La
Lupa capitolina è una scultura di bronzo,
di incerta datazione (la cronologia la colloca probabilmente
nell'ambito del V secolo a.C.), custodita nei Musei
Capitolini. Di dimensioni approssimativamente naturali, i gemelli
sottostanti furono aggiunti nel XV secolo e sono stati attribuiti
allo scultore Antonio del Pollaiolo. Viene tradizionalmente
considerata di fattura etrusca, si ritiene che sia stata fusa
nella bassa valle tiberina e che si trovi a Roma sin
dall'antichità (S. Giovanni in Laterano).
Raffigura due bambini che si pensa
siano Romolo e Remo che vengono allattati da una lupa.
Secondo il mito, la vestale Rea Silvia venne fecondata
dal dio Marte e partorì due gemelli, Romolo e Remo.
Il nonno dei gemelli, Numitore, fu scacciato dal trono di Alba
Longa dal fratello Amulio. Per evitare che i nipoti,
diventati adulti, potessero rivendicare il trono usurpato, Amulio
ordinò ad un suo servo che fossero uccisi e gettati nel Tevere ma
il servo non ebbe il coraggio e allora li mise in una cesta e li
lasciò trasportare dalle acque del fiume. Questa cesta si incagliò
sul fiume alle pendici di un colle, dove i gemelli furono trovati da
una lupa che si prese cura di loro finché non furono trovati dal
pastore Faustolo. L'antro della lupa era il
leggendario lupercale presso il colle Palatino.
La statua è l'icona stessa della
fondazione della città. Le fonti antiche parlano di due statue
bronzee della Lupa, una nel Lupercale, l'altra nel Campidoglio.
La prima statua, quella del Palatino, è citata nel 295 a.C.,
quando i due edili, Quinto Fabio Pittore e Quinto
Ogulnio Gallo, le aggiunsero una coppia di gemelli. L'avvenimento, in
base al racconto di Tito Livio, risale al 296 a.C. e
si rese possibile grazie al denaro che gli stessi
edili curuli confiscarono agli usurai. Non possediamo alcun
indizio sicuro sul gruppo degli OGNUNI, anzi il passo di Livio ha
dato il via a due diverse interpretazioni, che considerano i gemelli
come parte di un gruppo unitario o come un'aggiunta successiva ad
un'immagine più antica della lupa. Cicerone riporta come
il simulacro capitolino venne colpito da un fulmine nel 65
a.C. e da allora non venne riparato.
Le raffigurazioni di epoca classica
della lupa con i gemelli sono abbastanza diverse dalla statua della
lupa capitolina, che ha certa rigidità, tipica della statuaria
arcaica o medievale. Il dinamismo della posa della lupa che lecca uno
dei gemelli e il diverso atteggiamento dei gemelli raffigurati nei
bassorilievi marmorei e sulle monete d'argento indicano invece un
elevato naturalismo e sono stati considerati testimonianza del
carattere ellenico o ellenistico del modello. Ciò che
colpisce è il carattere emblematico dell'immagine concepita come
allegoria di un intero racconto di fondazione.
Le prime
notizie sicure su questa statua risalgono al X secolo, quando si
trovava incatenata sulla facciata o all'interno del palazzo del
Laterano: nel Chronicon di Benedetto da
Soracte risalente appunto al X secolo, il monaco descrive
l'istituzione di una suprema corte di giustizia "nel palazzo del
Laterano, nel posto chiamato ...[graffiti]..., cioè la madre dei
Romani." Processi ed esecuzioni "alla lupa" sono
registrate di tanto in tanto fino al 1450. La Lupa era
conservata con altri monumenti, come l'iscrizione bronzea della lex
de imperio Vespasiani, che venivano esposti come cimeli per attestare
la continuità tra Impero romano e papato, tra
antichità e medioevo.
La statua venne poi ospitata fino al 1471 nella chiesa
di San Teodoro, che si trova tra il Palatino ed
il Campidoglio. In quell'anno fu donata da Sisto IV della
Rovere (inv. MC 1181) al "popolo romano" e da allora
si trova nei Musei Capitolini, nella Sala della Lupa.
La scultura rappresenta una lupa che
allatta una coppia di piccoli gemelli, che rappresentano i
leggendari fondatori della città, Romolo e Remo. Queste ultime
due figure furono aggiunte nel tardo XV secolo, forse da Antonio
del Pollaiolo, in accordo con la storia di Romolo e Remo: in una
incisione su legno delle Mirabilia Urbis Romae (Roma,
1499), appare già con i due gemelli.
Nella seconda metà del III secolo
a.C. la lupa diventa uno dei motivi decorativi nei medaglioni in
rilievo, inseriti al centro dei vasi aperti della ceramica
calena. I medaglioni riproducono meccanicamente i modelli metallici,
identificabili con le didramme (statere) d'argento romano-campane;
in secondo piano, alle volte, compare il fico ruminale su
cui talvolta sono appollaiati uno o due uccelli. Accanto al nucleo
centrale, con l'immagine della lupa e i gemelli, trovarono posto
scene figurate più complesse in cui vanno sommandosi altri elementi
del racconto mitico: ad esempio la presenza di due pastori, o del
solo Faustolo: come riporta il denario del triumviro
monetale Sesto Pompeo Faustolo databile al 133-126
a.C.; Faustolo rappresentato come un viaggiatore, a braccia
incrociate e con il pedum, ha il braccio sollevato in segno di
meraviglia, gesto che sottolinea il significato miracoloso
dell'allattamento, secondo uno schema che avrà larga fortuna in
seguito.
In età tardo repubblicana, con il
denario detto dell'Augurium romuli, datato al 110 a.C., la
raffigurazione della Roma Victrix, associata al "Lupercale"
(il luogo, secondo la lagenda, dove la lupa allattò Romolo e Remo),
entrò a far parte del repertorio figurativo delle gemme;
contemporaneamente i pastori diventarono due e si perse la specifica
connotazione di Faustolo.
Con la fine dell'età Repubblicana la
tradizione iconografica narrativa cede il posto a raffigurazioni
isolate, privilegiate per il loro carattere drammatico o per
l'importanza acquisita dalla scena nella propaganda personale
dell'imperatore; in particolare la lupa romana diventa uno dei motivi
decorativi adoperati su urne e altari funerari della
prima età imperiale.

Nell'età Augustea, l'immagine
dell'allattamento dei gemelli, allude ad una vita felice che richiama
l'avvento dell'aura aetas celebrata nei ludi
saeculares del 17 a.C. Dopo una lunga assenza dai coni
monetali per tutta l'età giulio-claudia, la lupa che allatta i
gemelli ricompare sui rovesci degli aurei di Tito e dei
denari coniati a Roma da Diocleziano, poco tempo prima della
morte di Vespasiano nel 79 d.C. In esergo è
raffigurata una barchetta, che richiama la cesta nella quale furono
ritrovati i due fanciulli; la piccola imbarcazione diventa il simbolo
del salvataggio miracoloso, poiché solo grazie ad essa Romolo e Remo
giunsero sulla riva del Tevere.
Con l'età adrianea la lupa con i
gemelli diventa un attributo caratterizzante della personificazione
del fiume Tevere, accompagnato precedentemente dalla palma o
dall'idria rovesciata. Sulla monetazione di questo imperatore la
lupa compare con un atteggiamento nuovo: non più rivolta interamente
verso i gemelli, ma con la testa girata di tre quarti. Il significato
della nuova immagine va compreso in relazione alle effigi della lupa
che mostrano una diversa postura e che rimandano ad un diverso
atteggiamento programmatico della politica imperiale:
- l'animale accovacciato (per lo più
accanto alle personificazioni del Tevere), richiama la mansuetudine
ottenuta grazie all'intervento divino;
- l'animale rivolto verso i gemelli
richiama la protezione accordata dall'imperatore al popolo romano;
- l'animale con la testa fieramente
alzata richiama la predestinazione della grandezza dell'Impero.
Il motivo della lupa avrà larga
diffusione, con ampie e numerose varianti, anche nella monetazione e
nei medaglioni bronzei di Antonino Pio, il quale riprende il
programma del suo predecessore e recupera, con le medesime
motivazioni ideologiche, l'intero repertorio relativo al passato
leggendario di Roma. Dopo Adriano, l'immagine della lupa
nutrice, si diffonde nella monetazione provinciale; ben
tre legioni hanno adoperato la lupa romana come insegna
militare: la II legione Italica (nel Norico), la VI
legione Ferrata (in Oriente) e l'XI legione Claudia (dal II
secolo in Mesia Inferiore).
Con il III secolo d.C., il
tema dell'allattamento miracoloso scompare dai monumenti pubblici e
dalla monetazione di Roma e fa la sua apparizione solo in particolari
occasioni legate a ricorrenze eccezionali; come i giochi secolari
celebrati da Filippo l'Arabo nel 248 d.C., che
secondo il computo verroniano, coincideva con il millesimo
anniversario di Roma e nei successivi anniversari festeggiati
da Gallieno, da Probo e da Carusio con
cadenza decennale.
Nel IV secolo d.C. la
veneranda immagine della lupa torna in voga con Massenzio,
l'ultimo vero imperatore romano, che tentò di restituire a Roma la
centralità perduta rinnovandone i monumenti e dando al proprio
figlio il nome del suo fondatore: Romolo.
La statua che conosciamo venne quasi
sicuramente realizzata tra il X e il XIV secolo,
grazie alle recenti analisi condotte sulle terre di fusione usate
nella lega bronzea. Fino a pochi anni fa la si riteneva invece un
originale datato, con esiti diversi, dagli inizi del V secolo a.C. al
III secolo a.C., che non era mai finito sotto terra. Ciò testimonia,
comunque, la prova della continuità dello spirito romano
dall'antichità attraverso il medioevo e oltre.
L'immagine della lupa nel Medioevo fu
adottata dal Comune di Siena, che la ripropose come Lupa
senese in diverse piazze e monumenti. Siena infatti, secondo il
mito, era stata fondata da Senus, figlio di Remo e quindi
ambiva ad essere una seconda Roma.
L'immagine era
una delle preferite di Benito Mussolini, che voleva accreditarsi
come il fondatore della "Nuova Roma". Per favorire la
benevolenza statunitense, inviò diverse copie della Lupa
capitolina a città americane. Nel 1929 ne inviò una copia
alla convenzione nazionale della società "Sons of Italy"
a Cincinnati (Ohio). Nel 1931 fu cambiata con una
di maggiori dimensioni che si trova ancora all'Eden Park di
Cincinnati. Un'altra replica fu inviata alla città
di Rome in Georgia nello stesso anno. Una
terza copia fu inviata a New York.
La lupa capitolina fu usata sia
come emblema che
nei manifesti della Olimpiade romana del 1960.
La datazione tradizionale parlava
dell'epoca arcaica della storia romana, oscillante tra il V
secolo a.C. (secondo alcuni agli inizi, secondo altri alla fine)
e il III secolo a.C.
Tra le due possibili statue antiche
della lupa, si ipotizzava che quella superstite fosse quella
capitolina, perché giunta a noi priva di gemelli e con tracce di un
guasto sulle zampe posteriori, che venivano messe in relazione con il
fulmine citato da Cicerone. I raffronti iconografici e stilistici
venivano fatti con alcuni rari materiali di area etrusca e latina:
una stele felsina del V secolo a.C., dove la lupa appare in
atteggiamento simile a quella della statua e quindi diversa dalle
raffigurazioni tradizionali romane dove la lupa ha la testa volta
verso i piccoli anziché lo spettatore; altre pochissime opere
superstiti della bronzistica etrusca del V secolo a.C., che mostrano
un'analoga scarnezza di forme unita a un certo decorativismo.
Nel 2006 erano già stati sollevati dei dubbi sulla
datazione dell'opera. L'ipotesi di Anna Maria Carruba, restauratrice
e storica dell'arte che ha curato il restauro della statua, era che,
in base alla tecnica di fusione, l'opera potesse risalire
all'epoca altomedievale (ipotesi sostenuta anche
dall'autorità di Adriano La Regina, ex soprintendente ai Beni
archeologici di Roma e docente di Etruscologia all'Università di
Roma - La Sapienza). La datazione delle terre di fusione con il
radiocarbonio (C14 AMS) data l'attribuzione dell'opera al XIII
secolo, ma se dunque oggi si tende a considerarla un calco
medievale su un originale etrusco, resta aperta la possibilità che
il nucleo della statua sia autenticamente antico e che vi siano stati
interventi e rifacimenti di parti di essa nel pieno Medioevo.
A parte qualche piccolo danno e lacuna
prontamente restaurati, la statua della Lupa è integra. Il modellato
è in linea di massima scarno e rigido, ma impreziosito da un
decorativismo minuto, chiaro ed essenziale, soprattutto nel disegno
del pelo, che è reso sul collo con un motivo calligrafico di ciocche
"a fiamma", che prosegue nelle linee oltre la spalla e
sulla sommità del dorso, fino alla coda.
L'animale è posto di profilo, con la
testa girata verso lo spettatore di novanta gradi. Le fauci sono
semiaperte e i denti aguzzi. Il corpo dell'animale è magro, mettendo
in mostra tutto il costato. Le mammelle sul ventre sono ben evidenti.
Anche le zampe presentano un aspetto asciutto e ruvido, e sono
modellate in posizione di guardia.
Sistemata al centro della sala che
oggi porta il suo nome, in vista della
ristrutturazione michelangiolesca dove Aldrovandi la
ricorda nel XVI secolo, la lupa con la sua straordinaria forza
evocativa, rappresenta il simbolo della città.
Le indagini condotte per la definizione
dello stato di degrado prodotto dall'ambiente e dal tempo sul
materiale costitutivo dell'opera, per sua natura instabile, hanno
evidenziato una particolare condizione, diversa da quella comunemente
riscontrata sui bronzi archeologici rimasti a lungo interrati o
esposti all'aperto.
La maggior parte delle trasformazioni
avutesi nel tempo sono rappresentate sulla patina e, attraverso di
essa, raggiungono l'interno della materia. La patina e la forma sono
l'immagine dell'opera, ed è proprio attraverso la salvaguardia della
patina che il restauratore consente la trasmissione dei dati storici
che vi sono rappresentati.
I risultati delle analisi FTIR
(spettroscopia infrarossa), eseguite per l'individuazione dei
prodotti organici e quelli della diffrattometria a raggi X, per
la caratterizzazione delle diverse patine di corrosione, ci hanno
fornito una serie di indicazioni relative alla storia conservativa
della Lupa.
Gli spessori di cere ed olio di lino,
applicati in diverse epoche per salvaguardare la superficie bronzea,
prevalgono rispetto all'esiguo strato di ossido di rame formatosi
naturalmente per effetto dell'esposizione del metallo all'atmosfera.
Risultano quindi evidenti le cure costantemente riservate alla
scultura per impedire il sorgere di fenomeni corrosivi.
Ulteriore
conferma viene dalla presenza di ossalti: residui di trattamenti
protettivi o decapanti[12], usati in passato per proteggere la
sottile patina bruna oppure per eliminare chimicamente e radicalmente
una disomogenea stratificazione di patine ritenute pericolose o
antiestetiche. Non si trattava del bitumen pliniano, né di
patinature intenzionali (come quelle rinascimentali), né di alcun
procedimento tecnico conosciuto, ma di cere brillanti e trasparenti
applicate non per compiere una "manomissione" sulla patina,
bensì per migliorare le qualità estetiche e proteggere la materia
sottostante. Tali cere però appaiono oggi ossidate, annerite e
opache.
Sono state eseguite varie prove di
pulitura in diverse zone con lo scopo di esplorare la sequenza
stratigrafica dei depositi cerosi, la loro adesione al supporto
metallico e la penetrazione ed estensione di eventuali fenomeni
corrosivi. Ogni tassello è stato eseguito asportando meccanicamente,
col bisturi, la crosta nera depositata sulla superficie sciogliendo,
con tamponcini imbevuti di trielina, i residui di sostanze
organiche e infine perfezionando la pulitura con spazzolini di setola
montati su microtrapano dentistico, per la completa rimozione della
cera dalle porosità della superficie
Su tutto il corpo della lupa e dei
gemelli si sono riscontrati quattro strati; partendo dall'esterno:
- il primo più superficiale, molto
frammentario e lucido;
- il secondo, più profondo del
precedente, grigio-giallo, opaco e pastoso;
- il terzo, costituito da una patina
di cuprite rosso-bruna lucente;
- il quarto, solo sulla parte
inferiore delle zampe e del muso, è uno strato intermedio di
pigmento verde (facilmente eliminabile con un solvente come
l'acetone).
La rimozione del vecchio strato
protettivo e la conseguente azione dell'atmosfera su alcune sacche
di cloruri presenti nella patina hanno provocato, in alcuni
casi, l'immediato insorgere di attacchi di corrosione localizzata,
fortunatamente di scarsa entità e stabilizzatasi spontaneamente in
breve tempo.
L'ultima fase del trattamento ha
riguardato la protezione finale delle superfici con l'applicazione di
una resina acrilica a bassa concentrazione: la Paraloid B72 al
3%. Lo scopo è stato quello di formare uno strato continuo di
isolamento migliorando le caratteristiche di coesione della patina
del bronzo nelle parti più porose, in modo da renderla impermeabile
all'umidità, e agli agenti chimici dell'inquinamento atmosferico.
La scultura inoltre è stata dotata di
un nuovo appoggio per le zampe anteriori. I vecchi e fatiscenti
appoggi sono stati sostituiti con nuovi sostegni realizzati
in acciaio inox con regolazione
micrometrica dell'altezza; in questo modo si può calibrare
perfettamente la posizione della lupa rispetto al basamento.
La forma della parte anteriore del
basamento è stata poi ripristinata integrando le grandi lacune con
un blocco di travertino sagomato e ricoperto con calce Lafarge e
polvere di marmo per la parte destra e stuccature dello stesso
materiale per la parte sinistra.