sabato 12 aprile 2025

Lazio - Roma, Obelisco Flaminio

 
L'obelisco Flaminio è uno dei tredici obelischi antichi di Roma, situato in piazza del Popolo.
Ha una altezza di 25,90 metri, e con il basamento e la croce raggiunge i 36,50 m.
Fu realizzato parzialmente nel 1300 a.C. all'epoca del faraone Seti I e completato dal figlio Ramses II nel (XIII secolo a.C.) per collocarlo nel tempio del Sole o Ra di Eliopoli in Egitto; come dimostra un estratto dell’iscrizione in geroglifico sul lato occidentale: “(Sethi …) che riempie Eliopoli di obelischi affinché i raggi possano illuminare il tempio di Ra …”.
Nel 10 a.C., l'obelisco venne portato per nave a Roma, per volere di Ottaviano Augusto, insieme all'obelisco di Montecitorio, e collocato sulla spina del Circo Massimo, seguito tre secoli più tardi dall'obelisco Lateranense.
Augusto decise di mantenere la originaria dedica del monumento al Sole, che per i romani e i greci corrispondeva ad Apollo, la divinità tutelare dell'imperatore, e fece aggiungere due dediche identiche incise sui lati a nord e a sud della base:
«L’imperatore Augusto, figlio del divino Cesare, pontefice massimo, imperatore per la dodicesima volta, console per l’undicesima volta, che ha rivestito la potestà tribunizia per quattordici volte, avendo ridotto l’Egitto in possesso del popolo romano, diede in dono al sole.»
Abbattuto probabilmente durante le invasioni barbariche, fu ritrovato nel 1587 rotto in tre pezzi insieme all'obelisco Lateranense, ed eretto nuovamente, per ordine di papa Sisto V, in piazza del Popolo, ad opera di Domenico Fontana nel 1589.
Nel 1823 Giuseppe Valadier lo ornò di una base con quattro vasche circolari e altrettanti leoni in pietra, di stile egizio, per ordine di papa Leone XII.

Lazio - Roma, Obelisco Vaticano

 
L'Obelisco Vaticano è uno dei tredici obelischi antichi di Roma ed è situato in piazza San Pietro.
Realizzato in granito rosso, svetta per un'altezza di 25,3 metri e con il basamento (composto da quattro leoni bronzei, opere di Prospero Antichi) e la croce raggiunge quasi i 40 metri. L'iscrizione recita: ECCE CRUX DOMINI - FVGITE - PARTES ADVERSAE - VICIT LEO DE TRIBV IVDA, ossia, in italiano: "Ecco la croce del Signore, fuggite parti avverse, trionfa il leone della tribù di Giuda".
È di origine egizia, privo di geroglifici e proviene, secondo Plinio, dalla città di Eliopoli; prima venne sistemato nel Forum Iulii di Alessandria d'Egitto e in seguito fu portato a Roma da Caligola nel 40, e collocato sulla spina del Circo di Nerone. Rimase in questa posizione anche dopo che il circo cadde in disuso, occupato da una necropoli. Si ritrovò poi a fianco dell'antica basilica di San Pietro, presso la Rotonda di Sant'Andrea. È l'unico obelisco antico di Roma che non sia mai caduto[senza fonte].
Fu spostato e rialzato per volere di papa Sisto V nell'estate del 1586 sotto la direzione dell'architetto Domenico Fontana che per compiere l'opera impiegò tredici mesi di lavoro preparativo, 900 uomini, 75 cavalli e 40 argani, e issato in un solo giorno: fu il primo degli obelischi ad essere rialzato in epoca moderna. Nelle operazioni di innalzamento svoltesi il 10 settembre del 1586 vi fu il famoso grido di un certo marinaio Benedetto Bresca: "Acqua alle funi!", al fine di evitare la rottura delle corde che stavano pericolosamente per cedere sotto il gran peso dell'obelisco. Dal 10 settembre 1586 svetta nella piazza.
Nell'occasione dello spostamento il globo collocato sulla vetta venne trasferito ai Musei Capitolini, nella prima sala del Palazzo dei Conservatori, in un angolo vicino alla grande finestra. Secondo la leggenda nel globo da cui era sormontato erano contenute le ceneri di San Pietro o di Cesare; dal riferimento cesareo all'aquila imperiale romana deriva il termine aguglia, inizialmente usato solo per gli obelischi, e oggi trasformato in guglia.
La concessione di un'indulgenza perpetua di dieci anni e altrettante quarantene a chi, di fronte all'obelisco, venerasse la croce di Cristo recitandovi un Pater e un Ave, fece presumere che Sisto V avesse collocato nella gran croce di bronzo posta sull'obelisco una particella della Vera Croce il 26 settembre 1586, seppure in occasione del restauro della croce, non si trovò reliquia alcuna. Tuttavia il 12 aprile 1740 vi fu posta e presa da un reliquiario della basilica di San Pietro, già di quella di santa Croce in Gerusalemme.

Lazio - Roma, Obelisco Agonale

L'obelisco Agonale è un obelisco del I secolo di Roma e sovrasta la Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona, nel rione Parione.
L'obelisco fu realizzato presso le cave di Assuan sotto l'imperatore Domiziano, imitando i modelli egiziani, e fu decorato con i geroglifici solo dopo l'arrivo a Roma. Esso fu inizialmente collocato tra il tempio di Serapide e quello di Iside, dove rimase per circa due secoli fino al 311, quando Massenzio lo fece spostare presso il circo della sua villa privata sulla via Appia, in memoria del primogenito Valerio Romolo, morto probabilmente nel 309.
In epoca medievale l'obelisco crollò, circa sotto il pontificato di Sisto V, che non si adoperò per il suo recupero, cosa che fece invece diversi anni dopo Innocenzo X. Il pontefice lo fece dividere in quattro pezzi, come fece Stella con l'obelisco di Jesi, e decise di collocarlo in piazza Navona, dove venne poi integrato nella Fontana dei Quattro Fiumi progettata da Gian Lorenzo Bernini. A questo periodo risale probabilmente anche la colomba bronzea, simbolo della pace ma presente anche sullo stemma dei Pamphili, posta sulla sommità del monolite. Il banchiere Giovanni Raimondo Torlonia, che aveva in possesso l'area della villa di Massenzio, ne ritrovò dei frammenti che decise di donare a Ludovico I di Baviera.
L'obelisco è alto circa 16,54 metri (oltre 30 se si includono il basamento e la colomba) ed è realizzato interamente in granito rosso. Le quattro facce sono decorate con copie di geroglifici egizi tra cui figurano i caratteri del nome di Domiziano e quest'ultimo rappresentato tra due divinità, di cui si riconosce Hathor nell'atto di offrire la pschent, il tipico copricapo degli ultimi faraoni egizi.


 

Lazio - Roma, Obelisco del Pantheon


L'obelisco del Pantheon è uno dei tredici obelischi antichi di Roma, situato in piazza della Rotonda.
È alto 6,34 metri; con la fontana, il basamento e la croce raggiunge i 14,52 metri.
Fu realizzato all'epoca di Ramses II e portato a Roma da Domiziano, che lo collocò come decorazione dell'Iseo Campense (tempio dedicato alla divinità egiziana Iside) così come l'obelisco della Minerva, quello di Dogali e quello di Boboli (oggi a Firenze). Fu ritrovato nel 1373 presso la piazza di San Macuto (da cui deriva il nome di "obelisco Macuteo"), e quindi spostato davanti al Pantheon nel 1711 per volere di papa Clemente XI e collocato al di sopra della precedente fontana di Giacomo Della Porta a opera dell'architetto Filippo Barigioni.


 

Lazio - Roma, Obelisco Esquilino

 
L'Obelisco Esquilino è uno dei tredici obelischi antichi di Roma, situato in Piazza dell'Esquilino, alle spalle dell'abside della Basilica di Santa Maria Maggiore, centro del rione Esquilino dal quale prende il nome.
Ha un'altezza di 14,75 metri e con il basamento e la croce raggiunge i 25,53 metri.
Fu realizzato probabilmente all'epoca di Domiziano ad imitazione degli obelischi egiziani e collocato insieme all'obelisco del Quirinale all'ingresso del Mausoleo di Augusto. Qui venne ritrovato nel 1527 insieme al gemello e fu eretto nel 1587 per ordine di papa Sisto V e ad opera di Domenico Fontana.


Lazio - Roma, Obelisco Sallustiano

 
L'obelisco Sallustiano è un obelisco di Roma situato in piazza della Trinità dei Monti di fronte all'omonima chiesa e in cima alla scalinata che porta a piazza di Spagna, nel rione Campo Marzio.
Fu realizzato in epoca romana imperiale, probabilmente tra il II e il III secolo ad imitazione degli obelischi egizi. Come l'obelisco Agonale e quello del Pincio l'iscrizione dei geroglifici fu realizzata solo dopo il trasporto, con diversi errori di scrittura, ricopiando un'iscrizione dell'età faraonica. Originariamente doveva essere collocato negli horti Sallustiani per decorare la spina dell'ippodromo privato ed era posto su un basamento di granito; quest'ultimo fu poi riscoperto nel 1843 durante i lavori nel giardino di villa Ludovisi e fu poi sequestrato in seguito alla demolizione della villa, finendo in un magazzino dell'Acqua Pia Antica Marcia; fu poi ripreso nel 1926 per realizzare l'Ara dei caduti per la rivoluzione fascista, collocata in piazza del Campidoglio.
Dopo la caduta in rovina dei giardini in cui era collocato, il monolito fu al centro di diversi progetti. Sisto V era intenzionato ad erigerlo di fronte alla basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, ma il progetto non ebbe seguito. Successivamente lo storico gesuita Athanasius Kircher ne propose la rierezione a papa Alessandro VII, anche in questo caso senza successo. Nel 1734 papa Clemente XII portò a compimento lo spostamento, posizionandolo presso la Scala Santa, anche se si decise di non erigerlo; furono anche portate avanti delle trattative per trasferire l'obelisco a Parigi. Infine Pio VI ne dispose la collocazione in cima alla scalinata che portava alla chiesa della Trinità dei Monti, affidando il progetto all'architetto Giovanni Antinori. I lavori si conclusero nel 1787, nonostante i pareri negativi dei frati dell'Ordine dei Minimi.
L'obelisco è interamente realizzato in granito rosso, è posto su un basamento marmoreo ed è sormontato da un giglio e da una croce in bronzo. Il solo obelisco misura 13,91 metri di altezza e 30,45, considerando anche il basamento e la punta bronzea.


Lazio - Roma, Obelisco di Montecitorio

L'obelisco di Montecitorio, attualmente collocato nell'omonima piazza della Capitale, è uno dei tredici antichi obelischi di Roma. Ha un'altezza di 30 metri ed è stato portato a Roma da Augusto nel 10 a.C..
L'obelisco di Monte Citorio era già presente all'epoca del faraone Psammetico II (595-589 a.C.), ed era originariamente collocato nella città di Eliopoli in Egitto.
Fu portato a Roma nel 10 a.C. da Augusto, insieme con l'obelisco Flaminio, e collocato come gnomone della meridiana di Augusto (solarium Augusti) in Campo Marzio, consacrato nel medesimo anno. La grande Linea meridiana, frutto dell'ingegno del matematico Facondio Novo, era costituita da lastre di travertino, sulla quale era disegnata con lettere bronzee, l'indicazione dei giorni e dei segni zodiacali. La Linea meridiana venne costruita allo scopo di verificare la validità della riforma calendariale di Giulio Cesare (calendario giuliano) dato che dal 46 a.C. fino, appunto, al 9 a.C. essa era stata applicata malamente (l'anno intercalare ogni 3 anni anziché ogni 4). Oltre a esplicare la sua funzione di Linea meridiana l'obelisco era orientato in modo tale da incrociare il disco del sole sulla punta dell'obelisco stesso da una posizione sulla Via Flaminia di fronte all'Ara Pacis, secondo una teoria recentemente proposta dall'archeologo virtuale Bernie Frischer, che è ricorso per l'occasione all'ausilio del NASA Horizons System (che fornisce la posizione degli oggetti del sistema solare nel cielo in qualunque punto della storia). Fino a tempi recenti si era pensato che lo gnomone fosse orientato in modo tale da proiettare la sua ombra sulla non lontana Ara Pacis il 23 settembre, giorno del dies natalis dell'imperatore e coincidente con l'equinozio autunnale. Ma la presenza sulla base dell'obelisco della dedica al sole (soli donum dedit), quindi al dio Apollo, si è sempre mal conciliata con quest'ultima ipotesi. Augusto inoltre aveva annesso alla propria residenza sul Palatino il tempio di Apollo Palatino, trasferendovi all'interno i Libri Sibillini. Apollo era insomma dio sacro ad Augusto, poiché al pitone Apollo si collegava la fecondazione di Azia, madre del Principe (che si credeva essere stato concepito nel tempio di Apollo in Circo), come magnificamente rappresentato nel Vaso Portland. L'allineamento del sole al di sopra dell'obelisco avveniva precisamente il 9 ottobre, proprio il giorno della festa annuale di Apollo Palatino.
L'iscrizione posta su due lati della base dell'obelisco recita:
«L'imperatore Augusto, figlio del divino Cesare, pontefice massimo, proclamato imperatore per la dodicesima volta, console per undici volte, che ha rivestito la potestà tribunizia per quattordici volte, avendo condotto l'Egitto in potere del popolo romano, diede in dono al sole» (CIL VI, 702)
Una dettagliata descrizione, che permette di conoscere la tipologia, l'aspetto e le modalità di funzionamento dell'imponente meridiana solare, è fornita da Plinio il vecchio.
Tra il IX e l'XI secolo, probabilmente a causa di un incendio o di un terremoto (forse per il sisma dell'849) o durante il sacco di Roma del 1084 da parte di Roberto il Guiscardo, l'obelisco crollò e poi, progressivamente, si interrò.
Papa Sisto V (1520–1590) fece intraprendere dei tentativi di rimontare e rialzare l'obelisco assemblandone alcuni pezzi che erano stati già ritrovati nel 1502 in una cantina del "Largo dell'Impresa", l'attuale piazza del Parlamento.
Dopo questo infruttuoso tentativo, tracce della meridiana furono rinvenute durante il pontificato di papa Benedetto XIV nel 1748, come testimonia la lapide affissa sul portone di piazza del Parlamento 3, che cita appunto la descrizione di Plinio. L'obelisco e la meridiana non erano infatti, in origine, collocati nella posizione in cui esso fu rialzato successivamente, ma si ergevano nello spazio retrostante alla Curia innocenziana (l'odierno palazzo di Montecitorio). Sotto la cantina di uno stabile di via di Campo Marzio, infatti, è stato scavato un tratto della meridiana con l'indicazione di alcuni mesi, in lettere greche incastonate nelle lastre di travertino.
Le ricerche nelle fondamenta della chiesa di San Lorenzo in Lucina sono state infruttuose e l'ipotesi dell'Horologium per tutte le ore non è più sostenuta ormai da nessuno.
Dal 1789 al 1792, papa Pio VI avviò i lavori di riparazione dell'obelisco, che venne in seguito eretto e ripristinato come orologio solare. La direzione dei lavori venne affidata all'architetto Giovanni Antinori che restaurò il grande monolite di granito rosso, (altezza 21,79 m con il basamento e il globo 33,97 m), utilizzando tra l'altro anche il granito della grande colonna di Antonino Pio (la cui base con rilievi è tuttora conservata nei Musei Vaticani). È interessante notare, nel bell'altorilievo, la rappresentazione del genio del Campo Marzio che imbraccia l'obelisco di Augusto, come emblema della regio del Campo Marzio.
Con la nuova sistemazione di piazza Montecitorio, inaugurata il 7 giugno 1998, è stata tracciata sull'acciottolato della piazza una nuova meridiana, in memoria di quella di Augusto, che punta verso il portone d'ingresso del palazzo. L'ombra dell'obelisco non punta, però, esattamente in quella direzione, e la sua funzione gnomonica è definitivamente perduta. Del resto, a leggere Plinio, anche lo strumento originale aveva smesso di funzionare già dopo una trentina d'anni dalla sua installazione, cioè verso il 47.


Lazio - Roma, Obelisco del Pincio

 
L'obelisco del Pincio (o obelisco di Antinoo) è uno dei tredici obelischi antichi di Roma, situato in piazza Bucarest, lungo il viale dell'Obelisco (Pincio).
Venne realizzato durante il II secolo all'epoca dell'imperatore romano Adriano in onore di Antinoo, il ragazzo greco da lui amato; collocato inizialmente a decorare un monumento dedicato al giovane dopo la sua morte avvenuta nel Nilo in circostanze rimaste in parte oscure. L'imperatore aveva fatto tagliare la pietra in Egitto con l'intenzione di trasportare l'opera terminata a Roma per porla davanti al monumento eretto in onore dell'adolescente a lui caro; la precisa ubicazione originaria che avrebbe dovuto avere la costruzione non è però nota.
Adriano indirizza al suo amante morto un culto che ha portato alla creazione di numerosi santuari, soprattutto nelle terre orientali ellenizzate dell'Impero. Dopo la morte di Adriano il culto di Antinoo è stata proseguito fino a quando non prevalse il cristianesimo e il suo nome cadde nella damnatio memoriae ma, grazie al fatto che le incisioni sull'obelisco sono in geroglifici, il testo ha avuto così la possibilità di sopravvivere alla distruzione di cui furono vittime gli altri santuari.
Nel III secolo andò a decorare, per volere dell'imperatore adolescente di origini siriache Eliogabalo, la spina del circo Variano, nella sua residenza suburbana. Qui fu infine rinvenuto rotto in tre pezzi nel 1589 appena fuori dell'attuale Porta Maggiore; dal luogo di ritrovamento, presso le mura aureliane, viene chiamato inizialmente "obelisco Aureliano".
Nel 1633 l'obelisco venne fatto spostare dalla famiglia Barberini nel giardino del loro Palazzo Barberini, senza essere però rialzato; venne quindi donato a papa Clemente XIV che lo fece trasferire nel Cortile della Pigna in Vaticano.
Infine, è stato nuovamente innalzato su basamento da Giuseppe Valadier nei Giardini del Pincio a Roma nel 1822, per volere di papa Pio VII durante l'ultima parte del suo pontificato.
Ha un'altezza di 9,24 metri e con il basamento e la stella sulla cima misura 17,26 metri.
L'obelisco contiene un'insolita titolatura in caratteri geroglifici egizi, che ha indotto alcuni egittologi, come Ph. Derchain e J.-C.Grenier, nel riconoscervi impresso un testo scritto da un sacerdote della città di Akhmim, un certo Pétarbeschenis; ed effettivamente è stata ritrovata sulla sua stele funeraria una titolatura molto simile: questi due esempi sono le uniche certificazioni note di una tal tipologia di posizionamento dei geroglifici.
I geroglifici che lo adornano in tutti e quattro i suoi lati raccontano la vicenda riguardante la morte di Antinoo, la sua apoteosi, deificazione ed installazione accanto agli altri dèi, oltre alle notizie sulla creazione della città di Antinopoli in suo onore e all'istituzione di un culto specifico dedicato ad Osiride-Antinoo.
Tagliato in granito rosa e dotato di un'iscrizione commemorativa in geroglifici che, sul lato sud chiede che Antinoo venga assimilato con Osiride, equiparato ad Amon-Ra per la salvezza futura di Adriano e come premio concesso all'imperatore, che ha costruito questo obelisco; sul lato nord è segnalato tra le altre cose, che una città di nome Antinopoli è stata fondata come un luogo di culto e giochi dedicati al nuovo dio sul luogo esatto dove Antinoo annegò.; della fondazione della città e della costruzione e allestimento di un tempio per Antinoo-Osiride è riportato anche sul lato ovest; il lato est infine contiene un elogio di Antinoo-Osiride con la richiesta rivolta a Thot, per ottenere la salvezza della sua anima. 

Lazio - Roma, Obelisco Lateranense


L'Obelisco Lateranense è uno dei tredici obelischi antichi di Roma ed è situato in piazza San Giovanni in Laterano. Con la sua altezza di 32,18 m (con il basamento e la croce raggiunge i 45,70 m) è l'obelisco monolitico più alto del mondo.
Fu realizzato all'epoca dei faraoni Tutmosis III e Tutmosis IV (XV secolo a.C.) e questo lo rende l'obelisco più antico di Roma. Proviene dal tempio di Amon-Ra a Tebe (Karnak) in Egitto. Fu portato a Roma per volere dell'imperatore Costanzo II nel 357 ed eretto dal praefectus urbi Memmio Vitrasio Orfito sulla spina del Circo Massimo, dove già si trovava l'obelisco Flaminio.
Venne ritrovato in tre pezzi nel 1587, insieme all'obelisco Flaminio, e fu eretto nella sua attuale collocazione nel 1588 dall'architetto Domenico Fontana per volontà di papa Sisto V.
L'iscrizione posta alla base dell'obelisco consisteva in un lungo carme onorario di 24 esametri, che commemorava l'erezione del monumento da parte di Costanzo. L'epigrafe antica oggi è perduta, ma il testo è noto in quanto essa fu rinvenuta e trascritta nel 1587.
«L'opera del padre e il [suo] dono a te Roma dedicò Costanzo Augusto, una volta sottomesso [tutto] il globo, e ciò che nessuna terra portò, né alcuna età aveva visto (a te) eresse perché i doni fossero pari ai famosi trionfi. Volendo il genitore che questo ornamento fosse decoro della città che porta il suo nome, lo tolse dalla rupe tagliata a Tebe. Ma la preoccupazione del trasporto affliggeva grandemente il divo, poiché da nessun ingegno e sforzo e mano sarebbe stata mossa la caucasea mole: (così) ammoniva la fama che si spandeva qua e là. Invece il signore del mondo, Costanzo, convinto che tutto ceda al valore, comandò che si muovesse sulle terre la non piccola parte di monte e ripose la sua fiducia nel mare rigonfio e le acque, con placida onda, condussero la nave alle spiagge d'Occidente, con meraviglia del [Tevere]. Nel mentre che (te) Roma devastava un tetro tiranno, rimase a giacere il dono così come la preoccupazione dell'Augusto per la sua collocazione: non per orgoglioso disprezzo, ma perché nessuno credeva che un'opera di tanta mole potesse levarsi alle aure celesti. Ora, come di nuovo strappata alle cave rosseggianti questa gloria a lungo conservata brillò e tocca i cieli; una volta morto il tiranno viene restituita al suo committente e, trovato con il valore l'accesso a Roma, il vincitore esultante [affida al tempo stesso l'altissimo] trofeo del principe alla città e [per sempre il (suo)] dono ai trionfi di pari dignità.»
(Traduzione di Paolo Liverani, in Costanzo II e l’obelisco del Circo Massimo a Roma, 2012.)

Lazio - Roma, Obelisco del Quirinale

 

L'obelisco del Quirinale è uno dei tredici obelischi antichi di Roma, situato in piazza del Quirinale, dove fa parte della fontana dei Dioscuri.
Ha un'altezza 14,63 metri e con il basamento raggiunge 28,94 metri.
Realizzato in Egitto con granito rosso di Assuan, fu trasportato a Roma nel I secolo d.C., probabilmente all'epoca di Domiziano. Fu collocato insieme all'obelisco Esquilino all'ingresso del Mausoleo di Augusto. Il fatto di non avere iscrizioni fa presumere che la sua costruzione non sia così antica come la maggior parte degli obelischi egizi. Venne ritrovato nel 1527 insieme al gemello, ma fu eretto solo nel 1786, per volere di papa Pio VI, accanto alle statue dei Dioscuri provenienti dalle vicine terme di Costantino, ad opera dell'architetto Giovanni Antinori.


venerdì 11 aprile 2025

Toscana - Complesso megalitico dei Sassi Ritti, Isola d'Elba

 

Il piccolo complesso megalitico dei Sassi Ritti si trova all'isola d'Elba, non distante dal paese di San Piero in Campo e dalla necropoli villanoviana dello Spino, a 327 m di altitudine (42°44′48.98″N 10°11′47.38″E). I quattro menhir aniconici - che sono all'origine del toponimo stesso - componevano inizialmente un tipico allineamento di monoliti rivolti in direzione nord-sud, secondo un probabile culto solare riconducibile alle cosiddette filarate esistenti in Corsica e Sardegna. Nei pressi del sito, in passato, furono rinvenute sepolture e strumenti in ossidiana sarda proveniente dal Monte Arci.
Non distante dal sito archeologico, in località Moncione, sorge una capanna in pietra edificata da Mamiliano Martorella intorno al 1930 per uso agricolo insieme ad un grande mulino idraulico (Mulino di Moncione) ampliato dopo il 1890 dal possidente locale Pompeo Battaglini.




Toscana - Via Etrusca del ferro

 
La Via Etrusca del ferro è un'antica strada etrusca risalente al VI secolo a.C.. È stata definita dall'archeologo Michelangelo Zecchini, che nel 2004 ne trovò trecento metri ben selciati e glareati in località Frizzone a Capannori, quale una “superstrada del lontano passato”.
Narrano gli storici antichi, fra cui Plinio il Vecchio, che questa terra, era ricca di molte materie prime quali minerali di ferro, rame e argento, utili per estrarne i relativi metalli, allora molto importanti, in quanto, come egli asseriva: "erano alla base dei prezzi di ogni merce" e quindi avevano lo stesso valore che il petrolio ha ai nostri giorni.
La strada collegava i porti di Pisa, sul Tirreno e di Spina di (Comacchio), sull'Adriatico ed aveva nelle città pedemontane di Gonfienti (Prato) e Kainua (Marzabotto  vicino a Bologna), i due grandi empori commerciali situati nei contrapposti versanti appenninici.
A detta dello storico greco Scilàce di Cariànda (V sec. a.C.) che ne parla nel suo Periplo di Scilace, pare che la si potesse percorrere in soli tre giorni: "Dopo gli Umbri, i Tirreni. Anch'essi vanno dal Mar Tirreno all'Adriatico; e qui si trova una città greca (Spina) e un fiume: la navigazione verso la città tramite il fiume è di venti stadi: questa città si raggiunge da Pisa in tre giorni di cammino".

Toscana - Via Lauretana

 


La via Lauretana è un'antica strada etrusco-romana della Val di Chiana che collegava Cortona a Montepulciano e Siena. Venne realizzata dagli etruschi e venne poi sfruttata e ampliata, come molte altre, dai romani, con innovative tecniche di costruzione. Nacque per collegare la Lucumone alle consorelle tirreniche. La strada partiva da Cortona e il tracciato si distaccava dalla vecchia Via Cassia, costruita intorno al 125 a.C. forse dal censore Lucio Cassio Longino Ravilla, sul precedente percorso etrusco Veio-Orvieto-Chiusi-Cortona-Arezzo-Fiesole. Dopo aver attraversato Centoia (il nome del paese deriva dal latino centuria, unità di 100 soldati che formavano una legione e da qui la centuriazione romana che consisteva nella suddivisione di un territorio in 100 parti, poi assegnate ai coloni e calcolate secondo le linee incrociate delle strade) e il ponte murato sul fiume Clanis sotto Valiano, incrociava la nuova Cassia Adrianea, voluta dall'imperatore Adriano nel 123 d.C. costruita al centro della valle per raggiungere più velocemente Firenze e i passi appenninici. Da qui, procedendo verso ovest, il vecchio tracciato etrusco-romano ancora oggi passa per Gracciano (come indica il toponimo Podere Strada nelle vicinanze del Torrente Salarco), sale a Montepulciano ed entra in Val d'Orcia. Prosegue per le pendici dell'Amiata toccando Seggiano, Castel del Piano e Arcidosso, scende in Maremma per Roccalbegna, Murci, Scansano, Magliano in Toscana fino ad arrivare a Talamone e Orbetello.



Con l'irreversibile impaludamento della Val di Chiana (IX secolo), dal percorso iniziale si sviluppò la cosiddetta Via Lauretana, nata per collegare Cortona a Montepulciano e Siena. Il nome Lauretana (di probabile attribuzione settecentesca) deriva dal toponimo Loreto, localizzato nella piana sotto Cortona, nella zona del Sodo e che dà il nome anche al fosso locale. È da qui che partiva il primo ramo di questa strada che Emanuele Repetti nel suo Dizionario chiamò Antica Lauretana distinguendola dalla più importante Strada Regia Lauretana. La primitiva via, che con molte probabilità esisteva già in epoca romana come uno dei tanti diverticoli della Via Cassia e abbandonata per forza maggiore dopo l'allagamento della valle, passava per Fratta, Santa Caterina, Fratticciola, Creti, Ponti di Cortona, Foiano della Chiana, Lucignano, Rigomagno, San Gimignanello, Asciano e terminava a Siena. Nel 1775 per ordine del granduca Leopoldo II d'Asburgo-Lorena, la tratta più importante della Lauretana fu completamente ristrutturata e potenziata, nel tentativo di sviluppare il commercio del grano della Val di Chiana con il resto della regione. Caduta in disgrazia ormai da molti anni come la maggior parte delle strade toscane, fu oggetto di una vera e propria rinascita. I lavori della Strada Regia Lauretana terminarono nel 1787.
Dal punto di vista strategico, questa strada, dopo l'impaludamento della valle, fu per circa dieci secoli la più importante della zona. Da Cortona a Camucia la strada tagliava in linea retta la pianura fino a Centoia e con un percorso collinare arrivava al castello di Valiano. Attraversava la palude chianina tramite il ponte di Valiano che insieme a quello di Chiusi e ai 3 ponti di Arezzo, rappresentò un vitale punto di passaggio del vasto lago stagnante. Era l'unica strada che permetteva ai fiorentini di raggiungere Montepulciano, vera e propria enclave medicea incuneata nello Stato senese, un canale di territorio ben difeso da Valiano, per la chiesa della Maestà del Ponte, passando per la Parcese e la Corbaia, oggi Montepulciano Stazione, e il castello di Gracciano Vecchio, arrivava sul colle di Montepulciano. La diramazione della Lauretana per Siena si distaccava alla Parcese (zona soprapasso dell'Autostrada del Sole) e raggiungeva il Monastero di San Pietro d'Argnano, l'abbazia che darà il nome in epoca comunale alla villa e castello di Abbadia Argnano, località conosciuta anche come Badia de' Caggiolari o Badia in Crepaldo, oggi Abbadia di Montepulciano. Resiste ancora nella memoria popolare di alcuni abitanti del paese di Abbadia il toponimo strada vecchia (oggi Via Morandi) che sta ad indicare un breve tratto di via che si distaccava dalla Lauretana all'altezza dell'abitato di Santa Maria. Il toponimo non lascia dubbi sull'antichità di questa diramazione della Lauretana che proseguiva per il Palazzo (il toponimo potrebbe indicare la presenza nel Medioevo di una fattoria fortificata), le Tombe e Sambuono (due aree sepolcrali di età etrusca e romana), dove si congiungeva con l'importante strada che collegava Montepulciano al Castello di Ciliano e Torrita di Siena. Poco più avanti di Abbadia di Montepulciano la Via Lauretana entrava nello stato senese presso Torrita di Siena, lambiva le mura fortificate della cittadina fedele alla balzana, passava ai piedi del Castello di Guardavalle e vicino alle fattorie della Fratta e dell'Amorosa. L'antico tracciato da Abbadia di Montepulciano alle porta di Sinalunga è in pratica quello dell'odierna Strada Provinciale 326. La Lauretana attraversava poi il borgo di Rigaiolo, saliva a Collalto lambendo Sinalunga, raggiungeva Asciano e oltrepassato il fiume Ombrone, per le Crete Senesi, scendeva fino a Taverne d'Arbia, i Due Ponti e terminava alle porte di Siena.


Toscana - Labirinto di Porsenna

 

Il Labirinto di Porsenna è costituito da una serie di cunicoli sotterranei posti sotto l'abitato antico di Chiusi, in particolare sotto piazza del Duomo, la cattedrale e gli edifici circostanti. Vi si accede dal Museo della cattedrale, con lo stesso biglietto. Il nome del labirinto deriva dalla descrizione di Plinio il vecchio (che cita Terenzio Varrone) del mausoleo di Porsenna, il leggendario sepolcro del sovrano etrusco protetto, secondo gli storici latini, da un labirinto.
Più probabilmente si tratta del sistema di approvvigionamento idrico, scavato dagli Etruschi in epoca arcaica, ed erroneamente definito "Labirinto di Porsenna" dagli archeologi che negli anni '20 avevano trovato le prime gallerie. Infatti gli studiosi credevano di avere trovato il mausoleo descritto da Plinio.
Il sistema è particolarmente vasto ed ingegnoso, scavato nella duttile pietra arenaria, per una profondità massima di 25 metri circa. Il sistema è composto da una fitta rete di passaggi, larghi in media un metro ed alti da due a cinque metri, talvolta rinforzati da blocchi di pietra. Vi si incontrano cisterne e piccoli bacini per raccogliere l'acqua, sia tramite infiltrazione, che con falde.
Un cunicolo si dirama fino alla cisterna etrusco-romana, chiamata così per la sua epoca (romana) e per il modo in cui è stata costruita (etrusco). È coperta infatti da una doppia volta, sostenuta da un grande pilastro centrale. Risale al I secolo a.C. e sopra di essa, nel XII secolo, venne eretta una torre a difesa, divenuta poi il campanile della cattedrale.
Nei cunicoli, che vennero usati anche come discarica, sono stati fatti vari ritrovamenti, tra i quali spiccano un tratto della cinta muraria ellenistica, romana e medievale (a sud) e, sotto l'abside del duomo, i resti di una lussuosa abitazione privata di epoca imperiale. Il percorso è arricchito dalla presenza di iscrizioni e urne in alabastro, marmo o travertino, databili tra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C.
Simili cunicoli si trovano anche in altre città dell'Italia centrale quali Perugia, Orvieto e Todi.

Toscana - Anfiteatro romano di Roselle

 


L'Anfiteatro romano di Roselle si trova all'interno del comune di Grosseto, presso l'omonimo sito archeologico. L'anfiteatro fu costruito dai Romani durante il I secolo d.C. nell'area sommitale della collina settentrionale su cui si sviluppava l'antica città di Rusellae. Proprio nel luogo in cui sorge l'anfiteatro, sono stati rinvenuti reperti villanoviani e di epoca etrusca del VII-VI secolo a.C..
Durante il periodo altomedievale, l'arena divenne un recinto fortificato, grazie alle costruzioni realizzate utilizzando materiali di spoglio dagli edifici romani in rovina. In questo fortilizio sarebbe da riconoscersi un castrum tardoantico/altomedievale, creato a difesa dei territori bizantini di contro all'avanzata dei Longobardi. L'area rimase occupata fino almeno al XVI secolo, così come testimoniano i vari frammenti di maiolica arcaica, ingobbiata e graffita, e ceramica d'uso invetriata e smaltata rinvenuti al suo interno. La terra tolta per la costruzione dell'arena venne quasi certamente riutilizzata come base per l'erezione degli ordini superiori dei posti.
L'edificio di forma ellittica presenta misure particolarmente ridotte (asse maggiore 38m, asse minore 27m) rispetto a quelle di monumenti simili riscontrabili in altre città romane. Gli accessi sono quattro e diversi per tipologia: quelli situati sull'asse maggiore E-O sono scoperti e delimitati da lunghi muri, mentre i restanti due sono fiancheggiati da murature di minore lunghezza e sono coperti da volte a botte. Lateralmente ai due ingressi E-O si trovano due piccoli vani con copertura a volta a crociera: la tecnica muraria in opus reticulatum con testate a blocchetti regolari suggerisce una datazione agli inizi del I secolo d.C., oltretutto convalidata dal rinvenimento di ceramica sigillata aretina. All'interno dell'arena, lungo l'asse maggiore, sono state scoperte quattro pietre allineate a distanza regolare con dei fori che dovevano servire a dividerla per utilità sceniche. Alcune murature tardoantiche sono state rinvenute in connessione ad una ricca serie di monete e rappresentano le uniche tracce antropiche tra l'età di Caligola e di Diocleziano.
Dalla fine degli anni ottanta, nel sito archeologico della città etrusco-romana di Roselle, l'anfiteatro romano di epoca augustea ospita l'Estate rosellana, manifestazione incentrata su concerti e spettacoli di danza e di prosa di livello nazionale, grazie all'acustica ancora eccellente. Alcuni spettacoli si tengono proprio nell'orario del tramonto, per esaltare maggiormente le rappresentazioni che si svolgono in uno sfondo suggestivo.

Toscana - Villa romana della Linguella

 

La villa romana della Linguella è una domus posta sull'estremità dello stretto promontorio (detto appunto Linguella dal XVI secolo) che chiude ad est la darsena di Portoferraio. La villa risale al I secolo a.C., ma l'intera struttura testimonia varie fasi di costruzione.
Alla prima fase (I secolo a.C.) risalgono murature in opus reticulatum e rivestimenti parietali in lastre marmoree ed intonaci dipinti in rosso. Alla seconda fase (fine del I secolo a.C. - I secolo d.C.) è datato un ambiente circolare con quattro nicchie (laconicum) e dotato di pavimentazione in cocciopesto con inserti esagonali in marmo palombino, insieme ad un altro ambiente con pavimentazione in opus sectile. Durante la terza fase (II secolo) risalgono murature in opus caementicium con rivestimento ad intonaco dipinto. Alla quarta fase (metà del II secolo - III secolo) sono datati interventi di abbellimento e restauro, tra cui mosaici geometrici policromi e intonaci policromi.
Durante la quinta fase (IV - V secolo), la domus viene abbandonata e spogliata dei suoi preziosi marmi, tra i quali si conserva, presso l'adiacente Museo archeologico di Portoferraio, un torso virile in marmo bianco. In un documento del 1548 si descrive il rinvenimento, nell'area della domus, di tre grandi teste marmoree (due maschili ed una femminile) poi inviate al granduca Cosimo I in Firenze.
La villa della Linguella, ritenuta nel XVIII secolo parte integrante dei cosiddetti Bagni della Regina Alba, venne così descritta dallo storico Giovanni Vincenzo Coresi Del Bruno: «Il pavimento del tempio era di marmetti a mandorla di vari colori, in particolare bianchi e bardiglio (...) si vedevano le stanze intonacate e dipinte di colori bellissimi, particolarmente rosso focato (...) il loro pavimento era di mosaico, quale di una forma e quale di un'altra, ma benissimo lavorati e intatti (...). Quantità di monete vi trovarono i zappatori di più imperatori, come si scrisse (...). Fra la terra si trovarono due idoli di metallo, lunghi un terzo di braccio (...) uno era la Vittoria e l'altro la Salute (...).»


Toscana - Villa Settefinestre

 

Villa Settefinestre si trova fra Capalbio e Orbetello in Toscana, ed è il sito di una villa di età tardo-repubblicana, gestita da schiavi e di proprietà di una famiglia senatoriale dei Volusii, costruita nel I secolo a.C. e poi ampliata nel I secolo con la costruzione di un grande criptoportico. La villa venne fortificata in epoca successiva e la fortezza venne ricostruita come villa, nel senso moderno del termine, nel corso del XV secolo. Nel periodo 1976-1981 sono state condotte delle campagne di scavi, sotto la direzione di Andrea Carandini ed i risultati sono stati presentati in una pubblicazione. Villa Settefinestre è stata restaurata negli anni settanta e trasformata in una lussuosa residenza di vacanza e le rovine, aperte al pubblico, inserite scenograficamente in un giardino rigoglioso.
La villa è ubicata nelle vicinanze di Cosa, una Colonia romana fondata nel 273 a.C., raggiungibile da Roma percorrendo la Via Aurelia. Cosa andò in crisi a seguito delle guerre civili e finì con lo spopolarsi. Il luogo venne poi utilizzato per la costruzione di un gruppo di ville la cui gestione era affidata al lavoro degli schiavi a differenza dei grandi latifondi del sud Italia. La villa di Settefinestre è diversa dalla villa con peristilio descritta da Plinio, dalle ville di Ercolano, con i loro splendidi mosaici e dipinti, e dalle ville imperiali della baia di Napoli. Durante gli scavi, anziché preziosi mosaici, sono stati recuperati notevoli reperti relativi ad una moltitudine di attrezzi agricoli dell'epoca. Settefinestre è la dimostrazione di come venivano attuate le teorie di Columella e Varrone. Risulta veramente evidente come questa villa, con le sue forme ed edifici annessi, risponda perfettamente ai modelli degli agronomi romani, il miglior esempio di villa perfecta di Varrone (I, 194).
L'ipotesi è stata avanzata a spiegazione dei dati di scavo da Andrea Carandini. Secondo Antonio Saltini si possono avanzare dei dubbi tanto sui capitoli di Columella assunti come base di riferimento, quanto sulla possibilità concreta di realizzare una rotazione moderna quale suppone Carandini nell'ambiente della Maremma, dove testimonianze storiche molteplici e inequivocabili dimostrano la difficoltà di ordinamenti evoluti fondati sulle culture foraggere. La fattoria annessa alla villa produceva vino.
Accanto alla villa di Settefinestre, esistono delle rovine confrontabili con ville contemporanee di Colonne ed altre province romane.
Gli scavi archeologici realizzati a Settefinestre sono stati presi come termine di paragone per una nuova fase dello studio dell'archeologia, rapportata allo studio dei metodi di lavoro in agricoltura nell'antico agro romano.


Toscana - Villa romana di Giannutri

 


La Villa romana di Giannutri è un sito archeologico localizzato sull'isola di Giannutri, comune dell'isola del Giglio, in località Cala Maestro. In prossimità di Cala Maestra si trovano i resti di villa romana, la cui costruzione e datata tra la fine del I secolo d.C. e l'inizio del II secolo d.C., edificata dai Domizi Enobarbi, antica famiglia senatoria di importanti commercianti della quale faceva parte Gneo Domizio, marito di Agrippina, madre dell'imperatore Nerone.
La villa costruita sulla sommità del Monte Mario (78 mslm), che si estendeva su di un'area di circa cinque ettari, fu abbandonata nel III secolo, per motivi non noti.
Del complesso della villa , che disponeva di uno scalo marittimo, sono stati individuati diversi ambienti, come le cisterne per la raccolta dell'acqua piovana, ambienti termali, ambienti della zona residenziale, e di quella dedicata a servizi.
I primi scavi si devono a Gualtiero Adami, che visse sull'isola, dal 1882 fino al 1922, anno della sua morte,[2] ma l'identificazione dei resti con la villa romana risalgono al 1900 e si devono all'archeologo Giuseppe Pellegrini.
Tra il 1925 e il 1930 la signora Bice Vaccarino Foresto, un'archeologa dilettante, condusse scavi nell'area della villa, in accordo e seguendo le indicazioni dell'allora Soprintendenza alle Antichità dell’Etruria.
Tra il 1991 e il 2002 fu restaurato il mosaico del Labirinto, poi esposto al Museo Archeologico Nazionale di Firenze.
La villa che fino ad allora era di proprietà del conte Gualtiero Adami (noto come Il Garibaldino), nel 2004 fu messa all'asta e quindi messa in sicurezza dalla Regione Toscana dal ministero dell'Ambiente, che esercitarono il diritto di prelazione.
Nel 2022, dopo lunghi anni di restauri condotti dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Arezzo, Siena e Grosseto , susseguitisi ad anni di abbandono e degrado, e che hanno comportato anche l'abbattimento di costruzioni moderne, sono tornate visitabili tre stanze della villa.


Toscana - Toscana - Villa romana delle Grotte

 


La villa romana delle Grotte è un'antica domus romana che sorge sul promontorio affacciato sul golfo di Portoferraio, a dominare tutto il braccio di mare compreso tra il litorale di Piombino e l'approdo di Portoferraio e a fronteggiare la Villa romana della Linguella, che chiude la rada dall'altro lato.
La villa delle Grotte venne costruita alla fine del I secolo a.C. su un podium, in parte naturale ed in parte artificiale; nella prima metà del I secolo d.C. è interessata da una ristrutturazione, che avvia la seconda fase di vita della villa riferibile alla tarda età augustea e tiberiana. L'edificio venne probabilmente abbandonato alla fine del I secolo d.C., poiché nessun reperto trovato si spinge oltre questo periodo. I materiali archeologici rinvenuti sono piuttosto limitati, a testimonianza di un abbandono programmato e con un vero e proprio trasloco dei beni più preziosi, fatto che spiegherebbe l'assenza di materiali e decorazioni di maggior pregio, di cui sicuramente la villa era dotata.
Una nuova fase interessa la villa tra la fine del IV secolo e gli inizi del VI secolo, in piena età tardo antica: si tratta forse di piccole comunità monastiche o eremiti, diffusi in questo periodo in tutte le isole dell'Arcipelago toscano, che riadattarono alcuni ambienti per farne i loro modesti rifugi. In seguito la villa subirà un abbandono completo e un lento declino ma, grazie alla solidità delle strutture, volte e pareti dovettero sempre restare in parte visibili: a partire dal XVIII secolo i ruderi attrassero infatti l'interesse di tanti viaggiatori e di eruditi locali, e vennero rappresentati in alcune riproduzioni della città di Portoferraio. Sono proprio le volte del podio su cui si erge la villa, così simili a «grotte» per chi si avvicinava dal mare, ad avere originato il nome della villa stessa.
Nel 1728 la testimonianza di Antonio Sarri, ingegnere presso il granduca Cosimo III de' Medici, assicura che tra le vestigia della domus si potevano ancora vedere statue, colonne, arredi marmorei e resti di cornicioni. La struttura quindi, sebbene in abbandono, era ancora sufficientemente leggibile. Durante la guerra iniziata all'Elba nel 1799 tra i francesi impadronitisi di Portoferraio e il Regno di Napoli che controllava Porto Longone, il promontorio delle grotte costituì un importante punto strategico per la posizione rispetto alla città di Portoferraio; è presumibile che per l'installazione di batterie militari sulla villa siano stati rasati al suolo i muri degli ambienti che si sviluppavano sulla sommità del promontorio e quelli che delimitavano il giardino. Nel 1901 fu riconosciuta come sito di ruderi d'importanza regionale per la Regia Soprintendenza, ma solo nel 1960 si avviò la ricerca archeologica per indagare la complessità del sito, guidata dall'archeologo Giorgio Monaco, Direttore dei beni archeologici dell'isola.
Per la sua posizione e lo sviluppo architettonico può essere annoverata tra le lussuose villae maritimae che costellavano tutte le isole dell'Arcipelago toscano, costruite da nobili esponenti delle classi aristocratiche di Roma per il riposo e lo svago dagli impegni politici della capitale.
L'edificio, che si estendeva complessivamente su una superficie di due ettari, era ripartito su due livelli: sul pianoro si trovavano la parte residenziale, dotata di un avancorpo affacciato sul mare, e un grande giardino rivolto verso i fianchi della collina; il piano inferiore era costituito da una doppia struttura di terrazzamento, articolata in archi e portici, che circondava la villa sui tre lati panoramici. L'ingresso si trovava in corrispondenza di un grande giardino rettangolare (hortus), fiancheggiato da un portico coperto (ambulatio), che doveva proteggere dalla calura estiva o dai venti nella stagione più fredda, da cui si accedeva ai quartieri residenziali del piano superiore. Punto panoramico privilegiato della villa era la grande piscina posta al centro dell'area residenziale, percorsa da un grande condotto in muratura e circondata su tre lati da un ampio giardino delimitato da un portico colonnato (peristilium): un porticato decorato con lastre di terracotta a vari soggetti, tra cui prevale il motivo di Psiche tra suonatori di cetra e di aulos (visibile al Museo archeologico della Linguella) e impreziosito inoltre da intonaci con soggetto vegetale, a dare l'impressione di uno spazio verde ancora più grande di quello racchiuso dal porticato stesso.
Sul lato meridionale la vasca terminava in un'esedra semicircolare e, per tutta la sua lunghezza e al centro di essa, correva un grande condotto in muratura: l'acqua doveva giungere alla vasca da una cisterna posta su un livello superiore posta all'estremità dell'ampio giardino rettangolare (oggi al di là dell'attuale strada provinciale) e che era servita da un acquedotto di tubi di terracotta alimentato da una sorgente situata sul vicino Monte Orello; probabilmente l'acqua ricadeva dall'alto, per venire poi raccolta dal condotto che attraversa la vasca nel senso della lunghezza e andava a sfociare nella terrazza sottostante, sul lato mare, anch'essa sistemata a giardino e conclusa al centro da un ninfeo. All'estremità nord del bacino una serie di stanze, probabilmente i due quartieri del dominus e della domina, erano disposti simmetricamente ai suoi lati, lungo la linea del litorale.
La villa venne costruita utilizzando la tecnica edilizia dell'opus reticulatum, di grande effetto cromatico, i cui cubilia verde scuro furono ricavati da rocce ofiolitiche estratte dallo stesso sito, e quelli grigio chiaro dai calcari della costa nord circostante. Tutto il quartiere residenziale era accuratamente decorato, secondo i gusti correnti in quel periodo nella capitale: le stanze erano affrescate o rivestite di marmi colorati, soprattutto marmo bianco e cipollino dell'Elba. Il tetto a travi lignee era coperto da tegole smarginate di un rosso vivo, anch'esse di bell'impatto cromatico anche a lunga distanza. Al sottotetto era applicato un controsoffitto in canne rivestite in intonaco e sorrette da una leggera intelaiatura e gli angoli tra pareti e soffitto erano decorati con cornici modanate in stucco. Le pareti erano coperte da intonaci dipinti con impressioni prospettiche varie o con motivi floreali ed in alcuni ambienti erano inoltre applicate crustae marmoree, in palombino e cipollino. Le decorazioni pavimentali erano realizzate a mosaico in bianco e nero, mentre nei vani di maggior prestigio erano preferite pavimentazioni costituite da formelle in marmo e pietra di forma geometrica (triangoli, esagoni, quadrati, rombi) che, alternando il bianco, il nero ed il verde (marmo, ardesia e cipollino), venivano a creare motivi a nido d'ape, a reticolo, a stella.
Nella prima metà del I secolo d.C. la villa venne interessata da alcune opere di ristrutturazione e di riconversione di alcuni ambienti: il terrazzo inferiore venne per buona parte occupato da zone di servizio coperte o da vani completamenti chiusi, che avevano l'unico scopo di sostenere le strutture residenziali poste al piano superiore. Tali ambienti vennero raccordati da nuovi corridoi e collegati all'area superiore attraverso la realizzazione di due scale, che costituivano anche l'ingresso principale della villa. A questa fase va riferita anche la costruzione di piccolo quartiere termale, impreziosito da pavimentazioni a mosaico e lastrine marmoree. Esso era costituito di quattro stanze: il calidarium, ambiente dotato di doppia pavimentazione con suspensurae; il frigidarium, posto all'altro estremo, con piccola vasca semicircolare per i bagni freddi; l'apodyterium e il tepidarium, stanze intermedie che potevano essere utilizzate come spogliatoi e ambienti di passaggio graduale dal caldo al freddo. Il rifornimento idrico necessario al funzionamento termale era garantito da una cisterna sotterranea, articolata in tre stanze e rivestita in cocciopesto, un impasto di malta e laterizi frantumati che garantiva l'impermeabilizzazione delle pareti e del pavimento.
All'esterno, l'inserimento della villa nell'ambiente circostante e l'effetto che doveva suscitare a chi si avvicinava sia dal mare che dalla terra era accuratamente studiato: le esedre disposte lungo il muro perimetrale sul lato del mare (funzionali sia al contenimento del terreno che come effetto scenografico) e la policromia del muro di terrazzamento, con pietre di colore verde scuro e bianche alternate, dovevano caratterizzare fin da lontano l'importanza e il prestigio della residenza.
Mentre per le lussuose ville marittime costruite nelle isole del Giglio, di Giannutri e di Pianosa non mancano indizi archeologici o fonti scritte che permettano di attribuire la proprietà di tali residenze, per l'Elba è invece ancora difficile definire quali siano state le personalità a scegliere l'isola come luogo per le loro dimore. Tuttavia il celebre poeta Ovidio, in una delle epistole destinate a Massimo Cotta (Ex Ponto, II, 3, vv. 83-84) ricorda all'amico il loro ultimo incontro, avvenuto all'Elba nell'8 d.C., alla vigilia della partenza del poeta per l'esilio; questi è il figlio minore di M. Valerius Messalla Corvinus, che essendo stato adottato dallo zio materno M. Aurelius Cotta ne ha assunto il nome (L. Aurelius Cotta Maximus Messallinus). Come già osservato dalla studiosa Orlanda Pancrazzi, senza avere altri indizi oltre le parole di Ovidio, sull'isola Massimo Cotta doveva possedere una residenza degna del suo alto rango che, verosimilmente, poteva riconoscersi in una delle tre monumentali ville marittime note, quella della Linguella, di Capo Castello e delle Grotte.
Grazie al rinvenimento di alcune testimonianze epigrafiche nella pars rustica individuata grazie alle ricerche archeologiche nella Piana di San Giovanni, condotte dall'Università degli Studi di Siena, è stato possibile ricavare preziose indicazioni sulla proprietà degli edifici scavati e, dunque, della vicina villa marittima delle Grotte, verosimilmente appartenenti al patrimonio dei Valerii Messallae: due dei dolia interrati finora individuati nell'ambiente produttivo presentavano infatti due bolli in planta pedis che, sebbene frammentari, hanno consentito di recuperare l'intero contenuto testuale con il nome del produttore: H˚ermia V˚a(leri) M(arci) s(ervus) / fecit. La proprietà faceva quindi capo a Marcus Valerius Messalla, princeps senatus e protettore delle lettere e delle arti, tanto da essere ricordato come il fondatore del Circolo di Messalla; il fundus sarebbe passato poi al figlio Aurelius Cotta Maximus Messallinus, che avrebbe avuto come ospite il poeta Ovidio prima della partenza di quest'ultimo per l'esilio nel Mar Nero.


Toscana - Tempio di Talamonaccio


Il tempio di Talamonaccio era un tempio etrusco risalente alla fine del IV secolo a.C. situato su poggio Talamonaccio, nei pressi di Fonteblanda e Talamone, frazioni di Orbetello, nella provincia di Grosseto, in Toscana.
Ne rimangono dei ruderi. Il tempio di Talamonaccio fu fondato durante il periodo ellenistico etrusco, contemporaneamente alle lotte finali tra le città etrusche e Roma, ed è stato usato anche dopo la conquista romana.
Il tempio etrusco, posto su un alto basamento di pietra (podio), era chiuso sul retro come tutti i templi etruschi. La cella che ospitava la statua della divinità era preceduta da un portico con colonne (pronao). Il tetto a due falde era costituito da travi di legno ricoperte da tegole e coppi. Le parti lignee esposte alle intemperie erano protette da decorazioni in terracotta (acroteri e antefisse) fissate ai supporti con chiodi.
Sulla facciata posteriore si trovava il famoso frontone del 150 a.C., raffigurante la battaglia fratricida tra Eteocle e Polinice, figli del re Edipo, in lotta per il possesso della città di Tebe (questo frontone, in parte ricostruito, è esposto a Orbetello).
Della decorazione della facciata anteriore rimangono solo alcuni frammenti non ricostruibili.

giovedì 10 aprile 2025

Umbria - Spoleto, Teatro romano


Il Teatro romano è un edificio teatrale di Spoleto (Spoletium), risalente al I secolo a.C. Ha un diametro di 114,40 metri, mentre la cavea ne misura circa 70. Si trova all'interno del Complesso monumentale di Sant'Agata.
Già in antico l'edificio riportò danni per una frana, forse a seguito di un terremoto, e fu restaurato.
In epoca post-classica fu riutilizzato come cava di pietra e nel XII secolo venne costruita su parte della scena la chiesa di Sant'Agata, affiancata nel XIII e XIV secolo dalle case della famiglia Corvi.
Alla fine del XIV secolo, nel complesso si insediarono le suore benedettine provenienti dall'Abbazia di San Paolo "inter vineas"; ricevuto in eredità il palazzo Corvi, vi fondarono il loro monastero, ampliato nel XVI secolo realizzando un chiostro su pilastri ottagonali. Nel 1870 il monastero venne adibito a carcere femminile.
Le rovine del teatro, ancora visibili nel Cinquecento, erano state disegnate da Baldassarre Peruzzi, ma il sito venne identificato solo nel 1891 da Giuseppe Sordini; gli scavi sistematici furono condotti a partire dal 1933, e ancora nel 1938, ma i più significativi si svolsero tra il 1954 e il 1960.
Il monastero di Sant'Agata ospita oggi il Museo archeologico nazionale di Spoleto e il teatro viene utilizzato per concerti e spettacoli, in particolare nell'ambito del Festival dei Due Mondi.
Il teatro romano si trova all'interno delle mura cittadine e conserva una cavea di 70 m di diametro, in parte poggiata su un ambulacro a pianta semicircolare, coperto da volta a botte, dal quale si poteva accedere tramite tre accessi (vomitoria) ai posti a sedere. Dalle estremità della cavea si accedeva invece ai posti riservati ai magistrati e ai cittadini eminenti. L'orchestra conserva la pavimentazione in lastre di marmo colorato e sul proscenio sono visibili i fori per i pali del sipario. La facciata esterna era costituita da arcate inquadrate da semicolonne di ordine tuscanico.


Umbria - Necropoli dei bambini di Lugnano



La necropoli dei bambini di Lugnano, sulla sinistra idrografica della valle del Tevere, è un eccezionale ritrovamento archeologico di epoca tardo romana, consistente in una numerosa serie di sepolture che, sulla base delle ceramiche ritrovate, sono state datate intorno alla metà del V secolo. Una delle tante particolarità, da cui deriva il nome attribuito, dipende dal fatto che le sepolture riguardano esclusivamente corpi di bambini (in maggioranza neonati) e feti abortivi, in numero, rispettivamente, di 25 e 22.
Una numerosa serie di indizi suggerisce che le morti si consumarono tutte in un arco di tempo brevissimo; una circostanza questa che ha indirizzato gli studiosi verso l'ipotesi di una pestilenza. La ricerca delle esatte cause della moria ha dato origine ad un fruttuoso filone di ricerca interdisciplinare che, con una serie di argomentazioni, è giunto alla conclusione di trovarsi di fronte alla prima evidenza archeologica della malaria.
Sono stati inoltre riconosciuti i segni della persistenza, all'interno di un'area ormai da tempo cristianizzata, di antichi riti di stregoneria e di sacrifici pagani. Di converso, la mancanza di alcun segno di cristianità nelle sepolture, può addirittura lasciare prefigurare la sopravvivenza, nella tarda antichità, di una comunità ancora profondamente permeata da una religiosità pagana. L'unico segno riferibile ad un possibile influsso della spiritualità cristiana, può essere la stessa circostanza della sepoltura di bambini di così breve esistenza: si tratta infatti di un'usanza sconosciuta al mondo romano precristiano.
La scoperta fornisce lo spunto per importanti implicazioni sulla cronologia e sulla storia epidemiologica della penetrazione della malaria in occidente. Essa ha permesso inoltre di avanzare affascinanti ipotesi sul ruolo attivo che la malaria potrebbe aver giocato quale cofattore del declino del mondo antico. Ma paradossalmente, quella stessa epidemia che falcidiò i bambini di Lugnano potrebbe aver avuto un ruolo importante nel proteggere le antichità romane dalla distruzione, condizionando le scelte di Attila che, nel 452, rinunciò repentinamente al suo proposito di calare su Roma: una decisione di grande portata storica, ma la cui genesi non trova altrove una convincente spiegazione.


Gli scavi, compiuti negli anni 1988-1992 dall'équipe del prof. David Soren dell'Università dell'Arizona a Tucson, hanno riportato alla luce la necropoli in una località collinare detta Poggio Gramignano, ubicata nella media valle del Tevere, sulla sinistra idrografica del fiume, nel comune di Lugnano in Teverina, ad un'altezza di 185 m slm. Le sepolture sono state rinvenute all'interno di una villa romana di età augustea, costruita intorno al 15 d.C., ma già in rovina dal III secolo. La costruzione si adagiava su ondulazioni collinari affacciate sul Tevere, il cui corso si snoda circa 3,5 km più a sud. La villa era già in piccola parte conosciuta grazie alle sessioni di scavo condotte da Daniela Monacchi nel 1982 e 1984. Gli scavi di Soren e collaboratori, hanno incidentalmente rivelato che i pochi resti della villa fino ad allora conosciuti facevano parte di un ben più esteso complesso, articolato su oltre 1800 m2. L'area interessata dalla necropoli è costituita da cinque stanze facenti parte degli ambienti residenziali riservati alla servitù. Questi ambienti, addossati a un'ondulazione della collina a nordovest della villa, si trovavano collocati in posizione dominante rispetto alla dimora gentilizia.
Tra i sistemi di inumazione utilizzati vi è quello che vien detto a cista o a enchytrismos: i corpi, in posizione raccolta, furono inseriti (incistati) all'interno di contenitori, in questo caso anfore riadattate allo scopo. Non si tratta comunque dell'unico sistema adoperato: altri corpi furono semplicemente inumati oppure collocati sotto frammenti di anfora o, in altri casi, protetti da rudimentali alloggiamenti, rettangolari o spioventi, realizzarti con tegole e frammenti ceramici provenienti dalla villa in rovina. Le sepolture di feti e neonati furono confinate in due delle cinque stanze; a questi corpi sono dedicate le sepolture meno elaborate.
Molto peculiare è la varietà dei reperti che hanno accompagnato le inumazioni: una bambola d'osso intagliato, privata degli arti; un braccialetto infantile; una coppia di calderoni di bronzo impilati; una pentola in posizione rovesciata, al di sotto della quale si celava un recipiente in vetro per il versamento di liquidi e un osso di mammifero.


Gli strati portati alla luce hanno rivelato la contemporanea deposizione di interessanti resti animali e vegetali, come: un artiglio dal tallone di un corvo, parte dello scheletro di un rospo, resti carbonizzati di caprifoglio, resti scheletrici di una dozzina di cagnolini di 5-6 mesi d'età, di un esemplare di circa un anno e l'incisivo di un cane adulto. Gli scheletri dei cani mostrano segni di smembramento: i pezzi sono poi distribuiti su più livelli di terreno. I resti dei cani dilaniati ricorrevano esclusivamente nei pressi delle inumazioni di feti e neonati che, come detto, occupavano due delle cinque stanze.
Sia gli oggetti che gli animali, di certo non direttamente collegabili ai defunti, sono stati interpretati come evidenti indizi di sacrifici e rituali magici e apotropaici, eseguiti in occasione delle sepolture ed in assenza di alcuna simbologia cristiana; si tratta, per gli autori della ricerca, di un'importante testimonianza della sopravvivenza di rituali pagani in un'area che secondo la propaganda ufficiale doveva dirsi cristianizzata. In particolare, agli occhi degli scopritori, i resti dei cani, dilaniati prima della loro deposizione, appaiono come elementi di un rituale sacrificale di purificazione delle donne abortenti. In effetti gli autori forniscono un completo resoconto dei riscontri sull'utilizzo di simili oggetti ed animali in connessione a riti di stregoneria. È attestato ad esempio l'utilizzo di sacrifici di cani sia in funzione apotropaica sia in riti di purificazione, essendo nota peraltro le superstizioni sull'impurità delle madri abortenti.
Per quanto riguarda i destinatari dei sacrifici e delle offerte rituali, deve trattarsi sicuramente divinità infere e non celesti. Soren ritiene plausibile che la destinataria dei rituali sia Ecate, deità ctonia e psicopompa, collegata al culto dei morti e, specificamente, all'accompagnamento dei morti prematuri; è significativa l'associazione del suo culto ai cani e, in particolare, ai cuccioli.
Lo scavo, così, darebbe conferma archeologica al modello esplicativo del fenomeno "cristianizzazione" illustrato da Cinzio Violante, secondo cui nell'età tardoantica, e fino agli inizi dell'alto medioevo, vi sarebbe stata una scarsa diffusione del processo di cristianizzazione, basato su una rete disarticolata e composta di insediamenti religiosi di basso profilo, nella quale trovavano posto anche alcune fondazioni private di cui non si conosce l'entità, ma che non sembrano in numero rilevante.
La deposizione dei cadaveri nelle cinque stanze si sviluppa secondo uno schema che gli scopritori non esitano a definire inusuale per una necropoli di epoca romana:
- il lavoro di inumazione ha dato luogo ad una successione di sottili accumuli di terra, gli ultimi dei quali sono costituiti in prevalenza da ceneri. Gli accumuli si sono stratificati fino a raggiungere un notevole spessore, causando l'elevazione per circa tre metri del livello del suolo nelle stanze
- all'interno di questa successione stratigrafica i resti umani sono distribuiti su vari livelli di profondità, con una intensificazione degli eventi al livello superiore
- nonostante la fitta stratificazione, l'uniformità dei resti ceramici e la corrispondenza tra giunzioni di frammenti fittili appartenenti a diversi livelli, hanno permesso di concludere che tutte le deposizioni appartengono ad un unico strato archeologico
- l'analisi dei campioni dei suoli interessati ha confermato l'uniformità dei vari strati
- sui resti dei cani dilaniati, di cui si è già detto, non vi è nessuno dei tipici segni rilevatori di un'esposizione agli agenti atmosferici: la loro dispersione su più strati non può essere attribuita a casuali interramenti successivi ma deve essere avvenuta in un breve arco di tempo
Questi elementi permettono di affermare, come già anticipato, che le sepolture si susseguirono in uno strettissimo lasso di tempo, valutabile nell'ordine di poche settimane, se non addirittura di pochi giorni, con un ritmo di inumazione che si andò intensificando dalla prima e singola deposizione, attraverso sepolture multiple che si sono via via sovrapposte.
È stato anche possibile individuare la stagione dell'anno a cui risalgono le morti: la presenza di resti carbonizzati di caprifoglio, un arbusto di macchia mediterranea che fiorisce e va a seme in piena estate, ha permesso di collocare gli eventi nella stagione più calda.
Questo collima con i sacrifici animali. È nota da Plinio l'usanza dei sacrifici di cani contro le febbri estive; il cane era infatti collegato a Sirio, stella della costellazione del Cane, un astro associato fin dall'antichità al pieno della stagione estiva, quando avveniva la sua sorgenza eliaca.
Gli elementi esposti nelle sezioni precedenti hanno portato gli studiosi a credere che l'accumularsi di tante morti infantili in un breve lasso di tempo sia stato dovuto ad una forma di epidemia. Le ossa dei bambini, peraltro, con la loro struttura a nido d'ape, mostravano chiari segni di anemia; una circostanza questa che ha fatto emergere un'affascinante ipotesi sulla possibile causa dei decessi: essi, secondo Mario Coluzzi, parassitologo dell'Università La Sapienza, sono da imputarsi alla malaria, la cui recrudescenza, sul territorio italiano, è tradizionalmente associata al periodo estivo.
Esiste un preciso riscontro letterario alla conclamata insalubrità dei luoghi: nell'estate del 467 - siamo a pochi anni dal dramma consumatosi tra i neonati di Lugnano - Sidonio Apollinare, nobile di origini galliche, poeta, vescovo di Clermont-Ferrand, funzionario imperiale e infine santo, percorse l'Italia da Ravenna a Roma per incontrarvi l'imperatore Antemio. Nel suo viaggio attraversò proprio i luoghi insalubri dell'Umbria e dell'Etruria lasciandoci una vivida testimonianza degli effetti dei miasmi venefici: febbri e accessi di sete insaziabile, evidenti sintomi malarici.
«Poi attraversai le altre città della via Flaminia - una dopo l'altra - lasciando i Piceni sulla sinistra e gli Umbri alla destra; e qui il mio corpo esausto soccombé allo scirocco calabro o all'aria insalubre delle terre toscane dense di miasmi venefici, con accessi ora di sudore ora di freddo. Sete e febbre devastarono il mio animo fino al midollo; invano assicurai alla loro avidità sorsi da piacevoli fontane, da nascoste sorgenti e da ogni corso d'acqua che incontravo, fossero le trasparenze vitree del Velino, le acque gelide del Clitumno, quelle cerulee dell'Aniene, le sulfuree del Nera, le limpide acque del Farfa o quelle flave del Tevere...» (Sidonio Apollinare, Epistulae, I.5, 8-9)
Gli anni della morìa infantile e prenatale di Lugnano sono gli stessi in cui Attila e i suoi Unni sembravano sul punto di calare su Roma. Nel 452, inspiegabilmente, Attila desisterà dai suoi propositi facendo marcia indietro con il suo esercito: le Leges novellae divi Valentiniani (V secolo) registrano come, tra i motivi che determinarono la rinuncia, vi fosse l'imperversare di una non meglio precisata pestilenza, più a sud, sulla strada che conduceva a Roma. Non è azzardato, secondo gli autori degli scavi, collegare questa notizia alla cronaca epistolare di Sidonio, solo di pochi anni successiva, e concludere così che dietro quella pestilenza non si nascondesse altro che la malaria.
Le ossa, sottoposte ad analisi presso l'Institute of Science and Technology dell'Università di Manchester e il di Dept. of Evolution, Genomics and Systematics dell'Università di Uppsala, hanno rivelato la presenza inequivocabile di resti di DNA appartenenti al parassita Plasmodium falciparum.
Si tratterebbe in questo caso di una scoperta archeologica di straordinaria importanza per la ricerca medica: la necropoli di Poggio Gramignano è la più antica testimonianza della penetrazione, in Europa e nel mondo mediterraneo, del falciparum, la specie di plasmodium responsabile della forma fatale di malaria, un evento epidemiologico che avrà notevoli ripercussioni sulla storia europea dei secoli a venire.
Gli scavi hanno visto il sorgere di una fruttuosa collaborazione tra la Soprintendenza per l'Umbria, gli archeologi e i loro studenti, il comune di Lugnano in Teverina, l'associazione Pro loco e la gente del luogo che ha preso materialmente parte agli scavi. Un risultato collaterale è stato l'affascinante allestimento di un'esposizione di reperti all'interno di un antiquarium realizzato nel palazzo comunale di Lugnano, in via Umberto I.


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