domenica 19 aprile 2026

SPAGNA - Museo archeologico di La Gomera

 

Il museo archeologico di La Gomera (in spagnolo: Museo Arqueológico de La Gomera) è un museo situato a San Sebastián de la Gomera, nelle Isole Canarie, Spagna. Ha sede nella Casa Echeverría, una casa padronale costruita nel XVIII secolo e la sua esposizione è incentrata sulla cultura dei Gomero, antico popolo dell'isola. Il museo è stato istituito il 25 aprile 2007 nel tentativo di raccogliere i reperti esistenti e di fungere da centro di ricerca archeologica sull'isola. Il museo è di proprietà pubblica e gestito dal Cabildo Insular de La Gomera, in particolare dal suo Servicio de Patrimonio Histórico ( Servizio del patrimonio storico).
Il museo è allestito presso la Casa Echevarría, a San Sebastián de La Gomera . Secondo Hernández Marrero, l'ubicazione dell'attuale edificio potrebbe essere stata il sito di una costruzione più antica, distrutta da un attacco dei pirati sull'isola nel 1619. L'attuale edificio risale al XVIII secolo ed era originariamente la casa padronale di Miguel de Echeverría y Mayora, nobile originario della Navarra. Nel corso del XX secolo l'edificio era noto come Casa del Cañón (Casa del Cannone) per via di un cannone che fungeva da contrafforte in un angolo e ospitava al primo piano il tribunale dell'isola, mentre al piano terra vi era un'ottoneria. La Casa Echeverría venne acquistata negli anni 1980 da Franco Meloni (padre di Giorgia Meloni) e restaurata, venendo poi acquisita dall'amministrazione comunale nel 1994 e riqualificata per ospitare il museo, aperto al pubblico nel 2007.


Il museo raccoglie oggetti legati alla cultura aborigena dei Gomero. Il periodo più importante della collezione è la preistoria del Gomero, anche se, mentre tecnicamente termina nel 1489 con la presa dell'isola da parte dei conquistatori castigliani, la cultura aborigena dell'isola è durata molto più a lungo. Lo spazio espositivo si compone di quattro sale (corrispondenti rispettivamente al contesto geografico e storico, manifatture, antropologia e questioni sociali, credenze e simbolismo) e un patio centrale con 68 pezzi originali e 5 ricostruzioni, oltre a numerosi pannelli informativi, mentre la collezione totale detenuta dal museo è di oltre 21.000 pezzi.


SPAGNA - Gran Dolina

 

La Gran Dolina è una dolina carsica, ovvero una depressione circolare del terreno, e un sito archeologico che si trova nei pressi della città di Atapuerca, nella provincia di Burgos, in Spagna.
La Gran Dolina fa parte dell'area archeologica di Atapuerca patrimonio dell'umanità dell'UNESCO, una delle più importanti aree archeologiche d'Europa per l'abbondanza e la diversità dei resti fossili ivi ritrovati.
La dolina è stata riempita nel corso del tempo da una successione di sedimenti nei quali si sono accumulati numerosi resti fossili. Verso la fine del XIX secolo, fu scavata una trincea per costruire una linea ferroviaria e questo ha permesso di far affiorare la sequenza geologica degli strati sedimentari e studiarne la disposizione stratigrafica.
I primi ritrovamenti avvennero negli anni 1970/80 e il luogo fu definito Trinchera Dolina (TD); gli strati furono classificati dal TD1 (inferiore e quindi il più antico) al TD11 (il superiore e più recente). Per permettere lo scavo dei vari livelli dei sedimenti, fu necessario installare una grande impalcatura di sostegno.
In una fase iniziale si verificò un evento distruttivo con il crollo di grandi blocchi e di formazioni calcaree interne; successivamente la grotta rimase per un periodo sommersa dall’acqua e solo in seguito si aprì verso l’esterno, trasformandosi in una sorta di rappola naturale per gli animali. I resti rinvenuti, appartenenti a diversi animali mostrano che molte ossa si accumularono in seguito alla caduta accidentale degli animali nella cavità, dove i corpi si decomposero sul posto prima di essere progressivamente ricoperti dai sedimenti.
Attualmente gli studiosi suddividono la stratigrafia della grotta in 12 unità litostratigrafiche, ovvero strati distinguibili per posizione e caratteristiche geologiche che nelle pubblicazioni sono indicati con sigle come TD1, TD2, TD3 … TD11, dove ogni unità rappresenta un grande episodio di deposizione di sedimenti nella grotta, e 19 facies sedimentarie, sulla base dellemodalità con cui il materiale si è depositatocome ad esempio, sedimenti portati dall’acqua, accumuli di crollo del soffitto, o materiali entrati dall’ingresso della grotta.
La datazione della sequenza della grotta, basata soprattutto su tecniche magnetostratigrafiche, integrate con altri metodi geologici e stratigrafici, ha determinato che i primi sedimenti naturali che riempiono il fondo della grotta (detriti, sabbie e ghiaie portate all'interno dalle acque) cominciarono ad accumularsi più di 1,2 milioni di anni fa, mentre le prime testimonianze umane ben documentate attribuite all' Homo antecessor, sono datate a 950.000 anni fa; questa sequenza fa ritenere che la grotta, inizialmente inaccessibile dall'esterno, successivamente si aprì maggiormente verso l’esterno, rendendo possibile l’ingresso di animali e esseri umani.
Reperti umani

I principali reperti umani rinvenuti a Gran Dolina provengono dal livello stratigrafico TD6, uno degli strati più importanti della sequenza della cavità. Gli scavi hanno restituito un insieme relativamente ricco di fossili, costituito da circa centosettanta resti attribuiti ad almeno otto individui, sia adulti sia immaturi. I reperti comprendono soprattutto denti, frammenti cranici, parti di mascella e mandibola e altri elementi dello scheletro, tra cui ossa del torace e della spalla. Sulla base di questo insieme fossile, nel 1997 fu proposta la specie Homo antecessor, caratterizzata da una combinazione di tratti cranici, mandibolari e dentari arcaici e da alcuni caratteri facciali relativamente moderni.
I resti umani sono stati trovati in associazione con numerosi altri reperti archeologici e paleontologici; nel livello TD6 sono infatti presenti centinaia di manufatti litici e migliaia di resti faunistici appartenenti a grandi mammiferi come cavalli, cervidi e bovidi. Le ossa umane e quelle animali presentano in diversi casi tracce di taglio e fratture compatibili con attività di macellazione e sfruttamento delle carcasse, indicando che il deposito si formò in un contesto di occupazione umana della cavità e di utilizzo delle risorse animali presenti nell’area.
Le datazioni disponibili per il livello TD6 indicano un intervallo compreso approssimativamente tra circa 772.000 e 949.000 anni fa e, in base alle caratteristiche morfologiche e ai più recenti studi sulle proteine antiche, i reperti sono attribuiti a Homo antecessor, una delle specie più importanti per lo studio del primo popolamento umano dell’Europa occidentale, il cui significato filogenetico resta counque oggetto di discussione tra gli studiosi.
Il sito è conosciuto soprattutto per i frammenti del cranio di un individuo giovane, probabilmente di 10-11 anni, soprannominato niño de Gran Dolina, denominat ATD6-15 e ATD6-69, che hanno avuto un ruolo centrale nella ricostruzione dell'aspetto del volto ddi Homo antecessor. ATD6-15 è un frammento dell’osso frontale, mentre ATD6-69 comprende una parte molto importante del massiccio facciale superiore, con elementi della mascella e della zona sotto l’orbita.
Uno studio sulle proteine antiche di un dente, denominato ATD6-92, ritrovato nel 1994, attribuito a un maschio e datato a circa 0,77-0,95 milioni di anni fa, ha concluso che la specie Homo antecessor rappresenta un ramo molto vicino ma distinto all’origine del gruppo umano successivo, ovvero il clade che comprende Homo sapiens, Homo neanderthalensis e Denisoviani.
Un altro studio svolto su due fossili di scapole di Homo antecessor, ATD6-116 e ATD-118, con una serie di scapole di Homo sapiens e di scimpanzè, è arrivato alla conclusione che lo sviluppo della spalla in Homo antecessor era più simile a quello degli esseri umani moderni che a quello delle grandi scimmie.
Cannibalismo

Si ipotizza che l'Homo antecessor praticasse l'antropofagia, come sembra attestato dai segni lasciati sulle ossa umane.
Queste marcature suggeriscono operazioni di macellazione che hanno lasciato tracce di utensili in pietra sull'osso; inoltre alcuni colpi indicano che l'osso è stato spaccato in due metà. I reperti ossei presentano tracce di colpi e fratture nette allo scopo di estrarre il midollo osseo. Altri elementi importanti a conferma di questa ipotesi, sono dati dal mescolamento dei resti umani con quelli animali e con l’industria litica, unito dalla circostanza che questi resti non presentano disposizioni particolari o segni che facciano pensare a una deposizione funeraria o rituale.
Reperti litici
 Materiali litico ritrovato nel livello TD6
Nel livello TD6 del sito, lo stesso dove sono stati ritrovati i fossili attribuiti all'Homo antecessor, sono stati rinvenute pietre spezzate intenzionalmente per ottenere pezzi con margini taglienti, insieme ad altri ciottoli utilizzati per colpire, rompere e frantumare, associati a resti animali e umani, all’interno di un contesto di occupazione datato a circa 850.000 anni fa, interpretato come un accampamento.
Un secondo gruppo di manufatti litici, datato a circa 400.000 anni fa e associato all'acheuleani, comprende piccoli strumenti taglienti e utensili di dimensioni maggiori e più accuratamente modellati, accompagnati da pietre usate per battere, rompere e lavorare materiali diversi; questo insieme appare più ricco e più vario di quello più antico, e si crede servisse ad un insieme più ampido di attività, che doveva comprendere non solo la macellazione degli animali, ma anche lavorazioni più pesanti e complesse, forse anche collegate ad altri materiali, come il legn.
Reperti faunistici
I resti faunistici di Gran Dolina attestano una fauna ricca e diversificata, comprendente grandi erbivori come cavalli, rinoceronti e bisonti, cervidi, carnivori come orsi, giaguaro europeo, e canidi, e castori, e mostrano che almeno in parte le ossa si accumularono nella cavità in seguito alla caduta accidentale degli animali, i cui corpi si decomposero sul posto; alcuni carnivori, come gli orsi, dovettero invece raggiungere l’interno attraverso accessi secondari, finendo anche loro uccisi dalla natura del luogo.
Il sito ha dato alla luce un accumulo di resti di bisonte, che viene interpretato come il risultato di ripetuti episodi di caccia ai bisonti da parte di gruppi umani, seguiti dalla macellazione e dallo sfruttamento delle carcasse di questi grandi erbivori.
In sintesi, il fatto principale che si ricava dallo studio è che il deposito di bisonti viene interpretato come il risultato di cacce ripetute e non di un singolo evento o di accumuli naturali.
Il sito fu utilizzato stabilmente dalle iene, probabilmente come tana, come si ricava dalla presenza di grandi accumuli di resti di defecazione di questo carnivoro.


SPAGNA - Villa romana di "Las musas"

 

La villa romana di "Las musas" ("Le muse") è una villa romana situata nel comune spagnolo di Arellano, nella comunità autonoma della Navarra.
Tra il I e il III secolo la villa fu adibita alla produzione di vino, mentre tra il IV e il V secolo fu ricostruita dopo un incendio come residenza ornata di mosaici, collegata ad un santuario dedicato a Cibele ed Attis, con taurobolio.
Nel 1882 fu scoperto casualmente il mosaico ottagonale con la raffigurazione delle Muse, portato al Museo archeologico nazionale di Madrid.
Indagini archeologiche furono condotte nel 1942 da Blas de Taracena, che riconobbe la presenza di una villa romana e gli scavi sistematici che ne rimisero in luce i resti furono realizzati dal 1985 al 1998.
La villa aveva pianta rettangolare e fu dotata di un muro di contenimento e di recinzione sul lato occidentale, con una porta di accesso a cui si saliva per una scala.
L'impianto per la produzione del vino della prima fase si disponeva sui lati nord ed ovest e comprendeva piattaforme coperte per la spremitura meccanica dell'uva, sopraelevate per facilitare il deflusso del mosto e rivestite di intonaco impermeabile, collegate ad una vasca, ugualmente impermeabilizzata, per la raccolta del mosto. Un ambiente era destinato alla cottura del mosto, probabilmente utilizzato anche come cucina domestica quando non era tempo di vendemmia. L'invecchiamento del vino veniva accelerato nel fumarium, attraverso fumo e calore. Il vino prodotto era immagazzinato in una cella vinaria, un grande ambiente situato ad un livello inferiore, con dolia che poteva raccogliere tra i 45.000 e i 50.000 litri di vino e che ospitava un larario.
Al di sopra della cella vinaria erano presenti ambienti di abitazione, con pavimenti in signino e pareti dipinte.
Nella fase di IV secolo l'accesso agli ambienti residenziali avveniva dal lato sud, con un ingresso marcato da pilastri in pietra; da qui un corridoio conduceva al peristilio su cui si aprivano le stanze. Sul lato est si trovano gli ambienti decorati a mosaico.


La stanza di rappresentanza, preceduta da un ampio vestibolo sorto sopra la cisterna scavata nella roccia della prima fase, era costituita da un vasto ambiente quadrangolare, con mosaico ad emblema centrale raffigurante la Partenza di Adone per la caccia e da un ambiente semicircolare, utilizzato come triclinio con mosaico raffigurante le Nozze di Attis. Una stanza ottagonale, accessibile ancora da un ampio vestibolo ospitava il mosaico con le Muse rinvenuto nell'Ottocento ed è stata interpretata per la tematica della raffigurazione, come ambiente destinato allo studio. Infine un cubicolo (stanza da letto), conserva un mosaico raffigurante la Nascita di Attis.
Un vasto ambiente sul lato sud, a fianco dell'ingresso, nel quale si aprivano piccole stanze, e con accesso tramite una scala, è stato interpretato come destinato agli ospiti del santuario. Staccato dal corpo principale su questo stesso lato è presente un vasto ambiente rettangolare interpretato come stalla.
Ugualmente staccato dal corpo principale, sul lato est si trovava il santuario dedicato a Cibele: un recinto con portico interno a pilastri ospitava al centro una struttura a forma di U, con altari taurobolici decorati da teste di toro.


SPAGNA - Madrid, Pyxis di Zamora




La Pyxis di Zamora è una pyxis, ossia una scatola cilindrica, scolpita in avorio e risalente al X secolo, quando gran parte della penisola iberica si trovava sotto il controllo del califfato di Cordova. Attualmente è conservata presso il Museo archeologico nazionale di Spagna, a Madrid.
La pisside fu commissionata dal califfo omayyade al-Hakam II nel 964 per la sua concubina Subh, in seguito moglie prediletta e madre del futuro califfo Hisham II. L'avorio utilizzato è direttamente collegato alle botteghe e ai laboratori della città di Madinat al-Zahra'. L'oggetto, concepito per contenere cosmetici, gioielli o boccette per profumi, ben rappresenta la sofisticatezza della classe dirigente del califfato di Cordova. Durante tale periodo, nel fiorente contesto intellettuale cordovano, la dinastia umayyade di al-Andalus era in forte competizione con quella abbaside di Baghdad: gli Omayyadi, infatti, tentavano di restaurare la loro autorità e ottenere nuovamente il controllo del califfato - che durante l'età omayyade aveva Damasco come capitale. A Cordova, gli Omayyadi promossero opere architettoniche notevoli e la produzione di numerosi beni di lusso, tra cui tessuti e intagli in avorio, come nel caso della pyxis di Zamora. L'iconografia scelta per la decorazione di molte delle pyxides dell'epoca puntava a rafforzare l'idea della superiorità politica degli Omayyadi sugli Abbasidi.
Nel 962, la nascita del legittimo erede Abd al-Rahman - che aveva ereditato il suo nome dal nonno Abd al-Rahman III e morì in tenera età nel 970 - fu celebrata non soltanto nella letteratura e nella poesia, ma anche nelle arti figurative. L'iscrizione araba che si legge intorno al coperchio della pisside difatti afferma: "La benedizione di Allah sull'Imam, il servo di Allah, al-Hakam II al-Mustanṣir bi-llāh, Comandante dei Fedeli. Questo è ciò che Egli ha comandato fosse realizzato per la nobile donna, la madre di Abd al-Rahman, sotto la direzione di Durri al-Saghir nell'anno 353 (964 nel calendario gregoriano)".
L'intaglio dell'avorio era una pratica nota nel mondo mediterraneo, diffusasi anche prima dell'età dell'Impero romano. L'avorio era costoso a causa della distanza che divide da una parte l'Africa subsahariana e l'India, aree dove venivano procurate le zanne d'elefante, e dall'altra il Mediterraneo, dove l'avorio delle zanne veniva lavorato. Il califfato omayyade, quando conquistò la penisola iberica intorno all'VIII secolo, portò con sé la tradizione dell'intaglio delle pissidi anche in Spagna, dove non sono mai state rinvenute testimonianze di scatole o pyxides scolpite in avorio prima dell'età omayyade.
La qualità della lavorazione dei manufatti era fondamentale, considerando i costi del materiale. Tra le opere islamiche, cristiane e romane l'assenza di segni, degli utensili e degli attrezzi utilizzati, era considerata indice di buona fattura. L'incisione di piccoli oggetti come le pissidi richiedeva precisione e tempo, due fattori che contribuivano a far lievitare i costi totali. La pyxis di Zamora mostra la sua pregevolezza grazie al motivo intrecciato a rilievo profondo, nonché all'assenza di segni visibili degli attrezzi. Tali tecniche scultoree furono adoperate anche per altre pissidi dello stesso periodo, come nel caso della Pyxis di al-Mughira. Il costo e la rarità di tali scatole rendevano il loro possesso accessibile esclusivamente alla classe sovrana.
Le scatole cilindriche, come la pyxis di Zamora, venivano prodotte sfruttando la curvatura naturale e la cavità della parte più spessa della zanna di elefante. Le pissidi cilindriche erano meno soggette alla deformazione rispetto alle scatole rettangolari, grazie alla resistenza conservata dalla zanna, nella sua forma circolare. La superficie ininterrotta della pyxis permise la realizzazione di un'unica decorazione compositiva, senza alcun bordo nell'avorio. L'arabesco di tale oggetto, unitamente all'iscrizione araba presente sul coperchio (che descriveva dettagliatamente il mecenatismo e la donazione della pyxis), lascia intuire che la pisside dovesse essere ruotata tra le mani per poterne apprezzare totalmente l'artigianalità. La decorazione incoraggiava il soggetto che lo impugnava ad aprire il contenitore, poiché la ricchezza esteriore rispecchiava i preziosi materiali contenuti all'interno (prevalentemente profumi o gioielli).
La pyxis di Zamora presenta molte raffigurazioni di ali spiegate all'interno della decorazione ad arabesco. Il motivo alato acquisì popolarità primariamente nella cultura sasanide. Le ali simboleggiavano potere e religione, ed erano particolarmente diffuse nelle decorazioni delle corone e dei sigilli sasanidi. Questa scelta decorativa successivamente influenzò le arti decorative reali del periodo omayyade, con la ripetizione del motivo alato sui beni di lusso.
L'immagine del pavone è ripetuta ben quattro volte nella sezione centrale della pisside. Nel contesto della filosofia islamica, i pavoni erano visti come esseri apotropaici. Questa visione era il risultato di diverse credenze islamica sugli uccelli. Alcuni interpreti islamici ritenevano che il pavone si accoppiasse in maniera asessuata, associando il volatile alla purezza. Altre interpretazioni elaborate dai seguaci islamici della filosofia della natura ipotizzavano che i pavoni potessero rilevare il veleno. Ciò condusse all'uso medicinale delle piume dell'animale. Le leggende popolari narravano della capacità del pavone di uccidere i serpenti: in chiave religiosa, ciò alludeva alla sua capacità di allontanare le influenze maligne del demonio. Tale chiave di lettura collegò il volatile alla concezione islamica del Paradiso. L'uccello continuò ad avere una rilevanza notevole nel mondo iconografico islamico, e le immagini dei pavoni (o delle loro piume) vennero adoperate nei contesti reali, ad imitazione della tradizione persiana.
Svariate rappresentazioni di gazzelle circondano i pavoni sulla pyxis. Il significato attribuito alla gazzella affonda le sue radici nella poesia arabica preislamica, nella quale all'animale erano spesso attribuite delle proprietà magiche; il corpo esile e gli occhi spalancati, invece, venivano associati alle donne.[ In seguito gli Omayyadi continuarono a collegare le gazzelle alla femminilità e alla eleganza. Esse furono viste come prede rapide e seducenti, spesso celebrate dai cacciatori.

SPAGNA - Fonti Tamarici

 

Le Fonti Tamarici o Sorgenti Tamarici (latino: Fontes Tamarici; spagnolo Fuentes Tamáricas ) sono tre sorgenti situate dallo storico e geografo romano Plinio il Vecchio nella Cantabria classica, che dal XVIII secolo sono state individuate con la fonte di La Reana a Velilla del Río Carrión (Palencia), Spagna. Le prime notizie risalgono a Plinio, al tempo della conquista romana della Cantabria, dove si cita la particolarità del loro flusso intermittente che, quando si interrompeva, era interpretato come di cattivo presagio.
La fonte de La Reana è stata dichiarata Bien de Interés Cultural a partire dal 1961.
I Tamarici, una delle tribù dei Cantabri, abitavano la zona dal III secolo a.C. e adoravano le acque e le fonti sacre. Non è noto l'anno esatto della loro costruzione, ma è chiaro che quando l'Impero romano conquistò la Cantabria nel 19 a.C., queste fonti attiravano già l'attenzione di molti. Lo sgorgare improvviso e l'inaspettato interrompersi delle acque, accompagnato dal rumore che precede il riempimento sottoterra, doveva essere questione di rispetto e di adorazione in quel periodo. Forse furono utilizzate come bagni, lavanderia e luogo di divinazione. È stato anche suggerito che il gruppo potrebbe essere dedicato a un dio delle acque, le cui previsioni si basavano sul ciclo di riempimento e svuotamento irregolare. Nel XIII secolo è stato costruito accanto un eremo dedicato a Giovanni Battista, per cristianizzare il luogo ed eliminare tutti i rapporti con riti pagani.


Gli studi del naturalista e geografo Plinio il Vecchio sulle terre occupate dall'Impero Romano sono cruciali per la conoscenza e la posizione delle Fonti Tamarici. Nella sua Naturalis Historia (XXXI, 23-24) è dove allude alla loro particolarità: «Le Sorgenti Tamarici in Cantabria sono considerate in grado di presagire il futuro. Sono tre, separate da una distanza di otto piedi. Esse si fondono in un unico canale, generando un grande flusso. Di solito restano a secco per dodici volte al giorno e a volte fino a venti, senza lasciare tracce di acqua, mentre un'altra fonte adiacente ancora scorre senza interruzione e in abbondanza. E' considerato di cattivo auspicio quando chi vorrebbe vederle le trova a secco, come è accaduto di recente al legato Larzio Licinio dopo la sua pretura: morì sette giorni dopo la sua visita.» (Plinio il Vecchio. Naturalis historia, XXXI, 23-24)
Larzio Licinio era un grande sostenitore del lavoro di Plinio: con il suo intenso desiderio di conoscenza di nuove scoperte, ha visitato le sorgenti quando erano nella loro fase secca e morì dopo circa una settimana nel 70 della nostra era.

SPAGNA - Reccopolis

 

Reccopolis
 (spagnolo: Recópolis), situata nei pressi della piccola odierna città di Zorita de los Canes in provincia di Guadalajara, Castiglia-La Mancia (Spagna), fu una delle almeno quattro piccole città fondate in Hispania dai Visigoti.
Reccopolis venne fondata nel 578 dal re visigoto Leovigildo e chiamata così in onore del figlio Recaredo I, al fine di essere usata come sede di Recaredo stesso, nella provincia di Celtiberia, ad est della Carpetania, dove si trovava la principale capitale visigota, Toledo. In questa città, nell'VIII secolo, i visigoti si sottomisero ai musulmani in cambio della loro protezione. I Mori non distrussero la città, chiamandola Madinät Raqquba, nonostante riciclassero il materiale da costruzione per erigere una fortezza su una collina accanto alla città. La città subì un declino ed il sito venne incendiato, saccheggiato, razziato ed infine abbandonato nel X secolo. Le sue "vaste rovine" a Cerro de la Olíva rimasero dimenticate fino al XII secolo. Il suo nucleo urbano, con paralleli bizantini, è centrato su un palazzo con funzioni reali ed amministrative, connesso ad una cappella palatina.
Gli scavi archeologici svolti a Reccopolis hanno portato alla luce tracce delle mura cittadine costruite con torri ogni trenta metri, un acquedotto, quartieri residenziali e commerciali che occupano trenta ettari, mercati ed una zecca. Sulla parete occidentale si trova una sola porta d'entrata. All'interno una seconda porta permette l'accesso alla "città alta" comprendente il palazzo e la cappella, mentre la "città bassa" conteneva le case dei normali cittadini, quartieri commerciali e caserme.
Il palazzo era strutturato su due piani. Al piano inferiore si trovava una singola stanza (forse un granaio) con una base di colonne che sostenevano il piano superiore che, giudicando dai resti del pavimento, era probabilmente il piano nobile. Il soffitto era fatto a mosaico, come si usava in tempi romani. La cappella del palazzo, sostituita in seguito dalla Nuestra Señora de Recatel in stile romanico, rappresenta forse l'ultima chiesa ariana. Era costruita come una basilica, con una navata centrale separata con mura dalle laterali, che permettevano l'accesso al transetto, ma non permettevano il passaggio diretto nella navata centrale; l'abside semicircolare appariva rettangolare vista dall'esterno. Ad un profondo nartece si accedeva tramite una sola entrata centrale. Nella basilica venne scoperto un nascondiglio di monete, che permettono di datare la costruzione a prima del 580-83. Le monete permettono anche di dimostrare un certo livello culturale, con pezzi d'oro della serie merovingia, monete sueve provenienti dal regno di Galizia ed alcune raffiguranti Giustiniano II Rinotmeto, oltre ovviamente a monete della stessa Hispania visigota. A Reccopolis esisteva anche una zecca, le cui monete sono state datate al regno di Witiza del primo VIII secolo.
Il sito cittadino, di cui solo una parte è stata scavata, è protetto dal progetto Parque Arqueológico Recópolis. Nel 2007 il Museo Arqueológico Regional Alcala de Henares ha organizzato una mostra intitolata "Recópolis: un paseo por la ciudad Visigoda".

SPAGNA - Grotta di Altamira

 

La grotta di Altamira è una caverna spagnola famosa per le pitture parietali del Paleolitico superiore raffiguranti mammiferi selvatici e mani umane. Si trova nei pressi di Santillana del Mar in Cantabria, 30 chilometri ad ovest di Santander, nel nord della Spagna.
È stata inclusa tra i Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel 1985. Nel 2008 il nome del patrimonio è stato modificato da "Grotta di Altamira" in Grotta di Altamira e arte rupestre paleolitica della Spagna settentrionale in seguito all'aggiunta di 17 altre grotte.
La grotta originaria è lunga 270 metri e consiste di una serie di passaggi intrecciati e di camere. Il cunicolo principale ha un'altezza variabile dai due ai sei metri. La caverna si è formata grazie al crollo di precedenti fenomeni carsici nella roccia calcarea del monte Vispieres.
Gli scavi archeologici nel fondo della cava hanno portato alla luce ricchi depositi di arte del Solutreano superiore (circa 18.500 anni fa) e del Magdaleniano inferiore (tra i 16.500 e i 14.000 anni fa). Nel lungo intervallo di tempo fra questi due periodi di occupazione umana la grotta è stata usata solo da animali selvatici. Il sito si trova in un punto strategico per poter sfruttare la disponibilità di cibo costituito dalla ricca fauna che abitava le vallate delle montagne circostanti. Circa 13.000 anni fa una frana bloccò l'entrata della caverna, preservandone così il contenuto fino alla scoperta casuale avvenuta nel 1879 in seguito al crollo di un albero.


L'occupazione umana della grotta è stata limitata all'entrata, nonostante siano state trovate pitture per tutta la lunghezza del cunicolo. Gli artisti usarono carboncino e ocra o ematite per dipingere, spesso diluendo i colori per produrre tonalità diverse e creare così effetti di chiaroscuro; sfruttarono anche i contorni naturali dei muri per dare un'impressione di tridimensionalità ai soggetti. Il Soffitto Multicolore è l'opera più appariscente e mostra un branco di bisonti in differenti posizioni, due cavalli, un grande cervo e probabilmente un cinghiale.
La datazione di queste opere si può far risalire al Magdaleniano per quanto riguarda animali e forme astratte. Le immagini attribuite al Solutreano raffigurano invece cavalli, capre e impronte di mani. Numerose altre caverne nel nord della Spagna contengono esempi di arte paleolitica, ma nessuna di loro è qualitativamente o quantitativamente paragonabile ad Altamira.
Nel 1879 l'archeologo dilettante Marcelino Sanz de Sautuola scoprì, grazie a sua figlia María di 9 anni, le pitture sulla volta della grotta. La grotta venne poi scavata dallo stesso Sautuola e dall'archeologo Juan Vilanova y Piera dell'Università di Madrid che riportarono i risultati del loro lavoro in un notissimo studio pubblicato nel 1880, in cui facevano risalire all'età paleolitica le opere rinvenute. Gli specialisti francesi, guidati da Gabriel de Mortillet ed Émile Cartailhac, rigettarono senza appello le ipotesi di Sautuola e Piera e le loro scoperte furono ridicolizzate al Congresso preistorico di Lisbona del 1880. A causa della loro elevata qualità artistica e dell'eccezionale stato di conservazione, Sautuola venne anche accusato di truffa; un contadino locale sostenne addirittura che le pitture erano state create da un artista contemporaneo su ordine di Sautuola.
Fu solo nel 1902, dopo che altre scoperte avevano contribuito ad avallare l'ipotesi dell'estrema antichità dei dipinti di Altamira, che la società scientifica si decise a rivedere il proprio giudizio sulle scoperte dei due spagnoli. In quell'anno Émile Cartailhac ammise enfaticamente il proprio errore nel celebre articolo intitolato Mea culpa d'un sceptique, pubblicato sul giornale L'Anthropologie, mentre un altro archeologo francese, Joseph Déchelette, definì Altamira "la Cappella Sistina della preistoria". Sautuola, morto 14 anni prima, non poté assistere al trionfo delle sue teorie. Iniziarono immediatamente altri scavi, effettuati da Hermilio Alcalde del Río (1902-1904), cui seguirono quelli del tedesco Hugo Obermaier (1924-1925) e, più avanti, di Joaquín González Echegaray (1981). Nel 2008, infine, grazie al sistema di datazione uranio-torio, alcuni dipinti sono stati fatti risalire a 35.000-25.000 anni fa. Inoltre, studi recenti confermano l'ipotesi che in vari casi ci si trovi di fronte a opere "collettive" completate nell'arco di migliaia di anni.
Negli anni sessanta e settanta le pitture vennero danneggiate dall'eccesso di anidride carbonica, prodotta dal fiato dei numerosissimi visitatori. Altamira venne quindi chiusa al pubblico a partire dal 1977, per poi riaprire parzialmente nel 1982. Da allora i visitatori sono stati accettati in numero tanto ridotto che, per vedere le opere, la lista d'attesa era di almeno tre anni.
Per ovviare in qualche modo all'inconveniente, nel 2001 Manuel Franquelo e Sven Nebel hanno costruito poco distante una copia fedele della grotta e un museo. Questi permettono una vista più sicura e confortevole dei dipinti colorati della grotta principale, insieme a una selezione di altri lavori minori che comprende anche alcune sculture di facce umane non visitabili nella grotta originale,  la quale pertanto è stata definitivamente chiusa al pubblico nel 2002. Esistono altre sue copie nel Museo archeologico nazionale di Spagna, nel Deutsches Museum a Monaco di Baviera (completata nel 1964) e in Giappone, al Parque España-Shima Spain Village (completata nel 1993).

SPAGNA - Puente Mayor del Tormes

 

Il Puente Mayor del Tormes, meglio noto come ponte romano di Salamanca è un ponte sul fiume Tormes della città spagnola di Salamanca, in Castiglia e León (Spagna centrale), eretto in epoca romana, intorno al I-II secolo d.C. e parzialmente rifatto tra il XVI e il XVII secolo.Era parte della Via dell'Argento, la strada che univa Mérida ad Astorga.
L'epoca di costruzione è incerta. Secondo alcuni storici, risalirebbe al I secolo d.C., ovvero all'epoca dell'imperatore Traiano; altri lo fanno risalire all'epoca di Augusto, altri ancora all'epoca di Vespasiano. L'attribuzione all'epoca di Traiano sarebbe avvalorata dal fatto che tale imperatore fu uno dei fautori della Via dell'Argento.
Il ponte si trova in un terreno roccioso nella parte sud-occidentale del centro cittadino, nei pressi del Museo Art Nouveau y Art Déco. Il ponte misura circa 176 metri[1] in lunghezza e 3,70 metri in larghezza. È composto di 26 arcate a tutto sesto, 15 (o 11, secondo un'altra fonte) delle quali sono originali di epoca romana, mentre le restanti sono il frutto di rifacimento avvenuto tra il XVI e il XVII secolo.

SPAGNA - Cáparra


 Cáparra
 è un'antica città romana che si trovava nella provincia della Lusitania.
La città sorgeva su un promontorio che domina il fiume Ambroz, affluente del fiume Alagón.
Appartenne al conventus iuridicus della capitale provinciale, Augusta Emerita. Si trovava sul percorso della via Delapidata (oggi via de la Plata).
Il sito archeologico si trova oggi al confine tra i comuni di Oliva de Plasencia e di Guijo de Granadilla, nella provincia di Cáceres (comunità autonoma spagnola di Estremadura).
 La città è menzionata nelle fonti antiche:
- nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), che nomina tra gli stipendiari (che pagavano a Roma un tributo), i Caperenses;
- nella Geografia di Claudio Tolomeo [II secolo), che la cita come Kapasa o Kapara e la elenca tra le città dei Vettoni;
- nell'Itinerario antonino (inizi del III secolo);
- nella Cosmografia ravennate (VII secolo).


Alcuni frammenti ceramici hanno condotto ad ipotizzare che la città romana fosse sorta su un insediamento più antico, del quale tuttavia non sono state rinvenute tracce archeologiche.
Nel 74 d.C. le provincie ispaniche ottennero da un editto dell'imperatore Vespasiano la concessione della cittadinanza di diritto latino e in un momento imprecisato dell'età flavia la città divenne un municipio come ''Municipium Flavium Caparensis. Secondo il diritto latino i magistrati cittadini accedevano alla cittadinanza romana e venivano iscritti alla tribù Quirina.
La città si sviluppò in quest'epoca, a cui appartengono i resti dei maggiori edifici pubblici. In seguito alla vittoria di Settimio Severo su Clodio Albino le autorità cittadine eressero un monumento a Giulia Domna, del quale si conserva la dedica.
La città decadde e si spopolò progressivamente in epoca successiva. Le testimonianze delle iscrizioni sui miliari della via Delapidata, rinvenuti presso la città, mostrano che la strada era stata riparata ancora sotto Massimiano (286-305) e sotto l'usurpatore Decenzio (350-353).


La città era di piccole dimensioni, con un'estensione dell'abitato racchiuso da mura di circa 15 o 16 ettari, ma sono state rinvenute abitazioni anche in un sobborgo esterno alle mura verso nord-est.
Aveva pianta regolare, con strade ortogonali, impostate sull'asse dell'antica via Delapidata, che la attraversava da nord a sud costituendone il decumano massimo. Alle estremità del decumano erano porte di accesso monumentali, una delle quali si era conservata fino al 1728
Nel centro cittadino la via principale era scavalcata dall'arco di Cáparra, un arco quadrifronte onorario di carattere privato, eretto in epoca flavia da un eminente cittadino in onore dei genitori e della moglie. L'arco è situato in prossimità del foro cittadino, dotato di una curia e di una basilica civile sul lato sud.
A nord ovest si trova un complesso termale (33 x 36 m) che costeggia il decumano massimo, costruito anch'esso in epoca flavia, dotato di una palestra sul lato sud e costeggiato da taberne sul lato nord. L'accesso al complesso avveniva da un cardine sul lato ovest.
Nella zona a sud-est, all'esterno delle mura, si trova un anfiteatro, costruito con due muri ovali concentrici con riempimento in terra sopra il quale sorgevano le gradinate per gli spettatori.

SPAGNA - Tiermes

 

Tiermes 
(in latino Termes) è un'antica città celtiberica e romana e un sito archeologico che si trova nel comune di Montejo de Tiermes (provincia di Soria, Castiglia e León, in Spagna).
La città fu un centro della tribù celtiberica degli Arevaci e rappresentò insieme a Numanzia il fulcro della resistenza durante le guerre celtibere. Fu espugnata tra il 97 e il 93 a.C. dal proconsole (governatore) della provincia di Spagna citeriore Tito Didio. In seguito alla conquista la popolazione fu costretta a spostarsi verso il piano sottostante alla rocca, proibendo la ricostruzione delle mura.
La città fece parte in epoca romana, alla quale appartengono i maggiori resti conservati, del conventus di Clunia e nel corso del I secolo acquisì lo stato di municipio. Nel III secolo fu dotata di mura.
In epoca visigota fu ancora attiva, ma in modo ridotto, come testimoniano sepolture di quest'epoca nell'area del foro. La sua posizione di confine in epoca islamica ne determinò probabilmente l'abbandono.
Dopo la Reconquista vi venne costruita una chiesa del XII secolo intitolata a Santa Maria di Tiermes, e due monasteri, dipendenti dalla vicina città di Caracena. La chiesa nel XVI secolo era divenuta un santuario (eremo), senza popolazione residente. La chiesa conserva capitelli e portale con sculture romaniche.
Dopo le prime indagini dell'erudito di Soria Nicolás Rabal (1887), scavi archeologici furono condotti nella città a partire dagli inizi del XX secolo (Narciso Sentenach nel 1910 e 1911, Ignacio Calvo nel 1913, Blas Taracena nel 1930-1970, José Luis Argente Oliver nel 1975-1998)
La città era impiantata sulle pendici di un rilievo costituito da arenaria rossa, che permise la costruzione di abitazioni rupestri (scavate nella roccia).
I resti archeologici sono disposti su diverse terrazze e nella pianura meridionale.
  • Gradinata scavata nella roccia: spazio pubblico monumentale di incerta data e funzione, con gradinata divisa in settori e con scalinate di accesso, nei pressi della porta del Sole, uno degli antichi accessi.
  • Complesso rupestre meridionale: conserva i resti di abitazioni probabilmente originarie di epoca celtiberica, scavate nella roccia su due piani, nella parte posteriore, e con facciata in muratura di epoca romana. Sono presenti 11 case divise in due zone, separate da una scala. La "casa de las Hornacinas", tra queste, presenta anche un ulteriore piano sopraelevato.
  • Canale dell'acquedotto: scavato nella roccia, conduce l'acqua dalla collina verso la città romana, in parte sotterraneo
  • Porta dell'ovest: accesso pedonale alla città
  • "Casa dell'acquedotto", residenza di 1800 m2 con 35 ambienti su diversi livelli collegati da scale. Lo zoccolo era scavato nella pietra del colle, mentre l'alzato era in legno con rivestimento di intonaco, decorato con pitture murali.
  • Foro centrale con tempio dedicato al culto imperiale e piazza porticata e un macellum con taberne.
Gli oggetti rinvenuti sono conservati nel Museo monografico di Tiermes, sezione del Museo numantino di Soria.

SPAGNA - Museo archeologico di La Gomera

  Il  museo archeologico di La Gomera  (in spagnolo: Museo Arqueológico de La Gomera) è un museo situato a San Sebastián de la Gomera, nell...