La cosiddetta
pietra di Artognou, impropriamente detta pietra
di Artù, è un frammento lapideo recante due iscrizioni graffite,
venuto alla luce in Cornovaglia il 4 luglio 1998,
nel castello di Tintagel, durante gli scavi condotti
dall'archeologo Kevin Brady dell'Università di Glasgow, sul sito 'C'
dell'area archeologica sul terrazzamento orientale della penisola.
Il frammento è un pezzo di riuso in ardesia, proveniente da
un oggetto lapideo più grande, che era stato già spezzato in antico
su tutti i lati e riutilizzato come copertura di un canale di
raccolta delle acque piovane che circondava l'angolo sud-orientale di
un edificio del sito C di Tintagel. La datazione
correntemente accettata dagli studiosi è riferibile al VI
secolo circa. Il suo riutilizzo avvenne un secolo dopo
l'iscrizione.
A decretarne la celebrità mediatica è stata
l'accattivante associazione del suo nome al leggendario personaggio
regale della Britannia altomedievale, sulla base di vari
elementi: l'alta datazione proposta dagli studiosi; l'assonanza
fonetica tra il nome di Re Artù e
un antroponimo ARTOGNOV (Artognou) leggibile sulla
pietra; il luogo stesso del ritrovamento, strettamente legato alle
atmosfere leggendarie del ciclo arturiano. Il castello di
Tintagel, ad esempio, secondo Goffredo di Monmouth, sarebbe
proprio il luogo di nascita dello stesso re Artù.
Gli studiosi, tuttavia, sono concordi nel respingere qualsiasi
fantasiosa associazione del reperto con la figura e il nome di re
Artù, e nel confutare la connessione dell'iscrizione con la
controversa questione della sua storicità.
L'importanza del graffito risiede nel fatto che esso
dimostra, anche dopo la Caduta dell'Impero romano d'Occidente,
la persistenza della romanizzazione e
dell'alfabetizzazione nella Britannia postromana. La pietra
rappresenta anche l'unica iscrizione, proveniente da questo sito, che
non sia riferibile a un contesto religioso, cultuale o
funerario.
L'attribuzione del reperto a un contesto temporale di VI
secolo si basa principalmente sull'analisi del
«chiaro contesto stratigrafico» nel quale il frammento
era inserito, caratterizzato da una stratificazione rimasta
inalterata, che evidenzia la compresenza di ceramica d'importazione
appartenente a una tipologia ben conosciuta e, per questo motivo,
databile con sicurezza al quinto-sesto secolo. Un altro elemento
a favore di questa datazione proviene da considerazioni linguistiche
e paleografiche: alcune delle lettere utilizzate
accomunano l'epigrafe ad altre iscrizioni, successive al 500
d.C., diffuse in un'ampia area dalla Cornovaglia alla Scozia;
tali lettere, inoltre, sono note anche da iscrizioni del VI
secolo, rinvenute in alcune località poco a nord della Cornovaglia,
nei territori che furono del Regno di Dumnonia.
Il pezzo di ardesia, delle dimensioni di 20x35 cm., ha restituito due iscrizioni, una più lunga, sulla
parte inferiore, che contiene l'antroponimo Artognou, e una
seconda sulla parte superiore, di 4 lettere, di cui solo 3 rimangono
leggibili. Le due iscrizioni sono indicate, rispettivamente, con le
sigle TNTIS/1/1 e TNTIS/1/2, secondo la codifica
utilizzata dal database del CISP - Celtic Inscribed Stones
Project dell'University College di Londra.
Iscrizione di Artognou (TNTIS/1/1)
L'iscrizione sulla
parte inferiore del pezzo è quella che ha reso famoso il reperto. È
incisa meno profondamente, ma è quella meglio risparmiata dalla
rottura del pezzo.
Sono riconoscibili cinque linee, PATER / COLIAVIFICIT / ARTOGNOU
/ COL[.] / FICIT (dove [.] indica una lettera illeggibile). La
scritta è stata espansa e integrata così: PATER / COLI AVI
FICIT / ARTOGNOU / COL[I] FICIT.
Da un punto di vista paleografico, l'iscrizione rivela le seguenti
caratteristiche: la presenza di lettere A con la barra
spezzata, lettere R con il piede orizzontale,
la G e N in grafia semionciale, lettere con
aste allungate, e un tipo di L dalla forma quasi identica a
una Z.
Si tratta di un'iscrizione sostanzialmente latina, in cui sono
però riconoscibili primitive inflessioni antico
irlandesi e britanniche. Il termine Artognou, ad
esempio, è un antroponimo strettamente imparentato
al brittonico Artnou/Arthnou, attestato nell'882
d.C.. Col è invece un termine maschile goidelico,
forse un antroponimo in antico
irlandese (Coll/Collas?).
La lettura proposta dagli scopritori è «Artognou, padre
di un discendente di Coll fece (questo)». La frammentarietà
del reperto non permette però di andare oltre la lettera della
frase, per cui, ad esempio, la stessa funzione dell'iscrizione rimane
oscura.
Un successivo esame, nel 1999, ha portato a riconoscere un'ulteriore
lettera, la N, proprio in prossimità del margine fratturato,
contigua al termine PATER. Con questa integrazione l'iscrizione
diventa: PATERN[--] / COLIAVIFICIT / ARTOGNOU / COL[.]
FICIT (dove [--] indica una lacuna di lunghezza sconosciuta):
integrata ed espansa, l'iscrizione diviene PATERN[--] COLI AVI
FICIT ARTOGNOU COL[I] FICIT.
La frase ammette la seguente traduzione: «"Artognou discendente
di Patern[us] Colus fece (questo). Colus fece (questo)"».
In entrambi i casi, non vi è assoluta sicurezza sul fatto che la
riga finale (COL[.] FICIT) faccia tutt'uno con il testo delle prime
tre righe (PATERN[--] / COLIAVIFICIT / ARTOGNOU)[9].
Iscrizione TNTIS/1/2
La seconda
iscrizione, che sormonta l'altra, si presenta profondamente incisa ma
è restituita in maniera estremamente frammentaria essendo mutila a
causa della fratturazione del pezzo originale.
Rimangono solo tre lettere, precedute da una quarta andata
perduta; le tre lettere possono essere lette
come AXE o AXC (la terza lettera non è
infatti identificabile con sicurezza): essa costituisce forse la
chiusa di un'iscrizione in
caratteri paleograficamente classici (cioè in alfabeto
greco o latino)[3]. L'esame al microscopio delle
incisioni ha confermato che questa iscrizione precede quella
di Artognou e può forse collocarsi nella tarda
romanità.
Importanza dell'iscrizione TNTIS/1/1
La pietra di Artù occupa una posizione eccezionale nel contesto
degli altri ritrovamenti epigrafici provenienti dal sito di Tintagel,
che ha conosciuto una lunga frequentazione dopo la caduta
dell'impero romano.
Con riferimento
all'iscrizione che reca l'antroponimo «Artognou», si può affermare
che:
-
essa rappresenta l'unico ritrovamento di un'iscrizione che può
definirsi "profana", che non risale cioè a un contesto
ecclesiastico o monastico, né è comunque riferibile a esigenze
cultuali o a forme di ritualità funeraria;
-
l'iscrizione fornisce un'importante prova storica sulla persistenza,
almeno nelle classi egemoni della Britannia
postromana, di uno stile di vita romanizzato e alfabetizzato e,
in definitiva, della persistenza di una cultura
romano-britannica anche dopo la fine della Britannia
romana e il disfacimento dell'Impero romano d'Occidente.
-
L'uso di ficit in luogo di fecit (it.: "fece")
indicherebbe la presenza di una forma linguistica latina
post-classica, ovvero di una lingua
neolatina nella Britannia postromana (v. Lingua
romanza britannica).
La notizia del ritrovamento ha fatto molto scalpore nella stampa e
nei mass media, per l'inattesa associazione
dall'antroponimo "Artognov" al nome del leggendario
Artù: in questi termini, il reperto archeologico andava a collegarsi
con la cosiddetta controversia arturiana, il dibattuto problema
della storicità della figura di Re Artù.
Tuttavia, analisi linguistiche e onomastiche inducono a più
prudenti valutazioni: pur riconoscendo al frammento la sua grande
importanza storica e documentaria, gli studiosi respingono
l'affascinante ipotesi di un rapporto con la figura letteraria e
leggendaria di Artù, attenuandone perfino l'associazione onomastica.
Infatti il nome latino Artognou corrisponde ad Arthnou in
britannico; questo, a sua volta, contiene una radice celtica art-os,
corrispondente all'antico irlandese art, e al gallese arth,
con il significato di orso (ma cfr. anche il greco
antico ἄρκτοσ (árktos), con pari significato). Si tratta
di una radice ricorrente in diversi altri antroponimi
celtici come ad esempio Arthmail, Arthien. Per questo non
può essere letto univocamente come Arthur: viene a cadere, in
questo modo, la stessa associazione diretta al nome del personaggio
leggendario.
Trascurando quindi l'identificazione di Artognov con Artù, e quindi
con il Re Artù stesso, l'iscrizione documenta al massimo
che, nella Britannia dell'epoca, era in uso un nome che
aveva assonanza con quello del re leggendario della Britannia.