lunedì 2 febbraio 2026

REGNO UNITO - Windmill Hill

 

Windmill Hill
 è un villaggio preistorico trincerato nei pressi di Avebury, città dello Wiltshire, che ha dato nome ad un'importante cultura diffusa nell'Inghilterra meridionale durante il Neolitico finale. Fa parte del complesso di siti Patrimonio dell'Umanità di Avebury, a circa 2 km a nord-ovest di Avebury. Con una superficie di 8,5 ettari, è uno dei più grandi recinti neolitici riconosciuti in Gran Bretagna.
Le genti di questa cultura erano dedite prevalentemente all'agricoltura e all'allevamento del bestiame, vivevano in abitati sulle alture, spesso circondati da fossati, più simili a temporanee stazioni all'aperto che a villaggi stabili.
La ceramica, assai ben lavorata, ha forme tondeggianti ed è quasi totalmente priva di decorazioni. Le tombe sono semplici fosse, ma in seguito si diffuse l'uso delle sepolture collettive sotto lunghi tumuli che a volte superano anche i 100 metri.
In questa fase più tarda, il rito funebre dominante è la cremazione, mentre più anticamente si praticavano l'inumazione e l'incinerazione parziale.


REGNO UNITO - Verulamium

 


Verulamium
 fu la terza città più ampia della Britannia romana. È situata nella zona a sud-ovest dell'odierna St Albans, nell'Hertfordshire, ed è stata scavata solo in parte dagli archeologi, come per esempio Mortimer Wheeler, e Kathleen Kenyon. Prima dell'arrivo dei Romani, la città era conosciuta come Verlamion ed era la capitale della tribù dei Catuvellauni. Era stata fondata dal capo catuvellauno Tasciovano fra il 25 e il 20 a.C. Dopo l'arrivo degli invasori, la città divenne un municipium (attorno al 50), status che dava ai suoi abitanti tutti i diritti di un cittadino romano. La città fu saccheggiata nel 61 durante la rivolta degli Iceni guidati dalla regina Boudica. Ciononostante la città crebbe d'importanza e in ampiezza, arrivando a coprire un'area di circa 0.5 km². Protetta da un vallo e da mura, la città aveva un foro, una basilica e un teatro. L'odierno nome della città viene proprio da un suo cittadino romano, Albano, ucciso nel III secolo, che fu il primo martire cristiano della Britannia.
Francesco Bacone ottenne il titolo di barone di Verulamio e visconte di Sant'Albano.

REGNO UNITO - Gioiello di Middleham

 

Il gioiello di Middleham (in inglese: Middleham Jewel) è un famoso ciondolo in oro con zaffiro risalente alla seconda metà del XV secolo, che fu rinvenuto nel 1985 nel villaggio inglese di
Middleham (North Yorkshire), nei pressi del castello cittadino. È conservato presso lo Yorkshire Museum di York; una copia si può invece ammirare nel castello di Middleham. È considerato uno dei migliori esempi di oreficeria gotica medievale inglese mai ritrovati. Tradizionalmente gli venivano attribuiti poteri magici e medicinali. Il ciondolo ha un'altezza di 6,4 cm e una larghezza di 4,8 cm e pesa 68 grammi. Sul ciondolo sono state incise immagini relative alla Trinità e alla nascita (sul retro) e alla morte di Gesù, contornate dalle figure di 15/16 santi. Tra questi figurano san Pietro, san Paolo, san Giorgio (patrono d'Inghilterra), sant'Anna, santa Barbara, santa Margherita d'Antiochia, santa Caterina d'Alessandria e santa Dorotea; altre figure di santi non sono state identificate con certezza, ma è probabile che tra queste vi siano quello di sant'Agostino d'Ippona, san Nicola di Mira, di san Girolamo e di sant'Antonio da Padova.
Un angolo del ciondolo reca la scritta in lingua latina "Che l'agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo abbia pietà di noi". L'invocazione è seguita da due parole considerate magiche, ovvero ilTetragrammaton, il nome in ebraico latinizzato di Dio, e Ananizapta.
Il gioiello veniva un tempo aperto e chiuso tramite una chiave che apriva un pannello scorrevole.
Quando fu rinvenuto conteneva inoltre 3 piccoli tortelli in seta ricamati con dei fili d'oro provenienti forse dalla cappa di un vescovo.
Il ciondolo fu rinvenuto interrato nei pressi del castello di Middleham nel settembre del 1985 grazie all'uso di un metal detector da Ted Seaton. Seaton in quell'occasione sentì un suono della durata di 15 secondi e capì immediatamente di aver rinvenuto un oggetto prezioso.
Non essendo stato giudicato un "cercatore di tesori", Seaton poté vendere il gioiello.
Nel 1986, il gioiello di Middleham fu così battuto all'asta da Sotheby's per la cifra di 1,3/1,4 milioni di sterline. La licenza di esportazione fu però bloccata, in quanto fu accolto l'esposto dello Yorkshire Museum di York, che intendeva acquisire il gioiello.
Lo Yorkshire Museum riuscì quindi ad acquisire il ciondolo nel 1992, pagando 2,5 milioni di sterline, cifra record per un oggetto di oreficeria medievale. La somma fu raccolta grazie a delle donazioni: gran parte della cifra fu donata dal National Heritage Memorial Fund, che contribuì per 1,7 milioni di sterline; 350.000 sterline furono poi donate da John Paul Getty Jr., 180.000 sterline dal National Arts Collections Fund, 75.000 sterline dallo Headley Trust, 60.000 sterline dal Victoria and Albert Museum, 25.000 sterline dalla Goldsmith's Company, mentre 20.000 sterline furono raccolte grazie ad una colletta popolare.
Nel 2010, con la chiusura temporanea dello Yorkshire Museum, venne esposto per diversi mesi al British Museum e venne riportato allo Yorkshire Museum il 1º agosto dello stesso anno, in corrispondenza della riapertura dello stesso.
È probabile che il gioiello risalga all'incirca all'anno 1475 e che fosse appartenuto ad una donna dell'alta società inglese. Si tratta dell'unico esemplare rinvenuto di quel genere di pendenti che è stato ritratto nei quadri raffiguranti le donne della nobiltà inglese del XV secolo.
La presenza dei 15/16 santi e della raffigurazione della nascita di Gesù ha fatto supporre che la proprietaria fosse una ricca donna religiosa che temeva di non essere in grado di avere figli.
Secondo lo storico John Cherry, potrebbe essere appartenuto ad Anne Beauchamp (1426–92), suocera di Riccardo III d'Inghilterra, la cui presenza nel castello di Middleham è attestata con certezza nel 1473, in occasione della nascita dell'unico figlio di Riccardo.
Altre possibili proprietarie potrebbero essere Cecily Neville, madre di Riccardo III e Anna Neville, la moglie di Riccardo III.
Si riteneva che lo zaffiro incastonato sopra la raffigurazione di un crocifisso potesse salvaguardare da varie malattie, quali ulcere, problemi alla vista, emicranie e balbuzie.
La citata parola Ananizapta incisa nel gioiello è invece considerata una parola magica contro l'epilessia e l'ubriachezza.
Si pensa inoltre che potesse proteggere le donne contro il rischio di non avere figli.



REGNO UNITO - Pietra di Artognou

 

La cosiddetta pietra di Artognou, impropriamente detta pietra di Artù, è un frammento lapideo recante due iscrizioni graffite, venuto alla luce in Cornovaglia il 4 luglio 1998, nel castello di Tintagel, durante gli scavi condotti dall'archeologo Kevin Brady dell'Università di Glasgow, sul sito 'C' dell'area archeologica sul terrazzamento orientale della penisola.
Il frammento è un pezzo di riuso in ardesia, proveniente da un oggetto lapideo più grande, che era stato già spezzato in antico su tutti i lati e riutilizzato come copertura di un canale di raccolta delle acque piovane che circondava l'angolo sud-orientale di un edificio del sito C di Tintagel. La datazione correntemente accettata dagli studiosi è riferibile al VI secolo circa. Il suo riutilizzo avvenne un secolo dopo l'iscrizione.
A decretarne la celebrità mediatica è stata l'accattivante associazione del suo nome al leggendario personaggio regale della Britannia altomedievale, sulla base di vari elementi: l'alta datazione proposta dagli studiosi; l'assonanza fonetica tra il nome di Re Artù e un antroponimo ARTOGNOV (Artognou) leggibile sulla pietra; il luogo stesso del ritrovamento, strettamente legato alle atmosfere leggendarie del ciclo arturiano. Il castello di Tintagel, ad esempio, secondo Goffredo di Monmouth, sarebbe proprio il luogo di nascita dello stesso re Artù.
Gli studiosi, tuttavia, sono concordi nel respingere qualsiasi fantasiosa associazione del reperto con la figura e il nome di re Artù, e nel confutare la connessione dell'iscrizione con la controversa questione della sua storicità.
L'importanza del graffito risiede nel fatto che esso dimostra, anche dopo la Caduta dell'Impero romano d'Occidente, la persistenza della romanizzazione e dell'alfabetizzazione nella Britannia postromana. La pietra rappresenta anche l'unica iscrizione, proveniente da questo sito, che non sia riferibile a un contesto religioso, cultuale o funerario.
L'attribuzione del reperto a un contesto temporale di VI secolo si basa principalmente sull'analisi del «chiaro contesto stratigrafico» nel quale il frammento era inserito, caratterizzato da una stratificazione rimasta inalterata, che evidenzia la compresenza di ceramica d'importazione appartenente a una tipologia ben conosciuta e, per questo motivo, databile con sicurezza al quinto-sesto secolo. Un altro elemento a favore di questa datazione proviene da considerazioni linguistiche e paleografiche: alcune delle lettere utilizzate accomunano l'epigrafe ad altre iscrizioni, successive al 500 d.C., diffuse in un'ampia area dalla Cornovaglia alla Scozia; tali lettere, inoltre, sono note anche da iscrizioni del VI secolo, rinvenute in alcune località poco a nord della Cornovaglia, nei territori che furono del Regno di Dumnonia.
Il pezzo di ardesia, delle dimensioni di 20x35 cm., ha restituito due iscrizioni, una più lunga, sulla parte inferiore, che contiene l'antroponimo Artognou, e una seconda sulla parte superiore, di 4 lettere, di cui solo 3 rimangono leggibili. Le due iscrizioni sono indicate, rispettivamente, con le sigle TNTIS/1/1 e TNTIS/1/2, secondo la codifica utilizzata dal database del CISP - Celtic Inscribed Stones Project dell'University College di Londra.
Iscrizione di Artognou (TNTIS/1/1)
L'iscrizione sulla parte inferiore del pezzo è quella che ha reso famoso il reperto. È incisa meno profondamente, ma è quella meglio risparmiata dalla rottura del pezzo.
Sono riconoscibili cinque linee, PATER / COLIAVIFICIT / ARTOGNOU / COL[.] / FICIT (dove [.] indica una lettera illeggibile). La scritta è stata espansa e integrata così: PATER / COLI AVI FICIT / ARTOGNOU / COL[I] FICIT.
Da un punto di vista paleografico, l'iscrizione rivela le seguenti caratteristiche: la presenza di lettere A con la barra spezzata, lettere R con il piede orizzontale, la G e N in grafia semionciale, lettere con aste allungate, e un tipo di L dalla forma quasi identica a una Z.
Si tratta di un'iscrizione sostanzialmente latina, in cui sono però riconoscibili primitive inflessioni antico irlandesi e britanniche. Il termine Artognou, ad esempio, è un antroponimo strettamente imparentato al brittonico Artnou/Arthnou, attestato nell'882 d.C.. Col è invece un termine maschile goidelico, forse un antroponimo in antico irlandese (Coll/Collas?).
La lettura proposta dagli scopritori è «Artognou, padre di un discendente di Coll fece (questo)». La frammentarietà del reperto non permette però di andare oltre la lettera della frase, per cui, ad esempio, la stessa funzione dell'iscrizione rimane oscura.
Un successivo esame, nel 1999, ha portato a riconoscere un'ulteriore lettera, la N, proprio in prossimità del margine fratturato, contigua al termine PATER. Con questa integrazione l'iscrizione diventa: PATERN[--] / COLIAVIFICIT / ARTOGNOU / COL[.] FICIT (dove [--] indica una lacuna di lunghezza sconosciuta): integrata ed espansa, l'iscrizione diviene PATERN[--] COLI AVI FICIT ARTOGNOU COL[I] FICIT.
La frase ammette la seguente traduzione: «"Artognou discendente di Patern[us] Colus fece (questo). Colus fece (questo)"».
In entrambi i casi, non vi è assoluta sicurezza sul fatto che la riga finale (COL[.] FICIT) faccia tutt'uno con il testo delle prime tre righe (PATERN[--] / COLIAVIFICIT / ARTOGNOU)[9].
Iscrizione TNTIS/1/2
La seconda iscrizione, che sormonta l'altra, si presenta profondamente incisa ma è restituita in maniera estremamente frammentaria essendo mutila a causa della fratturazione del pezzo originale.
Rimangono solo tre lettere, precedute da una quarta andata perduta; le tre lettere possono essere lette come AXE o AXC (la terza lettera non è infatti identificabile con sicurezza): essa costituisce forse la chiusa di un'iscrizione in caratteri paleograficamente classici (cioè in alfabeto greco o latino)[3]. L'esame al microscopio delle incisioni ha confermato che questa iscrizione precede quella di Artognou e può forse collocarsi nella tarda romanità.
Importanza dell'iscrizione TNTIS/1/1
La pietra di Artù occupa una posizione eccezionale nel contesto degli altri ritrovamenti epigrafici provenienti dal sito di Tintagel, che ha conosciuto una lunga frequentazione dopo la caduta dell'impero romano.
Con riferimento all'iscrizione che reca l'antroponimo «Artognou», si può affermare che:
  • essa rappresenta l'unico ritrovamento di un'iscrizione che può definirsi "profana", che non risale cioè a un contesto ecclesiastico o monastico, né è comunque riferibile a esigenze cultuali o a forme di ritualità funeraria;
  • l'iscrizione fornisce un'importante prova storica sulla persistenza, almeno nelle classi egemoni della Britannia postromana, di uno stile di vita romanizzato e alfabetizzato e, in definitiva, della persistenza di una cultura romano-britannica anche dopo la fine della Britannia romana e il disfacimento dell'Impero romano d'Occidente.
  • L'uso di ficit in luogo di fecit (it.: "fece") indicherebbe la presenza di una forma linguistica latina post-classica, ovvero di una lingua neolatina nella Britannia postromana (v. Lingua romanza britannica).
La notizia del ritrovamento ha fatto molto scalpore nella stampa e nei mass media, per l'inattesa associazione dall'antroponimo "Artognov" al nome del leggendario Artù: in questi termini, il reperto archeologico andava a collegarsi con la cosiddetta controversia arturiana, il dibattuto problema della storicità della figura di Re Artù.
Tuttavia, analisi linguistiche e onomastiche inducono a più prudenti valutazioni: pur riconoscendo al frammento la sua grande importanza storica e documentaria, gli studiosi respingono l'affascinante ipotesi di un rapporto con la figura letteraria e leggendaria di Artù, attenuandone perfino l'associazione onomastica.
Infatti il nome latino Artognou corrisponde ad Arthnou in britannico; questo, a sua volta, contiene una radice celtica art-os, corrispondente all'antico irlandese art, e al gallese arth, con il significato di orso (ma cfr. anche il greco antico ἄρκτοσ (árktos), con pari significato). Si tratta di una radice ricorrente in diversi altri antroponimi celtici come ad esempio Arthmail, Arthien. Per questo non può essere letto univocamente come Arthur: viene a cadere, in questo modo, la stessa associazione diretta al nome del personaggio leggendario.
Trascurando quindi l'identificazione di Artognov con Artù, e quindi con il Re Artù stesso, l'iscrizione documenta al massimo che, nella Britannia dell'epoca, era in uso un nome che aveva assonanza con quello del re leggendario della Britannia.

REGNO UNITO - Tesoro di Corbridge

 
Il Tesoro di Corbridge (in inglese Corbridge Hoard) è un tesoro di oggetti in ferro rinvenuti nel 1964 presso il sito romano di Corstopitum (Corbridge).
Il contenuto era stato sepolto all'interno di una cesta in legno di ontano ricoperta di cuoio con angoli rinforzati in ferro.
L'oggetto più famoso sono sei mezze parti superiori e sei mezze parti inferiori di una lorica segmentata:
questa scoperta permise a Charles Daniels e a H. Russell Robinson di comprendere come ricostruire questo tipo di armatura quando prima non si sapeva come fosse assemblata.
Inoltre ne fanno parte punte di freccia ancora legate insieme, munizioni di artiglieria, un fodero di spada, una lampada, chiodi e altri oggetti da carpentiere. C'erano anche resti frammentari di piume (forse di un cuscino o di un elmo), tavolette cerate e frammenti di papiro (praticamente unici in Britannia).
Tutti i componenti organici sono stati preservati tramite la mineralizzazione dovuta all'arrugginirsi degli oggetti in metallo.
Le interpretazioni sono varie: materiale frettolosamente nascosto durante un attacco di Barbari; oppure materiale sepolto per accumulare verderame e ruggine per scopi medici; avanzi dello sgombero di un'officina, dopo il trasferimento di una guarnigione, seppelliti per negare il materiale al nemico


REGNO UNITO - Iscrizione di Cantiorix

 

L'iscrizione di Cantiorix è una lapide in pietra trovata a Ffestiniog, Gwynedd, in Galles, risalente al Quinto-Sesto secolo. Ora è conservata nella chiesa di Penmachno.

CANTIORI HIC IACIT / VENE{D}OTIS CIVE FUIT / [C]ONSOBRINO // MA[--]LI / MAGISTRATI

Nel 1877 John Rhys notava che la persona commemorata nella lapide era un cittadino della Venedotia di una certa importanza. Nel 2003 Thomas Charles Edwards analizzò con più precisione, osservando alcuni dettagli come l'uso delle lettere capitali e del latino volgare (ad esempio viene usato Cive al posto di Civis) e datando tra la fine del Quinto e l'inizio del Sesto secolo. L'iscrizione viene tradotta: "Cantiori giace qui, fu cittadino della Venedotia, cugino di Maglus, il magistrato. Secondo Edwards c'era una sorta di continuità istituzionale con l'Impero romano, nonostante la partenza delle legioni da diversi decenni.


REGNO UNITO - Tesoro di Traprain Law

 

Il tesoro di Traprain Law (in inglese: Traprain Treasure) è un importante deposito di argenteria di epoca romana, risalente al V secolo e ritrovato a Traprain Law, in Scozia. È composto da circa 24 kg di argenteria fatta per lo più a pezzi, oltre a cinque monete – una dell'imperatore Valente, tre dell'imperatore Arcadio e una dell'imperatore Onorio – e ai resti dell'uniforme di un ufficiale romano. Il tesoro fu scoperto nel 1919 da A.O. Curle e J.E. Cree durante gli scavi dell'oppidum situato sulla collina di Traprain Law, nascosto in una fossa all'interno dell'insediamento. Sono oggi conservati al Museo Nazionale di Scozia.
La qualità di alcuni pezzi del tesoro suggerisce che siano stati prodotto a Roma, Ravenna o persino Antiochia o Costantinopoli; alcuni dei pezzi sono riconducibili al culto cristiano.
Si riteneva originariamente che gli oggetti fossero stati riportati in Scozia a seguito di un'incursione all'estero, e che fossero poi stati fatti a pezzi per essere divisi. Successivi ritrovamenti, come quello di Mildenhall, hanno mostrato che argenteria di questa qualità era certamente in uso nella Britannia romana. Si è quindi suggerito che l'origine del tesoro fosse un'incursione dei Votadini al di là del Vallo di Adriano o che fosse un pagamento di mercenari, e che l'argento sia stato fatto a pezzi in assenza di un numero sufficiente di monete.

REGNO UNITO - Pietre scolpite di Aberlemno

 
Le pietre scolpite di Aberlemno (in inglese: Aberlemno sculptured stones) sono cinque pietre pitte rinvenute nel villaggio scozzese di Aberlemno, nell'Angus, e databili tra il VI e il IX secolo.
Aberlemno I
La pietra nota come "Aberlemno I", soprannominata "pietra del serpente", è la pietra situata più a nord ed è classificata come pietra di "classe I". È ritenuta la pietra più antica: in origine, era probabilmente un megalito del Neolitico o dell'età del Bronzo, in seguito riutilizzato dai Pitti.
Questa pietra ha un'altezza di 1,8 metri deve il proprio soprannome per via della figura di un serpente scolpita nella parte in alto. Nella pietra sono inoltre raffigurati un doppio disco, un'asta a forma di "Z", uno specchio e un pettine.
Aberlemno II
All'interno del recinto della chiesa di Aberlemno, si trova poi la pietra nota come "Aberlemno II".
In questa pietra, dell'altezza di 2 metri e in arenaria rossa, sono raffigurati una croce celtica riccamente decorata e degli animali, quali serpenti e cavalli. Nel lato della pietra che dà sulla chiesa è invece raffigurata una battaglia, probabilmente la battaglia di Nechtasmere, combattuta dai Pitti nei dintorni di Aberlemno.
Questa pietra venne descritta per la prima volta nel 1726 da Alexander Gordon.
Aberlemno III

La pietra nota come "Aberlemno III", databile tra l'VIII e il IX secolo, è, con un'altezza di 2,82 metri, è la più alta delle pietre pitte rinvenute ad Aberlemno.
Alla base della pietra sono scolpite quattro creature non meglio identificate. La studiosa Elizabeth Sutherland ha ipotizzato che si possa trattare di una rappresentazione dei quattro Evangelisti, così come vengono raffigurati nel Libro di Kells (Book of Kells).
Nella pietra sono inoltre raffigurati, tra l'altro, un centauro, re Davide (raffigurato mentre apre le fauci di un leone) e una scena di caccia con quattro uomini a cavallo, due suonatori di cornie tre cervi.
Questa pietra venne descritta per la prima volta nel 1726 da Alexander Gordon.
Aberlemno IV
La pietra nota come "Aberlemno IV", databile nella seconda metà del I millennio d.C. e classificata come "pietra di classe I", ha un'altezza di 1,80 metri.
Questa pietra venne descritta nel 1772 da Thomas Pennant.
Aberlemno V
La pietra nota come "Aberlemno V" è ritenuta una pietra incompituta oppure un falso.

REGNO UNITO - Tesoro della valle di York

 

Il tesoro della valle di York, noto anche come tesoro di Harrogate e tesoro vichingo della valle di York, è un tesoro vichingo composto da 617 monete d'argento e 65 altri oggetti. Fu rinvenuto nel 2007 nei pressi della città di Harrogate in North Yorkshire, Inghilterra. Si trattò del più grande tesoro vichingo scoperto in Gran Bretagna dal 1840, quando nel Lancashire fu portato alla luce il tesoro di Cuerdale, anche se il tesoro dello Staffordshire, composto di arte anglosassone e rinvenuto nel 2009, è più grande.
Il 6 gennaio 2007, David Whelan, uomo d'affari in pensione di Leeds, e suo figlio, un topografo, scoprirono il tesoro di Harrogate utilizzando dei metal detector. I Whelan dissero a BBC News di girare per hobby col metal detector da circa cinque anni.
Trovarono il tesoro in un campo vuoto che non era ancora stato arato per la semina primaverile. In seguito si effettuarono degli scavi in quel campo alla ricerca di insediamenti o edifici vichinghi, ma non si trovò nulla. Circa 30 cm sotto il suolo, dopo aver scavato parte della cassa in piombo, la boccia d'argento cadde fuori dalla parete della fossa. Quando fu esaminata si trovarono monete e frammenti d'argento. I Whelan parlarono del ritrovamento a Amy Cooper, Finds Liaison Officer del Portable Antiquities Scheme: fu una delle prime scoperte raccontate a Cooper. Alla coppia fu chiesto di mostrare "un comportamento esemplare non aprendo tutti gli oggetti usciti dalla boccia, ma lasciandoli intatti". Il tesoro fu trasferito presso il British Museum, dove esperti scavarono ogni reperto per preservarne contenuto e "informazioni di contesto". La scoperta fu annunciata il 19 luglio 2007. Il British Museum press disse, "La dimensione e la qualità del tesoro è notevole, il che lo rende il più importante ritrovamento di questo tipo in Gran Bretagna da oltre 150 anni", aggiungendo, "Il ritrovamento è di importanza globale, ed ha anche grande importanza per la storia del North Yorkshire".
Durante una seduta della corte di Harrogate il 19 luglio 2007, il tesoro fu classificato come "Tesoro" dal giudice del North Yorkshire coroner Geoff Fell, grazie al Treasure Act 1996, che richiede che il ritrovamento sia offerto per la vendita ai musei, e con il ricavato diviso di comune accordo tra gli scopritori ed il proprietario terriero. Il ritrovamento fu valutato della Treasure Valuation Committee per conto del Department for Culture, Media and Sport.


Il tesoro è composto da 617 monete d'argento e 65 altri oggetti, tra cui ornamenti e pezzi di metalli preziosi, che erano nascosti in un contenitore d'argento con striature d'oro (variamente identificata come coppa, boccia o marmitta) costruita in Francia o Germania attorno al 900, e decorata con "tralci, foglie e sei scene di caccia che raffigurano leoni, cervi, ed un cavallo". I leoni erano leonesse, senza nome. Si pensa che la coppa sia stata utilizzata per contenere ostie in una ricca chiesa o monastero della Francia settentrionale, e che possa essere stata presa durante una razzia vichinga o come tributo. La coppa è stata accostata a quella di Halton Moor cup, conservata al British Museum, per il fatto che entrambe sono dello stesso stile (Carolingio) e sono state prodotte a metà del IX secolo. La coppa fu sepolta in una cassa di piombo.
Furono trovati anche un raro bracciale in oro (forse irlandese), e frammenti di metalli usati come moneta. Le monete raffigurano simboli islamici, cristiani e pagani pre-cristiani: "alcune delle monete miscelano iconografia cristiana e pagana, chiarendo le credenze dei Vichinghi neo cristianizzati."
Il tesoro è stato in qualche modo protetto dal piombo. Le monete datate a cavallo tra IX e X secolo forniscono un terminus post quem per la datazione del tesoro. La prima teoria sulla sua sepoltura fu che apparteneva ad un ricco capo vichingo durante la riconquista che seguì alla conquista vichinga del regno di Northumbria nel 927, per mano del re anglosassone Atelstano d'Inghilterra (924–939). Un altro breve periodo di regno vichingo nella Nothumbria seguì la morte di Atelstano nel 939; durò fino all'espulsione ed all'uccisione del re vichingo del regno di Jórvík (oggi York), Eric il Sanguinario, nel 954.
Il tesoro contiene anche oggetti provenienti da diversi luoghi, tra cui Samarcanda nell'odierno Uzbekistan, il Nordafrica, l'Afghanistan, la Russia, l'Irlanda, la Scandinavia e l'Europa continentale, "dimostrando l'ampiezza dei viaggi vichinghi e dei loro legami commerciali". Gareth Williams, curatore delle monete del primo medioevo presso il British Museum, esaminò i reperti.
Il Treasure Valuation Committee indipendente valutò il tesoro 1 082 000 sterline. Il tesoro fu acquistato assieme dalla York Museums Trust e dal British Museum, con finanziamenti provenienti anche da National Heritage Memorial Fund, The Art Fund e The British Museum Friends.
Dal 17 settembre 2009 gli oggetti facenti parte del tesoro furono messi in mostra allo Yorkshire Museum, a York, per un periodo di sei settimane prima che il museo chiudesse per lavori di ristrutturazione nel novembre 2009. Il tesoro fu portato al British Museum per altri lavori di manutenzione, e fece ritorno allo Yorkshire Museum quando questo riaprì il 1º agosto 2010 (Yorkshire Day).

REGNO UNITO - Scacchi di Lewis

 

Gli scacchi di Lewis (in norvegese Lewisbrikkene, in gaelico scozzese Fir-Tàilisg, in scozzese Lewis chesmen o Uig chessmen) sono un gruppo di pezzi degli scacchi e di altri giochi da tavolo e di strategia risalenti al XII secolo. Prendono il nome dall'isola di Lewis, nelle Ebridi esterne, in cui sono stati trovati.
Rappresentano probabilmente uno dei pochi set completi di scacchi medievali sopravvissuti, assieme agli scacchi di Carlo Magno, e sono stati definiti il più noto set di scacchi della storia, anche se non è chiaro se i pezzi sopravvissuti componessero effettivamente un gruppo originario.
Quando fu trovato, il tesoro conteneva 93 manufatti: 78 pezzi di scacchi, 14 pedine per il backgammon e la fibbia di una cintura. Ai pezzi degli scacchi trovati originariamente ne va aggiunto un altro, ritrovato successivamente, per un totale di 94 manufatti, di cui 79 pezzi. 82 di questi manufatti sono, a febbraio 2021, di proprietà del British Museum di Londra, che li espone in modo permanente, mentre altri 11 sono conservati al National Museum of Scotland di Edimburgo. Un altro dei manufatti è conservato invece in una collezione privata.


Quasi tutti i pezzi nella collezione sono ricavati da avorio di tricheco, a eccezione di alcuni pochi esemplari realizzati invece da denti di balena. I 79 pezzi di scacchi sono otto re, otto regine, 16 alfieri, 15 cavalli, 13 torri e 19 pedoni. L'altezza del pedoni varia da 3,5 a 5,8 cm, mentre quella degli altri pezzi è compresa tra 7 e 10,2 cm. Sebbene ci siano 19 pedoni (per una scacchiera ne bastano 16), le loro dimensioni sono le più variabili tra i tutti i pezzi, e questo dettaglio fa supporre che i 79 pezzi potrebbero appartenere ad almeno quattro scacchiere diverse.
Tutti i pezzi sono sculture di figure umane, ad eccezione dei pedoni, che sono forme geometriche più piccole. I cavalli sono in realtà cavalieri in sella a cavalli piuttosto piccoli e sono raffigurati con lance e scudi. Le torri sono soldati in piedi o "guardiani" con scudi e spade in mano; quattro delle torri sono raffigurate come guerrieri dagli occhi spiritati che mordono il bordo superiore degli scudi con furia da battaglia. Alcuni pezzi conservavano tracce di macchie rosse quando furono trovati: rosso e bianco erano probabilmente i colori usati per distinguere i due giocatori, invece che il bianco e nero utilizzati negli scacchi moderni.
Gli studiosi hanno osservato che, a uno sguardo moderno, i pezzi maggiori, con i loro occhi sporgenti e le espressioni tetre, hanno una loro particolare comicità. Questo è particolarmente vero per il guerriero che guarda di traverso con gli occhi sbarrati e per i guerrieri che mordono i loro scudi, «irresistibilmente comici per un pubblico moderno». Si crede tuttavia che le espressioni che ci appaiono comiche o tristi non fossero intese o percepite in questo senso dagli autori delle statuette, che invece videro forza, ferocia o, nel caso delle regine che tengono le loro teste con una mano e un’espressione apparentemente pensierosa, «contemplazione, riposo e probabilmente saggezza».


Furono scoperti nel 1831 in un banco di sabbia presso il capo di Camas Uig sull’isola di Lewis nelle Isole Ebridi Esterne in Scozia. Sono stati scoperti da Malcolm "Sprot" Macleod (gaelico scozzese: Calum an Sprot) della vicina cittadina di Pennydonald che li trovò dentro una piccola cassa sepolta sotto una duna, li mise in mostra per un po’ nella sua stalla e poi li vendette al capitano Roderick Ryrie. Esistono varianti della storia, una secondo la quale fu una mucca a trovare la cassa e una che sostiene i pezzi non siano stati sepolti in epoca vichinga ma successivamente, in quanto prove incriminanti per l'assassino del naufrago che li avrebbe avuti con sé, Tali ipotesi sono considerate "folclore". Dopo che l'isola di Lewis fu acquistata da Sir James Matheson nel 1844, Malcolm Macleod e la sua famiglia furono sfrattati durante le cosiddette Highland Clearances, ossia gli sfratti di massa dei contadini che trasformarono la zona in un territorio per gli allevamenti di pecore. Quando gli scacchi furono scoperti nel 1831, mancavano dalle quattro scacchiere un cavallo e quattro "guardiani".
Gli scacchi di Lewis furono esibiti dal capitano Ryrie l’11 aprile 1831, ad una riunione della "Society of Antiquaries of Scotland". La collezione venne smembrata subito dopo, quando dieci pezzi vennero comprati da Charles Kirkpatrick Sharpe, uno studioso e poeta scozzese (1781-1851), e gli altri elementi (67 pezzi di scacchi veri e propri e 14 pedine) vennero acquistati per conto del British Museum di Londra. L'acquisto di questi reperti si deve al paleografo Frederic Madden e al numismatico e conservatore del British Museum Edward Hawkins, che capirono l'importanza della collezione, portata al museo da un certo Forrest, proveniente da Edimburgo. Successivamente Madden scrisse molto sugli scacchi di Lewis raccogliendo tutto nell'opera Archaeologia XXIV, pubblicata nel 1832, che rimane ancora oggi una impressionante fonte di informazioni.


Kirkpatrick Sharpe, più tardi, trovò un altro alfiere facendo salire il numero dei pezzi in suo possesso a undici, venduti poi a Lord Londesborough.. Passarono poi attraverso diverse collezioni private per poi essere acquistati ad un'asta Christie's nel 1888 dalla Society of Antiquaries of Scotland, che li donò quindi al Royal Scottish Museum di Edimburgo, nel 2006 fusosi con il Museum of Scotland per dare vita al National Museum of Scotland, ove gli 11 pezzi sono conservati. Dei pezzi donati al British Museum, la maggior parte si trova nella Sala 40, con i numeri di registrazione M&ME 1831, 11-1.78-159. Altri sono stati prestati a musei scozzesi e mostre temporanee. Una serie di repliche in legno o in plastica fanno parte dell’oggettistica in vendita nei negozi del Museo.
Nel 2019 fu identificato un altro pezzo, un “guardiano” (l’equivalente di una torre), il cui proprietario per almeno 55 anni non ne aveva riconosciuto il valore. Il manufatto è stato poi acquistato ad un'asta di Sotheby's per 735 000 sterline nel luglio di quell'anno.
Secondo la maggior parte dei resoconti i pezzi sono stati trovati nella località di Uig Bay sulla costa occidentale di Lewis, ma lo studioso del National Museum of Scotland Caldwell, e altri suoi colleghi, ritengono che il luogo più probabile per il ritrovamento sia Mealista anch’esso nella parrocchia di Uig ma circa dieci chilometri più a sud lungo la costa. Hanno inoltre ipotizzato che i "pedoni" fossero usati per il gioco del Hnefatafl.
Secondo gli specialisti del British Museum i pezzi degli scacchi furono probabilmente realizzati a Trondheim, la capitale medievale della Norvegia, nel XII secolo, anche se alcuni studiosi hanno proposto altri paesi nordici. In quell’epoca infatti le Ebridi Esterne, insieme agli altri principali gruppi di isole scozzesi, erano sotto il controllo della Norvegia. Secondo Alex Woolf, direttore all'Università di St. Andrews dell'"Istituto degli Studi Medievali", ci sono delle buone ragioni per credere che i pezzi provengano da Trondheim:
  • Una regina, sia pure rotta, realizzata con uno stile simile venne trovata durante gli scavi al Palazzo dell’Arcivescovo, e il pezzo sembrava essersi danneggiato durante le fasi di realizzazione.
  • La presenza di una classe benestante a Trondheim, in grado di pagare degli artigiani per la realizzazione di scacchi di alta qualità.
  • Sculture simili nella cattedrale di Nidaros a Trondheim.
  • Il ritrovamento di uno scudo a forma di aquilone a Trondheim, simile a quelli dei pezzi di Lewis, e un re, simile a quelli di Lewis, trovato sull’Isola di Hitra, vicino alla foce del fiordo di Trondheim. Woolf sostiene inoltre che l’armatura indossata dalle figure degli scacchi è una perfetta riproduzione di quelle vere usate nello stesso periodo in Norvegia.
Alcuni storici ritengono che gli scacchi di Lewis siano stati nascosti (o persi) dopo un incidente verificatosi mentre venivano trasportati alle ricche città di origini norvegesi sulla costa orientale dell'Irlanda, come Dublino. Il gran numero di pezzi e il fatto che non siano usurati suggeriscono che potrebbero essere lo stock di un commerciante o di un distributore.
L'ex parlamentare Gudmundur Thorarinsson e l'arbitro internazionale di scacchi Einar Einarsson hanno suggerito che gli scacchi di Lewis provengano dall’Islanda, poiché, sostengono, solo in Islanda gli alfieri erano chiamati "vescovi" in quel periodo storico, mentre in altri paesi si usavano nomi non associati alla Chiesa. Questa tesi è stata contestata da Alex Woolf, secondo cui l'uso della parola "vescovo" (in inglese bishop) per indicare gli alfieri ha avuto origine in Inghilterra, e dallo storico degli scacchi norvegese e membro della Chess History & Literature Society, Morten Lilleøren. Secondo Lilleøren il testo a cui i due islandesi si riferiscono risale all'inizio del XIV secolo, mentre due testi latini del XIII secolo provenienti da altri paesi chiamano "vescovo" il pezzo degli scacchi, e gli scacchi di Lewis risalgono probabilmente al XII secolo.
Un alfiere probabilmente più antico degli scacchi di Lewis si trovava nella collezione Jean-Joseph Marquet de Vasselot ed è stato venduto all’asta da Christie a Parigi nel 2011: secondo una datazione al radiocarbonio c'è una probabilità del 95% che l'avorio risalga a un periodo compreso tra il 790 e il 990. Si ritiene che il pezzo sia inglese o tedesco e scolpito nel XII secolo. Stilisticamente precede gli scacchi di Lewis, poiché la mitra è indossata lateralmente. Il fatto che venisse chiamato nei paesi nordici "vescovo" riflette lo status sociale all’epoca di questi personaggi, in particolare in Scandinavia e in Inghilterra, dove i chierici hanno svolto un ruolo importante sui campi di battaglia.
Gli islandesi sostengono inoltre che i pezzi siano stati scolpiti da un'artista conosciuta come "Margrét hin haga" (in italiano Margret l'abile).

domenica 1 febbraio 2026

REGNO UNITO - Londra, British Museum / Spilla di Braganza

 

La spilla di Braganza è una fibula ornamentale in oro realizzata nel III secolo a.C. da un artigiano greco per un cliente celtico iberico. Dalla sua scoperta in circostanze ignote nel XIX secolo in Portogallo, è appartenuta a diversi proprietari, tra cui vari membri della Casa di Braganza , da cui prende il nome, prima di essere acquistata dal British Museum nel 2001.
Questa pesante spilla in oro è dominata dalla figura di un guerriero nudo che indossa un elmo celtico e si protegge con uno scudo celtico e una spada da un cane da caccia che gli salta addosso. Ogni estremità della fibula è decorata con una testa di cane e un tempo forniva una molla e un perno, oggi perduti. La forma, lo stile e la tecnica suggeriscono che sia stata realizzata nel III secolo a.C. da un gioielliere greco per un mecenate celtico che viveva nella penisola iberica . Le spille iberiche contemporanee erano solitamente realizzate in argento e spesso decorate con guerrieri a cavallo accompagnati da cani da caccia. In questa esclusiva versione in oro, l'artigiano ha semplificato la scena di caccia e ha aggiunto una testa di cinghiale, che un tempo fungeva da fermo scorrevole per il perno ora mancante. La spilla misura circa 14 cm di lunghezza.
La spilla faceva parte della collezione della Casa Reale di Braganza e fu forse collezionata da Fernando II , consorte della Regina Maria del Portogallo. La maggior parte dei gioielli della dinastia Braganza fu ereditata nel 1919 da Sua Altezza Reale Nevada del Portogallo , Principessa di Braganza e Duchessa di Porto, che in seguito emigrarono in America. Alla sua morte, nel 1941, la collezione fu venduta a Warren Piper di Chicago. La spilla fu a sua volta acquistata da Thomas F. Flannery Jr. nel 1950. Dopo essere stata prestata al British Museum per 7 anni, fu acquistata dal museo nel 2001.

REGNO UNITO - Londra, British Museum / Tesoro di Arcisate

 

Il tesoro di Arcisate è un insieme di oggetti d'argento di epoca romana, ritrovati in Italia all'inizio del XX secolo e da allora conservati nel British Museum a Londra. Secondo gli studiosi questo tesoro è di grande rilevanza a causa della completezza del set, della raffinatezza della sua fattura e del materiale prezioso utilizzato, oltre che del suo eccellente stato di conservazione.
Il tesoro è stato scoperto nel 1900 ad Arcisate, in provincia di Varese, e quasi immediatamente acquistato da Adolf Roger, che a sua volta lo vendette per 200 sterline al British Museum. Le circostanze e il luogo del ritrovamento non sono chiare, e a causa di questo fatto non si è potuto stabilire con certezza l'origine e la datazione dei reperti, così come non si sa se siano stati occultati volontariamente.
Il tesoro di Arcisate è composto da cinque oggetti, tutti fabbricati in argento. Si tratta di una brocca, una coppa, un colino e un attingitoio, componenti un servizio da vino completo. Oltre ad essi è presente una spatula, con probabilità appartenente a un servizio da toeletta femminile. Nella brocca il vino veniva miscelato con aromi o miele e diluito con acqua, con il mestolo dal manico verticale veniva poi versato nella coppa, filtrandolo attraverso il colino, e direttamente da questa era infine bevuto. Non si sa se il servizio era utilizzato in cerimonie, nella vita quotidiana o in entrambi i casi.[
Diverse inscrizioni indicano i precedenti proprietari del tesoro. Sulla base della brocca è inciso: "Utia T(iti) f(ilia) p(ondo) I", che può essere tradotto come: "Utia figlia di Titus, una libbra". Il manico dell'attingitoio invece riporta inciso: "T. Uti V(ibi) f(ili) p(ondo) III sc(ripula) IV", ovvero: (questo mestolo appartiene a) Titus Utius, figlio di Vibius, pesa tre libbre e quattro once". Titus Utius probabilmente era un cittadino romano e padre di Utia, alla quale si riferisce la scritta della brocca. La famiglia degli Utii proveniva dal Sannio, per cui si pensa che la fabbricazione degli oggetti sia avvenuta nell'area campana.
L'età probabile degli oggetti è stimata fra gli anni 100 e 75 a.C., quando la regione non era stata ancora romanizzata, e si è ipotizzato quindi che la famiglia proprietaria avesse interessi commerciali nella zona, in campo minerario o nella compravendita di metalli. Probabilmente il tesoro è stato nascosto per delle sopraggiunte difficoltà, con l'intenzione di recuperarlo in seguito. Sembra infatti da escludersi che il suo interramento avesse una valenza votiva o funeraria, a causa dell'assenza di formule dedicatorie e del suo grande valore economico.

REGNO UNITO - Londra, British Museum / Mangiatoia di Uruk

 

La mangiatoia di Uruk è una scultura sumera a forma di mangiatoia, trovata sul sito di Uruk, in Iraq. Dal 1928 è parte della collezione del British Museum. Condivide, assieme al vaso di Uruk, il primato di una delle prime opere mediorientali decorate con una narrativa in rilievo. L'artefatto è datato al 3300-3000 a.C., durante il cosiddetto periodo di Uruk.
La "mangiatoia" avrebbe potuto servire come oggetto di culto nel tempio della dea Inanna. La scultura intagliata raffigura una processione di pecore, ma il significato allegorico di questa scena non è chiaro.
Il reperto è stato trovato a Uruk, città di Sumer poi caduta sotto il controllo di Babilonia; ad est dell'Eufrate nel sud dell'Iraq. La mangiatoia di Trough era probabilmente un oggetto venerato in uno dei templi della città, forse in quello dedicato a Inanna. Non si conoscono le circostanze della sua scoperta, ma il maggiore del 7º lancieri V.E. Mocatta era in suo possesso negli anni 1920 e lo vendette al British Museum, che l'acquistò con il sostegno del National Art Collections Fund nel 1928, poco prima che la Deutsche Orient-Gesellschaft effettuasse gli scavi sul sito.
La mangiatoia di Uruk è fatta di gesso, di forma oblunga e si estende sul lato più grandi di circa 1 metro. Un frammento di un'estremità si trova al Museo dell'Asia Anteriore di Berlino . Sebbene chiamato "mangiatoia", è improbabile che fosse usato come tale; la presenza delle decorazioni sulla parte inferiore dell'oggetto suggerisce che fosse piazzato in alto e quindi difficilmente utilizzato come mangiatoia, ma piuttosto esposto al pubblico per il culto, forse nel tempio di Inanna, la dea principale nell'antica Mesopotamia al momento della creazione dell'artefatto. L'incisione mostra una processione di arieti, pecore e agnelli che si avvicinano o escono da un edificio fatto di canne, simile a quello in cui vivevano gli arabi delle paludi nel sud dell'Iraq. Gli esperti non sono stati finora in grado di spiegare il significato delle scene, sebbene i fasci di canne sull'edificio siano stati utilizzati successivamente come simboli della dea Inanna e potrebbero identificarne il tempio, mentre le incisioni potrebbero simboleggiare la fecondità della terra sotto la protezione della dea.

REGNO UNITO - Londra, British Museum / Tesoro di Frome

 

Il tesoro di Frome è un ritrovamento di 52.503 monete romane di imperiali di argento e bronzo, avvenuto a Frome nella contea di Somerset in Gran Bretagna nell'aprile 2010.
Le monete sono state trovate dal cercatore di tesori Dave Crisp: rilevate grazie al metal detector, erano contenute in una giara che si trovava nel terreno a circa 30 cm. di profondità. Si stima che il valore complessivo si aggiri oltre i 3 milioni di sterline.
Le monete sono di 67 diverse tipologie, in prevalenza di bronzo, e sono databili tra il 253 e il 305 d.C.
Sono state esposte durante una conferenza stampa al British Museum l'8 luglio 2010: in seguito (15-31 luglio), una parte del tesoro è stata esposta alla Gallery 68 del Museo londinese.

REGNO UNITO - Londra, British Museum / Diadumeno di Vaison

 
Il Diadumeno di Vaison è una statua in marmo a grandezza naturale di un atleta rinvenuta nella città romana di Vaison, nel sud della Francia . Dal 1870 fa parte della collezione del British Museum. 
La statua fu scoperta alla fine del XIX secolo nel teatro romano di Vaison-La-Romaine, nel dipartimento di Vaucluse, nel sud della Francia. Fu offerta in vendita al Louvre, ma il museo nazionale si rifiutò di acquistarla a causa del prezzo esorbitante. Fu poi acquistata dal British Museum nel 1870, dove si trova tutt'ora.
La scultura fa parte di una serie di statue romane rinvenute in tutto l' impero, modellate su un originale perduto in bronzo realizzato dallo scultore Policleto intorno al 440 a.C. Il Diadumeno era il vincitore di un torneo atletico, ancora nudo dopo la gara, mentre sollevava le braccia per annodarsi un nastro intorno alla testa. La statua di Vaison è priva della mano sinistra e del nastro , ma è per il resto in buone condizioni. La statua sarebbe stata esposta in una posizione di rilievo nel teatro, a dimostrazione orgogliosa della raffinatezza dei cittadini romani locali e del loro impegno per gli ideali dell'antica Grecia .


REGNO UNITO - Londra, British Museum / Coppa d'Oro di Ringlemere

 
La Coppa d'Oro di Ringlemere è un vaso dell'età del bronzo rinvenuto nel tumulo di Ringlemere, vicino a Sandwich, nella contea inglese del Kent , nel 2001. La sua scoperta segnò l'inizio della ricerca e dello scavo di segni ad anello nel terreno circostante e di quello che in seguito fu chiamato il tumulo di Ringlemere. Questa scoperta ispirò ulteriori ricerche da parte del British Museum e di altri enti sul collegamento tra la Coppa di Ringlemere e altri simili, pubblicate in un libro nel 2006.
Si ritiene che la coppa non fosse un corredo funerario , ma un'offerta votiva indipendente da qualsiasi inumazione, posta al centro del tumulo intorno al 1700-1500 a.C. Nel sito non sono state rinvenute sepolture contemporanee, sebbene ne siano state rinvenute di più tarde risalenti all'età del Ferro , insieme a un cimitero anglosassone .
In Europa sono state rinvenute solo sette "coppe con manico instabile" (instabili perché a fondo arrotondato) d'oro simili, tutte risalenti al periodo compreso tra il 1700 e il 1500 a.C. La coppa di Ringlemere è la più simile all'altro esempio britannico, la coppa d'oro di Rillaton rinvenuta in Cornovaglia nel 1837. Gli altri esempi sono due provenienti dalla Germania, due dalla Svizzera, uno ora perduto dalla Bretagna e un esempio senza provenienza, forse tedesco. Altre due coppe d'argento e, dalla Gran Bretagna, due coppe d'ambra e alcune coppe di scisto condividono tutte le stesse forme di base (vedi coppa d'ambra di Hove). I ritrovamenti in Gran Bretagna si trovano approssimativamente nell'area del Wessex e sul continente vicino al Reno o alla costa della Manica, il che suggerisce che i vasi, sebbene probabilmente tutti realizzati abbastanza localmente nei luoghi di ritrovamento, fossero legati a una specifica zona commerciale oltremanica. 
La coppa è solitamente esposta nella Sala 2 delle Gallerie della Preistoria del British Museum, Bloomsbury, Londra. Tuttavia, essendo un pezzo d'oro molto apprezzato, a volte viene prestata per mostre.
Il corpo della coppa è stato creato martellando un singolo pezzo d'oro, con il manico tagliato da una striscia piatta d'oro e fissato con rivetti. Sebbene gravemente schiacciato da recenti danni da aratro si può vedere che era alto 14 cm con lati ondulati. La coppa assomiglia a un bicchiere di ceramica del tardo Neolitico (circa 2300 a.C.) con decorazione Corded Ware, ma risale a un periodo molto più tardo.
La coppa fu scoperta nella fattoria Ringlemere dal metal detector Cliff Bradshaw il 4 novembre 2001. Egli segnalò il ritrovamento all'ufficio del coroner locale e, attraverso il Portable Antiquities Scheme e il Treasure Act del 1996, la coppa fu registrata e dichiarata tesoro nel 2002. Fu acquistata dal British Museum per 270.000 sterline (all'epoca circa 520.000 dollari), con il denaro pagato diviso tra Bradshaw e la famiglia Smith, proprietaria della fattoria Ringlemere. Il denaro per mettere al sicuro la coppa per la nazione fu raccolto attraverso donazioni dell'Heritage Lottery Fund, del National Art Collections Fund e dei British Museum Friends. 
Dopo la scoperta della coppa, il sito è stato scavato tra il 2002 e il 2005, rivelando una storia che inizia con l'attività nel periodo mesolitico , una serie di caratteristiche e reperti neolitici , un complesso funerario risalente all'età del bronzo antico (circa 2300 a.C.) e un cimitero anglosassone.
Dal 14 maggio 2004 al 13 gennaio 2006 la coppa è apparsa nella mostra "Buried Treasure" del museo sui tesori ritrovati, sia presso il museo stesso che in tournée (al National Museum & Gallery of Wales a Cardiff, al Manchester Museum, all'Hancock Museum di Newcastle e al Norwich Castle Museum & Art Gallery). Dal 17 ottobre al 26 febbraio 2007 è stata esposta temporaneamente al Dover Museum, più vicino al luogo del suo ritrovamento, ed è ora tornata nelle gallerie della Preistoria. 

REGNO UNITO - Londra, British Museum / Dioniso Sardanapalo

 
Il Dioniso Sardanapalo è una scultura neoattica ellenistica - romana raffigurante il dio Dioniso , erroneamente chiamata così in onore del re Sardanapalo . A differenza di molte raffigurazioni contemporanee di Dioniso come un giovane agile, il dio, consapevolmente arcaizzante, è pesantemente drappeggiato, con una corona d'edera e una lunga barba in stile arcaico; probabilmente portava un tirso nella mano destra alzata, ora mancante.
L'errata identificazione con Sardanapalo è stata erroneamente confermata nell'esemplare nei Musei Vaticani, che nell'antichità era provvisto di un'iscrizione che recita ϹΑΡΔΑΝΑΠΑΛΛΟϹ (Sardanapalos), dando al tipo il suo nome errato (non ha alcuna vera associazione con questo re leggendario). È stato anche restaurato con un tirso moderno in legno e ferro. La copia romana si basa su un originale greco precedente perduto di circa 350-325 a.C. ed è stata attribuita a Prassitele. 
All'inizio del XIX secolo, Ennio Quirino Visconti sostenne in modo convincente, contro Johann Joachim Winckelmann e altri antiquari precedenti, che il "Sardanapalo" del Museo Pio-Clementino era in realtà un Dioniso. 
Tutte le varianti ellenistico-romane sopravvissute sono copiate da un originale greco del 325 a.C. circa. Il tipo apparve per la prima volta in un'epoca in cui l'iconografia del dio stava cambiando verso un tipo fisico prevalentemente giovanile ed effeminato. I Romani elaborarono ulteriormente il tipo di Sardanapalo, spesso raffigurando il dio con figure secondarie. Sebbene il tipo appaia sobrio, esistono diverse copie di una popolare scultura in rilievo con una figura dello stesso tipo, ma ubriaca e sostenuta da un satiro .

REGNO UNITO - Londra, British Museum / Testa bronzea di Ipno

 

La testa bronzea di Ipno è una copia romana di un'antica statua greca rinvenuta a Civitella d'Arna, vicino a Perugia, nell'Italia centrale. Ampiamente copiata fin dalla sua scoperta all'inizio del XIX secolo, fa parte della collezione del British Museum dal 1868. 
Della statua in bronzo è sopravvissuta solo la testa. Il volto mostra ali che spuntano dalla tempia destra e ciocche di capelli finemente intrecciate, trattenute da una fascia. Come dio del sonno , la statua intatta avrebbe mostrato la divinità in cammino, stringendo tra le mani un corno per bere e dei papaveri. Le immagini scultoree di Ipno sono insolite e solo una manciata di statue simili sono note nell'Europa occidentale .
La testa in bronzo fu originariamente scoperta nella piccola città umbra di Civitella d'Arna. Poco si sa delle circostanze del ritrovamento fino a quando non entrò a far parte della Collezione Castellani. Il British Museum acquistò la scultura in bronzo, insieme ad altre parti della collezione, nel 1868.

REGNO UNITO - Londra, British Museum / Figura votiva in bronzo di Pizzidimonte

 
La figura votiva in bronzo di Pizzidimonte è un'antica scultura in bronzo originariamente rinvenuta nei pressi della città di Prato in Toscana , nel nord Italia, e ora fa parte della collezione del British Museum. Considerata uno dei più bei bronzi etruschi giunti fino ai giorni nostri, il suo stile mostra l'influenza delle città greche dell'Asia Minore e di Atene, sebbene l'abito, le proporzioni e il carattere siano etruschi.
La figura era nota per essere in possesso di Giuseppe Bianchini di Prato nel 1735, insieme ad altre figure di divinità in bronzo che si diceva fossero state trovate a Pizzidimonte vicino a Prato. Sebbene non si sappia nulla sul luogo esatto del ritrovamento della statuetta in bronzo, l'importante insediamento etrusco di Gonfienti fu scoperto nel 1996 a solo un chilometro di distanza da Pizzidimonte ed è quindi probabile che fosse stata originariamente trovata lì. La figura fu successivamente acquisita dal collezionista Richard Payne Knight, che la lasciò in eredità al British Museum nel 1824.
Fontanelli descrisse questo straordinario oggetto nel modo seguente: “Insieme a molte statuette in bronzo degli dei Penati e Lari , fu scavata una figurina elegantissima, anch'essa in bronzo, realizzata con meravigliosa maestria, che senza dubbio non poteva essere superata. Da questo ritrovamento, si può dedurre che anticamente sorgeva in quel luogo un tempio dedicato dagli Etruschi ai loro Penati ”.
Questa statuetta votiva in bronzo raffigura un giovane uomo che indossa una tunica bordata e stivali a punta. La figura è ancora fissata al suo supporto originale in piombo . La piccola scultura è in piedi, con un drappeggio che gli avvolge strettamente il corpo, la mano destra protesa in avanti e la sinistra saldamente appoggiata alla vita. Il giovane è ritratto senza barba e i capelli sono arrotolati sulla nuca. Presenta una traccia del " sorriso arcaico " familiare alla scultura greca più antica.


REGNO UNITO - Londra, British Museum / Avorio dell'Arcangelo

  
L'avorio dell'Arcangelo è il più grande pannello bizantino in avorio sopravvissuto , ora conservato al British Museum di Londra. Datato all'inizio del VI secolo, raffigura un arcangelo che regge uno scettro e un globo imperiale.
L'arcangelo è solitamente identificato come Michele , e si presume che il pannello abbia costituito la parte destra di un dittico , con la metà sinistra perduta che probabilmente raffigura l'imperatore Giustiniano (regnò dal 527 al 565), al quale l'arcangelo avrebbe offerto le insegne del potere imperiale. Il pannello è il più grande pezzo singolo di avorio bizantino intagliato sopravvissuto, a 42,9 × 14,3 cm (16 7/8 × 5 5/8 pollici). È, insieme all'avorio Barberini , uno dei due importanti avori bizantini del VI secolo sopravvissuti attribuiti alle botteghe imperiali di Costantinopoli sotto Giustiniano, sebbene l'attribuzione sia per lo più presunta a causa delle dimensioni e della lavorazione.
La figura è raffigurata in uno stile altamente classico , con abiti greci o romani, un volto giovanile e proporzioni conformi agli ideali della scultura classica . Lo spazio architettonico, tuttavia, è più tipicamente bizantino nella sua flessione della logica spaziale: i piedi dell'arcangelo sono in cima a una scala che si allontana dalla base delle colonne, ma le sue braccia e le sue ali sono davanti alle colonne. I piedi inoltre non sono saldamente piantati sui gradini.
In alto c'è un'iscrizione greca, tradotta in vari modi. Tradotta come "Ricevi questo supplice, nonostante la sua peccaminosità", potrebbe essere un'espressione di umiltà da parte di Giustiniano. Interpretata come l'inizio di un'iscrizione che continua sul secondo pannello perduto, potrebbe recitare: "Ricevi questi doni e, avendo appreso la causa...". 

GERMANIA - Testa di Lorsch

  La  Testa di Lorsch  è un frammento di una vetrata medievale, scoperto nel 1934 come reperto archeologico nel terreno dell'ex abbazia...