lunedì 6 aprile 2026

Campania - Satiro con Ermafrodito

Il Satiro con Ermafrodito è una statua proveniente dalla villa di Poppea, rinvenuta durante gli scavi archeologici dell'antica città di Oplontis, l'odierna Torre Annunziata, esposta nel Museo dell'Identità fino al 2022, è stata ricollocata nel luogo del ritrovamento nel 2023.
La statua risale al I secolo d.C. e raffigura un Ermafrodito aggredito da un anziano Satiro seduto su una roccia, che lo tira con forza verso di se. Il giovane, preso nella morsa delle gambe del Satiro, cerca di divincolarsi con la mano sinistra, con la destra gli tiene indietro il capo mentre con il piede destro blocca la gamba dell'aggressore.
Il gruppo scultoreo, era collocato sul bordo della piscina della villa[5] ed al momento dell'eruzione del Vesuvio del 79, era in restauro, in quanto alcuni pezzi furono ritrovati in altre stanze del sito archeologico.
Il gruppo scultoreo è stato esposto al Metropolitan Museum di New York, a Roma presso le Scuderie del Quirinale[6] ed al Museo archeologico nazionale di Napoli.


Lazio - Roma, Bicchieri di Vicarello

 

bicchieri di Vicarello (o vasi di Vicarello) sono quattro bicchieri in argento ritrovati nel 1852 presso la fonte termale delle Aquae Apollinares, a Vicarello, sul lago di Bracciano.
I bicchieri vennero scoperti nel 1852, quando venne demolito il vecchio stabilimento termale di Vicarello per costruirne uno più moderno. Furono trovati all'interno della fenditura nella roccia da cui sgorgano le acque termali, insieme ad un "tesoro", costituito da circa 5.000 monete in bronzo di origine greca, etrusca e romana (fra cui circa 400 kg di aes rude), 34 vasi (3 d'oro, 25 d'argento, 6 di bronzo) di cui 12 recanti incisioni, fra cui quelli con l'itinerario gaditano, e vari oggetti metallici fra cui alcuni piatti, statuine in bronzo e altro materiale.
I reperti della stipe di Vicarello, tra cui i bicchieri, sono principalmente conservati al Museo Nazionale Romano, mentre una selezione del materiale numismatico si trova ai Musei Vaticani. La collezione che inizialmente andò al Museo kircheriano è poi confluita anch'essa nel Museo nazionale romano. È ritenuto probabile che numerosi reperti numismatici siano stati trafugati al momento della scoperta.
Datati al I secolo d.C., sono di forma cilindrica e portano inciso sulla parte esterna l'itinerario via terra da Gades (Cadice) a Roma (Itinerarium gaditanum), con l'indicazione della varie stazioni intermedie (mansio) e le relative distanze.
I bicchieri alti da 95 a 115 mm hanno la forma di pietre miliari e portano incise su quattro colonne le 104 stazioni fra Gades e Roma per un totale di 1840 miglia romane (2.723,2 km).
Si ritiene che il tesoro rinvenuto insieme ai bicchieri facesse parte di una stipe votiva costituita dai doni che i malati che si recavano alla fonte termale delle Aquae Apollinares sacrificavano agli dei protettori del luogo (Apollo) in segno votivo o augurale.
La presenza dei bicchieri con inciso l'itinerario gatidano all'interno della stipe votiva, ha sollevato diverse domande. Infatti i bicchieri non sembrano avere alcun rapporto con il dio protettore cui la stipe era con ogni probabilità destinata, e inoltre il percorso inciso non passa per Vicarello, ma giunge a Roma per la via Flaminia, passando per Narnia (Narni) e Ocriculum (Otricoli), qualche decina di km più a est. Un'ipotesi è quella che i bicchieri siano stati donati ad Apollo, come ringraziamento per il viaggio fatto, da dei mercanti gaditani che si stavano recando a Roma per commerciare i loro prodotti. Quest'ipotesi tuttavia non spiega perché questi mercanti avessero preferito percorrere un itinerario terrestre di oltre 2.500 km, invece che seguire le loro merci, che sicuramente giungevano a Roma via mare in modo più veloce ed economico.
Una seconda ipotesi[2] è che questi bicchieri siano stati donati da viaggiatori provenienti dalla Spagna ad un nobile senatore romano, Lucio Iunio Cesennio Peto (parente dell'imperatore Domiziano che aveva una villa nel borgo di Vicarello), e che successivamente questi abbia utilizzato i quattro bicchieri per farne dono alle divinità protettrici del luogo.

Lazio - Roma, Spinario

 

Lo Spinario è un'opera ellenistica di scultura, raffigurante un giovane seduto mentre, con le gambe accavallate, si sporge di fianco per togliersi una spina dalla pianta del piede sinistro. Ne esistono varie versioni sparse nei musei di tutto il mondo.
Quella forse più antica, in bronzo (73 cm di altezza), si trova ai Musei Capitolini a Roma, mentre una marmorea fa parte della collezione degli Uffizi di Firenze e venne copiata da Brunelleschi nella celebre formella del concorso per la porta nord del Battistero del 1401. Un'altra copia marmorea si trova al Louvre, una bronzea al Museo Puškin di Mosca.
La statua a Roma è documentata fin dal XII secolo. Fu notata alla fine del XII secolo o agli inizi del XIII da un viaggiatore inglese, Magister Gregorius, che scrisse nel suo De mirabilibus urbis Romae che era ridicolo pensare che fosse Priapo. Si deve infatti considerare che fino ad allora lo scroto pendente del fanciullo era stato erroneamente visto come un pene estremamente grande, tipico dell'iconografia di Priapo.
Venne donata da Sisto IV alla città nel 1471, prelevandola dal palazzo Laterano. Durante tutto il Rinascimento fu tra le statue antiche più ammirate e copiate e in quell'epoca nacque probabilmente la leggenda del pastorello Gnaeus Martius, che corse da Vitorchiano a Roma per avvertire dell'arrivo degli invasori etruschi, si affrettò ignorando la spina che gli era entrata nel piede, fermandosi per estrarla solo a missione compiuta.
L'opera godette fin da subito di fama internazionale nell'Europa colta e intellettuale, anche grazie all'eccezionale stato di conservazione e dei rarissimi bronzi trasmessi dall'antichità. Per fama era pari all'Apollo del Belvedere, alla Venere de' Medici, al Laocoonte, al Discobolo o ai Cavalli di San Marco. Non sorprende quindi come la Francia giacobina prima e napoleonica poi avesse procurato di ottenerla, per mezzo del Trattato di Tolentino e come fu tra le prime opere oggetto di spoliazioni napoleoniche Nel 1798 Napoleone infatti sequestrò la statua per inviarla al Musee Napoleon (l'odierno Louvre), dove restò fino al 1815 quando venne restituita ai capitolini grazie all'opera di Canova.
Oggi si pensa che lo spinario capitolino sia un pastiche assemblata nel I secolo a.C., con il corpo ellenistico (III secolo a.C.) e la testa più antica (V secolo a.C.), anche perché i capelli invece di cadere verso il basso stanno aderenti alla testa, come se la figura fosse in piedi. Gli altri Spinari sarebbero derivati da quest'opera.

Lazio - Roma, Pothos di Skopas

Il Pothos è una scultura di Skopas, databile al 330 a.C. circa, conosciuta da una serie di repliche marmoree dell'epoca romana; la migliore (altezza 180 cm) è considerata quella di via Cavour nella Centrale Montemartini dei Musei Capitolini a Roma.
Alla Centrale Montemartini se ne conservano due copie: oltre a quella principale, è esposta anche una versione acefala. Altre copie sono quella frammentaria del Louvre (senza le gambe), le due degli Uffizi, e quella dei Musei Capitolini, restaurata con altri frammenti a formare un "Apollo con cetra".
La statua rappresenta Pothos, una divinità minore del corteo di Venere che rappresentava il desiderio amoroso. L'opera è datata in via ipotetica all'ultima fase produttiva dell'artista. Fra le poche opere certe attribuite al celebre maestro e di cui ci raccontano Pausania e Plinio, faceva parte sia di un gruppo con Eros e Imero dedicato a Megara, sia di un altro complesso statuario, con Afrodite e Fetonte, a Samotracia.
In questo complesso statuario si possono notare i caratteri espressivi di una nuova corrente, tipici del IV secolo a.C., ovvero il ripiegamento intimista, che si traduce nel raffigurare le divinità olimpiche in momenti intimi e carichi di pathos.
Oggi è possibile risalire all'originale grazie ad una quarantina di repliche di epoca romana ed ellenistica, alcune delle quali per la prima volta definitivamente individuate da Adolf Furtwängler, nella seconda metà dell'Ottocento, quali copie del Pothos di Skopas.
Su una base si trova il ragazzo nudo dalle forme sinuose e delicate, appoggiato a qualcosa alla sua sinistra: l'anca sinistra è prominente a quella destra e forma una linea curva con la coscia; il braccio sinistro (perduto) è disteso lateralmente, con l'avambraccio, in alto; invece il destro un tempo stringeva un tirso dionisiaco ossia un bastone cinto di edera e pampini.
La testa, piccola e coi capelli ben segnati, ha un'espressione trasognata e guarda verso l'alto, a simboleggiare il desiderio per un amore lontano. Gli occhi infossati e profondi sono tipici dello stile del maestro. La figura è inclinata verso sinistra e sorretta dall'appoggio della veste che cade dalla spalla sinistra; punti di appoggio che sono una caratteristica sempre presente nelle sculture di Skopas e Prassitele spesso rappresentati da una pianta o un sostegno artificiale; altra caratteristica di entrambi gli scultori è la particolare levigazione della superficie marmorea restituendole un completo realismo umano.

Lazio - Roma, Musei Capitolini / Centauri Furietti in bronzo


Centauri Furietti, anche noti come statue del Centauro vecchio e del Centauro giovane, sono due sculture in marmo bigio morato realizzate nel II secolo, presumibilmente da originali modelli greci risalenti all'età ellenistica, e conservate presso i Musei capitolini di Roma.
I Centauri furono rinvenuti nel dicembre del 1736 presso la Villa Adriana di Tivoli da Giuseppe Alessandro Furietti. Immediatamente si comprese la grandiosità di tali pezzi, tra i più importanti della sua collezione. Secondo una tradizione, riferita anche da Gaetano Moroni, Furietti si oppose alla donazione delle statue ai Musei capitolini e per ripicca, anche se tale ipotesi è stata ampiamente smentita, Papa Benedetto XIV avrebbe deciso, quindi, di non nominarlo cardinale. Sarebbe diventato cardinale solo successivamente, nel concistoro del 24 settembre 1759, grazie a Papa Clemente XIII. Nel 1765, in seguito alla sua morte, gli eredi vendettero per 14 000 scudi al papa i Centauri e il Mosaico delle colombe, che furono quindi trasferiti nella collezione capitolina.
Entrambe le statue portano la firma degli scultori Aristea e Papia di Afrodisia, una città dell'Asia minore. Non si può stabilire con certezza se si tratti degli ideatori del modello o soltanto degli esecutori di queste due versioni e non si hanno informazioni certe nemmeno sull'esatto luogo nel quale sarebbero state realizzate: potrebbe trattarsi di Afrodisia oppure di Roma, dove gli artisti sarebbero precedentemente giunti. A giudicare dallo stile si tratta di statue di età adrianea del II secolo, copie di originali bronzei di età ellenistica, datati al II secolo a.C., sebbene recenti studi, in particolare dell'archeologa Brunilde Sismondo Ridgway, ipotizzino che molte delle sculture generalmente ritenute ellenistiche siano in realtà invenzioni romane.

Le statue raffigurano due centauri: uno è maturo, barbuto e sofferente; l'altro è giovane e sorridente mentre alza il braccio. Gli amorini che li cavalcavano sono andati perduti: ciononostante, i due centauri sono comunque un notevole esempio di gruppi scultorei dalle pose e dai motivi variegati. La contrapposizione così marcata tra gli stati d'animo espressi dalle due figure voleva ricordare allo spettatore romano l'anima tormentata dall'amore o esaltata dalla gioia, temi propri del Fedro di Platone e della poesia ellenistica.
La coppia di marmi divenne popolare nel XVIII secolo, durante il quale si produssero numerose illustrazioni di centauri. Erano presentati come progrediti protettori dell'ospitalità e dell'apprendimento - come nel caso di Chirone - piuttosto che come bestiali creature metà uomini e metà animali, come ad esempio nella vicenda della Centauromachia. Con i loro eroti, erano emblema della gioia dell'amore giovanile e dell'opposta schiavitù causata dalla maturità: tali temi erano molto apprezzati dagli spettatori nel contesto del Rococò. L'archeologo Ennio Quirino Visconti concentrò la propria attenzione sugli attributi bacchici del Centauro Borghese, il cui Eros ha la fronte incoronata da grappoli d'uva: ciò starebbe ad indicare che le forze in gioco sono determinate dall'ebbrezza e non dall'amore.
Jon van de Grift esaminò l'iconografia di due skyphoi (coppe per bere) d'argento di età imperiale, parte del tesoro di Bernay. I motivi lavorati a sbalzo delle due coppe, che raffigurano centauri cavalcati da eroti, condussero lo studioso ad affermare che "il motivo dell'amorino raffigurato mentre tortura un vecchio e accigliato centauro, solitamente nell'ambito di una vivace processione dionisiaca, si ritrova nei mosaici romani e nei sarcofagi con scene dionisiache". In questo contesto i Centauri Furietti sono utilizzati dallo studioso come elemento di paragone iconografico.


GRECIA - Frontoni del tempio di Zeus a Olimpia


frontoni del tempio di Zeus a Olimpia sono due complessi scultorei che decoravano tale santuario. In marmo pario, sono considerati tra i capolavori dello stile severo, databili al 471-456 a.C.. Attribuiti all'anonimo Maestro di Olimpia, sono conservati nel Museo archeologico di Olimpia.
Il santuario di Zeus aveva una peculiare importanza nel mondo ellenico poiché vi si svolgevano, ogni quattro anni, Olimpiadi. Il complesso scultoreo, scavato nel XX secolo, venne poi esposto nel museo locale.
Le statue sono in marmo pario e presentavano dettagli in bronzo. Molto probabilmente erano dipinte. Le numerose statue e anche le metope del tempio sono state ricollegate alla figura anonima del Maestro di Olimpia, capo di una bottega ben organizzata. I nudi perfetti, dall'anatomia studiata, o la verosimiglianza delle pieghe che cadono morbidamente e con armonia fanno pensare all'esistenza di modelli in creta.
Le statue frontonali hanno una naturalezza fino ad allora sconosciuta, che ha il suo apice nella lotta convulsa ma armoniosamente ritmata del frontone ovest. I volti e i gesti dei personaggi ne trasmettono la complessa psicologia.


Frontone orientale
La scena sul frontone orientale raffigura i preparativi per la gara di corsa su carri tra Pelope e Enomao (re di Pisa), le cui statue affiancano quella centrale di Zeus. Il tema è legato alle origini mitiche del santuario, con il momento raffigurato del giuramento prima della gara: i due protagonisti, Enomao con la sposa Sterope al fianco e Pelope, lo sfidante, con al fianco Ippodamia, la figlia di Enomao, sono figure isolate, esprimenti il raccoglimento nell'attesa e una silenziosa tensione che sembra comunicarsi agli altri personaggi, tra servi, ancelle, aurighi, anziani indovini e spettatori. Seguono le due quadrighe e, alle estremità, personificazioni di fiumi, distese ad esprimere la propria natura.
Domina quindi un'atmosfera sospesa e carica di presagi, come se i personaggi stessero a meditare ciascuno sul proprio destino.


Frontone occidentale
Sul frontone occidentale, sottoposto a importanti restauri già in epoca antica, Lapiti e Centauri combattono alle nozze di Piritoo, presiedute dalla figura centrale di Apollo. Ai suoi lati, Piritoo e Teseo guidano due gruppi di lapiti; verso gli estremi del frontone anziane donne sdraiate si nascondono per sottrarsi alla lotta. Si tratta di una leggenda attica, ma che all'epoca doveva dunque avere ormai assunto un carattere panellenico, tale da giustificarne la presenza nel santuario peloponnesiaco: il tema, già rappresentato nel Theseion di Atene, simboleggiava ormai la lotta eterna tra ragione e bestialità, tra razionalità, senso etico, religione e bellezza fisica dell'uomo e violenza irragionevole e hybris dell'animale. Inoltre era trasfigurazione delle lotte tra Greci e Persiani.
In opposizione alla raccolta intimità del frontone orientale la Centauromachia, tema comune nella Grecia del V secolo a.C., favorisce l'animazione e il ritmo turbinoso del racconto, ma non si discosta dalla corsa dei carri nell'intento etico e celebrativo. Questa alternanza tra stasi e azione, ritmo e pensiero sembra essere cifra distintiva dell'intero complesso, presente sia nelle metope, sia nei frontoni.

GRECIA - Agía Triáda

 

Agía Triáda
 (in greco antico Αγία Τριάδα, Hagìa Triàda, "Santa Trinità") è un sito archeologico cretese, distante circa 3 chilometri da Festo, situato su una sporgenza rocciosa sulla pianura di Messara.
Agia Triada fu costruita intorno al 1600 a.C. (secondo periodo palaziale) e fu distrutta nel 1450 a.C., come avvenne per gli altri palazzi minoici. Sulle sue rovine fu costruito nel XIV secolo a.C. un grande palazzo postminoico di tipo miceneo e un intero abitato a nord est con un'agorà munita di portici. Nel periodo geometrico (VIII secolo a.C.) divenne luogo di culto e in epoca ellenistica fu costruito un piccolo tempio dedicato a Zeus.
La villa di Agia Triada aveva al centro un cortile destinato a funzioni religiose. Da questo si sviluppavano due ali: l'ala sud, destinata agli alloggi della servitù, e l'ala nord, destinata a residenza dei dignitari e a magazzini vari, nella quale vennero rinvenute numerose tavolette con scrittura lineare A.
La peculiarità della villa sta nel ritrovamento a nord est del palazzo nel luogo dove sorse nel periodo postminoico il villaggio, del grande spazio porticato cui davano 8 grandi stanze che ricordava nella pianta l'agorà di epoca ellenistica.
Affreschi molto belli decoravano le pareti. I reperti rinvenuti tra cui il vaso dei mietitori, il rhyton con scene atletiche e la coppa detta del giovane principe sono esposti al Museo archeologico di Iraklio. 
Gli scavi furono intrapresi una prima volta dal 1902 al 1914 dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene, sotto la guida di Federico Halbherr e Luigi Pernier, i quali rinvennero fra l'altro il famoso sarcofago, e vennero ripresi intorno al 1970 dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene.


Il sarcofago è dipinto su ogni lato a vivaci colori e rappresenta delle scene cultuali funerarie. È l'unico esempio conosciuto di scene funerarie nell'arte minoica, che predilige scene allegre e vivaci. Le donne sono le protagoniste del rito funebre e sono raffigurate convenzionalmente con pelle bianca, mentre gli uomini hanno la pelle scura. Da uno dei lati lunghi, si svolge un'offerta sacrificale compiuta da una sacerdotessa che porge due grandi recipienti pieni di liquido (forse vino o sangue delle vittime scarificate) a una giovane assistente, che li versa su un grande bacile o cratere. Sono accompagnate da un suonatore di cetra, la prima rappresentazione di questo strumento in Grecia. Il contenuto dei recipienti è versato in un bacile posto tra due colonne, sormontate dalle sacre bipenni, su cui sono posati degli uccelli. Gli uccelli sono una manifestazione o ierofania delle divinità. Volti nell'altra direzione, tre uomini trasportano le offerte (due piccoli buoi e una nave funeraria) davanti all'anima del defunto, raffigurato in piedi, avvolto da un mantello, davanti ad un edificio, forse la sua tomba. Davanti alla porta sporge un albero sacro cui si accede con dei gradini, che, evidentemente, era al centro della funzione religiosa.


Dall'altro lato, la scena rappresenta il sacrificio di un toro, legato e posto su un altare e di due capre, da parte di una sacerdotessa e di un'assistente, vestita di una gonna di pelle. Seguono la cerimonia altre cinque donne, ma qui l'affresco è rovinato. A fianco del corteo, un suonatore di doppio flauto accompagna il rito. Secondo Nanno Marinatos, il santuario posto di fronte alla sacerdotessa è un edificio con un cancello sormontato da corna, da cui fuoriesce un albero. Il santuario posto introno all'albero ha funzione equivalente a un tempio, ovvero è l'abitazione del dio. Sui lati più corti del sarcofago, assistono alla cerimonia due coppie di dee che guidano con la frusta un carro trainato, su un lato da un cavallo, e dall'altro da un grifone, accompagnato da un uccello in volo.

GRECIA - Busto dorato di Settimio Severo a Komotini


Il busto d'oro di Settimio Severo è un busto dell'imperatore romano Settimio Severo, vestito con un'armatura a scaglie (Lorica plumata). Fu ritrovato nel 1965 in Grecia ed è ora conservato nel Museo Archeologico di Komotini, nella città di Komotini. È uno degli unici due busti d'oro sopravvissuti di un imperatore romano, l'altro è il busto d'oro di Marco Aurelio.
Il busto d'oro fu ritrovato all'inizio di giugno del 1965 nell'area dell'antica città di Plotinopolis, l'odierna Didymoteicho nel nord-est della Grecia, durante lo scavo di una trincea da parte dell'esercito greco. Si trovava a una profondità di 1,6 metri e presentava solo lievi danni. Dopo la scoperta, un frammento della parte inferiore del busto fu tagliata e venduta prima della consegna dell'opera alle autorità, avvenuta pochi giorni dopo.
Il busto d'oro a 23 carati è stato realizzato da un foglio di lamina d'oro, probabilmente tra il 194 e il 196/197 d.C. È composto per oltre il 96% da oro, per il 2-3% da argento e per l'1% da rame. L'oro fu probabilmente ottenuto da monete d'oro fuse con l'aggiunta di monete d'argento. L'altezza totale del busto è di 28,4 cm e la larghezza è di 25,5 cm. Ha uno spessore di 1-1,5 mm e pesa circa 980 g (o tre libbre romane). Per avere un confronto con il valore e il potere d'acquisto dell'epoca, il peso corrisponde a 135 monete d'oro romane (aurei), ciascuna del peso di 7,25 g: nel II secolo d.C. un cavallo costava 16 monete d'oro e una tenuta costava 1300 monete d'oro.
Tutti i busti imperiali conosciuti realizzati in metallo prezioso rappresentano il rispettivo imperatore in armatura. Per quanto riguarda l'uso di questi busti, si ipotizza che servissero come ritratto ufficiale dell'imperatore in pubblico, o come proprietà di un dignitario locale, o come emblema militare (imago militaris). A causa della modalità di ritrovamento, il busto d'oro di Settimio Severo non può essere attribuito con certezza. La tipologia di esecuzione fa pensare che sia stato realizzato per poter essere trasportato agevolmente da una persona.
È possibile che l'interno della testa fosse riempito con un materiale leggero e organico per un miglior bilanciamento. Nel busto era probabilmente inserito un cavalletto adattato e forse incollato, sul quale poteva poggiare un'asta o una base. Sul retro del busto è presente una fascia in bronzo; non è chiaro se la fascia in bronzo sia stata aggiunta durante lavori di restauro o come rinforzo per il fissaggio della lamina d'oro.

GRECIA - Gortìna

 

Gortìna
(in greco Γόρτυνα, Gòrtyna) è un comune della Grecia situato nell'isola di Creta (unità periferica di Candia) con 17 423 abitanti secondo i dati del censimento 2001.
A seguito della riforma amministrativa detta Programma Callicrate in vigore dal gennaio 2011 che ha abolito le prefetture e accorpato numerosi comuni, la superficie del comune è ora di 465 km² e la popolazione è passata da 5292 a 17 423 abitanti.
È situato nella zona meridionale dell'isola di Creta. Il nome gli deriva da un'importante città dell'antichità situata nel suo territorio. Il capoluogo è Santi Dieci (Άγιοι Δέκα)
Il sito era già abitato nel Neolitico e in età minoica e probabilmente la città fu fondata nel VII secolo a.C. Nel III secolo a.C., e ancora di più dopo la sconfitta della rivale Festo, la città divenne molto potente arrivando a controllare il porto di Matala e la parte occidentale della Messarà. Dopo dei conflitti interni, la città fu soggiogata nel 68 dall'Impero romano. Il governatore romano della unica provincia romana di Creta assieme alla Cirenaica si stabilì a Gortina, che divenne la capitale cretese e beneficiò pertanto di un nuovo periodo di prosperità. La popolazione, diminuita durante le guerre, aumentò. Con i Romani la religione fu influenzata da altre fedi e, oltre alle divinità cretesi Diktynna e Britomarti, si adorarono i 12 dèi greci nonché divinità egizie e orientali (a Gortina in particolare vennero adorate Iside e Serapide).


Uno dei primi paesi ove si diffuse il cristianesimo fu proprio l'isola cretese poiché l'apostolo Paolo incaricò il suo collaboratore Tito, greco d'origine, di occuparsi della diffusione della religione proprio a Gortina nel 58, in cui egli fondò la prima chiesa. Ne fu vescovo e mori nel 105.
Nel 248 sotto l'imperatore Decio iniziarono le persecuzioni contro i cristiani e 10 di essi divennero martirizzati. Da ciò deriva il nome del villaggio vicino dei "10 santi", ossia Haghii Deka. Con i Romani furono costruiti numerosi grandi anfiteatri per ospitare combattimenti di gladiatori o animali e ciò riguardò anche Gortina. In essa furono anche costruiti l'Odeon, due teatri, due Ninfei, terme e templi, tra cui quelli dedicati ad Apollo Pizio e Iside.
Quando la capitale dell'Impero divenne dapprima Bisanzio e poi, nel 330 d.C., la neo-fondata Costantinopoli, Creta passò sotto l'Impero romano d'Oriente (Teodosio il Grande 395 d.C.) e fu governata da uno strategos bizantino, distaccandosi dal contesto occidentale dell'Impero.
La religione cristiana, prima soggetta al Papato, passò al Patriarcato di Costantinopoli e furono edificate numerose chiese, tra cui 40 basiliche. le principali delle quali nelle diverse città, tra cui Gortina.
Nel VII secolo gli Arabi effettuarono diverse incursioni e nell'824 gli esuli musulmani di al-Andalus volsero le proprie attenzioni su Creta, impadronendosi di quasi tutta l'isola in pochi anni. La conseguenza fu che Gortina e le altre città furono ridotte in rovina.


Gli scavi hanno portato alla luce le fondazioni dell'Acropoli, del teatro e tracce delle mura di cinta dell'acropoli. Sull'altra riva del fiume Lethaio è stato rinvenuto l'Odéon costruito verso la fine del I secolo a.C. e restaurato da Traiano. Incorporati nelle fondazioni dell'edificio furono ritrovati blocchi di pietra con iscrizioni recanti le famose leggi di Gortina (sul diritto familiare), studiate e valorizzate dal grande epigrafista italiano Federico Halbherr.
A sud dell'odéon sta il foro o agorà con il tempio di Esculapio ove fu rinvenuta una statua del Dio oggi esposta al museo di Iraklio. Ancora più a sud e vicino alla strada asfaltata c'è la chiesa bizantina dedicata a san Tito e risalente al VI secolo. Il tempio di Apollo pizio stava al centro di Gortina; era sorretto da sei colonne di ordine dorico nei cui interstizi vi erano blocchi di pietra con iscrizioni che informano su trattati stilati tra Gortina ed altre città cretesi un secolo prima della conquista romana.
Il vicino Serapeo era un tempio dedicato a 3 divinità egiziane: Iside, Anubi e Serapide. Poco distante dai due templi stava il Praetorium, il palazzo del governatore costruito sotto il regno di Traiano. L'anfiteatro fu costruito nel II secolo. La cavea è stata rialzata. La sua facciata esterna comprendeva numerose nicchie dove erano alloggiate statue, portate poi al museo di Iraklio. Gortina era munita di un acquedotto che correva parallelo al fiume Lethaio. Tutti i reperti sono stati portati al museo di Iraklio, eccetto una piccola parte che ha trovato alloggio in un piccolo museo poco fuori del villaggio di Agios Deka.

GRECIA - Atene, Macchina di Anticitera

 
La macchina di Anticitera è un congegno meccanico datato tra il 150 e il 100 a.C.. Uno studio pubblicato nel 2022 ritiene che la calibrazione iniziale sia del 23 dicembre 178 a.C., mentre altri studi la fanno risalire al 12 maggio 205 a.C. . È ritenuto il più antico calcolatore meccanico conosciuto. Si trattava originariamente di un sofisticato planetario, mosso da ruote dentate, che serviva per calcolare il sorgere del sole, le fasi lunari, i movimenti dei cinque pianeti allora conosciuti, gli equinozi, i mesi, i giorni della settimana e - secondo uno studio pubblicato su Nature - le date dei giochi olimpici. Fu rinvenuta nel relitto di Anticitera, tra i resti di un naufragio avvenuto nel secondo quarto del I secolo a.C. nei pressi dell'omonima isola greca. È conservata presso il Museo archeologico nazionale di Atene.
La macchina fu ritrovata nel 1900 grazie alla
segnalazione di un gruppo di pescatori di spugne che, persa la rotta a causa di una tempesta, erano stati costretti a rifugiarsi sull'isoletta rocciosa di Anticitera. Al largo dell'isola, alla profondità di circa 43 metri, scoprirono il relitto di una nave mercantile romana, naufragata nel secondo quarto del I secolo a.C. e adibita al trasporto di oggetti di prestigio, tra cui statue in bronzo e marmo.
Il 17 maggio 1902 il politico Spyridon Stais, esaminando i reperti recuperati dal relitto, fece notare a suo cugino, l'archeologo Valerios Stais, direttore del museo di Atene, che un blocco di pietra presentava un ingranaggio inglobato all'interno[. Con un più approfondito esame si scoprì che quella che era sembrata inizialmente una pietra era in realtà un meccanismo fortemente incrostato e corroso, di cui erano sopravvissute tre parti principali e decine di frammenti minori. Si trattava di un'intera serie di
ruote dentate, ricoperte di iscrizioni, facenti parte di un elaborato meccanismo a orologeria.
La macchina originaria era delle dimensioni di circa 30 cm per 15 cm, dello spessore di un libro, costruita in rame e originariamente montata in una cornice in legno. Era ricoperta da oltre 2000 caratteri di scrittura, dei quali circa il 95% è stato decifrato. La macchina è conservata nella collezione di bronzi del Museo archeologico nazionale di Atene, assieme alla sua ricostruzione.
Alcuni studiosi sostennero che la macchina fosse troppo complessa per appartenere al relitto e alcuni esperti ribatterono che i resti potevano essere fatti risalire a un planetario o a un astrolabio. Le polemiche si susseguirono per lungo tempo, ma la questione rimase irrisolta. Solo nel 1951 i dubbi sulla misteriosa macchina cominciarono a essere risolti. Quell'anno infatti il professor Derek de Solla Price cominciò a studiare il congegno, esaminando minuziosamente ogni ruota e ogni pezzo e riuscendo, dopo circa vent'anni di ricerca, a scoprirne il funzionamento originario.
Nel giugno 2016, un team di scienziati, servendosi di scansioni ad alta risoluzione con raggi X, è riuscito a leggere le lettere di un'iscrizione incisa al suo interno, trovando indicazioni sull'uso specifico, ossia un calendario di eventi astronomici, eclissi e delle date dei giochi olimpici.
Il 28 marzo 2022 su arXiv venne pubblicato uno studio che analizzava i dati disponibili per determinare la data di calibrazione della macchina. Lo studio partiva dal concetto che lo strumento meccanico accumulasse un errore che aumentava con il passare del tempo; tale degradazione nell'accuratezza permette di risalire al periodo scelto per calibrarlo. Lo studio stabiliva come data di calibrazione il 23 dicembre 178 a.C.
La macchina risultò anzitutto essere un antichissimo calcolatore per il calendario solare e lunare, le cui ruote dentate potevano riprodurre un rapporto vicino a quello necessario per ricostruire il moto della Luna in rapporto al Sole (la Luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari).
L'estrema complessità del congegno era inoltre dovuta al fatto che tale rapporto era riprodotto con l'utilizzo di una ventina di ruote dentate e di un differenziale, un meccanismo che permetteva di ottenere una rotazione a velocità pari alla somma o alla differenza di due rotazioni date. Il suo scopo era quello di mostrare, oltre ai mesi lunari siderali, anche le lunazioni, ottenute dalla sottrazione del moto solare al moto lunare siderale. Sulla base della sua ricerca, Price concluse che, contrariamente a quanto si era fino ad allora creduto, nella Grecia del II secolo a.C. esisteva effettivamente una tradizione di altissima tecnologia.
Negli ultimi decenni è stato appurato che la macchina calcolava anche il moto dei pianeti, di cui venivano fornite le coordinate angolari, e prevedeva le eclissi.
La macchina di Anticitera non trova eguali fino alla realizzazione dei primi calendari meccanici successivi al 1050, che tuttavia erano molto semplici e rudimentali, tanto che il primo esemplare di calcolatore astrale "portatile" che possa essere paragonabile è l'astrario di Giovanni Dondi costruito nel 1300. La macchina tuttavia è perfettamente compatibile con le conoscenze scientifiche del periodo tardo ellenistico: vi sono rappresentati solo i cinque pianeti visibili a occhio nudo e il materiale usato è un metallo facilmente lavorabile in modo artigianale.
Ad Alessandria d'Egitto infatti, durante l'ellenismo, operarono molti studiosi che si dedicarono anche ad aspetti tecnologici realizzando macchine e automi come la macchina a vapore di Erone. Inoltre Cicerone cita la presenza a Siracusa di una macchina circolare costruita da Archimede e ascrivibile quindi alla fine del III secolo a.C., con la quale si rappresentavano i movimenti del Sole, dei pianeti e della Luna, nonché delle sue fasi e delle eclissi. In un altro passo Cicerone fa riferimento a un meccanismo, costruito dal suo amico Posidonio di Rodi, che riproduce in modo esatto il moto diurno e notturno del sole, della luna e dei cinque pianeti. L'unicità della macchina di Anticitera risiede nel fatto che è l'unico congegno progettato in quel periodo arrivato ai giorni nostri.
La macchina di Anticitera è a volte citata tra i casi di OOPArt (Out of place artifacts), i cosiddetti "manufatti fuori dal tempo", dai sostenitori dell'archeologia misteriosa, i quali non vi riconoscono un artefatto scientifico ellenistico.
Sul numero 498 di febbraio 2010 della rivista Le Scienze, un articolo a firma di Tony Freeth ricostruì il metodo con cui la macchina prediceva le eclissi e le fasi lunari e avanzava l'ipotesi che fosse stata assemblata nella città-colonia greca di Siracusa.
Una versione fittizia della macchina è il manufatto attorno a cui ruota il quinto film della saga di Indiana Jones, Indiana Jones e il quadrante del destino (2023).


domenica 5 aprile 2026

GRECIA - Zakros

 

Zakros
 (in greco Ζάκρος) è un sito sulla costa orientale dell'isola di Creta (attuale Grecia) che dimostra rovine appartenenti alla civiltà minoica. Il sito è spesso noto agli archeologi come Zakro o Kato Zakro. Si crede che esso fosse stato uno dei quattro principali centri amministrativi dei minoici; ed il suo porto, protetto ed in posizione strategica, ne fece un importante centro per il commercio verso l'Oriente.
La città era dominata dal Palazzo di Zakro, originariamente costruito intorno al 1900 a.C., ricostruito verso il 1600 a.C., e distrutto nel 1450 a.C. circa, insieme agli altri maggiori centri della civiltà minoica. Le estese rovine del palazzo sono una popolare meta turistica.
Zakros viene talvolta divisa in Pano Zakros (Zakros superiore), la porzione più alta sul pendio collinare, Kato Zakros (Zakros inferiore), la parte più vicina al mare. Un calanco noto come "burrone della morte" corre attraverso le due zone dell'antico sito, così chiamato per le numerose sepolture trovate nelle grotte lungo le sue pareti.
Zakro venne per prima scavata da D.G. Hogarth della Scuola Britannica Archeologica ad Atene e 12 case furono portate alla luce prima che il sito venisse abbandonato. Nel 1961, Nikolaos Platon riprese gli scavi scoprendo così il Palazzo di Zakro. Questo sito ha fruttato molte tavolette d'argilla con iscrizioni in Lineare A. Un antico labirinto è stato scoperto in questo sito simile a quelli di Cnosso e Festo.


GRECIA - Panoplia di Dendra, Nauplia

 
La panoplia di Dendra è un raro esempio di equipaggiamento militare completo (panoplia) di età micenea rinvenuto nel sito archeologico di Dendra, nell'Argolide ed oggi al Museo archeologico di Nauplia.
Si compone di un'armatura in lamine di bronzo, comprensiva di spallacci e barbozza a girocollo, e di un elmo a zanna di cinghiale.
Già prima della scoperta di questa panoplia diversi elementi di armature come corazze, paraspalle, pettorali e piastre di protezione risalenti alla fine del periodo miceneo erano stati rinvenuti a Tebe, mentre alcune bande di bronzo erano state trovate a Micene e Festo. Sempre a Micene e a Troia furono rinvenute scaglie bronzee appartenenti ad un'armatura: questo dimostra che nell'età micenea questo tipo di protezione era già ampiamente utilizzato in tutto il Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente.
Nel maggio 1960 degli archeologi svedesi rinvennero il primo esemplare di una corazza di bronzo battuto, della fine del XV secolo a.C., presso Dendra. Risalente al periodo tardo elladico l'armatura si compone di quindici lamine di bronzo separate e tenute insieme da cinghie di cuoio e proteggeva il guerriero dal collo alle ginocchia. La panoplia comprendeva anche schinieri e parabraccia. I pochi esempi di schinieri bronzei che ci sono giunti coprono solo una parte degli stinchi ed erano portati sopra a protezioni di lino, come viene raffigurato nell'arte tardo-micenea, sia per protezione che per dimostrazione del proprio status sociale, come ha ipotizzato Diane Fortenberry. Anche se possediamo solo una panoplia micenea completa, armature simili sono raffigurate negli ideogrammi delle tavolette in lineare B trovate a Cnosso (serie Sc), Pilo (serie Sh) e Tirinto (serie Si).
La corazza si compone di due parti, il petto e la schiena, unite sul lato sinistro da una cerniera. Sul lato destro della parte anteriore c'è un anello bronzeo e due anelli simili sono presenti su entrambe le spalle. Sopra alla corazza sono adattati due grandi spallacci, mentre due piastre triangolari proteggevano le ascelle del soldato quando teneva le braccia alzate. Inoltre è presente un grande collare: l'ideogramma in lineare B che simboleggia un'armatura di questo tipo dimostra chiaramente l'importanza di questa parte; d'altronde la particolare attenzione per la protezione del collo era una caratteristica tipica delle armature del vicino oriente. Per proteggere inguine e cosce dal corpo pendono tre coppie di piastre curve. Tutti questi pezzi sono realizzati in lamina di bronzo battuto ed erano collegati con stringhe di pelle di bue in modo piuttosto mobile per consentire un grado di movimento adatto alla battaglia. La panoplia completa, quindi, era una armatura tubolare piuttosto ingombrante che proteggeva completamente il collo ed il tronco e si prolungava fino alle ginocchia. Sembra che la panoplia fosse completata da schinieri e copribraccia in bronzo dal momento che nella tomba di Dendra furono ritrovati frammenti di tali protezioni. Furono rinvenute inoltre schegge di zanne di cinghiale che anticamente costituivano un elmo.
Anche i soldati dipinti su un famoso cratere eseguito a Micene nel 1200 a.C. circa indossano armature complete. Tuttavia questo tipo di armatura è diverso: può trattarsi o di un corsetto in pelle lungo tutto il corpo, con un grembiule di cuoio a frange che arrivava a metà coscia ed eventuali spallacci, molto simile alla protezione indossata dai Popoli del Mare raffigurata nel tempio funerario di Ramesse III a Medinet Habu, nel basso Egitto, o di una corazza "a campana" composta da lamine di bronzo battuto, un tipo di armatura di cui si è attestato l'utilizzo anche nel resto dell'Europa centrale in quel periodo.

GRECIA - Micene, Circolo B

 

Il Circolo B è un cimitero reale del XVII-XVI secolo a.C. situato al di fuori della cittadella della tarda dell'età del bronzo di Micene, nel sud della Grecia. Questo complesso funerario è stato costruito al di fuori delle mura di fortificazione di Micene e insieme al Circolo A rappresenta una delle principali caratteristiche della prima fase della civiltà micenea.
Il Circolo B, con un diametro di 28 m, si trova ad una distanza di 117 m ad ovest della Porta dei Leoni, l'ingresso principale di Micene. La struttura funeraria era racchiusa da un muro di pietra circolare spesso 1,55 m e alto 1,20 m. Il Circolo ospita un totale di 26 tombe; 14 di cui sono tombe a asta e le altre sono ciste semplici. Un totale di 24 corpi sono stati trovati nei pozzi, mentre sei delle tombe a pozzo erano tombe di famiglia in cui sono stati trovati diversi occupanti.
La maggior parte dei pozzi sono stati contrassegnati da un mucchio di pietre e su quattro di esse sono state erette delle steli. Queste ultime erano alte fino a 2 m. Due delle stele, sulle tombe Alpha e Gamma, sono state incise con scene di caccia.
Le tombe micenee sono essenzialmente una variante argiva della tradizione rudimentale del Medio Elladico funerario con caratteristiche derivate dalle tradizioni dell'età del Bronzo sviluppate localmente nella Grecia continentale. Durante la prima fase di utilizzo della tomba circolare, le inumazioni erano tipiche delle sepolture di quel periodo; erano piccole e poco profonde con piccoli e beni poveri trovati vicino al defunto. Le tombe divennero gradualmente più grandi, più ricche e più numerose nei beni, mentre furono introdotte anche le sepolture femminili. Inoltre, i diademi sono stati trovati in entrambi i sessi e in tutti i gruppi di diversa età seppelliti. Anche il numero di ornamenti è stato considerevolmente aumentato e soprattutto associato alle sepolture femminili. Una nuova caratteristica aggiuntiva era che metà delle tombe, indipendentemente dal sesso del defunto, erano dotate di importazioni dalle vicine isole delle Cicladi. Il numero di importazioni continua a crescere costantemente all'inizio del tardo periodo elladico (1600-1550 a.C. circa), mentre compaiono anche i primi oggetti di origine cretese.
Nella sua ultima fase di utilizzo, più donne che uomini sono sepolte nel Cerchio, mentre le sepolture maschili sembrano essere relativamente povere rispetto a quelle femminili. Le sepolture maschili sono associate a set di stoviglie, di solito recipienti per bere e la loro forza militare è evidenziata da armi di vario tipo. Ciò indica l'emergere di una classe guerriera d'élite nella società micenea.
Nel frattempo, il Circolo A, un nuovo luogo di sepoltura di élite con architettura simile è stato trovato nelle vicinanze, e che sembra essere un continuo del Circolo B. Così, le ultime tombe del Cerchio B (Alpha, Gamma, Delta, Epsilon e Omikron) erano contemporanee con le più giovani del Circolo A.
Le tombe non furono saccheggiate nell'antichità come accadde ad altri monumenti come quest'ultime (XV-XII secolo a.C.) tombe micenee a tholoi. Le donne nelle tombe erano riccamente vestite e decorate con vari ornamenti, come orecchini, collane, fasce d'oro e spille d'argento. D'altra parte, spade, pugnali e punte di frecce sono state trovate accanto ai maschi deceduti e il loro vestito era rifinito d'oro. Nella tomba Nu sono state recuperate le tracce dell'elmo a zanne di cinghiale, tipico della guerra micenea.
Una maschera mortuaria è stata anche dissotterrata. Tuttavia, non è stata trovata sulla faccia del maschio deceduto, ma in una scatola di legno accanto a esso. D'altra parte, i costumi di sepoltura differivano da quelli della tomba circolare A. Questi ultimi includevano maschere mortuarie di diverso stile artistico e fatte in oro, come la Maschera di Agamennone.
Il complesso funerario fu scoperto per caso nel 1951, quando gli operai stavano scavando una vicina tomba a tholos del XIII secolo a.C., conosciuta come la Tomba di Clitennestra. Ampi scavi furono condotti dagli archeologi Ioannis Papadimitriou e Georgios Mylonas nel 1952 e durarono per due anni. A ogni tomba è stata assegnata una lettera dell'alfabeto greco, al fine di distinguerle dalle tombe nel Circolo A, alle quali sono assegnati numeri latini.
Questo gruppo di 26 tombe può essere datato nel tardo Medio elladico fino al tardo periodo ellenistico, in ca. 1675 / 1650-1550 a.C:. Il loro numero eccezionale, così come il fatto che non erano stati saccheggiati, permise agli archeologi di estrarre un'analisi dettagliata della società micenea dominante di quel tempo.
I resti del defunto trovato nella tomba circolare erano generalmente in buono stato di conservazione e sono stati ampiamente esaminati. Molti dei maschi hanno segni di ferita, probabilmente ricevuti sul campo di battaglia, mentre alcuni di loro sono morti in battaglia.
I ricercatori dell'Università di Manchester hanno condotto un antico studio del DNA su 22 scheletri trovati nel sito e hanno ottenuto autentiche sequenze di DNA antico mitocondriale per quattro individui. I risultati sono stati anche confrontati con ricostruzioni facciali dei crani e dati archeologici. Hanno anche concluso che due corpi del pozzo "Gamma", dove è stata trovata la maschera di morte, erano fratello e sorella. Sulla base di questo, è stato sostenuto che sia i membri della famiglia femminile che quelli di sesso maschile detenevano una posizione di autorità per diritto di nascita.


GRECIA - Micene, Circolo A



Il Circolo A è un cimitero reale del XVI secolo a.C. situato a sud della Porta dei Leoni, l'ingresso principale della cittadella di età del bronzo di Micene nel sud della Grecia. Questo complesso funerario fu inizialmente costruito al di fuori delle mura di fortificazione di Micene, ma alla fine fu racchiuso nell'acropoli quando le fortificazioni furono estese durante il XIII secolo a.C. Il Circolo A e il Circolo B, quest'ultimo scoperto al di fuori delle mura di Micene, rappresentano una delle principali caratteristiche della prima fase della civiltà micenea.
Il Circolo ha un diametro di 27,5 m e contiene sei fosse d'albero, dove vi sono sei tombe per un totale di diciannove corpi sepolti. È stato suggerito di costruire un tumulo su ogni tomba e sono state erette delle steli funerarie. Tra gli oggetti trovati c'erano una serie di maschere mortuarie d'oro, inoltre accanto al defunto c'erano una serie completa di armi, stendardi decorati e coppe d'oro e d'argento. Il sito fu scavato dall'archeologo Heinrich Schliemann nel 1876, in seguito alle descrizioni di Omero e Pausania. Una delle maschere d'oro che ha portato alla luce è diventata nota come La maschera della morte di Agamennone, dominatore di Micene secondo la mitologia greca. Tuttavia, è stato dimostrato che le sepolture risalgono a circa tre secoli prima, prima che Agamennone avrebbe regnato.
Gli oggetti di valore trovati nelle tombe suggeriscono che potenti sovrani furono sepolti in questo sito. Anche se si supponeva che Agamennone fosse vissuto secoli dopo, queste tombe avrebbero potuto appartenere alla precedente dinastia regnante di Micene secondo la mitologia greca, i Perseidi. Secondo la mitologia greca Micene ebbe un periodo in cui regnarono due re. Gli archeologi hanno suggerito che queste due tombe possono corrispondere a entrambi i re.
Durante la fine del III millennio a.C. (circa 2200 a.C.), gli abitanti indigeni della Grecia continentale subirono una trasformazione culturale attribuita ai cambiamenti climatici, agli eventi locali e agli sviluppi (vale a dire la distruzione della "Casa delle Tegole"), nonché ai continui contatti con varie aree come l'Asia occidentale minore, le Cicladi, l'Albania e la Dalmazia. Queste persone dell'Età del Bronzo erano dotate di cavalli, si circondavano di beni di lusso e costruivano elaborate tombe a fossa. L'acropoli di Micene, uno dei principali centri della cultura micenea, situata nell'Argolide, nel nord-est del Peloponneso, è stata costruita su una collina difensiva ad un'altezza di 128 m e copre un'area di 30.000 m2. Le tombe ad asta trovate a Micene indicavano l'elevazione di una nuova dinastia reale di lingua greca il cui potere economico dipendeva dal commercio marittimo a lunga distanza. Le tombe A e B, scoperte al di fuori delle mura di Micene, rappresentano una delle principali caratteristiche della prima fase della civiltà micenea.
Le tombe micenee sono essenzialmente una variante argiva della tradizione rudimentale del Medio Elladico funerario con caratteristiche derivate dalle tradizioni dell'età del Bronzo sviluppate localmente nella Grecia continentale. Il Circolo A, formata intorno al 1600 a.C. come nuovo luogo di sepoltura dell'élite, fu probabilmente prima limitato agli uomini e sembra essere una continuazione del precedente Circolo B e si correla con la tendenza sociale generale degli investimenti di sepoltura più elevati in tutta la Grecia del tempo. Il sito del Circolo A faceva parte di un più grande luogo funerario del periodo medio elladico. All'epoca in cui fu costruito, durante il tardo periodo elladico I (1600 a.C.), probabilmente c'era un piccolo palazzo non fortificato a Micene, mentre le tombe della famiglia dominante micenea sono rimaste fuori dalle mura della città. Non ci sono prove di un muro circolare attorno al sito durante il periodo delle sepolture. L'ultima sepoltura avvenne intorno al 1500 a.C.
Subito dopo l'ultima sepoltura, i sovrani locali abbandonarono le tombe a pozzo in favore di una nuova e più imponente forma di tomba già in via di sviluppo in Messenia, nel sud del Peloponneso, la tholos. Intorno al 1250 a.C., quando furono estese le fortificazioni di Micene, il Circolo A fu incluso all'interno del nuovo muro. Un muro di recinzione a doppio anello è stato anche costruito intorno all'area. Sembra che il sito sia diventato un temenos (zona sacra), mentre una costruzione circolare, forse un altare, è stato trovato sopra una tomba. Il luogo di sepoltura era stato ricostruito come monumento, un tentativo da parte dei sovrani micenei del XIII secolo a.C. di appropriarsi del possibile passato eroico della più antica dinastia regnante. In questo contesto, la superficie fu costruita per elevare un recinto di livello per le cerimonie, con la rielezione delle stele sulle tombe. Un nuovo ingresso, la Porta dei Leoni, fu costruito vicino al sito.
Il Circolo A, con un diametro di 27,5 m, si trova sull'acropoli di Micene sud-est della Porta dei Leoni. Il sito è circondato da due file di lastre, mentre lo spazio tra le file è stato riempito di terra e coperto con lastre. Il Circolo contiene sei tombe a fossa, la più piccola delle quali misura 3 m per 3,5 m e la più grande misura 4,50 m per 6,40 m (la profondità di ciascuna tomba a fossa varia da 1 m a 4 m). Sopra ogni tomba è stato costruito un tumulo e sono state erette delle stele, probabilmente in memoria dei sovrani micenei lì sepolti; tre di esse raffigurano scene di carri.
Un totale di diciannove corpi: otto uomini, nove donne e due bambini - sono stati trovati nei pozzi, che contenevano da due a cinque corpi ciascuno (ad eccezione della tomba II, che era una sepoltura singola). Tra i reperti, sono state trovate zanne di cinghiale nella tomba IV e cinque maschere d'oro nelle tombe IV e V. Una di esse, la presunta maschera di Agamennone, è stata trovata nella tomba V. Inoltre, coppe d'oro e d'argento, tra cui la Coppa di Nestore e il sepolcrale d'argento, furono trovati dalla parte del defunto. Sono stati trovati anche un numero di anelli d'oro, bottoni e braccialetti. La maggior parte delle tombe era equipaggiata con set completi di armi, specialmente spade, e le raffigurazioni degli oggetti mostrano scene di combattimento e di caccia. Il genere di quelli sepolti qui era distinto in base ai beni inumati con cui erano sepolti. Gli uomini furono trovati con le armi mentre le donne ricevevano gioielli.
Molti oggetti erano anche progettati per indicare il rango sociale dei defunti, ad esempio i pugnali decorati, che erano oggetti d'arte e non potevano essere considerate vere armi. Bastoni ornati e uno scettro della tomba IV indicano chiaramente uno status molto significativo del defunto. Oggetti come teste di tori con un'ascia doppia mostrano chiare influenze minoiche. 
All'epoca in cui fu costruito il Circolo, i micenei non avevano ancora conquistato la Creta minoica. Anche se sembra abbiano riconosciuto i minoici come i fornitori del migliore stile e manufatti, poiché la maggior parte degli oggetti decorati in stile minoico e sepolti nel Circolo A non sono minoici ma di artigianato indigeno. D'altra parte, alcuni motivi come le scene di combattimento e di caccia sono chiaramente di stile miceneo. La combinazione di beni di lusso trovati in questo sito era interessante nel modo in cui rappresentava molte società diverse del tempo. Questo era un esempio di "stile internazionale" nel senso che i paesi avrebbero usato la tecnologia di base di una società e l'avrebbero modificata per adattarsi all'immagine comune della loro società.
Il sito di Micene è stato il primo in Grecia ad essere sottoposto a moderni scavi archeologici. Fu scavato dall'archeologo tedesco Heinrich Schliemann nel 1876. Schliemann, ispirato alle descrizioni di Omero nell'Iliade, in cui Micene è definita "abbondante in oro", iniziò a scavare là. Seguiva anche i resoconti dell'antico geografo Pausania che, durante il II secolo d.C., descriveva il sito un tempo prospero e menzionava che secondo una tradizione locale, le tombe di Agamennone e dei suoi seguaci, tra cui il suo auriga Eurimedone e i due figli di Cassandra, furono sepolti all'interno della cittadella. Ciò che Schliemann scoprì nel suo scavo soddisfaceva sia la sua opinione sulla precisione storica di Omero che la sua brama di preziosi tesori. Tra gli oggetti che ha portato alla luce nel Circolo A c'erano una serie di maschere mortuarie d'oro, tra cui una che ha chiamato "La maschera mortuaria di Agamennone" Schliemann liberò cinque aste e li riconobbe come le tombe menzionate da Pausania. Ha interrotto la sua esplorazione dopo che la quinta tomba è stata esplorata, credendo di aver finito di scavare il Circolo, tuttavia un anno dopo Panagiotis Stamatakis ha trovato una sesta tomba.
Da allora è stato dimostrato che le sepolture del Circolo A risalgono al XVI secolo a.C., prima dell'epoca tradizionale della guerra di Troia (XIII-XII secolo aC), in cui avrebbe dovuto partecipare Agamennone.



GRECIA - Tomba di Clitennestra

 

La Tomba di Clitennestra era una tomba a tholos micenea costruita nel 1250 a.C. circa. Con la sua imponente facciata ne fa una delle tholoi più monumentali assieme al cosiddetto Tesoro di Atreo.
La tomba prende il nome da Clitennestra, moglie del re Agamennone, mitico sovrano di Micene e capo dei greci nella guerra di Troia. La Tomba di Clitennestra e la Tomba di Egisto vennero chiamate così perché poste a breve distanza l'una dall'altra, ma furono costruite a circa 200 anni di distanza.
È stato suggerito dagli studiosi moderni che la tomba potrebbe essere appartenuta ad un sovrano di Micene, o che non fu mai occupata a causa della distruzione di Micene avvenuta durante quel periodo.
Le tombe di tipo tholos sono emerse nella Grecia micenea nel 1500-1450 a.C. circa come luoghi di riposo delle famiglie reali locali. Consistevano in grandi camere di sepoltura circolari con alti tetti a volta e un passaggio di entrata rettilineo (dromos) rivestito di pietra. Un totale di nove tombe a tholos furono costruite nelle immediate vicinanze della cittadella di Micene durante il XV-XIV secolo a.C. La Tomba di Clitemnestra fu costruita nel 1250 a.C. circa e fu dunque l'ultima tomba di questo tipo nella regione.


L'ingresso della tomba consiste in un dromos con pareti a conci squadrati. La facciata esterna dello stomion è anch'essa realizzata in conci di conglomerato ed è decorata con semicolonne in gesso accuratamente scolpite con capitelli decorati e scanalature verticali. Un grande triangolo di scarico, originariamente decorato da una scultura in rilievo colorato, sovrasta l'architrave della porta.
La superficie interna della tomba era ricoperta da una mano di gesso bianco. La camera di sepoltura ha un diametro di 13,4 metri. La maggior parte dei conci è segata piuttosto che martellata.
La tomba di Clitennestra condivide diverse caratteristiche architettoniche con quella di Atreo come la combinazione di blocchi di conglomerato e pietra calcarea. Tuttavia, la Tomba di Clitennestra presenta caratteristiche tecniche leggermente più avanzate, ad esempio le file di pietre curve che continuano attorno alla struttura allo stesso livello dell'architrave. Per questo motivo è stato ipotizzato che la Tomba di Clitennestra sia leggermente posteriore rispetto a quella di Atreo.
Le caratteristiche architettoniche di questa tomba specifica come la semi-colonna furono in gran parte adottate dai successivi monumenti classici del I millennio a.C., sia nel mondo greco che latino.
La tomba prende il nome da Clitennestra, moglie del re Agamennone di Micene che guidò la spedizione greca contro Troia. Allo stesso modo, un certo numero di tombe micenee a tholos porta il nome di personaggi mitici delle dinastie locali, come Atreo e Egisto. L'antico geografo greco Pausania si riferì alla posizione delle tombe di Clitennestra e Egisto un po' 'più lontano rispetto alle mura di Micene, in quanto non furono giudicate idonee a essere sepolte all'interno delle mura a causa dell'omicidio del re Agamennone. L'archeologo del XIX secolo Heinrich Schliemann seguì questo passaggio di Pausania e cercò nelle vicinanze di Micene le loro tombe.
Gli scavi negli anni '60 hanno portato alla scoperta delle mura circolari della tomba. Nel dromos è stata rinvenuta la tomba di una donna in aggiunta ai manufatti di accompagnamento; due specchi, ornamenti e perline. Tuttavia, la camera funeraria interna fu trovata saccheggiata e vuota.
Lord William Taylour suggerì che la tomba potesse essere stata del re Agamennone. È stato anche affermato che la tomba non ha avuto alcun occupante a causa della distruzione di Micene che si è verificata durante la seconda metà del XIII secolo a.C.

Campania - Cuma, Tempio di Apollo

  Il  Tempio di Apollo  è un tempio greco-romano ritrovato a seguito degli scavi archeologici sull'acropoli dell'antica città di Cu...