
La necropoli dei bambini di
Lugnano, sulla sinistra idrografica della valle
del Tevere, è un eccezionale ritrovamento archeologico di
epoca tardo romana, consistente in una numerosa serie di
sepolture che, sulla base delle ceramiche ritrovate, sono state
datate intorno alla metà del V secolo. Una delle tante
particolarità, da cui deriva il nome attribuito, dipende dal fatto
che le sepolture riguardano esclusivamente corpi di bambini (in
maggioranza neonati) e feti abortivi, in numero,
rispettivamente, di 25 e 22.
Una numerosa serie di indizi suggerisce
che le morti si consumarono tutte in un arco di tempo brevissimo; una
circostanza questa che ha indirizzato gli studiosi verso l'ipotesi di
una pestilenza. La ricerca delle esatte cause della moria ha dato
origine ad un fruttuoso filone di ricerca interdisciplinare che, con
una serie di argomentazioni, è giunto alla conclusione di trovarsi
di fronte alla prima evidenza archeologica della malaria.
Sono stati inoltre riconosciuti i segni
della persistenza, all'interno di un'area ormai da
tempo cristianizzata, di antichi riti di stregoneria e
di sacrifici pagani. Di converso, la mancanza di alcun
segno di cristianità nelle sepolture, può addirittura lasciare
prefigurare la sopravvivenza, nella tarda antichità, di una
comunità ancora profondamente permeata da una religiosità
pagana. L'unico segno riferibile ad un possibile influsso della
spiritualità cristiana, può essere la stessa circostanza della
sepoltura di bambini di così breve esistenza: si tratta infatti di
un'usanza sconosciuta al mondo romano precristiano.
La scoperta fornisce lo spunto per
importanti implicazioni sulla cronologia e sulla
storia epidemiologica della penetrazione della malaria in
occidente. Essa ha permesso inoltre di avanzare affascinanti ipotesi
sul ruolo attivo che la malaria potrebbe aver giocato quale cofattore
del declino del mondo antico. Ma paradossalmente, quella stessa
epidemia che falcidiò i bambini di Lugnano potrebbe aver avuto un
ruolo importante nel proteggere le antichità romane dalla
distruzione, condizionando le scelte di Attila che,
nel 452, rinunciò repentinamente al suo proposito di calare su
Roma: una decisione di grande portata storica, ma la cui genesi non
trova altrove una convincente spiegazione.

Gli scavi,
compiuti negli anni 1988-1992 dall'équipe del prof. David Soren
dell'Università dell'Arizona a Tucson, hanno riportato
alla luce la necropoli in una località collinare
detta Poggio Gramignano, ubicata nella media valle del
Tevere, sulla sinistra idrografica del fiume, nel comune di Lugnano
in Teverina, ad un'altezza di 185 m slm. Le sepolture sono
state rinvenute all'interno di una villa romana di età
augustea, costruita intorno al 15 d.C., ma già in rovina
dal III secolo. La costruzione si adagiava su
ondulazioni collinari affacciate sul Tevere, il cui corso si snoda
circa 3,5 km più a sud. La villa era già in piccola parte
conosciuta grazie alle sessioni di scavo condotte da Daniela Monacchi
nel 1982 e 1984. Gli scavi di Soren e collaboratori, hanno
incidentalmente rivelato che i pochi resti della villa fino ad allora
conosciuti facevano parte di un ben più esteso complesso, articolato
su oltre 1800 m2. L'area interessata dalla necropoli è costituita da
cinque stanze facenti parte degli ambienti residenziali riservati
alla servitù. Questi ambienti, addossati a un'ondulazione della
collina a nordovest della villa, si trovavano collocati in posizione
dominante rispetto alla dimora gentilizia.
Tra i sistemi di inumazione utilizzati
vi è quello che vien detto a cista o a enchytrismos:
i corpi, in posizione raccolta, furono inseriti (incistati)
all'interno di contenitori, in questo caso anfore riadattate
allo scopo. Non si tratta comunque dell'unico sistema adoperato:
altri corpi furono semplicemente inumati oppure collocati sotto
frammenti di anfora o, in altri casi, protetti da rudimentali
alloggiamenti, rettangolari o spioventi, realizzarti con tegole e
frammenti ceramici provenienti dalla villa in rovina. Le sepolture di
feti e neonati furono confinate in due delle cinque stanze; a questi
corpi sono dedicate le sepolture meno elaborate.
Molto peculiare è la varietà dei
reperti che hanno accompagnato le inumazioni: una bambola d'osso
intagliato, privata degli arti; un braccialetto infantile; una coppia
di calderoni di bronzo impilati; una pentola in posizione
rovesciata, al di sotto della quale si celava un recipiente in vetro
per il versamento di liquidi e un osso di mammifero.
Gli strati portati alla luce hanno
rivelato la contemporanea deposizione di interessanti resti animali e
vegetali, come: un artiglio dal tallone di un corvo, parte dello
scheletro di un rospo, resti carbonizzati di caprifoglio, resti
scheletrici di una dozzina di cagnolini di 5-6 mesi d'età, di un
esemplare di circa un anno e l'incisivo di un cane adulto.
Gli scheletri dei cani mostrano segni di smembramento: i pezzi sono
poi distribuiti su più livelli di terreno. I resti dei cani
dilaniati ricorrevano esclusivamente nei pressi delle inumazioni di
feti e neonati che, come detto, occupavano due delle cinque stanze.
Sia gli oggetti che gli animali, di
certo non direttamente collegabili ai defunti, sono stati
interpretati come evidenti indizi di sacrifici e
rituali magici e apotropaici, eseguiti in occasione
delle sepolture ed in assenza di alcuna simbologia cristiana; si
tratta, per gli autori della ricerca, di un'importante testimonianza
della sopravvivenza di rituali pagani in un'area che secondo la
propaganda ufficiale doveva dirsi cristianizzata. In particolare,
agli occhi degli scopritori, i resti dei cani, dilaniati prima della
loro deposizione, appaiono come elementi di un rituale sacrificale di
purificazione delle donne abortenti. In effetti gli autori
forniscono un completo resoconto dei riscontri sull'utilizzo di
simili oggetti ed animali in connessione a riti di stregoneria. È
attestato ad esempio l'utilizzo di sacrifici di cani sia in funzione
apotropaica sia in riti di purificazione, essendo nota
peraltro le superstizioni sull'impurità delle madri abortenti.

Per quanto riguarda i destinatari dei
sacrifici e delle offerte rituali, deve trattarsi sicuramente
divinità infere e non celesti. Soren ritiene plausibile
che la destinataria dei rituali sia Ecate, deità
ctonia e psicopompa, collegata al culto dei morti e,
specificamente, all'accompagnamento dei morti prematuri; è
significativa l'associazione del suo culto ai cani e, in particolare,
ai cuccioli.
Lo scavo, così, darebbe conferma
archeologica al modello esplicativo del fenomeno "cristianizzazione"
illustrato da Cinzio Violante, secondo cui nell'età
tardoantica, e fino agli inizi dell'alto medioevo, vi sarebbe stata
una scarsa diffusione del processo di cristianizzazione, basato su
una rete disarticolata e composta di insediamenti religiosi di basso
profilo, nella quale trovavano posto anche alcune fondazioni private
di cui non si conosce l'entità, ma che non sembrano in numero
rilevante.
La deposizione dei cadaveri nelle
cinque stanze si sviluppa secondo uno schema che gli scopritori non
esitano a definire inusuale per una necropoli di epoca romana:
- il lavoro di inumazione ha dato luogo
ad una successione di sottili accumuli di terra, gli ultimi dei quali
sono costituiti in prevalenza da ceneri. Gli accumuli si sono
stratificati fino a raggiungere un notevole spessore, causando
l'elevazione per circa tre metri del livello del suolo nelle stanze
- all'interno di questa successione
stratigrafica i resti umani sono distribuiti su vari livelli di
profondità, con una intensificazione degli eventi al livello
superiore
- nonostante la fitta stratificazione,
l'uniformità dei resti ceramici e la corrispondenza tra giunzioni
di frammenti fittili appartenenti a diversi livelli, hanno
permesso di concludere che tutte le deposizioni appartengono ad un
unico strato archeologico
- l'analisi dei campioni dei suoli
interessati ha confermato l'uniformità dei vari strati
- sui resti dei cani dilaniati, di cui
si è già detto, non vi è nessuno dei tipici segni rilevatori di
un'esposizione agli agenti atmosferici: la loro dispersione su più
strati non può essere attribuita a casuali interramenti successivi
ma deve essere avvenuta in un breve arco di tempo
Questi elementi permettono di
affermare, come già anticipato, che le sepolture si susseguirono in
uno strettissimo lasso di tempo, valutabile nell'ordine di poche
settimane, se non addirittura di pochi giorni, con un ritmo di
inumazione che si andò intensificando dalla prima e singola
deposizione, attraverso sepolture multiple che si sono via via
sovrapposte.
È stato anche possibile individuare la
stagione dell'anno a cui risalgono le morti: la presenza di resti
carbonizzati di caprifoglio, un arbusto di macchia
mediterranea che fiorisce e va a seme in piena estate, ha
permesso di collocare gli eventi nella stagione più calda.
Questo collima con i sacrifici animali.
È nota da Plinio l'usanza dei sacrifici di cani contro le
febbri estive; il cane era infatti collegato a Sirio, stella
della costellazione del Cane, un astro associato fin
dall'antichità al pieno della stagione estiva, quando avveniva la
sua sorgenza eliaca.
Gli elementi esposti nelle sezioni
precedenti hanno portato gli studiosi a credere che l'accumularsi di
tante morti infantili in un breve lasso di tempo sia stato dovuto ad
una forma di epidemia. Le ossa dei bambini, peraltro, con la loro
struttura a nido d'ape, mostravano chiari segni di anemia; una
circostanza questa che ha fatto emergere un'affascinante ipotesi
sulla possibile causa dei decessi: essi, secondo Mario
Coluzzi, parassitologo dell'Università La Sapienza, sono
da imputarsi alla malaria, la cui recrudescenza, sul territorio
italiano, è tradizionalmente associata al periodo estivo.
Esiste un preciso riscontro letterario
alla conclamata insalubrità dei luoghi: nell'estate del 467 -
siamo a pochi anni dal dramma consumatosi tra i neonati di Lugnano
- Sidonio Apollinare, nobile di origini galliche, poeta,
vescovo di Clermont-Ferrand, funzionario imperiale e
infine santo, percorse l'Italia da Ravenna a Roma per
incontrarvi l'imperatore Antemio. Nel suo viaggio attraversò
proprio i luoghi insalubri dell'Umbria e
dell'Etruria lasciandoci una vivida testimonianza degli effetti
dei miasmi venefici: febbri e accessi di sete insaziabile, evidenti
sintomi malarici.
«Poi attraversai le altre città
della via Flaminia - una dopo l'altra - lasciando i Piceni
sulla sinistra e gli Umbri alla destra; e qui il mio corpo esausto
soccombé allo scirocco calabro o all'aria insalubre
delle terre toscane dense di miasmi venefici, con accessi
ora di sudore ora di freddo. Sete e febbre devastarono il mio animo
fino al midollo; invano assicurai alla loro avidità sorsi da
piacevoli fontane, da nascoste sorgenti e da ogni corso d'acqua che
incontravo, fossero le trasparenze vitree del Velino, le acque
gelide del Clitumno, quelle cerulee dell'Aniene, le sulfuree
del Nera, le limpide acque del Farfa o quelle flave
del Tevere...» (Sidonio Apollinare, Epistulae, I.5,
8-9)
Gli anni della morìa infantile e
prenatale di Lugnano sono gli stessi in cui Attila e i
suoi Unni sembravano sul punto di calare su Roma. Nel 452,
inspiegabilmente, Attila desisterà dai suoi propositi facendo marcia
indietro con il suo esercito: le Leges novellae divi
Valentiniani (V secolo) registrano come, tra i motivi che
determinarono la rinuncia, vi fosse l'imperversare di una non meglio
precisata pestilenza, più a sud, sulla strada che conduceva a Roma.
Non è azzardato, secondo gli autori degli scavi, collegare questa
notizia alla cronaca epistolare di Sidonio, solo di pochi anni
successiva, e concludere così che dietro quella pestilenza non si
nascondesse altro che la malaria.
Le ossa, sottoposte ad analisi presso
l'Institute of Science and Technology dell'Università di
Manchester e il di Dept. of Evolution, Genomics and
Systematics dell'Università di Uppsala, hanno rivelato la
presenza inequivocabile di resti di DNA appartenenti
al parassita Plasmodium falciparum.
Si tratterebbe in questo caso di una
scoperta archeologica di straordinaria importanza per la ricerca
medica: la necropoli di Poggio Gramignano è la più antica
testimonianza della penetrazione, in Europa e nel mondo
mediterraneo, del falciparum, la specie
di plasmodium responsabile della forma fatale di malaria,
un evento epidemiologico che avrà notevoli ripercussioni
sulla storia europea dei secoli a venire.
Gli scavi hanno visto il sorgere di una
fruttuosa collaborazione tra la Soprintendenza per l'Umbria, gli
archeologi e i loro studenti, il comune di Lugnano in Teverina,
l'associazione Pro loco e la gente del luogo che ha preso
materialmente parte agli scavi. Un risultato collaterale è stato
l'affascinante allestimento di un'esposizione di reperti all'interno
di un antiquarium realizzato nel palazzo comunale di
Lugnano, in via Umberto I.