sabato 28 febbraio 2026

Campania - Napoli, ipogeo dei Cristallini

 

L'ipogeo dei Cristallini è una serie di ipogei a uso cimiteriale di epoca ellenistica ubicati a Napoli nel rione Sanità.
Tra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C., durante il periodo greco di Napoli, poco fuori le mura, nei pressi di un costone tufaceo nelle vicinanze dell'odierna piazza Cavour, furono costruite una serie di tombe: tuttavia col passare del tempo, il vallone entro in quale furono edificate, andò riempiendosi di detriti alluvionali per un'altezza fino a quindici metri, seppellendole.
Nel 1889 il barone Giovanni di Donato, durante uno scavo nel giardino del suo palazzo, forse per la costruzione di un pozzo o per l'estrazione di tufo, si imbatté, a una profondità di circa dodici metri, in uno degli ipogei: nel corso delle indagini archeologiche, che durarono fino al 1896, ne furono ritrovati quattro. Gli ipogei rimasero chiusi e inaccessibili; grazie ai lavori di restauro partiti il 23 settembre 2020, si poté aprire il sito al pubblico per la prima volta nel giugno 2022.
Il complesso dell'ipogeo dei Cristallini, il cui nome deriva dalla strada in cui è situato, è costituito da quattro tombe, ognuna con ingresso indipendente: ogni sepolcro è simile nella struttura con una camera superiore dove venivano resi gli omaggi al defunto, pavimento quasi del tutto mancante per far posto alla scala e camera inferiore dove venivano ospitati i defunti. I corpi erano posti in klìne con cuscini e materassi scolpiti e dipinti in rosso, azzurro, viola e giallo.
Dei quattro ipogei, identificati con le prime quattro lettere dell'alfabeto, quello meglio conservato è il cosiddetto C. L'ingresso è caratterizzato da due colonne sulle quali poggia un architrave e probabilmente terminava a timpano; la sala superiore ha un tetto a doppio spiovente e un doppio fregio decorativo, uno in ordine ionico in rosso, blu e bianco e un altro nero e bianco con le raffigurazioni di grifi, fiori e teste maschili e femminili. La camera inferiore invece ha una volta a botte: sulla parete di fondo è l'altorilievo della testa di Medusa mentre sulla parete d'ingresso è l'affresco del corredo funerario composto da una brocca, due candelabri, di cui restano visibili i fusti e le basi a zampa di animale e una patera dorata sospesa, all'interno della quale sono raffigurati Dioniso e Arianna. Completano la decorazione gli affreschi di corone di alloro avvolte in fasci dorati sopra le klìne, delle pareste con capitelli e il pavimento dipinto in rosso.


Degli altri ipogei quello A era originariamente ornato con otto bassorilievi, di cui uno solo ne rimase superstite, l'ipogeo B, rinvenuto quasi intatto, ha conservato affreschi, anfore e altari e l'ipogeo D è stato invece riutilizzato durante l'epoca romana, come dimostra un'iscrizione latina ritrovata al suo interno e i numerosi loculi alle pareti.


Toscana - Necropoli rupestre di Rio Marina

 

La necropoli rupestre di Rio Marina è una necropoli dell'Eneolitico nel comune di Rio dell'isola d'Elba, nella provincia di Livorno.
La necropoli, posta in una galleria naturale nota un tempo come Grotta del Castelli e successivamente Grotta di San Giuseppe, venne ufficialmente scoperta nel 1966 dal geologo Mario Cignoni e scavata tra il 1969 e il 1970. La cavità era comunque nota già dalla metà del XIX secolo, perché, come scrisse Igino Cocchi nel 1871, «vi è la Buca del Chiros, piccola caverna nel calcare cavernoso, che suole averne moltissime ovunque: il proprietario assicura avervi trovato ossa e pentoli (sic). Mi fu asserito che altre ossa e cocci si raccolsero nella Grotta del Castelli, lungo speco quasi semicircolare aperto in alto e scavato nel calcare cavernoso che forma il vicino Poggetto dell'Assunta».
Al suo interno si trovavano le sepolture di circa 80 individui appartenenti ad una fase avanzata della Cultura del Rinaldone. I corredi funebri dei defunti, oggi esposti presso il Museo civico archeologico del Distretto Minerario di Rio nell'Elba, consistevano di tipici vasi «a fiasco», ciotole, attingitoi, vasi globulari, cuspidi di freccia in diaspro, pugnali di rame e punteruoli d'osso. Di estremo interesse il cranio con foro appartenente ad una giovane donna sepolta.
La tipologia dei materiali rinvenuti fa supporre uno stretto collegamento tra tali popolazioni e i giacimenti minerari dell'Elba orientale, nonché delle forti analogie con il cosiddetto Gruppo grossetano e con le facies culturali eneolitiche pisano-versiliesi.

venerdì 27 febbraio 2026

EMIRATI ARABI UNITI, OMAN - Cultura di Wadi Suq

 

La cultura di Wadi Suq definisce l'insediamento umano negli Emirati Arabi Uniti e in Oman nel periodo dal 2000 al 1300 a.C. Prende il nome da un wadi, o via navigabile, a ovest di Sohar in Oman e segue la cultura di Umm al-Nar. Sebbene gli archeologi abbiano tradizionalmente la tendenza a vedere le differenze negli insediamenti umani e le sepolture tra i periodi di Umm Al Nar e Wadi Suq come il risultato di importanti perturbazioni esterne (i cambiamenti climatici, il crollo del commercio o la minaccia di guerra), l'opinione contemporanea si è spostata verso un graduale cambiamento nella società umana incentrato su approcci più sofisticati alla zootecnia, nonché cambiamenti negli ambienti commerciali e sociali circostanti.
Si pensa che la transizione tra Umm Al Nar e Wadi Suq abbia richiesto circa 200 anni e più, con reperti nell'importante sito Wadi Suq di Tell Abraq nella moderna Umm Al Qawain che mostrano prove della continuità delle sepolture di Umm al-Nar. Le prove di una maggiore mobilità della popolazione indicano un graduale cambiamento nelle abitudini umane piuttosto che un improvviso cambiamento[2] e importanti siti dell'era Wadi Suq come Tell Abraq, Ed Dur, Seih Al Harf, Shimal e Kalba mostrano una crescente raffinatezza di articoli di bronzo e rame con collegamenti commerciali sia ad est con la valle dell'Indo che a ovest con la Mesopotamia. Le ceramiche dell'era Wadi Suq sono anche considerate più raffinate, con reperti di oggetti con dipinti comuni, e lo sviluppo di vasi in pietra tenera.
Gli studi sui resti umani del periodo indicano un processo di aridificazione nel corso dei secoli contigui tra i periodi di Umm Al Nar e Wadi Suq (l'evento climatico 4,2 ka BP), ma non supportano un movimento improvviso o cataclismico o un cambiamento sociale piuttosto che un graduale cambiamento nella cultura.
Il popolo del Wadi Suq non solo addomesticava i cammelli, ma ci sono prove che piantarono anche raccolti di grano, orzo e datteri. Un passaggio graduale dagli insediamenti costieri a quelli interni ha avuto luogo durante questo periodo.
Alcune delle prove più evidenti del cambiamento delle abitudini e della società umane dopo il periodo di Umm Al Nar si trovano nelle sepolture del popolo Wadi Suq, in particolare a Shimal a Ras Al Khaimah dove si trovano oltre 250 siti di sepoltura. In alcuni casi, per costruire le tombe Wadi Suq sono state usate pietre tagliate dalle sepolture di Umm Al Nar. Le sepolture del Wadi Suq sono lunghe camere inserite lateralmente e molte sono state trovate e usate per le successive sepolture. Sebbene Shimal abbia le più vaste sepolture del Wadi Suq, negli Emirati Arabi Uniti e in Oman si trovano siti di sepoltura che variano da semplici tumuli a strutture sofisticate.


L'importante luogo di sepoltura di Jebel Buhais, il più antico luogo di sepoltura datato radiometricamente negli Emirati Arabi Uniti, è una vasta necropoli, costituita da siti di sepoltura che attraversano le epoche dell'insediamento umano: pietra, ferro, bronzo e periodo ellenistico negli Emirati Arabi Uniti. La vasta area delle sepolture presenta una serie di importanti tombe di Wadi Suq, tra cui un'unica camera di sepoltura a forma di trifoglio, ma non ha prove di sepolture dell'epoca di Umm Al Nar, sebbene esistano sepolture che rappresentano le epoche successive, incluso il periodo ellenistico. La tomba del periodo Wadi Suq a forma di trifoglio a Jebel Buhais, BHS 66 si erge come un pezzo unico di architettura funeraria negli Emirati Arabi Uniti.
Le armi dell'era Wadi Suq mostrano un notevole aumento della raffinatezza, con un'esplosione nella metallurgia che si verifica nella regione. Sono state trovate numerose tombe con centinaia di armi e altri manufatti metallici e lunghe spade, archi e frecce diventate le armi predominanti. Le lunghe spade trovate a Qattara, Qidfa, Qusais e Bidaa bint Saud sono a doppio taglio ed elsa. Delle lance leggere segnavano anche le armi del tempo. Molte di queste armi erano in bronzo. Una tomba scavata a Shimal non aveva non meno di 18 punte di freccia in bronzo.
Un'altra industria a crescita esplosiva nell'era del Wadi Suq fu la produzione di barche in pietra tenera. Mentre nella precedente era di Umm al-Nar, questi erano distintamente decorati con cerchi punteggiati, ora acquisiscono modelli incisi di linee e se ne trovano a profusione.


La ricchezza relativa e la crescente raffinatezza metallurgica del popolo Wadi Suq sono mostrate da reperti di gioielli, tra cui placche d'oro raffiguranti animali. Sono stati dimostrati i collegamenti in corso con Dilmun e la valle dell'Indo.

OMAN - Al-Khutm

 

Al-Khutm
 è un sito archeologico in Oman. Si tratta di una necropoli risalente al III millennio a.C. Dal 1988, insieme ai siti di Bat e Al-Ayn, è stato inserito tra i Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO.
Gli studi svolti negli ultimi 15 anni hanno portato alla scoperta di numerosi insediamenti umani che si estendevano dal Golfo Persico al Golfo di Oman. Le rovine presenti ad Al-Khutm sono quelle del Forte di Pedra, una torre in roccia con un diametro di 20 metri. Si trova a 2 chilometri ad ovest di Bat.
Il sito non è stato sottoposto a restauro o ad altro tipo di manutenzione prima della protezione da parte dell'UNESCO, e solo il suo isolamento ne ha permesso una sufficiente conservazione. Attualmente il sito è protetto dall'articolo 42 del regio decreto numero 6/80. Questo articolo comunque non prevede la sorveglianza del sito, ed uno dei maggiori pericoli è quello degli abitanti locali che vi possano prendere materiale da costruzione.


OMAN - Tiwi

 

Tiwi
è una città dell'Oman. È nota per essere un sito archeologico nella zona conosciuta come al-Jurayf. La città e il sito si trovano tra il Wadi Shab e Wadi Tiwi nel Golfo dell'Oman. Questo villaggio fortificato fu abitato nella tarda età del ferro di Samad e in epoca islamica. È noto come sito Tiwi TW2 (22 ° 49'14.38 "N, 59 ° 15'34.00" E, 75 m di altitudine).
Il sito archeologico si trova all'interno della cuspide di una montagna e contiene reperti superficiali attribuibili all'età tarda del ferro di Samad Si trova a 700 m ad ovest della costa. Nascosto dietro la cuspide più orientale di una parete vulcanica, questo insediamento è poco visibile dal mare o dalla vicina strada costiera. È stato mappato e censito nel 2002..
A nord-ovest, a nord e ad est dell'insediamento si verificarono estesi insediamenti della tarda età del ferro. La condizione di conservazione e i nostri metodi di registrazione condizionano l'aspetto dello schizzo risultante. È stato ridisegnato nel 2014. Il sito sembra essere stato utilizzato sporadicamente nel recente periodo. Poco dopo le indagini, il sito fu gravemente abbattuto per costruire l'autostrada costiera e sviluppare l'area commercialmente.

OMAN - Bat

 

Bat 
è un sito archeologico in Oman. Si tratta di una necropoli risalente al III millennio a.C. Dal 1988, insieme ai siti di Al-Ayn e Al-Khutm, è stato inserito tra i Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO.
Gli studi svolti negli ultimi 15 anni hanno portato alla scoperta di numerosi insediamenti umani che si estendevano dal Golfo Persico al Golfo di Oman. Il sito di Bat si trova all'interno di un palmeto. Già nel 3000 a.C. c'era un intenso commercio di rame (estratto in loco) e pietre (probabilmente di diorite) con i Sumeri. Vari testi sumeri la chiamavano Dilmun, ad esempio l'epopea di Gilgamesh. È composto da oltre 100 tombe e da edifici circolari con un diametro di 20 metri, il cui uso è sconosciuto. Dal momento che gli edifici non hanno aperture verso l'esterno, è stata avanzata l'ipotesi che si trattasse di cisterne o sili, ma sono solo congetture. Nel 1972 gli scavi svolti da una squadra danese guidata da Karen Frifelt dimostrarono che la città venne abitata ininterrottamente per 4000 anni.
Il sito non è stato sottoposto a restauro o ad altro tipo di manutenzione prima della protezione da parte dell'UNESCO, e solo il suo isolamento ne ha permesso una sufficiente conservazione. Attualmente il sito è protetto dall'articolo 42 del regio decreto numero 6/80. Questo articolo comunque non prevede la sorveglianza del sito, ed uno dei maggiori pericoli è quello degli abitanti locali che vi possano prendere materiale da costruzione.

OMAN - Al-Ayn

 

Al-Ayn 
è un sito archeologico in Oman. Dal 1988, insieme ai siti di Bat e Al-Khutm, è stato inserito tra i Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO.
Si tratta di una necropoli risalente al III millennio a.C. Gli studi svolti negli ultimi 15 anni hanno portato alla scoperta di numerosi insediamenti umani che si estendevano dal Golfo Persico al Golfo di Oman. Al-Ayn è una piccola necropoli. Dei tre è il sito in migliore stato di conservazione; si trova a 22 chilometri a est-sud-est di Bat.
Il sito non è stato sottoposto a restauro o ad altro tipo di manutenzione prima della protezione da parte dell'UNESCO, e solo il suo isolamento ne ha permesso una sufficiente conservazione. Attualmente il sito è protetto dall'articolo 42 del regio decreto numero 6/80. Questo articolo comunque non prevede la sorveglianza del sito, ed uno dei maggiori pericoli è quello degli abitanti locali che vi possano prendere materiale da costruzione.


giovedì 26 febbraio 2026

BULGARIA - Necropoli di Varna

 

La necropoli di Varna  è un sito archeologico localizzato nella zona industriale occidentale della città di Varna, in Bulgaria. Si trova a circa mezzo chilometro dal lago di Varna e a 4 km dal centro della città.
È considerato uno dei principali siti archeologici mondiali legati alla preistoria.
Il sito è stato scoperto per caso nell'ottobre del 1972 dall'operaio Raycho Marinov. Gli scavi proseguirono sotto la direzione di Mihail Lazarov (1972-1976) e di Ivan Ivanov (1972-1991). Circa il 30% dell'area stimata della necropoli non è ancora stata scavata.
Sono state scoperte 294 tombe, molte delle quali contengono sofisticati esempi di gioielli in oro e rame, di vasellame (circa 600 pezzi, inclusi alcuni con pittura in oro), lame in pietra e in ossidiana, conchiglie e perline.
Le tombe sono state datate tra il 4600 ed il 4200 a.C. (datazione al radiocarbonio, 2004) ed appartengono alla cultura eneolitica di Varna, che è una variante locale della cultura di Gumelniţa-Karanovo.
La necropoli di Varna ha restituito moltissime tombe dallo studio delle quali emergono tre diversi tipi di rituale: 1. le tombe simboliche, che non accolgono il defunto ma un viso di argilla a grandezza naturale e adornato con numerosi oggetti d'oro, di rame, di osso e di ceramica; 2. le inumazioni in posizione distesa, che riguardavano soprattutto uomini, abbellite con ricchi ornamenti d'oro (come scettri e placchette zoomorfe), asce e vasi dipinti in oro; 3. le inumazioni in posizione flessa, con un corredo comune.
Queste differenze di rituale fanno pensare ad una struttura sociale giá piuttosto complessa e costituita da diversi strati in base alla possibilità di accumulare ricchezze sotto forma di metalli o bestiame attraverso la capacitá di sfruttare risorse minerarie e naturali.


mercoledì 25 febbraio 2026

TURCHIA - Tombe rupestri di Çanakçı

 

Le tombe rupestri di Çanakçı sono un gruppo di tombe scavate nella roccia nell'antica Cilicia e nell'attuale provincia di Mersin , in Turchia , proprio accanto a Kanlıdivane.
Le tombe rupestri di Çanakçı si trovano a circa 36°31′24″N 34°10′27″E, poche centinaia di metri a ovest della dolina di Kanlıdivane . L'altitudine generale dell'area è di circa 225 metri (738 piedi). Sono scolpite sulle rocce sul lato meridionale di una strada che corre parallela alla D.400 e alla costa mediterranea , a un'altitudine di pochi metri sopra il livello della strada. La distanza dalla città di Kumkuyu è di 6 chilometri (3,7 miglia), da Erdemli di 19 chilometri (12 miglia) e da Mersin di 56 chilometri (35 miglia).
Le tombe fanno parte della necropoli occidentale di Kanlıdivane e furono scavate intorno al II secolo d.C., durante il periodo dell'Impero Romano . Ogni camera ha un'apertura rettangolare che poteva essere chiusa con un blocco di pietra e la maggior parte contiene tre tombe. Sopra la maggior parte degli ingressi sono scolpite figure dei defunti, tra cui un soldato con lancia e ascia da battaglia, un uomo sdraiato su un divano e due donne. Due delle iscrizioni sopravvivono, una che condanna i potenziali ladri di tombe e dice che saranno costretti a pagare una multa a un tempio locale. Sopravvivono anche i nomi di due dei defunti, Appas ed Hekateos. 



BOTSWANA - Tsodilo

 

Tsodilo
 è un Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO. Il sito archeologico è situato nella parte nord occidentale del Botswana nel Distretto Nordoccidentale, poco distante dal confine con la Namibia. Il sito archeologico si trova su un gruppo di colline, chiamate Tsodilo Hills, che si ergono improvvisamente dalle desolate pianure del Kalahari e che sono composte da quattro rilievi principali chiamati Male (il più elevato che raggiunge i 1.400 m s.l.m.), Female, Child e il quarto, quello meno elevato, è senza nome.
L'iscrizione avvenne nel 2001 ed è dovuta all'enorme significato spirituale e religioso per le popolazioni locali, nonché alle numerosissime testimonianze di insediamenti umani per un periodo di storia lungo almeno 100.000 anni. Infatti vi sono stati contati più di 4.500 esempi diversi di arte rupestre in un'area di circa 10 km² all'interno del Deserto del Kalahari, da cui il meritato soprannome di Louvre del deserto.
Le Tsodilo Hills sono sacre sia per la popolazione San che ritiene vi alloggino gli spiriti dei defunti che portano sfortuna a chiunque cacci o svolga attività violente nelle colline sia per la popolazione Hambukushu. Il particolare colore, ricco di striature rosse e arancioni, della quarzite che compone le colline e il fatto che si ergono solitarie in mezzo a una desolata pianura contribuisce alla suggestione del luogo.
Nelle colline si trovano numerose antiche miniere, vi veniva estratta l'ematite speculare usata nell'antichità come cosmetico, alcune di queste miniere sono ormai allagate da sorgenti sotterranee e anche le acque sono considerate sacre dalle popolazioni indigene.

martedì 24 febbraio 2026

Piemonte - Necropoli di Ornavasso

 

La necropoli di Ornavasso è un sito archeologico situato alla periferia di Ornavasso. Si divide nelle due località di San Bernardo e di In Persona, situate ciascuna sui lati opposti della strada che da Ornavasso conduce a Domodossola. Si trova all'interno del Parco nazionale della Val Grande.
Sono state rinvenute complessivamente 345 tombe (180 a San Bernardo e 165 a In Persona) appartenenti alla civiltà dei Leponzi (già influenzata dal contatto con i Romani) e risalenti ad un periodo che va dal II secolo a.C. al I secolo.
Nell'agosto del 1890 durante i lavori di consolidamento della ferrovia Novara-Gozzano-Domodossola furono rinvenuti nei pressi dell'oratorio di San Bernardo i primi reperti, che inizialmente gli operai della ferrovia in parte misero in vendita e in parte distrussero. Venuto a conoscenza della scoperta Febo Bottini, incaricato dal ministero di controllare tutti i ritrovamenti del circondario di Pallanza, intervenne fermando i lavori (che furono spostati più a nord) e raccogliendo il materiale già ritrovato che venne immagazzinato nella casa di Enrico Bianchetti (forse già presente con Bottini agli scavi).
Bianchetti si interessò all'impresa, con l'aiuto di Bottini ottenne dal Prefetto l'autorizzazione ad effettuare scavi regolari e negoziò privatamente con i proprietari dei fondi l'autorizzazione ad effettuare scavi regolari e a trattenere il materiale che fosse stato eventualmente rilevato. A settembre iniziarono gli scavi, subito interrotti per l'arrivo della stagione delle piogge e ripresi nella primavera successiva. Sempre nel 1892 iniziarono anche gli scavi nella località di In Persona.
Il ministero, informato degli scavi nel 1892, confermò la fiducia nel lavoro di Bianchetti e incaricò il professore Ermanno Ferrero di effettuare un controllo sui lavori. Ferrero, impegnato in una campagna di scavi al Gran San Bernardo rispose che al termine di questa si sarebbe recato a visitare gli scavi di Ornavasso, ma che comunque li aveva già visitati e incoraggiò il Bianchetti a presentare una relazione preliminare dei risultati degli scavi. Una prima relazione del Bianchetti sugli scavi di San Bernardo fu pubblicata sul numero di settembre 1892 di Notizie degli scavi.
I pezzi ritrovati vennero puliti e restaurati in un laboratorio attrezzato nei magazzini della casa di Bianchetti, i frammenti vennero ricomposti usando caseina, sostituendo piccoli pezzi mancanti con gesso. Le spade furono rinforzate con tela e polvere di ferro.  Apparentemente i frammenti non identificabili non vennero conservati ed eliminati. Lo studioso Marco Bortolone fu critico sull'uso di certe procedure di restauro troppo approssimative o aggressive, che ritenne avrebbero potuto danneggiare i reperti.
Un museo per mostrare i reperti fu allestito nei saloni del palazzo Bianchetti. Alla morte di Bianchetti nel 1895 il figlio donò parte di essi alla Fondazione Galletti, che per un lungo periodo li espose a Palazzo Silva a Domodossola, per essere quindi inviati alla soprintendenza di Torino. Nel 1961 il resto della collezione venne acquistata da Vittorio Tonolli e donata e trasferita al Museo del Paesaggio dove venne esposta a Palazzo Viani Dugnani a Pallanza. Nel 2016 la collezione venne nuovamente trasferita ad Ornavasso dove trovò posto al piano terreno del palazzo municipale in cui fu costituita la Sezione archeologica Enrico Bianchetti del Museo del paesaggio.
Enrico Bianchetti morì senza aver completato la relazione sulla necropoli, che venne completata nelle ultime pagine e rivista da Ermanno Ferrero, che la fece pubblicare nel 1895, lo stesso anno.
La scoperta della necropoli avvenne in un periodo in cui erano agli inizi gli scavi archeologici riguardanti le popolazioni galliche, fino ad allora note solo attraverso le fonti testuali. La notizia della scoperta suscitò interesse degli studiosi in tutta Europa, per l'accuratezza con cui era stato condotto lo scavo, le numerose tavole fotografiche dei materiali ritrovati, la ricchezza dei corredi e il numero di tombe.

Valle d'Aosta - Necropoli di Vollein


La necropoli di Vollein (in francese Nécropole de Vollein) è un sito archeologico situato nei pressi dell'omonimo villaggio del comune di Quart, in Valle d'Aosta, sulla destra orografica del vallone di Saint-Barthélemy. Sia da un punto di vista archeologico che geologico Vollein è uno dei siti più interessanti della Valle d'Aosta: alla necropoli neolitica si sommano numerose incisioni rupestri risalenti al II millennio a.C., mentre a un reticolo di trench si affiancano massi erratici e rocce montonate testimonianze del periodo delle glaciazioni che rendono il geosito meta turistica ambita.
La scoperta del sito archeologico risale al 1968, quando sono stati ritrovati i resti della necropoli del neolitico che si è subito imposta come tra le più antiche testimonianze di insediamenti umani in Valle d'Aosta.
Il sito occupa un'area pseudo-rettangolare di circa 20 metri x 30 metri in cui si contano oltre 60 tombe a cista, formate originariamente da quattro lastroni montanti coperti da una lastra più grande che deborda sui lati. Le tombe non presentano pavimentazione, sono poste direttamente sul suolo.
Nell’area archeologica, le spaccature della roccia creano corridoi coperti e viottoli scoperti, mentre i trench principali simulano grandi boulevards. Secondo Francesco Prinetti le possibilità di difesa di un tale sito appaiono ottimali e il tutto suggerirebbe «l'idea di un villaggio preistorico, di cui però non sono state trovate tracce insediative, non si sa se per ricerche insufficienti, per crolli già avvenuti o perché proprio il villaggio non c'è mai stato. Per ora solo le tombe, alcune decine, testimoniano di presenza umana in epoca neolitica, mentre le numerose incisioni rupestri, per quanto presumibilmente coeve, non danno garanzia di datazione.»
La necropoli di Vollein presenta varie analogie architettoniche con la necropoli di Champrotard.


Valle d'Aosta - Necropoli di Champrotard

 

La necropoli di Champrotard è un sito archeologico del comune di Villeneuve, in Valle d'Aosta, al limitare del territorio comunale di Introd. Essa sorge nel fondovalle nella località omonima e dista circa 10 km dall'imbocco della strada per il Gran San Bernardo e 15 km dall'imbocco per il Piccolo San Bernardo. Per arrivarci venendo da Aosta si supera Villeneuve e in corrispondenza del viadotto si lascia la statale per seguire le indicazioni per Introd. La necropoli si trova a fianco della centrale idroelettrica Champagne I. Si tratta di una delle più estese necropoli neolitiche d'Italia.
La necropoli è stata scoperta nel 1917 durante i lavori di costruzione della centrale idroelettrica Champagne I. Le prime indagini archeologiche sistematiche sono svolte da Pietro Barocelli nello stesso anno e rivelano la presenza di venticinque tombe a cista risalenti al Neolitico.
Nelle tombe, in cui è quasi assente il corredo funerario, sono stati ritrovati vari manufatti: nella tomba n. 19 un frammento d'ascia di pietra giadeitica levigata realizzata con materiale proveniente dalla miniera di Praborna di Saint-Marcel, un raschiatoio di quarzo e un punteruolo di selce; nella tomba n. 25 un dente di cinghiale ornamentale con foro. Sono inoltre stati ritrovati altri denti e ossa di animali e resti di carbone.
Gli scheletri presentano una posizione accuratamente preparata e ipotesi divergenti sono state fatte sull'integrità o meno delle tombe da parte degli studiosi. Barocelli, grazie alle conoscenze dell'epoca sulla tipologia delle tombe a cista e la posizione dei defunti, aveva attribuito la necropoli al Neolitico finale. Successivamente, la necropoli di Champrotard è stata confrontata con altre necropoli europee, come quelle svizzere di tipo Chamblandes, e valdostane, come quella in frazione Fiusey scavata nel 1909 da Ernesto Schiaparelli, o quella di Vollein scavata a partire dal 1968 e con la quale presenta numerose analogie architettoniche. Il sito della necropoli di Villeneuve risulta essere stato pesantemente rimaneggiato nei secoli, soprattutto a causa della collocazione in una zona prevalentemente agricola, il che ha perturbato la capacità di attribuzione a un'epoca. Tuttavia, gli studiosi tendono ormai a concordare sul fatto che la necropoli sia stata utilizzata anche in epoca eneolitica (tra il 3500 a.C. e il 2300 a.C.). In particolare, le indagini del 1987 hanno permesso di confermare «due fasi nella frequentazione della necropoli: quella più recente riconducibile all'Eneolitico (III millennio a.C.) e quella più antica al Neolitico recente, quest'ultima basata sulla datazione al 14C (3640 a.C.) e sulla tipologia del corredo funebre.»
I crani ritrovati sono conservati nel museo archeologico regionale.
Cento metri a sud della necropoli, sulla roccia di Le Crou-Champrotard, si trovano varie incisioni rupestri scoperte da Franco Mezzena nel 1991 e studiate solo nei primi anni 2000 da Federica Banfo e Angelo Fossati, tra le quali si notano soprattutto coppelle e raffigurazioni di pugnali del tipo Remedello.
I ritrovamenti di altri reperti nei pressi del cimitero comunale e della fonderia Gervasone confermano l'occupazione del territorio di Villeneuve in epoca preistorica.

lunedì 23 febbraio 2026

Sardegna - Necropoli di Calancoi

 

La necropoli di Calancoi è un sito archeologico situato nella Sardegna nord occidentale a circa due chilometri dalla città di Sassari di cui fa amministrativamente parte. Il complesso è situato a qualche centinaio di metri dalla SS 127 nel tratto che collega Sassari ad Osilo, all'altezza della prima diga del Bunnari.
La necropoli è formata da sette tombe del tipo a domus de janas distribuite su un fronte di circa 220 m e ricavate su un costone calcareo che domina la vallata sottostante. Le tombe, tutte pluricellulari, sono composte da un numero di celle comunicanti variabile da tre a otto. Tre di esse rivestono una particolare importanza per quanto riguarda l'aspetto legato al rituale funerario: al loro interno sono infatti presenti coppelle e focolari oltre ad elementi architettonici quali false porte, architravi e lesene, scolpiti a bassorilievo nella roccia e tendenti a ricreare un ambiente dall'aspetto simile al luogo in cui il defunto aveva trascorso la sua esistenza. Due coppie di protomi bovine, in stile curvilineo-naturalistico sono apprezzabili nelle tombe IV e VI.
Sulla base delle caratteristiche architettoniche e decorative è possibile collocare cronologicamente il sito nella cultura di Ozieri del Neolitico finale (3500-2900 a.C.).


Calabria - Medma

 


Medma
 o Mesma  è un'antica città magno-greca del sud Italia, sulla costa occidentale della penisola bruzia (ora chiamata Calabria), tra Hipponion (anche Hipponium) e la foce del Metauro (oggi Petrace) (Strab. vi. p. 256; Scil. p. 4. § 12.).
Alla fine del VI secolo a.C., la città sconfisse in battaglia Crotone con l'aiuto di Hipponion e Locri: la notizia è riportata su uno scudo con incisa una dedica ritrovato a Olimpia, è da sottolineare che Hipponion ricopre il primo posto sull'incisione di certo per la principalità avuta nello scontro. Inizialmente si era supposto che lo scudo fosse un trofeo della battaglia della Sagra, ma la differente collocazione cronologica di questo evento rispetto alla datazione dello scudo e il fatto che le fonti non riportino Medma e Hipponion nella battaglia della Sagra, mentre nella dedica Hipponion occupa il ruolo principale, ha fatto cadere tale teoria. Altre fonti ci riferiscono che Medma era una colonia fondata da Locri nel VI secolo a.C. ne distava meno di un giorno di cammino e sembra che tragga il suo nome da una fonte sita nelle vicinanze (Strab. l. c.; Scimn. Ch. 308; Stef. B. s. v.). Lo scudo infatti è della fine del VI secolo a.C., sembra riferibile piuttosto a una battaglia non ricordata dalle fonti, inquadrabile probabilmente in un periodo di poco successivo allo scontro fra Sibari e Crotone, avvenuto nel 510 a.C.
Nel 422 a.C. Tucidide riporta la notizia di uno scontro di Hipponiati e Medmei contro la propria madrepatria Locri Epizefiri, inteso fino a poco tempo fa come una sorta di ribellione delle sub-colonie contro Locri, ma in realtà i ritrovamenti archeologici attestano che Hipponion dovette essere autonoma fin dall'inizio: i ricchi doni votivi dell'area sacra in località Scrimbia attestano infatti la presenza di una ricca classe aristocratica che aveva il controllo della città sin dall'età arcaica, ciò fa comprendere come l'organizzazione sociale di Locri fosse analoga a quella di Hipponion e Medma quindi non subordinata a quella della città madre.
È in ogni caso probabile che i Medimnaeans (Μεδιμναῖοι) deportati dopo essere stata sconfitti da Dionisio nel 396 a.C. a Messana (anche detta Zancle, l'attuale Messina) per ripopolarla, il che è riportato da Diodoro, fossero dei medmei, e che quindi il passo in questione andrebbe letto Μεδμαῖοι (Diod. xiv. 78.). In ogni caso la città successivamente si risollevò, infatti sono presenti delle monete coniate nel IV secolo a.C. con l'incisione “Mesma”. 
Non essendo mai stato un centro importante sembra che Medma sia sopravvissuta alla caduta di molte città della Magna Grecia più importanti ed è riportata come una città ancora esistente da Strabone e da Plinio il vecchio (Strab. l. c.; Plin. iii. 5. s. 10.). Il nome non è però presente in Tolomeo e non vi sono tracce successive della sua scomparsa. Sempre Strabone riporta che la città fosse situata in un piccolo retroterra e che avesse un porto o un emporio nei pressi della spiaggia. Nel 1595 Abramo Ortelio pubblicò una carta storica del regno dei Morgeti, inserendo Medema e Emporum Medeme.
Un altro segno dell'indipendenza di Hipponion è dato anche dallo scudo di Olimpia, dal quale si evince che fu Hipponion la città che guidò una guerra contro Crotone e dallo stesso Tucidide che definisce gli Hipponiati come "homoroi" (confinanti) dei Locresi. Probabilmente ci furono dei legami di tipo federale fra Locri, Hipponion e Medma secondo il quale in caso di guerra una polis poteva richiedere l'ausilio delle altre due, e forse per una richiesta troppo pesante da parte dei Locresi in questa lega, originò nel 422 a.C., lo scontro. Un'altra ipotesi è che il toponimo provenga dalla lingua delle popolazioni autoctone e che abbia il significato di città di confine. È possibile che entrambe le ipotesi siano fondate, poiché la fonte in questione dà origine all'attuale fiume Mésima, che deriverebbe appunto il suo nome antico dal termine indigeno per 'confine'. Comunque, sebbene spesso riportata tra le città greche di questa parte d'Italia non sembra aver raggiunto una particolare importanza o potere.


La cittadina, che dalle sue dimensioni poteva ospitare una popolazione superiore ai quattromila abitanti, si trovava su quello che è attualmente il terrazzo di Pian delle Vigne (sito nel comune di Rosarno). Nel perimetro compreso tra il Bellavista del Rione Ospizio, l'attuale cimitero, la contrada Pomaro e la zona "Ospedale" sorgevano le case, i laboratori artigianali, i negozi e i templi.
È probabile che la popolazione medmea si sia trasferita a Nicotera, il cui nome è presente nell'Itinerario antonino (pp. 106, 111), e che fu probabilmente fondata dai medmei dopo il declino di Medma.
Il sito archeologico è situato presso Rosarno. Il toponimo Mésima è ancora usato per il fiume che sfocia nel mare a poca distanza da Nicotera.


Nel corso del XIX secolo furono eseguiti numerosi scavi archeologici a Rosarno per conto del conte vibonese Vito Capialbi, del vescovo di Mileto Filippo Mincione e degli antiquari tedeschi Merz e Major di Taormina.
Gli scavi vennero proseguiti con maggior fortuna dall'archeologo Paolo Orsi e si concentrarono in due distinte fasi, dal 1912 al 1914, su pian delle Vigne e sulla collina di Nolio Carozzo. Gli scavi servirono anche a dimostrare in maniera conclusiva la reale posizione di Medma che fino ad allora era oggetto di discussione tra l'ipotesi rosarnese e quella nicoterese. Vasto fu il materiale riportato alla luce da questi scavi.
Lo stesso Orsi comunque in successive campagna di scavo lasciò intendere che sul sito dell'attuale Marina di Nicotera potesse esservi allocato il porto - emporion di Medma stessa data la felice posizione geografica riparata dai venti.
Due piccoli altari in terracotta di fine V secolo a.C. provenienti dall’antica città magno-greca di Medma che raffigurano il mito di Adone furono probabilmente trafugati e sono oggi conservati nel Getty Museum di Los Angeles.
La svolta decisiva è stata realizzata dall'amministrazione guidata dal sindaco Giuseppe Lavorato che ha ingaggiato una battaglia per la salvaguardia del patrimonio attaccato dall'espansione edilizia. Lo sforzo è stato coronato dal successo poiché ha portato all'acquisizione del patrimonio dello Stato di circa 13 ettari trasformati in parco, l'istituzione di una scuola archeologica in collaborazione con Università e Provincia di Reggio, mentre la delimitazione nel Prg poneva le basi per interventi pianificati. Proprio alla scadenza del suo mandato, dopo cent'anni di vane ricerche, nell'area del campo sportivo, sono affiorate le fondazioni di una serie di edifici sacri e depositi di materiali che hanno portato al VII secolo a.C. le origini della città di Medma. 
Un museo archeologico che raccoglie i reperti più importanti dell'antica Medma, la città magno greca del V-IV secolo a.C. è stato inaugurato domenica 6 aprile 2014 nella cittadina calabrese di Rosarno alla presenza, tra gli altri di Salvatore Settis, archeologo di fama mondiale, professore emerito della scuola 'Normale' superiore di Pisa e presidente del Consiglio Scientifico del Museo del Louvre di Parigi.

Sicilia - Dessueri

Dessueri
 è una necropoli preistorica tra i territori di Butera, Mazzarino e Gela in Sicilia appartenente alla cultura di Pantalica.
La necropoli è posta su un canyon attraversato dal fiume Gela. È circondata dal Monte Dessueri a ovest, dalla cresta della Fastucheria e sulla sponda opposta del fiume il Monte Maio unito da una sella al Monte Canalotti.
La necropoli fu scoperta da Paolo Orsi agli inizi del Novecento. L’archeologo vi giunse con il disegnatore Rosario Carta e dei Carabinieri che lo avrebbero difeso in caso di assalto da parte di banditi che erano presenti nella regione. In quell’occasione furono censite 1500 tombe, ma non venne scoperto l’insediamento abitativo.
Dopo Orsi il sito non venne più indagato fino al 1992 quando la sovrintendenza di Caltanissetta avviò una campagna di scavo scoprendo finalmente l’insediamento abitativo.
Lo stile delle tombe appartiene a quello della civiltà di Pantalica e viene datato (grazie ai ritrovamenti) tra il XIII e il IX secolo a.C. Le tombe pertanto sono a grotticella di cui alcune riutilizzate in epoca romana. Oggi si contano 4000 tombe. Le camere tombali sono di forma ellittica o circolare con volta continua. A volta con doppia camera e a tholos. L’ingresso è rettangolare, trapezoidale o ovale. In genere sono precedute da un breve corridoio (dromos). La chiusura era assicurata da portelli in pietra o da un muro di pietrame. I corpi inumati variavano da uno a sei in posizione fetale, raramente sdraiati o sul fianco. Il corredo era vario: brocche, scodelle, coltelli, rasoi o fibule.
L’insediamento abitativo era posto sul Monte Mario, dove sono presenti strutture murarie di abitazioni, tra cui un palazzo databile al XI-X secolo a.C.
Su Dessueri sono presenti quasi tutte le fasi della facies di Pantalica fino al VI secolo a.C. quando il sito venne abbandonato, forse per l’arrivo dei coloni di Gela in espansione verso l’entroterra.

domenica 22 febbraio 2026

Lazio - Norchia

 

Norchia
 è un sito archeologico preistorico, etrusco, romano e medievale nei pressi di Vetralla, anche se sia le necropoli che i resti della città ricadono nel territorio del comune di Viterbo. Era situata lungo la via Clodia e gravitava nell'orbita della vicina e più potente Tarquinia.
Pur non essendoci pervenuto il nome etrusco e romano, potrebbe trattarsi dell'antica Orclae, il cui nome viene riportato da fonti altomedievali databili al 775 d.C.; la forma con la "N" appare con una carta geografica di J. Oddi del 1637.
La zona fu già abitata a partire dall'epoca preistorica: le prime tracce risalgono al Paleolitico superiore e si intensificano nell'Età del Bronzo, con resti di capanne. Con l'arrivo degli Etruschi sorsero l'abitato e la vicina necropoli, già a partire dagli inizi del VI o del V secolo a.C., anche se l'insediamento urbano raggiunse il suo apice tra il IV ed il II secolo a.C. quando interessò lo stretto pianoro posto alla confluenza dei torrenti Pile e Acqualta nel Biedano, dove oggi sono visibili i suggestivi resti della medievale Pieve di San Pietro e del castello. In questa fase vengono anche create le caratteristiche necropoli rupestri, nelle quali la principale tipologia delle tombe è a dado o a semidado: le tombe dunque sono composte da un grande blocco di tufo squadrato superiormente (il cosiddetto dado) al quale si accedeva da due scale laterali scavate nella roccia, e da una zona porticata inferiore con un piccolo tetto sorretto da alcune colonne o da pilastri in tufo; più in basso si trova la camera sepolcrale, a cui si accedeva tramite il dromos, ossia un corridoio gradinato. L'architettura di queste tombe rupestri è tipica del periodo tra il IV e il II secolo a.C.. Le tre principali necropoli si sviluppano lungo i fianchi delle vallate scavate dai tre corsi d'acqua: in quella del Fosso Pile alcune tombe notevoli sono la Tomba prostila (per la caratteristica forma con due colonne che sorreggevano un portico), la Tomba delle tre teste (per le protomi di divinità sull'architrave) e le Tombe Smurinas (dal nome della famiglia, con ampio portico a L). 
Nella valle del fosso Acqualta particolarmente interessanti le Tombe a tempio o doriche, caratterizzate da una fronte che riproduce le forme del tempio dorico, con i due frontoni e la parete inferiore scolpiti con cortei di personaggi; nella valle del torrente Biedano va ricordata la Tomba Lattanzi, con la facciata su un podio e a due ordini di colonne sovrapposte.
In epoca romana le tracce di frequentazione sono piuttosto scarse: la città fa parte del municipio di Tarquinia e a questa fase si può forse ascrivere la suggestiva Cava buia, grande tagliata etrusco-romana lunga circa 400 metri e profonda fino a 10, con cui la via Clodia, dopo aver scavalcato il Biedano su un ponte (di cui rimangono resti dei pilastri), risaliva il fianco della vallata in direzione di Tuscania. Un'iscrizione al suo interno menziona un C. Clodius Thalpius, mentre croci scolpite testimoniano la continuità d'uso in epoca medievale. A sud del pianoro della città sono infine presenti i resti di un mausoleo romano chiamato Torraccia. In epoca medievale, la città torna ad essere frequentata in epoca longobarda, quando la zona faceva da confine con il Ducato romano, e viene poi fortificata nel XII secolo da papa Adriano IV. Tra il XII e il XIII secolo vengono eretti le chiese di S. Pietro e S. Giovanni e il castello, passato nel XIII alla famiglia dei Prefetti di Vico, fino al definitivo abbandono nel 1435. Della fase medievale sulla parte settentrionale del pianoro della città rimangono, in condizioni di conservazione critiche, i resti del castello, della pieve di S. Pietro e della cinta muraria: del castello rimangono cospicui avanzi delle murature, in blocchi di tufo rosso con corsi regolari, mentre della chiesa di S. Pietro si conserva ancora per buona parte l'abside e il lato settentrionale, di forme proto-romaniche con la sottostante cripta; anche la chiesa presenta murature simili e coeve al castello (anche se alcuni elementi fanno pensare a una ricostruzione su una precedente struttura del IX secolo), ed è arricchita all'esterno da semicolonne su due ordini. Della cinta muraria si può ancora ammirare la porta settentrionale, da cui usciva la via Clodia (che costeggia le mura in direzione Ovest, scendendo verso il Biedano e la Cava buia).

Lazio - Necropoli Valle Cappellana

 

La Necropoli Valle Cappellana è una piccola necropoli etrusca che si trova a Barbarano Romano in provincia di Viterbo.
La necropoli etrusca, si trova nella valle ai piedi settentrionali del colle di San Giuliano, dove si trova l'omonima necropoli, all'interno del Parco regionale Marturanum; il sito è noto per due tombe etrusche scavate sotto altrettanti tumuli; la tomba del Trono e la tomba Margareth, impreziosita da interni riccamente decorati, scoperta tra gli anni '50 e '60 del XX secolo durante gli scavi condotti dall'istituto svedese di studi classici a Roma, così chiamata in onore della nipote di re Gustavo VI Adolfo di Svezia, appassionato archeologo.

Lazio - Area archeologica di San Giuliano

 

L'Area archeologica di San Giuliano è una vasta area archeologica, cui afferiscono pochi resti di almeno un centro abitato, attivo dall'età del Bronzo fino al basso medioevo, e diverse necropoli etrusche, che si trova a Barbarano Romano in provincia di Viterbo.
I primi scavi risalgono alla metà del XIX secolo. Nel 1882 l'area di Chiusa Cima fu riconosciuta come necropoli afferente al sito etrusco di San Giuliano, dai curatori della Carta archeologica d'Italia; fu in questa occasione che furono vistate e descritte molte tombe etrusche, tra le quali la Tomba della Regina e la Tomba Rois-Costa.
Successivi scavi, non documentati, risalgono all'inizio del XX secolo ad opera di Luigi Rossi Danielli, mentre i primi scavi a carattere scientifico risalgono agli anni '30 ad opera di Gino Rosi e Augusto Gargana.
L'area si estende a nord dell'abitato di Barbarano Romano, interessando le alture, e le forre sottostanti, del colle Sarignano, del colle Caiolo e del Colle San Simone.
Gli scavi hanno evidenziato la presenza di almeno due abitati risalenti all'età del bronzo; uno in località Pontone, immediatamente a nord del moderno abitato di Barbarano che si estendeva per circa 3 ettari, e il secondo sul colle di San Sarignano (noto anche come colle San Giuliano), a nord-est dei Barbarano, che si estendeva per circa 8 ettari.
In località Pontone, oltre ad un aggere in pietrame, sono stati ritrovati frammenti in ceramica databili al bronzo medio, mentre dell'abitato che sorgeva sul colle di San Giuliano si sono conservati pochi resti fittili riferibili alla cultura protovillanoviana del bronzo finale, mentre sembra decaduta la possibile identificazione del sito con l'antica Marturanum. In ragione della vicinanza dei due siti,  loro estensione e datazione, che in epoca protostorica ci sia stato un trasferimento della popolazione dall'insediamento del Pontone verso quello di San Giuliano.


Sul colle si trovano le mura dell'abitato medievale, la chiesa romanica di San Giuliano, che conserva affreschi del XV secolo, ed una cisterna romana, per la raccolta delle acque piovane.
Intorno all'abitato, come avveniva per tutte le città etrusche, sorsero diverse necropoli, come quella di Caiolo, di Chiusa-Cima, della Valle Cappellana e quella di San Simone.
L'area, che solo a partire dal 2016 è stata indagata sistematicamente, potrebbe contare oltre centinaia di tombe.
Gli stessi scavi hanno poi permesso di determinare come la rocca di San Giuliano sia stata sede, in epoca medievale, di una postazione difensiva cinta da mura, servita da una torre e con almeno due cancelli d'ingresso.
In località La Noce, tra le cime di San Giuliano e di San Simone, poi sono state trovate evidenze di un tempio con annesso pozzo sacro, che ha restituito numeroso materiale votivo in terracotta, confluito successivamente nei musei di Barbarano Romano, Vetralla e Viterbo.

Lazio - Museo delle Necropoli rupestri di Barbarano Romano

 

Il Museo delle Necropoli rupestri di Barbarano Romano è un museo archeologico etrusco.
Situato nei locali del complesso storico di Sant'Angelo, espone moltissimi reperti ritrovati nelle necropoli rupestri del territorio di Barbarano Romano nel corso degli scavi archeologici iniziati negli anni sessanta dal re Gustavo di Svezia e proseguiti dalla Sovrintendenza Archeologica per l'Etruria meridionale.
All'interno del museo sono esposti reperti che vanno dall'età neolitica a quella del bronzo e del ferro, proseguendo con l'epoca Villanoviana (X-VIII secolo a.C.), per a arrivare alla cultura etrusca, con una collezione di ceramiche che comprendono vasi a decorazione geometrica dell'VII secolo a.C e. vasi attici del VI secolo, buccheri, vasi a figure rosse, a figure nere e policromi. Vi si trova anche una collezione di riproduzioni di parti anatomiche usate come ex voto e un obelisco funerario in tufo alto oltre tre metri, ed alcuni sarcofagi in tufo con la rappresentazione scolpita del defunto.
Tra questi, è noto quello detto della "sacerdotessa" perché vi è raffigurata una figura femminile con rappresentazione particolareggiata dell'abito e dell'acconciatura dei capelli e che tiene in mano uno strumento ad uso religioso, da qui il nome del sarcofago. Altra particolarità dell'opera è che, accucciato al lato della sacerdotessa, è raffigurato un animale (un cane o, per altri, un cerbiatto) che mangia da una pater a(ciotola). Altro esempio di scultura funeraria etrusca è un leone in nenfro a grandezza quasi naturale, trovato nell'area sacra antistante una tomba principesca.

ETIOPIA - Dungur

  Dungur  (o Dungur 'Addi Kilte) è il nome delle rovine di un grande palazzo situato nella parte occidentale di Axum, in Etiopia, vecch...