lunedì 4 maggio 2026

SPAGNA - Sima del Elefante



La Sima del Elefante, o Trinchera del Elefante (che in spagnolo significano rispettivamente voragine dell'elefante e trincea dell'elefante) designa una voragine scavata nell arenaria cretacica, che si trova vicino ad Atapuerca nella comunità autonoma di Castiglia e León in Spagna.
Nella cavità, parte dell'area archeologica di Atapuerca patrimonio dell'umanità dell'UNESCO, sono stati scoperti alcuni tra i più antichi fossili umani europei, datati a più di 1,2 milioni di anni fa.
Scavi effettuati a cavallo tra il XIX e XX secolo per realizzare una ferroviaria mineraria, la Trinchera del Ferrocarril, hanno portato al ritrovamento di diversi depositi carsici, ponendo le basi per i futuri studi stratigrafici ed archeologici.
Per la Sima del Elefante, un primo intervento paleontologiche e geologiche fu eseguito nel 1986, mediante un sondaggio esplorativo, per valutare la composizione del deposito, e il suo potenziale archeologico, mentre lo scavo sistematico ebbe inizio nel 1996 e continua ininterrottamente da allora, permettendo di documentare una rielvante sequenza sedimentaria e di recuperare resti faunistici, industria litica e alcuni dei più antichi resti umani noti dell’Europa occidentale.
La cavità prende il nome da un un molare scoperto nel 2001, inizalmente attribuito a un elefante ma in effetti di appartenuto a un rinoceronte; il successivo ritrovamento di un astragalo, attribuito a un elefante, ha fatto mantenere la denominazione.
La Sima fa parte del sistema carsico della Sierra de Atapuerca. Nel corso del Pleistocene, il crollo di un pozzo alla sommità della voragine diede luogo ad un accumulo di sedimenti che hanno funzionato da trappola naturale.
La cavità alta 18 m., era un rifugiao per uccelli e funzionava da trappola per gli animali terrestri che vi si avventuravano, dando così luogo ad un accumulo di resti ossei che oggi forniscono informazioni sulla fauna, sul clima, e sulla datazione dei reperti.
I sedimenti si trovano anche dall'altra parte della trincea. Nel 1996 un sondaggio effettuato sotto il livello inferiore T7, ha permesso di stabilire la stratigrafia precisa e ha mostrato che la base della cavità si trovava almeno 3,5 m al di sotto dei sedimenti;[4] fu pertanto scavato un pozzo che è sceso fino a 8 m di profondità.
La stratigrafia viene oggi suddivisa in 21 livelli, 7 dei quali si trovano al di sotto del livello del terreno. Questi livelli sono stati classificati da T8 a T21.
La datazione è resa complicata dall'inclinazione dei livelli più bassi dei sedimenti, oltre che dalla miscelazione degli strati precedenti a causa dei diversi periodi di riempimento.
I diversi studi propongono comunque datazioni coerenti tra loro, anche sulla base dei seguenti elementi:
- l'ultima inversione del campo magnetico terrestre, l'inversione di Brunhes-Matuyama , è stata rilevata tra gli strati TE16 e TE17, il che permette di datare gli strati inferiori tra 1,78 e 0,78 milioni di anni.
- la microfauna del livello TE9 ha potuto essere datata abbastanza precisamente a 1,4 milioni di anni fa per confronto con le specie note del Nord Italia.
- gli isotopi cosmogenici dei radionuclidi 26Al e 10Be in un prelievo di quarzo, sono stati datati Un prelievo nel livello TE9b, 40 cm al di sopra della mandibola del livello TE9c, ha un'età di 1,22 milioni di anni.
Si ritiene quindi che i sedimenti del livello TE9c e di quelli inferiori abbiano un'età di almeno 1,22 milioni di anni.
Resti umani
Nel 2025 sono stati pubblicati i risultati delle analisi svolte sul reperto facciale ATE7-1, proveniente dal livello TE7, e datato tra 1,1 e 1,4 milioni di anni fa , interpretato come il più antico volto umano noto dell’Europa occidentale, e attribuito provvisoriamente ad una specie affine all'Homo erectus (Homo aff. erectus).
Nel 2007, gli scavi condotti nel livello TE9c hanno portato in luce una mandibola umana, ATE9-1, in ottime condizioni di conservazione, con sette denti ancora presenti. Sulla mandibola è stata riscontrata la presenza di una ipercementosi, che indica un notevole stato di sofferenza per l'individuo, un adulto. Datata a 1,22 milioni di anni fa, questa mandibola viene considerata tra i più antichi resti umani d'Europa.
Sempre nel livello TE9c, nel corso degli scavi condotti nell'estate del 2008 è stata scoperta una falange, ATE9-2, a meno di 2 metri dalla mandibola. Sulla base dello sviluppo delle ossa degli uomini moderni, è stata identificata come la falange prossimale del mignolo sinistro di un individuo di circa 16 anni.
La falange fossile ATE9-2 documenta una morfologia della mano già sostanzialmente moderna nel genere Homo nel Pleistocene inferiore, mostrando caratteri molto simili a quelli osservati nei fossili umani successivi e contribuendo, insieme ai resti faunistici e all’industria litica del livello TE9, alla ricostruzione delle modalità di vita e delle capacità adattative delle prime popolazioni europee.
Il confronto con altre specie umane indica che la falange di Sima del Elefante è più robusta rispetto alla media di Homo sapiens e più vicina alle condizioni osservate in altri ominini pleistocenici, suggerendo una generale continuità morfologica della mano nel genere Homo dopo le forme più antiche, pur senza consentire conclusioni definitive sul significato funzionale di tali differenze.
I fossili umani della Sima del Elefante permettono di constatare la presenza del genere Homo in Europa al tempo del Calabriano, con i giacimenti della regione dell'Orce, in Spagna, il sito di Pirro Nord, in Italia, e il sito di Kozarnika, in Bulgaria, che è un po' più antico.
Alcuni autori hanno ipotizzato che gli uomini del Pleistocene inferiore non cacciassero direttamente le prede, ma sfruttassero le carogne lasciate dai carnivori più forti. Tuttavia il livello TE9c della Sima del Elefante mostra un accesso primario alla selvaggina procurata attraverso la caccia. Questo non impedisce che ci fosse anche un ricorso alle carogne, ma anche questa attività presenta rischi non trascurabili. È comunque richiesto un certo grado di cooperazione e socialità.
La mandibola ATE9-1 non può essere attribuita con sicurezza a Homo antecessor, perché presenta alcuni caratteri che ricordano i primi rappresentanti del genere Homo noti in Africa e a Dmanisi, ma anche elementi propri che non consentono di inserirla con certezza in quel gruppo, oltre al fatto che l'individuo soffriva di una marcata alterazione dentaria (ipercementosi). Per questo motivo in genere viene considerata come appartenente a un essere umano arcaico del pleistocene inferiore, senza una classificazione più precisa.


Resti litici

Negli strati da TE8 a TE14 sono stati trovati più di 80 prodotti dell'industria litica, concentrati soprattutto nel livello TE9. Sono tutti manufatti di tipologia piuttosto semplice (Olduvaiano), realizzati con quarzite, arenaria, quarzo, calcare e diverse varietà di selce. È stato trovato un utensile anche nel livello TE8. Tutti questi utensili sono tra i più antichi trovati in Europa, e l'oggetto proveniente dal livello TE8 sarebbe ancora più antico.
Nei livelli superiori, in particolare il TE19, sono stati trovati prodotti litici di fattura più recente (Acheuleano) o addirittura di transizione con il Musteriano. In questo caso i materiali utilizzati sono quarzite e arenaria, la cui provenienza è stata individuata a circa 3 km di distanza, oltre alla selce.
L'assenza di manufatti nei livelli intermedi da TE15 a TE17 impedisce di collegare i due tipi di industrie litiche osservate e di stabilire una continuità abitativa in questa regione.
Resti faunistici
Oltre ai resti umani, sono state scoperte ossa di erbivori che erano state lavorate e un centinaio di utensili in pietra scheggiata o del tipo Olduvaiano; uno di questi utensili si trovava anche nel livello stratigrafico precedente.
La maggior parte delle ossa ha potuto essere identificata con certezza: si sono trovati resti dell'ursus dolinensis, la specie scoperta nella Gran Dolina, e dell'orso di Deninger, antenati dell'orso delle caverne, di cui è stato trovato un cranio completo.
Si sono trovati anche resti di macaco, canidi, cervo, cavallo, lince d'Issoire, mammut, volpe, donnola, bisonte, megalocero, giaguaro europeo, iena macchiata, vari tipi di rinoceronte, lagomorfi e roditori. Non si sono potuti classificare con certezza i fossili di: felini, ippopotamo e proboscidati.
Negli strati TE14 e inferiori si sono trovati più di 10.000 frammenti ossei. Resti di uccelli marini e un osso di anatra indicano che nel Pleistocene inferiore nei pressi del sito c'era una vasta distesa d'acqua. Il livello TE9 contiene la più vasta diversità di specie, tra cui anche resti di carnivori (cane, lince, giaguaro e orso) e di erbivori (mammut, bisonte, rinoceronte, cavallo, cervo) le cui ossa presentano numerose fratture fresche che, associate a impronte di denti, indicano una predazione naturale. I morsi non sono tuttavia sempre presenti; a volte sono visibili striature e segni di percussione.
I livelli da TE15 a TE17 segnano una discontinuità in quanto sono del tutto privi di frammenti ossei. I livelli TE18 e TE19, più recenti, contengono numerosi resti animali tipici del Pleistocene medio: elefante, rinoceronte, cavallo, cervo, megalocero, bisonte, volpe, orso di Deninger, iena. La datazione consente di collegare questi strati al livello TD10 della Gran Dolina; il loro insieme permette di immaginare l'ambiente come quello di foresta umida contornata da grandi pianure più secche, con un clima identico all'attuale. La presenza importante di resti equini nel livello 19 indica l'esistenza di vaste pianure.
I livelli superiori TE20 e TE21, dove non è stato trovato nessun fossile, rappresentano gli stadi di otturazione della cavità. Gli uomini hanno lasciato le loro impronte sul mucchio di ossa animali: i resti della fauna del livello TE9 mostrano una maggiore proporzione di erbivori, in particolare bisonti. Inoltre le fratture per accedere al midollo e le striature per strappare la carne su alcune ossa lunghe, su una vertebra e una mandibola, sono caratteristiche dell'attività umana. L'assenza di scheletri completi indica che il consumo della carne non è avvenuto all'interno della grotta, ma piuttosto alla sua entrata.



SPAGNA - Museo di Almería

 

Il Museo di Almería è la più importante istituzione museale della provincia omonima e vi si conserva la maggiore e più rappresentativa collezione di reperti archeologici della stessa.
Il museo si trova ad Almería in Andalusia e venne inaugurato nella sua forma attuale nel 2006, in un edificio di nuova concezione, premiato nel 2004 con i riconoscimenti PAD e ARCO, nominato finalista nel 2005 nel premio FAD e che ha ottenuto nel 2008 la menzione d'onore del concorso per il Museo europeo dell'anno dall'European Museum Forum.
Il primo tentativo di creare un museo ad Almería risale al XIX secolo. Verso il 1880 l'ingegnere belga Louis Siret scopre quelli che a tutt'oggi sono considerati i principali giacimenti preistorici della regione. Come frutto di un'intensa attività archeologica, Siret formerà un'importante collezione di reperti, che alla fine dei suoi giorni donerà al Museo archeologico nazionale, con l'espresso desiderio che una parte di questi rimangano e si conservino ad Almería. Le condizioni perché questo avvenisse sarebbero maturate durante la Seconda Repubblica (Decreto del 28 marzo 1933). Il Museo Archeologico di Almería aprì dunque le sue porte in due piccole sale cedute dalla Scuola delle Arti e dei Mestieri nel 1934, ma all'interno della sua collezione non figureranno mai i reperti che Louis Siret volle che restassero ad Almería. In seguito a numerose vicissitudini e traversìe, che si produrranno lungo diversi anni, nel 2006 si inaugura la sua sede definitiva.
Il nuovo edificio è strutturato su tre piani nei quali è esposta la collezione museografica, e questi tre piani sono attraversati verticalmente da una colonna con base rettangolare detta “colonna stratigrafica”, che giunge quasi alla volta dell'edificio. La sequenza stratigrafica della colonna riflette i periodi storici dei reperti esposti nei tre piani. La maggior parte dell'esposizione è dedicata alla preistoria recente, ovvero al neolitico e alle età del rame e del bronzo.
L'esposizione permanente comprende i primi due piani dell'edificio, interamente dedicati alle prime società di cacciatori e raccoglitori, la società dei Millares (Santa Fé de Móndujar, Almería), e la società dell'Argar (Antas, Almería). Particolarmente significativo, in questo primo piano, è il ciclo della vita, un cerchio in “pietra”, all'interno del quale sono raccolti, esposti in “finestre”, materiali pertinenti al commercio ed alla guerra della società dei Millares, insieme ad oggetti relativi alla vita quotidiana di un insediamento. Qui, un video che ricostruisce fasi della vita quotidiana accompagna la contemplazione dei reperti. 
Poco a lato del ciclo della vita si può entrare nel ciclo della morte nel quale gli elementi che lo compongono sono accompagnati e coadiuvati dalla proiezione di un video, che si riflette non sulla parete ma nello stesso spazio funerario di cui si compone il ciclo. In questo modo dinamico viene spiegato l'uso collettivo della tomba, e la sequenza rituale esperita ad ogni nuova inumazione. Nel secondo piano ci si trova di fronte ad una serie di muri consecutivi, che disegnano un percorso. Si tratta di una proposta simbolica che avanza dal basso verso l'alto e che rappresenta le terrazze artificiali sulle quali si costruirono le abitazioni a Fuente Álamo (Cuevas del Almanzora, Almería). Ad ogni svolta nel percorso ci si trova all'interno di piccole sale espositive, con vetrine che contengono grandi vasi, armi in bronzo, ceramica, oggetti d'argento ed uno straordinario bracciale d'oro, con al di sotto l'immagine della sua giacitura originaria al momento del ritrovamento.
Il terzo piano ospita degli spazi espositivi temporanei di lunga durata. Attualmente vi si trova esposta una rappresentativa collezione di reperti romani ed islamici. Fra i primi emerge una bella statua mutila in marmo, installata su di un gran frammento di mosaico; si tratta del dio Bacco (proveniente da una villa romana scavata in località Chirivel, nel Nord della provincia di Almería). Accompagnano la statua di Bacco numerosi oggetti di cultura romana rinvenuti nei territori circonvicini ad Almería. L'arte islamica – di Al-Andalus – è rappresentata da un'ampia collezione di lapidi funerarie, delle quali Almería fu un importante centro di produzione. Il gran cubo che occupa la parte centrale della sala islamica, contiene al suo interno vetrine dedicate ad epoca califfale, nelle quali sono esposte ceramiche, giochi, monete ed epigrafi su lastre di calcare bianco.

SPAGNA - Museo archeologico di Granada

 

Il Museo archeologico di Granada (MAEGR) è ospitato nella Casa de Castril, del XVI secolo, nella città di Granada in Spagna.
Tra il 1842 e il 1879, esistette un Gabinetto di antichità di proprietà del pittore di Granada Manuel Gómez-Moreno González, che tra altre cose, decise di raccogliere i pezzi archeologici ritrovati nel siti di Medina Elvira, Atarfe. Il museo come tale venne fondato nel 1879, tra i primi musei archeologici assieme a quelli di Madrid e Valladolid, anche se agli inizi aveva una collezione di belle arti. Il suo primo direttore fu Francisco Góngora del Carpio (1879-1919), figlio dell'archeologo Francisco di Góngora e Martínez.
Nel 1917 venne acquistata la Casa de Castril dagli eredi dell'arabista Leopoldo Eguílaz e Yanguas, come sede definitiva del museo, visto che era uno dei migliori palazzi rinascimentali di Granada la cui data di costruzione risaliva al 1539 ad opera dell'architetto Sebastián de Alcántara, discepolo di Diego de Siloé. Nel 1946 la collezione di Belle Arti venne trasferita nel Palazzo di Carlo V come museo indipendente.
Nel maggio del 2010 il museo è stato chiuso per l'esistenza di crepe nell'edificio. Venne riaperto il 18 maggio 2018, Giornata Internazionale dei Musei, dopo otto anni di lavori.
La sua collezione, strutturata su due livelli, intorno a un bel patio rinascimentale, comprende reperti archeologici del Paleolítico e Neolitico trovati nella provincia di Granada, nonché pezzi íberici, fenici, romani e arabi di notevole valore.


SPAGNA - Museo di preistoria di Valencia

 

Il Museo di preistoria di Valencia (in valenciano Museu de Prehistòria de València) è un museo della città di Valencia (Spagna) che espone materiali archeologici che vanno dal periodo Paleolitico all'epoca visigota.
Dal 1982 occupa una parte dell'antica casa della Beneficenza, edificio costruito nel 1841, nel quale spicca la chiesa, in stile neobizantino, del 1881.
Nel 1995 iniziò il restauro completo dell'edificio, condotto dall'architetto Rafael Rivera. La casa della Beneficenza, attualmente Museo di preistoria, comprende un pianterreno e due piani disposti intorno a cinque patio. Nel pianterreno si trovano il negozio, il bar, due sale per le esposizioni temporanee, i laboratori didattici, i magazzini, i laboratori di restauro e della Fauna Quaternaria, e gli uffici del Servizio di ricerca preistorica, mentre la chiesa è stata adibita a sala conferenze. Al primo piano si trovano la Biblioteca e le sale permanenti, dedicate al Paleolitico, al Neolitico e all'Età del Bronzo. Al secondo piano vi sono invece le sale permanenti dedicate alla cultura Iberica e all'epoca romana.


Il Servizio di ricerca preistorica della Diputación de Valencia ed il suo Museo di Preistoria furono fondati nel 1927 su richiesta di Isidro Ballester Tormo come un'istituzione scientifica destinata a ricercare, conservare e diffondere il patrimonio archeologico valenciano. Vi hanno lavorato alcuni dei più importante archeologi spagnoli: Lluís Pericot, Domingo Fletcher o Enrique Pla, che diressero il SIP, o Miquel Tarradell, Milagros Gill-Mascarell o Carmen Aranegui, che collaborarono frequentemente con questo servizio. Dalla sua fondazione, il SIP sviluppa un'intensa attività di campo nei siti archeologici come la Bastida de les Alcuses di Mogente, la Grotta Nera di Játiva, la Grotta del Parpalló di Gandia o il Tossal de Sant Miquel de Liria. I materiali rinvenuti in questi scavi crearono ben presto una collezione il cui valore scientifico e patrimoniale ha reso il SIP ed il suo Museo uno dei più importanti della Spagna.
Attualmente, i progetti di ricerca comprendono tutte le fasi della Preistoria e dell'antichità valenciana, con importanti attività, come quella sviluppata nella Cueva de Bolomor, nel territorio di Tavernes de la Valldigna, dove sono stati ritrovati i resti umani più antichi di tutto il territorio valenciano. Si effettuano scavi anche nei siti neolitici di Fuente Flores e Cinto Mariano (Requena), nell'abitato dell'Età del bronzo di Lloma del Betxí (Paterna), negli abitati iberici della Bastida de les Alcuses y Los Villares (Caudete de las Fuentes) e nella città iberico-romana di La Carencia de Turís.


La biblioteca fu costituita parallelamente al Museo di preistoria di Valencia. Si tratta di una biblioteca specialistica che iniziò a creare il suo fondo bibliografico con donazioni ed acquisti. Durante la formazione della Biblioteca, le acquisizioni di monografie furono fatte tenendo conto di alcune regole particolari: opere di carattere generale o di riferimento, opere riguardanti gli studi di preistoria e archeologia precedenti alla fondazione del SIP e opere sui più recenti progressi dell'archeologia. Fin dal primo momento, comunque, si prospettò l'esigenza di creare una rete di scambi di pubblicazioni, al fine di aumentare il numero di testi e far conoscere e diffondere le pubblicazioni dell'istituzione. Inizialmente si pensò di realizzare quest'obbiettivo con l'Archivo de Prehistoria levantino, nonostante le grandi difficoltà economiche del SIP, ed infatti tra la pubblicazione del primo e del secondo volume trascorsero 16 anni, cosicché lo scambio bibliografico si realizzò con la Memoria annuale.
I risultati delle ricerche e degli studi del SIP vengono diffusi attraverso le pubblicazioni scientifiche, la pubblicazione dell'Archivo de Prehistoria levantina e la collana di monografie Serie di lavori vari, oltre che attraverso i cataloghi delle esposizioni organizzate dal SIP, brochure, quaderni di didattica, monografie, ecc.


L'esposizione permanente comincia con una sala dedicata agli inizi dell'archeologia preistorica nel territorio valenciano, ai lavori realizzati da Juan Vilanova y Piera nel XIX secolo, e la ricostruzione di uno scavo archeologico. Seguono la sala II, dedicata al Paleolitico Inferiore e Medio (con l'industria litica e la fauna provenienti dalle località di Cova de Bolomor, Petxina, El Salt e Cova Negra) e la sala III (Paleolitico Superiore) con i resti di Parpalló, Malladetes, Cova de les Cendres, Cueva del Vulcán del Faro e la Ratlla del Bubo. Una menzione speciale merita la sala IV, che ospita le piastrine dipinte della Cova de Parpalló, che vanno dall'Aurignaziano fino al Magdaleniano.
La sala V è dedicata al periodo conosciuto come Mesolitico, con i reperti industriali e artistici degli ultimi cacciatori-raccoglitori. Questa sala mostra esempi dell'utilinseria microlitica e di forme geometriche, tipiche di questo periodo: Cueva de la Cocina e Covata de Llatas.


Il Neolitico comincia nella sala VI, mostrando al visitatore la comparsa di una nuova cultura materiale nel territorio valenciano a partire dal 5500 a. C., con due elementi fondamentali: la ceramica e la pietra levigata. I giacimenti più importanti di questo periodo, rappresentati nelle vetrine della sala, sono: Cova de l'Or (Beniarrés) e Cova de la Sarsa (Bocairent).
La sala VII è una sintesi dei tre stili artistici post-paleolitici che si possono osservare nelle piastrine, nelle pareti delle grotte e nelle ceramiche: il Macroschematico, il Levantino e lo Schematico. Sono riprodotte immagini delle pitture rupestri del Pla de Petracos (Castell de Castells), de la Sarga (Alcoi), el Barranc de la Valltorta (Tírig, Albocàsser e Coves de Vinromà), el Barranc de la Gasulla (Ares del Maestrat) e la Grotta del Ragno (Bicorp).
La sala successiva (VIII) ci introduce all'Eneolitico, conosciuto anche come Età del Rame, che comincia nel III millennio a. C. Le teche di questa sala presentano nuovi materiali che testimoniano i cambiamenti sociali, economici ed ideologici avvenuti all'interno di queste società, come a Ereta del Pedregál (Navarrés), la Rambla Castellarda (Llíria) e a Cova de la Pastora (Alcoi), con la presenza di idoli, casi di trapanazione cranica, vasi campaniformi, pugnali, asce di rame, ecc.
Per concludere, la sala IX, l'ultima sala del primo piano del museo, è dedicata alla Cultura del Bronzo Valenciano del II millennio a. C., con materiali proveniente dalla Muntanyeta de Cabrera (Torrente), il Mas de Menente (Alcoi), la Mola Alta de Serelles (Alcoi), la Lloma de Betxí (Paterna) e la Muntnya Assolada (Alzira).


Nella sala II troviamo una vetrina di contenuto didattico per i visitatori del museo, dove si spiegano, attraverso riproduzioni sperimentali, le differenti tecniche di fabbricazione di utensili litici durante il Paleolitico: dai primi strumenti dell'homo abilis fino alla fine del periodo Paleolitico.
La vetrina è divisa in otto parti, una per ciascuna tecnica dell'industria litica: angoli scolpiti e poca lavorazione nel Paleolitico arcaico e inferiore, la forma discoidale, il bifacciale, la tecnica Levallois (tipica del Musteriano), la tecnica laminare tipica del Paleolitico Superiore, la rifinitura del Solutreano e, infine, l'industria microlitica.
È una vetrina che illustra chiaramente come si sia evoluta la tecnologia in 2 milioni di anni, fornendo una visione generale sulle varie tecniche utilizzate.


REGNO UNITO - Museo di archeologia e antropologia dell'Università di Cambridge

 


Il Museo di archeologia e antropologia dell'Università di Cambridge (in inglese Museum of Archaeology and Anthropology, University of Cambridge, sigla MAA) è uno storico e grande complesso museale didattico della città di Cambridge, con collezioni contenenti artefatti archeologici ed etnografici provenienti da tutto il mondo. Il museo è collocato a Downing Site, all'interno del campus universitario, all'angolo tra Downing Street e Tennis Court Road.

ROMANIA - Complesso Museale "Iulian Antonescu"

 

Il Complesso Museale "Iulian Antonescu" (in romeno Complexul Muzeal Iulian Antonescu din Bacău) è un museo ubicato nella città di Bacău, Romania.
Il primo museo fu fondato nel 1957 e col tempo ha subito diverse trasformazioni, comprendendo le sezioni di arte, etnografia e per un breve periodo anche quella di scienze naturali. L’attuale Complesso Museale “Iulian Antonescu” è attivo dal 2003, anno dell’unificazione del Museo Provinciale di Storia “Iulian Antonescu” con il Museo Provinciale di Arte ed Etnografia.
Nella sede attuale, che comprende un edificio moderno, è esposta una ricca collezione archeologica: reperti risalenti al Paleolitico (da Buda e Lespezi), al Neolitico e all’Età del bronzo, oggetti rinvenuti nella necropoli di Gioseni, reperti appartenuti al popolo dei Daci (attrezzi agricoli, armi, gioielli, vasi in ceramica), artefatti medioevali provenienti dalla Corte Regia di Bacău e una collezione numismatica (monete daciche, romane, bizantine). Sono inoltre esposti oggetti che illustrano la storia locale: documenti, gioielli del XVII-XVIII secolo, oggetti appartenuti a Mihail Sturdza e Alexandru Ioan Cuza e materiali risalenti al periodo della Guerra d’Indipendenza (1877) e della prima guerra mondiale (uniformi, medaglie).


La collezione di etnografia, formatasi e ampliatasi nel corso di quattro decenni, comprende tessuti e indumenti popolari, oggetti in ceramica, strumenti e attrezzature per i lavori artigianali e agricoli, mobili e arredamento, oggetti di carattere religioso e fotografie. La collezione è nata grazie alla donazione di un prete di Răcăciuni, Vasile Heisu (circa 700 pezzi), e oggi vanta un totale di 4.000 oggetti.
All’interno del museo sono inoltre presenti documenti di natura letteraria e una biblioteca che ospita oltre 9.000 volumi.

ROMANIA - Museo della Civiltà Dacia e Romana

 

Il Museo della Civiltà Dacia e Romana (in romeno Muzeul Civilizației Dacice și Romane) si trova a Deva, in Romania. Nel museo, oltre ad una breve storia su Deva e sulle altre località limitrofe, sono esposte le numerose scoperte archeologiche intorno ai monti Orăştie.
Il museo è stato fondato nel 1882 come museo della contea ed ospita una delle più importanti collezioni archeologiche della Transilvania, e comprende mostre numismatiche, etnografiche e di scienze naturali. Il museo è ospitato nel palazzo della Magna Curia, costruito nel 1621 sotto l'autorità del principe (Voivoda) Gabriele Bethlen. Sotto il governo di Bethlen, Deva fu la capitale della Transilvania, per un breve periodo di tempo. Il palazzo si trova ai piedi della collina della cittadella, accanto ad un piccolo parco.
Nel museo sono presenti il Dipartimento di Scienze Naturali (in romeno Compartimentul Stiințele Naturii) e la Sezione di Storia e Arte (in romeno Secția De Istorie si Arta).


BELGIO - Museo Archeologico di Arlon

 

Il Museo Archeologico di Arlon (precedentemente Museo Archeologico del Lussemburgo) è un museo belga situato ad Arlon , nella regione vallona , ​​che ospita un'importante collezione di reperti archeologici rinvenuti nella provincia del Lussemburgo . È rinomato per la sua sezione gallo-romana , in particolare per la collezione di sculture funerarie , una delle più importanti d' Europa .
Fondata nel 1886, dal 1934 ha sede in un edificio neoclassico costruito negli anni Quaranta dell'Ottocento.
Si tratta di un museo riconosciuto nella categoria C dalla Comunità francese del Belgio .
In seguito all'indipendenza del Belgio e alla spartizione del Lussemburgo nel 1839 , le autorità riconobbero la necessità di tutelare il patrimonio culturale. A tal fine, incoraggiarono fortemente la creazione di società archeologiche nelle province belghe  Il 2 settembre 1847 il consiglio provinciale emanò un decreto che istituiva nella capitale della provincia del Lussemburgo una "società per la ricerca e la conservazione dei monumenti storici e archeologici e delle opere d'arte". Questa società avrebbe poi cambiato nome in Istituto Archeologico del Lussemburgo.
Sono state intraprese delle iniziative per riunire ad Arlon collezioni che rispecchiassero l'intero patrimonio provinciale.
Fin dalla sua fondazione, la società archeologica stabilì nel proprio statuto che tutti i monumenti e gli oggetti acquisiti sarebbero confluiti in un museo provinciale . Tuttavia, furono necessari numerosi passaggi prima che le collezioni potessero essere ospitate in un edificio idoneo . Furono spostate più volte nel corso di quasi quarant'anni.
Nel 1874 , il governatore propose l'idea di creare un "museo scolastico provinciale" ad Arlon . Fu concesso un sussidio alla città di Arlon per costruire un annesso alla scuola maschile (ora in Rue de Diekirch) che avrebbe ospitato il museo. I progetti furono affidati all'architetto provinciale, Jean-Louis Van de Wyngaert . I lavori furono completati nel 1886 e il museo scolastico fu inaugurato e aperto al pubblico l'8 novembre.
Il piano terra era riservato alle collezioni storiche e industriali , mentre il primo piano era dedicato all'archeologia.
I locali del museo scolastico si rivelarono ben presto troppo piccoli per ospitare tutte le collezioni accumulate dalla società archeologica, che nel frattempo aveva adottato il nuovo nome di Istituto Archeologico del Lussemburgo. La città di Arlon promise di fornire all'Istituto un edificio che gli avrebbe permesso di ospitare tutte le collezioni di sua proprietà e in custodia.
Il progetto non si concretizzò fino al 1934. In quell'anno, la "scuola femminile", che occupava un edificio di proprietà della città in Rue des Martyrs (precedentemente Rue de Virton), fu trasferita. All'Istituto Archeologico fu concesso il permesso di occupare i locali per ospitare il museo archeologico. Furono intrapresi ampi lavori di ristrutturazione per adattare l'edificio al suo nuovo scopo.
Il 13 agosto 1959 la città di Arlon cedette il museo alla provincia del Lussemburgo , che divenne quindi un museo provinciale.
Tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, la Provincia e la Città investirono ingenti fondi per ristrutturare il museo e conferirgli la struttura attuale. All'edificio fu aggiunta una sala e le collezioni furono completamente riorganizzate. Nei primi anni 2000, la reception fu modernizzata e il museo reso accessibile alle persone con mobilità ridotta .
Da allora, il lavoro è continuato al fine di migliorare costantemente le condizioni per la conservazione delle collezioni e il comfort dei visitatori.
Nel dicembre 2006, l' Istituto Archeologico del Lussemburgo , proprietario della maggior parte delle collezioni del museo, decise per la prima volta nella sua storia di assumere scienziati a tempo indeterminato. Vennero quindi assunti un archeologo e uno storico dell'antichità, con la missione principale di redigere un nuovo catalogo delle collezioni.
Gradualmente, la gestione volontaria delle collezioni sta lasciando il posto alla professionalizzazione. Si stanno sviluppando collaborazioni con musei, università e altre istituzioni scientifiche partner. Gli studi sulle collezioni si stanno moltiplicando, così come le mostre temporanee.
Il 22 giugno 2022, la provincia del Lussemburgo ha ceduto la gestione del museo alla città di Arlon, tramite un contratto di locazione enfiteutica di 99 anni, al termine del quale la città è diventata la piena proprietaria dell'edificio.
La città di Arlon continua lo sviluppo del museo, in particolare per quanto riguarda la digitalizzazione dell'esperienza del visitatore. Nel 2025, il Museo Archeologico lancerà il suo tour virtuale online , così come il suo primo chiosco interattivo. Questi investimenti riflettono l'impegno del museo a rendere le sue collezioni accessibili al pubblico più ampio possibile, in particolare ai gruppi vulnerabili.
Le collezioni
Dalla fine degli anni '90 , il museo ha esposto esclusivamente collezioni archeologiche. Dal 2012, la collezione permanente è interamente dedicata al periodo gallo-romano . Comprende sei sale espositive: una lunga galleria lapidaria (tre sale), una sala dedicata alle necropoli, una sala dedicata agli insediamenti e ai siti di culto e una sala dedicata a due importanti siti archeologici nella provincia del Lussemburgo, il vicus di Arlon e la villa gallo-romana di Mageroy ( Habay-la-Vieille ). Da Mageroy, il museo conserva un dado caricato, che è l'unico dado con punta di mercurio conosciuto del periodo romano.


Il museo ospita quattro oggetti classificati come Tesori dalla Federazione Vallonia-Bruxelles:
- La dedizione degli abitanti di Arlon ad Apollo
- l monumento di Vervicio e Vervicia
- Il cosiddetto soccorso ai viaggiatori
- Il bassorilievo noto come il Mercante di Stoffe
Il museo organizza almeno una mostra temporanea all'anno sul tema dell'archeologia , del periodo gallo-romano o di altri periodi. Talvolta, il museo ospita anche mostre d'arte, spesso legate alle collezioni o al tema dell'archeologia.

BELGIO - Museo di Preistoria dell'Università di Liegi

 

Il Museo di Preistoria dell'Università di Liegi è un'istituzione accademica che conserva, studia ed espone reperti provenienti principalmente dagli scavi effettuati dal Servizio di Archeologia Preistorica dell'Università di Liegi , in Belgio. Situato all'interno della Facoltà di Filosofia e Lettere, e accessibile a studenti e archeologi, il museo è aperto al pubblico su appuntamento.
Philippe-Charles Schmerling (1791-1836), professore universitario, fu uno dei primi a intraprendere scavi in ​​Belgio a partire dal 1829, a Engis e in circa sessanta grotte nelle province di Liegi e Lussemburgo.
Successivamente furono effettuati ulteriori scavi. Nel 1886, una squadra di Liegi, guidata dal preistorico Marcel de Puydt, fondatore della Scuola di Preistoria di Liegi, scoprì due scheletri completi nella grotta di Spy, tra cui il famoso " Uomo Spy". Questa scoperta confermò l'esistenza di un tipo umano più arcaico degli esseri umani moderni, ovvero l'uomo di Neanderthal . Diversi reperti provenienti da questo scavo sono ora conservati nel museo.
Le vetrine del museo contengono anche oggetti e ossa provenienti, tra l'altro, da scavi effettuati tra gli anni '40 e '90 nei siti di Omal (scavi effettuati da Hélène Danthine), Chaleux, Furfooz, Presle, Remouchamps e Trou de la Somme ( Dinant ), nonché nei siti di Hassek Huyuk (Turchia) e Mitoc (Romania).
Destinate principalmente alla ricerca, le collezioni di preistoria sono suddivise in tre sezioni:
- La prima sezione illustra le diverse fasi dell'attività umana fin dalle origini, presentando una serie di reperti archeologici caratteristici dei principali periodi della Preistoria.
- La seconda sezione presenta, raggruppati per periodo, i materiali archeologici provenienti da scavi effettuati dai membri del Servizio di Preistoria e da collaboratori stranieri.
- La terza sezione si concentra sulla presentazione di ricostruzioni di oggetti preistorici attraverso pezzi sperimentali. Una serie di calchi che illustrano le principali fasi dell'evoluzione fisica umana completa la presentazione delle collezioni archeologiche.

BELGIO - Museo dei Megaliti di Wéris

 

Il Museo dei Megaliti di Wéris si trova a Wéris , un piccolo villaggio nel comune di Durbuy, nella provincia del Lussemburgo, in Belgio. Wéris è nota per il suo sito megalitico, unico in Belgio. Per far conoscere questo patrimonio ai visitatori, l'associazione Terre de Durbuy ha aperto il museo nel 1994.
Situato nel cuore del villaggio, questo museo recentemente ristrutturato accoglie i visitatori desiderosi di esplorare il sito megalitico e la regione circostante. Offre informazioni sui megaliti della Vallonia, in particolare quelli di Wéris, nonché sulle comunità agricole neolitiche che costruirono questi monumenti. Sono esposti un modello che raffigura la costruzione del dolmen di Wéris, modelli di un accampamento di cacciatori nomadi e di un villaggio neolitico, vari manufatti e ricostruzioni, pannelli didattici e presentazioni multimediali. È inoltre possibile visionare un filmato di 12 minuti sul sito megalitico.


domenica 3 maggio 2026

SPAGNA - Museo archeologico di Siviglia

 

Il museo archeologico di Siviglia (in spagnolo museo arqueológico de Sevilla) è un museo archeologico della città di Siviglia, gestito dalla giunta dell'Andalusia. Ha sede nel Parco Maria Luisa.
Il museo venne ufficialmente istituito nel 1867 come "museo di antichità" (museo de antigüedades) provinciale, ad opera della Commissione provinciale dei monumenti, per ospitare la collezione dei rinvenimenti di Italica (attuale Santiponce) che dal 1780 si trovavano nella galleria di ingresso dell'alcázar. Lo stesso alcázar fu la prima sede del museo, ma già nel 1875 le collezioni furono trasferite nella nuova sede del convento de la Misericordia, che ospitava anche il museo di pittura, inaugurata nel 1880. La sede, nonostante l'acquisizione di nuove sale nel 1904, era tuttavia insufficiente.
Nel 1941 la municipalità di Siviglia cedette al ministero dell'educazione nazionale il padiglione delle belle arti che era stato realizzato in occasione dell'esposizione iberoamericana del 1929, facendovi inoltre confluire le collezioni del museo archeologico municipale, che era stato istituito nel 1886 e inaugurato nel 1895 nella torre di Fadrique. La nuova sede fu inaugurata nel 1946 con otto sale, oltre ad una biblioteca e agli uffici.
Nel 1962 il museo fu dichiarato insieme all'edificio ospitante "monumento storico-artistico". Nel 2009 è stata completata una ristrutturazione, che ha portato le sale ad un totale di 27.
Le collezioni del museo comprendono circa 60 000 pezzi.
La collezione iniziale comprendeva sculture provenienti da Italica: le statue di Traiano e di Adriano rinvenute nel 1788, la statua di Diana, rinvenuta nell'anno 1900 e i reperti degli scavi condotti da Ivo de la Cortina tra il 1839 e il 1842 e di quelli condotti da Demetrio de los Ríos dal 1862.
La sezione preistorica comprende i materiali provenienti dal sito dell'età del rame di Valencina de la Concepción, del III millennio a.C., comprendenti gli idoletti cilindrici o a placca, con grandi occhi a forma di soli, che sono le più antiche rappresentazioni di divinità in Spagna. Una sala ospita gli oggetti d'oro provenienti dai siti di El Carambolo, Ébora, Mairena e altri, che vanno dall'età del rame, all'età del bronzo (II millennio a.C.), gioielli orientalizzanti della cultura tartessica del VII-VI secolo a.C. Un bronzetto fenicio di importazione, raffigurante la dea Astarte seduta, mostra un testo inciso, il più antico conosciuto nella penisola iberica.
Tra le opere di epoca romana si conservano numerose sculture da Italica, tra le quali una delle are cilindriche con scene bacchiche provenienti dal teatro (in marmo lunense, del I secolo), una Testa di Alessandro Magno (in marmo pario, del II secolo), una Afrodite anadyomene, ossia che esce dal bagno (ancora in marmo pario, della fine dell'età traianea), una Diana (sempre in marmo pario e del II secolo), una statua di Traiano in nudità eroica, in marmo pario, e un Busto-ritratto di Adriano in corazza, in marmo pentelico, entrambi di epoca adrianea. Una Testa-ritratto di Vespasiano, del 70 circa, proveniente da Écija, venne realizzata rilavorando un precedente ritratto forse di Nerone.
Le sale del museo ospitano inoltre tre mosaici policromi: il Trionfo di Bacco (da Écija, del III secolo), il Giudizio di Paride (da Casariche, del IV secolo) e il Mosaico di Antonia Vettia, proveniente dalla necropoli paleocristiana di Italica, a grosse tessere e con iscrizione, datato al V secolo.
Si conservano inoltre le quindici lastre in bronzo sulle quali è inciso il senatoconsulto contro Gneo Calpurnio Pisone, datato al 20 d.C. e le dieci lastre della legge municipale del municipio Flavio Irnitano, approvata dall'imperatore Domiziano nel 91 (lex irnitana), rinvenuta in un laboratorio di bronzista, dove probabilmente avrebbe dovuto essere fusa.

SPAGNA - Museo archeologico delle Asturie

 

ll Museo archeologico delle Asturie è un'istituzione statale-regionale, ascritta al Ministero della cultura. Dal 1991 la sua gestione è stata trasferita al Principato delle Asturie.
È un'istituzione museale di ambito regionale ed ha una lunga tradizione. Conserva la collezione materiale del lascito archeologico asturiano e svolge funzioni di conservazione e diffusione del patrimonio suddetto. Nelle Asturie, l'archeologia incomincia con un pensiero proprio attraverso due grandi percussori: Frate Benito Feijoo, un monaco benedettino che fu abate del Monastero di San Vicente, sede del Museo, e Gaspar Melchor de Jovellanos che realizzò il primo intervento archeologico nelle Asturie e le prime prospezioni nella regione.
Il Museo archeologico delle Asturie, sorge nel 1845, insieme alla commissione provinciale dei monumenti storici artistici della Provincia di Oviedo. È il museo archeologico più importante della regione asturiana, con la collezione più distaccata nel suo genere.
Creato ufficialmente nel 1944 e aperto al pubblico il 21 settembre del 1952, gode di notevoli collezioni, entrate nel museo grazie a figure come Aurelio del Llano, il Conte Vega del Sella, Manuel González-Longoria Leale I Marqués della Rodriga, Tomás Fernández Bataller, Pedro Hurlé Mansó e Sebastián de Soto Cortés. La sua collezione s'incrementa annualmente coi depositi di materiali provenienti da lavori di prospezione e scavo archeologico svolti nelle Asturie e con i risultati di donazioni private.
Il Museo archeologico delle Asturie si delinea come un'istituzione destinata a soddisfare le necessità culturali, scientifiche ed educative di tutti gli altri utenti; vale a dire che agisce come riferimento in unione agli altri musei archeologici del luogo, mantenendo relazioni con giacimenti musealizzati ed centri di interpretazione presenti nel principato asturiese, essendo il detentore delle funzioni in materia di investigazione, diffusione e conservazione del patrimonio archeologico asturiano. Dal 2004 è stato sottoposto a opere di riabilitazione ed è stato reinaugurato al pubblico il 21 marzo del 2011.
La Commissione provinciale dei monumenti della Provincia di Oviedo del 1845 portò a termine le prime azioni per proteggere il patrimonio delle Asturie aprendo il primo museo nel 1870 nello scomparso convento di San Francisco. Il museo attuale, ubicato nel chiostro dell'antico monastero di San Vicente, sorse nel 1944 aprendo al pubblico solo negli anni 50. Da allora la collezione è cresciuta effettuando scavi, donazioni ed acquisti di pezzi. Nel 1998 il Ministero della cultura iniziò delle trattative di riabilitazione ed ampliamento del Museo che presero forma nel 2004, con il progetto degli architetti Fernando Bruno Calvo e Bernardo García Mura. La superficie del museo è stata ampliata raggiungendo 5810 m², di cui 2013 m² sono destinati all'esposizione permanente con un investimento di 16 milioni di euro.
Fortuitamente, queste opere permisero la scoperta di un bastione della primitiva muraglia di Oviedo del secolo VIII di 1,6 m di altezza e si scoprì che sui resti di questa muraglia posavano le arcate del chiostro del monastero. Si modificò il progetto iniziale per lasciare esposte queste parti della muraglia della città come un altro dei gioielli del Museo. Questa scoperta conferma l'ipotesi dello storiografo Juan Uría Ríu sul tracciato di questa muraglia inalzata ai tempi di Alfonso II.
Da 1952, il museo occupa l'antico chiostro del monastero di San Vicente, un edificio con una complessa storia relazionata con l'origine della città, il cui chiostro fu dichiarato monumento nazionale nel 1934.
Si pensa che il monastero di San Vicente sia stato fondato nell'anno 761, sotto il dominio di Fruela I. Rimangono pochi resti di questo primo edificio come il chiostro attuale, iniziato nel 1530, su direzione del maestro Juan di Badajoz il Giovane e concluso da Juan di Cerecedo il Vecchio e Juan di Cerecedonel 1570.
La collezione

L'alienazione dei beni ecclesiastici nel 1837 mise in circolazione un gran numero di opere d'arte religiose e la Commissione dei monumenti delle Asturie si occupò di riunire, durante il XIX secolo, i resti di quei monasteri e chiese abbandonate. Questo insieme di pezzi costituiscono l'origine della collezione del museo che si andò incrementando per le donazioni dei suoi membri e di collezionisti.
La principale attività fu dedicata alla restaurazione delle chiese preromaniche e man mano si andò conseguendo la riunione di pezzi provenienti dalle rovine di queste costruzioni. A principio del XX secolo, lo sviluppo dell'archeologia scientifica suppose l'ampliamento dell'orizzonte verso la Preistoria, per la presenza di arte paleolitica in Asturie.
In questo modo, durante il XX secolo, la collezione del museo si ampliò notevolmente grazie ai risultati degli interventi archeologici nelle Asturie. Ai fondi dell'antica Commissione dei Monumenti si andarono sommando le donazioni delle collezioni e durante la decade tra il 1960 e 1970 la deputazione di Oviedo portò a termine l'acquisto di diversi pezzi, mobili e oggetti. Gli acquisti più importanti furono tre collezioni, quella degli eredi di Bosco Cortés, composta di antichi reperti archeologici, la collezione numismatica di Pedro Hurlé Mansó, e la collezione di armi e monete degli eredi di Tomás Fernández Bataller.
Il progresso delle investigazioni iniziate a partire dal 1970 ampliò in modo costante la collezione dell'epoca del paleolitico, dell'età dei metalli e dell'età romana. La nascita dell'archeologia di gestione sviluppatasi maggiormente nel 1990, ha supposto l'entrata di una gran quantità di materiali di tutte le epoche, ma specialmente del Medioevo, provenienti dai centri storici delle città e cittadine asturiane, come delle numerose chiese e monasteri nei quali è intervenuta la restaurazione.
Esposizioni permanenti
L'esposizione permanente presenta un discorso espositivo attuale e moderno.
Il percorso inizia dalle origini della prehistoria asturiense fino ad arrivare al Basso Medioevo, illustrato attraverso la cultura materiale delle genti che hanno abitato questo territorio nel corso del tempo.
L'esposizione conta cinque aree tematiche intitolate nel seguente modo:
I tempi preistorici
L'investigazione archeologica ha permesso di far luce sui modi di sostentamento di questi popoli: dalla caccia, pesca alla raccolta tramite i progressi tecnici nella fabbricazione di attrezzi da parte delle genti che si stanziarono nell’attuale Asturias. Emerge, particolarmente, la presentazione del mondo dei Nehandertal dalle ultime scoperte della grotta di Sidrón. L'espressione più eloquente trova luogo nell'arte paleolitica parietale e mobile. Nelle Asturie esistono quasi un centinaio di grotte con immagini di rilevante bellezza dove gli antenati autoctoni dipinsero animali, segni e rappresentazioni sommarie del corpo umano
Neolitico ed età di i metalli

Dal Neolitico fino all'Età del Bronzo la regione delle Asturie ebbe un drastico cambiamento culturale di fronte al modo di vita tradizionale delle società paleolitico. Le genti che la popolarono 4.500 anni fa disboscarono boschi, aprirono i primi appezzamenti di terreno dedicandosi all'allevamento e all'agricoltura. Al paesaggio asturiano si incorporarono i megaliti come riflesso di una società agricola. Tra l'altro appare uno sfruttamento intensivo delle miniere di rame e l'espansione della metallurgia, propiziando così lo sviluppo di società complesse. Durante questo periodo, le Asturie iniziano il loro lungo percorso come regione mineraria.
Il tempo dei castra
Il castrum costituisce uno degli elementi più visibili del paesaggio asturianse e fu adottato come modello di habitat nelle Asturie tra la fine dell'Età del Bronzo e l'Età del Ferro. I villaggi castreñas mantengono un carattere autarchico e si mostrano come elementi che limitano i villaggi e le comunità divise per clan.
Roma nelle Asturie

Con l'arrivo di Roma ai tempi dell'imperatore Augusto, le Asturie cominciarono a fare parte dell'Impero romano. Sotto il dominio romano, si produsse un'autentica articolazione del territorio con la creazione di centri urbani e rurali collegati per un'estesa rete viaria. Il beneficio delle miniere di oro centrò gli interessi di Roma nel settore occidentale della regione, ed i suoi giacimenti furono sfruttati a gran scala. Si svilupparono in tutto il territorio nuove attività economiche e commerciali che spinsero la trasformazione degli usi ed abitudini di una popolazione di lunga tradizione mineraria e contadina. La presenza di Roma nelle Asturie rappresentò l'entrata di questa regione nelle sfere culturali del mondo classico.
Asturie medievali

Il Regno d'Asturia inaugura l'Età Media in questa regione. Sedi regie, chiese, monasteri e castelli costituiscono i principali centri di potere della monarchia e dell'aristocrazia altomedievali. Tuttavia, la maggioranza della popolazione campagnola viveva in piccoli villaggi in modeste abitazioni. L'Arte della Monarchia Astur, emerge per la sua originalità architettonica e ornamentale. A partire dal secolo XIII, nei nuovi centri urbani e cittadini (le polas asturiane) si concentra la popolazione e si centralizzano le funzioni amministrative, commerciali e artigianali. In queste città, si costruiscono nuove chiese romaniche e gotiche. Negli ultimi tempi medievali emerge una nuova aristocrazia che è protagonista dell'attività politica, economica e sociale della regione.
L'esposizione si completa con un'unità o sezione specifica "Di Collezione a Museo" destinata alla storia della formazione del Museo che, nel caso delle Asturie, trascorre di forma praticamente parallela agli inizi dell'archeologia scientifica nella regione.
In uno spazio annesso a questa unità tematica e come omaggio alla figura di Frate Benito di Feijoo e Montenegro, figura singolare dell'Illustrazione spagnola, abate del Monastero di San Vicente di Oviedo, si è portata a termine la ricostruzione di una cella benedettina nella zona più nobile dell'antico chiostro, tale e come era presente nell'antica esposizione del Museo. In questo modo si mantiene il riconoscimento degli asturiani, al più prolifico saggista del secolo XVIII il cui lavoro intellettuale segnò una pietra miliare nell'evoluzione del pensiero e la scienza dell'epoca.
Un'altra sezione destinata alla diffusione e valutazione delle attestazioni delle Asturie dichiarato Patrimonio Mondiale: l'arte rupestre e l'arte della Monarchia astur. Attraverso una serie di mezzi interattivi ed audiovisivi, il visitatore può contare su informazione rilevante su detto patrimonio, come sulle distinte rotte archeologiche che può realizzare per godere di quello.


SPAGNA - Museo dell'Almoina

 

Il Museo dell'Almoina della città di Valencia offre la possibilità di ripercorrere più di 2000 anni di storia della città, a partire dalla fondazione della Valentia romana nel 138 a.C., fino all'epoca medioevale (XIV secolo).
L'allestimento del museo è stato progettato dall'architetto José Maria Herrera Garcia. Il complesso museale è stato costruito in corrispondenza dei resti archeologici, venuti alla luce durante gli scavi del 1985-2005; possibile infatti ripercorrere parte dell'originario cardo e decumano massimo e vedere i resti delle colonne del Foro romano ancora in situ. Il museo è parzialmente visibile dall'esterno attraverso un pavimento in vetro ed una vetrata.
Il percorso si divide in settori riferiti alle diverse epoche: l'età repubblicana, imperiale, visigota, islamica e cristiana; la visita è organizzata in ordine cronologico. Della Valentia romana si conservano in situ vari edifici, oltre al Foro, cuore economico, politico e religioso della città, anche le terme, la curia, la basilica, l'horreum, la via Augusta e il santuario di Asclepio. I resti della fase romana della città risalgono fino al 75 a.C., anno in cui Valencia fu distrutta da Pompeo, durante le guerre civili.
Il martirio di san Vincenzo, nel 304 d.C., segna il passaggio dall'età romana alla prima fase cristiana della città. All'interno dell'Almoina sono visibili l'abside della cattedrale visigota e alcune sepolture. Complessivamente i resti archeologici della prima fase cristiana di Valencia sono numericamente inferiori rispetto all'epoca romana.
Successivamente nell'VIII secolo d.C., con la conquista islamica della città, Valencia assume il nome di Balansiya, anche se raggiunge il massimo splendore nell'XI secolo quando si costruì l'Alcazar, la reggia del sovrano, di cui nell'Almoina si conservano i resti della piscina e del cortile.
Nel 1238, con la riconquista cristiana della città ad opera del re Giacomo I, si costruisce per volontà del vescovo Ramon Dupont, l'Almoina vera e propria, un'istituzione benefica a sostegno dei disagiati (il significato del termine Almoina è proprio elemosina.

SPAGNA - Museo Archeologico di Alicante

 

Il Museo Archeologico di Alicante (in spagnolo: Museo Arqueológico Provincial de Alicante; in valenciano: Museu Arqueològic Provincial d'Alacant), abbreviato con l'acronimo di MARQ, è un museo archeologico situato nell'omonima Alicante, in Spagna. Il museo ha vinto il premio del museo europeo dell'anno nel 2004. Il museo negli anni ha subito una significativa espansione e ricollocazione in edifici ristrutturati appartenenti all'antico ospedale di San Juan de Dios.


 

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