domenica 10 maggio 2026

SPAGNA - Sima de los Huesos

 
La Sima de los Huesos (lett. "voragine delle ossa") è una voragine dove è stato trovato un deposito paleolitico di reperti ossei umani e animali, datato a 430 000 anni fa, che si trova vicino ad Atapuerca nella comunità autonoma di Castiglia e León in Spagna.
La cavità, parte dell'area archeologica di Atapuerca patrimonio dell'umanità dell'UNESCO, è costituita da una camera posta sul fondo di un pozzo di 14 metri di profondità, ed è stata scavata da un antico fiume sotterraneo nella Cueva Mayor della Sierra de Atapuerca in Spagna.
Nel dicembre del 1975, in occasione di una conferenza dedicata alla conservazione delle grotte della provincia di Burgos, Trino Torres, allora studente impegnato nella preparazione della tesi di laurea, ebbe modo di discutere dei fossili provenienti dalla Trinchera del Ferrocarril, con alcuni membri del Gruppo Edelweiss; da quell’incontro nacque l’invito a organizzare, per l’estate successiva, una vera e propria spedizione di ricerca. La campagna di studio prese così avvio nell’agosto del 1976 nella Trinchera, dove Torres procedette a distinguere e denominare i diversi siti, introducendo le denominazioni di Gran Dolina e Tres Simas. Furono poi gli stessi membri del Gruppo Edelweiss a informarlo dell’eccezionale abbondanza di ossa presenti nella Sima de los Huesos, circostanza che spinse il gruppo guidato da Torres a recarsi sul posto il 12 agosto; proprio in quell’occasione venne individuato il primo fossile umano, una mandibola classificata come AT-1 (AT è l’abbreviazione ufficiale di Atapuerca Trinchera). Il reperto si trovava al di sotto di uno strato contenente ossa di orso di Deninger, antenato dell’orso delle caverne, elemento che lasciava già intuire l’elevata antichità del sito.
Torres comprese subito l'importanza archeologica della cavità: il ritrovamento della mandibola appariva infatti di rilievo tale da poter essere accostato, per importanza, alla scoperta della mandibola di Mauer avvenuta in Germania nel 1907. Proprio per questo fu richiesta l’autorizzazione a proseguire con ulteriori scavi archeologici nella Cueva Mayor, mentre la notizia della scoperta cominciò rapidamente a circolare anche all’esterno dell’ambiente scientifico. Trino Torres è oggi considerato colui che per primo seppe riconoscere l’importanza archeologica del sito, ma il fatto che dovesse ancora concludere il dottorato fece sì che l’organizzazione delle ricerche passasse nelle mani del direttore del dipartimento, Emiliano Aguirre, il quale costituì un gruppo di studio dedicato alla Sierra dal quale Torres rimase escluso.
Gli scavi regolari iniziarono nel 1984 e nel 1987 fu allestito un ponteggio ancorato alle pareti per non calpestare il suolo e fu aperto un pozzo di collegamento e per l'aerazione dell'ambiente. Nel corso delle prime ricerche erano stati frammentato alcuni blocchi di arenaria alla ricerca di fossili. I frammenti, che erano stati lasciati nella Sala dei Ciclopi, furono analizzati nel 1990 e 91, portando alla scoperta di 161 reperti fossili, tra cui alcuni denti appartenenti alla mandibola AT-1. Assieme agli altri siti della Sierra de Atapuerca, la Sima de los Huesos nel 2000 è stata inclusa nella lista del Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.


L'entrata alla Sima è situata nella Sala de los Ciclopes, la Sala dei Ciclopi in spagnolo, la quale comunica anche con la Cueva del Silo per mezzo di un condotto scoperto nel 1965. Questa via fu in seguito otturata per motivi di sicurezza e anche per ridurre le possibilità di accesso non comntrollato alla Sima.
Lo studio delle pareti della Sala dei Ciclopi ha mostrato che la sua metà sud era un tempo riempita di sedimenti, entrati da una o più aperture che oggi sono scomparse, che sono stati in seguito rimossi durante una fase erosiva del carsismo dell'area; parte dei sedimenti è ancora attaccata alle pareti e al soffitto. Sulla parte bassa della parete sud della sala, si apre un piccolo passaggio che conduce a una sala più piccola, poi bloccata da una frana. Sulle pareti sono presenti i segni di unghiate di orso; l'altezza a cui sono poste le unghiate indica che la topografia del luogo non è molto cambiata da allora. Non c'è invece traccia di utensili di pietra o di fossili.
Sull'angolo sud della Sala dei Ciclopi, un ripido pendio di 5 metri porta a una terrazza dove si trova l'entrata del pozzo che conduce alla Sima de los Huesos. L'accesso alla voragine avviene attraverso un precipizio di 13 metri di profondità che termina sopra un pendio di una dozzina di metri. Questa rampa scende verso ovest e sbocca alla fine in una camera bassa di 27 m2, delimitata in alto da un condotto verticale che si restringe e che dopo pochi metri è ostruito dall'arenaria.
La litostratigrafia della cavità è stata stabilita attraverso lo studio dei differenti livelli di concrezioni stalagmitiche, numerate per unità litostratigrafica (UL) dal basso in alto. Partendo da un suolo di marne bianche, gli strati più interessanti sono soprattutto la UL6, dove si sono trovati resti sia umani che di orso di Deninger e di altri carnivori, e la UL7 nella quale c'è un accumulo ancora maggiore di resti di orso.
La ripartizione orizzontale delle ossa fa capire che sia gli orsi intrappolati che il deflusso delle acque, hanno frammentato e disperso i fossili trasportandoli dall'alto verso il basso della voragine, provocando anche rimescolamenti tra le ossa dei carnivori e i resti umani più antichi. Questa ipotesi è suffragata dal fatto che i segni delle unghiate sono ancora visibili alla base del pozzo, come risulta anche da altre voragini dove gli orsi che erano sopravvissuti alla caduta graffiavano le pareti nel tentativo di uscire.
I prelievi effettuati nel 1997 e nel 2003 sulle concrezioni stalagmitiche che ricoprivano i resti umani furono datati, sulla base dell’equilibrio isotopico, con la tecnica uranio-torio, restituendo un’età inferiore a 350 000 anni, mentre successive analisi condotte nel 2007 su altre concrezioni sovrastanti i resti, mediante spettrometria di massa a ionizzazione termica (TIMS) e ancora con il metodo uranio-torio, indicarono un’età inferiore a 530 000 anni, in evidente contrasto con la stima precedente; la questione fu infine riesaminata nel 2014 dal gruppo di scavo attraverso una nuova serie di datazioni eseguite sul livello di sedimenti che ricopriva i resti umani, impiegando la risonanza paramagnetica elettronica, il metodo TT-OSL e il pIR-IR, i cui risultati, pur ottenuti con tecniche differenti, convergevano verso una cronologia di circa 430 000 anni, con un margine d’incertezza più contenuto, ed è questa la datazione oggi generalmente accolta.


Resti umani

Il sito ha permesso di recuperare oltre 7 000 fossili umani, appartenenti ad almeno 29 individui di entrambi i sessi e di età diverse al momento della morte, da preadolescenti a un esemplare di età avanzata, il che la rende uno dei due più grandi depositi di fossile umani ad oggi scoperti. Si tratta di una stima minima, in quanto non sono stati assemblati tutti gli scheletri.
A parte l'assenza di individui molto giovani, si constata un profilo di morte naturale, con un picco adolescenziale per le donne in gravidanza e un calo drastico per gli uomini con più di 20 anni. Solamente uno degli individui ha più di 45 anni.
Si crede che un 7% dei resti umani sia stato portato in superficie dai primi ricercatori non professionisti che si erano avventurati nella Sima.
I fossili umani sono mescolati a quelli di numerosi altri animali, ma non ci sono reperti di erbivori o di utensili in pietra, a parte il bifacciale Excalibur. Il sito non era quindi utilizzato per il consumo del cibo.
I resti presentano numerose fratture, che sono state analizzate: le ossa si rompono in modo differente se il corpo è già in stato di decomposizione rispetto a quando i tessuti le ricoprono ancora. Dallo studio risulta che la maggior parte delle rotture si è verificata dopo la morte, in seguito alla caduta nella voragine o per la pressione esercitata degli strati sedimentari depostisi in tempi successivi. Soltanto l'1% delle ossa presenta segni di morsi di carnivori.
I segni di contusioni multiple, alcune letali, su diversi teschi, testimoniano la violenza di alcuni decessi; almeno un individuo risulta essere stato vittima di un assassinio o omicidio rituale. Un fossile tra i più noti, e per questo soprannominato Miguelón, dal nome del ciclista spagnolo Miguel Indurain, presenta traumi multipli, che gli hanno causato infezioni (mascella sinistra, denti fratturati) che potrebbero averne causato la morte.
La ripartizione per età e sesso indica che non si tratta di cacciatori intrappolati per caso individualmente, in quanto sono rappresentati entrambi i sessi e varie classi di età.
La natura non casuale di questo insieme di ossa potrebbe forse renderla la più antica manifestazione documentata di un atto funebre rituale, oltre 300 000 anni prima dei siti attestati di Es Skhul e Qafzeh in Israele.
Le ossa risultano essersi accumulate in un breve periodo di tempo, in quanto non sono separate da strati di sedimenti privi di fossili.
I resti sia animali che umani, non presentano striature da scarnificazione come quelle dell'Uomo di Tautavel, che appartiene allo stesso periodo. Se ne può dedurre pertanto che nella Sima de los Huesos non si verificarono episodi di cannibalismo e che l'origine dei depositi di ossa non è legata a cause naturali.
Queste persone erano destrimani. Data la presenza dell'osso ioide nella laringe di questi individui, non è stata rilevata alcuna controindicazione riguardo alla capacità di articolare la voce, anticipando forse l'apparizione del linguaggio nell'evoluzione umana. La statura appare simile a quella dell'Uomo di Neanderthal, mentre l'ossatura robusta suggerisce un corpo più pesante degli uomini moderni in corrispondenza di una taglia più piccola.
Negli individui della Sima de los Huesos, la morfologia generale dei crani prefigura quella dei Neandertal. Il margine sopraorbitale, il prognatismo, l'osso temporale e l'osso occipitale possiedono qualcuno di questi tratti, ma il cranio non ha ancora la forma di quello dell'Uomo di Neandertal: non è presente la dolicocefalia e nemmeno il rigonfiamento occipitale che sono caratteristici dei neandertaliani.
L'Uomo di Neandertal inoltre ha una struttura dell'orecchio interno molto caratteristica, dovuta alla larga base del cranio e al suo notevole volume; nei reperti della Sima de los Huesos si ritrovano solamente alcune di queste caratteristiche come i canali semicircolari, mentre non se presentano altre tipiche neaderthaliane, come il labirinto sviluppato verticalmente.
Il volume medio dei crani trovati nella Sima de los Huesos è di 1.232 cm³, che è chiaramente maggiore della media dell'Homo erectus asiatico. Il cranio 4, soprannominato Agamemnon, come il mitico eroe greco dell'Iliade che conquistò la città di Troia, ha un volume di 1.390 cm³. Questo valore è leggermente inferiore a quello dell'Uomo di Neandertal, anche se gli ominidi della Sima sembrano avere una corporatura più robusta in base alla stima delle pelvi. Il volume del cranio 5 è di 1.125 cm³
Se si accetta il peso dedotto dalle pelvi e lo si rapporta al volume del cranio per calcolare il quoziente di encefalizzazione degli uomini della Sima de los Huesos, si trova un valore compreso tra 3,1 e 4,0. A titolo di confronto, i neandertaliani che hanno un cranio più voluminoso e un corpo meno massiccio, hanno coefficienti di encefalizzazione attorno a 5, mentre gli uomini moderni hanno valori tra 5 e 7.
Le interpretazioni proposte per i fossili della Sima de los Huesos sono cambiate nel tempo. In una prima fase, il campione fu spesso ricondotto a Homo heidelbergensis, secondo un uso allora frequente per gli ominini europei del pleistocene medio; successivamente, l’accumulo di dati morfologici e genetici ha spostato l’interpretazione verso una collocazione più vicina alla linea neandertaliana. Studi sul DNA del 2016 mostrava che gli individui della Sima erano più strettamente imparentati con i Neanderthal che con i Denisoviani, mentre gli studi più recenti li descrivono come una forma arcaica di Neanderthal, una popolazione del Pleistocene medio europeo già interna alla linea evolutiva dei Neanderthal: non Neanderthal “classici”, ma una forma antica o iniziale del loro ramo, talvolta definita come archaic form of Neanderthals.


Restano comunque alcune ipotesi alternative, come il mantenimento dell’etichetta Homo heidelbergensis, oggi però meno forte come interpretazione filogenetica specifica della Sima, usato soprattutto in senso tassonomico ampio o tradizionale. Per un'altra ipotesi i fossili rappresenterebbero una popolazione molto vicina ai Neanderthal, ma non necessariamente da identificare con Homo neanderthalensis in senso pieno, in quanto i resti, anche se presentano già molti caratteri neandertaliani, non evidenziano ancora tutti quelli tipici dei Neanderthal tardi o classici.
Un elemento che ha complicato la discussione, senza però rovesciare l’ipotesi prevalente, è stato il contrasto tra DNA mitocondriale e il DNA nucleare: il primo aveva suggerito una vicinanza inattesa ai Denisoviani, mentre il secondo ha indicato con maggiore chiarezza la parentela con i Neanderthal, circostanza per cui alcuni studi no definisco i resti semplicemente come Neanderthal, in senso indistinto, ma li associano a una popolazione antica della linea neandertaliana, strettamente legata all’origine dei Neanderthal successivi.
Ritrovamenti litici

Nella Sima è stato scoperto un solo manufatto litico, un bifacciale trovato nel 1988. Il bifacciale è un utensile in pietra lavorata tipico della cultura acheuleana, apparsa in Europa attorno a 500 000 anni fa. È stato ricavato da un blocco di quarzite rossa e gialla e corrisponde alla tecnologia identificata nello strato GIIb del vicino sito di Galería. Ha subito una prima fase di configurazione con percussore duro per imprimergli la forma generale, e una seconda fase con un percussore più tenero per la finitura dei bordi convessi distali.
Le dimensioni, 15 cm, sono superiori alla media e la simmetria è molto curata. Sembrerebbe non essere mai stato utilizzato, in quanto alcune schegge di fabbricazione sono ancora presenti sui bordi. La presenza di tracce di abrasione provocate da sedimenti sabbiosi su tutta la superficie e in particolare sugli spigoli e sui bordi, potrebbe tuttavia aver eliminato gli eventuali segni derivanti dall'utilizzo.
L'assenza di altri utensili, il materiale utilizzato e l'aspetto molto curato pongono degli interrogativi sulla sua funzione. È stata considerata anche l'ipotesi che sia stato deposto a titolo di offerta. In questo caso sarebbe il primo atto simbolico documentato. L'ipotesi non è però verificabile e il bifacciale potrebbe anche essere arrivato lì per caso.
Il bifacciale è stato soprannominato Excalibur perché gli archeologi hanno dovuto estrarlo dalla roccia che lo aveva protetto per oltre 400 000 anni.
Resti animali
La cavità contiene i resti fossili di circa 200 esemplari di orso di Deninger, antico abitante di queste grotte, oltre a 23 volpi, 4 mustelidi, 3 felini, un lupo
L'analisi del DNA mitocondriale di un osso di orso di Deninger ha permesso di stimare un'età di 409 000 anni in base al tasso di mutazione ipotizzato per la specie su questo periodo di tempo; il valore indicato ha però un'incertezza di oltre 200 000 anni.



THAILANDIA - Museo Nazionale di Phimai

 

Il Museo Nazionale di Phimai è un museo di arte, archeologia e storia situato a Phimai , nella provincia di Nakhon Ratchasima, in Thailandia. Si trova vicino al Parco Storico di Phimai ed è stato fondato nel 1964.
Originariamente era un museo a cielo aperto dedicato all'arte e all'architettura antiche dell'Isaan. La maggior parte dei manufatti proveniva dagli scavi del sito di Prasat Hin Phimai , ma anche da altri siti nelle province di Nakhon Ratchasima, Chaiyaphum, Buriram, Surin e Sisaket. Nel 1989, il Dipartimento delle Belle Arti intraprese un progetto per portare il Museo Nazionale di Phimai agli standard museali internazionali. I finanziamenti furono forniti da un progetto reale e da un progetto dell'esercito (chiamato Green Northeast ), furono eretti tre nuovi edifici adiacenti per ospitare le collezioni e i giardini furono sistemati. Sua Altezza Reale la Principessa Maha Chakri Sirindhorn presiedette alla cerimonia di apertura del nuovo complesso il4 agosto 1993.
Al piano terra si trovano una stanza dedicata a Phimai, una sala di ricerca archeologica contenente numerosi architravi, una stanza sulle società e i costumi del passato e, infine, una stanza dedicata alla conservazione delle tradizioni dell'Isaan . Questo livello contiene antichità Khmer provenienti dalla parte meridionale della Thailandia nord-orientale, la grande stanza comprende la collezione di oggetti architettonici in arenaria, come architravi, timpani, cornici ornamentali di porte e finestre, ornamenti a forma di petalo di loto, prasat in miniatura.
Il primo piano comprende le seguenti sale: origini della cultura, la prima comunità, l'influenza della cultura Khmer, la fine della cultura Khmer e l'Isaan . Presenta la storia e l'evoluzione sociale della parte meridionale della Thailandia nord-orientale, spiegando le diverse credenze e le influenze esterne che hanno dato origine alla civiltà indigena e che hanno avuto un impatto dalla preistoria ai giorni nostri.
All'esterno, nel giardino del museo nazionale, si trova una superba collezione di sema e architravi.


LIBIA - Mosaico di Zliten

 
Il mosaico di Zliten è un mosaico pavimentale romano risalente al II secolo d.C. circa, trovato nella città di Zliten, in Libia, situata a est dell'antica città di Leptis Magna. Fu scoperto nel 1913 dall'archeologo italiano Salvatore Aurigemma ed è attualmente esposto nel Museo archeologico di Tripoli. Raffigura combattimenti di gladiatori, cacce agli animali e scene di vita quotidiana.
Il mosaico fu scoperto nell'ottobre del 1913 tra le rovine di una villa romana in riva al mare, chiamata in seguito villa Dar Buk Ammera dal nome della zona in cui fu trovata. Dopo essere stato completamente dissotterrato e reso visibile dagli scavi condotti da Salvatore Aurigemma, dal 22 giugno al 18 agosto 1914, fu subito considerato un capolavoro dell'arte musiva, anche se aveva urgente bisogno di conservazione e restauro. Nel 1920 fu restaurato ed esposto nel museo archeologico di Tripoli. Nel 1952 venne spostato con il museo nella sua nuova sede dov'è in bella mostra vicino alla sala d'ingresso.
Diverse sono state le controversie legate alla datazione del mosaico, per lo più basate su confronti archeologici o stilistici, ma la questione rimane irrisolta.
Nella sua opera del 1926 I mosaici di Zliten Aurigemma ne stima la datazione attorno agli anni della dinastia dei Flavi (69-96 d.C.). Questa cronologia renderebbe il mosaico uno dei primi conosciuti del Nordafrica. Aurigemma basa la sua ipotesi su tre argomentazioni:
  • La qualità della lavorazione di un mosaico della stessa villa, collocato in una sala attigua, suggerisce una datazione il più possibile vicina all'età augustea (inizio I sec.);
  • L'acconciatura della donna raffigurata mentre suona l'organo idraulico è tipica del periodo flavio;
  • La rappresentazione musiva della damnatio ad bestias ricorda ad Aurigemma la sconfitta dei Garamanti narrata da Tacito e datata attorno all'anno 70.

Nel 1965 lo studioso francese Georges Ville esaminò il mosaico sulla base delle testimonianze storiche fornite dai costumi e dalle armi dei personaggi raffigurati nelle sezioni del mosaico che rappresentavano la venatio (ossia la caccia) e il munus (il combattimento con la spada). Ville osservò che la tunica di manica corta e i cacciatori con le gambe scoperte e prive di protezioni sembrano risalire alla fine del I o all'inizio del II secolo, mentre gli elmi indossati dai gladiatori thraex e murmillo sembrano appartenere a un periodo intermedio tra quello di Pompei e quello dei gladiatori del tempo di Traiano. Per queste ragioni Ville data il mosaico tra la fine del periodo flaviano e l'inizio del periodo antonino, ossia tra la fine del I e l'inizio del II secolo.
Anche l'analisi comparativo-stilistica di Christine Kondoleon, storica dell'arte romana, sostiene la datazione del periodo antonino come risultato dei molteplici elementi di disegno del mosaico. Il suo disegno utilizza contorni di corda intrecciata o attorcigliata attorno ad ogni pannello, con sfondi neri che forniscono contrasto ottico e pannelli che alternano motivi circolari e quadrati. Queste caratteristiche sono simili a quelle di un mosaico di Reggio Emilia, collocato nel periodo antonino. La Kondoleon sottolinea anche legami tra i singoli disegni di questi mosaici, specialmente nelle forme floreali semplificate e nei motivi in scala. Inoltre Kondoleon cita l'inclusione del peltarion, uno scudo leggero romano, come ulteriore collegamento con altri mosaici italiani di quel periodo.


Nel 1985 David Parrish, professore di storia dell'arte, propose la datazione intorno all'anno 200, periodo appartenente alla prima dinastia dei Severi. Parrish evidenzia le somiglianze trovate confrontando l'equipaggiamento militare dei due sanniti nel mosaico di Zliten con i guerrieri in un mosaico di Bad Kreuznach, in Germania, datato attorno al 250 d.C. Lo studioso ha svolto un confronto simile tra il duello rappresentato tra retiarius e secutor nel mosaico di Zliten e quello nel mosaico di Nennig in Germania, datato tra il 240 e il 250. Parrish sottolinea anche che il mosaico dell'anfiteatro di El Jem in Tunisia, datato nell'anno 200, presenta legami particolarmente evidenti con il mosaico di Zliten per la rappresentazione realistica degli spazi su sfondo bianco e per l'assenza di ombre e di appezzamenti di terreno isolati. Questa metodologia, basandosi su parallelismi stilistici tra le opere troppo ampi, è stata criticata da alcuni studiosi, tra cui la storica dell'arte romana Katherine Dunbabin.
Parte del mosaico è stata realizzata combinando tre tecniche: l'opus tessellatum, l'opus vermiculatum e l'opus sectile.
Il bordo geometrico esterno bianco e nero è stato realizzato con la tecnica dell'opus tessellatum. La parte centrale del mosaico è costituita da pannelli geometrici quadrati alternati di 45 cm di lato, realizzati con la tecnica dell'opus sectile. All'interno di questi pannelli si trovano emblemi circolari rappresentanti pesci e altri animali marini realizzati con la tecnica dell'opus vermiculatum.

PALESTINA - Museo Archeologico di Gaza

 

Il Museo Archeologico di Gaza  è un museo aperto al pubblico nel 2008 a Gaza. Il suo edificio ospita un ristorante, un hotel e una sala conferenze, nonché un museo privato che espone reperti archeologici scoperti nella Striscia di Gaza e risalenti a diversi periodi storici.
Il museo possiede una collezione di 350 pezzi. Ogni mostra presenta spiegazioni dei manufatti in diverse lingue, pensate sia per gli specialisti che per i non esperti, sebbene nessuno dei manufatti 
mostrati sul sito web del museo sia identificato o datato.
Secondo il direttore del museo, Jawdat N. Khoudary, "L'idea è di mostrare le nostre profonde radici a Gaza , che derivano da molte culture . È importante che le persone si rendano conto che in passato abbiamo avuto una grande civiltà. Israele ha legittimità grazie alla sua storia. E così anche noi."
A Gaza non esiste una legge che imponga l'archeologia preventiva quando le squadre di costruzione trovano reperti archeologici. In qualità di proprietario di un'impresa edile, Khoudary chiede ai suoi dipendenti di conservare tutto ciò che dissotterrano in modo che lui possa cercare tesori per i musei. Paga anche i pescatori che gli portano oggetti di importanza archeologica.
Il New York Times descrive l'edificio del museo, realizzato in parte con pietre recuperate da vecchie case, vecchie traversine ferroviarie e colonne di marmo scoperte da pescatori e operai edili a Gaza, come "sbalorditivo".
Il museo archeologico beneficia del supporto scientifico e tecnico del Dipartimento dei musei della città di Ginevra. Dal 2010 è di proprietà e gestito da privati ​.
Alcune delle mostre del museo sono censurate dal governo di Gaza guidato da Hamas. Tra gli oggetti vietati all'esposizione ci sono un'Afrodite il cui vestito è considerato troppo rivelatore, immagini di altre divinità antiche e lampade a olio con menorah.



BAHREIN - Manama, Museo Nazionale

 

Il Museo Nazionale del Bahrein è il più grande e uno dei più antichi musei del Bahrein , situato a Manama , la capitale.
Costruito vicino alla King Faisal Highway a Manama , la capitale, e inaugurato nel dicembre 1988 , il museo, progettato dallo studio danese KHR Arkitekter , si estende su una superficie di 27.800 metri quadrati ed è composto da due edifici.
Possiede una ricca collezione di reperti archeologici dell'antico Bahrein , acquisiti a partire dal 1988, che copre 6.000 anni di storia del regno. Tre ampie sale sono dedicate all'archeologia e all'antica civiltà di Dilmun .
Nella sala principale è presente una mappa satellitare dell'isola sul pavimento, che mostra lo stato attuale (circa 2000) di tutti gli insediamenti umani. Le pareti della stessa sala presentano, in arabo e in inglese, un'eccellente introduzione all'architettura tradizionale del Bahrain, nonché progetti di riqualificazione e iniziative per valorizzare il patrimonio dell'isola.
Altre due sale rappresentano la cultura del Bahrein del recente passato preindustriale, essenzialmente dagli inizi del XX secolo  : la vita quotidiana, la famiglia e le tradizioni religiose...
Dal 1993 , una sala aggiuntiva, dedicata alla storia naturale , si concentra sull'ambiente naturale del Bahrain, compresa la flora e la fauna. Tra gli oggetti esposti nella sezione di storia antica si trova un vero e proprio tumulo proveniente da Dilmun, trasportato dal suo sito desertico e riassemblato nel museo. L'evoluzione delle pratiche funerarie nei diversi periodi di Dilmun è presentata in modo particolarmente accurato.
Un tableau vivant raffigura una scena tratta dall'Epopea di Gilgamesh , con riferimento al Bahrein, che nella storia viene presentato come il paradiso di Dilmun.
La sala dei manoscritti e dei documenti espone antichi manoscritti del Corano , appunti di astronomia , documenti storici e lettere ufficiali.




IRAN - Teheran, Principe di Shami

 
La statua di un principe partico, talvolta chiamata "il Principe di Shami ", è un'importante opera archeologica conservata nel Museo Nazionale dell'Iran a Teheran . È catalogata con il numero 2401.  Probabilmente raffigura un principe guerriero dell'Impero partico . Alcuni hanno ipotizzato, senza prove, che raffiguri il generale partico Surena.
La statua è stata scoperta da contadini locali nel Khuzestan , vicino all'antico santuario di Shami, nell'antica Elimade: la statua in bronzo misura 1,94 metri e raffigura un uomo in piedi la cui testa è leggermente più piccola del corpo. L'uomo sfoggia fieri baffi e una barba molto corta; ha uno sguardo fiducioso e un naso aquilino, i capelli acconciati alla maniera partica, che gli coprono le orecchie e sono cinti da un'ampia fascia caratteristica dei nobili guerrieri di sangue reale. Indossa una tunica aperta sul petto e ampi pantaloni coperti da schinieri di cuoio. Un collare gli cinge il collo. La mano sinistra e il braccio destro sono mancanti. Il braccio sinistro fu successivamente ritrovato nel sito e aggiunto alla statua.
È possibile che la testa sia stata prodotta altrove e separatamente, poiché è realizzata in un bronzo diverso.
La notevole qualità di questa statua ha suscitato discussioni sul suo luogo di origine. Alcuni specialisti ritengono che sia stata realizzata da un artista greco-romano, altri che sia stata realizzata a Palmira dalle mani di un artista locale, mentre altri ancora sono dell'opinione che sia stata prodotta a Susa, che era la città vicina più importante.
Questa statua, rinvenuta da alcuni contadini, decorava senza dubbio l'antico santuario di Shami, dove sono state ritrovate numerose statue di bronzo di epoca ellenistica . Raffigura certamente un principe locale in adorazione di una divinità il cui culto era importante nella regione.
La datazione della statua è soggetta a opinioni divergenti, con gli storici che la collocano tra  il  II secolo a.C. e il II secolo  d.C.

IRAN - Teheran, testa in pasta di lapislazzuli

 

La testa di una statuetta realizzata in pasta di lapislazzuli è un reperto archeologico conservato nel Museo Nazionale dell'Iran a Teheran , rinvenuto nel sito di Persepoli . Misura 6,5 ​​cm di altezza e 6 cm di larghezza e risale al periodo compreso tra il  V e il IV secolo  a.C. 
Questa minuscola statuetta in lapislazzuli è straordinariamente precisa. La giovane figura achemenide con la corona merlata rappresenta, secondo alcuni storici, un giovane principe. In effetti, la sua acconciatura è particolare e ricorda quella di una statuetta achemenide in calcare conservata al Museo del Louvre . Il materiale ricorda quello del busto di Medo con cucciolo di leone (19 cm di altezza x 16 cm di larghezza) conservato al Cleveland Museum of Art.
Altri storici, considerando la corona merlata e l'espressione serena del volto, ritengono che rappresenti qualche divinità; inoltre, il materiale è spesso lo stesso per le statuette degli dei che venivano conservate nelle case, non nei templi, come nota Erodoto . Viene anche menzionata l'ipotesi che rappresenti la dea Anahita . L'opinione alquanto romantica che raffiguri la regina achemenide Atossa non è supportata da alcuna prova.
Questo pezzo, finemente lavorato, presentava indubbiamente intarsi in smalto al posto degli occhi.
Fu esposta per la prima volta al pubblico europeo a Roma nel 1956 alla mostra d'arte iraniana presentata dal professor Tucci. Fu anche esposta a Parigi al Petit Palais alla mostra ' 7000 d'arte in Iran' dall'ottobre 1961 al gennaio 1962, con il titolo ' Testa di un principe in pasta di lapislazzuli '.

IRAN - Teheran, testa della regina Musa

 



La testa della regina Musa è una scultura a tutto tondo in marmo , conservata nel Museo Nazionale dell'Iran a Teheran , che raffigura la regina Musa , moglie del re partico Fraate IV . Risale agli ultimi anni del I secolo a.C.
Questa testa di marmo è stata rinvenuta nel 1939 nel Khuzestan da un team di archeologi francesi .
Musa è un ex schiavo romano italico che Augusto diede al re Fraate IV di Partia tra gli altri presenti alla conclusione di un trattato di pace nel 20 a.C.: i due imperi si accordarono così che il loro confine comune fosse fissato all'Eufrate e che gli stendardi romani presi a Crasso nella battaglia di Carre nel 53 a.C. fossero restituiti a Roma.
È importante chiarire che, a parte le prove archeologiche, solo un testo antico — le Antichità giudaiche di Flavio Giuseppe — il cui scopo principale è denunciare i costumi parti, attesta l'esistenza e il ruolo apparentemente significativo di Musa, soprattutto per una donna di quell'epoca. Pertanto, la biografia di Musa che ne deriva deve essere trattata con cautela.
Fraate fece di Musa la sua moglie prediletta. Fraate fece assassinare suo padre, Orodes II , e i suoi fratelli per governare da solo. Musa, dal canto suo, contribuì a diffondere l'influenza romana in tutto il regno e diede alla luce un figlio, Fraatece (in greco : Φραατάκης). Ella convinse il re a mandare a Roma (intorno al 10 o 9 a.C.) gli altri suoi quattro figli e il nipote, nati da matrimoni con altre mogli , come segno di lealtà a Roma e affinché potessero ricevere un'educazione romana, secondo l'interpretazione di Tacito. In realtà, ciò ebbe l'effetto più certo di escluderli dalla successione partica a favore del proprio figlio.
Infine, Musa e/o Fraatece, allora ancora adolescente, fecero avvelenare Fraate nel 2 a.C. Fraatece, che divenne Fraate V , regnò quindi congiuntamente per sei anni con la madre, come si evince dalla loro raffigurazione congiunta su entrambi i lati delle monete (un caso unico nella storia partica).
Qualche tempo dopo, nel 1 a.C., Augusto inviò il figlio adottivo Gaio Cesare a invadere l'Armenia , un regno allora dipendente dall'Impero partico . Fraate V preferì firmare un trattato che riconosceva l'Armenia come regno soggetto all'Impero romano , poiché le forze armate avversarie erano sproporzionatamente numerose. Questo atto, percepito come una sottomissione ai Romani, fu accolto negativamente dalla nobiltà militare partica.
Secondo Flavio Giuseppe , la madre e il figlio si sposarono in seguito. Questa unione incestuosa sarebbe stata conforme alle antiche regole praticate all'interno della famiglia reale achemenide , ma era sconosciuta ai Parti. Il consiglio degli anziani parti li ripudiò. Fraate V e sua madre furono assassinati durante la loro fuga nel 4 d.C., dopo che Orodes III era diventato re.
Dal punto di vista dei Romani, la figura di Musa, di origini romane, sembra dunque aver giocato un ruolo decisivo, seppur involontario, a meno che non si immagini che Augusto l'abbia intenzionalmente introdotta a Fraate IV, nel contesto della ritirata della minaccia partica a cavallo tra i due secoli e dell'indebolimento della dinastia arsacide, che aveva regnato fin dalla nascita del regno nel  III secolo  a.C. Questa dinastia fu poi definitivamente spodestata, nonostante i brevi regni di Vonone I e Tiridate III , da un principe partico che divenne re con il nome di Artabano III .

IRAN - Museo di Tabriz

 
Il Museo dell'Azerbaigian, o Museo di Tabriz, è un museo situato a Tabriz, capoluogo della provincia dell'Azerbaigian Orientale, nell'Iran nord-occidentale. Inaugurato nell'aprile del 1958 durante il regno di Mohammad Reza Pahlavi, questo museo è dedicato alla storia e all'archeologia della regione. È uno dei musei più importanti dell'Iran in questi campi. Si trova vicino al Parco Khaqani e alla Moschea Blu .
Circa dieci vetrine espongono reperti antropologici di grande importanza per la storia locale. Alcuni pezzi del museo risalgono al V secolo  a.C. La numismatica è particolarmente ben rappresentata, con monete di vari periodi degli ultimi tre secoli a.C. Gli oggetti d'arte islamica , invece, spaziano dal  X al XVII secolo.  L' esposizione permanente presenta anche oggetti relativi alla Rivoluzione Costituzionale . I visitatori potranno inoltre ammirare opere d'arte occidentali, tra cui statue in bronzo e dipinti di artisti europei.
Il museo si estende su una superficie di 3.000 metri quadrati e ospita circa 4.500 oggetti, oltre a una biblioteca di 2.500 libri.


PAKISTAN - Museo Chitral

 

Il museo Chitral è un museo situato nel distretto di Chitral, Khyber Pakhtunkhwa, Pakistan. È stato istituito l'8 luglio 2010.
L'idea del museo Chitral è nata per preservare e proteggere il ricco patrimonio culturale del Chitral. Il museo ospita due gallerie, la galleria etnologica e la galleria archeologica e Kalash.
Galleria etnologica
La galleria etnologica espone la cultura e lo stile di vita della valle di Chitral. La galleria comprende ricami, gioielli, armi, ceramiche, strumenti musicali, strumenti da caccia, mobili e oggetti domestici. Il ricamo include camicie delle regioni di Kohistan, Swat e Nurestan, borse femminili, cappotti, berretti, tovagliette e federe. Le gallerie espongono braccialetti in rame e argento, ciondoli, orecchini, anelli, collane, bracciali, amuleti e ornamenti. La collezione del museo include una varietà di armamenti tra cui contenitori di polvere da sparo, pistole, cannoni, pugnali e spade. Questi oggetti si collegano alla tradizione e alla cultura della valle di Chitral del XIX e dell'inizio del XII secolo. Il museo offre anche una ricca collezione di ceramiche tradizionali che comprende pentole in legno e pietra, teiere, brocche d'acqua, ciotole, cucchiai, vassoi, ecc.
Galleria archeologica e Kalash
La galleria archeologica e Kalash ospita i materiali culturali e le antichità archeologiche della valle di Kalash. Espone elementi architettonici, oggetti domestici, copricapi, abiti, gioielli, effigi di dee kalasha e effigi commemorative in legno. Le mostre della collezione archeologica del museo consistono principalmente di antichità proveniente da corredi funerari d'epoca Gandhāra tra cui ceramiche, perline di pietra semipreziose, teste di lancia, frecce, braccialetti, anelli, ciondoli e altri gioielli. I reperti furono rinvenuti durante gli scavi guidati dalla Direzione di Archeologia e Musei del Governo del Khyber Pakhtunkhwa nei siti di Sangoor e Parwak.

SPAGNA - Sima de los Huesos

  La  Sima de los Huesos  (lett. "voragine delle ossa") è una voragine dove è stato trovato un deposito paleolitico di reperti os...