lunedì 2 marzo 2026

#mostre / A Vicenza “CERAMICHE E NUVOLE. Cosa le antiche ceramiche greche raccontano di noi”

 
“CERAMICHE E NUVOLE. Cosa le antiche ceramiche greche raccontano di noi” è il titolo della mostra ospitata nelle sale "antica Roma" e "antico Testamento" delle Gallerie d'Italia di Vicenza - sede espositiva di Intesa Sanpaolo - dall’11 aprile 2025 e prorogata fino al 7 giugno 2026. 
Un vero e proprio viaggio a ritroso, affidato alla curatela di Associazione Illustri, che si propone di valorizzare la collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo. Un’esposizione che vuole andare oltre il racconto dei fasti antichi, stimolando una “memoria dinamica” che sia in grado di preservare la bellezza senza tempo delle antiche ceramiche, includendo inoltre elementi della scena artistica contemporanea.
Una delle proposte che la mostra offre è l’accostamento tra i disegni impressi sulle ceramiche e l’arte in itinere del fumetto, con le sue infinite e avvincenti potenzialità evocative. 
 
Un progetto inedito e ambizioso che pone in dialogo due mondi apparentemente lontani mediante temi universali che attraversano i secoli. Così come le scene rappresentate sui vasi costituiscono una importantissima fonte di analisi storica e sociale, nei tempi più moderni il fumetto racconta la società in tutte le sue sfaccettature e ne segue le evoluzioni e riflette sulle domande a cui da sempre l’uomo cerca una risposta. 
Esposte, per circa un anno, quattro opere selezionate dalla collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo, poste a confronto con l’arte del fumetto, su quattro temi attuali correlati ad altrettanti personaggi della mitologia. 
A Lorenza Natarella è affidato il compito di narrare per immagini la prima sezione Elena o delle donne, dedicata ai misteri dell’universo femminile. Elisa Macellari ha eseguito invece il racconto della seconda sezione Dionisio o della diversità sul tema, appunto, della diversità come spunto di riflessione sulla tolleranza e l’unicità. Fabio Pia Mancini dedica la sua creatività espressiva alla sezione Aiace o dei conflitti, sul tema delle guerre e delle violenze che continuano a devastare il mondo. La sezione Eros o del desiderio, incentrata sulla passionalità e sul desiderio di bellezza e di senso della vita, è affidata all’illustratore e fumettista Giovanni Esposito, in arte Quasirosso.
In chiusura dell’esposizione viene presentata una selezione fotografica della celebre Hydria (kalpis) attribuita al Pittore di Leningrado in collezione Intesa Sanpaolo e un video animato, che crea un parallelismo tra gli artigiani di un tempo e i creativi di oggi.

 

#mostre / A 40 anni dal Progetto Etruschi Cortona ospita la mostra internazionale “Dalle raccolte cortonesi all’Olanda di Leida”

 

Il MAEC di Cortona ospita una mostra internazionale di grande valore storico e artistico che si propone come un viaggio nella storia culturale, archeologica e identitaria della città etrusca.
“Dalle raccolte cortonesi all’Olanda di Leida” mette in scena fino al 15 marzo 2026 reperti che rappresentano uno sguardo ampio e articolato che parte dalle radici settecentesche dell’Accademia Etrusca fino ad arrivare alle più recenti esperienze di valorizzazione del patrimonio.
La mostra segna i 40 anni da quello che fu definito nel 1985 “Anno degli Etruschi”, promosso dalla Regione Toscana e dal Ministero della Cultura, durante il quale venne realizzato il ‘Progetto Etruschi’.
Fu un punto di svolta nel modo di concepire l’archeologia, da conoscenza per pochi a patrimonio condiviso, da tutela passiva a promozione attiva e partecipata.
Nel percorso espositivo della mostra si inserisce la straordinaria restituzione temporanea di reperti etruschi della collezione cortonese Corazzi, oggi conservata al Rijksmuseum van Oudheden di Leida (“Museo statale delle Antichità”), che racconta una storia di scambi culturali tra Italia e Olanda e di collezionismo illuminato.
Una mostra che unisce passato e presente, Cortona e l’Europa, archeologia e innovazione, offrendo al pubblico l’occasione per riscoprire il valore universale del patrimonio culturale e rafforzare il legame tra comunità e territorio.


Le cinque sezioni della mostra

Si comincia con la saletta Tommasi e “Il Progetto Etruschi – 1985”, l’anno in cui la tutela del patrimonio si trasformò in un processo partecipato.
Si prosegue nella sala dei Mappamondi con “L’interesse per l’archeologia (1727–1826)”, dove nasce l’Accademia Etrusca e prende forma la riscoperta delle origini. 
Il viaggio continua nel salone Mediceo con la terza sezione: “L’Olanda e la collezione etrusca al Rijksmuseum van Oudheden di Leida”, un racconto europeo del collezionismo tra XVII e XIX secolo. Qui i reperti provenienti dal museo olandese dialogano con la storia culturale di un intero continente.
Sempre nel salone Mediceo si incontra la quarta sezione, dedicata alla “Valorizzazione del patrimonio culturale nazionale” dal 1826 a oggi: dalle grandi scoperte archeologiche del territorio cortonese alle collaborazioni più recenti, molte delle quali nate proprio grazie all’eredità del Progetto Etruschi.
La quinta e ultima sezione conduce nella sala del Tempietto Ginori, dove “L’influenza degli etruschi sul contemporaneo” prende forma attraverso opere come il Giano di Gino Severini e la storica Collezione delle Statuette Ginori, realizzata durante il Progetto Etruschi del 1985.
La mostra si inserisce nella tradizione di importanti iniziative espositive promosse a livello internazionale dall’Accademia Etrusca e dal MAEC, riaffermando l’ impegno nella diffusione della conoscenza e nella tutela dell’identità culturale del territorio.



#mostre / Il castello ritrovato. Palazzo Madama dall’età romana al medioevo

 

Prima di diventare la dimora delle Madame Reali, prima di essere associato alla storia dei Savoia e agli interventi architettonici di Filippo Juvarra, Palazzo Madama era un castello. È da questa constatazione che prende avvio la mostra Il castello ritrovato. Palazzo Madama dall’età romana al medioevo, allestita nella Corte Medievale del palazzo torinese dal 20 dicembre 2025 al 23 marzo 2026. L’esposizione si propone di restituire al pubblico una fase poco conosciuta della storia del monumento, concentrandosi sulle sue origini e sulle trasformazioni avvenute tra l’età romana e il tardo Medioevo.
Il sito su cui sorge Palazzo Madama affonda le proprie radici nell’epoca romana, quando qui si trovava la Porta Decumana della colonia di Augusta Taurinorum. Di questa fase restano testimonianze materiali ancora visibili, che costituiscono uno dei punti di partenza del percorso espositivo. Da qui la narrazione attraversa l’alto Medioevo e giunge al Quattrocento, periodo in cui il castrum (un accampamento fortificato) di Porta Fibellona divenne residenza dei principi di Savoia-Acaia, assumendo un ruolo centrale nella vita politica e amministrativa del territorio. 
La mostra è realizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Bergamo nell’ambito del progetto PNRR CHANGES (Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society), finanziato dall’Unione Europea – NextGenerationEU. Il lavoro congiunto tra studiosi e conservatori ha permesso di condurre un’ampia ricerca scientifica basata su fonti documentarie quattrocentesche, tra cui inventari redatti in latino e francese conservati presso l’Archivio di Stato di Torino, e sull’analisi dei resti materiali medievali ancora presenti nell’edificio.
La Corte Medievale è stata oggetto di un nuovo allestimento che ricostruisce il porticato trecentesco sul lato ovest, oggi perduto, e valorizza l’area collegata alla porta romana, integrando reperti di età romana e tardoantica. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso dodici postazioni tematiche dedicate alla vita quotidiana nel castello quattrocentesco, affrontando aspetti legati alle tecniche costruttive, agli spazi della devozione, all’arte e agli artisti di corte, allo svago, al lusso e all’alimentazione. Tra le opere esposte figurano testimonianze di oreficeria ostrogota provenienti dal Tesoro di Desana, il Trittico degli Embriachi, il Libro d’ore Deloche attribuito al Maestro del Principe di Piemonte, oltre a oggetti di uso quotidiano emersi dagli scavi archeologici. 
Il percorso è completato da opere delle collezioni di Palazzo Madama e da prestiti del Museo di Antichità. Un ruolo centrale è affidato alle tecnologie digitali. Ricostruzioni in 3D e interventi pittorici 2D consentono ai visitatori di visualizzare ambienti e spazi oggi profondamente trasformati, offrendo una restituzione ipotetica ma fondata degli interni del castello medievale.
Quattro video permettono di compiere una visita virtuale del cortile, della sala grande inferiore, l’attuale sala Acaia, della cucina e della camera del principe di Piemonte, chiarendone funzioni e assetti originari. Al termine dell’esposizione, i contenuti digitali saranno integrati nel percorso di visita permanente di Palazzo Madama. I risultati della ricerca confluiranno inoltre in due pubblicazioni scientifiche: il catalogo della mostra e l’edizione critica delle fonti documentarie analizzate. Il castello ritrovato si inserisce così in un processo di rilettura storica del monumento, riportando l’attenzione su una lunga fase precedente allo splendore barocco, spesso rimasta in secondo piano nella percezione pubblica del palazzo.


#mostre / Al Palazzo Massimo di Roma “Memorie sommerse: i bronzi del Ponte di Valentiniano”

 

Dal 5 dicembre 2025 apre al pubblico la mostra “Memorie sommerse: i bronzi del Ponte di Valentiniano”, un progetto espositivo a cura di Federica Rinaldi e Agnese Pergola, che restituisce al pubblico un gruppo di straordinari bronzi legati alla decorazione del ponte romano, oggi meglio conosciuto come Ponte Sisto. I materiali, riemersi nel 1878 durante gli interventi sugli argini del Tevere e per lungo tempo custoditi nei depositi del Museo, tornano visibili e fruibili grazie a un approfondito lavoro di restauro e di studio che ne ha permesso una nuova, completa contestualizzazione.
L’esposizione intende valorizzare un patrimonio poco conosciuto ma di grande importanza per la ricostruzione della topografia monumentale di Roma. La scelta di riportare in sala questi reperti si inserisce nella più ampia strategia del Museo di riattivare la fruizione delle opere conservate nei depositi, anche in occasione di prestiti prestigiosi come quelli della Niobide e della Peplophoros del Museo, entrambe originali greci del IV sec. a.C., concesse per la mostra “La Grecia a Roma” ai Musei Capitolini – Villa Caffarelli. La riorganizzazione dell’allestimento consente così di presentare al pubblico capolavori meno noti ma di grande valore storico e artistico.
La mostra monografica propone l’esposizione di tre opere, una testa maschile diademata, una statua di togato in bronzo dorato, un’ala destra di Vittoria. L’allestimento è arricchito da un video che, con la voce narrante di Silvia Orlandi, docente di epigrafia latina alla Sapienza Università di Roma, illustra la grande iscrizione dedicatoria marmorea di Valentiniano e del fratello Valente, e l’iscrizione monumentale scolpita su travertino che ornava l’esterno del ponte, concepita appositamente per essere letta dai naviganti del Tevere. L’iscrizione si conserva nel Chiostro di Michelangelo alle Terme di Diocleziano.  Alla mostra si affiancherà una pubblicazione scientifica già in preparazione con la casa editrice Quasar che indagherà tutti gli aspetti legati alla scoperta, alla iconografia, alla ricostruzione dei luoghi di provenienza, al restauro dei materiali, in una visione complessiva di uno straordinario nucleo scultoreo.

#mostre / Impressioni dal vero. La via Appia e la via Latina nei disegni di Maria Barosso

 

Dal 15 novembre 2025 al 12 aprile 2026, il Complesso di Capo di Bove ospita la mostra Impressioni dal vero. La via Appia e la via Latina nei disegni di Maria Barosso, che conduce alla scoperta di due siti poco noti del Parco dell’Appia antica attraverso le opere della prima disegnatrice archeologa della direzione delle Antichità e Belle Arti.
L’esposizione, curata da Santino Alessandro Cugno, Matteo Mazzalupi, Mara Pontisso e Ilaria Sgarbozza, approfondisce la storia di due contesti lungo la via Appia e la via Latina, grazie ai disegni di Maria Barosso (1879-1960), raffinata testimone del lavoro di scavo e delle grandi trasformazioni urbanistiche che hanno interessato la Roma della prima metà del Novecento.
Una selezione di disegni, acquerelli, rilievi e documenti d’archivio provenienti dalla Soprintendenza Speciale di Roma e da altre importanti istituzioni italiane e internazionali, restituisce il lavoro condotto da Maria Barosso tra gli anni Trenta e Quaranta nei cantieri della Chiesa di San Cesareo de Appia e della Basilica paleocristiana di Santo Stefano sulla via Latina per conto dell’allora Soprintendenza ai Beni monumentali di Roma e del Lazio. Due siti di grande interesse storico e artistico, attualmente interessati da lavori di restauro e valorizzazione finanziati con fondi PNRR volti a un ampliamento della fruizione, tornano protagonisti della storia dell’Appia, attraverso uno sguardo che univa rigore scientifico e sensibilità pittorica.
Il titolo Impressioni dal vero riprende una formula che Barosso amava annotare nei suoi disegni per indicare un modo di lavorare “dal vero”, en plein air, che avvicina la precisione del rilievo alla vibrazione emotiva della pittura. Le sue tavole, spesso popolate dagli operai al lavoro, diventano così anche un racconto del mestiere dello scavo e della paziente ricostruzione del passato.
Il percorso espositivo è arricchito da materiali concessi da collezionisti privati e prestigiosi enti: American Academy in Rome, Archivio Centrale dello Stato, Bibliotheca Hertziana – Istituto Max Planck per la storia dell’arte, British School at Rome, Collezione Alberto Maria Brusco, Collezione Fabrizio Nevola, Deutsches Archäologisches Institut, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Gallerie d’Arte Moderna, Museo di Roma.

#mostre / Ai Musei Capitolini di Roma "Antiche civiltà del Turkmenistan"




Ai Musei Capitolini,  Palazzo dei Conservatori, sale al piano terra, in mostra (25/10/2025 - 12/04/2026 ) una ricca collezione di opere provenienti dalla Margiana protostorica (III-II millennio a.C.), nel sud-est del Turkmenistan, e dall’antica Partia, in particolare dal sito di Nisa (II secolo a.C. – I secolo d.C.) nel Turkmenistan centro-meridionale.
Occasione unica per ammirare alcuni preziosi capolavori mai esposti fuori dal Turkmenistan, come le teste di sovrani o guerrieri in argilla cruda e i rhyta in avorio riccamente decorati
Crocevia di antiche civiltà, il Turkmenistan è un Paese ricco di significati storici e archeologici, tra i più complessi ed espressivi dell’Asia Centrale. Grazie alla sua posizione strategica tra la Mesopotamia, l’altopiano iranico e la Valle dell’Indo, fin dal III-II millennio a.C. il Turkmenistan ha rappresentato un nodo cruciale lungo le principali rotte commerciali che collegavano Oriente e Occidente. Questi scambi non riguardavano solo il trasporto di beni di prestigio, ma anche la circolazione di idee e conoscenze tecniche.
In mostra oltre 150 capolavori archeologici provenienti dalla Margiana protostorica (III–II millennio a.C.) — corrispondente all’odierno delta interno del fiume Murghab nel sud-est del Turkmenistan — e dall’antica Partia, in particolare dal sito di Nisa (II secolo a.C. – I secolo d.C.), un importante centro urbano e cerimoniale situato ai piedi della catena montuosa del Kopet-dagh nel Turkmenistan centro-meridionale. Per i visitatori quest’esposizione ai Musei Capitolini rappresenta dunque un’occasione unica per ammirare alcuni preziosi capolavori mai esposti fuori dal Turkmenistan, come le collane in oro e pietre semipreziose da Gonur (III-II millennio a.C.), i ritratti in argilla cruda di sovrani e guerrieri, e i rhyta (corni per bere e per versare) in avorio riccamente decorati (II secolo a.C. - I secolo d.C.) da Nisa.
La prima sezione è dedicata alla Margiana dell’età del Bronzo, cuore del complesso culturale della Greater Khorasan Civilization, che interessò gran parte dell’Asia Centrale e delle regioni adiacenti durante il III e il II millennio a.C. I villaggi erano dotati di complessi sistemi d’irrigazione, che garantivano raccolti abbondanti in un ambiente sempre più arido. La popolazione abitava in strutture in argilla cruda e le imponenti architetture palaziali, come quelle di Gonur e Togolok, ancora oggi dominano il paesaggio. La vita quotidiana ruotava attorno all’agricoltura, alla pastorizia e alla pesca lungo i canali e la dieta comprendeva cereali e legumi, latte, formaggi e carne. Nella produzione artigianale si distinguevano gli oggetti in metallo, dalle prime leghe di rame e arsenico fino ai raffinati oggetti in bronzo, oro e argento. In questo periodo, una comune base politica, economica, sociale e culturale unificava questi territori, da cui scaturì una cultura materiale raffinata che rappresenta una delle espressioni più rilevanti di questo complesso.
La cultura materiale della Margiana si distingue per il suo sviluppo artistico. In questa sezione della mostra sono esposti reperti eccezionali, tra cui le figurine in terracotta che rappresentano il mondo spirituale degli antichi allevatori e agricoltori della regione. Questi artefatti, in miniatura ma di grande espressività, includono statuette femminili con forme anatomiche accentuate, simboli di abbondanza e fertilità, e immagini zoomorfe.
Nella Margiana protostorica, la morte non costituiva una cesura, ma un passaggio fatto di rituali complessi. Sepolture plurime e deposizioni parziali, banchetti funebri con sacrifici animali raccontano di un rapporto con i defunti dopo la morte, rappresentato negli splendidi manufatti dei ricchi corredi funerari. Nei sigilli battriano-margiani, animali fantastici, eroi possenti e semidei accompagnano l’individuo nella vita e nella morte. Tra le figure antropomorfe, divinità sedute su troni o animali; la “Signora degli Animali”, donna alata che domina rapaci o felini; eroi che afferrano o combattono serpenti e draghi.
L’arte orafa e l’estetica dei gioielli della Margiana si caratterizza per la semplicità e la raffinatezza. Beni di prestigio, nei sontuosi corredi, legittimavano la detenzione del potere: asce e scettri cerimoniali, gioielli in oro e pietre semipreziose, oggetti per la cura del corpo. Materiali esotici come lapislazzuli, turchese e conchiglie erano frutto di intensi scambi commerciali con l’Iran, l’Afghanistan, la Valle dell’Indo e il Golfo Persico.
La seconda sezione ripercorre un altro importante capitolo della storia antica turkmena: quello del Regno, poi divenuto Impero, dei Parti (o Arsacidi, dal nome del loro capostipite). I capolavori qui esposti provengono da Nisa-Mithradatkert, un complesso monumentale e santuario dinastico dedicato ai re arsacidi. Fondato per celebrare le imprese di una dinastia che creò un vasto impero esteso dall’Eufrate alla Battriana, il sito testimonia una delle più durature formazioni statali dell’antichità e formidabile rivale di Roma.
Sono esposti, per la prima volta fuori dal Turkmenistan, i rhyta (corni per versare riccamente decorati) da Nisa, che costituiscono un ritrovamento unico per la produzione artistica del periodo partico e rappresentano veri e propri capolavori dell’arte dell’intaglio su avorio. Oggi appaiono “monocromi” ma in origine essi potevano riportare rivestimenti in argento e bronzo dorato, intarsi di pietre semipreziose, pigmenti. Questi straordinari manufatti evidenziamo l’ampia gamma di relazioni dell’arte arsacide con i mondi ellenistico, iranico-centoasiatico e delle steppe.
Da Nisa provengono anche sculture in argilla cruda e in marmo, le prime raffiguranti guerrieri, eroi e antenati della famiglia arsacide; tecnicamente queste sculture erano realizzate in parti distinte, a mano o con matrici, e poi assemblate prima di stendere la pittura. Le due statue femminili in marmo più note sono, una figura divina arcaicizzante stante e con vesti tipicamente greche e la statua di un’altra divinità (interpretabile come una Afrodite al bagno (Afrodite Anadyomene).
Il “filellenismo” dell’arte di corte arsacide traspare anche da alcune statuette in metallo destinate ad ornare recipienti o suppellettili come l’Erote vendemmiante, la sfinge, la sirena e l’Atena, realizzate in argento impreziosito da dorature. Tali figurine non esauriscono l’eterogeneo panorama della toreutica nisena: oltre alle armi - fra cui la splendida ascia da parata in argento dorato - sono attestati esemplari di ispirazione orientale, come il grifone, ed elementi riferibili al mondo nomadico delle steppe eurasiatiche.
A corredo dell’esposizione delle opere, la mostra propone anche contenuti multimediali: oltre a pannelli esplicativi e video (inclusi ricostruzioni 3D), ai visitatori viene offerta una ricostruzione immersiva e scientificamente documentata del sito di Nisa Vecchia com’è oggi, attraverso un’installazione centrale di video mapping proiettata su un modello in scala, basata su una scansione 3D effettuata nel 2024 da parte del Politecnico di Torino.



#mostre / A Brescia, Victoria Mater. L’idolo e l’icona

 

La scultura antica non smette di stupire. L’occhio dello studioso contemporaneo, affinato dalle ricerche condotte nel corso dei secoli, è sempre più pronto a fornire una lettura storica e critica dei manufatti statuari realizzati in ambito greco-ellenistico e della loro naturale traduzione romana, che sappia unire in un dialogo serrato archeologia, storia dell’arte e aspetti sociali e culturali.
L’installazione, dal titolo Victoria Mater. L’idolo e l’icona, in programma al Parco archeologico di Brescia romana, all’interno del Capitolium, dal 4 dicembre 2025 al 12 aprile 2026, va in questa direzione, proponendo un confronto dialettico tra due bronzi di straordinaria bellezza ed eleganza, ma forse ancor di più di profondo senso e contenuto, che dialogano sullo sfondo creato da uno dei più riconosciuti e apprezzati artisti italiani a livello internazionale.
In continuità con i progetti di valorizzazione e riqualificazione dell’area archeologica portati avanti negli ultimi anni e in linea con la strategia culturale di una costante e attiva contaminazione tra antico e contemporaneo, la Fondazione Brescia Musei ha, infatti, affidato a Francesco Vezzoli il compito di realizzare un’inedita installazione, curata da Donatien Grau, che faccia dialogare la Vittoria Alata, una delle opere più importanti della romanità per composizione, materiale e conservazione, e l’Idolino di Pesaro, esempio raffinato di artigianato classico proveniente dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze.


L’intero progetto, promosso da Fondazione Brescia Musei e Comune di Brescia, in collaborazione con il MiC – Ministero della Cultura, la Direzione Generale Musei, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, l’Opificio delle Pietre Dure e il fondamentale contributo di Intesa Sanpaolo, è stato appositamente studiato per accompagnare l’apertura delle celebrazioni per il Bicentenario della scoperta del deposito bronzeo del Capitolium bresciano, dove si conservava la Vittoria Alata, e in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026. L'iniziativa è finanziata da Regione Lombardia nell'ambito del bando Olimpiadi della Cultura ed è parte del programma Giochi della Cultura, promosso da Regione Lombardia in collaborazione con Triennale Milano.
L’evento si inserisce nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026: il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che animerà l’Italia per promuovere i valori Olimpici e valorizzerà il dialogo tra arte, cultura e sport, in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 che l’Italia ospiterà rispettivamente dal 6 al 22 febbraio e dal 6 al 15 marzo 2026.
Anche in questo caso, si conferma il ruolo di Fondazione Brescia Musei quale acceleratore di sinergie per creare un consolidato sistema di collaborazioni tra alcune delle più prestigiose realtà culturali del Paese, per la promozione e lo studio del patrimonio artistico che gestiscono. L’esposizione, infatti, s’inserisce nel quadro istituzionale di una virtuosa collaborazione tra la Fondazione Brescia Musei e il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, sotto gli auspici della Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura, dal titolo complessivo Idoli di bronzo.
Il gemellaggio, volto a valorizzare le collezioni di arte romana delle due capitali culturali italiane ponendole a confronto reciproco, si traduce, oltre al prestito dell’Idolino, in una mostra in programma al Museo Archeologico Nazionale di Firenze dall’11 dicembre 2025 al 9 aprile 2026, dal titolo Icone di potere e bellezza. La rassegna, curata dal direttore del Museo fiorentino, Daniele Federico Maras, e dalla conservatrice Barbara Arbeid, è stata concepita per proporre e commentare lo sviluppo storico dell’uso delle immagini per la presentazione, conservazione e trasmissione del potere nell’ambito dell’Impero Romano, in una fase di crisi e di potenziale sfiducia quale quella sperimentata nel III secolo d.C.

Al progetto Victoria Mater. L’idolo e l’icona concorrono altri fondamentali partner tecnici quali Capoferri e iGuzzini, entrambi già partner fin dal riallestimento della Vittoria Alata nel 2021 nel nuovo Capitolium. Le due aziende hanno offerto le proprie competenze uniche nella ingegnerizzazione del basamento e dell’allestimento scenico di Francesco Vezzoli, Capoferri, e nel complesso design illuminotecnico dell’aula in un delicato contesto quale il Capitolium, iGuzzini, riuscendo a garantire un perfetto e rispettoso bilanciamento di valori architettonici in linea con il progetto artistico.
Victoria Mater. L’idolo e l’icona si pregia della sponsorizzazione tecnica di Strategica Insurance Management Srl, broker di Fondazione Brescia Musei.


foto di Erika Serio

#mostre / Ai Musei Capitolini, "La GRECIA a ROMA"

 

Una raffinata e preziosa selezione di oltre 150 capolavori - sculture, rilievi, ceramiche, bronzi - tutti originali greci, alcuni dei quali esposti per la prima volta e altri ritornati a Roma dopo secoli di dispersione. È questa la cifra distintiva dell’evento, che offre l’eccezionale opportunità di ammirare, in un unico e prestigioso spazio museale come Villa Caffarelli, un insieme così ricco e autorevole di originali, riuniti per restituire la magnificenza dell’arte greca ed esaltarne la bellezza e la purezza materiale. Vedere queste opere accostate significa anche poter ricostruire la storia dei significati che hanno assunto nel tempo: oggetti nati come votivi o funerari diventano simboli politici, entrano nelle domus aristocratiche per rappresentare cultura, prestigio e potere. Il progetto espositivo restituisce anche questa trasformazione, mettendo in evidenza come ogni opera abbia avuto più vite, più usi e più letture; non sono dunque solo testimonianze estetiche ma sono oggetti che, nel loro passaggio dalla Grecia a Roma, hanno cambiato funzione e hanno contribuito a plasmare il linguaggio artistico romano.
La mostra La Grecia a Roma ripercorre l’arrivo dell’arte greca nell’Urbe secondo tre tappe fondamentali – le prime importazioni, il periodo delle conquiste mediterranee, l’età del collezionismo. Parallelamente alle tre diversi fasi dell’arco narrativo, racconta i contesti d’uso delle opere, ossia gli spazi pubblici, quelli sacri e le residenze private. È quest’ultima l’età della diffusione del collezionismo privato, quando si sviluppa l’arte detta neoattica con la produzione di oggetti d’arredo su commissione dell’élite cittadina: i manufatti diventano strumenti di autorappresentazione e simboli di status.
Tra i numerosi capolavori esposti spiccano i grandi bronzi capitolini, eccezionalmente riuniti, affiancati da monumenti chiave come la magnifica stele dell’Abbazia di Grottaferrata e le sculture di Niobidi dagli Horti Sallustiani, che furono disperse tra Roma e Copenaghen. Un ritorno dal forte valore simbolico è rappresentato da una scultura acroteriale femminile della collezione Al Thani di Parigi, che nel Seicento era a Roma. Presenti anche dei reperti inediti, come le ceramiche attiche rinvenute in recenti scavi archeologici presso il Colosseo.
L’allestimento della mostra La Grecia a Roma colpisce non solo per la magnificenza dei numerosi capolavori originali esposti, ma anche per l’efficacia della sua narrazione. Il percorso è arricchito da contenuti multimediali che guidano il visitatore in un viaggio immersivo tra ricostruzioni architettoniche, contesti cerimoniali e apparati decorativi. Questo approccio integrato, che unisce archeologia e tecnologie digitali, offre da un lato un’esperienza di visita coinvolgente e, dall’altro, la possibilità di contestualizzare le opere nel loro spazio originario, avvicinando il pubblico alle più recenti interpretazioni e alle moderne tecniche di studio e restauro dei manufatti antichi.
Oltre ad opere provenienti dal Sistema di Roma Capitale – Musei Capitolini, Antiquarium, Centrale Montemartini, Museo di scultura antica Giovanni Barracco, Museo della Civiltà Romana, Museo dell’Ara Pacis, Teatro di Marcello, Area Sacra di Largo Argentina, Museo dei Fori Imperiali – e da importanti istituzioni italiane, come il Museo Nazionale Romano, le Gallerie degli Uffizi di Firenze e il Museo Archeologico di Napoli, la mostra vanta prestiti provenienti dai più famosi musei del mondo, tra cui la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, il Museum of Fine Arts di Boston, i Musei Vaticani, il Metropolitan Museum of Art di New York, il British Museum di Londra, il Museum of Fine Arts di Budapest. Completano l’esposizione anche opere provenienti da collezioni private, in particolare la Fondazione Sorgente Group di Roma e la Collezione Al Thani di Parigi.
IL PERCORSO ESPOSITIVO
Il percorso espositivo si articola in cinque sezioni che guidano il visitatore lungo una narrazione che segue gli sviluppi della profonda contaminazione artistica e culturale tra Roma e il mondo greco. Attraverso numerose testimonianze materiali, il pubblico può comprendere quanto la società romana fosse permeabile agli influssi greci e come l’adozione del modello artistico greco abbia contribuito alla definizione della sua identità, nonché alla trasformazione urbana della città.
Ad accogliere il visitatore una mappa grafica che anticipa l’articolazione della mostra.
I SEZIONE
La prima sezione, intitolata “Roma incontra la Grecia”, esplora i primi contatti tra Roma e le comunità greche, – già tra l’VIII e il VII secolo a.C. – facilitati dalla posizione strategica dell’Urbe sulle sponde del Tevere e al centro delle rotte del Mediterraneo. È attraverso questi canali che giungono in città raffinati manufatti, prevalentemente ceramici, destinati a essere collocati in contesti di prestigio come santuari e tombe. Ne sono esempi significativi alcuni frammenti di ceramiche provenienti dalla regione dell’Eubea in Grecia, rinvenuti nell’Area Sacra di S. Omobono, e, ancora, il cosiddetto Gruppo 125, scoperto sull’Esquilino, un ricco corredo funerario aristocratico con pregiate ceramiche di importazione corinzia. L’apertura ai prodotti greci non si evidenzia solo negli scambi commerciali ma anche nella precoce identificazione tra divinità greche e romane, come testimonia il frammento di cratere con il dio Efesto sul mulo rinvenuto nel Foro Romano.
Nonostante i profondi cambiamenti che interessano Roma tra VI e V secolo a.C. — dalla caduta della monarchia all’instaurazione della Repubblica nel 509 a.C. — il desiderio di assimilare forme, modelli e rituali greci non si arresta. Al contrario, si intensifica in una crescente importazione di oggetti di ogni tipo: statuette votive in bronzo, manufatti in marmo e coppe utilizzate nei rituali sacri.


II SEZIONE
Dall’importazione all’appropriazione. Su questo mutamento di atteggiamento di Roma verso la Grecia - ormai sottomessa nel corso del II secolo a.C. - si fonda l’essenza della seconda sezione della mostra: Roma conquista la Grecia. Con la dominazione del Mediterraneo orientale arrivarono in città statue, dipinti, preziosi manufatti in metallo, che ne rimodellarono il volto urbano e arricchirono templi ed edifici pubblici. La sala di questa sezione restituisce un’idea del bottino artistico trasferito in territorio romano, perlopiù costituito da manufatti bronzei come il celebre cratere con dedica del re Mitridate Eupator, recuperato dai fondali a largo della villa di Nerone ad Anzio.
III SEZIONE
Passo successivo all’appropriazione è l’integrazione. La terza sezione, La Grecia conquista Roma, mostra come molte delle opere d’arte giunte dalla Grecia al seguito dei generali vittoriosi siano state inserite negli spazi pubblici della città - piazze, porticati, templi e biblioteche -, contribuendo a trasformarne l’aspetto e a nutrire la crescente passione dei Romani per la cultura ellenistica, ormai considerata parte imprescindibile della formazione di ogni uomo colto. Il trasferimento di questi oggetti comportò una loro rifunzionalizzazione: manufatti nati come offerte votive o come monumenti celebrativi dei sovrani greci vennero esposti come simboli del potere romano, assumendo nuove funzioni e nuovi valori all’interno dell’Urbe. Un esempio calzante è rappresentato dal Templum Pacis, il grande complesso voluto da Vespasiano dopo la vittoria in Giudea (75 d.C.), che sintetizza perfettamente il sottile confine tra potere e arte: nato come simbolo della pace ristabilita, il tempio divenne presto una sorta di museo dell’arte greca nel cuore dell’Impero.
Questa sezione ospita il cuore tecnologico della mostra, ossia una scenografica videoinstallazione che permette di ritrovare - attraverso una videoproiezione con illuminazioni sincronizzate - il mondo perduto a cui molte delle opere appartenevano. Grazie a tale ricostruzione digitale il visitatore può osservare come le sculture dialogavano con gli spazi antichi ed esplorare alcuni processi complessi come la ricomposizione dei frammenti scultorei.
IV SEZIONE
Non solo i luoghi pubblici, anche le dimore private potevano essere arricchite da opere d’arte greca. La quarta sezione, “Opere d’arte greca negli spazi privati”, si articola in due sottosezioni con raggruppamento delle opere per area di provenienza. In un primo momento si presentano le sculture greche che decoravano gli horti, ovvero i sontuosi complessi residenziali immersi nel verde di ninfei e fontane ai margini del centro di Roma. Così, tra il Pincio e il Quirinale, si estendevano gli horti Sallustiani, celebri per l’ingente raccolta di sculture che li adornavano - di cui è possibile ammirare una selezione di capolavori qui eccezionalmente riuniti. Tra essi spiccano le sculture del frontone che raffigurano il mito della strage dei figli di Niobe, uccisi per mano di Apollo e Artemide. Queste sculture sono state da tempo accostate a quelle con Amazzonomachia del Tempio di Apollo Sosiano, per ragioni di stile. Presenti anche significativi reperti dagli horti di Mecenate e quelli Lamiani, che si estendevano sul colle Esquilino. A seguire, nel secondo raggruppamento, rientrano le opere collegate a ville di età imperiale in buona parte dislocate nel suburbio, segno della persistente ammirazione dei Romani per l’arte ellenica, considerata simbolo di prestigio e raffinatezza culturale.


V SEZIONE
A partire dal II secolo a.C. molti scultori greci immigrarono a Roma e vi installarono fiorenti atelier, specializzandosi anche nella creazione di statue di culto in stile classicistico destinati ai templi romani. In seguito, nel I secolo a.C. la crescente domanda di arte greca incentivò la nascita di botteghe, perlopiù attive a Delos e ad Atene, specializzate in raffinate creazioni di stile eclettico. Questa produzione viene raccontata nella quinta e ultima sezione, “Artisti greci al servizio di Roma”. Le opere riprendevano spesso soggetti mitologici o dionisiaci della tradizione, come è rappresentato nella fontana monumentale a forma di corno potorio (rhyton), decorata con Menadi e firmata dall’artista Pontios. Rispetto alla realizzazione di semplici copie, l’intento dell’arte neoattica era quello di rielaborare i modelli greci, riadattandoli alle nuove funzioni, prevalentemente decorative, negli spazi pubblici e privati del mondo romano. L’arte greca era ormai diventata un duttile strumento piegato alle esigenze romane: il profondo sentimento religioso che permeava la migliore produzione artistica di età arcaica e classica si era perduto a favore della qualità estetica dell’opera d’arte.


#mostre / Ad Oristano la mostra Tharros. Time Upon Time

 

La Fondazione Mont’e Prama presenta negli spazi del Museo Diocesano Arborense di Oristano la mostra Tharros. Time Upon Time, un ampio progetto espositivo dedicato a una delle aree archeologiche sarde più significative del Mediterraneo antico.
La mostra riporta al centro dell’attenzione pubblica la storia lunga e stratificata di Tharros e la intreccia con la vicenda della sua riscoperta archeologica, attraverso un percorso che accoglie reperti, archivi, immagini d’epoca, video e installazioni multimediali in un dialogo costante tra ricerca, paesaggio e comunità.
Il progetto ripercorre la vita dell’area archeoligica dalla fase nuragica fino all’età tardoantica, seguendo trasformazioni urbane, cambiamenti nei rituali, nelle abitudini quotidiane e nelle forme di contatto con altri centri del Mediterraneo, mentre in parallelo mette in luce il lavoro di generazioni di archeologi, studiosi e istituzioni che tra XIX e XXI secolo hanno osservato, documentato, scavato e raccontato Tharros con strumenti e sensibilità in continua evoluzione.
Il titolo della mostra allude a una delle evidenze più evidenti dell’archeologia, il fatto che il tempo non scorra come una linea diritta ma si depositi in strati successivi. Ogni livello conserva tracce di chi ha abitato la città, di chi ne ha studiato i resti, di chi ancora oggi ne percorre gli spazi. Tharros diventa così un laboratorio sul tempo, sulle fratture e sulle continuità che legano epoche lontane, mettendo in relazione la città antica, il cantiere dello scavo e lo sguardo contemporaneo di chi visita il Sinis.
In un clima culturale in cui la riflessione sul paesaggio e sulle identità locali si intreccia con domande sulla gestione del patrimonio e sui rapporti tra turismo, ricerca e cura dei luoghi, Tharros. Time Upon Time propone un punto di vista che unisce rigore scientifico e attenzione per le persone, invitando a leggere la città non come fondale pittoresco, ma come organismo vivo che continua a sollecitare interrogativi.


LA MOSTRA

Il percorso espositivo si articola in due grandi sezioni collegate fra loro da una timeline che attraversa oltre venti secoli di storia, dal XIV secolo a.C. al VII secolo d.C., e guida il visitatore attraverso le principali fasi cronologiche e i passaggi più significativi della vicenda di Tharros, collegando gli oggetti alle storie che li accompagnano. La linea del tempo funziona come asse portante costruendo una mappa mentale che rimane impressa anche dopo l’uscita dalle sale.
La prima sezione, Tharros fra storia e archeologia. La città, lo scavo, la narrazione del tempo, mostra il modo in cui Tharros entra nello sguardo della modernità. Dalle menzioni tra Sei e Settecento si arriva alle prime osservazioni sistematiche dell’Ottocento legate a figure come Alberto Ferrero della Marmora, Giovanni Spano, Efisio Pischedda, impegnati a descrivere il sito, tracciarne la topografia, raccogliere i primi materiali. Nel cuore di questa sezione il visitatore incontra gli scavi di Gennaro Pesce negli anni Cinquanta del Novecento e le ricerche successive condotte da studiosi italiani e stranieri, che descrivono la struttura urbana, le necropoli, il tofet, i quartieri artigianali e i settori produttivi.
Documenti d’archivio, planimetrie, fotografie, filmati, testimonianze e interviste alle archeologhe e agli archeologi compongono il ritratto di una città rivelata che cambia insieme ai metodi della disciplina archeologica e alle domande rivolte al sito. Si innesca così una dinamica in cui Tharros diventa banco di prova per tecniche di indagine, forme di tutela, modalità di restituzione al pubblico, offrendo allo stesso tempo un affresco della storia recente dell’archeologia in Sardegna.


La seconda sezione, Tharros. La città vecchia. Tracce di vita, frammenti di tempo, sposta lo sguardo sulla quotidianità e sulle persone che hanno abitato Tharros, proponendo la casa, il corpo, il gioco, il lavoro e il porto come chiavi di lettura capaci di restituire una città vissuta, attraversata da relazioni, gesti ripetuti e pratiche condivise. Nel cuore di questa parte del percorso il visitatore incontra gli oggetti della vita domestica, gli strumenti del lavoro, i segni della cura di sé, le tracce dei giochi e del tempo libero, in un susseguirsi di vetrine che costruisce un racconto ravvicinato.
Una macina a sella in basalto rimanda alla trasformazione dei cereali e alla centralità del pane nell’alimentazione, mentre pentole, olle, bottiglie e piatti in ceramica attraversano le epoche e raccontano un modo di cucinare e consumare il cibo che si modifica nelle forme ma mantiene una continuità di fondo. Le lucerne, con tipologie diverse, disegnano una vera e propria geografia della luce che coinvolge la vita domestica, gli spazi pubblici, le pratiche cultuali, suggerendo atmosfere e ritmi del vivere in una città antica.
Un nucleo importante della mostra riguarda la cura del corpo e l’identità personale, con gioielli in oro, argento e corniola, amuleti, collane e anelli. Si delineano così un artigianato raffinato e una rete di scambi estesa che coinvolge l’Oriente mediterraneo, Cartagine e diversi centri dell’epoca. Oggetti in avorio, come coperchi di cofanetti e manici di specchio, alludono a gesti intimi legati alla cosmesi, alla protezione, alla rappresentazione di sé e delle proprie appartenenze.
Lo sguardo si apre poi sul tempo libero e sul lavoro. Una bambola articolata in terracotta rimanda all’infanzia in una città antica, mentre un dado in osso convoca l’eco dei giochi da tavolo della tradizione romana. Pesi da telaio, pesi da rete, ami da pesca, scorie di fusione, boccolari di fornace e un forno in terracotta per il pane ricostruiscono un tessuto di saperi tecnici e attività economiche che sostengono Tharros tra agricoltura, pesca, artigianato e produzioni specializzate.
Il porto emerge come elemento decisivo per comprendere la posizione della città nel Mediterraneo. Un frammento di ceramica micenea, vasi in bucchero etrusco, una lekythos attica a figure rosse, anfore africane e altre classi ceramiche restituiscono Tharros come crocevia di rotte tra l’Africa, la penisola iberica, la Sicilia, l’Etruria e l’entroterra sardo. Ogni oggetto allude a un viaggio, a uno scambio, a un accordo economico o a una relazione culturale, e da questo momento in poi il porto rimane un riferimento costante nella lettura della città.
ALLESTIMENTO E LINGUAGGI
L’allestimento segue una logica di essenzialità e chiarezza visiva. Vetrine e strutture sono pensate per lasciare spazio alla relazione diretta con reperti e materiali d’archivio, mentre il percorso integra grafica, suono e immagini in movimento per accompagnare il visitatore da una sezione all’altra con ritmo misurato. La mostra si offre così come uno spazio da attraversare, abitare, frequentare con tempi personali, in cui il testo non soffoca gli oggetti, ma li accompagna.
Un intervento multimediale accompagna il visitatore nelle stratificazioni di Tharros: una trama di risonanze, voci e materie che si intrecciano con le rovine, evocandone le memorie sommerse.
I paesaggi sonori – suoni e voci raccolti sul territorio, frammenti musicali – abitano gli spazi come una presenza viva. Le video-finestre, con animazioni 3D dei rilievi fotogrammetrici, restituiscono forme in divenire, sospese tra realtà e immaginazione. Il tempo diventa materia fluida, mentre rovine e reperti emergono dalle sabbie come visioni oniriche che si dissolvono e si ricompongono: suono e immagine sono il respiro dell’antica città che torna a vibrare nel presente.



#mostre / Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari, ospitata nelle sale dell’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale

 

La nuova mostra Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari, ospitata nelle sale dell’Appartamento del Doge a Palazzo Ducale dal 6 marzo al 29 settembre 2026, prende avvio dal tema del sacro nel mondo etrusco per analizzare le molteplici declinazioni e manifestazioni del culto legate alle acque. 
Il percorso si apre con Gli Etruschi e il sacro, introduzione al mondo religioso etrusco, segnata dalla presenza della Testa di Leucothea da Pyrgi, straordinario prestito del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia: un’immagine potente e liminare, legata al mare e alla protezione dei naviganti, che introduce il tema dell’acqua come spazio sacro. Segue la sezione dedicata ai Sacri approdi dell’Etruria, con un focus, in due sale, su Vulci e Pyrgi. Di particolare rilievo è l’esposizione integrale del deposito votivo della Banditella, la più antica testimonianza nota in Etruria di un culto all’aperto legato a una sorgente. Il santuario portuale di Pyrgi è raccontato attraverso antefisse architettoniche e la copia delle celebri lamine d’oro, evocando il legame profondo tra culto, navigazione e potere politico.
Il capitolo Acque miracolose conduce nei grandi santuari salutari dell’Etruria interna, Chianciano e Chiusi, fino a San Casciano dei Bagni, protagonista con un nucleo di bronzi provenienti dagli scavi più recenti di uno dei più importanti complessi termali dell’antichità ed esposti al pubblico per la prima volta. Bronzetti votivi, ex voto anatomici e statuaria documentano una frequentazione cultuale durata quasi un millennio, testimoniando il passaggio dal mondo etrusco a quello romano. Il filo narrativo si conclude a Marzabotto, l’antica Kainua, con l’esposizione di preziose ceramiche di importazione greca, tra cui una raffinata kylix attica a figure nere, provenienti dal piccolo, ma monumentale complesso del santuario Fontile. 
Luogo di transito e punto di riferimento della comunità che unisce la cura, fisica e spirituale, ad una sofisticata ricerca idraulica, applicata al territorio: una “devozione ingegneristica” sottolineata dalla presenza di Dedalo in una decorazione acroteriale. Una figura la sua, che in Etruria padana assume uno speciale significato proprio per le sue capacità ingegneristiche nella gestione delle acque, e che grazie ad un’unica antefissa superstite documenta il raffinato apparato di decorazione del tetto dell’edificio sacro. La sezione etrusca si chiude con Adria e Spina, porti dell’Adriatico settentrionale, dove frammenti iscritti e reperti votivi restituiscono pratiche rituali legate alla navigazione e agli approdi sacri.
Con I Veneti e il sacro, l’attenzione si sposta sul mondo veneto antico, mettendone in luce le specificità religiose, il rapporto privilegiato con l’acqua ed un articolato sistema di luoghi sacri, attraversati da pratiche votive, culti salutari e dinamiche di integrazione culturale. Il percorso ha inizio con l’esposizione di alcuni reperti emblematici della religiosità veneta, tra cui spiccano il disco bronzeo di Montebelluna, raffigurante la dea clavigera, e l’orlo di lebete di Altino che conserva incisa l’unica formula votiva nota in lingua venetica.
Le acque sananti sono rappresentate rispettivamente dal santuario termale di Montegrotto e dal luogo di culto delle sorgenti terapeutiche di Lagole di Calalzo. Il primo è caratterizzato dalla presenza di numerosissime coppe e tazze miniaturistiche, di bronzetti di cavalieri ma anche di cavalli, a documentare probabilmente come il potere salutifero delle acque venisse ricercato anche per gli animali. Ex voto peculiari di Lagole sono invece i simpula, attingitoio utilizzati per raccogliere l’acqua, ritualmente spezzati in due parti dopo l’uso rituale e spesso contraddistinti dalla presenza di iscrizioni votive. 
Del santuario fluviale di Pora Reitia a Este vengono messi in evidenza i diversi aspetti del culto, legati in particolare all’insegnamento della scrittura, documentato da stili e tavolette scrittorie, e alla tecnica della filatura e della tessitura, documentate da fusaiole, rocchetti e pesi da telaio.
Il percorso narrativo si conclude con il santuario nord-adriatico di Altino, porto sacro dei Veneti aperto alle rotte adriatiche, mediterranee ed endo lagunari, centro di un culto volto ad accogliere e integrare comunità diverse, come attestano bronzetti provenienti dall’area etrusca, centro-italica e celtica, lamine figurate e monumenti votivi di eccezionale rilievo. Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari offre così al pubblico un racconto autorevole e suggestivo, restituendo all’acqua il suo ruolo fondativo nella costruzione del sacro e nell’identità delle civiltà antiche.
Rinnovando il legame tra arte, nuovi linguaggi, ricerca, divulgazione scientifica e applicazione tecnologica che ha segnato le precedenti esposizioni, la mostra chiude con un progetto installativo a cura di Fondazione Bonotto, presentato per la prima volta a Palazzo Ducale, nel contesto dell’esposizione; We are bodies of water, un grande arazzo realizzato con filati di materie plastiche riciclate dai rifiuti industriali, rappresenta il panorama su cui si inseriscono e interferiscono elementi digitali e sonori realizzati a partire da una ricerca sull’ambiente lagunare veneziano. Lo studio è stato guidato da esperti in scienze naturali e poeticamente tradotto da artisti di diverse discipline.

domenica 1 marzo 2026

#mostre / Alle Scuderie del Quirinale "Tesori dei Faraoni"

 

Alle Scuderie del Quirinale  Tesori dei Faraoni, un grande progetto culturale che porta nella Capitale una selezione di 130 capolavori dell’arte dell’Antico Egitto, provenienti dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor, molti dei quali esposti per la prima volta fuori dal loro paese.
La mostra, curata da Tarek El Awady, già direttore del Museo Egizio del Cairo, è prodotta da ALES - Arte Lavoro e Servizi del Ministero della Cultura con MondoMostre, in collaborazione con il Supreme Council of Antiquities of Egypt, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del Ministero della Cultura, del Ministero del Turismo e delle Antichità d’Egitto,con il patrocinio della Regione Lazio e la collaborazione scientifica del Museo Egizio di Torino.
La mostra è resa possibile grazie al fondamentale sostegno di Intesa Sanpaolo ed ENI, Main Sponsor del progetto, che confermano il loro impegno costante nella promozione della cultura e nella valorizzazione del dialogo tra le civiltà.
EgyptAir è Vettore Ufficiale dell’esposizione, accompagnando idealmente – e concretamente – il viaggio delle opere dall’Egitto a Roma. Si ringraziano inoltre i Partner Cotral, Urban Vision e Ferrovie dello Stato Italiane per il prezioso contributo e la collaborazione a un’iniziativa che unisce eccellenza scientifica, visione internazionale e partecipazione collettiva.
L’iniziativa si inserisce nel quadro delle relazioni culturali tra Italia ed Egitto e dialoga con gli obiettivi del Piano Mattei per l’Africa, come esempio concreto di cooperazione fondata su conoscenza, formazione e valorizzazione del patrimonio condiviso. È un progetto che riafferma la cultura come strumento di dialogo e amicizia, capace di unire due civiltà legate da sempre dal Mediterraneo e dal fascino della storia comune.
Tesori dei Faraoni è un viaggio nella civiltà egizia attraverso le sue forme più alte e insieme più intime: potere, fede, vita quotidiana. Il percorso apre con lo splendore dell’oro, materia divina e simbolo dell’eternità. Il sarcofago dorato della regina Ahhotep II, la Collana delle Mosche d’oro, antica onorificenza militare per il valore in battaglia, e il collare di Psusennes I introducono al mondo delle élite egizie, dove l’ornamento diventa linguaggio politico e riflesso di una teologia del potere. Intorno al corredo funerario di Psusennes I, scoperto a Tanis nel 1940, si concentrano oggetti di straordinaria raffinatezza: amuleti, coppe e gioielli che, dopo tremila anni, conservano intatta la loro luce.
Dalla magnificenza regale si entra nell’universo del rito e del passaggio, dove la morte è intesa come trasformazione. Il monumentale sarcofago di Tuya, madre della regina Tiye, domina una sezione dedicata alle pratiche funerarie e alla fede di rinascita. Attorno, le statuette shabti, i vasi canopi e un papiro del Libro dei Morti raccontano la precisione quasi scientifica con cui gli Egizi preparavano il viaggio nell’aldilà: un insieme di formule, immagini e strumenti per attraversare il mondo invisibile e rinascere alla luce di Ra.
Il percorso si apre poi al volto umano della regalità. Le tombe dei nobili e dei funzionari, come quella di Sennefer, svelano la quotidianità del potere, la devozione e il senso del dovere di chi serviva il faraone come garante dell’ordine cosmico. In dialogo con queste figure, la poltrona dorata di Sitamun, figlia di Amenofi III, restituisce un’intimità sorprendente: un oggetto domestico, usato in vita e poi deposto come dono nella tomba dei nonni, testimonianza rara di affetto e continuità familiare.
Una delle sezioni più attese è dedicata alla “Città d’Oro” di Amenofi III, scoperta nel 2021 da Zahi Hawass. Gli utensili, i sigilli e gli amuleti provenienti da questo straordinario sito restituiscono la voce degli artigiani e dei lavoratori che costruivano la grandezza dei faraoni. Lì, tra le officine e le case, la civiltà egizia appare nel suo volto più umano e produttivo, capace di unire ingegno tecnico e senso religioso in ogni gesto.
La mostra culmina nel mistero della regalità divina. Le statue e i rilievi che chiudono il percorso sono tra le espressioni più alte dell’arte faraonica: l’Hatshepsut inginocchiata in atto d’offerta, la diade di Thutmosi III con Amon, la Triade di Micerino, fino alla splendida maschera d’oro di Amenemope, dove il volto del re, levigato e perfetto, diventa icona di un corpo che appartiene ormai al divino. In chiusura, la Mensa Isiaca – eccezionalmente concessa dal Museo Egizio di Torino – riannoda il filo simbolico che da Alessandria conduce a Roma, testimoniando l’antico legame spirituale e culturale tra i due mondi.
Come ricorda Zahi Hawass, “il più grande monumento mai costruito dall’Egitto non fu una piramide o un tempio, ma l’idea stessa di eternità.” È questa idea, più forte della pietra e dell’oro, a risuonare in ogni sala della mostra.
Tesori dei Faraoniè accompagnata da un ampio programma di mediazione e divulgazione. Il catalogo, edito da Allemandi in edizione italiana e inglese, è curato da Zahi Hawass, che firma per la casa editrice anche la guida breve e la guida per ragazzi, ideate per accompagnare il pubblico più giovane in un racconto accessibile e coinvolgente, tra storie, divinità e simboli dell’antico Egitto. Sempre nel catalogo, le fotografie di Massimo Listri restituiscono la magnificenza dei capolavori esposti e l’atmosfera delle collezioni egizie.
Tutti i visitatori potranno inoltre usufruire di un’audioguida inclusa nel biglietto, disponibile in quattro lingue, con la voce di Roberto Giacobbo per la versione italiana e quella di Zahi Hawass per la versione inglese; è prevista anche una versione dedicata ai bambini, per un’esperienza di visita ancora più coinvolgente.
E’ inoltre attivo un ricco percorso didattico pensato per tutti i pubblici. Sono previsti laboratori didattici e visite guidate, progettati in collaborazione con il Museo Egizio di Torino, che prenderanno le mosse dai temi centrali della mostra per offrire esperienze concrete e coinvolgenti: ad esempio i più giovani potranno esplorare simboli, animali e figure divine, ricostruendo in modo interattivo la vita dell’antico Egitto. Per le scuole – dalla fascia dell’infanzia alle secondarie di primo grado – sono già attivi laboratori specifici, che estendono l’offerta formativa tradizionale e permettono di attraversare i principali assi tematici della mostra, come l’evoluzione sociale, l’arte funeraria, l’iconografia religiosa e le innovazioni materiali.
Infine, si affianca a questa proposta un programma di attività collaterali, in collaborazione con il dipartimento SARAS della Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza di Roma con incontri, seminari e approfondimenti condotti da studiosi, archeologi ed esperti, con l’obiettivo di arricchire la fruizione della mostra e favorire il dialogo tra cultura, ricerca e pubblico.

#mostre / PALEOTAC Come guardare attraverso i fossili. A Bologna.

 

Tra le maggiori sfide che i paleontologi affrontano per ricostruire le forme di vita del passato, si trova quella di dover comprendere i dettagli dell’anatomia di fossili celati dalle stratificazioni millenarie di sedimenti; non bastano martello e scalpello, spesso avrebbero necessità di “vedere” attraverso la roccia. Fino a pochi anni fa, ciò era possibile solo sezionando i reperti: una tecnica efficace, ma che ovviamente danneggiava irrimediabilmente i fossili e di conseguenza poteva essere utilizzata solo in pochi casi.
La Tomografia Assiale Computerizzata, meglio conosciuta come TAC, si basa sull’utilizzo di raggi X e permette di ricostruire modelli tridimensionali di oggetti mediante la sovrapposizione di centinaia di immagini prodotte da angolazioni diverse. Questa tecnica di indagine si utilizza da oltre 20 anni nella diagnostica medica, in quanto permette di indagare l’interno del corpo umano senza recare danno al paziente. Solo più recentemente è stata applicata alla paleontologia: si è infatti scoperto che, a voltaggi più elevati, i raggi X sono in grado di attraversare anche i reperti fossili.
PALEOTAC. Come guardare attraverso i fossili intende raccontare come la TAC ha trasformato l'indagine paleontologica, aprendo nuove frontiere nella comprensione dell'anatomia, della biologia, dell'evoluzione e persino del comportamento di animali estinti da milioni di anni.
La mostra guida il visitatore attraverso le ricerche condotte dall'Università di Bologna con l'utilizzo dei macchinari TAC dell'Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, del Centro di Anatomia dell'Alma Mater, di Elettra Sincrotrone Trieste, grazie a cui è stato possibile gettare nuova luce su importanti reperti della Collezione di Geologia "Museo Giovanni Capellini" come il cranio fossile di un listrosauro del Triassico, l'omero patologico di un leone delle caverne infortunatosi in vita, oppure il cranio del piccolo coccodrillo preistorico Acynodon rinvenuto nel sito paleontologico del Villaggio del Pescatore (Trieste).
PALEOTAC inaugura inoltre il nuovo allestimento del piano terra della Collezione con innovativi apparati digitali (sala immersiva, avatar conversazionali e postazioni di realtà virtuale) e con l’impiego della realtà aumentata per migliorare la fruizione delle collezioni storiche al primo piano.
La mostra è organizzata dal Sistema Museale di Ateneo nell’ambito del programma di ricerca dello Spoke 4 “Virtual Technologies for Museums and Art Collections” del Partenariato esteso CHANGES “Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society”, in collaborazione con Centro di Anatomia Clinica e Chirurgica Sperimentale e Molecolare | Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie e Dipartimento di Scienze Biologiche Geologiche e Ambientali dell'Università di Bologna, Elettra Sincrotrone Trieste, Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna.

#mostre / I Colori dell’Antico. Marmi Santarelli ai Musei Capitolini

 

In due sale di Palazzo Clementino ai Musei Capitolini, accanto al Medagliere, una preziosa selezione di oltre 660 marmi policromi di età imperiale provenienti dalla collezione capitolina e dalla Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli. Grazie ad un comodato gratuito decennale, l’allestimento offre una visione sull’immensa quantità di pietre importate a Roma: un’occasione unica per ripercorrere, attraverso forme, colori e fantasie, la storia millenaria della capitale da un punto di vista artistico ma anche socioculturale, politico ed economico. L’uso dei marmi policromi caratterizzò infatti in modo determinante l’architettura romana di età imperiale.
L’allestimento si sviluppa in due sale. Nella prima sono esposti 82 frammenti policromi provenienti dalla Fondazione Santarelli; l’altra ospita due coppie di campionari, una del primo ’800 con 422 pezzi, sempre della Fondazione, l’altra pertinente alla collezione Capitolina, iniziata nella seconda metà dell’800 dalla famiglia Gui e costituita da 288 formelle. Nella stessa sala è presente anche una testa di Dioniso montata su busto non pertinente femminile (composta da otto tipologie marmoree diverse e una selezione di strumenti per la lavorazione del marmo provenienti dalla bottega Fiorentini).
In loop viene proiettato un documentario, a cura di Adriano Aymonino e Silvia Davoli, che ripercorre la storia di queste materie giunte a Roma in relazione alla politica di espansione dell’impero.
L’allestimento vuole raccontare la stretta connessione tra la presenza di materiali non-autoctoni alla città di Roma e l’espansione politica, economica e geografica dell’antico Impero Romano, tracciando territori e reti geografiche attraverso la storia e la memoria.
Infatti, poiché le grandi strade dell’impero partono dal centro della città antica, la collocazione dei marmi rispecchia le cardinali da cui giunsero a Roma.
Ne consegue un colpo d’occhio istruttivo, che indica le civiltà più avvezze alla lavorazione del marmo al momento della conquista romana.


L’uso di alcuni marmi colorati risale al Neolitico o alla tarda età del bronzo, come il duro serpentino verde. In Egitto i faraoni sfruttarono qualità diverse e l’ultima loro dinastia, i Tolomei (305 – 30 a.C.), ampliò il repertorio con porfidi e alabastri, che saranno in seguito apprezzati a Roma. Qui prevalse a lungo il rifiuto del lusso, preferendo idee e materie tratte dalla tradizione. L’introduzione di alcuni marmi colorati risale al periodo repubblicano, come il giallo antico e il pavonazzetto, mentre la loro diffusione è da collegarsi all’imperatore Augusto. Il maggior assortimento di marmi colorati risale ai Flavi (69-96 d.C). Molte cave divennero imperiali con gli Antonini, che accrebbero quelle extra italiche. Le tinte erano ravvivate da levigature, grassi o cere e dovevano correlarsi a dipinti e decorazioni, andati quasi tutti perduti.
Estrazione, lavorazione e trasporto necessitavano di moltissimi addetti, i quali dovevano essere bene addestrati e disciplinati. È possibile che Augusto e i successori abbiano voluto deliberatamente finanziare queste attività anche per favorire l’amalgama etnica e sociale entro l’enorme estensione dell’impero, volendo coinvolgere economicamente i popoli conquistati. I costi furono comparabili a quelli di campagne militari e devono aver avuto motivazioni adeguate. Ma il motivo non è del tutto chiaro. È stato interpretato come desiderio del lusso, di aumento del gettito fiscale e di rappresentazione simbolica dell’estensione imperiale.
La progressiva dissoluzione militare, politica, amministrativa ed economica occidentale, che corrisponde all’Alto Medioevo, vide chiudere la maggioranza delle cave e successivamente la forte tendenza al riuso di materiali antichi. Si andò sviluppando un’arte nuova, che avrebbe sfruttato in modo originale i marmi colorati. Si diffusero i pavimenti con lastre reimpiegate intere o sminuzzate, a formare motivi geometrici. Le tinte di qualche marmo antico echeggiarono nell’architettura romanica e gotica, in Toscana e in altre regioni, facciate e campanili striati di bianco e di rosso (o verde), imitavano il porfido e il serpentino, come fece più esattamente anche la pittura trecentesca.
Nella più organica ripresa dell’antico, il Rinascimento, si nota un dato contraddittorio e trascurato: le vive tinte di Roma furono sbiadite o reinventate. Un cambiamento si deve alla maturità di Raffaello, nelle Stanze vaticane, a partire da quella dell’Incendio (1514-1517), dove sono congruamente dipinte diverse pietre colorate. A metà Cinquecento a Firenze si sviluppò la tarsìa marmorea (dal 1588 con l’Opificio delle Pietre Dure), che sembra riflettersi nello stile del Bronzino. Si diffusero allora anche i dipinti su ardesia e poi su altre qualità lapidee.


I vivi colori di Roma innescarono presto un luogo comune: sarebbero stati eccessivi, corrompendo la misurata semplicità greca. È un’idea che riemerge nella storia dell’arte, nei giudizi su Manierismo e Barocco quali degenerazioni dell’equilibrio rinascimentale. Nel primo Rinascimento, quei colori dovevano vedersi meglio di ora, specialmente nei marmi, che non avevano subito secoli di spoglio, né l’azione dell’inquinamento. Eppure tante immagini della città li mostrano sbiaditi, fino al Neoclassicismo e ancora oltre. Può darsi che quel “filtro” servisse a rendere credibili le immagini riferite al passato, poiché qualcosa di simile si vede nel flashback cinematografico, spesso in bianco e nero o con colori alterati. Tali modifiche possono aver aiutato ad usare l’immagine artistica come macchina del tempo.


CITTA' DEL VATICANO - Specchio di Calcante

  Lo  specchio di Calcante  è un manufatto etrusco della fine del V secolo a.C. e si trova ora a Roma, nel Museo Gregoriano Etrusco dei Muse...