sabato 2 agosto 2025

EGITTO - Statua di Amenardis I in alabastro

 
La statua di Amenardis I (JE 3420) è un'antica statua egizia in alabastro calcareo raffigurante la "Divina Sposa di Amon" Amenardis I (Hatnefrumut Amonirdisi), sorella di Pianki, re kushita e faraone fondatore della XXV dinastia egizia, ed attualmente esposta al Museo egizio del Cairo. Amenardis I (o Amenardis "la Vecchia", per distinguerla da Amenardis II) era figlia del sovrano kushita Kashta di Napata, attuale Gebel Barkal in Sudan.
A Napata si erano rifugiati, intorno al 950 a.C., i sacerdoti di Amon discendenti da Herihor ("Dinastia dei primi profeti di Amon") scacciati da Tebe dai faraoni libici della XXII dinastia: l'influenza dei fuggiaschi aveva dato vita a una società fortemente egizianizzata in senso tradizionalista e, soprattutto, religioso. Dopo che Pianki, successore di Kashta, ebbe conquistato l'Egitto e si fu insediato come faraone, fece in modo che la propria sorella Amenardis, principessa, fosse adottata come erede dalla "Divina Sposa di Amon" allora in carica, Shepenupet I (membro della precedente dinastia: figlia di re Osorkon III, i cui successori Takelot III e Rudamon furono costretti a riconoscere il potere nubiano), allo scopo di garantire ai sovrani nubiani il controllo dell'importante carica e dell'oracolo di Amon. Amenardis I occupò la propria influentissima carica nell'antica capitale Tebe, dove visse, e sua volta nominò propria erede Shepenupet II, di cui era zia per parte di padre.
Questa statua a grandezza naturale (la più celebrata fra quelle di Amenardis I) fu scoperta dall'egittologo francese Auguste Mariette nel 1858 in una piccola cappella all'interno del recinto di Montu a Karnak (e si ritiene sia stata d'ispirazione per il personaggio della principessa Amneris nell'Aida di Giuseppe Verdi, gli scenari della quale furono preparati da Mariette stesso).
La figura di Amenardis I, alta e solenne, richiama le rappresentazioni delle "Grandi spose reali" del Nuovo Regno, pur non riuscendo a superare uno stile monumentale piuttosto "freddo": indossa una pesante parrucca che ricade sulle spalle e sulla schiena, al centro della quale si trova un avvoltoio affiancato da due urei (distintivi delle personalità di rango regale(, mentre un diadema attorniato da molti urei sorreggeva, un tempo, una corona "hathorica" con corna di vacca e disco solare. I suoi orecchini sono simili a grandi borchie rotonde e indossa un lungo abito aderente, sofisticati bracciali e cavigliere, oltre a un pettorale con immagini di Amon e Mut finemente intagliate. La mano sinistra, portata al seno, stringe una sorta di curvo scettro a forma di fiore; la destra, distesa lungo il fianco, impugna un collare rituale menat. L'espressione ha un'aria grave e convenzionale. I cartigli di Amenardis I come "Divina Sposa di Amon", con i suoi nomi originali Hatnefrumut Amonirdisi-Merimut, sono incisi sul basamento che poggia su di un altro in basalto; inoltre l'iscrizione definisce la sacerdotessa "amata da Osiride Signore della vita" (Osiride Neb-Ankh), cioè il titolo con cui il dio Osiride era adorato nella cappella in cui fu scoperta la statua; il basamento inferiore contiene invocazioni ad Amon-Ra di Karnak, associato a Montu "Signore di Tebe". Due secoli dopo la realizzazione della statua, re Psammetico III fece cancellare i nomi di Kashta, padre di Amenardis I, e del fratello Shabaka, che regnò dopo l'altro fratello Pianki.

EGITTO - Statua di Amenofi III e Sobek

 
La statua di Amenofi III e Sobek (J 155) è un antico colosso egizio in alabastro calcareo raffigurante il dio-coccodrillo Sobek e l'importante faraone Amenofi III (1388/6–1350 a.C.) della XVIII dinastia egizia. Si trova al Museo di Luxor.
Fu scoperta casualmente nel 1967 presso il sito del Tempio di Sobek a Dahmasha (presso il quale venivano allevati coccodrilli sacri), nel Basso Egitto: la rinvennero, all'interno di un pozzo protetto da una lastra di pietra arenaria (fatta scorrere nella sua posizione, in antichità, grazie a due rotelle di bronzo), alcuni lavoratori impegnati nello scavo di un canale.
L'iconografia delle due figure è classica e tradizionale. Il temibile dio Sobek, assiso, sulla sinistra, su un trono dai lati coperti d'iscrizioni geroglifiche, è nella sua consueta forma antropomorfa, con testa di coccodrillo sormontata dall'ureo regale e da un imponente copricapo costituito da: modio, corna orizzontali d'ariete, disco solare e due alte piume; un pilastro dorsale interamente coperto d'iscrizioni ne rinforza la figura. Il dio distende il braccio sinistro per stringere a sé il faraone, in segno di protezione, mentre gli avvicina la mano destra al viso: impugna il simbolo ankh della vita e intende "vivificare" Amenofi III. Il sovrano, d'aspetto particolarmente giovanile, è in piedi, di dimensioni sensibilmente minori rispetto a Sobek (consueto segno di ossequio) e la sua posa è rigida: le braccia sono distese lungo il gonnellino mentre il piede sinistro è avanzato; indossa anche la barba posticcia, il copricapo nemes e l'ureo regale.
Nel secolo successivo, il faraone Ramses II della XIX dinastia "usurpò" la statua (verosimilmente considerata di gran pregio) facendovi apporre i cartigli dei propri nomi.

EGITTO - Statua di Iside in granito nero

 

La statua di Iside, madre di Thutmose III, è un'antica scultura egizia raffigurante la "Grande sposa reale" Iside, madre del faraone Thutmose III, in granito nero, esposta al Museo egizio del Cairo.
Questa scultura sofisticata della regina-madre Iside fu dedicata dal figlio, re Thutmose III, al Grande tempio di Amon-Ra a Karnak. Iside è ritratta in una posa classica per l'arte egizia, con le mani adagiate sulle gambe e uno scettro floreale nella mano sinistra, il capo sormontato da una pesante parrucca tripartita con lunghe trecce d'uguale lunghezza e quest'ultima terminante a sua volta con una base cilindrica e dorata cui erano applicate, un tempo, due alte piume (tuttora visibili, sulla sua fronte, i due urei, cioè il cobra e l'avvoltoio del Basso e Alto Egitto incoronati con le corone delle Due Terre). La donna indossa anche un grande pettorale e due bracciali. I suoi piedi posano su una base incorporata al trono, sul quale è scritto:
«Il dio perfetto, Signore delle Due Terre, Menkheperra [Thutmose III], amato da Amon-Ra, Signore dei troni delle Due Terre. Egli lo fece come monumento per sua madre, la "madre del re" Iside, giustificata [defunta].»

EGITTO - Statue di Rahotep e Nofret

 


Le due statue di Rahotep e Nofret sono annoverate tra i capolavori della statuaria della IV dinastia dell'Antico Egitto, esposte al Museo egizio del Cairo. Sono realizzate in calcare di alta qualità, i cui blocchi furono scelti con la massima cura per garantire lo straordinario risultato dell'artista che le scolpì.
Le due statue furono scoperte nel 1871 dall'egittologo francese Auguste Mariette nella mastaba a nord della Piramide di Meidum. Quando gli operai di Mariette entrarono nella stanza buia, rimasero terrorizzati alla vista dell'uomo e della donna che, grazie al loro splendido stato di conservazione, sembravano ancora vivi e seduti all'interno della tomba.
I due personaggi raffigurati sono stati identificati in base alle scritte poste ai fianchi delle due statue e sono il principe Rahotep e sua moglie, la principessa Nofret. Il principe Rahotep, il cui nome significa il dio Ra è soddisfatto, ha il titolo onorifico di sa-nswt-n-ghetef, cioè figlio del re, generato dal suo corpo, accordato, nel corso della lunga storia egizia, ai membri della famiglia reale. Gli altri titoli lo descrivono come un sacerdote di Ra e come supervisore ai lavori. Il nome della principessa Nofret è dipinto a fianco della testa ed è rekhet-nsw Neferet, la conoscenza reale.
La statua di Rahotep lo ritrae seduto, con la mano destra appoggiata sulla parte sinistra del petto, proprio sopra il cuore che per gli antichi egizi era la sede della saggezza e della sensibilità; l'altra mano invece è appoggiata sulla gamba sinistra. Rahotep ha baffi e capelli curati, mentre gli occhi sono incorniciati da un tratto di colore nero e intarsiati con quarzo bianco, cristallo di rocca e resina.
La status della moglie Nofret, invece, enfatizza la bellezza della principessa. La nobildonna, che indossa un duplice abito, è raffigurata anch'essa seduta: la veste più interna è il tipico abito attillato dell'Antico Egitto con spalline larghe, mentre quello più esterno assomiglia ad un mantello stretto. La parrucca è liscia, con scriminatura centrale, ornata da una fascia di motivi floreali che lascia scoperta sulla fronte una parte dei capelli. Gli occhi sono evidenziati con un tratto di colore e intarsiati con le stesse pietre usate per la statua del marito. Nofret porta una collana molto larga, tipica dell'Antico Regno, detta usekh, fatta di file alternate di grani di malachite e di cornalina. La principessa Nofret ha la pelle di color giallo-crema, in conformità con la tradizione secondo cui la carnagione chiara è, nelle donne, simbolo di nobiltà e di bellezza.

EGITTO - Testa di Userkaf

 


La testa di Userkaf (JE 90220) è il frammento di un'antica statua egizia del faraone Userkaf (ca. 2494–2487 a.C.), fondatore della V dinastia egizia, in grovacca; si trova al Museo egizio del Cairo).
Questa effigie di re Userkaf recante la Corona rossa (deshret) del Basso Egitto dà una chiara indicazione dello stile della statuaria regale al principio della V dinastia, consistente nella conservazione e nell'arricchimento degli illustri modelli (come la celebre statua di Chefren in trono, il busto del principe Ankhhaf) offerti dalla precedente IV dinastia. Imitando il proprio predecessore Shepseskaf, ultimo re della IV dinastia, Userkaf volle edificare la propria piramide a Saqqara anziché a Giza nei paraggi della Piramide di Cheope: nel suo Tempio funerario è stata rinvenuta la testa della prima statua colossale nota risalente all'Antico Regno, oltre a vari bassorilievi di qualità eccellente.
A nord di Saqqara, nel deserto di Abusir, Userkaf fece erigere il primo di una serie di templi dedicati al dio-sole Ra, la cui importanza era aumentata durante la IV dinastia ed era destinata a crescere ulteriormente sotto la V; sia Userkaf che i suoi successori Sahura e Neferirkara Kakai erano al centro di un mito di nascita divina che li voleva generati dalla moglie di un sacerdote di Ra e dal dio Ra in persona.
Questa testa di Userkaf in grovacca è stata rinvenuta appunto nel recinto di tale Tempio solare. Stilisticamente è comparabile alle sculture di re Micerino, morto pochi decenni prima: si nota la medesima cura nei dettagli delle tante triadi di Micerino affiancato da divinità, mentre la forma piacente degli occhi, allungati da una linea di trucco, è sormontata da marcate sopracciglia e diverrà un tratto distintivo della statuaria regale della V dinastia.
Al momento della scoperta si credette che la testa appartenesse a un'effigie della dea Neith, venerata a Sais e raffigurata con il medesima copricapo: a dispetto della peculiare delicatezza del viso e dell'assenza della tipica barba posticcia (già assente, d'altronde, anche dalla statua di Khasekhemui in scisto verde e dalla famosa statuetta di Cheope in avorio, ben più antiche), la presenza di una linea quasi impercettibile di baffi ha permesso di dichiararlo un ritratto regale.

EGITTO - Statua osiriforme di Mentuhotep II

 
La statua osiriforme di Mentuhotep II è una scultura raffigurante l'antico faraone egizio Mentuhotep II (2061 - 2010 a.C.), della XI dinastia, che compì la grande impresa di riunire l'Egitto dopo la disgregazione del Primo periodo intermedio e inaugurò il Medio Regno (ca. 2022 a.C.).
La scultura è intatta. Mentuhotep II è rappresentato, assiso in trono, nelle vesti del dio Osiride (col quale il re defunto veniva tradizionalmente identificato già nelle iscrizioni funebri dell'Antico Regno); la sua pelle è ritualmente nera, il colore appunto del dio dei morti. Indossa il mantello bianco della festa giubilare sed, con la quale il Paese celebrava un ringiovanimento del sovrano a partire dal suo 30º anno di regno. Reca la corona rossa (deshret) del Basso Egitto e, al mento, una imponente barba divina arricciata (la barba arricciata era attributo di divinità o geni). Le braccia incrociate sul petto, con le mani chiuse ad impugnare scettri oggi perduti, sono un altro elemento riconducibile al mummiforme Osiride.
Nonostante l'ampia fama e il valore storico e artistico, la si ritiene opera di un artista inesperto per quanto riguarda le proporzioni delle sculture regali assise: benché all'epoca le gambe fossero comunemente rappresentate più grandi del normale, nella statua di Mentuhotep risultano estremamente massicce, con piedi esageratamente grandi. A ciò si aggiungono la faccia dai tratti robusti, la bocca appesantita e il naso largo, segni di un'arte provinciale.
La statua fu sepolta, avvolta in un abito di lino, sotto al terrazzo del complesso del Tempio funerario di Mentuhotep II, nell'anfiteatro roccioso di Deir el-Bahari durante una apposita cerimonia, la natura della quale resta piuttosto oscura agli egittologi. Fu rinvenuta in una tomba di Osiride, cenotafio in cui il dio veniva simbolicamente inumato in effigie: tale camera fu forse originariamente progettata per contenere i resti mortali del re.
Fu scoperta accidentalmente nel novembre del 1898, quando il cavallo dell'archeologo britannico Howard Carter, percorrendo il pavimento dell'antico terrazzo che celava la tomba di Osiride, smosse il solaio sprofondandovi con una zampa. La fossa così rivelatasi, soprannominata Bab el-Hosan (Porta del Cavallo), portò alla scoperta di una camera intatta, contenente la statua di Mentuhotep II avvolta nel lino, un sarcofago vuoto, vasellame e barchette in legno. Come ha scritto Zahi Hawass: «Aspettandosi un grandioso rinvenimento - forse addirittura una sepoltura regale, poiché l'ambiente era indubbiamente connesso con il tempio funerario di Nebhepetra Mentuhotep - Carter organizzò l'apertura della camera con grande sfarzo, invitando anche importanti dignitari. L'esito si rivelò invece deludente secondo gli standard di allora (molti archeologi moderni ascriverebbero la scoperta tra le maggiori).» Da allora è conservata al Museo egizio del Cairo, con la sigla d'inventario JE 36195.

EGITTO - Statua del ka di Hor I


 
La statua del ka di Hor I (JE 30948) è un'antica scultura egizia in legno che rappresenta il ka di Hor I Auibra (ca. 1777 - 1775 a.C. o, per pochi mesi, nel 1760 o 1735 a.C.), un effimero faraone della XIII dinastia egizia.
Secondo la religione egizia, il ka era la forza che animava la forma visibile di qualcuno (sia il corpo oppure solo una statua) che il ba aveva scelto, dandole così la vita. Questa complessa nozione non ha un equivalente nelle moderne lingue europee; la sua traduzione con i termini anima o spirito è solo parzialmente precisa.
Il reperto fu realizzato in legno originariamente dorato e il soggetto doveva essere rivestito di un gonnellino, mentre ora appare completamente nudo. Sul capo della statua, applicate alla parrucca, appaiono due braccia: riproducono precisamente il geroglifico egizio da leggere ka. Originariamente, la figura impugnava un'asta nella mano sinistra, protesa in avanti, e stringeva uno scettro nella destra, che invece è distesa lungo il corpo. Il volto è reso particolarmente espressivo dai brillanti occhi realizzati in cristallo di rocca e quarzo, intarsiarti nel legno. Poiché rappresenta il ka di Hor I e non la sua persona, la scultura non è un ritratto del faraone. Ciò è inoltre sottolineato dalla mancanza, dalla fronte, dell'ureo (immancabile nella ritrattistica reale) e dalla presenza, invece, della parrucca tripartita e della lunga barba arricciata - attributi propri di divinità e geni e chiare allusioni alla natura divina del soggetto raffigurato.
La tomba quasi intatta di Hor I, contenente il sarcofago con la salma del sovrano, il tabernacolo ligneo e la famosa statua del suo ka, nascosti sotto una grande quantità di bastoni e vasi, fu scoperta nel 1894 da Jacques de Morgan, Georges Legrain e Gustave Jequier a Dahshur. La tomba non era altro che un pozzo ricavato presso l'angolo nord-orientale della piramide di re Amenemhat III, probabilmente progettato per un semplice cortigiano e solo in seguito adattata al meglio delle possibilità per accogliere i resti mortali e il corredo funebre di Hor I, morto forse inaspettatamente. Al momento della scoperta, la statua era ricoperta di uno strato di una pittura grigia che si disintegrò a contatto con l'aria. L'identità dell'enigmatico faraone Hor I Auibra è nota esclusivamente grazie a questa scoperta, in particolare grazie a due vasi in alabastro, all'imboccatura della cavità, recanti il suo nome.
La statua si trova al Museo egizio del Cairo, col numero d'inventario JE 30948. Scomparsa poco tempo dopo il suo arrivo nel museo, nel 1902, fu poi ritrovata in un luogo appartato del museo stesso, nascosta da un operaio che l'aveva danneggiata e temeva di essere punito.





EGITTO - Statua di Chefren assiso in trono

 
La statua di Chefren assiso in trono (JE 10062) è un'antica scultura funeraria egizia del faraone Chefren (ca. 2558 a.C. - 2532 a.C.), che regnò durante la IV dinastia. Si trova al Museo egizio del Cairo. Il suo materiale è l'anortosite-gneiss (un tipo di diorite), una pietra scura, pregiata ed estremamente dura, proveniente da cave regali distanti dal sito del ritrovamento oltre 640 chilometri - a sud lungo il corso del Nilo. L'opera, ritenuta uno dei massimi capolavori della statuaria egizia, intende sottolineare il potere e la dignità regale di Chefren e fu scolpita per essere collocata nel Tempio a valle, accanto alla Sfinge di Giza, all'interno della grande necropoli; era oggetto di un culto funerario: le sculture dei sovrani defunti, all'interno dei loro templi funerari, erano intese come sostituti del corpo del re per divenire sedi del suo ka: secondo la religione egizia, il ka era la forza che animava la forma visibile di qualcuno (sia il corpo oppure solo una statua) che il ba aveva scelto, dandole così la vita (questa complessa nozione non ha un equivalente nelle moderne lingue europee: la sua traduzione con i termini anima o spirito è solo parzialmente precisa). Dopo la morte, il ka avrebbe abbandonato il corpo, pur continuando a necessitare di un luogo in cui insediarsi: la statua. Scolpita a tutto tondo, l'opera raffigura Chefren seduto (una delle modalità più comuni per la rappresentazione della figura umana durante l'Antico Regno).
Chefren compare rigidamente assiso sul suo trono regale, con lo sguardo ieraticamente fisso davanti a sé in un punto lontano. Indossa il tipico copricapo nemes, in lino, sormontato dall'ureo regale, e la barba posticcia attaccata al mento cesellato: tutti questi simboli erano intesi come riferimento alla natura divina del faraone. Stretto in vita, porta un gonnellino plissettato, lungo fino alle ginocchia, che rivela un corpo idealizzato, giovane e dai muscoli definiti. L'avambraccio sinistro e parte della gamba sinistria sono mancanti. Questa immagine non è da interpretare come un ritratto fedele, ma come una simbolizzazione del potere di Chefren attraverso l'uso delle convenzioni artistiche egizie: un corpo perfetto, un viso senza età, proporzioni corporee ideali. La ritrattistica egizia idealizzata non intendeva rendere riconoscibili i connotati dei sovrani, bensì proclamarne la natura divina. L'elaborato trono su cui Chefren si asside è formato da due leoni che ne rendono particolarmente robuste le gambe. Fiori di loto (stemma araldico dell'Alto Egitto) e piante di papiro (del Basso Egitto) crescono fra le gambe del sedile e sono un chiaro riferimento all'unificazione dell'Alto e del Basso Egitto, che pose fine al periodo predinastico dell'Egitto e avviò il periodo dinastico (ca. 3150 a.C.). Horus, il grande dio-falco protettore dei faraoni, è fieramente appollaiato in cima allo schienale del trono e le sue due ali, aperte, abbracciano la nuca del sovrano in un gesto tradizionalmente protettivo: il faraone era creduto l'incarnazione di Horus in terra, ed era questa sua caratteristica divina a legittimarne il regno. 
Al di là della sorprendente immagine del falco di Horus, praticamente invisibile in una visione frontale dell'opera, i piedi di Chefren poggiano su una piattaforma decorata con l'incisione dei cosiddetti "nove archi", simboli tradizionali del dominio del faraone sui nemici stranieri e interni. La rappresentazione del faraone, molto calma e simmetrica, senza movimenti o emozioni, enuncia l'immobile eternità del sovrano: la sua corporatura sana e robusta, la postura permanente dimostrano di ignorare lo scorrere del tempo, a intendere che Chefren era considerato al di fuori del tempo e che il suo potere sarebbe esistito per sempre, anche nell'aldilà. La sua espressione è impassibile, il volto è senza età, alludendo velatamente a un regno privo di turbamenti e perfettamente controllato, oltre che a un potere incontrastato. La scultura appare compatta e solida, con poche parti sporgenti: il corpo ideale di Chefren e il suo trono sono legati per l'eternità in un unico blocco.

EGITTO - Testa colossale di Tolomeo XV Cesare

 


La testa colossale di Tolomeo XV Cesare (SCA 88) è il frammento di una statua colossale dell'antico faraone egizio Tolomeo XV Cesare (44–30 a.C.), detto Cesarione, figlio della regina tolemaica Cleopatra VII (51–30 a.C.), con la quale condivise formalmente il regno, e del condottiero romano Gaio Giulio Cesare. E' esposta alla Bibliotheca Alesxndrina, ad Alessandria d'Egitto.
L'identità del soggetto è oggetto di ipotesi e dibattiti. Questa testa in granodiorite si inserisce nel filone della statuaria regale tolemaica con caratteri sia greci che egizi: la dinastia tolemaica era infatti di origini macedoni e aveva assunto il potere in Egitto dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.): tuttavia, le prime rappresentazioni di tali sovrani a fondere al tradizionale stile egizio gli influssi greci cominciarono a essere prodotte solamente sotto Tolomeo V (204–181 a.C.). Il reperto fu scoperto nel 1997 dall'archeologo subacqueo Frack Goddio sul fondale marino al largo di Alessandria d'Egitto, insieme a centinaia d'altri reperti di varia natura (statue, monete, stele, vasellame e altro).
La statua è rotta alle spalle e si sono preservate unicamente la testa, con viso giovanile e naturalistico, e parte del copricapo faraonico nemes: proprio il realismo dei tratti somatici rimanda a un modello più greco che egizio così come l'esecuzione dei capelli, tipica della scultura tolemaica greco-egizia[2]. Sulla superficie del nemes vi sono due serie di fori praticati per l'inserimento di cavicchi: la prima, sulla sommità della testa, serviva a sorreggere una corona non meglio definibile; la seconda serie, sopra le orecchie, sosteneva forse un diadema, una fascia o un paio di corna d'ariete del dio egizio Amon, assimilato al greco Zeus. In un primo momento si credette che non fosse mai stato realizzato, sulla sommità della fronte, l'ureo regale tipico dei sovrani d'Egitto e caduto in disuso in epoca romana (fuorché, curiosamente, per la gente comune nelle raffigurazioni funerarie): l'individuazione delle tracce dell'ureo nel 2001 permise di ascrivere la testa a un re egizio d'epoca tolemaica.
Lo stile dei capelli fu avvicinato da alcuni alle rappresentazioni di Augusto. Il viso è piatto e largo, la fronte prominente, le palpebre arrotondate, la bocca pesantemente piegata verso il basso in un'espressione "imbronciata" tipica del I secolo a.C. (presente, per esempio, in un colosso di Tolomeo II) Al Museo egizio di Torino, per esempio, si trova una statua di Cleopatra assai simile a questa testa, così come a svariati ritratti attribuiti a non meglio identificati "principi" del I secolo a.C. Si tratterebbe, quindi, di un'opera del periodo, cioè tardo-tolemaica. L'aspetto decisamente giovanile di questo re e le similitudini con l'immagine di Cleopatra a Torino porterebbero ad ascrivere la testa proprio agli anni di Cleopatra; la regina, nel corso degli anni, condivise il potere con cinque uomini: inizialmente i propri fratelli Tolomeo XIII e Tolomeo XIV, poi i propri amanti Gaio Giulio Cesare e Marco Antonio (che però non furono mai proclamati re d'Egitto), infine il proprio figlioletto Tolomeo XV, proclamato coreggente della madre e rappresentato al suo fianco nel Tempio di Hathor a Dendera: è possibile che accanto a questa statua se ne trovasse un'altra della madre, oggi perduta.

EGITTO - Statua della regina bianca

 
Statua della regina bianca
(JE 31413) è il soprannome di una scultura (conservata al Museo egizio de Il Cairo) raffigurante una regina - la cui identità è dibattuta - del faraone Ramses II (1279–1213 a.C.): la parte finale delle iscrizioni sul pilastro dorsale, con il nome e titoli principali della donna raffigurata, è andata perduta. Comunque, il copricapo circolare con i cobra sormontati da piccoli disco solari (che originariamente sosteneva due piume e un altro disco solare) e i due cobra sulla fronte (le dee Nekhbet e Uadjet) ne definiscono chiaramente il rango di regina. A causa di una certa somiglianza con un colosso (dieci volte più grande di questa statua), scoperto ad Akhmim nel 1981, di Meritamon, una della figlie dello stesso Ramses II e della Grande sposa reale Nefertari, che divenne una sposa reale alla morte della madre. La donna ritratta, giovane e con un leggero sorriso, indossa una parrucca tripartita fermata da una doppia banda che sostiene l'ureo, grossi orecchini sferici e un ampio pettorale, le cui perline sono a forma di geroglifico nefer, che significa "bello"; nella mano sinistra, appoggiata al seno destro, impugna una collana dal contrappeso a forma di dea Hathor, che permette di identificarla anche come sacerdotessa; i suoi capezzoli sono coperti da piccole rosette. Fra i titoli preservatisi sul retro del reperto, compare la dicitura: «Suonatrice del sistro di Mut e del menat di Hathor, danzatrice di Hathor
I colori della statua sono in uno stato di conservazione più che discreto. Fu rinvenuta a Tebe, nella "Cappella della Regina Bianca" del Ramesseum, dall'archeologo britannico Flinders Petrie nel 1896.


venerdì 1 agosto 2025

ARGENTINA - Cueva de las Manos

 


La Cueva de las Manos (che in spagnolo significa Caverna delle Mani) è una caverna situata nella provincia argentina di Santa Cruz, 163 chilometri a sud della città di Perito Moreno, all'interno dei confini del Parco Nazionale Perito Moreno che comprende altri siti di importanza archeologica e paleontologica. La Caverna si trova nella valle del fiume Pinturas, in un luogo isolato della Patagonia a circa 100 chilometri dalla strada principale. Essa è famosa (e infatti a questo deve il suo nome) per le incisioni rupestri rappresentanti mani, che appartenevano al popolo indigeno di questa regione (probabilmente progenitori dei Tehuelche), vissuto fra i 9.300 e i 13.000 anni fa. Gli inchiostri sono di origine minerale, quindi l'età delle pitture rupestri è stata calcolata dai resti degli strumenti (ricavati da ossa) usati per spruzzare la vernice sulla roccia.
La caverna principale è profonda 24 metri, con un ingresso largo 15 metri ed un'altezza iniziale di 10 metri. All'interno della caverna il terreno è inclinato, in salita, mentre l'altezza si riduce a non più di 2 metri.

Le immagini delle mani sono spesso in negativo, e oltre a queste ci sono scene di caccia, esseri umani, lama, nandù, felini ed altri animali, nonché figure geometriche e rappresentazioni del sole. Dipinti simili, anche se in numero minore, sono presenti anche nelle caverne circostanti. Sul soffitto si trovano puntini rossi, ottenuti probabilmente da quelle popolazioni immergendo nell'inchiostro le bolas e tirandole successivamente verso l'alto. I colori usati per dipingere le scene variano dal rosso (ottenuto dall'ematite) al bianco, nero e giallo.
La maggior parte delle mani sono sinistre, il che suggerisce che i "pittori" tenessero gli strumenti che spruzzavano l'inchiostro con la destra. Le dimensioni delle mani sembrano quelle di un ragazzino di 13 anni ma, considerando che probabilmente esse sono più piccole di quanto non fossero in realtà, si pensa che le mani appartenessero a persone di qualche anno più vecchie: in questo caso potremmo trovarci di fronte ad un rito, lasciare l'impronta della propria mano sul muro della caverna (probabilmente sacra) poteva significare il passaggio dall'età infantile all'età matura.
Nel 1999 la Cueva de las Manos è stata inserita nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.
Nel film documentario Nomad - In cammino con Bruce Chatwin (Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin) (2019) di Werner Herzog, il regista mostra delle fotografie di Cueva de las Manos.

BRASILE - Parco nazionale Serra da Capivara

 


Il parco nazionale Serra da Capivara è un'area naturale protetta situato nel nordest del Brasile, nello Stato di Piauí. Ha una superficie di 129.140 ettari ed un perimetro di 214 chilometri.
È amministrato dall'Istituto Chico Mendes per la Conservazione della Biodiversità. Fu creato per proteggere l'area che comprende il più importante patrimonio preistorico del Brasile, con una ricchezza di vestigia archeologiche conservatesi per millenni grazie all'equilibrio dell'ecosistema, oggi estremamente a rischio.
Situato in una regione dal clima semiarido, frontiera tra due grandi formazioni geologiche, il bacino sedimentario del Maranhão-Piauí e la depressione periferica del fiume São Francisco, il parco presenta un rilievo formato da colline, valli e altopiani. L'ambiente morfo-climatico è quello della caatinga con zone di transizione col cerrado al margine nord. Le “foreste bianche” del nordest del Brasile, “caatingas” nella lingua dei nativi, sono formazioni biogeografiche caratterizzate da piante xerofile (che perdono le foglie nella stagione secca). La vegetazione è formata da arbusti sottili, estremamente ramificati, con tronco liscio e rami corti e duri, spesso spinosi. Le foglie piccole e rade lasciano passare la luce. La vegetazione erbacea generalmente è presente solo durante la stagione delle piogge.
Le ricerche realizzate nel parco hanno riscontrato la presenza di 33 specie di mammiferi non volatori, 24 di pipistrelli, 208 specie di uccelli, 208 di lucertole, 34 di anfibi. Il maggior predatore della regione del parco è il giaguaro.
Area di maggior concentrazione di siti preistorici del continente americano e dichiarato nel 1991 Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, il parco presenta una densa concentrazione di siti archeologici, la maggior parte con pitture e incisioni rupestri di epoca preistorica. Ad oggi sono stati catalogati 912 siti archeologici, dei quali 657 presentano pitture rupestri in ripari sotto roccia, attribuiti a popolazioni di cacciatori-raccoglitori. Tra questi Pedra Furada è uno dei più importanti, con pitture rappresentanti scene di caccia con lance e trappole, databili fino a 11.000 anni fa. Queste pitture, che sono state chiamate della «Tradizione del Nordeste», comprendono, oltre a figure umane, anche elaborati disegni geometrici.
Gli altri siti sono all'aria aperta e sono accampamenti o villaggi di agricoltori-ceramisti, siti funerari e siti paleo-archeologici. Sono stati ritrovati reperti ossei umani ed animali, manufatti ceramici datati 8.960 anni (i più antichi finora ritrovati nel continente americano) e circa 30.000 figure dipinte su roccia, le più antiche datate 26.000 – 20.000 anni fa.
Queste datazioni così antiche, così come quelle di altri siti in Cile, Messico e Stati Uniti, hanno portato alcuni archeologi sudamericani e statunitensi a mettere in discussione o quantomeno a rivedere la teoria di Clovis secondo la quale l'homo sapiens avrebbe raggiunto per la prima volta il continente americano attraverso lo stretto di Bering 10.500-13.000 anni fa.
La progressiva decifrazione dell'iconografia svela importanti aspetti della vita e delle credenze religiose delle popolazioni preistoriche succedutesi nell'ambito del parco

BRASILE - Pedra Furada

 
Pedra Furada è un sito archeologico preistorico ricavato in un riparo sotto roccia nelle arenarie Siluro-devoniane dello Stato del Piauí, Nordeste del Brasile, in quello che ora è il Parco nazionale della Serra da Capivara dove, dal 1974 furono scoperti oltre 1.200 siti dall'équipe dell'archeologa brasiliana Niède Guidon. Nel sito della Pedra Furada vi sono oltre 900 pitture rupestri risalenti datate tra 11.000 e 5.000 anni fa. Lo scavo è stato condotto da Niéde Guidon (1978-1987), per il 35% della superficie, e da Fabio Parenti (1987-1988) per la porzione rimanente. Un piccolo blocco-testimone rimane a disposizione degli studiosi. La sequenza stratigrafica è spessa 5,5 m ed è composta di sedimenti sabbiosi e ghiaie derivanti dallo smantellamento del tetto del riparo. Le 54 datazioni radiocarboniche sono comprese tra 60.000 (limite del metodo) e 5.000 anni da oggi.
Il riempimento contiene 158 tra focolari e strutture archeologiche, di cui 87 negli strati del Pleistocene finale. Le industrie litiche sono ricavate da ciottoli di quarzo presenti in loco e da blocchetti di selce provenienti dai vicini affioramenti carbonatici. L'origine antropica delle industrie degli strati pleistocenici è oggetto di controversia ed è contestata da molti archeologi, perlopiù statunitensi.
A causa della forte acidità del sedimento, ricco di silice, non si sono conservati resti organici più antichi di 6.000 anni, ciò che rende impossibile conoscere le faune accompagnanti i reperti archeologici. Sono stati tuttavia datati e studiati molti coproliti umani, che hanno fornito utili indicazioni sulla paleobotanica della zona nell'Olocene medio.
La controversia principale riguarda l'origine antropica dei manufatti e dei focolari dei livelli pleistocenici.
La monografia che descrive dettagliatamente il sito, la sua geologia, i manufatti e le strutture rinvenute è un libro di Fabio Parenti, cui si rimanda per approfondimenti.
Il sito della Pedra Furada, con le sue datazioni molto antiche, è uno dei giacimenti più discussi della preistoria mondiale anche perché obbliga a una radicale revisione del modello "Clovis first" relativo al popolamento delle Americhe, secondo il quale si postula che i primi gruppi a giungere nel nuovo mondo furono i portatori delle industrie a cuspidi bifacciali dette di Clovis, non più vecchie del 13000 anni fa.

BRASILE - Pietra di Ingá

 


La Pietra di Ingá (Pedra do Ingá in lingua portoghese) è un grande monolite scolpito e decorato che si trova nel fiume Ingá vicino alla piccola città di Ingá, a 96 km da João Pessoa, nello stato di Paraíba, nel nord-est del Brasile.
La Pietra Ingá è anche chiamata Itacoatiara do Ingá. La parola Ita significa "pietra" nella lingua tupi degli indigeni che abitavano quella zona. Si tratta di una formazione rocciosa in gneiss che copre un'area di circa 250 m 2 che comprende un muro verticale lungo 46 metri per 3,8 metri di altezza.
Le pietre sono ricoperte di simboli e glifi (se ne contano circa 450) che fino ad oggi risultano indecifrabili. Gli studiosi ritengono che sia stato creato da indigeni che hanno vissuto nella zona fino al XVIII secolo. La maggior parte dei glifi rappresenta animali, frutti, esseri umani, costellazioni e altre immagini irriconoscibili.
La maggioranza degli studiosi ritiene che si tratti di antichi simboli sacri scolpiti da un'antica cultura precolombiana, ancora non identificata, che ha abitato la regione in tempi remoti; altri hanno ipotizzato che rappresenti la loro scrittura. La maggior parte delle figure sembra astratta e gli studiosi vorrebbero tentare una traduzione ma il problema principale è che mancano paralleli su cui operare un confronto.
Tuttavia, fino ad oggi, non è stato possibile stabilire in modo definitivo chi fossero gli autori dei segni e quali sarebbero state le motivazioni per la realizzazione del monumento. Gli archeologi, come Dennis Mota e Vanderley de Brito, ritengono che le iscrizioni siano state fatte nel corso di molte generazioni, da comunità seminomadi in passaggi attraverso la regione, utilizzando scalpelli di pietra.

L'intero terreno roccioso presenta iscrizioni dalle forme più diverse, realizzate con varie tecniche di incisione su pietra . Le diverse parti sono state chiamate "Pannelli" dai professori Thomas Bruno Oliveira e Vanderley de Brito, per scopi di ricerca:
Pannello Verticale - È il più conosciuto e studiato dell'insieme dell'area rocciosa, è lungo 46 metri per 3,8 m di altezza, 15 metri di lunghezza per 2,3 m di altezza sono quasi completamente occupate da iscrizioni. La maggior parte di esse si trova al di sotto di una linea orizzontale leggermente ondulata di 112 incisioni capsulari. Queste iscrizioni sono molto pulite, presentano scanalature larghe (fino a 5 cm), relativamente profonde (fino a 8 mm) e ben levigate.
Pannello inferiore - Si trova sul pavimento della lastra di fronte al pannello verticale. Copre un'area di 2,5 m² con diverse iscrizioni arrotondate da cui emergono striature, simili a stelle . Gli studiosi ipotizzano che vi venga rappresentata la costellazione di Orione o delle Pleiadi, poiché sono le costellazioni che si possono vedere guardando il cielo notturno da quella posizione.
Pannello Superiore - Situato sopra il Pannello Verticale, in cima alla roccia, alto 3,8 metri. È composto da segni sparsi di minore profondità e larghezza e realizzati anche con meno cura di quelli sottostanti. L'iscrizione che più attira l'attenzione su questo pannello è un grande cerchio a forma di spirale , attraversato da un'iscrizione a forma di freccia che punta ad ovest .
Sono presenti anche le cosiddette Iscrizioni Marginali , che sono sparse in tutta l'area dell'insieme rupestre e hanno un aspetto più rustico rispetto alle altre iscrizioni, molti di loro sono appena stati raschiati via dalla superficie rocciosa. Il motivo per cui queste iscrizioni differiscono dalle altre, per la loro semplicità, è un altro dilemma per i ricercatori. Vanderley de Brito propone che potrebbero essere stati prodotti da culture precedenti a quella che ha prodotto le iscrizioni principali. Dennis Mota ipotizza invece che le iscrizioni marginali avrebbero potuto servire da schizzo per le iscrizioni più elaborate sui pannelli.

Ipotesi archeoastronomica 

C'è un'ipotesi che attribuisce ai petroglifi di Ingá un'importanza dal punto di vista archeoastronomico. Nel 1976, l'ingegnere spagnolo Francisco Pavía Alemany iniziò uno studio matematico di questo monumento archeologico. I primi risultati sono stati pubblicati nel 1986 dall'Istituto di Arqueologia Brasileira (Pavía Alemany F. 1986). Egli Individuò in Inga una serie di "ciotole" e un altro petroglifo inciso sulla superficie verticale del muro di pietra che formava un "calendario solare", sul quale uno gnomone proiettava l'ombra dei primi raggi solari di ogni giorno. L'Agrupación Astronómica de la Safor ha pubblicato nel 2005 una sintesi di questo lavoro nel suo bollettino ufficiale Huygens n. 53 (Pavía Alemany F. 2005).
Successivamente F. Pavia ha proseguito lo studio, concentrandosi questa volta su una serie di segni incisi sulla superficie rocciosa, che ha interpretato come un gran numero di "stelle" raggruppate a formare "costellazioni". Si ritiene che la coesistenza delle "ciotole" e delle "costellazioni" nella stessa roccia le conferisca un significato archeoastronomico.
Nel 2006, l'egittologo e archeoastronomo Jose Lull ha coordinato la pubblicazione di un libro intitolato Trabajos de Arqueoastronomía. Ejemplos de Africa, America, Europe y Oceania , un compendio di tredici articoli scritti da archeoastronomi. Tra questi ci sono "L'insieme archeoastronomico di Inga" dove è esposto lo studio sia delle coppe che delle costellazioni menzionate prima e le ragioni che giustificano Inga come un monumento archeoastronomico eccezionale.

Ipotesi Pseudoscientifiche 

Vista la mancanza di notizie certe sui costruttori della Pietra di Ingà, sono state formulate delle ipotesi riconducibili alla cosiddetta "archeologia misteriosa" che non trovano alcun riscontro presso la maggioranza degli studiosi.
Il ricercatore italo-brasiliano Gabriele D’Annunzio Baraldi, studioso di lingue antiche che ha trascorso molti anni allo studio della Pietra di Ingá, sostiene che i glifi presenti sul monolite sono simili a quelli delle culture mesopotamiche primordiali. Sempre a suo parere, la lingua Tupi – Guarani, parlata da alcuni gruppi etnici sudamericani, sembra avere una lontana assonanza con la lingua ittita. Baraldi trova in questa comunanza una prova dell’esistenza di una grande civiltà globale esistita in tempi remoti, nota più comunemente con il nome di Atlantide. Se la tesi di Baraldi è corretta, la Pietra di Ingá rappresenta un messaggio che gli antichi superstiti di quella civiltà avrebbero lasciato ai posteri, come memoria del passato e come monito per il futuro. A sostegno dell’ipotesi di Baraldi vi sarebbe la somiglianza dei glifi della Pietra di Ingá con la scrittura utilizzata dagli antichi abitanti dell'Isola di Pasqua, il Rongorongo. Si tratta di una scrittura che è stata solo parzialmente decifrata e che non utilizza geroglifici. L’isola di Pasqua è l’unica nell’area del Sud Pacifico ad aver sviluppato nella propria storia una scrittura propria.
Molti sostengono che la Pedra do Ingá abbia origini fenicie. Il professore padre Inácio Rolim, vissuto nel XIX secolo, è stato uno dei primi promotori di questa tesi, facendo analogie tra i simboli scritti su Pedra do Ingá e i caratteri della scrittura fenicia. La ricercatrice Fernanda Palmeira, all'inizio del XX secolo , viaggiò attraverso diverse regioni dell'entroterra nord- orientale, studiando presunti resti fenici in questa regione. Oltre a diversi articoli, scrisse anche il libro "Storia antica del Brasile", in cui associava non solo le iscrizioni rupestri di Ingá ai Fenici, ma anche alla scrittura demotica egizia.
Esiste anche una corrente che sostiene che i segnali di Ingá siano opera di ingegneria extraterrestre. L'ufologo Cláudio Quintans ha suggerito che delle astronavi aliene sarebbero atterrate nella regione di Pedra do Ingá. L'ufologo ha persino raccolto campioni del suolo dove, secondo lui, sarebbe atterrato tale veicolo. Un altro ricercatore, Gilvan de Brito, nel libro Viagem ao Desconhecido , afferma che esistono, in Ingá, formule per la produzione di energia quantistica e persino combinazioni matematiche che potrebbero indicare la distanza tra la Terra e la Luna.


BOLIVIA - Cultura Tiahuanaco

 


La cultura Tiahuanaco (Tiwanaku in inglese) fu un'importante civiltà precolombiana il cui territorio si estendeva attorno alle frontiere degli attuali stati di Bolivia, Perù e Cile. Prende il nome dalle rovine dell'antica città omonima, nei pressi della sponda sud-orientale del lago Titicaca e approssimativamente 72 km a ovest di La Paz, sede del governo della Bolivia (la capitale formale dello Stato è Sucre). Alcune ipotesi sul nome, affermano che derivi dall'aymara Taypikala. Tiahuanaco è molto più grande di quel che si è scoperto finora. Grazie ad uno studio con immagini satellitari e droni sembra che essa abbia una superficie almeno doppia rispetto a quella finora nota. Lo studio è stato voluto dall'UNESCO.
La civiltà Tiahuanaco fu contemporanea di quella Huari, che si trovava a nord di quella Tiahuanaco, condividendone molti aspetti, in particolare dal punto di vista artistico. Tuttavia i contatti tra le due culture sembrano essere stati limitati ad un periodo di 50 anni, durante i quali vi furono sporadiche scaramucce riguardanti una miniera occupata per prima dai Tiahuanaco. La miniera delimitava il confine tra le sfere di influenza delle due culture e gli Huari tentarono, senza successo, di assicurarsela tutta per loro.
Il declino di questa civiltà sembra sia causato dall'invasione di popolazioni dal sud o nella perdita di fede nella religione predominante. Il collasso dei Tiahuanaco influenzò la crescita dei sette regni Aymara, gli stati più potenti dell'area. Tutto il territorio fu conquistato, attorno al XV secolo, dagli Inca e annessi all'impero noto come Tahuantinsuyo. La regione occupata dai Tiahuanaco venne annessa alla provincia nota come Qulla Suyo, la provincia dell'est.
Il territorio fu fondato approssimativamente attorno al 200 a.C., come una piccola città e crebbe tra il IV ed il VI secolo, conseguendo un importante potere regionale nel sud delle Ande.
Nella sua massima estensione la città copriva 6 km² e ospitava circa 40.000 abitanti.
Una sua caratteristica sono gli enormi monoliti di circa 10 tonnellate che si possono ancora ammirare nelle rovine dell'antica città.
Il declino iniziò attorno al 950 fino al collasso completo attorno al 1100, quando il centro cerimoniale venne abbandonato. L'area circostante non fu però abbandonata completamente, ma lo stile artistico caratteristico cadde assieme agli altri aspetti della cultura.
Non vi sono prove che la civiltà Tiahuanaco utilizzasse la scrittura.
La Porta del Sole di Tiahuanaco (foto in alto) fu ricavata da un unico blocco di andesite sul quale vennero incisi rilievi, principalmente nella sezione trasversale collocata sopra il vano della porta, lungo 1,40 metri.
Il rilievo centrale mostra il "dio dei bastoni", una figura armata di due scettri a forma di serpente, attorniata da altre 48 figure alate, di cui 32 con volto umano e 16 recanti la testa di un condor.
La Porta del Sole venne così chiamata perché posizionandosi davanti ad essa all'inizio della primavera si può osservare che il sole sorge esattamente sopra la metà della porta.
Una teoria sostiene che le 48 figure ricavate nella pietra rappresentino lo schema base di un calendario che sarebbe servito a determinare ulteriori riferimenti astronomici.


BOLIVIA - Pumapunku

 


Pumapunku, anche detto “Puma Pumku” o “Puma Puncu”, è parte di un ampio complesso o gruppo di monumenti del sito di Tiahuanaco, in Bolivia. In Aymara, il suo nome significa “La porta del Puma”. All'inizio del XX secolo l'ingegnere tedesco Arthur Posnansky (1873-1946) dedicò lunghi anni delle sue ricerche alle rovine di Tiwanaku, un antico villaggio indio situato sull'altipiano boliviano. L'ingegnere concentrò i suoi studi su una zona del villaggio, dove alcune pietre erano disposte verticalmente. Da questo lo studioso dedusse che in quel luogo, migliaia di anni prima sorgeva un osservatorio astronomico. Così il sito di Tiwanaku richiamò altri studiosi tra cui l'italiano Giampaolo Dionisi Piomarta, i quali scoprirono un altro sito presente a poche centinaia di metri di distanza, Pumapunku.
Nel campo di rovine si trovano blocchi che arrivano a pesare sino a 130 tonnellate. Pare quindi che ci si trovi davanti ai resti di parecchi edifici. Però è insolita la forma delle pietre, lavorate in modo così preciso da poter essere unite l'una all'altra in diversi modi, paragonabili a un moderno sistema modulare. Per fissare le pietre venivano infatti utilizzate delle cambrette di metallo, metodo conosciuto dagli archeologi dopo gli scavi di Delfi, città dell'antichità dove risiedeva uno tra i più famosi oracoli di tutti i tempi. I blocchi modulari del sito inoltre denominati "blocchi H" mostrano un grado di
precisione elevato sia nell'intaglio degli angoli retti, che nelle misure relative a ciascun blocco. Gli incavi dei blocchi H inoltre, presentano scanalature dalle pareti non parallele, per costituire degli incastri oggi conosciuti denominati "a coda di rondine".
Non è ancora stato possibile appurare come sia avvenuta la distruzione di Pumapunku e Tiahuanaco. Confrontando però la lavorazione delle pietre, si è riscontrato che i due siti non sono sorti nella stessa epoca, altrimenti lo scambio tra le "tecniche costruttive" sarebbe stato inevitabile data la breve distanza. Nel caso di Pumapunku inoltre le devastazioni sono ancora più estese. Infatti è quasi impossibile riconoscere la struttura degli edifici ed esistono solo poche pietre vicine l'una all'altra, mentre a Tiahuanaco sporadicamente è ancora possibile vedere alcuni muri.


HONDURAS - El Puente

 

El Puente è un sito archeologico Maya nel dipartimento di Copán in Honduras. La città di El Puente diventò un vassallo della città di Copán tra il sesto e il nono secolo d.C. Il sito ha più di 200 strutture che includono tombe, strutture religiose, e quartieri, ma solo alcune sono state esaminate.
El Puente si trova nella valle di Florida, vicino alla città di La Jigua, ed è uno dei siti ai limiti della zona Maya meridionale, confinante con la regione dell'area intermedia.
La zona venne descritta inizialmente da Jens Yde nel 1935, facendo una mappa del sito. Il progetto
La zona di El Puente fu abitata fin dal sesto secolo d.C., nel periodo Classico iniziale. La città non fu occupata per un lungo periodo. Lo stile architetturale e delle ceramiche è simile a quello visto a Copán facendo pensare che questa città fosse un vassallo. Fu un centro regionale importante durante il Tardo Classico
Dopo il collasso di Copán nel periodo Terminale Classico, tra l'850 e il 950, la regione venne sconvolta da una perdita di potere politico e di prestigio. El Puente accolse immigrati da Copán durante il Tardo Classico.
L'architettura è prevalentemente in stile Maya ma è influenzata dalla manodopera di gente proveniente dalla vicina area intermedia. L'architettura non ha la tipica simmetria trovata in siti Maya tradizionali e con una lunga storia di occupazione, probabilmente a causa di una minore conoscenza tecnica. Le scalinate delle costruzioni principali possono variare in dimensioni da lato a lato. La qualità della costruzione tende a variare anche all'interno dello stesso edificio.
I materiali principali nella costruzione erano tufo, scisto e un calcare duro. Il tufo è molto fragile e le costruzioni sono state in certi casi ridotte in polvere. Il materiale riempitivo non è omogeneo ed è costituito da pietra, terriccio e argilla. La malta usata per la costruzione era suscettibile all'acqua.
Le piazze possedevano un sistema di canali per drenare l'acqua piovana.
Sono stati trovati alcuni sepolcri con all'interno degli oggetti preziosi, giada, e ceramiche decorate. Una tomba conteneva tredici lame di ossidiana. L'ossidiana proveniva dalla regione di Pachuca nel Messico centrale.
El Puente possiede 210 strutture e il nucleo contiene 5 piazze. Sono state riportate alla luce nove strutture. Alcune parti del sito sono state danneggiate dall'attività agricola e da saccheggiatori di oggetti preziosi.
La Struttura 1 è quella più alta a El Puente, misurando 12 metri. Sembra che venne costruita nel settimo secolo d.C. Era una piramide radiale con sei piani e scalinate su tutti e quattro i lati, delle quali quelle a est e ovest sono le meglio conservate. Sulla cima si trovava una struttura con tre stanze. Attorno alla struttura sono stati trovati ceramiche, argilla bruciata, mais e fagioli.
La Struttura 3 è stata costruita finemente nella prima piattaforma del lato nord, con il resto della struttura che mostra una qualità più scadente.
La Struttura 4 si trova sul lato nord ovest della Piazza 1, ai limiti del sito.
La Struttura 5 possiede tre stanze modellate sullo stile di Copán. I muri sono spessi 30 cm.
La Struttura 31 è una piramide sul lato est del nucleo del sito, danneggiata in parte da saccheggiatori. La struttura sosteneva due stanze; la stanza principale mostra ciò che rimane di una panca di pietra. La struttura mostra diverse fasi di costruzione. Associati al tempio si trovavano un altare e una stele senza alcuna iscrizione geroglifica.


HONDURAS - Copán

 

Copán è un sito archeologico maya situato in Honduras, sulle sponde dell'omonimo fiume, non lontano dal confine con il Guatemala.
Contiene alcune delle opere di scultura più famose ed importanti del periodo classico maya. È probabilmente il sito più noto dell'Honduras ed è stato proclamato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.
Il nome di questo sito maya deriva della parola nahuatl per incenso copal. Il nome antico della Città era Hux Witik, quello del regno/Glifo Emblema non è ancora interpretato con certezza. Esso sembra essere composto dagli elementi: xu(?)-ku-pi. L'incerta lettura della testa di pipistrello in questo caso, e l'assenza di significati funzionanti per i tentativi di lettura, rendono impervia l'analisi. Il nome antico di Copán potrebbe essere stato anche in una lingua non Maya come ad esempio il Lenca.
Copán vanta una storia molto lunga, che va dal Periodo Preclassico finale al Periodo Postclassico iniziale. La sua storia potrebbe essere separata in tre fasi fondamentali: 1. la fase predinastica, 2. la fase dinastica e 3. la fase dell'abbandono.
La fase predinastica
Copán è uno dei pochi siti che conserva dei testi che narrano episodi dell'epoca anteriore alla fondazione della dinastia reale. Molti sono anche i resti archeologici associati a questo periodo.
La fase dinastica
La fase dinastica ebbe inizio con K'inich Yax K'uk' Mo', il fondatore della dinastia. La "propaganda" maya lo presenta come straniero, come condottiero arrivato dalla lontana Teotihuacan per portare ordine e civiltà. Che fosse straniero è stato provato dall'esame degli isotopi assunti dal defunto re nei denti durante la crescita. Ridimensionata è però la distanza della sua terra natia: non Teotihuacan, bensì Tikal.
La fase dinastica finì con la morte Yax Pasaj Chan Yopaat, a cui successe un individuo di nome Ukit Took', il quale perse quasi immediatamente l'autorità ed il controllo sul suo regno.
La fase dell'abbandono
Questa fase si caratterizza per l'abbandono delle consuetudini monarchiche e lo sbandamento di una città senza guida. Copán non perse immediatamente importanza come accadde in altri centri maya. Ciò che rimase della sua popolazione visse per altri duecento anni tra steli e palazzi reali abbandonati.


COSTARICA - Insediamenti di capi precolombiani con sfere di pietra dei Diquís


Le sfere di pietra della Costa Rica sono una serie di oltre trecento petrosfere che si trovano in Costa Rica, nell'area del delta del Diquís e sull'Isla del Caño. Localmente sono note come Las Bolas.
Le sfere sono comunemente attribuite all'estinta cultura Diquís e talvolta dette sfere Diquís. Sono tra le sculture in pietra più conosciute dell'area istmo-colombiana e il loro esatto significato rimane incerto.
Nel mese di giugno 2014, gli insediamenti precolombiani di Chiefdom con le sfere sono stati aggiunti alla lista UNESCO dei siti del patrimonio mondiale. Nel luglio 2014 è stato approvato un progetto proposto nel 2011 per dichiarare le sfere come simbolo nazionale del Paese.
Le sfere di pietra sono considerate un simbolo nazionale e parte dell'identità culturale della Costa Rica, quindi è comune vederle installate in edifici governativi, musei o in alcune città. Alcune sono state portate fuori dal Paese, in particolare una si trova al museo della National Geographic Society a Washington e un'altra al Museo Peabody di Archeologia ed Etnografia, presso la Harvard University di Cambridge nel Massachusetts.
Le sfere variano in dimensioni da pochi centimetri a oltre 2 metri di diametro e pesano fino a 15 tonnellate. La maggior parte sono scolpite dal gabbro, l'equivalente a grana grossa del basalto. Ce ne sono una dozzina di calcare ricco di conchiglie e un'altra dozzina di arenaria.
L'ipotesi sulla loro creazione prevalente è che siano state create martellando massi naturali con altre rocce, quindi lucidandole con la sabbia. Secondo gli studiosi è stata usata una pratica che consisteva nel riscaldare e poi raffreddare il granito, in modo da renderlo più malleabile. Non esistono comunque riscontri sul metodo di costruzione o lavorazione delle sfere, anche se il procedimento descritto è simile a quello utilizzato dalle civiltà precolombiane per costruire asce e statue di pietra.
Il grado di finitura e la precisione della lavorazione variano considerevolmente. Il gabbro proveniva da siti posti nelle colline di Talamanca, a diversi chilometri da dove si trovano le sfere finite, anche se alcune sfere non finite rimasero sulle colline.
Il sito archeologico della Farm 6 è stato datato al periodo Aguas Buenas (300–800 d.C.) e al periodo Chiriquí (800-1550 d.C.). Era un sito multifunzionale che ospitava un insediamento e un cimitero, e sul sito sono presenti anche resti di architettura monumentale e scultura. L'architettura monumentale è costituita da due tumuli che sono stati costruiti con muri di sostegno fatti di ciottoli di fiume arrotondati e pieni di terra. Il sito contiene più posizioni in cui si trovano grandi sfere di pietra in situ. Molte delle sfere di pietra nella regione sono state rimosse dalle loro posizioni originali e servono come decorazione per altre strutture del Paese. Questo ha reso difficile la ricostruzione delle informazioni sul loro contesto archeologico e su possibili allineamenti.
Le sfere rappresentano un enigma per gli studiosi che cercano di capire la loro origine. Non si conosce il motivo per cui furono costruite e chi le fece non lasciò nessun documento scritto. I dati archeologi permettono di ricostruire il contesto ma la cultura che le creò si estinse poco dopo la conquista spagnola.
Si ritiene che le pietre siano state scolpite per la prima volta intorno al 600 d.C. con la maggior parte risalente al 1000 ma prima della conquista spagnola. L'unico metodo disponibile per datare le pietre scolpite è la stratigrafia, ma la maggior parte delle pietre non si trova più nella loro posizione originale.
Le sfere furono scoperte negli anni 1930 mentre la United Fruit Company stava ripulendo la giungla per creare delle piantagioni di banane. Gli operai vi incapparono con i bulldozer e l'equipaggiamento pesante, danneggiando alcune sfere. Inoltre, ispirati da storie di oro nascosto, gli operai hanno iniziato a praticare buchi nelle sfere e ad aprirli e molte sfere furono distrutte prima che le autorità intervenissero. Alcune delle sfere distrutte dalla dinamite sono state riassemblate e sono attualmente esposte al Museo Nazionale della Costa Rica a San José.
La prima indagine scientifica sulle sfere fu intrapresa poco dopo la loro scoperta da Doris Stone, figlia di un dirigente della United Fruit. Questi sono stati pubblicati nel 1943 su American Antiquity, attirando l'attenzione di Samuel Kirkland Lothrop del Peabody Museum presso l'Università di Harvard. Nel 1948, lui e sua moglie tentarono di scavare un sito archeologico non correlato nella regione settentrionale della Costa Rica ma i disordini civili che funestavano la regione in quegli anni minacciavano la sicurezza della squadra di Lothrop. A San José conobbe Doris Stone, che diresse il gruppo verso la regione del Delta di Diquí, nel sud-ovest e ha fornito loro preziosi siti di scavo e contatti personali. Le scoperte di Lothrop furono pubblicate su Archeology of the Diquís Delta, Costa Rica 1963.
Il lavoro di Lothrop mirava a documentare tutti i siti archeologici contenenti sfere di pietra "in situ", a registrare il numero di sfere e le loro dimensioni e a creare mappe dettagliate che illustrassero entrambe le loro disposizione e allineamenti. Lothrop suggerì che le pietre fossero state posizionate in allineamenti astronomicamente significativi ma a oggi non c’è modo di verificare se la sua teoria sia corretta.
Dopo il lavoro di Lothrop e Stone, la ricerca nell'area prese una pausa per molti anni. Negli anni 1990, Claude Baudez e un team di ricercatori hanno iniziato a redigere una cronologia ceramica della regione osservando il cambiamento degli stili ceramici nel tempo. La ricerca condotta da Ifigenia Quintanilla, sotto la direzione del MNCR dal 1991 al 1996, è stata condotta nella regione nell'ambito del progetto "Man and Environment in Sierpe-Terraba", incentrato su modelli di insediamento, sequenze occupazionali e risorse utilizzate nella regione.
Francisco Corrales e Adrian Badilla, archeologi del Museo Nacional de Costa Rica, hanno svolto continue ricerche nella regione dal 2002, concentrandosi in particolare su quattro siti archeologici nella regione contenenti sfere di pietra. Questi siti includono Grijalba, Batambal, El Silencio e "Farm 6". Corrales e Badilla hanno prodotto un opuscolo intitolato El Paisaje Cultural del Delta del Diquísche che fornisce una rapida panoramica della storia del delta di Diquí, della storia delle piantagioni di banane e dell'UFCO, dell'ambiente naturale, dei siti archeologici della regione e dell'importanza della regione di Diquí come patrimonio mondiale dell'UNESCO.
La ricerca è attualmente in corso presso il sito "Farm 6" sotto la direzione di archeologi del Museo Nacional de Costa Rica.
Recenti aggiornamenti di questa ricerca hanno sottoposto all'analisi del carbonio 14 alcune superfici e parti interne di alcune sfere portando alla rilevazione della datazione al 4.000 - 5.000 a.C. Tale datazione solleva seri dubbi e misteri sull'origine degli elementi sferoidali.
Le sfere di pietra della Costa Rica sono state oggetto di speculazioni pseudoscientifiche, fin dalle pubblicazioni dei libri di Erich von Däniken nel 1971.
Alcune leggende locali affermano che gli abitanti nativi erano in possesso di una tecnica in grado di ammorbidire la roccia, consentendogli di plasmarla e modellarla a loro piacimento. Una leggenda simile si racconta anche sui costruttori di Sacsayhuamán e di Cuzco. La leggenda afferma che gli antichi fossero in possesso di un particolare liquido ottenuto dalle piante, capace di rendere la pietra morbida e facile da modellare.
Nella cosmologia Bribri, condivisa da altri popoli precolombiani le sfere di pietra vengono indicate come le “palle di cannone di Tara”: Tara, o Tlatchque, era venerato come dio del tuono, il quale utilizzava un cannone gigante per sparare i suoi colpi verso Serkes, divinità dei venti e degli uragani, al fine di scacciarlo via dai suoi possedimenti.
Altri ancora ritengono che le sfere di roccia della Costa Rica siano i resti dell’antica cultura atlantidea. Lo stesso Lothrop era convinto che le sfere fossero molto antiche, e che quindi gli indigeni locali non avessero fatto altro che custodire un lascito di una popolazione antecedente. Le rocce non sarebbero state fabbricate dai nativi americani, ma semplicemente ricevute in eredità e custodite. Non ci sono comunque prove a sostegno di queste speculazioni.

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