lunedì 20 aprile 2026

MALTA - Museo Archeologico di Gozo

 

Il Museo Archeologico di Gozo (in maltese Il-Mużew tal-Arkeoloġija ta' Għawdex e in inglese Museo Archeologico di Gozo ) è uno dei due musei archeologici di Malta .
Il museo è ospitato in un  edificio del XVII secolo situato all'interno della Cittadella di Ir - Rabat .
Originariamente fungeva da municipio, dove i Cavalieri dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme ricevevano i loro ospiti illustri. Fu anche la residenza della famiglia Bondì, da cui il nome Casa Bondì con cui è anche conosciuto. Caduto in rovina, fu restaurato nel 1937 da Sir Harry Luke, Luogotenente Governatore di Malta. Nel 1960 divenne il primo museo pubblico dell'isola; le sue collezioni comprendevano allora oggetti archeologici ed etnografici. Nel 1986, le collezioni non archeologiche furono trasferite in altri edifici all'interno della cittadella.
Il museo ospita oggetti rinvenuti sull'isola di Gozo, risalenti dalla preistoria al Medioevo . In particolare, espone lastre di pietra provenienti dai templi di Ġgantija , statuette del cerchio di Brochtorff a Ix-Xagħra , lastre funerarie probabilmente appartenute a crociati naufragati a Malta dopo una tempesta all'inizio dell'ottava crociata , e la stele di Maimouna , un'iscrizione funeraria musulmana.


SAN MARINO - Museo di Stato di San Marino

  


Il Museo di Stato di San Marino è il museo statale della Repubblica di San Marino.
Si trova presso il Palazzo Pergami Belluzzi, in Piazzetta Titano al numero civico 1 a Città di San Marino. Il Museo di Stato fa parte del comprensorio dei Musei di Stato sammarinesi, comprendente anche il Museo San Francesco, il Palazzo Pubblico, la Iª Torre (Castello della Guaita), la IIª Torre (Museo delle armi antiche) e la Galleria d'arte moderna e contemporanea.
Il Museo di Stato di San Marino si è formato nella seconda metà dell'Ottocento grazie ad una serie di donazioni giunte da ogni parte del mondo, promosse dal conte Luigi Cibrario, ministro di Vittorio Emanuele II. Il museo fu inaugurato nel 1899 nel Palazzo Valloni, sede della Biblioteca, ma è stato spostato nel Palazzo Pergami Belluzzi e riaperto al pubblico il 18 marzo 2001.
Possiede diversi materiali storici e artistici, alcuni provenienti da San Marino, altri acquistati o donati allo Stato dal 1865 ad oggi.
Il Museo si divide in quattro piani, ognuno dedicato ad un preciso campo artistico o storico; Archeologia Sammarinese (piano terra); Arte nella Repubblica (primo piano); Arte di donazione (secondo piano); Archeologia di donazione e numismatica (piano sottostante)
Il piano terra ospita reperti di archeologia della Repubblica di San Marino.
Nelle prime tre sale è possibile ammirare reperti antichi (dal Neolitico al Medioevo) rinvenuti nel territorio sammarinese. Di particolare interesse al riguardo è un gioiello dell'orificeria gota, una borchia con pietre incastonate che rappresenta l'unico elemento del Tesoro di Domagnano ancora presente nella Repubblica di San Marino (gli altri componenti del corredo funerario sono ora sparsi tra alcuni dei più importanti musei del mondo). Nella quarta sala sono esposti elementi architettonici e pittorici provenienti da San Marino e risalenti al Rinascimento.
Tra gli oggetti esposti al piano terra vi sono ex voto bronzei e fittili, monete, pezzi di oreficeria e un polittico rinascimentale datato intorno al 1530 ad opera di Francesco Menzocchi.
Nelle sale del primo piano sono esposti dipinti, ceramiche e suppellettili del periodo tra i secoli XVII - XIX provenienti dal Monastero di Santa Chiara (sala V); dipinti e sculture legati alla storia della Repubblica e al culto dei suoi santi (sale VI, VII e VIII); donazioni artistiche che han dato origine al museo (sala IX). Tra queste opere si segnalano San Filippo Neri (Guercino, 1656), le opere dei seguaci Matteo Loves e Cesare Gennari e la tela raffigurante San Marino che risolleva la sua Repubblica, opera di Pompeo Batoni datata 1740. Nella nona sala sono presenti, tra le altre opere, due tavole di Michele Giambono, una tela di Bernardo Strozzi ed alcune sculture del XV e XVI secolo. Altre opere sono dedicate ai Santi Protettori (Marino ed Agata) mentre sono custoditi anche alcuni oggetti pertinenti al funzionamento delle istituzioni (urne, piatti per le votazioni, ecc.).
Le sale del secondo piano custodiscono icone, ceramiche e dipinti frutto di donazioni e datate tra il Medioevo e il XIX secolo. Sono esposte alcuni rari smalti di Limoges, alcune icone bizantine, dipinti settecenteschi provenienti dall'America Latina, opere di scuola toscana ed umbra del Cinquecento e del Seicento ed alcune sculture in legno ed in bronzo. È presente inoltre una raccolta di maioliche provenienti da fabbriche italiane (come Faenza, Savona o Montelupo), francesi ed olandesi.
Nel Piano Sottostante le sali XII, XIV e XV custodiscono una ricca collezione di materiale preistorico, egizio, greco, etrusco e romano.
Per quanto concerne l'Antico Egitto, sono esposti un nucleo di statuette funebri (usciabti) e di divinità ed una rara collezione di "ampolle di San Mena".
È presente una raccolta di vasi greci, etruschi ed italioti a figure nere e rosse provenienti soprattutto dall'Italia meridionale. Inoltre sono esposte numerose ceramiche, oggetti votivi, ornamentali ed uso quotidiano (vetri, collane, fibule, ecc.) romani e varie monete antiche.
La XVI sala ospita una collezione di monete e medaglie sammarinesi. Sono presenti preziosi esemplari di monete emesse dal 1864 ad oggi, tra cui alcuni pezzi unici, ed una collezione di medaglie di donazione.


Emilia Romagna - Museo della preistoria Luigi Donini

 

Il Museo della preistoria Luigi Donini è un museo situato a San Lazzaro di Savena, nella città metropolitana di Bologna in Emilia-Romagna. Il museo propone all'esterno della struttura museale l'itinerario didattico chiamato PreistoPark.
Il Museo della preistoria Luigi Donini era originariamente una struttura museale archeologica dedicata alla memoria del naturalista e speleologo sanlazzarese Luigi Donini. Fu istituito nel 1971[ all'interno dell'Abbazia di Santa Cecilia della Croara, dell'XI secolo, sulle colline di San Lazzaro di Savena e all'interno del Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell'Abbadessa.
Nel 1985 il Comune di San Lazzaro subentrò nella gestione del museo, spostandone la collocazione nell'abitato cittadino. È in tale sede che venne dato un nuovo assetto alla custodia e all'allestimento dei reperti, incrementati grazie a nuove testimonianze del passato remoto. Il museo espose al pubblico le ossa fossilizzate di mammiferi ritrovati nel giacimento dell'ex cava a filo di gesso nella frazione Croara.


In seguito al continuo accrescimento delle collezioni ricavate dalla geologia costituente l'Appennino bolognese, la struttura venne sottoposta a lavori d'ampliamento e nel 2003 riaprì al pubblico sotto la denominazione di "Museo della preistoria", con nuovi diorami e una presentazione rinnovata dei reperti.
All'esterno del museo, dal 2008 è fruibile l'itinerario didattico PreistoPark.
L'allestimento mescola reperti originali con ricostruzioni scenografiche dettagliate in scala 1:1 di una panoramica antropologica degli uomini primitivi, la narrazione dell'habitat ricostruito di una grotta dei Gessi Bolognesi in cui vivevano le popolazioni, la presenza di una palafitta e l'istantanea delle grandi faune estinte della Glaciazione Würm (come il megacero e il bisonte delle steppe).
La realtà museale è articolata su due piani (l'estensione superficiale complessiva supera i 500 m²) e il percorso didattico e pedagogico si caratterizza per una dislocazione su sezioni espositive, le quali descrivono i principali fenomeni concatenati al territorio (nelle sue origini) a livello geologico, paleoecologico e antropologico. Le tematiche trattate vengono sottolineate dalla presenza di fossili (bivalvi, molluschi, gasteropodi e litodomi, a titolo d'esempio) e raccolte archeologiche (come le tracce della civiltà villanoviana), ricostruzioni di tipo dioramico e l'installazione di pannelli pittorici.
Le tre sale della mostra sono rispettivamente intitolate "Ambienti scomparsi", "Primi uomini" e "Civiltà del Ferro".
Il PreistoPark è un itinerario didattico e un mini parco tematico dedicato ai grandi mammiferi estinti. Il PreistoPark presenta riproduzioni fedeli e a grandezza naturale del mammut, del leone delle caverne, dell'orso delle caverne e della iena delle caverne.


Sicilia - Piazza Armerina, mosaico della Grande Caccia

 
Il mosaico della Grande Caccia è il più vasto mosaico della villa del Casale di Piazza Armerina. Decora il pavimento del lungo corridoio rialzato (66 m di lunghezza e 5 m di larghezza) che separa la zona pubblica da quella privata della villa, sul quale si aprono la grande sala absidata di rappresentanza e gli appartamenti padronali da un lato e il peristilio dall'altro. L'importanza di questo ambiente era sottolineata dal portico che si apre nella sua parte centrale verso il peristilio e dalla leggera soprelevazione: vi accedevano due scale dai bracci nord e sud del peristilio, e una terza centrale, di fronte all'ingresso della grande sala absidata. Dai rilievi stratigrafici questo mosaico appare databile al 320-330.
A dispetto del nome con cui è conosciuto, il soggetto del mosaico pavimentale rappresenta una grande battuta di cattura, non caccia, di bestie selvatiche per i giochi negli anfiteatri dell'impero a Roma: nessun animale viene infatti abbattuto ed i cacciatori usano le armi solo per difendersi.
Le caratteristiche tecniche, unite all'analisi delle cesure evidenti sullo sfondo del mosaico, hanno consentito di individuare più scene, eseguite da due gruppi distinti di mosaicisti. Le prime scene sono realizzate con tessere quadrate di piccole dimensioni (5-6 mm), di forma molto regolare, e con una certa quantità di faience; sono impiegate poche scaglie di pietra, e ci sono circa venticinque colori diversi. Le scene restanti, nella metà sud del corridoio, sono realizzate con tessere un po' grandi (6-8 mm), scaglie di pietra più frequenti e minor precisione nei dettagli; sono presenti quindici colori.
La differenza stilistica fra le due parti del corridoio è assai evidente. Mentre nella metà sud le figure sono secche, schematiche e prive di volume, quelle della metà nord spiccano per la resa plastica e naturalistica dei corpi delle belve e per i volumi dei panneggi in libero movimento. È possibile che la parte meridionale del corridoio sia opera di maestranze più conservatrici, fedeli ai canoni stilistici del III secolo e ai modelli del linguaggio figurativo occidentale, mentre nella parte settentrionale avrebbero lavorato mosaicisti più innovatori e più vicini alla cultura figurativa del IV secolo, che avevano assorbito modelli elaborati in Grecia o in Anatolia e ancora vicini alla tradizione ellenistica.
La scena è pensata per essere vista dal basso, procedendo da un lato all'altro dell'ambiente, come un lungo racconto per episodi, ma senza stacchi o soluzioni di continuità, come le scene continue della colonna traiana. La caccia è svolta in vari modi, ma sempre in modo professionale ed è riservata ai militari, dagli scudi variopinti. Nelle absidi alle estremità nord e sud del corridoio abbiamo due figure femminili, probabilmente l'Africa e l'Asia, che aprono e chiudono la caccia. Quella a nord, molto lacunosa, tiene nella mano destra una lancia e ha ai lati un leone e un leopardo. Si tratta forse della personificazione della Mauretania o, più genericamente, dell'Africa. L'altra figura femminile dalla pelle olivastra, per la presenza dell'elefante dalle orecchie piccole, della tigre e della mitica araba fenice, rappresenterebbe l'Egitto cioè l'(Africa orientale quindi) o, più probabilmente l'Asia o l'India, come sembrerebbe provare la presenza delle formidines pendenti dai rami, nastri rossi usati dai cacciatori indiani per catturare gli elefanti e le tigri. Il resto della decorazione del corridoio è organizzato in tre fasce: quelle laterali con scene di cattura vere e proprie entro confini geografici ben precisi, e quella centrale che rappresenta il trasporto degli animali e zone di mare entro le quali si vedono navi da carico. Le figure nelle absidi quindi sarebbero le personificazioni delle regioni rappresentate nel corridoio, nelle quali avveniva la cattura degli animali, convogliati poi al centro per essere spediti a Roma.
La sequenza delle scene è quindi:
  • "Mauretania" o "Africa"
  • Scena di cattura
  • Cattura di onagro o di antilope in Numidia, dove i cavalieri non fanno uso di sella;
  • Cattura del cinghiale selvatico in Bizacena, presso una palude forse identificabile con il Lacus Tritonis, a sud di Hadrumetum
  • Cattura del leone da parte di cacciatori a cavallo.
  • Cattura della pantera con esca e trappola (secondo la tecnica descritta nell'Historia Augusta, attuata da soldati riconoscibili dall'abbigliamento)
  • Trasporto di animali catturati su un carro, imbarco e navigazione: in una località portuale con un lussuoso edificio sullo sfondo – forse una villa marittima –, un cavaliere, forse un ufficiale addetto alla posta imperiale, sorveglia il trasporto di un pesante carico. Quattro uomini trasportano sulle spalle alcune bestie legate o chiuse all'interno di casse, un ufficiale, con un bastone a forma di fungo in mano, frusta uno schiavo per qualche mancanza, mentre altri servi trascinano su una nave struzzi e antilopi. Gli studiosi concordano nel riconoscervi la rappresentazione del porto di Cartagine, nel cui foro marittimo in età antonina esistevano un edificio ottagonale ed un tempio con portico semicircolare, simili alle architetture rappresentate sullo sfondo di questa scena.
Sbarco: la scena, che si trova di fronte all'ingresso dell'aula absidata, raffigura un tratto di terra situato fra i due mari. Al centro tre funzionari col caratteristico copricapo pannonico e bastone con testa a fungo osservano lo sbarco degli animali da due navi provenienti dai due lati. Il loro abbigliamento è tipico dei funzionari del tardo III secolo fino a tutto il IV. La terra fra i due mari è con ogni probabilità l'Italia, e forse è qui rappresentato il porto di Ostia o della stessa Roma. Lo sbarco contemporaneo delle due navi costituisce un esempio di narrazione compendiaria, tipica dell'arte tardo-antica, ma di cui ci sono esempi già in epoca classica.
Navigazione e imbarco degli animali in un porto orientale, forse l'Egitto, come lascerebbero pensare gli animali presenti: un bisonte, una tigre, un'antilope, un ippopotamo, e un rinoceronte alla presenza di un funzionario con due soldati. I cacciatori indossano calzoni di tipo orientale.
Caccia a cavallo di una leonessa in un paesaggio nilotico con palude, fiori rossi e caratteristici edifici a pagoda.
Lotta fra bestie selvatiche e un leone che attacca un uomo e per questo viene ferito. Inferiormente un personaggio di età matura, dall'aspetto solenne ed autorevole (forse il proprietario della villa), affiancato da due soldati con scudo.
L'insieme rappresenta quindi una sorta di compendio su come catturare ogni singola belva, ambientato in due continenti diversi e ad uso e consumo di un dux di una provincia (i duces avevano infatti l'incarico di procurare le fiere per il circo[1]), forse il proprietario stesso della villa, che è probabilmente l'uomo maturo che si appoggia a un bastone rappresentato nel continente di destra in atto di sovrintendere alla cattura, con due soldati di scorta.
La struttura del mosaico è simmetrica, ma la zona destra è più sviluppata, sia perché le terre che rappresenta sono più vaste (a giudicare dagli animali arrivano a includere zone nilotiche e arabiche), sia perché venga collocato in posizione centrale il personaggio chiave del dominus coi soldati.
L'esaltazione dell'uccisione e cattura di animali, per essere portati nei Circhi ed essere uccisi, si arricchisce anche di scene mitologiche e fiabesche, attestate dalle fonti antiche, come la caccia del grifone, mitico animale mezzo aquila e mezzo leone, con un uomo che si chiude in gabbia per attirarlo. A fianco la scena di una tigre inferocita che viene distratta dal lancio di una sfera di vetro, in modo che intanto un cavaliere romano, che le ha sottratto i suoi due cuccioli appena nati, possa imbarcarsi a tutta velocità su una piccola barca, con tre marinai che gli tendono il pontile.
Per quanto riguarda lo stile, il mosaico della "Grande Caccia" si inquadra perfettamente nel clima artistico di IV secolo. Vi ritroviamo, infatti, una serie di moduli espressivi che ricorrono sull'arco di Costantino a Roma, come le teste rotonde pettinate a calotta con ciocche che scendono sul cranio senza sopraffarlo, la disposizione delle scene su registri sovrapposti, la frontalità, la bidimensionalità e le proporzioni gerarchiche, per cui la narrazione prevarica le dimensioni degli elementi del paesaggio, che sono ridotti al minimo. La presenza di riempitivi (gli animali in lotta) e di discrepanze tra l'una e l'altra scena (soprattutto nel diverso trattamento del paesaggio) abbassano il livello qualitativo dell'insieme, che doveva essere copiare varie scene di repertorio. Un elemento di fusione è invece rappresentato dalle caratteristiche cromatiche analoghe.
Il decorativismo molto curato, l'attenzione al dettaglio, il vivo cromatismo (nelle vesti di inservienti, cacciatori e funzionari, nelle penne degli struzzi) anticipano l'arte bizantina, dove i broccati e i gioielli cancelleranno i volumi della figura umana. Sotto questa ricchezza decorativa si cela infatti già una sostanziale perdita del senso dell'organicità naturalistica, come rivelano anche le ombre portate utilizzate a caso e certe incomprensioni dei modelli originari, come nelle zampe dei buoi che trainano il carro al centro del mosaico. I volti esprimono sempre una partecipazione intensa e una spiritualità espressionistica tipica della prima metà del IV secolo.

Lazio - Palestrina, Mosaico del Nilo



 Il Mosaico del Nilo è un mosaico conservato nel Museo archeologico nazionale di Palestrina.
Scoperto tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento all'interno della cosiddetta aula absidata del Foro Civile dell’Antica Praeneste, adibita allora a cantina del vecchio Palazzo Vescovile.
Molto probabilmente venne ritrovato tra la fine del XVI e gli inizi del XVII sec. all'interno della cantina del vecchio Palazzo Vescovile.
Nel 1625 il Vescovo di Palestrina, Cardinale Andrea Baroni Peretti Montalto, resosi conto dell'importanza di quel mosaico, lo fece staccare dal pavimento, poi lo fece dividere in pezzi quadri, e infine diede ordine di trasportarlo a Roma. In cambio del Mosaico del Nilo, il Cardinale donò alcuni paramenti alla sagrestia della Cattedrale di Sant’Agapito.
Quando il feudo di Palestrina fu acquistato dalla Famiglia Barberini nel 1630, il Cardinale Francesco Barberini, grande collezionista di opere d'arte, fece di tutto per entrare in possesso del Mosaico. Ci riuscì nel 1635 grazie allo zio materno, il Cardinale Lorenzo Magalotti, che a sua volta lo aveva ricevuto in dono dall'Abate Francesco Peretti, erede del Cardinale Andrea.
Il Mosaico fu fatto restaurare da Battista Calandra, rinomato mosaicista e autore di alcuni mosaici della Basilica di San Pietro.
Nel 1640 l'opera restaurata fu riportata a Palestrina e collocata nella sua posizione originale, in quell’aula absidata che intanto era stata fatta restaurare dal Principe Taddeo Barberini.
Ma quella sistemazione non si dimostrò la migliore. Infatti l'oscurità e soprattutto l'umidità dell'aula resero necessario un secondo restauro. Nel 1853 il Principe Francesco Barberini affidò l'incarico al Cavalier Giovanni Azzurri, professore di architettura dell'Accademia di San Luca e architetto di casa Barberini. Così il Mosaico venne diviso in 27 lastre di varia grandezza e riportato a Roma per il restauro.
Tornate di nuovo a Palestrina, le lastre furono ricomposte su un piano leggermente inclinato in una delle sale del Palazzo Colonna Barberini.
Nel 1943, il Soprintendente alle Antichità del Lazio, Salvatore Aurigemma, d'accordo con la Principessa Maria Barberini, decise di far trasportare il Mosaico di nuovo a Roma, per timore che gli eventi bellici potessero danneggiarlo.
Finita la Seconda Guerra Mondiale, il Mosaico del Nilo sarebbe dovuto tornare immediatamente a Palestrina. Ma secondo il Soprintendente Aurigemma la sua ricollocazione su quello stesso piano lievemente inclinato, dove era già stato posizionato tra il 1855 e il 1943, non era più accettabile. Per ammirare la bellezza del mosaico prenestino era necessario ripensarlo in posizione verticale, come fosse un meraviglioso quadro da appendere alla parete. Ma per questo nuovo restauro era necessario un finanziamento rilevante, difficilmente reperibile dallo Stato, che in quel periodo era impegnato nella ricostruzione del Paese. Fu un contributo privato che permise la realizzazione di quest'impresa.
Nel 1952 la storica società cinematografica Ponti-De Laurentis, che in quell'anno produceva anche il primo film a colori girato in Italia, propose alla Soprintendenza la realizzazione di un documentario a colori sul mosaico di Palestrina per la regia di Gian Luigi Rondi, grande critico cinematografico e documentarista, divenuto in seguito presidente dell'Ente David di Donatello. La proposta fu accettata da Aurigemma, ma a una condizione: la società cinematografica si sarebbe dovuta fare carico di tutte le spese del restauro. I lavori iniziarono nell'estate del 1952. Oltre a catturare la bellezza del Mosaico del Nilo, le telecamere ripresero anche le varie fasi del restauro. Il documentario, intitolato Il Nilo di Pietra, fu completato nel 1954.
Nel 1956 fu definitivamente collocato all'interno del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina.
Nonostante i numerosi restauri, la grande scenografia del Mosaico del Nilo ha conservato una singolare delicatezza nei colori, illuminati da una sorprendente luce che accende e spegne rocce e figure, alberi e animali, una luce che sfiora le acque del Nilo e diventa il filo conduttore di tutta la rappresentazione.
Il mosaico raffigura con visione unica "a volo d'uccello" il territorio dell'odierno Sudan e dell'Egitto; la scena parte dalle regioni selvagge dell'Alto Egitto. oggi Sudan, si dipana lungo il corso del fiume, per arrivare al popoloso delta del Nilo, con la città greca di Alessandria, nel Basso Egitto. Le vicende si svolgono in epoca romana, con le scene tipiche e le celebrazioni che si facevano al momento della piena del fiume Nilo.
In alto sono raffigurati i monti ancora selvaggi dell'Alto Egitto, con i pigmei o i kushiti dalla pelle scura, che cacciano le molte fiere ivi presenti, vere e mitologiche, come leoni, tigri, scimmie, ippopotami, coccodrilli e la sfinge, alcune indicate con il loro nome. Scendendo verso il basso le persone hanno la pelle più chiara e appaiono templi con obelischi e un nilometro e case con ibis sacro sui tetti.
Al centro del mosaico ci è una grande città murata con palazzi e un grande ingresso monumentale, attorniato da 4 statue gigantesche di faraoni, probabilmente Tebe. La presenza di un'aquila imperiale sopra l'ingresso fa capire che siamo in epoca romana. La popolazione egizia vive su isolotti, in capanne di canne, da la caccia agli ippopotami, si sposta su navi e barchette di papiri intrecciati di pescatori, negli isolotti alleva pesci e uccelli. Sotto un gazebo intrecciato e fiorito gli egizi allestiscono una tavolata per festeggiare la piena, dono di Iside, che porta fertilità ai campi.
In fondo al mosaico, cioè arrivati nel delta del Nilo, si vede un canale o forse lo sbocco sul mare, con altre imbarcazioni, tra cui una snella nave militare con soldati. Appaiono imponenti templi addobbati e palazzi in stile greco, dove vi sono gruppi di soldati. I sacerdoti stanno svolgendo delle solenni funzioni, portando in processione statue e doni votivi nei templi, alludendo alla città di Alessandria d'Egitto.
Fin dalla sua scoperta il Mosaico del Nilo ha suscitato l'interesse di numerosi studiosi che, pur riconoscendo l'Egitto nella rappresentazione, sono in disaccordo riguardo all'interpretazione.
Secondo il cardinale francese Melchior de Polignac, a cui si deve il merito di aver rilevato per primo che il Mosaico rappresentava l'Egitto, esso rappresenta il viaggio di Alessandro Magno al Tempio di Giove Ammone, scriveva che la parte superiore del quadro, dove sono raffigurati dei cacciatori neri con delle belve, rappresenta l'alto Egitto; dove invece il Nilo, lasciati i monti, scorre verso la pianura e forma il delta sono rappresentate le città di Eliopoli e Menfi. Secondo Polignac si trattava dei luoghi toccati da Alessandro Magno durante i suoi viaggi in Egitto. Nella scena in basso a destra, dove sotto un padiglione sono raffigurati un condottiero con dei guerrieri e una figura femminile, Polignac vedeva Alessandro Magno incoronato dalla Vittoria. L'uomo che sulla prua di una nave da guerra stende la mano ad Alessandro, come a chiedere la pace, sarebbe Astace, governatore di Menfi.
Il padre gesuita Giuseppe Rocco Volpi, dopo aver detto che gli obelischi, i sepolcri, i coccodrilli e gli altri animali dimostrano senza dubbio che il mosaico rappresenta l'Egitto, si soffermava sulla scena del padiglione con il condottiero e i soldati, confutando la tesi di Polignac che li vuole identificati in Alessandro Magno e i suoi soldati. Per lui le armature indossate dal gruppo sotto il padiglione non sarebbero macedoni ma romane.
Il filosofo e storico francese Jean Baptiste Dubos credeva che il grande quadro musivo non fosse altro che una specie di carta geografica dell'Egitto, per abbellire la quale l'antico artista ha rappresentato varie vignette, come nel XVII secolo facevano i geografi per riempire gli spazi vuoti delle loro carte. Tali vignette sarebbero tutte le singole scene che nel Mosaico del Nilo rappresentano uomini, animali, edifici, battute di caccia e cerimonie legate all'antico Egitto.
Secondo l'archeologo francese Jean Jacques Barthelemy il Mosaico venne realizzato durante i primi secoli dell'Impero, e in esso deve intendersi rappresentato il soggiorno di Adriano in Egitto. Barthelemy scrisse che l'imperatore romano, dopo tale viaggio, decise di abbellire la sua villa di Tivoli con statue egizie, e di far realizzare il Mosaico del Nilo a Praeneste, l'altra città che ospitava una delle sue ville fuori Roma: la Villa di Adriano.
Nell'interpretazione dell'archeologo italiano Carlo Fea il quadro rappresenta la conquista dell'Egitto da parte di Ottaviano Augusto. Sarebbe lui il condottiero che con i suoi ufficiali stanzia sotto il padiglione che si trova nella scena in basso a destra del Mosaico.
Dopo aver ribadito che quello del Mosaico è il Nilo raffigurato durante un'inondazione, momento sacro per gli Egizi che facevano dipendere la propria vita dal quel fiume, l'archeologo italiano Orazio Marucchi vedeva nella rappresentazione un omaggio a Iside, la dea egiziana con cui si identificherebbe la Fortuna Primigenia di Praeneste. Infatti, sempre secondo Marucchi, il culto della Dea Fortuna e l'arte della divinazione che si praticava a Praeneste avrebbero avuto origine in Egitto.


SPAGNA - Museo nazionale archeologico di Tarragona

 

Il Museo nazionale archeologico di Tarragona (in spagnolo: Museo Nacional Arqueológico de Tarragona; in catalano: Museu Nacional Arqueològic de Tarragona; MNAT) è un museo archeologico di Tarragona che conserva numerosi reperti di epoca Romana provenienti in larga parte dal sito archeologico di Tarraco.
Il museo, che è gestito dal Dipartimento della cultura del Consiglio esecutivo della Catalogna, include anche la Villa romana di Centcelles, la Necropoli paleocristiana, la Villa dels Munts, il Teatro romano, l'Arco di Berà, la Torre degli Scipioni e lo spazio espositivo Tinglado 4. L'edificio principale del museo è tutelato come Monumento storico.
Le origini del museo vanno ricercate nella costituzione del Museo delle antichità, annesso all'Accademia di disegno di Tarragona, operata tra il 1834 e il 1836 su iniziativa di Vicenç Roig i Besora, direttore della stessa accademia che si adoperò insieme ad altri nel recupero di numerosi reperti di epoca romana, emersi prevalentemente in occasione delle trasformazioni urbanistiche che interessarono Tarragona e modificarono l'assetto dei resti dell'antica città di Tarraco; alla costituzione e gestione del museo partecipò anche il governo locale della città.
Il museo ottenne lo status di istituzione pubblica intorno al 1845 su iniziativa della Commissione provinciale dei monumenti, istituita per salvaguardare il patrimonio secolarizzato in seguito alla desamortización operata dal governo di Juan Álvarez Mendizábal nel 1836. Nel 1849 il museo fu trasferito presso la sede della Società archeologica tarraconense dove rimase fino al 1853, quando l'ispettore delle antichità Buenaventura Hernández Sanahuja ne decretò lo spostamento presso il convento di San Domenico, dove rimase per i successivi 100 anni (fatta eccezione per una parantesi durante la Guerra civile spagnola, nell'ambito della quale il governo catalano ordinò lo spostamento delle collezioni presso il Palazzo arcivescovile).
Nel 1960 il museo si trasferì presso una nuova sede, appositamente progettata da Francisco Monravá Soler su un pre-esistente muro romano e realizzata tra il 1940 e il 1943.
A partire dal 2018 l'edificio principale del museo è chiuso per lavori di ristrutturazione e parte della collezione è stata trasferita presso lo spazio espositivo Tinglado 4, ricavato presso un edificio del porto di Tarragona, dove è stata allestita la mostra TARRACO/MNAT.


Toscana - Museo di preistoria e protostoria della Valle del Fiora

 

Il Museo di preistoria e protostoria della Valle del Fiora è un museo situato a Manciano, in provincia di Grosseto.
Il museo fu inaugurato nel 1985 all'interno di Palazzo Nardelli, già Meus, edificio costruito tra il 1824 e il 1848 nelle adiacenze della rocca aldobrandesca. Lo scopo del museo è quello di documentare un lungo periodo di tempo che va dal Paleolitico all'età del Bronzo finale nei territori della valle del Fiora. Le principali campagne di scavo nel territorio mancianese furono condotte dall'archeologa Nuccia Negroni Catacchio dell'Università Statale di Milano. Nel 1995 l'allestimento è stato ampliato e completato con una videoteca interattiva. Dal 2004 il museo è inserito nella rete museale provinciale Musei di Maremma.
Il percorso didattico inizia in una sala in cui sono illustrate le caratteristiche storico-ambientali della valle del Fiora e in cui sono introdotti metodi e finalità della ricerca archeologica. La visita continua nelle sale del museo in un percorso che affronta i vari periodi della preistoria a partire dal Paleolitico, corredando pannelli esplicativi con reperti rinvenuti nelle varie campagne di scavo. Sono visibili alcuni strumenti litici del territorio di Vulci e ben settecentonovantanove manufatti – schegge, ciottoli – ritrovati a Montauto risalenti al Paleolitico inferiore; ma anche resti di animali, come quelli di un elefante preistorico (Elephas antiquus), rinvenuti nel 1965 in una cava di farina presso Valle Nocchia, Pitigliano, a testimonianza della presenza in epoca antichissima di elefanti e rinoceronti nei territori della Maremma. Dopo le testimonianze del Paleolitico medio e superiore, provenienti in buona parte dalle zone pedemontane del Monte Amiata, un'altra sala introduce il visitatore al Neolitico, periodo in cui vengono prodotte le prime ceramiche e in cui gli uomini si stabiliscono in villaggi stabili e scoprono l'allevamento e la coltivazione della terra. Nelle vetrine sono esposte punte di freccia, utensili litici, asce di pietra levigata e altre pietre lavorate, resti di antiche fusaiole; vengono documentate le prime capanne – come quella di Poggio Olivastro nel viterbese – e appare l'ossidiana, vetro vulcanico: alcuni esemplari rinvenuti nella zona di Manciano sono di probabile importazione dalla Sardegna. I maggiori reperti del Neolitico esposti in questa sala provengono da Pitigliano (Vacasio, Poggio Lucio) e da Manciano (Poderi del Bufalo).
Il percorso prosegue introducendo il visitatore all'età del Rame, quando l'uomo iniziava a lavorare per la prima volta i metalli. Nell'area della valle del Fiora, tra la Maremma a sud di Grosseto e la Tuscia viterbese, vide la luce a partire dal IV millennio a.C. la civiltà di Rinaldone, così chiamata dal nome di una località nei pressi di Montefiascone dove venne scoperta per la prima volta: nei territori grossetani sono state ritrovate numerose necropoli riferibili proprio a questa civiltà, ma nessun centro abitato. Numerosi reperti – corredi funebri tra cui spiccano i cosiddetti vasi a fiasco – sono stati rinvenuti nella grotta dei Sassi Neri, presso Capalbio, in varie località del mancianese (Lasconcino, Le Calle, Poggio Capanne) e nelle necropoli di Corano, Poggialti Vallelunga e Poggio Formica, nei dintorni di Pitigliano. La civiltà di Rinaldone scomparve per cause sconosciute agli inizi del II millennio a.C..
Infine, le ultime sale documentano il periodo dell'età del Bronzo, esponendo numerosi frammenti di ceramiche provenienti da varie località della valle del Fiora; sono anche conservati alcuni bronzi dal ripostiglio di Montemerano ed una collezione di asce e pugnali da Sovana e dal Monte Amiata. Il visitatore può anche osservare alcuni corredi delle tombe a incinerazione del Bagnatoio e di Cavallin del Bufalo e dagli abitati di Poggio Buco (località Le Sparne) e delle Sorgenti della Nova, riferibili all'età del Bronzo finale. L'ultima sala è infine dedicata all'antico abitato di Scarceta (Manciano), ininterrottamente frequentato dal Bronzo medio al Bronzo finale e scoperto casualmente nel 1959 da Valeriana Monaci, una giovane pastorella, mentre guidava il gregge di pecore lungo il pianoro. Durante le sei campagne di scavo, effettuati a partire dal 1970, sono state riportate alla luce quarantuno strutture, molte delle quali capanne; al museo sono esposti numerosi reperti rinvenuti in loco: chiodi, collane, contenitori per cibi, anelli, giocattoli, una piccola figura antropomorfa, un frammento di pavimento in concotto, perfettamente conservato, e anche alcuni interessanti frammenti di ceramica micenea.

Toscana - Museo archeologico nazionale di Castiglioncello

 

Il Museo archeologico nazionale di Castiglioncello si trova in via del Museo 8 a Castiglioncello, frazione di Rosignano Marittimo.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Toscana, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Fondato nel 1914 da Luigi Adriano Milani, il museo di Castiglioncello fu un pionieristico esempio di museo decentrato, dove confluirono i reperti scavati da una necropoli etrusca del IV-I secolo a.C., rinvenuta durante dei lavori di urbanizzazione tra il 1903 e il 1911.
Secondo la moda eclettica del tempo, al museo venne data una veste architettonica che richiamava il contenuto, ispirandosi alle fome dei tempietti delle urnette etrusche, e scegliendo un suggestivo sito sulla sommità di un poggio immerso nella macchia mediterranea, con ampia vista sul mare (oggi tuttavia coperta dalla vegetazione).
Trascurato, il museo subì un lento declino fino al 1972, quando venne chiuso e la sua collezione trasferita al Museo archeologico nazionale di Firenze. Con una rinnovata attenzione al territorio, il museo è stato restaurato, riallestito e riaperto nel 2011.


Toscana - Museo civico archeologico di Pitigliano

 

Il Museo civico archeologico di Pitigliano è un museo situato a Pitigliano all'interno di un'ala di palazzo Orsini. Un primo museo archeologico a Pitigliano era stato inaugurato il 5 giugno 1864 congiuntamente alla biblioteca comunale ed era semplicemente definito come antiquarium. Inizialmente semplice "contenitore" di oggetti di qualche particolarità artistica e raccolti senza alcuna distinzione, ospitava oltre a pezzi antichi, anche quadri e collezioni di vario genere. Grazie ad una serie di improvvisate campagne archeologiche nei territori di Sovana e Poggio Buco, tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, il piccolo museo si era specializzato sempre più in una precisa tipologia e aveva iniziato a trasformarsi in museo archeologico. Tuttavia nel secondo dopoguerra, la precarietà delle strutture e il continuo pericolo dei furti fecero fatto sì che fu preferibile trasferire i pezzi nei musei di Grosseto e di Firenze e chiudere il piccolo antiquario di Pitigliano. Dopo quasi cinquant'anni, grazie alla donazione di reperti collezionati dalla signora Adele Vaselli, la quale negli anni tra il 1955 e il 1960 aveva condotto una serie di scavi nei terreni di sua proprietà presso Poggio Buco, viene inaugurato nel 1995 il nuovo museo civico archeologico di Pitigliano. Il museo è inserito nella rete provinciale Musei di Maremma.
Il museo è ospitato in sei sale in un'ala di palazzo Orsini, e vi si accede dal cortile interno del chiostro. Il monumentale edificio è un imponente palazzo fortificato, costruito come rocca dagli Aldobrandeschi tra XI e XII secolo, successivamente trasformato in palazzo nobiliare dagli Orsini a partire dal 1313, quando divenne sede della contea ursinea. Nel 1520, Gianfrancesco Orsini fece chiamare l'architetto Antonio da Sangallo il Giovane, affidandogli il compito di progettare un piano di ristrutturazione del palazzo. L'aspetto attuale è dovuto ad alcune ristrutturazioni effettuate dai Lorena dopo il 1737 e, soprattutto, dai vescovi di Sovana – l'edificio fu ceduto interamente alla diocesi nel 1793 – tra il 1861 e il 1865, con la demolizione del ponte levatoio e la modifica dei bastioni per ampliamento della sede stradale. Il complesso della fortezza è stato restaurato a partire dal 1980.
Il piccolo museo, composto da sei sale, si articola in due sezioni: la prima riguarda i reperti provenienti dall'area di Poggio Buco ed è costituita dalla collezione Vaselli; la seconda ospita i ritrovamenti derivanti dall'antico sito di Pitigliano, costituita in parte da reperti rinvenuti durante gli scavi nell'area urbana, e la collezione Martinucci, proveniente dal museo archeologico nazionale di Firenze. Inoltre, nella prima sala con biglietteria è presente una vetrina con tre reperti: una testa di Dioniso, una testa di fanciullo consacrato al culto isiaco e uno specchio con manico sul quale sono raffigurati i Dioscuri, di provenienza ignota.
La prima sezione, quella della collezione Adele Vaselli, accoglie i reperti provenienti da Poggio Buco, che testimoniano la presenza di una fiorente città con una cultura e un'attività artistica differente da quella della vicina Pitigliano, che però scomparve agli inizi del VI secolo a.C. per cause sconosciute. Si possono osservare frammenti dell'XI secolo a.C., tazze, piattelli, olle, coppe (kotyle), calici, brocche (oinochoe) ad impasto grezzo dell'VIII secolo a.C., e altri in argilla depurata con decorazione geometrica che vanno dalla fine dell'VIII alla prima metà del VII secolo a.C.. Inoltre si può ammirare un'interessante esposizione di corredo da simposio in bucchero nero pesante, databile intorno al 650-580 a.C.: grandi crateri per miscelare il vino, vasi per il trasporto dell'acqua (hydriai), un grande vaso per attingere (kyathos), un'anfora. Si segnala anche la presenza di una produzione di ceramiche con decorazioni etrusco-corinzie del periodo orientalizzante, databile tra il 630 e il 580 a.C., che consta di una selezione di unguentari di varie forme e misure (aryballos e alabastron), brocca con versatoio (oinochoe), brocche senza versatoio (olpe), coppe (kyliches) e anfore.
La seconda sezione custodisce reperti provenienti dalle campagne di scavo nell'abitato di Pitigliano e della collezione Bernardino Martinucci. L'indagine archeologica del 1985 ha riportato alla luce frammenti ceramici in un arco di tempo che va dal XVII all'XI secolo a.C., alcuni frammenti ossei animali (orso, tasso, cavallo, bue, cervo e cinghiale), e una piccola ascia in pietra verde del IV millennio a.C.. Una seconda indagine, effettuata nel 1998, condotta nell'area delle Macerie, zona del paese adiacente a piazza della Repubblica distrutta da un bombardamento nel 1944, ha rilevato materiali ceramici che vanno dal XII al III secolo a.C.. Tra i pezzi più interessanti si segnalano una parte di coppa (skyphos) in argilla depurata del IV secolo a.C. decorata con il dipinto di un volatile di grandi dimensioni, e un frammento di coppa con due anse (kylix) in ceramica attica sul quale si riconosce la figura in nero di un uomo che corre, risalente al terzo quarto del VI secolo a.C.. 
Le ultime tre vetrine di questa sezione ospitano la collezione ottocentesca dell'ex sindaco di Pitigliano e ispettore degli scavi archeologici Bernardino Martinucci. Tale raccolta è composta da brocche con versatoio (oinochoe) con decorazione incisa, coppe con due anse (kantharoi) ad impasto bruno, olle e piattelli: tra questi ultimi si segnala quello con iscrizione di possesso «APUNIES MI» – «io (sono) di Apunie» – della seconda metà del VI secolo a.C. Interessante è anche il frammento di coppa attica ad occhioni (kylix) dipinta del 530 a.C., raffigurante una scena di due duellanti (monomachia) con iscrizione acclamatoria suddipinta «LUKOS KALOS», cioè «Lukos bello».
Lungo il percorso museale è visibile ai visitatori anche il magazzino con laboratorio di restauro.


Toscana - Museo archeologico di Montelupo

 

Il Museo archeologico di Montelupo si trova a Montelupo Fiorentino. È stato inaugurato come "Museo della ceramica e del territorio" nel 1983 nella sede dell'antico Palazzo del Podestà. Nel 1985 è stata aperta la sezione archeologica per ospitare il materiale di scavo rinvenuto nel territorio del comune di Montelupo e nelle zone limitrofe anche dal locale gruppo archeologico.
Nel 2007 la sezione archeologica è stata trasferita nella nuova sede museale della chiesa dei SS. Quirico e Lucia, dietro la villa medicea, all'interno del relativo grande parco. Tale nuova collocazione è stata resa possibile grazie al recupero della struttura, risalente al XVII secolo, attuata al termine di una complessa campagna di scavo che hanno consentito di rinvenire, sotto l'attuale chiesa, alcune strutture religiose risalenti al X - XI secolo, con relative sepolture nell'abside, attualmente visibili attraverso il pavimento trasparente del museo.


Il museo espone oltre 1000 pezzi, frutto di oltre 30 anni di scavi nel territorio del Medio Valdarno Fiorentino, nella Bassa val di Pesa e nel Montalbano.
Il materiale esposto va dalla preistoria al tardo medioevo, passando dall'età dei metalli, agli etruschi e ai romani. Tra i reperti più significativi il bacile di bronzo dorato con l'effigie di Carlo Magno (risalente all'inizio del XII secolo) ed un olifante in terracotta, proveniente dal sito etrusco di Montereggi.
Il museo continua a svolgere campagne di scavo in collaborazione con le università di Siena e di Firenze, sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologica per la Toscana e con il supporto dei volontari del locale Gruppo archeologico di Montelupo Fiorentino, e svolge attività didattiche in diversi siti archeologici (villaggio dell'età del bronzo di Bibbiani, tomba etrusca "dell'Uovo", sempre a Bibbiani, abitato di Montereggi, villa romana del Vergigno ed area archeologica medievale di San Genesio.


domenica 19 aprile 2026

SPAGNA - Museo archeologico di La Gomera

 

Il museo archeologico di La Gomera (in spagnolo: Museo Arqueológico de La Gomera) è un museo situato a San Sebastián de la Gomera, nelle Isole Canarie, Spagna. Ha sede nella Casa Echeverría, una casa padronale costruita nel XVIII secolo e la sua esposizione è incentrata sulla cultura dei Gomero, antico popolo dell'isola. Il museo è stato istituito il 25 aprile 2007 nel tentativo di raccogliere i reperti esistenti e di fungere da centro di ricerca archeologica sull'isola. Il museo è di proprietà pubblica e gestito dal Cabildo Insular de La Gomera, in particolare dal suo Servicio de Patrimonio Histórico ( Servizio del patrimonio storico).
Il museo è allestito presso la Casa Echevarría, a San Sebastián de La Gomera . Secondo Hernández Marrero, l'ubicazione dell'attuale edificio potrebbe essere stata il sito di una costruzione più antica, distrutta da un attacco dei pirati sull'isola nel 1619. L'attuale edificio risale al XVIII secolo ed era originariamente la casa padronale di Miguel de Echeverría y Mayora, nobile originario della Navarra. Nel corso del XX secolo l'edificio era noto come Casa del Cañón (Casa del Cannone) per via di un cannone che fungeva da contrafforte in un angolo e ospitava al primo piano il tribunale dell'isola, mentre al piano terra vi era un'ottoneria. La Casa Echeverría venne acquistata negli anni 1980 da Franco Meloni (padre di Giorgia Meloni) e restaurata, venendo poi acquisita dall'amministrazione comunale nel 1994 e riqualificata per ospitare il museo, aperto al pubblico nel 2007.


Il museo raccoglie oggetti legati alla cultura aborigena dei Gomero. Il periodo più importante della collezione è la preistoria del Gomero, anche se, mentre tecnicamente termina nel 1489 con la presa dell'isola da parte dei conquistatori castigliani, la cultura aborigena dell'isola è durata molto più a lungo. Lo spazio espositivo si compone di quattro sale (corrispondenti rispettivamente al contesto geografico e storico, manifatture, antropologia e questioni sociali, credenze e simbolismo) e un patio centrale con 68 pezzi originali e 5 ricostruzioni, oltre a numerosi pannelli informativi, mentre la collezione totale detenuta dal museo è di oltre 21.000 pezzi.


SPAGNA - Gran Dolina

 

La Gran Dolina è una dolina carsica, ovvero una depressione circolare del terreno, e un sito archeologico che si trova nei pressi della città di Atapuerca, nella provincia di Burgos, in Spagna.
La Gran Dolina fa parte dell'area archeologica di Atapuerca patrimonio dell'umanità dell'UNESCO, una delle più importanti aree archeologiche d'Europa per l'abbondanza e la diversità dei resti fossili ivi ritrovati.
La dolina è stata riempita nel corso del tempo da una successione di sedimenti nei quali si sono accumulati numerosi resti fossili. Verso la fine del XIX secolo, fu scavata una trincea per costruire una linea ferroviaria e questo ha permesso di far affiorare la sequenza geologica degli strati sedimentari e studiarne la disposizione stratigrafica.
I primi ritrovamenti avvennero negli anni 1970/80 e il luogo fu definito Trinchera Dolina (TD); gli strati furono classificati dal TD1 (inferiore e quindi il più antico) al TD11 (il superiore e più recente). Per permettere lo scavo dei vari livelli dei sedimenti, fu necessario installare una grande impalcatura di sostegno.
In una fase iniziale si verificò un evento distruttivo con il crollo di grandi blocchi e di formazioni calcaree interne; successivamente la grotta rimase per un periodo sommersa dall’acqua e solo in seguito si aprì verso l’esterno, trasformandosi in una sorta di rappola naturale per gli animali. I resti rinvenuti, appartenenti a diversi animali mostrano che molte ossa si accumularono in seguito alla caduta accidentale degli animali nella cavità, dove i corpi si decomposero sul posto prima di essere progressivamente ricoperti dai sedimenti.
Attualmente gli studiosi suddividono la stratigrafia della grotta in 12 unità litostratigrafiche, ovvero strati distinguibili per posizione e caratteristiche geologiche che nelle pubblicazioni sono indicati con sigle come TD1, TD2, TD3 … TD11, dove ogni unità rappresenta un grande episodio di deposizione di sedimenti nella grotta, e 19 facies sedimentarie, sulla base dellemodalità con cui il materiale si è depositatocome ad esempio, sedimenti portati dall’acqua, accumuli di crollo del soffitto, o materiali entrati dall’ingresso della grotta.
La datazione della sequenza della grotta, basata soprattutto su tecniche magnetostratigrafiche, integrate con altri metodi geologici e stratigrafici, ha determinato che i primi sedimenti naturali che riempiono il fondo della grotta (detriti, sabbie e ghiaie portate all'interno dalle acque) cominciarono ad accumularsi più di 1,2 milioni di anni fa, mentre le prime testimonianze umane ben documentate attribuite all' Homo antecessor, sono datate a 950.000 anni fa; questa sequenza fa ritenere che la grotta, inizialmente inaccessibile dall'esterno, successivamente si aprì maggiormente verso l’esterno, rendendo possibile l’ingresso di animali e esseri umani.
Reperti umani

I principali reperti umani rinvenuti a Gran Dolina provengono dal livello stratigrafico TD6, uno degli strati più importanti della sequenza della cavità. Gli scavi hanno restituito un insieme relativamente ricco di fossili, costituito da circa centosettanta resti attribuiti ad almeno otto individui, sia adulti sia immaturi. I reperti comprendono soprattutto denti, frammenti cranici, parti di mascella e mandibola e altri elementi dello scheletro, tra cui ossa del torace e della spalla. Sulla base di questo insieme fossile, nel 1997 fu proposta la specie Homo antecessor, caratterizzata da una combinazione di tratti cranici, mandibolari e dentari arcaici e da alcuni caratteri facciali relativamente moderni.
I resti umani sono stati trovati in associazione con numerosi altri reperti archeologici e paleontologici; nel livello TD6 sono infatti presenti centinaia di manufatti litici e migliaia di resti faunistici appartenenti a grandi mammiferi come cavalli, cervidi e bovidi. Le ossa umane e quelle animali presentano in diversi casi tracce di taglio e fratture compatibili con attività di macellazione e sfruttamento delle carcasse, indicando che il deposito si formò in un contesto di occupazione umana della cavità e di utilizzo delle risorse animali presenti nell’area.
Le datazioni disponibili per il livello TD6 indicano un intervallo compreso approssimativamente tra circa 772.000 e 949.000 anni fa e, in base alle caratteristiche morfologiche e ai più recenti studi sulle proteine antiche, i reperti sono attribuiti a Homo antecessor, una delle specie più importanti per lo studio del primo popolamento umano dell’Europa occidentale, il cui significato filogenetico resta counque oggetto di discussione tra gli studiosi.
Il sito è conosciuto soprattutto per i frammenti del cranio di un individuo giovane, probabilmente di 10-11 anni, soprannominato niño de Gran Dolina, denominat ATD6-15 e ATD6-69, che hanno avuto un ruolo centrale nella ricostruzione dell'aspetto del volto ddi Homo antecessor. ATD6-15 è un frammento dell’osso frontale, mentre ATD6-69 comprende una parte molto importante del massiccio facciale superiore, con elementi della mascella e della zona sotto l’orbita.
Uno studio sulle proteine antiche di un dente, denominato ATD6-92, ritrovato nel 1994, attribuito a un maschio e datato a circa 0,77-0,95 milioni di anni fa, ha concluso che la specie Homo antecessor rappresenta un ramo molto vicino ma distinto all’origine del gruppo umano successivo, ovvero il clade che comprende Homo sapiens, Homo neanderthalensis e Denisoviani.
Un altro studio svolto su due fossili di scapole di Homo antecessor, ATD6-116 e ATD-118, con una serie di scapole di Homo sapiens e di scimpanzè, è arrivato alla conclusione che lo sviluppo della spalla in Homo antecessor era più simile a quello degli esseri umani moderni che a quello delle grandi scimmie.
Cannibalismo

Si ipotizza che l'Homo antecessor praticasse l'antropofagia, come sembra attestato dai segni lasciati sulle ossa umane.
Queste marcature suggeriscono operazioni di macellazione che hanno lasciato tracce di utensili in pietra sull'osso; inoltre alcuni colpi indicano che l'osso è stato spaccato in due metà. I reperti ossei presentano tracce di colpi e fratture nette allo scopo di estrarre il midollo osseo. Altri elementi importanti a conferma di questa ipotesi, sono dati dal mescolamento dei resti umani con quelli animali e con l’industria litica, unito dalla circostanza che questi resti non presentano disposizioni particolari o segni che facciano pensare a una deposizione funeraria o rituale.
Reperti litici
 Materiali litico ritrovato nel livello TD6
Nel livello TD6 del sito, lo stesso dove sono stati ritrovati i fossili attribuiti all'Homo antecessor, sono stati rinvenute pietre spezzate intenzionalmente per ottenere pezzi con margini taglienti, insieme ad altri ciottoli utilizzati per colpire, rompere e frantumare, associati a resti animali e umani, all’interno di un contesto di occupazione datato a circa 850.000 anni fa, interpretato come un accampamento.
Un secondo gruppo di manufatti litici, datato a circa 400.000 anni fa e associato all'acheuleani, comprende piccoli strumenti taglienti e utensili di dimensioni maggiori e più accuratamente modellati, accompagnati da pietre usate per battere, rompere e lavorare materiali diversi; questo insieme appare più ricco e più vario di quello più antico, e si crede servisse ad un insieme più ampido di attività, che doveva comprendere non solo la macellazione degli animali, ma anche lavorazioni più pesanti e complesse, forse anche collegate ad altri materiali, come il legn.
Reperti faunistici
I resti faunistici di Gran Dolina attestano una fauna ricca e diversificata, comprendente grandi erbivori come cavalli, rinoceronti e bisonti, cervidi, carnivori come orsi, giaguaro europeo, e canidi, e castori, e mostrano che almeno in parte le ossa si accumularono nella cavità in seguito alla caduta accidentale degli animali, i cui corpi si decomposero sul posto; alcuni carnivori, come gli orsi, dovettero invece raggiungere l’interno attraverso accessi secondari, finendo anche loro uccisi dalla natura del luogo.
Il sito ha dato alla luce un accumulo di resti di bisonte, che viene interpretato come il risultato di ripetuti episodi di caccia ai bisonti da parte di gruppi umani, seguiti dalla macellazione e dallo sfruttamento delle carcasse di questi grandi erbivori.
In sintesi, il fatto principale che si ricava dallo studio è che il deposito di bisonti viene interpretato come il risultato di cacce ripetute e non di un singolo evento o di accumuli naturali.
Il sito fu utilizzato stabilmente dalle iene, probabilmente come tana, come si ricava dalla presenza di grandi accumuli di resti di defecazione di questo carnivoro.


SPAGNA - Villa romana di "Las musas"

 

La villa romana di "Las musas" ("Le muse") è una villa romana situata nel comune spagnolo di Arellano, nella comunità autonoma della Navarra.
Tra il I e il III secolo la villa fu adibita alla produzione di vino, mentre tra il IV e il V secolo fu ricostruita dopo un incendio come residenza ornata di mosaici, collegata ad un santuario dedicato a Cibele ed Attis, con taurobolio.
Nel 1882 fu scoperto casualmente il mosaico ottagonale con la raffigurazione delle Muse, portato al Museo archeologico nazionale di Madrid.
Indagini archeologiche furono condotte nel 1942 da Blas de Taracena, che riconobbe la presenza di una villa romana e gli scavi sistematici che ne rimisero in luce i resti furono realizzati dal 1985 al 1998.
La villa aveva pianta rettangolare e fu dotata di un muro di contenimento e di recinzione sul lato occidentale, con una porta di accesso a cui si saliva per una scala.
L'impianto per la produzione del vino della prima fase si disponeva sui lati nord ed ovest e comprendeva piattaforme coperte per la spremitura meccanica dell'uva, sopraelevate per facilitare il deflusso del mosto e rivestite di intonaco impermeabile, collegate ad una vasca, ugualmente impermeabilizzata, per la raccolta del mosto. Un ambiente era destinato alla cottura del mosto, probabilmente utilizzato anche come cucina domestica quando non era tempo di vendemmia. L'invecchiamento del vino veniva accelerato nel fumarium, attraverso fumo e calore. Il vino prodotto era immagazzinato in una cella vinaria, un grande ambiente situato ad un livello inferiore, con dolia che poteva raccogliere tra i 45.000 e i 50.000 litri di vino e che ospitava un larario.
Al di sopra della cella vinaria erano presenti ambienti di abitazione, con pavimenti in signino e pareti dipinte.
Nella fase di IV secolo l'accesso agli ambienti residenziali avveniva dal lato sud, con un ingresso marcato da pilastri in pietra; da qui un corridoio conduceva al peristilio su cui si aprivano le stanze. Sul lato est si trovano gli ambienti decorati a mosaico.


La stanza di rappresentanza, preceduta da un ampio vestibolo sorto sopra la cisterna scavata nella roccia della prima fase, era costituita da un vasto ambiente quadrangolare, con mosaico ad emblema centrale raffigurante la Partenza di Adone per la caccia e da un ambiente semicircolare, utilizzato come triclinio con mosaico raffigurante le Nozze di Attis. Una stanza ottagonale, accessibile ancora da un ampio vestibolo ospitava il mosaico con le Muse rinvenuto nell'Ottocento ed è stata interpretata per la tematica della raffigurazione, come ambiente destinato allo studio. Infine un cubicolo (stanza da letto), conserva un mosaico raffigurante la Nascita di Attis.
Un vasto ambiente sul lato sud, a fianco dell'ingresso, nel quale si aprivano piccole stanze, e con accesso tramite una scala, è stato interpretato come destinato agli ospiti del santuario. Staccato dal corpo principale su questo stesso lato è presente un vasto ambiente rettangolare interpretato come stalla.
Ugualmente staccato dal corpo principale, sul lato est si trovava il santuario dedicato a Cibele: un recinto con portico interno a pilastri ospitava al centro una struttura a forma di U, con altari taurobolici decorati da teste di toro.


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