sabato 11 ottobre 2025

SCULTORI - Stile severo



Lo stile severo è una fase della scultura greca databile tra il 480 e il 450 a.C., ovvero il periodo di transizione tra l'arcaico maturo e il pieno classicismo.
Il periodo entro il quale si sviluppa lo "stile severo" è nel mondo greco particolarmente vivace sotto ogni aspetto. Le riforme di Clistene segnarono un deciso avanzamento, in politica, fino a un regime democratico. Acquisirono importanza nuove istituzioni rette da gruppi sociali diversi dagli aristocratici che avevano sponsorizzato la raffinata arte arcaica.
Grandi avanzamenti si verificarono nel campo delle scienze, degli ordinamenti sociali, nel pensiero filosofico e nelle arti legate alla parola, poesia e teatro: una rivoluzione dello spirito che l'arte recepì e a cui partecipò. L'antropocentrismo greco giunse a maturazione: i raggiungimenti nello studio dell'anatomia e della chirurgia portarono a cambiamenti nell'arte a livello formale e un nuovo modo di pensare, quale si manifestò ad esempio nella tragedia, comportò una nuova rappresentazione dell'umanità, più concentrata e meditativa.
Con le vittorie militari sui Persiani andò maturando nella coscienza greca un'affermazione di superiorità della loro cultura e civiltà. Le rovine dopo gli avvenimenti bellici inoltre diedero nuovo impulso alla produzione scultorea, reintegrando opere distrutte in guerra.
Elementi caratterizzanti
Già Cicerone e Quintiliano, parlando dell'arte di questi anni, giudicarono le sculture "rigide e dure", seguendo un'interpretazione evoluzionistica della storia dell'arte, con la fase "severa" quale preparazione all'arte classica.
Se lo stile arcaico si era formato nella definizione della linea di contorno che racchiudeva la figura, nello stile severo sono gli elementi anatomici ad assorbire l'attenzione degli artisti soprattutto per quanto riguarda la loro funzione all'interno della struttura corporea; non sono i lineamenti esterni che interessano, i particolari o le manifestazioni contingenti, ma i meccanismi interni che determinano l'equilibrio delle forme esterne, con una concentrazione che conduce, per conseguenza, all'eliminazione di ogni accenno decorativo.
Parallelamente alla ricerca di un maggiore realismo anatomico nelle singole figure, si sperimenta una minore rigidità nella disposizione delle stesse nello spazio e nei rapporti spaziali tra una figura e l'altra. Malgrado gli effettivi documenti sui quali è possibile oggi studiare e riconoscere ciò che chiamiamo "stile severo" la vera guida del cambiamento in arte sembra essere stata la pittura, un ruolo di cui restano testimoni le fonti letterarie e la pittura vascolare della fine del VI secolo, nel momento in cui avvenne il passaggio dallo stile a figure nere allo stile a figure rosse. È infatti nella grande pittura murale che sembrano essere state sperimentate quelle innovazioni che è possibile leggere nella decorazione scultorea del Tempio di Zeus ad Olimpia: la particolarità nella scelta del momento della rappresentazione, le soluzioni prospettiche, la tipizzazione della figura umana.
Tra gli scultori il materiale prediletto era il bronzo: le statue bronzee ottenute con la tecnica della fusione a cera persa riproducono esattamente i modelli in terracotta o argilla e questo materiale rendeva possibile una sperimentazione compositiva e formale altrimenti impensabile.
L'esito di particolare equilibrio, di "misura", tra reale e ideale a cui giunse l'arte greca nel periodo "severo" dovette arrestarsi di fronte ad una nuova manifestazione artistica, quale si diede a partire dalla metà del V secolo a.C., detta classico maturo; l'attenzione agli aspetti psicologici, agli atteggiamenti e ai "tipi" umani tornerà nel periodo ellenistico, ma dotata ormai di valenze culturali differenti.
Le opere
Per quanto riguarda la figura isolata il passaggio dall'età arcaica all'età severa appare evidente in opere come la kòre di Euthydikos, il cosiddetto Efebo biondo (490 a.C. ca., marmo, h 24,5 cm, Museo dell'Acropoli di Atene - a sinistra nella foto) e l'Efebo attribuito alla bottega di Crizio (foto in alto a sinistra). Nell'ambito della scultura architettonica la transizione appare nel frontone orientale del tempio di Afaia a Egina.
È a partire dall'epoca dello stile severo che le testimonianze letterarie relative agli scultori greci si infittiscono; gli scrittori di età ellenistica riconobbero nei maestri di questo periodo le premesse ai problemi condotti alle ultime conseguenze nell'epoca successiva. Ci sono giunti i nomi di Onata di Egina, Calamide, Pitagora di Reggio e Mirone, ma solo per quest'ultimo le attività di ricostruzione e attribuzione possono dirsi sicure. Restano, come in epoca arcaica e come non sarà più in seguito, a causa della predominanza ateniese, grandi aree di distinzione regionale che offrono possibilità di sistemazione critica.
Opera chiave di questo periodo sono i frontoni del tempio di Zeus a Olimpia (471-456 a.C. - nella foto di apertura, in alto), per il quale si è ipotizzata la presenza di un unico grande non identificato, a sovrintendere all'intera decorazione scultorea.
I grandi bronzi sopravvissuti sono: l'Auriga di Delfi (470 a.C. ca., bronzo, h 180 cm, Delfi, Museo archeologico); la testa, proveniente da Cipro, già appartenente al Duca di Devonshire e nota come Apollo Chatsworth e infine il Cronide, ritrovato in mare presso il Capo Artemision (460 a.C., bronzo, h 209 cm, Atene, Museo archeologico nazionale). Un altro celebre bronzo, noto oggi solo da copie romane marmoree, è l'Afrodite Sosandra, del 460 a.C. circa. In bronzo, ma note solo tramite copie marmoree, sono le opere di Mirone, quali il Discobolo (455 a.C. - foto in alto a destra) e l'Athena e Marsia (450 a.C. - foto in basso). La figura dell'atleta inizia a sostituire quella del kouros.



SCULTORI - Scultura dorica

La scultura dorica è una corrente regionale della scultura greca arcaica, che si affermò nella zona del Peloponneso, a partire dal VII secolo a.C. Le altre due correnti principali del periodo sono quella ionica e quella attica.
Kouroi dorico-peloponnesiaci
Al 585 a.C. circa risalgono le due statue di Kleobis e Biton, raffiguranti due giovani eroi che si sacrificarono, presso il santuario di Delfi, in onore di Hera. Si tratta di due prodotti legati al gusto più arcaico, tipico dei Dori, ai quali si contrapposero poi le altre scuole (ionica, attica, dell'Asia Minore e delle isole). Si tratta di due umani, non di un monarca divinizzato come nelle precedenti culture mediterranee; proprio la figura umana aveva quindi già assunto il valore nodale dell'arte greca, quale la "misura di tutte le cose", dotato di razionalità e al centro dell'universo. I due eroi sono raffigurati eretti e completamente nudi. L'uso di raffigurare personaggi nudi risale forse all'abitudine degli atleti, fin dal periodo arcaico, di gareggiare senza vesti. Le membra del Kleobis hanno una straordinaria robustezza, con un'anatomia possente che ricorda blocchi di pietra accostati.
Queste figure furono oggetto di innumerevoli repliche e, un po' per come era successo nell'architettura, si fissò un tema che divenne un'iconografia fondamentale, utilizzato spesso dagli artisti ma comunque dotato di un certo raggio di scelta indipendente nella resa finale.



SCULTORI - Scultura ionica

 
La scultura ionica è una delle correnti regionali della scultura greca arcaica, che si affermò nella zona microasiatica e in diverse isole greche, come Samo, a partire dal VII secolo a.C. Alla luce delle opere che frequentemente vengono ricondotte a questa corrente occorre distinguere tra lo stile ionico di ambiente samio (orientale) e quello di ambiente cicladico. Le altre due correnti principali del periodo sono quella dorica e quella attica.
Come nel resto della Grecia anche nella Ionia il VII secolo a.C. è il tempo della supremazia delle grandi famiglie, in quest'area arricchite commercialmente e artisticamente grazie ai rapporti col mondo orientale e specialmente col regno di Lidia, paese dell'oro e dell'elettro che servirono a fondere le prime monete.
A Mileto in questo periodo nacque con Talete la filosofia occidentale intesa come ricerca razionale. Prima della metà del VI secolo a.C. Creso riuscì a estendere la sua dominazione sulle metropoli greche della costa anatolica; regnò dal 561 al 546 a.C. subendo, come accadrà anche ai Romani, il fascino dei vinti: aiutò economicamente Efeso nella costruzione del Tempio di Artemide pagando le colonne decorate nella parte inferiore, almeno tre di queste colonne recano iscrizioni che identificano Creso come offerente. La fine del regno di Creso (sottomesso dal regno di Ciro II di Persia) coincide con la fine dell'"epoca d'oro" della Ionia.
Nella statuaria si vede una comunanza con lo stile dorico nel modo di scomporre la figura nei quattro piani essenziali, ossia il prospetto, il dorso e i due profili. La scultura ionica si differenzia dalla dorica nel ricomporre le vedute in maniera circolare, stondando tutti gli spigoli ottenuti dall'incontro dei diversi piani, girando intorno alla figura, creando una struttura cilindrica, cosa che invece non accade nello stile dorico, dove le figure rimangono squadrate e spigolose in corrispondenza del punto d'incontro dei piani essenziali. Nella finitura delle teste e dei volti si assiste a uno stondamento, calotta cranica curvilinea e volti ovali su cui si dispongono gli occhi in maniera obliqua e curvatura degli estremi delle labbra nota come "sorriso arcaico".
Obliquità degli occhi e "sorriso arcaico" sono stati interpretati come intenzione dello scultore di dare espressività al volto, ma più recenti correnti di estetica e archeologia ritengono che la mancanza della reale organicità di struttura della terza dimensione e dello scorcio, l'impossibilità di far girare nella terza dimensione l'angolo esterno proprio a causa della costruzione dell'immagine per vedute parallele, porta alla disposizione dell'asse maggiore dell'occhio e della bocca su una linea obliqua del piano.
Tutto il VI secolo a.C. sarà influenzato da questi elementi che hanno il loro culmine nelle kòrai dell'Acropoli.
Opere di riferimento
Gruppo di Cheramyes
Al secondo quarto del VI secolo a.C. appartengono due gruppi paratattici in marmo, il primo dei quali, il Gruppo di Cheramyes, del quale fa parte la cosiddetta Hera di Samo ci è giunto smembrato ed è stato riconosciuto come gruppo solo in seguito al ritrovamento della base e sulla scorta di un gruppo più recente (appartenente al 560-550 a.C.), conosciuto come Gruppo di Geneleos. L'Hera di Samo è una delle sculture più celebri di questo periodo: la figura femminile ha un abito dalle pieghe ritmate, con un braccio steso e uno portato al seno, dove forse reggeva un melograno. La forma è compatta, ingentilita dalla raffinata linea di contorno.
Gruppo di Geneleos
Il Gruppo di Geneleos era originariamente costituito da sei figure, una donna seduta, un kouros, tre korai e una donna semisdraiata, su una base di 6 m di lunghezza posta lungo la Via Sacra che porta al santuario di Hera a Samo. All'estremità sinistra della base si trovava una statua assisa (h 87 cm, Samo, Museo archeologico) il cui nome, Phileia, si legge in un'iscrizione sulla gamba sinistra del trono; testa e parte superiore del corpo sono perdute, ma la parte inferiore rivela che la statua indossava un chitone e un mantello e su quest'ultimo si trova l'iscrizione che rivela il nome dell'artista: Geneleos. Philippe (h 159 cm, Samo, Museo archeologico), una delle tre korai, indossa un lungo chitone, le mani sono prive di attributi e la destra stringe un lembo della veste, i capelli acconciati con fili di perle formano una massa tagliata orizzontalmente sul dorso; il suo nome è iscritto sulla parte destra della veste. La figura semigiacente (h 70 cm, Samo, Museo archeologico) ha un corpo pesante, imponente ed è sicuramente un personaggio non giovane e di una certa importanza; Charbonneaux (che insieme con Bianchi Bandinelli la considera indubitabilmente una figura femminile) ritiene che la disposizione delle figure nel gruppo possa indicare la sopravvivenza del matriarcato asiatico il quale si esprimerebbe nella posizione e nell'atteggiamento dominante delle due donne agli estremi della base, soprattutto quella sdraiata, madre, capofamiglia e sacerdotessa: sicuramente l'offerente, come indica l'iscrizione che riporta. 
A Berlino è conservata Ornithe il cui nome compare su una piega della veste sotto la mano destra; molto simile alla sua compagna del Museo di Samo ha un'acconciatura che le lascia ricadere lunghe trecce sul davanti del busto. Rispetto ai loro prototipi, ovvero le statue dedicate da Cheramyes, queste figure giovanili sono molto più vicine alle korai dell'acropoli di Atene (sullo sviluppo delle quali hanno sicuramente inciso), ma ancora s'intravede il rigore verticale della struttura che è caratteristica dello stile ionico insieme con la vibrazione delle superfici (vedi il Leone di Mileto n. inv. 1790 all'Antikenmuseen di Berlino) e che si riconosce fin dalla piccola e più antica statuetta in avorio di Efeso (h 10 cm, 570 a.C., Museo di Istanbul). Quanto ai volti, sia per le figure scolpite da Geneleos sia per quelle dedicate da Cheramyes, non ci si allontana probabilmente troppo dal vero se li si immagina simili a quelli di quest'ultima citata statuetta votiva o a quelli dei busti a rilievo che decoravano le colonne del tempio arcaico di Apollo a Didima (terzo quarto del VI secolo a.C., Antikenmuseen di Berlino).


Rilievi di Efeso e Didima
Del distrutto Artemision di Efeso restano frammenti della decorazione delle colonne (metà del VI secolo a.C.) recanti, tra l'altro, le iscrizioni che legano questo edificio al nome di Creso re di Lidia. Dai frammenti emerge un fregio articolato con figure di donne, guerrieri e cavalli, in particolare la tipologia dei panneggi sembra essere innovativa a questa data e formare una sorta di canone stilistico per circa due generazioni. Di poco posteriore è il tempio di Apollo a Didima, presso Mileto, costruito sul modello del precedente. I frammenti delle colonne scolpite hanno restituito figure femminili stanti e frontali, emergenti dal fondo ad altorilievo secondo un principio di ritmica ripetizione.


Scultura cicladica
La Sfinge dei Nassi si erge su un'alta colonna con capitello ionico, presenta i caratteri decorativi arcaici nel disegno delle piume sul petto e sulle ali, caratteri che suppliscono allo scarso senso plastico tipico della produzione scultorea nesiotica dai tempi della Kore di Nikandre e ancora evidente nella Sfinge di Mariemont (h 24 cm, 540 a.C., Mariemont). Sul versante dei kouroi si veda il Kouros di Melos (nella foto di apertura, in alto), anche questo datato al 540 a.C.: alla verticalità della struttura si aggiungono la piattezza del torace, il modellato scarsamente aggettante e privo di stilemi decorativi, la delicatezza dei tratti. Rispetto ai precedenti dorici come Kleobis e Biton di Delfi presenta una maggiore agilità e una definizione anatomica più sottile.

SCULTORI - Acròlito

 

L'acròlito (in greco antico: ἀκρόλιθος, akròlithos, "dalle estremità di pietra", da àkros, "in cima, alto, estremo" e lithos, "pietra"), è un tipo di statua che presso gli antichi Greci - e talora anche presso i Romani - veniva realizzata solo nella testa, nelle braccia o mani e nei piedi, utilizzando pietra, marmo o avorio; tutto il resto della statua veniva realizzato con materiale meno pregiato o deperibile (p. es. legno) o non esisteva affatto, trattandosi unicamente di una struttura di sostegno o di una impalcatura che manteneva le estremità scolpite. Questa struttura veniva poi rivestita con veri panneggi in tessuto.
L'acròlito veniva utilizzato soprattutto per statue di divinità destinate ad essere esposte nei templi al culto dei fedeli. Si ricordano alcuni esempi:
  • a Pompei gli acroliti di Iside trovati nel tempio di Iside, oggi conservati nel Museo archeologico nazionale di Napoli;
  • a Punta Alice, l'antica Krimisa, l'acrolito di Apollo, oggi conservato al Museo Nazionale della Magna Grecia.
  • ad Aidone, gli acroliti di epoca greca arcaica appartenenti verosimilmente alle dee Demetra e Persefone, oggi conservati al Museo archeologico di Aidone (immagine di copertina);
  • la statua colossale raffigurante Augusto nel ruolo di "Pontefice Massimo", alta circa 12 m, ospitata nella cosiddetta "Aula del Colosso" nel foro di Augusto a Roma.
  • la statua colossale di Costantino I, alta circa 13 m, in posizione assisa, presente anticamente nell'abside della basilica di Massenzio e Costantino nel Foro Romano a Roma, ora le parti marmoree, sopravvissute ai saccheggi, sono collocate nel cortile del Palazzo dei Conservatori del Museo Capitolino.
Statue simili che hanno le estremità in legno possono chiamarsi acroxile.


SCULTORI - Callimaco

Callimaco
, soprannominato Catatexitechnos (Κατατηξιτεχνος, cioè "dispersore artistico"; V secolo a.C.), è stato uno scultore, architetto, pittore e toreuta greco antico.
Di origine incerta e contesa fra Atene e Corinto, fu attivo ad Atene nell'ultimo trentennio del V secolo a.C.. Non poté, pertanto, appartenere alla cerchia fidiaca, ma ne assimilò alcuni tratti essenziali. Artista di grande raffinatezza e perizia tecnica, si caratterizzò per il manierismo lineare del panneggio, per i contorni sinuosi dei corpi, per i movimenti ritmici delle figure. Contemporaneo del Pittore di Eretria e del Pittore di Midia, ne condivise i modi arcaizzanti e decorativi, che dovevano risaltare particolarmente nell'andamento lineare dei rilievi bronzei.
Secondo Pausania, Callimaco fu autore della statua di Hera seduta, scolpita per il tempio della città di Platea, ricostruito dopo l'assedio tebano del 427 a.C.. L'attività di Callimaco come pittore è invece ricordata solo da Plinio il Vecchio, che non fornisce alcuna informazione utile al riguardo e che ricorda anche le sue danzatrici spartane (Saltantes Lacaenae), probabilmente in Bronzo, officianti le feste in onore di Apollo Karneios.
La sua attività come toreuta è menzionata da Pausania, a proposito di una importante commissione, nel 421 a.C., per la realizzazione della lampada d'oro destinata alla cella dell'Eretteo, la quale ardeva sormontata da una palma di bronzo che doveva disperderne il fumo.
La nostra conoscenza di Callimaco deriva in gran parte dalle copie della scuola neoattica del II secolo, la quale ereditò lo stile della scuola callimachea. Le Danzatrici spartane di Callimaco sono state identificate da Adolf Furtwängler nei rilievi neoattici conservati a Berlino e Atene e tramite il confronto con questi è stato possibile attribuirgli un ciclo di Menadi danzanti al suono del timpano, anch'esso noto attraverso copie di età augustea, una nel Museo dei Conservatori di Roma.
Stilisticamente vicina a queste opere, soprattutto nel trattamento dei panneggi, è l'Afrodite del Fréjus (al Louvre una copia romana dell'originale bronzeo), attribuzione generalmente accettata, che rivela l'attenzione di Callimaco per la struttura policletea.
Taluni attribuiscono alla bottega di Callimaco l'esecuzione della balaustra del tempio di Atena Nike.
Citato da Vitruvio come l'inventore del capitello corinzio che egli avrebbe ideato ispirandosi ad un cesto deposto sulla tomba di una donna, intorno al quale erano cresciute piante di acanto.
«Una vergine Corinna già atta a marito, sorpresa da male, se ne morì: dopo essere stata condotta alla sepoltura, la sua nutrice portò delle vivande, che a lei viva solevano piacere, e chiuste ed accomodate in un corbello le pose sopra del sepolcro; ed acciocchè, restando così allo scoperto, si mantenessero più lungo tempo, le coprì con un mattone: fu questo corbello a caso situato sulla radice d’un Acanto. Intanto la radice stando nel mezzo così schiacciata dal peso, quando fu verso primavera, mandò fuori le foglie e i gambi, i quali crescendo accosto a’ fianchi del corbello, e respinti dalla resistenza degli angoli della tegola, furono costretti attortigliarsi in quei canti, che sono ora in luogo delle volute. Callimaco, che per l’eccellenza e sottigliezza dell’arte di lavorar marmi era dagli Ateniesi chiamato catatechnos (primo artefice) trovatosi a passare allora presso a quel monumento, vide il paniere, e le tenere foglie, che gli crescevano d’intorno, e piacendogli l’idea e la novità della figura, fece a questa simiglianza le colonne presso i Corinti, ne stabilì le proporzioni, e determinò le vere misure per un perfetto ordine Corintio.»
(Vitruvio De architectura, IV, 1, 9-10.)
Si è pensato a Callimaco come collaboratore di Ictino durante la costruzione del Tempio di Apollo Epicurio a Bassae, dove compare il primo capitello corinzio conosciuto, e autore del fregio continuo all'interno della cella.
Il soprannome di Callimaco era Catatexitechnos Κατατηξιτεχνος che si traduce in "dispersore artistico" ovvero "dispersore di arte". Si guadagnò tale soprannome a causa della troppa meticolosità e dell'eccesso di zelo che lo portava a sprecare molto tempo su ogni lavoro, più del necessario, pertanto nell'ottica greca ciò rappresentava una dispersione di lavoro.

venerdì 10 ottobre 2025

CULTURE - Cultura di Cishan

 

La cultura di Cishan (cinese: 磁山文化, pinyin: Císhān wénhuà) (6000 a.C.-5500 a.C.) fu una cultura neolitica della Cina settentrionale, diffusa principalmente nello Hebei meridionale. Le sue caratteristiche sono simili a quelle della contemporanea cultura di Peiligang, e spesso vengono accomunate come cultura di Cishan-Peiligang o cultura di Peiligang-Cishan. La cultura di Cishan presenta anche molte affinità con la vicina cultura di Beixin, ad oriente.
La cultura di Cishan praticava la coltura del miglio. I manufatti comuni di questa cultura includono macine e falci di pietra, e vasellame di fattura semplice.
Il primo insediamento fu scoperto nel 1973 a Cishan, vicino Wu'an, nell'Hebei. Il sito copre un'area di circa 80 000 metri quadrati. Le case, di forma rotonda, erano semi-sotterranee. Sono stati rinvenuti molti pozzi sotterranei per l'immagazzinamento, usati come granai per il miglio. I più grandi misuravano 5 metri di profondità e potevano contenere fino ad una tonnellata di miglio. I resti rinvenuti mostrano che l'allevamento di maiali, cani e pollame era comunemente praticato. Anche il pesce faceva parte della dieta delle popolazioni della cultura di Cishan. La caccia, la pesca e la raccolta erano comunque importanti fonti di sostentamento dei villaggi.
Il sito di Cishan è stato incluso nel 1988 nella lista dei monumenti nazionali cinesi (全国重点文物保护单位, Quánguó zhòngdiǎn wénwù bǎohù dānwèi "Siti storici nazionali e oggetti culturali sotto la protezione dello stato").

CULTURE - Aurignaziano

 

L'aurignaziano indica una cultura del paleolitico superiore che si sviluppò in Europa, e in piccola parte anche nel sud-ovest asiatico, tra 47.000 e 26.000 anni da oggi, associata ai Primi esseri umani moderni europei (EEMH, da European early modern humans in inglese). Il nome deriva da quello della Grotta di Aurignac, nel dipartimento dell'Alta Garonna, nel sud-ovest della Francia.
L'Aurignaziano fu preceduto dal Musteriano e seguito dal Gravettiano.
Il concetto di cultura aurignaziana fu introdotto nel 1867 da Gabriel de Mortillet in occasione dell'allestimento espositivo al Musée des Antiquités Nationales a Saint-Germain-en-Laye, poco lontano da Parigi.
La datazione radiometrica dei reperti organici rinvenuti nella grotta di Aurignac, li posiziona tra 37.000 e 27.500 anni fa (datazione non calibrata). Una nuova ricalibrazione delle curve di datazione sposta l'inizio a un periodo compreso tra 40.000 o 47.000 anni fa.
Nel 1906 l'archeologo e antropologo francese Henri Breuil ripropose l'introduzione dell'Aurignaziano nella strutturazione delle culture paleolitiche e nel 1912 propose una sua ulteriore suddivisione in tre fasi:
  • Aurignacien ancien (Aurignaziano antico o inferiore)
  • Aurignacien typique (Aurignaziano tipico o medio)
  • Aurignacien supérieur (Aurignaziano superiore)
L'Aurignaziano è un grande complesso culturale, caratterizzato, per quanto riguarda l'industria litica, dalla produzione di utensili in schegge di pietra piuttosto che in lame; come parte di questo stile, le schegge venivano ritoccate per creare raschietti. Venivano prodotti anche punte di osso o corno lavorate, ma anche lame sottili e lamette ricavate da nuclei preparati, portato dai primi uomini in senso moderno che giungono in Europa, che si differenzia dalla produzione litica musteriana, associata ai Neanderthal.
Con l'Aurignaziano compaiono i primi manufatti di forma ben definita (punte di zagaglie, punteruoli, spatole, zappe) ricavati da materiali duri d'origine animale. Nell'Aurignaziano compaiono anche oggetti ornamentali, riti funerari complessi, oggetti decorati, manifestazioni d'arte figurativa. L'insieme delle evidenze archeologiche suggerisce anche attività non utilitarie. 
A questa cultura appartiene anche una delle antiche raffigurazioni di arte figurativa, la Venere di Hohle Fels, ritrovata nel settembre 2008 in una cava presso Schelklingen, un comune situato nel land del Baden-Württemberg, nel sud della Germania.
Restano controverse le ipotesi sulle relazioni tra le cultura neanderthaliane Musteriana e Castelperroniana, e quella Aurignaziana dei EEHM, soprattutto a causa della sovrapposizione dei reperti archeologici nei siti in cui è comprovata la presenza, anche in epoche diverse, delle due specie, che rende difficile la loro attribuzione ad una o all'altra specie. Le principali ipotizzano che i Neanderthal svilupparono indipendentemente una propria cultura, materiale ed immateriale, che invece furono fortemente influenzati da quella dei Sapiens, o che acquisirono questi oggetti tramite scambi, furti o raccolta.
Si ipotizza che l'Aurignaziano, la cultura più antica associata ai primi uomini moderni europei dalla generalità degli studiosi, abbia avuto origine in una zona compresa tra il mar Nero e il Vicino Oriente, e da lì si sia diffuso in Europa a seguito del suo popolamento da parte degli EEHM.
Generalmente l'evoluzione dell'Aurignaziano viene rappresentata distinguendo due macro-fasi:
  • una fase protoaurignaziana e dell'aurignazianoa antico, compresa tra 47.000 e 38.000 anni dal presente (BF - Before Present in inglese);
  • una fase che comprende la fase classica e recente dell'aurignaziano, compresa tra 38.000 e 26.000 anni BF.

Uno studio del 2024 ipotizza che l'espansione degli EEHM in Europa fu fortemente condizionata dal clima, e dai suoi repementi mutamenti, con un primo cauto poplamento avvenuto tra i 45.000 e 39.000 arrestato da repentini cambiamenti climatici, che impattarano negativamente sulla demografia degli EEHM, che si stima passarono da 60.000 individui a 35.000, ed un successiva fase tra i 39.000 e 37.000 anni BF, in cui si assiste ad una rapida crescita della popolazione, fino ad un massimo stimato di 100.000, favorito da un maggior adattamento ai climi rigidi europei. 
La diffusione degli EEHM sarebbe stata del tipo a ventaglio, che partendo dall'ipotetico centro, mar nero e vicino oriente, si sarebbe espanso verso la pianura Ucraina, li Balcani, l'Italia e la Francia, seguendo i percorsi dei principali fiumi, Dniester, Danubio, Po e Rodano. L'ipotesi si basa sulle evidenze archeologiche note ricavabili dai siti dell'Aurignaziano, con l'eccezione del sito di Lapa do Picareiro in Portogallo, che risale a 37.000 anni BP, in un'epoca posteriore a quella ipotizzata dal modello demografico posto alla base dello studio.
Italia
In Italia le prime testimonianze di popolazioni EEMH risalngono al Proto-aurignaziano attorno a 40 000 anni fa nel Veneto e in Liguria.
Nel sito archeologico di grotta di Fumane in provincia di Verona, è stato ritrovato un dente datato a circa 41 000 anni fa che, sottoposto ad analisi del DNA, si è dimostrato appartenuto ad un uomo moderno, uno dei più antichi resti umani ritrovati in Europa in un contesto di reperti di tipo protoaurignaziano. Il sito archeologico dei Balzi Rossi in Liguria è stato frequentato sia dai Neanderthal che dai Sapines, con l'evidenza che le più antiche frequentazioni umane risalgono al protoaurignaziano, tra 44.000 e 41.000 anni dal presente.



CULTURE - Cultura dei campi di urne

 

La cultura dei campi di urne è una cultura della tarda età del bronzo (XIII - metà dell'VIII secolo a.C.), sviluppatasi nell'Europa centrale. Questa cultura seguì la cultura dei tumuli (media età del bronzo) e precedette la cultura di Hallstatt (età del ferro).
Venne definita dallo studioso di preistoria Ernst Wagner, che individuò simili caratteristiche presenti in diverse culture regionali contemporanee, per altri versi piuttosto differenziate. La caratteristica principale, dalla quale la cultura prese il nome, venne individuata nell'introduzione del rito funerario della cremazione, al posto della precedente inumazione e dalla sepoltura dei resti cremati in urne. Probabilmente l'introduzione e la diffusione progressiva di nuove credenze religiose comportò un cambiamento degli usi funerari.
Il passaggio tra le culture della media età del bronzo e la cultura dei campi di urne fu graduale e la sua data di inizio deve ancora essere fissata con certezza. Testimonianze di questa cultura furono inizialmente identificate nelle fasi A e B del sito di Hallstatt, precedenti alle fasi C e D, che appartengono invece alla cultura di Hallstatt e all'età del ferro.
Hermann Müller-Karpe, sulla base dei ritrovamenti del sito di Hallstatt, definì una serie di fasi, la cui datazione venne in seguito precisata da Paul Reinecke e, per le zone meridionali dell'Europa centrale, da Lothar Sperber ("Ha" è la sigla per "Hallstatt"; "Bz" è la sigla per "bronzo"):
  • Bz D - fasi Ia e Ib - (1300-1200 a.C.);
  • Ha A1 - fase IIa - (1200-1100 a.C.);
  • Ha A2 - fase IIb - (1100-1020 a.C.);
  • Ha B1 - fase IIc - (1020-920 a.C.);
  • Ha B2 - fase IIIa - (920-800 a.C.);
  • Ha B3 - fase IIIb - (800-750 a.C.).
L'esistenza dell'ultima fase (Ha B3 o fase IIIb) è stata tuttavia contestata da alcuni studiosi e l'evidenza sembra rappresentata unicamente da sepolture femminili.
La maggior parte dei campi di urne furono abbandonati alla fine dell'età del bronzo e solo alcuni siti nel basso Reno continuarono ad essere in uso durante l'età del ferro (periodi Ha C e persino Ha D).
La suddivisione in fasi si basa sul riconoscimento di cambiamenti tipologici, i quali tuttavia probabilmente non si diffusero contemporaneamente per tutta l'estensione dei territori interessati da questa cultura.
Il rito dell'incinerazione si diffuse abbastanza rapidamente a partire dai massicci prealpini orientali o dai Balcani, ma non sempre sostituì immediatamente il precedente rito dell'inumazione: in alcune zone della Germania si ebbero contemporaneamente sepolture dei due tipi e i corredi funebri mostrano una mescolanza di materiali della "cultura dei tumuli" e della "cultura dei campi di urne".
Nella zona francese (valli della Loira, della Senna e del Rodano) il cambiamento degli usi funerari si sovrappose ad una notevole continuità culturale fin dall'epoca neolitica.
Nelle regioni più settentrionali infine la "cultura dei campi di urne" si manifestò compiutamente solo tardivamente, nel periodo Ha A2 (o fase IIb).
La diffusione raggiunse infine una vasta area dell'Europa centrale, dall'Ungheria occidentale alla Francia orientale e dalle Alpi alle coste del mare del Nord.
Culture regionali
Esistono forti differenze regionali e culture locali nettamente distinte, soprattutto in base alle particolarità della ceramica:
  • cultura di Knovíz (Boemia nord-occidentale, Turingia meridionale e Baviera nord-orientale);
  • cultura di Milavče (Boemia sud-occidentale);
  • gruppo di Unstrut (Turingia): si tratta di un gruppo misto, con elementi della cultura Knovíz e della cultura dei campi d'urne sud-tedesca;
Campi di urne del medio-Danubio:
  • gruppo di Velatice-Baierdorf (Moravia e Austria);
  • gruppo di Vál in Ungheria occidentale;
  • cultura di Čaka nella Slovacchia occidentale;
  • gruppo di Chotín in Slovacchia meridionale.
Campi di urne della Germania meridionale
:
  • gruppo della Baviera nordorientale, a sua volta suddiviso in un sottogruppo basso bavarese e in uno dell'Alto Palatinato;
  • gruppo svevo-alto hessiano;
  • gruppo renano-svizzero, che si estende anche alla Francia orientale (abbreviato in francese: RSFO);
Campi di urne del basso-Reno:
  • gruppo basso hessiano;
  • gruppo nord dei Paesi Bassi e vestfalico;
  • gruppo del nord-est, nella regione del delta del Reno e della Mosa.
Cultura di Gáva (Ungheria orientale, Slovacchia orientale, Transilvania occidentale).

Spesso le aree di diffusione dei manufatti ceramici che appartengono a questi gruppi mostrano confini netti, che potrebbero indicare l'esistenza di strutture politiche (tribù) differenziate.
Gli oggetti in metallo mostrano invece una distribuzione più ampia rispetto a quella della ceramica e con confini differenti: si tratta probabilmente infatti delle produzioni di officine specializzate, che lavoravano per i ceti dominanti di una vasta area.


Ascrizione etnica

La varietà dei gruppi regionali appartenenti a questa cultura permette di escludere la presenza di un'uniformità etnica. Marija Gimbutas collegava i diversi gruppi regionali centroeuropei ad altrettante proto-popolazioni: proto-Italici, Veneti, proto-Celti, proto-Illiri e proto-Frigi (nonché proto-Traci e proto-Dori), che si stabiliranno successivamente, attraverso delle migrazioni, nelle loro sedi storiche[6]. Questa migrazione (contestata da alcuni) avvenne durante il periodo denominato collasso dell'età del bronzo e fu forse propiziata da cambiamenti climatici. Comunità di contadini-allevatori, supportate da capi-guerrieri, introdussero in varie regioni dell'Ovest e del Sud Europa il nuovo rito della cremazione, nuovi stili ceramici e la diffusione di oggetti metallici in larga scala nonché una nuova religione e le lingue indoeuropee.
La cultura lusaziana nell'Europa orientale (Polonia, Sassonia e Brandeburgo) presenta notevoli somiglianze con la cultura dei campi di urne, soprattutto nelle zone occidentali e secondo alcuni studiosi ne fa parte nella sua fase iniziale, ma sembra essere proseguita anche nell'età del ferro senza apparente soluzione di continuità.
La cultura di Piliny, diffusa nell'Ungheria settentrionale e nella Slovacchia, si sviluppò dalla "cultura dei tumuli", ma utilizzò anch'essa sepolture con urne. La ceramica di questa cultura mostra a sua volta stretti legami con il gruppo di Gáva, diffuso in Ungheria orientale e Transilvania, e nella sua fase più tarda fu fortemente influenzata dalla cultura lusaziana.
Campi di urne si ritrovano anche, tra il IX e l'VIII secolo a.C., nella Linguadoca francese e in Catalogna, dove il cambiamento negli usi funerari fu probabilmente influenzato dallo sviluppo della "cultura dei campi di urne".
Anche le culture protovillanoviana e di Canegrate, dell'Italia settentrionale e centrale, nelle quali si diffuse l'uso dell'incinerazione, mostrano uno sviluppo parallelo a quello della "cultura dei campi di urne".


Gli usi funerari

Nella "cultura dei tumuli" erano frequenti sepolture multiple ricoperte da tumuli, almeno per i ceti sociali più elevati, mentre nella "cultura dei campi di urne" prevalgono le sepolture in tombe singole, sebbene i tumuli non siano del tutto assenti.
In generale i resti delle cremazioni erano sepolti in vaste necropoli, costituite da numerose tombe individuali a pozzetto: nel sito di Kehlheim sono più di 258 e nel sito di Zuchering più di 316. In alcuni casi sono necropoli di minori dimensioni (nel Baden-Württemberg il cimitero più grande contiene solo 30 tombe). Alcune tombe sono fosse circolari più ampie, con l'urna deposta in un cassone di pietra, oppure sono contenute in tumuli.
Nelle prime fasi del periodo dei campi di urne, vennero scavate tombe a fossa, a volte provviste di un pavimento in pietra, nelle quali venivano deposti i resti cremati del defunto. Solo più tardi divenne prevalente la sepoltura nelle urne. Alcuni studiosi hanno supposto che questo cambiamento sia stato l'effetto di un'importante modifica nelle credenze di queste popolazioni circa la vita dopo la morte.
Nel rito funebre il defunto era collocato su una pira funebre, coperto con i gioielli personali, che spesso mostrano tracce di fuoco, e a volte insieme ad offerte di cibo (nei corredi si sono rinvenute ossa bruciate di animali). I resti delle ossa del defunto, raccolti dopo la cremazione, sono generalmente di maggiori dimensioni che nel periodo romano e questo indica che veniva probabilmente utilizzata una minore quantità di legna per la cremazione.
Le ossa cremate e le ceneri venivano quindi deposte nella tomba: a volte la concentrazione delle ossa al momento del ritrovamento indica che erano state deposte in un contenitore di materiale organico poi dissoltosi, mentre altre volte sono semplicemente sparse nella tomba.
Quando le ossa erano collocate in un'urna, questa era spesso coperta da una profonda scodella o da una pietra. In un particolare tipo di sepoltura ("tombe a campana") l'intera urna era ricoperta da un recipiente ceramico più grande rovesciato. Dato che le tombe raramente interferiscono tra loro, dovevano essere segnate in superficie da pali di legno o pietre. Pietre tombali sono caratteristiche del gruppo di Unstrut.


Il corredo funerario

L'urna contenente i resti del defunto era spesso accompagnata da altri piccoli recipienti ceramici, come scodelle e coppe, che contenevano probabilmente offerte in cibo: l'urna era piazzata al centro degli altri oggetti del corredo. Gli oggetti metallici del corredo (rasoi e armi, spesso deliberatamente rotti o piegati, gioielli e fibule), divennero più rari verso la fine del periodo. Perline di vetro o grani di ambra rappresentavano oggetti di lusso. Nei casi delle sepolture più ricche, spesso collocate in ciste di pietra, il corredo poteva comprendere raffinate ceramiche, ossa di animali (soprattutto suini), a volte anelli o lamine d'oro e in casi eccezionali carri in miniatura. In alcuni casi, per i membri delle classi dominanti la sepoltura avvenne con l'utilizzo di carri di rappresentanza, bruciati sulla pira funebre insieme al defunto. Anche la presenza di armi nel corredo funerario segna la presenza di un guerriero e presumibilmente un ruolo sociale dominante. Le spade tuttavia sono raramente deposte nelle tombe e sono state più frequentemente rinvenute nei depositi votivi.
Verso la fine del periodo alcuni defunti furono bruciati sul luogo stesso della sepoltura, in seguito coperto da un tumulo, secondo un uso attestato nell'Iliade di Omero per la sepoltura di Patroclo.


Ceramica

La ceramica era di fattura raffinata, con superfici lisce ed omogenee che testimoniano l'utilizzo di forni elaborati per la cottura. Le forme hanno in genere profili nettamente carenati e si ritiene che alcune imitassero prototipi metallici. Forme caratteristiche sono i vasi biconici con colli cilindrici.
Erano presenti poche decorazioni incise, ma la maggior parte della superficie era generalmente lasciata liscia; comuni anche le decorazioni scanalate. Nei siti svizzeri, la decorazione incisa era riempita a volte con sottili fogli di stagno.
Dovevano essere diffusi anche i recipienti in legno, che tuttavia si sono conservati solo in contesti umidi.


Oggetti in bronzo

Altri recipienti erano coppe realizzate con lamine di bronzo battuto e con anse fissate con chiodi, o grandi calderoni con decorazioni aggiunte a croce.
Tipiche erano le asce con lame in bronzo battuto. Nelle zone settentrionali erano in uso ancora asce in pietra.
Le spade erano a forma di foglia e potevano essere usate di taglio, a differenza delle spade-pugnale della "cultura dei tumuli". Una parte della lama immediatamente sopra l'impugnatura era lasciata non affilata. Anche l'impugnatura era in bronzo, ma fusa separatamente e fatta in una lega differente, secondo un uso già conosciuto dalla media età del bronzo.
Altre spade avevano lame dotate di punta e probabilmente un manico di legno, osso o cuoio. Impugnature con bordi dovevano avere un riempimento decorativo in altro materiale deperibile.
Elementi in bronzo (media età del Bronzo, 1450-1350 a.C.) sono stati recuperati nel ritrovamento più antico nell'Italia settentrionale, nella tomba a cremazione di Alessandria, loc. Cascina Chiappona. All'interno dell'urna erano conservati i resti cremati e gli elementi del corredo metallico, ossia un pugnale, uno spillone e un elemento di copricaviglia in bronzo dalla tipica forma a doppia spirale che evidenziano una stretta relazione con l'area danubiana.
Elementi di protezione (scudi, corazze, schinieri ed elmi) furono estremamente rari e non si trovano quasi mai nelle sepolture. L'esempio meglio conosciuto di scudo in bronzo, dotato di manici inchiodati, proviene da Plzeň in Boemia. Reperti simili sono stati rinvenuti in Germania, ed ancora nella Polonia occidentale, in Danimarca, in Gran Bretagna e in Irlanda e si suppone che provenissero dall'Italia settentrionale o dalle Alpi Orientali e che imitassero esemplari in legno. Corazze in bronzo, già conosciute in epoca più antica, sono state trovate in alcuni siti francesi: a Marmesse (Champagne-Ardenne) ne sono stati rinvenuti nove esemplari, che erano stati collocati l'uno dentro l'altro. Si conoscono inoltre dischi in bronzo (phalerae) che forse erano cuciti sopra corazze in cuoio. Schinieri in lamina di bronzo riccamente decorati sono stati rinvenuti in siti in Croazia e in Germania.


Carri

Si conoscono una dozzina di sepolture con carri a quattro ruote con decorazioni in bronzo, risalenti sin dal periodo iniziale della cultura. Il carro di Altz era stato collocato sulla pira funebre ed elementi in osso sono rimasti attaccati agli assali, parzialmente fusi.
Siti con carri funerari:
in Germania:
  • Hart an der Alz (Baviera);
  • Mengen (Baden-Württemberg);
  • Poing (Baviera);
  • Königsbronn (Baden-Württemberg);
in Svizzera:
  • Saint Sulpice (cantone di Vaud).
Della stessa epoca sono i morsi per cavalli in bronzo, fatti in un unico pezzo, mentre quelli fatti in due pezzi sono conosciuti solo nel periodo più tardo, probabilmente a seguito di influssi orientali.
Sono presenti sia ruote a raggi in legno e bronzo (sito di Stade) sia ruote a disco in legno (siti di Corcelettes, in Svizzera, e di Wasserburg-Buchau, nel Baden-Württemberg), con diametro di circa 80 cm.
Nel sito di Milavče (Boemia), è stato rinvenuto un piccolo carro a quattro ruote in bronzo utilizzato per reggere un calderone, ugualmente in bronzo, del diametro di 30 cm, nel quale erano contenuti i resti cremati del defunto. Si trattava di una tomba con un corredo eccezionalmente ricco, coperta da un tumulo.
Le sepolture con carri sono conosciute anche in altre culture dell'età del bronzo.
Manufatti in ferro
Un anello in ferro proveniente dal sito di Vorwohlde[22] (Bassa Sassonia), datato al XV secolo a.C. è la più antica evidenza della presenza del ferro nell'Europa centrale. Durante l'età del bronzo il ferro era utilizzato per decorare l'elsa di spade o pugnali. Il suo utilizzo per armi ed oggetti domestici iniziò solo nella successiva cultura di Hallstatt e si diffuse solo nella cultura di La Tène.
Insediamenti
Il numero degli insediamenti sembra essere nettamente cresciuto rispetto a quelli della precedente "cultura dei tumuli", ma pochi di essi sono stati scavati e allo stato attuale delle ricerche non è possibile definire la loro organizzazione interna o individuare differenziazioni sociali tra diversi tipi di abitazione.
Insediamenti fortificati
Gli insediamenti fortificati, sulle cime delle colline o sulle terrazze sovrastanti i fiumi, divennero piuttosto comuni e rappresentarono probabilmente i centri di potere. Secondo alcuni studiosi la loro diffusione è indice di un periodo particolarmente bellicoso. Molti di essi furono abbandonati alla fine dell'età del bronzo.
Spesso erano collocati su terrazze, nelle quali le fortificazioni erano necessarie solo su parte del perimetro. Le recinzioni erano costruite con i materiali disponibili sul luogo (muri in pietra a secco, graticciati in tavole di legno riempiti con pietrame o terra, palizzate di legno).
Nel sito di Hořovice (Boemia), circa 50 ettari sono circondati da un muro in pietra, ma la maggior parte degli insediamenti avevano dimensioni minori.
Negli insediamenti fortificati si svolgeva la maggior parte della produzione di oggetti metallici. Nel sito di Runde Berg (Baden-Württemberg), sono state rinvenute 25 fornaci in pietra.
Nella regione francese della Franca Contea esistono insediamenti in grotta, forse utilizzati in periodi di turbolenza.
Insediamenti aperti
Gli scavi di insediamenti privi di fortificazioni sono più rari, ma questi dovevano essere ugualmente frequenti.
Erano costituiti da tre o quattro abitazioni con sostegni interni, costruite con pali di legno e muri in graticcio rivestiti di argilla mescolata a sabbia o a paglia. Pozzi scavati nel terreno erano utilizzati come magazzini.
Le abitazioni variavano per dimensioni: 4,5 m x 5 m a Runde Berg (Baden-Württemberg), mentre altre arrivano ad oltre 20 m di lunghezza. Nell'insediamento di Lovčičky (Moravia) sono state scavate 44 abitazioni e l'insediamento di Radonice (Boemia) disponeva di circa 100 pozzi di immagazzinaggio, utilizzati probabilmente per conservare i cereali, dimostrando un notevole surplus di produzione.
Sui laghi della Germania meridionale e della Svizzera erano presenti abitazioni su palafitte. Di particolare rilevanza per ricostruire l'organizzazione degli insediamenti è stato lo scavo del sito palafitticolo di Zugo (Svizzera), con tracce di distruzione per incendio, che ha restituito alcune datazioni per mezzo della dendrocronologia.


Depositi di oggetti

Depositi di oggetti seppelliti in zone umide, spesso in luoghi difficilmente accessibili, molto diffusi nella cultura dei campi d'urne, rappresentavano probabilmente offerte agli dei.
In altri casi, depositi con frammenti di oggetti in bronzo erano probabilmente dovuti al loro immagazzinaggio per una successiva rifusione. Poiché i depositi del periodo più tardo contengono le stesse serie di oggetti delle tombe più antiche, alcuni studiosi li hanno tuttavia interpretati come corredi personali per l'aldilà.
Culto
Nelle grotte del monte Kyffhäuser, ai confini della Turingia, sono stati rinvenuti scheletri privi di testa ed ossa umane ed animali sparse, che sono state interpretate come resti di sacrifici, e depositi di granaglie, fibre vegetali e oggetti in bronzo. Simili ritrovamenti si sono avuti anche nelle grotte delle colline di Ith (presso Hildesheim, nella Bassa Sassonia).
Nella cultura di Knovíz nei pozzi degli insediamenti sono stati rinvenute ossa umane con segni di taglio e tracce di bruciato, che sono state interpretate come prova della pratica del cannibalismo rituale, unita alla manipolazione e allo smembramento rituale dei corpi umani.
In numerose pitture e statuette sono raffigurati gli uccelli acquatici: questo dato, unito ai depositi votivi frequentemente collocati in fiumi e paludi, hanno fatto ritenere che esistessero credenze religiose legate alle acque. A volte le raffigurazioni degli uccelli acquatici sono unite a cerchi, nel cosiddetto "motivo della barca solare".
Secondo alcuni studiosi il culto legato alle acque doveva essere in relazione ad un periodo di siccità diffusa nella tarda età del bronzo, ma ci sono indizi per ritenere che piuttosto la "cultura dei campi di urne" sia associata ad un periodo più umido rispetto alla precedente "cultura dei tumuli", che potrebbe essere legato allo spostamento dei venti invernali a nord delle Alpi e dei Pirenei e ad un periodo più secco nel bacino del Mediterraneo.
Alimenti e vestiario

Durante il periodo della "cultura dei campi di urne" si ebbe un esteso disboscamento e furono probabilmente creati per la prima volta campi aperti, la cui presenza è stata dedotta dall'analisi dei pollini. Il disboscamento comportò un'accentuata erosione e il conseguente aumento della quantità di sedimenti nei fiumi.
Erano coltivati i cereali e i legumi; al frumento e all'orzo si aggiunse in Ungheria e Boemia l'introduzione del miglio e dell'avena; in queste regioni era coltivata anche la segale, che più ad ovest era ancora un'erba nociva. Semi di papavero erano utilizzati per ricavarne olio o come droga. Si raccoglievano inoltre mele, pere, prugne, nocciole e ghiande.
Nel sito palafitticolo di Zugo sono state rinvenute tracce di una minestra di spelta e miglio. Nei campi di urne del basso Reno pani lievitati venivano posti sulla pira funebre e se ne sono conservati alcuni resti bruciati.
Colini in bronzo rinvenuti nelle sepolture più ricche (sito di Hart an der Alz, in Baviera) sono stati interpretati come colini per il vino, che doveva essere importato da sud, ma mancano prove sicure della presenza di questa bevanda.
L'allevamento era ampiamente praticato (mucche, pecore, maiali, capre e forse anche oche) ed erano presenti anche cani e cavalli. Sia le mucche che i cavalli erano di razze piuttosto piccole e i cavalli raggiungevano appena 1,25 m al garrese.
Il lino ebbe un'importanza ridotta e per le vesti si adoperava soprattutto la lana. Si conosceva la filatura e la tessitura (i fusi sono ritrovamenti frequenti e si conoscono pesi per telai verticali). Per cucire venivano utilizzati aghi di bronzo.

CULTURE - Cultura di Karanovo (dal 6200 al 5500 a.C.)

 

La cultura di Karanovo è una cultura neolitica (Karanovo I-III ca. - dal 6200 al 5500 a.C.) e prende il nome dal villaggio bulgaro di Karanovo (Караново, provincia di Sliven). Il sito a Karanovo stesso fu un insediamento sopra una collina di 18 edifici, che ospitava 100 abitanti. Il sito fu abitato più o meno continuamente dall'inizio del VII all'inizio del II millennio a.C.
Gli strati a Karanovo sono impiegati come un sistema cronologico per la preistoria dei Balcani.



CULTURE - Cultura di Vinča

 

La cultura di Vinča fu una cultura preistorica che si sviluppò nella penisola Balcanica tra il VI e il III millennio a.C.
Nel VI millennio a.C. questa cultura occupava una zona delimitata dai Carpazi a nord, dalla Bosnia a ovest, dalla pianura di Sofia a est e dalla valle di Skopje a sud. Occupando così, l'attuale Serbia d'oggi.
La cultura toccò il corso del Danubio, nelle attuali Serbia,  Croazia, Romania, Bulgaria, Macedonia e Kosovo.
La cultura di Vinča deriva il suo nome dal villaggio di Vinča, situato sulle rive del Danubio, 14 chilometri più a valle di Belgrado, ove venne rinvenuto il più grande insediamento neolitico in Europa. La scoperta avvenne nel 1908, ad opera di un gruppo di archeologi guidato da Miloje M. Vasić, il primo archeologo professionista della Serbia.
Grazie all'impegno di Vasić, il sito preistorico di Vinča fu esplorato nelle sue parti più importanti tra il 1918 e 1934. Gli scavi vennero interrotti dalla guerra e da problemi finanziari, ma, con l'aiuto dell'"Istituto archeologico della Russia imperiale" e di sir Charles Hyde, Vasić riuscì a rinvenire una grande quantità di manufatti ora sparsi nei musei di tutto il mondo. Lo scavo fu visitato da numerosi eminenti studiosi del tempo: Veselin Čajkanović, Charles Hyde, John Linton Myres, W.A. Hurtley, Bogdan Popović e Gordon Childe.
Nuove campagne di scavo, sotto gli auspici dell'Accademia delle scienze serba, hanno avuto inizio nel 1978, dirette da Nikola Tasic, Gordana Vujovic, Milutin Garasanin e Srejovic Dragoslav.


Gli insediamenti appartenenti alla cultura di Starčevo, rinvenuti negli strati più profondi e antichi di Vinča, erano composti da capanne di fango in cui le persone vivevano e dove venivano sepolte dopo la loro morte. Durante il periodo Vinča, le case erano divenute più complesse, con diverse camere separate da divisori realizzati in legno rivestito di fango. Queste abitazioni erano rivolte verso nord-est e sud-ovest ed erano separate da strade. Altri insediamenti degni di nota sono: Divostin, Potporanj, Selevac, Pločnik, Predionica Liobcova e Ujvar.
Oltre all'agricoltura e all'allevamento di animali domestici, le genti neolitiche di Vinča praticarono anche la caccia e la pesca. Gli animali domestici più frequenti furono i bovini, ma furono allevati anche i più piccoli caprini, ovini e suini. Venivano coltivati grano, farro e orzo. Un surplus di prodotti permise lo sviluppo di scambi commerciali con regioni vicine, per l'approvvigionamento di sale, ossidiana e conchiglie ornamentali.
La produzione locale di ceramica raggiunse un elevato livello artistico e tecnologico. Sono presenti oggetti in osso, corno e pietra.
A Bele Vode e Rudna Glava in Serbia orientale estrassero il rame, che inizialmente utilizzarono solo per oggetti decorativi.
I recenti scavi effettuati presso il sito di 120 ettari di Pločnik hanno gettato una notevole luce sulla cultura Vinča.
L'insediamento di Pločnik fiorì dal 5500 a.C. fino a quando non fu distrutto da un incendio nel 4700 a.C.
Gli studi suggeriscono un'avanzata organizzazione e divisione del lavoro. Le case avevano stufe e cavità appositamente scavate per i rifiuti e i morti venivano sepolti in apposite necropoli. Le persone dormivano su stuoie di lana e pellicce e utilizzavano abiti di lana, di lino e di pelle.
Sono state rinvenute statuette che raffigurano non solo divinità, ma anche la vita quotidiana degli abitanti. Alcune produzioni in ceramica più grezze sembrano essere state realizzate da bambini. Un pozzo di acqua calda rinvenuto vicino all'insediamento potrebbe rappresentare la prima stazione termale dell'Europa.


La datazione preliminare di un forno di fusione per il rame a Pločnik sembrerebbe risalire al 5500 a.C. e indicherebbe dunque un inizio in Europa dell'età del rame almeno 500 anni prima di quello che si riteneva. Il forno presenta inoltre una costruzione molto avanzata, con fori di ventilazione che permettevano di alimentare il fuoco e un camino per l'espulsione dei fumi lontano dai lavoratori. Questo tipo di struttura è un unicum, in quanto gli altri forni utilizzati per l'estrazione del rame in altri siti non appartenenti a questa cultura, erano generalmente più primitivi.
È stato rinvenuto un gran numero di oggetti di culto (statuette, piatti sacrificali, antropomorfi e zoomorfi), la cui forma venne influenzata dalle tradizioni precedenti, oltre che dai contatti con i vicini popoli e le loro credenze. Le statuette antropomorfe ebbero grande importanza nella spiritualità di queste genti, tanto che il loro numero (oltre 1000 esempi solo a Vinča) supera il quantitativo totale di figurine scoperte nel Mar Egeo greco.
Dei santuari sono stati scoperti in Parța (Transilvania), con una complessa articolazione architettonica.
Alcune statuette e piatti in ceramica scoperti in un'ampia regione che va da Tuzla a Gornja Tărtăria recano segni che alcuni studiosi suppongono essere una primitiva forma di scrittura: se le iscrizioni sulle tavolette di Tărtăria sono pittogrammi, come sostiene Vlassa, questi sarebbero l'iscrizione più antica del mondo. Questa ipotesi però rimane controversa: altri esperti considerano i reperti un esempio di proto scrittura, piuttosto che un intero sistema di scrittura.
Durante la metà del IV millennio a.C., l'intera regione della cultura di Vinča subì una stagnazione, seguita da una profonda crisi e un declino culturale ed economico.


CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...