indicare " pietra ". Ma quella riportata sopra è una delle tante ipotesi sull'origine del nome, tuttavia ne esistono diverse ma abbastanza confuse. L'altare sulla torre era considerato il punto di incontro tra umano e divino e si pensa che un gran numero di animali – sicuramente bovini - venissero sacrificati per propiziare la rigenerazione della vita e della vegetazione. Ai piedi della piramide a gradoni sono stati ritrovati dagli archeologi grandi accumuli composti da resti di antichi pasti sacri ed anche oggetti utilizzati durante i riti propiziatori.
Numerose sono anche le ipotesi sull'utilizzo che ne veniva fatto. Sulle credenze religiose, sui concetti di fertilità e riproduzione legati al monumento e sulle antiche credenze dell'unione tra il cielo e la terra, ci sono anche le ipotesi dell'archeologo Giovanni Lilliu.
Vi è infine un'ipotesi, formulata dall'appassionato Eugenio Muroni, secondo la quale la simmetria dell'altare prenuragico riprodurrebbe le stelle della Croce del Sud, oggi non visibile dal sito di Monte d'Accoddi, a causa della precessione degli equinozi, ma che 5000 anni fa era probabilmente visibile nel settore sud del cielo sardo, come confermato dal fisico Gian Nicola Cabizza. Secondo questa teoria, le forme stilizzate, a croce secca, della Dea Madre, stele posizionata a nord del monumento, realizzata in granito rosso, non hanno neanche il segno o la modanatura del piccolo busto presente in altre dee madri coeve; per cui, secondo Muroni, si volle realizzare un qualcosa ispirato ad una forma a croce che altro non poteva essere che la nota costellazione, significando, al contempo, il passaggio dal culto meramente terragno a quello astrale, e quindi ad uno stadio culturale maggiormente evoluto.

Sardegna - Grotta di Su Mannau

 


La grotta di Su Mannau si trova nel territorio del comune di Fluminimaggiore nella Sardegna meridionale, in una zona facente parte di un ampio complesso carsico creatosi nel periodo Cambriano.
L'antro si snoda in due tronconi principali, su diversi livelli, originati da due corsi d'acqua sotterranei: il fiume Placido a sinistra e il fiume Rapido a destra. La lunghezza totale è di 8 chilometri ed il punto più alto è di 153 m. La parte visitabile è composta da numerose sale abbellite con concrezioni, stalattiti e stalagmiti (la più alta misura 11 metri), colonne che si innalzano fino a 15 m, cristalli di aragonite, laghi sotterranei.
Oltre che per turismo, la grotta è interessante anche sotto l'aspetto archeologico e scientifico. Al suo interno sono stati rinvenuti infatti i resti di alcune lucerne votive ad olio, di origine nuragica e manufatti di epoca fenicia e romana. Gli studiosi ritengono che anticamente fu un tempio ipogeico dove circa 3000 anni fa sacerdoti nuragici praticavano antichi riti legati all'acqua sacra ed in qualche modo collegato al tempio di Antas non molto distante dalla grotta.
All'interno della cavità carsica si trova una peculiare fauna ed una specie endemica di un particolare isopode chiamato Stenasellus nuragicus, risalente al periodo miocenico. Altre particolari specie che abitano la grotta sono il diplopode il
Callipsus hamuliger e il chirottero Rhimolophus.

Sardegna - Grotta Corbeddu, Oliena

 

La grotta Corbeddu si trova nel territorio di Oliena, comune della provincia di Nuoro, in Sardegna. In questa grotta trovava rifugio il famoso bandito sardo Giovanni Corbeddu, da cui ha preso il nome.
La grotta è lunga circa 130 metri ed è composta essenzialmente da tre "sale". Al suo interno sono stati fatti importanti ritrovamenti archeologici, in particolare alcuni resti umani datati a circa 20.000 anni fa, che costituiscono la più antica testimonianza dell'Homo sapiens in Sardegna. Altri rinvenimenti di ossa umane, riferibili sempre alla fase finale del Paleolitico, comprendono un osso mascellare ed un osso temporale. Un'analisi paleoantropologica ha dimostrato una certa differenziazione, probabilmente dovuta all'isolamento, fra queste popolazioni e le altre popolazioni presenti nella stessa epoca sul continente Europeo.
Sono stati scoperti inoltre attrezzi in osso e in pietra che venivano utilizzati da queste genti preistoriche nella loro vita quotidiana. La grotta, come testimoniato da ulteriori reperti, fu abitata anche durante il periodo Neolitico. Oltre alle ossa umane nella grotta erano presenti numerose ossa di animali oggi estinti come il Megaloceros cazioti e il Prolagus sardus.

Sardegna - Tempio di Antas

  


Il tempio di Antas è un tempio punico-romano dedicato all'adorazione del dio eponimo dei sardi Sardus Pater Babai (Sid Addir per i cartaginesi).
Il complesso archeologico annovera un villaggio e una necropoli nuragica, un tempio punico, un tempio romano e delle cave romane.
È situato ad una decina di chilometri circa a sud del paese di Fluminimaggiore, in una zona in cui stanziarono cartaginesi e romani, attirati dagli abbondanti giacimenti di piombo e ferro presenti nel territorio.
Il tempio punico

Sotto la gradinata di accesso al tempio romano sono presenti i resti del precedente tempio cartaginese (completato alla fine del V secolo a.C.) dedicato al dio Sid Addir, continuazione del precedente culto nuragico tributato al dio delle acque e della vegetazione. La sua costruzione si divide in due fasi: il primo sacello venne edificato nel 500 a.C. su un affioramento di roccia calcarea ritenuta sacra e nel 300 a.C. il tempio venne ristrutturato. All'interno del sacello (recinto sacro) era presente una roccia sacra che fungeva da altare come si deduce dalle tracce di ossa combuste. Intorno all'altare sono stati ritrovati molti reperti punici: frammenti di sculture, epigrafi, oggetti d'oro, amuleti egittizanti e circa 200 monete in bronzo delle zecche di Sicilia, Sardegna e Cartagine.
Il tempio romano
Il tempio romano venne costruito intorno al 38 a.C. per volere dell'imperatore Augusto (27 a.C.-14 d.C.) e restaurato durante Caracalla (213-217 d.C.) sull'area del tempio punico. L'iscrizione latina presente sull'epistilio conferma la datazione del tempio al III secolo d.C. (Imperatori Caesari M. Aurelio Antonino. Augusto Pio Felici templum dei Sardi Patris Babi vetustate conlapsum... A... restituendum curavit Q Coelius o Cocceius Proculus": in onore dell'imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto, Pio Felice, il tempio del dio Sardus Pater Babi rovinato per l'antichità fece restaurare Quinto Celio (o Cocceio) Proculo).
Il tempio venne scoperto nel 1838 dal generale Alberto La Marmora e assunse la forma attuale dopo la ricostruzione avvenuta nel 1967. Il Generale, non potendo effettuare subito scavi al tempio per mancanza di mezzi e uomini in loco, incaricò Gaetano Cima, architetto di Cagliari, dei lavori per rilevare il tempio e per sovraintendere alle operazioni di ricerca dei frammenti mancanti all’epigrafe del frontone.
La parte anteriore del tempio è composta da sei colonne, quattro frontali e due poste ai lati, alte otto metri circa e aventi capitelli di ordine ionico. Originariamente era anche presente un frontone triangolare. La cella centrale era accessibile tramite due aperture laterali. Nel pavimento della cella è visibile una parte di un mosaico. Infine la parte sacra del tempio è dotata di due recipienti quadrati, profondi circa un metro, i quali contenevano l'acqua utilizzata nei riti di purificazione. La gradinata frontale, attraverso la quale si giungeva al podio, era composta da vari ripiani compreso quello dedicato all'altare che, secondo i canoni dell'epoca, si trovava all'esterno dei tempio. Probabilmente era presente una statua del Sardus Pater Babai che, a giudicare dalle dimensioni di un dito rinvenuto in loco, poteva avere un'altezza di circa 3 metri.
ll tempio è lungo 20 metri si suddivide in tre parti: pronao, cella e adyton. Il pronao, profondo circa 7 metri, ha colonne a fusto liscio costruite in calcare locale con basi attiche e capitelli ionici. Il pavimento del pronao è stato distrutto nel tempo da interventi clandestini ed è stato parzialmente ricostruito durante i restauri. La cella, l'area a cui potevano accedere solo i sacerdoti, presenta pilastri addossati alle pareti, il pavimento conserva il rivestimento di mosaico. L'adyton è bipartito e vi si accede dal muro di fondo della cella dove si aprono due porte. Le due aree dell'adyton sono raggiungibili attraverso tre gradini e sono impermeabilizzate con cocciopesto. Probabilmente contenevano acqua per abluzioni di purificazione.
Nell'area del tempio sono stati repertati soprattutto doni votivi come statuette in bronzo, lance di ferro, 42 monete repubblicane, 1103 monete imperiali e la tabella in bronzo con dedica al Sardus Pater fondamentale per ricostruire il culto praticato a Antas.
L'area archeologica circostante

Nell'area archeologica, oltre al tempio, sono presenti:
- una piccola necropoli nuragica, nella zona antistante il tempio (scoperta nel 1984, le tre tombe ritrovate sono state ricoperte dopo gli scavi);
- i resti di un antico villaggio nuragico (1200 a.C.-900 a.C.) usato anche in età tardo-romana;
- le cave romane (foto a destra), da cui si estraevano i massi calcarei utilizzati per costruire il tempio;
- un antico sentiero che collega l'area archeologica ad una grotta di interesse speleologico nella quale, grazie ad alcuni ritrovamenti di oggetti nuragici, si ritiene che venisse praticato il culto dell'acqua.
Non meno importanti gli antichissimi affioramenti rocciosi che contribuiscono a rendere interessante il contesto naturalistico.
La necropoli nuragica
A 21 metri in direzione nord-sud dal podio romano, attorno ad un affioramento roccioso avente probabilmente funzioni religiose, si trova la necropoli nuragica composta da tre tombe di 80 centimetri di diametro e con una profondità compresa tra 35 e i 68 centimetri, appartenenti probabilmente ad una necropoli più estesa risalente alla prima età del ferro (IX - VIII secolo a.C.). La tipologia dei pozzetti funerari richiama quella delle tombe dei Monti Prama nei pressi di Cabras ed è una tipologia piuttosto rara in Sardegna. Una delle tre tombe è un cenotafio ovvero una tomba eretta a scopo commemorativo che non conteneva un defunto ma il suo corredo funerario. Nelle altre due sono invece stati ritrovati due individui inumati in posizione seduta. In una delle due tombe è stato ritrovato poi un bronzetto raffigurante un uomo con una lancia nella mano sinistra e con la mano destra alzata in segno di benedizione. Una delle ipotesi è che questa statua rappresenti la più antica raffigurazione di Sardus Pater Babai. Le tombe sono state ricoperte dopo l'opera di scavo.
Il villaggio nuragico

A circa 200 metri a sud-ovest del tempio romano, si trovano i resti di un villaggio risalente al 1200 a.C., composto da numerosi ambienti circolari edificati con pietre di piccola pezzatura cementate con malta di terra. Vi furono ritrovati resti della lavorazione del vetro e del piombo. L'area non è mai stata oggetto di campagne di scavo specifiche.
Lo stesso villaggio fu nuovamente abitato in età tardo-romana. Tra le abitazioni nuragiche e il muro di cinta che le recintava furono scoperte quattro tombe a cassone; una delle quali conteneva un defunto che portava all'anulare sinistro un anello in argento e stagno istoriato con una scritta in latino che recitava "ho dato in dono a Sid Babi 94 denari".

Sardegna - Nora

 

Nora è un'antica città, sorta nei pressi di preesistenti insediamenti nuragici, di fondazione fenicia e successivamente punica e romana, capitale del popolo dei Noritani. È situata sul promontorio di capo Pula, sulla costa meridionale della Sardegna ad ovest di Cagliari, attualmente nel comune di Pula. Pausania attribuisce la sua fondazione all'eroe eponimo Norace, alla guida degli Iberi. Il più tardo Solino attribuisce a Norace una provenienza dalla mitica città di Tartesso.
Il nome deriva da Norace, come confermato anche dallo stesso Solino: "a Norace Norae oppido nomen datum" (da Norace fu dato alla città il nome di Nora).
Sono state ritrovate tracce della presenza nuragica, attestanti una frequentazione del sito nell'età del bronzo (in particolare un pozzo nuragico presso le "Terme a Mare" e dei manufatti d'importazione del miceneo III b databili alla piena età nuragica). Nel territorio circostante sono attestati alcuni nuraghi (nuraghe "Sa Guardia mongiasa" sull'unico modesto rilievo nell'immediato entroterra; nuraghe Antigori di Sarroch, più distante, nel quale sono state rinvenute ceramiche micenee).
Tracce della ripopolazione nuragica-fenicia si riferiscono all'VIII secolo a.C. (stele di Nora, con iscrizione in un alfabeto simile al fenicio, con la più antica attestazione del nome della Sardegna), mentre i resti più antichi rinvenuti si riferiscono ad una necropoli con tombe databili tra la fine del VII e gli inizi del VI secolo a.C.
Rimangono pochi resti della città originaria (tophet, fondazioni di una struttura sacra dedicata alla dea Tanit, resti di fortificazioni, impianti artigianali nella zona più prossima al mare). I materiali rinvenuti nelle tombe attestano tuttavia il fiorire della città nel V e soprattutto nel IV secolo a.C. e i precoci contatti con Roma antica.
All'epoca della conquista romana della Sardegna (238 a.C.) si trattava probabilmente della più importante città dell'isola, scelta inizialmente come capitale della provincia romana di Sardegna e Corsica. In epoca romana fu municipio. I resti attualmente presenti testimoniano dello sviluppo della città in particolare nel II e III secolo d.C. Della città romana si conservano i resti di numerosi edifici quali foro, teatro, anfiteatro (non ancora scavato), impianti termali e case di abitazione, mentre i materiali archeologici testimoniano la continuazione e la prosperità dei commerci con le regioni affacciate sul mar Mediterraneo.
L'abbandono della città dovette iniziare nel corso del V secolo, con l'occupazione da parte dei Vandali e la maggiore difficoltà dei traffici marittimi: gli abitanti si dovettero ritirare progressivamente nelle località più sicure dell'interno. Nel VII secolo l'anonima Cosmografia ravennate cita Nora come praesidium (fortezza e non più città). La frequentazione successiva del sito è legata alla tradizione del martirio qui avvenuto di sant'Efisio, al quale venne dedicata una piccola chiesa eretta nel 1089.
I ruderi ancora visibili vennero identificati con la città di Nora già dall'erudito cinquecentesco Giovanni Francesco Fara e citati ancora dai viaggiatori ottocenteschi. Alla fine dell'Ottocento risalgono i primi scavi (Giovanni Spano, Filippo Vivanet nel 1889, Filippo Nissardi 1891-1892). Lo scavo sistematico venne condotto negli anni tra il 1952 e il 1960 (Gennaro Pesce).
Il Tempio di Eshmun-Esculapio, grande complesso sacro è interessato da varie vicende costruttive, rifacimenti e distruzioni che hanno complicato la comprensione della planimetria generale e la funzione dei vani. Il tempio è disposto su diversi livelli. Interessanti alcuni ambienti, mosaicati, databili ad età imperiale; un'abside si apre sul lato meridionale dell'edificio. La duplicazione del penetrale, ottenuta disponendo un tramezzo, porta a supporre una preesistenza punica nella zona, essendo questa una caratteristica tipica dell'architettura sacra del mondo punico.
Lo scavo ha riportato in luce una serie di quattro statuette piccole e due più grandi, in ceramica, rivelatesi di notevole importanza, soprattutto cronologica. I reperti si inquadrano nel II secolo a.C., nel periodo romano repubblicano. La Sardegna, pur ormai politicamente romana era ancora permeata di cultura, materiale e tradizioni puniche. Le statuette raffigurano dei devoti offerenti; le due sculture più grandi, più significative, consentono l'identificazione della divinità a cui il tempio era dedicato. Una raffigura un uomo dormiente, disteso, attorno al cui corpo è avvolto un serpente. È noto che nei santuari della divinità salutifera Esculapio era praticato il rito dell'incubazione e che il serpente era animale sacro al dio; quindi il collegamento è evidente. Se si è certi di questo e di una fase almeno del II secolo a.C., non esistono tracce sicure di un impianto punico precedente, né di fasi intermedie fra il II secolo a.C. e il IV secolo d.C. epoca in cui si data il mosaico. L'unica traccia di questi secoli è un'epigrafe frammentaria che si può datare agli inizi del III secolo d.C. ma non si è certi della sua collocazione originale.
Il tofet di Nora fu scoperto nel 1889 grazie ad una mareggiata, con gli scavi realizzati nell'anno successivo. Qui sono stati ritrovati molti materiali, in particolar modo alcune stele in arenaria locale, perlopiù con raffigurazioni simboliche, comprese in piccole edicole, con accenni agli elementi architettonici. I materiali sono datati fra la fine del V e la fine del IV secolo a.C.
Le stele di Nora presentano una preferenza per le raffigurazioni simboliche: il betilo, pietra sacra sede della divinità, ed il segno di Tanit, dea del pantheon cartaginese, raffigurata come un triangolo sormontato da un cerchio, spesso arricchito da simboli astrali (disco solare e falce di luna). Meno frequenti sono le raffigurazioni di figure umane. Le dimensioni variano da stele piccole a veri e propri monumenti alti più di un metro. La datazione del tofet si può porre fra il V ed il III secolo a.C.


Sardegna - Colonia Iulia Turris Libisonis

 

Colonia Iulia Turris Libisonis
 era l'antica città di Porto Torres di epoca romana nella provincia di Sardinia et Corsica. Essa fu assieme al piccolo insediamento di Usellus la prima colonia pienamente romana della Sardegna.
Nata sulla foce del Riu Mannu in una posizione marittima strategica già sfruttata dai Fenici in epoca più remota, fu un importante approdo portuale collegato direttamente con Roma. La città rimase di grande importanza fino al XIII secolo, quando venne sostituita da Sassari nella funzione di centro urbano di riferimento.
L'antico centro storico cittadino corrisponde all'attuale Parco archeologico Turris Libisonis adiacente al museo dell'Antiquarium turritano.
Il nome di Turris Libisonis compare per la prima volta nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio.
La neonata urbe venne battezzata con il nome di Turris Libisonis, toponimo composto dalla forma singolare Turris, che si tratterebbe di una rideterminazione latina di un precedente elemento lessicale e toponomastico mediterraneo tyrsis, da cui sarebbe a sua volta derivato per poligenesi, forse attraverso l’etrusco, il greco túrsis, il latino turris e l’osco tiurrí. Per la scelta di questo nome non va escluso un qualche collegamento con l’esistenza di un nuraghe-torre presso la foce del Rio Mannu oppure anche una qualche allusione alla vicina altura preistorica di Monte d’Accoddi. Il secondo elemento del nome, Libisonis, risulterebbe ben più radicato nella toponomastica protosarda; in questo caso è sicura una connessione con la denominazione antica del Nord Africa (Libya), regione che ha avuto fin da età preistorica una rilevante continuità di rapporti con la Sardegna. Il titolo di colonia Iulia deriva dalla sua fondazione puramente romana e dal nome della gens romana di appartenenza.


La città venne fondata tra il 46 ed il 41 a.C. da Giulio Cesare  o dal figlio adottivo Ottaviano Augusto. Ipotesi principale non confermata è che Cesare scelse personalmente questo luogo dopo averne apprezzato la posizione favorevole per il commercio marittimo e la fertilità delle terre durante il suo soggiorno in Sardegna mentre ritornava dall'Africa a seguito della battaglia di Tapso. La sua nascita rappresenta un evento del tutto nuovo per questo settore dell'isola che, fino alla metà del I secolo a.C., non aveva sostanzialmente ancora conosciuto il fenomeno urbano già affermatosi nella Sardegna sudoccidentale da ormai quasi otto secoli. Plinio il vecchio la cita come unica città di fondazione romana in Sardegna. La sua fondazione servì a ricollocare parte della popolazione di Roma, allora in forte crescita. Il termine "colonia" infatti indicava un luogo in cui un gruppo di cittadini romani si insediava vivendo in stretta alleanza con Roma. A Turris Libisonis infatti gli abitanti avevano tutti cittadinanza romana e l'amministrazione cittadina era direttamente sotto il controllo della stessa Roma. Il Riu Mannu mantenne nel corso di tutta l'età imperiale una funzione di vitale importanza, con la presenza sulla riva orientale di fornaci per la produzione di ceramica e strutture per lo stoccaggio delle merci (la parte occidentale invece venne destinata ad area funeraria a partire dal II sec. d.C).
La neonata città venne pianificata in totale armonia con le condizioni morfologiche del luogo, ovvero edificando sul settore pianeggiante ad ovest del Riu Mannu e sulle pendici settentrionali dell'attuale colle del Faro senza compromettere l'assetto paesaggistico nel suo complesso. Nella sua prima fase di fondazione il centro abitato era delineato sul versante occidentale dal corso del Riu Mannu e dal dislivello dell'odierno colle del faro, tratteggiato dall'attuale via Fontana Vecchia. Sul lato settentrionale invece il confine veniva definito dalla costa, mentre invece sul lato orientale e meridionale cosa disegnasse l'effettivo confine cittadino rimane dibattuto. L'importanza di Turris nel contesto sardo risiedeva nel fatto che essa fungesse da collettore di tutte le materie agropastorali (principalmente prodotti cerealìcoli dalle zone agricole dell'attuale Sassari e Sorso), minerarie (argento e piombo dell'Argentiera e di Canaglia) e prodotti ittici (tonno e garum di produzione locale) ottenute in Sardegna, che grazie al ben strutturato porto riuscivano ad arrivare nei principali centri di raccolta e smistamento affacciati sul Mare nostrum (ben consolidate furono le rotte commerciali con le province della Gallia, della penisola iberica, della costa magrebina e della costa tirrenica che resero in poco tempo la colonia laboriosa e prospera).
La città antica si caratterizzava dalla presenza di due porti: uno fluviale e uno marittimo (con un assetto molto simile a quello di Ostia antica). Ipotesi precedenti ora smentite ritenevano che il primo dei due venne già abbandonato in epoca tiberiana dopo la costruzione del ponte romano. Invero è consolidata ormai l'ipotesi che i due porti vennero utilizzati simultaneamente almeno fino al III secolo d.C. poiché il porto fluviale era probabilmente ubicato oltre il ponte, e di conseguenza i natanti passassero dal fiume al mare navigando sotto le arcate più alte.
Turris Libisonis rimase il centro urbano di riferimento del nord Sardegna fino al V secolo d.C., periodo nel quale l'isola venne invasa dai Vandali. Fu a partire da quest'epoca infatti che l'antica colonia romana iniziò il suo progressivo spopolamento nel quale i suoi cittadini migrarono nell'entroterra nelle zone dell'odierna Sassari, che raggiunse il suo assetto di centro urbano stabile già nel XI secolo d.C. A causa proprio delle probabili devastazioni vandaliche il processo di regressione dell'impianto urbano della colonia iniziato già nel III secolo d.C. subì una marcata impennata, con il completo stravolgimento del centro cittadino.
La sovrapposizione della città moderna con quella antica e le informazioni tuttora incomplete ricavate dagli scavi archeologici non consentono di ricostruire con esattezza l'impianto urbanistico della colonia. Si conosce ad esempio la presenza di una cinta muraria di probabile epoca severiana in opera quadrata, ma non è dato sapere con assoluta certezza il perimetro esatto di essa. Altre informazioni come l'estensione esatta della città e l'ubicazione del porto fluviale sono sconosciute. Dai relativamente pochi rinvenimenti si può ricostruire una città incentrata principalmente sulle attività del porto e particolarmente ricca dal punto di vista economico e culturale.
L'impianto urbanistico di Turris Libisonis sembra dai reperti rinvenuti corrispondere ad un modello pienamente romano. Anche se non individuati, dovevano essere certamente presenti tutte le costruzioni tipiche delle città romane come il foro, la curia, il tabularium, gli edifici per gli spettacoli ed i templi. Da un'iscrizione rinvenuta datata 244 d.C., ad esempio, si sa con certezza la presenza del Tempio della Fortuna e di una Basilica (un luogo che ospitava riunioni pubbliche, da non confondere con la basilica di san Gavino).
In epoca severiana, dove la colonia arrivò al suo massimo splendore, l'assetto urbanistico subì importanti modifiche con un importante sviluppo dell'edilizia privata. In questo periodo verranno realizzate anche importanti opere pubbliche, come le Terme centrali e le Terme di Pallotino. L'espansione urbanistica verso oriente nei pressi del fiume porterà alla dismissione parziale dell'area ipogeica, che verrà soppressa per fare spazio ai nuovi quartieri abitativi. Durante questa fase venne sviluppata di conseguenza la rete stradale, con la realizzazione di importanti assi viari e svariate fontane pubbliche monumentali caratterizzate da soluzioni tecnico-ingegneristiche di primo livello.
Verso la fine del III secolo d.C. la struttura urbanistica della colonia subirà nuovamente una rivoluzione con una nuova distribuzione delle aree funzionali. Nei quartieri orientali ed estremo occidentali molti edifici verranno infatti abbandonati e lasciati nel degrado poiché vennero a mancare le risorse finanziare per la loro manutenzione, ed alcune di quelle che prima furono importanti arterie viarie vennero dismesse. Vaste aree cimiteriali dei settori periurbani progressivamente entreranno in quelli urbani, occupando quegli stessi edifici in disuso e sovrapponendosi alle vecchie strade ormai abbandonate. Con l'avvento del cristianesimo ed un conseguente rinnovato interesse verso il rito dell’inumazione presso la popolazione locale aumentò notevolmente l'esigenza di nuove aree cimiteriali, con conseguente espansione territoriale a macchia d'olio delle suddette le quali vennero utilizzate intensamente e con continuità fino al VII secolo d.C. in maniera mista (sovrapponendo cioè il rito cristiano a quello pagano, che non venne mai completamente abbandonato) . Gli ambienti ipogei in epoca cristiana arrivarono a svilupparsi fino ad occupare completamente il colle di Monte Angellu ed espandendosi territorialmente giungendo alla rocca di san Gavino a mare, dove proprio qui vennero sepolti i martiri turritani appena dopo il loro martirio.
Turris Libisonis era collegata agli altri insediamenti dell'isola grazie ad una fitta rete di strade sia costiere che interne. La principale era la cosiddetta Karalibus Turrem (in epoca più remota chiamata a Turrem Karalis) che, come suggerisce il nome, collegava la città di Turris con Karalis, città costiera del sud Sardegna corrispondente all'odierna Cagliari. La Karalibus Turrem è stata per secoli il principale asse viario sardo, tanto da far sì che parte dell'attuale SS-131 ne ricalchi il percorso. Nella zona presso Su crucifissu mannu è ancora presente un tratto originale della suddetta strada. All'altezza dell'attuale Bonorva la strada principale si diramava nella cosiddetta Karalibus Olbiam per consentire di raggiungere Olbia. Con lo scopo di consentire un facile accesso ai campi di frumento della Nurra e alle vicine aree minerarie venne costruito un ponte a sette arcate per attraversare il Flumen Turritanum, ovvero l'attuale Riu Mannu.
Le strade presenti nel contesto urbano invece si compongono in direttrici nord-est, nord-ovest e sud-ovest dal vertice di una Y. La tecnica costruttiva risulta quella tipica delle pregiate viae stratae tipicamente romane, con un basolato in trachite scolpita in forma quadrangolare con faccia superiore e inferiore levigata inserita tra i margini della sede carrabile entro i cosiddetti umbones, anche essi in trachite lavorata. La larghezza dell'area carrabile varia a seconda della via in questione: si passa da una dimensione della sede rotabile di 12 piedi fino a circa 17 piedi per quelle di maggior transito. Le principali arterie sono caratterizzate da un sistema di smaltimento e di deflusso delle acque costituito da un collettore di scarico edificato sotto il piano stradale al centro della carreggiata, con una sezione lievemente concava avente un dorso leggermente impluviato.
Approvvigionamento idrico
Turris Libisonis era una città riccamente fornita di impianti termali, fontane pubbliche e, in alcuni casi, acqua corrente nelle abitazioni private più sfarzose. Un lungo acquedotto rettilineo di 30 Km (ad oggi quasi completamente perduto ed in pessimo stato di conservazione) portava l'acqua potabile in città partendo dalle fonti naturali presenti nella zona attorno all'odierna Sassari. La canalizzazione artificiale dell'acqua avveniva sia sopra terra in strutture rialzate in muratura piena sorrette da delle arcate, sia grazie a cunicoli sotterranei con un percorso parallelo alla vicina strada Karalibus Turrem.
I rapporti con Roma e l'attività del porto

Numerose sono le testimonianze che evidenziano il rapporto fra Turris Libisonis e Roma attraverso il porto di Ostia fino al 300 d.C.
Alcuni mosaici rinvenuti, assieme ad alcune scritture, testimoniano la presenza presso Turris di svariate maestranze provenienti dalla stessa Roma e da Ostia. Nell'attuale porto commerciale è stata ritrovata un'iscrizione in marmo che testimonia la costruzione nel 211-212 d.C. di una struttura di protezione (un molo o una diga) per salvaguardare il porto dall'Aquilo, ovvero un forte vento di nord est o settentrionale.
I culti stranieri
Data la centralità di Turris nei rapporti commerciali è testimoniata una larga diffusione di culti religiosi stranieri, soprattutto egizi. Il culto egizio più radicato in città era quello di Bubastis (dea delle partorienti, rappresentata con l'aspetto di un gatto). Altri culti sentiti dalla popolazione furono quelli di Iside, di Giove Ammone e di Mitra.

Principali campagne archeologiche di scavo
Nel 1835 - Nella prima metà del XIX secolo venne ritrovata nell'area nei pressi del Palazzo di Re Barbaro e del Riu Mannu una lapide che fa riferimento alla presenza nella colonia di Tito Flavio Giustino, illustre personaggio che di tasca propria pagò con 35 mila sesterzi la costruzione di una nuova cisterna idrica di importanza critica per la città.
Nel 1941-1942 - Nel biennio 1941-42 Massimo Pallotino condusse una serie di scavi che riportarono alla luce le omonime terme.
Nel 1988 - Nel corso di una lunga campagna di scavo vennero alla luce diversi reperti altomedievali rinvenuti al disotto dell'atrio Comita della Basilica di san Gavino.
Nel 1995 - Uno scavo stratigrafico nella necropoli occidentale ha riportato alla luce 11 sepolture, una moneta antica e qualche sporadico materiale ceramico di marginale importanza.
Nel 2000 - Dopo la demolizione di una vecchia palazzina per far spazio ad un condominio privato, in via Libio 53 venne scoperto casualmente un complesso ipogeico. Tali rinvenimenti, non ancora del tutto studiati e riapprofonditi solamente con una nuova campagna di scavo ufficiale nel 2016, rientrano nel più ampio complesso ipogeico dell'antica città romana.
Nel 2006-2009 - Nei lavori di demolizione del molo del faro per l'adeguamento strutturale del porto moderno, è emersa nel 2006 una struttura in calce, malta, conci di calcare e lastre di trachite mista a monete in bronzo, frammenti di anfore da trasporto, porzioni di colonne, ceramica ed epigrafi in marmo con una datazione di età romana.
Durante il 2008 nei pressi dell'attuale via Mazzini sono stati rinvenuti casualmente imponenti strutture murarie.
Al seguito del rinnovato interesse per il polo archeologico dovuto ai precedenti ritrovamenti nel 2009 venne finanziata una campagna di scavo con lo scopo di approfondire le conoscenze relative alle già scoperte Terme di Pallotino.
Nel 2022
- Al seguito del ritrovamento casuale nel 2020 di nuove vestigia romane è stata finanziata una nuova campagna di scavo. Tale missione archeologica iniziata ufficialmente solo a gennaio 2022 ha portato alla luce nuovi reperti fino a quel momento inediti nel panorama archeologico locale. È stata riscoperta una domus con pavimento mosaicato con adiacente un ampio vano risalente al III secolo d.C. ed assieme ad esso un ulteriore vano a pianta irregolare con pavimento mosaicato che, data la presenza di numerose sedute lungo tutti i lati, è stato ipotizzato come il probabile apodyterium (una sorta di spogliatoio) del vicino impianto termale.
Ulteriormente alle opere architettoniche sono stati rinvenuti resti di intonaco finemente elaborati e svariate ceramiche che, stando agli studi, risalgono ad un periodo compreso fra il IV ed il V secolo d.C.; testimoniando quindi il fatto che le strutture ritrovate siano state utilizzate anche in tale periodo.



CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...