lunedì 26 gennaio 2026

Calabria - Museo archeologico di Monasterace

 

Il Museo archeologico di Monasterace, o Museo archeologico dell'antica Kaulon (MAK), è il museo sorto intorno al parco archeologico "Paolo Orsi", il quale conserva i resti dell'antica città magnogreca di Kaulon.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Calabria, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
È composto da 7 sale. La prima mostra reperti della fondazione della città di Kaulon tra cui 3 corredi tombali, una incinerazione di località Bavolungi di Stilo e un corredo tombale di località Franchi di Stilo. Sono presenti anche dei khantaroi di tipo Itaca, materiale dell'Eubea ed acheo.
La seconda espone i corredi della necropoli dell'area di nord-ovest di Kaulon al di fuori delle mura con reperti risalenti tra il VI ed il IV secolo A.C. tra cui di attività produttive.
Nella terza sala c'è il materiale trovato nel santuario di Punta Stilo, tra cui anche la Tabula Cauloniensis in bronzo, il più lungo testo scritto acheo in Italia risalente al V secolo A.C.



Nella quarta sala è allestita la ricostruzione del recinto e delle terme ellenistiche di "Casamatta".
La quinta sala mostra i reperti dei resti delle case dell'area San Marco e il mosaico del Drago.
La sesta sala è dedicata alla ricostruzione di una casa di Kaulon; infine, nella settima sala, c'è la ricostruzione del santuario di Passoliera, nonché rocchi di colonne frutto di rinvenimenti subacquei.

Calabria - Museo archeologico lametino

 

Il Museo archeologico lametino è un museo archeologico con sede nella città di Lamezia Terme. È ospitato al primo piano del complesso monumentale di San Domenico nell'antico convento dei padri domenicani. Il museo accoglie numerosi reperti rinvenuti in diversi siti della piana lametina attraverso i quali è possibile seguire le dinamiche storiche del territorio dal paleolitico fino all'età tardo-medioevale, suddivise in tre sezioni: preistorica, età classica, età medioevale.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Calabria, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Sezione preistorica
Il percorso di visita inizia con la sezione preistorica, dedicata allo studioso locale Dario Leone. In questa sezione sono esposti i più antichi strumenti utilizzati dai primi cacciatori del paleolitico che abitarono la Calabria e vari materiali rappresentanti i segni della presenza di agricoltori neolitici nella piana lametina (Casella di Maida, Acconia, San Pietro Lametino), a partire da 7500 anni fa, tra i quali i materiali (choppers e industria litica) recuperati nella stazione paoletica di Casella di Maida. La serie di strumenti in ossidiana (pietra lavica proveniente dalle Isole Eolie) e vari frammenti di ceramiche con complessi ed eleganti motivi decorativi geometrici impressi appartengono, invece, al neolitico.
Nella sezione preistorica il museo ospita anche una proposta di archeologia sperimentale che ricostruisce strumenti e tecnologie di fabbricazione dei vasi che si realizzavano nel neolitico.


Sezione classica
La sezione classica, divisa in due sale, è riservata a Terina, la colonia greca fondata tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C. dai crotoniati.
Nelle vetrine della prima sala sono esposti i tre tesoretti monetali che sintetizzano la storia dei rapporti politici ed economici che hanno interessato la piana lametina. In particolare il primo è un gruzzolo di monete incuse recuperate in località Polveracchio di Acquafredda (frazione di Lamezia Terme), importante perché è il più antico tesoretto ritrovato in Magna Grecia e perché indica che alla fine del VI secolo a.C. la piana era sotto l'influenza di Sibari e che questa aveva rapporti commerciali con comunità indigene, come testimonia la presenza di un panetto d'argento compreso nel gruzzolo (il tesoretto è esposto in replica, l'originale è al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. Il secondo, ritrovato a Curinga in località Serrone, apre una nuova prospettiva politica per il territorio della piana agli inizi del V secolo a.C. È ora Crotone ad avere l'egemonia sulla piana dove ha fondato la città di Terina, ampiamente rappresentata nelle monete del terzo gruzzolo recuperato a Sant'Eufemia Vetere in località Bosco Amatello.
Due importanti documenti epigrafici in bronzo riferibili alla città di Terina sono inoltre presenti in questa sezione, il primo databile alla metà del V secolo a.C. conferma la filiazione di Terina da parte di Crotone, menzionando una carica magistratuale presente nella città madre, il secondo invece, un testamento, offre uno spaccato della società terinea.
Proviene da una delle necropoli della città di Terina, localizzabile nel territorio di Gizzeria, una hydria a figure rosse con scene di toeletta nuziale, databile tra il 380 e il 370 a.C.
Nella seconda sala sono esposti oggetti provenienti da chora (territorio) della città antica, ma soprattutto i materiali recuperati attraverso raccolte di superficie nel corso di recenti scavi. Si tratta in particolare di oggetti di uso comune attestanti le diverse attività maschili e femminili che si realizzavano all'interno dell'oikos (casa) e di materiali riferibili a scambi e commerci di prodotti. Tra i materiali di età greca, si segnala un chiodo in bronzo con iscrizione magico-simbolica al dio Aion, recuperato nella zona di Capo Suvero di Gizzeria Lido.
La sezione si conclude con alcuni reperti di età romana provenienti da diversi siti del territorio.
Sezione medievale
La sezione medievale presenta tre importanti monumenti presenti sul territorio di Lamezia Terme: la chiesetta dei Santissimi Quaranta Martiri, l'abbazia benedettina di Santa Maria e il castello normanno-svevo.
Dalla prima, di cui sono attestate due importanti fasi costruttive, provengono una bottiglia di vetro del VI-VII secolo, oggetti ritrovati in una sepoltura altomedievale e alcune monete di età angioina.
Lo scavo dell'abbazia ha consentito di inquadrare cronologicamente e tipologicamente la struttura della chiesa tra quelle realizzate dai normanni nell'Italia meridionale. Provengono dall'abbazia benedettina alcuni elementi architettonici in marmo e pietra, frammenti di intonaco dipinto (risalenti al periodo XIV-XVII secolo) e parti di pavimentazione rinvenuti nell'area presbiteriale della chiesa, dove è stata messa in luce una straordinaria tessitura musiva realizzata in età normanna secondo modelli e simbologie note.
La lunga storia del castello di Lamezia Terme che va dalla fase normanna a quella vice-regnale, infine, può cogliersi attraverso gli oggetti, testimonianza della vita che si realizzava all'interno, e gli elementi architettonici che attestano i momenti di maggiore splendore del monumento.

Basilicata - Museo archeologico nazionale "Dinu Adameşteanu"

 

Il Museo archeologico nazionale della Basilicata "Dinu Adameşteanu" è un museo archeologico inaugurato nel 2005 a Potenza, nel restaurato palazzo Loffredo. Il museo è intitolato a Dinu Adameșteanu, archeologo rumeno che fu il primo soprintendente della Basilicata (1964-1977).
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Basilicata, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Il museo offre un quadro generale dei ritrovamenti archeologici dell'intera regione della Basilicata e un maggiore approfondimento sulla più antica storia del territorio di Potenza. L'esposizione si articola su due piani e segue un ordine cronologico e geografico.
  • 11 e 7 secolo a.C.: Enotri sulla costa ionica; siti dell'Incoronata, a Pisticci e di Santa Maria d'Anglona, con oggetti datati all'inizio dell'età del ferro.
  • VII secolo a.C.: colonizzazione greca sulla costa ionica; oggetti dalle colonie di Metaponto, fondata nel 640 a.C. e di Siris-Heraclea
  • IX e VIII secolo a.C.: Enotri lungo le valli dei fiumi Agri e Sinni; necropoli con tombe a fossa (Aliano, Chiaromonte, Guardia Perticara);
  • tra IX-VIII e IV secolo a.C.: Apuli sulla media valle del Bradano e del Basento
  • tra VIII e V secolo a.C.: Peuketiantes nelle zone montuose della Basilica settentrionale interna (necropoli principesche di Baragiano e di Braida di Vaglio e abitato di Serra di Vaglio, presso Vaglio Basilicata.
  • fine del V - IV secolo a.C.: Lucani nella zona settentrionale (santuario di Rossano di Vaglio)
  • fine del IV secolo a.C.: conquista romana: oggetti dalla colonia latina di Venusia (Venosa), dal centro romano di Grumentum e dalle ville romane del territorio.

Basilicata - Museo nazionale dell'Alta Val d'Agri

 

Il Museo nazionale dell'Alta Val d'Agri è una raccolta archeologica statale situata a Grumento Nova, in provincia di Potenza, vicino al lago di Pietra del Pertusillo. Conserva i reperti ritrovati in tutta la Val d'Agri (in particolare quelli della città romana di Grumentum) e testimonianze enotrie e magnogreche.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Basilicata, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Il museo è stato istituito recentemente, a fine del XX secolo, in adiacenza al parco archeologico di Grumentum.
Il museo è situato in un edificio a due piani, con due sezioni principali: il piano terra dedicato all'epoca preromana, e il seminterrato dedicato ai reperti romani, con numerosi pannelli didattici che ricostruiscono l'aspetto dei principali monumenti della città.
Sezione preromana
In questa sezione sono esposti reperti di paleontologia, come zanne e molari di elefanti e equidi, accanto ai reperti dei primi umani della zona, risalenti all'età del Bronzo e del Ferro. Tra questi ci sono frammenti ceramici decorati con motivi geometrici e bande punteggiate.
La popolazione indigena locale, gli Enotri, abitò la regione in epoca arcaica e ci ha lasciato delle caratteristiche lunghe armille a spirale, mentre alcune coppe ioniche testimoniano i contatti coi Greci.
Alcuni ricchi corredi risalgono all'epoca classica ed ellenistica, con grandi vasi a vernice nera (crateri a campana, pelikes, guttus a disco decorato con una foglia di fico a rilievo e una croce di sant'Andrea sotto il becco) e alcuni servizi bronzei per il consumo del vino nei banchetti. Nei corredi femminili si trovano anche dei caratteristici frutti in terracotta, come fichi e noci.
Tra la ceramica a figure rosse di fattura attica, spiccano alcune pelikes del pittore di Haken, mentre risalgono all'epoca ellenistica i crateri a calice e le pelikes nello stile di Gnathia. Numerose sono le statuette votive, con piccoli busti e figure femminili in piedi.
Sezione romana
La sezione romana è organizzata per sei nuclei, divisi per luogo di scavo o per tipologia dei reperti. Il primo nucleo è dedicato ai reperti in pietra, quali un ritratto di Livia del I secolo, una stele funeraria con due coniugi e un frammento di pisside eburnea con scene di un simposio.
La parte successiva illustra i quattro templi della città, con frammenti di decorazioni in terracotta, di intonaci decorati, campanellini di bronzo e un torso di Arpocrate, che testimonia l'esistenza di culti egiziani già tra il I e II secolo Dalla "Casa dei Mosaici" (I secolo, con pavimenti musivi della metà del II secolo, parzialmente rifatti nel III e IV secolo) provengono gocciolatoi, frammenti d'intonaco e molte tegole bollate.
Tra le ceramiche ci sono reperti di ceramica sigillata aretina, da vari edifici pubblici cittadini, vasellame di produzione locale e di fattura campana (da quello a vernice nera del IV secolo a.C.), africana e italica (fino al IV secolo). Numerose e di varie epoche sono le lucerne e le anfore vinaria, prodotte in vari luoghi del Mediterraneo.
La sezione dedicata alle necropoli mostra olle cinerarie, lucerne e unguentari piriformi, databili tra il II secolo a.C. e il III secolo. L'ultima parte è dedicata alle epigrafi (lastra onoraria di Tiberio e una di Adriano), cippi funerari lucani, monete (dai greci del IV secolo a.C. ai romani del V secolo), fino ai corredi funebri tardoantichi e altomedievali: un anello sigillare, un boccalette di ceramica grezza, coltelli, orecchini, pettini e una fibula a forma di uccello con le ali spiegate. 

Basilicata - Museo archeologico nazionale del Melfese

 

Il Museo archeologico nazionale del Melfese "Massimo Pallottino" è un museo ubicato nel castello di Melfi, il quale custodisce testimonianze archeologiche rinvenute nella zona del Vulture-Melfese, riguardanti le popolazioni indigene della preistoria, dei periodi dauno, sannita, romano, bizantino e normanno.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Basilicata, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Inaugurato nel 1976, è organizzato in tre sale al piano terra del Castello. Nella prima sala si possono rimirare reperti preistorici come pugnali, pietre lavorate, ceramiche decorate e diversi materiali dell'età del Bronzo. Nella seconda sono collocati due corredi appartenenti a tombe principesche, armi di bronzo e ferro e vasellame d'argilla e bronzo. La terza e ultima sala raccoglie reperti del periodo neolitico, dell'età del Bronzo e dell'età del Ferro rinvenuti nei comuni lucani di Lavello e Banzi.


Il reperto più importante del museo è il cosiddetto Sarcofago di Rapolla (negli studi archeologici più noto come Sarcofago di Melfi), monumento proveniente dall'Asia Minore, risalente al II secolo d.C. e rinvenuto verso la metà dell'Ottocento. È caratterizzato da figure inserite in una struttura architettonica sui lati lunghi e con il ritratto della defunta giacente sul coperchio. Fino alla fine degli anni settanta il sarcofago si trovava nel Palazzo del Vescovado.
Da menzionare anche alcuni dipinti appartenuti ai Doria, nominati principi di Melfi nel 1531 dal re di Spagna ed imperatore Carlo V d'Asburgo. I dipinti attualmente nel museo melfitano sono relativi ad una serie di scene di caccia che alcuni studiosi ritengono opere secentesche di ambito fiammingo, altri di fattura italiana e settecentesche, una grande tela raffigurante il territorio melfese e, nella cappella del Castello, una crocifissione di scuola fiamminga del tardo Cinquecento.
Dal 2021 è stata riaperta la sezione medievale allestita all'interno della Torre del Marcangione contenente reperti compresi tra il 1100 e il 1700. Nei tre piani della torre è possibile ammirare protomaioliche policrome di età sveva e angioina, una sala dedicata ai vetri con iscrizioni cufiche attribuiti ai saraceni di Lucera e parti di armatura e spada della guarnigione del castello di età moderna.



Basilicata - Museo Archeologico Nazionale "Mario Torelli"

 
Il Museo Archeologico Nazionale "Mario Torelli" di Venosa, in provincia di Potenza, è allestito all'interno del castello aragonese. Inaugurato nel 1991, ospita i reperti delle aree archeologiche di Notarchirico e dell'antica Venusia.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Basilicata, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Il 17 maggio 2021, in occasione dell'inaugurazione del nuovo allestimento, il Museo è stato intitolato all'archeologo Mario Torelli.
L'area espositiva si divide in cinque sezioni riguardanti il periodo pre-romano, la fase della romanizzazione, il periodo dalla fine dell'età repubblicana all'età augustea, l'età imperiale e il periodo tardo imperiale fino al IX secolo.



Basilicata - Museo archeologico nazionale di Metaponto

 

Il Museo archeologico nazionale di Metaponto è un museo situato a Metaponto, in Basilicata. Ospita i principali reperti rinvenuti nel territorio circostante l'antica Metaponto e alcuni reperti provenienti dalla vicina zona di Pisticci e dall'area archeologica dell'Incoronata, ivi situata.
Nei due lotti del Museo, costruito su una collinetta artificiale, sono conservati circa 2000 oggetti del passato, che raccontano il territorio dell'antica colonia greca dalla preistoria all'età tardo-antica. Nel museo sono esposti un gran numero di manufatti italioti e vasi micenei, su alcuni dei quali sono raffigurate scene dell'Iliade e dell'Odissea, monete e vasi raffiguranti divinità greche.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Basilicata, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Il museo si articola in 4 sale:
  • i reperti preistorici
  • la colonizzazione greca tra VIII secolo a.C. e VII secolo a.C.
  • l'integrazione tra greci e indigeni
  • l'età romana
I reperti esposti di epoca preistorica consistono in vari oggetti e suppellettili rinvenuti in corredi funerari tra cui spiccano gioielli e oggetti in bronzo e in avorio di altà qualità.
In questa sala sono in mostra manufatti della cultura indigena e vasi italo-micenei, realizzati sul posto da artigiani esperti. Con la crescita delle comunità locali e l'aumento delle risorse economiche si arricchirono anche i corredi funerari come quelli di San Teodoro e dell'Incoronata. Il metallo più usato per comporre gli ornamenti personali è il bronzo; alcuni oggetti indicano la vivacità degli scambi commerciali, dell'organizzazione sociale e del livello di specializzazione raggiunto dagli indigeni. Sul colle dell'Incoronata dove sono stati rinvenuti vasi corinzi risalenti alla seconda metà dell'VIII secolo. Le anfore sono la testimonianza che gli artigiani greci hanno esercitato in questa zona. Su questi vasi sono spesso rappresentate figure e tradizioni mitologiche.


Il sito ospitò un numero crescente di maestranze e commercianti di provenienza orientale. Lo testimoniano anfore da trasporto, ceramiche da mensa e piccoli contenitori decorati. L'abbandono dell’abitato dell'Incoronata coincide con la fondazione achea di Metaponto.
Tra i reperti archeologici troviamo il Perirrhanterion che è riemerso all'Incoronata nel territorio di Pisticci e Metaponto. È costruito in argilla colorata, è alto 90cm e il diametro della vasca è di 80cm. Questo bacino veniva utilizzato nei riti purificatori con l'acqua. Su di esso sono rappresentate vicende e figure mitologiche, che raffigurano esempi di forza, arguzia e audacia.
Tra i reperti preistorici è possibile trovare anche una "Hydria", ovvero un vaso che veniva utilizzato sia per contenere l'acqua che per versarla. Sulla superficie del vaso sono dipinte figure geometriche e persone impegnate in azioni di vita quotidiana. In una di queste scene è rappresentato Eros intento a giocare con una colomba, che rimanda all'innamoramento della donna seduta alla destra di Eros. Ai lati ci sono le ancelle che espongono oggetti domestici, soprattutto di uso femminile.
La maggioranza delle testimonianze di età greca provengono dal sito dell'Incoronata di Pisticci, con coppe, tazze e ceramiche decorate, tra cui spicca l'incensiere con fusto decorato da animali e scene mitologiche. Di datazione successiva sono invece i reperti provenienti dai templi di Metaponto con numerosi vasi e coppe dipinte.
Di età romana sono invece le ceramiche grigie ellenistiche, sigillate romane e africane e tardoimperiali dell'Asia Minore.


Nel III secolo a.C. iniziarono le campagne militari e politiche di Roma nei confronti della Magna Grecia, che cambiarono l'organizzazione della penisola italica soprattutto nella zona dell'odierna Basilicata. Di quest'ultima ricordiamo la colonizzazione di Venusia e il trattato di pace tra Heraclea e Roma. Nonostante gli scontri tra Cartagine e Roma, il II secolo a.C. è stato per quest'area un periodo florido. La guerra sociale e la rivolta di Spartaco provocarono gravi conseguenze alle colonie di Venusia, Metaponto, Heraclea. Dopo la prima età imperiale, molte città lucane si risollevarono, ma Heraclea fu abbandonata quasi del tutto dai suoi abitanti. Intorno al V-VI secolo ci fu una ripresa economica e demografica. Tra i reperti si segnalano statuette, tra cui quelle dedicate ad Artemide e a Zeus, e altri oggetti di uso quotidiano.

Abruzzo - Museo archeologico nazionale di Campli

 

Il Museo archeologico nazionale di Campli è stato allestito per ospitare i reperti della vicina necropoli di Campovalano.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale dell'Abruzzo, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Il museo è stato inaugurato nel mese di Giugno 1988 ed occupa quattro sale del convento di San Francesco a Campli. I reperti provengono dalla necropoli di Campovalano dove sono state rinvenute in circa quaranta anni di ricerche, 610 sepolture dell'età del ferro e della Romanizzazione dal IX al III secolo a.C.
Il percorso espositivo si articola in tre sale principali che ospitano più di 30 teche e vetrine contenenti oggetti appartenuti ai corredi funerari delle sepolture. Vi è anche un percorso didattico che mostra l'evoluzione del rito funerario.
Sono mostrati i monumenti funerari più antichi costituiti da grandi tumuli con circoli di pietre e con corredi che comprendevano con armi, vasellame di bronzo ed anche carri da guerra o da parata per le sepolture maschili, mentre riguardavano fibule di bronzo e gioielli in ambra e pasta vitrea per le sepolture femminili. Progressivamente, poi, si assiste ad un impoverimento dei corredi passando alla cultura classica-romana.


Abruzzo - Museo archeologico di Guardiagrele

 

Il Museo archeologico di Guardiagrele "don Filippo Ferrari" è un museo di Guardiagrele (CH), che custodisce armi, vasellame ed ornamenti, risalenti al periodo compreso tra fine del X e il III secolo a.C., rinvenuti nella necropoli protostorica di Comino.
Il museo, inaugurato nell'agosto del 1999, sorge in piazza San Francesco, al piano terra dell'edificio comunale (l'ex convento dei Francescani), ed è gestito dalla sede di Guardiagrele di Archeoclub d'Italia. Dedicato al parroco di Guardiagrele don Filippo Ferrari, che nel 1913 scoperse la necropoli di Comino e avviò i primi scavi.
È costituito da cinque sale, in cui sono esposti una sessantina di corredi funebri, ritrovati in tombe a tumulo risalenti alla prima Età del ferro.
Sono, inoltre, presenti nel museo due vetrine che mostrano l'attività di ricerca condotta nella necropoli da don Filippo Ferrari, parroco di Guardiagrele all'inizio del secolo scorso a cui va il merito di aver compreso l'importanza del sito archeologico, anche se il materiale da lui raccolto è andato disperso durante la seconda guerra mondiale.

Sale e opere
Sala 1
Ospita i materiali degli scavi del 1900 da Don Filippo Ferrari nella necropoli di Comino (contrada di Guardiagrele), e la documentazione parrocchiale di San Francesco, e un manoscritto originale del 1913.
Sala 2-3
Corredi della fase neolitica della necropoli Marrucina del IX secolo a.C., rinvenuti tra il 1998 e il 2005. La seconda sala ha corredi funebri per la sepoltura maschile e la sala successiva è dedicata alle sepolture femminili e infantili. Le vetrine espongono oggetti in bronzo e pasta vitrea per il viaggio nell'oltretomba, assieme a collane, anelli e bracciali, con fibule e armi per i guerrieri caduti in battaglia o per la vecchiaia. Sotto la sala 2 è stata ricostruita filologicamente una copia della Tomba 38 rinvenuta a Comino, scoperta il 2 dicembre 1999. Il corredo originale della Tomba è conservato nel Museo Archeologico di Chieti.
Sala 4
ospita una copia della funebre "Stele di Guardiagrele", una lastra calcarea che riproduce le fattezze di un guerriero del VII secolo a.C. Vi sono altri corredi funebri femminili, specialmente orecchini. La tomba 22 possiede corredi in bronzo, con armi, che fanno intendere l'appartenenza a un guerriero del IV secolo a.C.


Antiquarium medievale "Antonio Cadei"

L'antiquarium è una continuazione del Museo archeologico, situato sempre nei locali dell'ex convento dei Francescani, posto in maniera intermedia tra questo museo e quello del Costume e della Tradizione, accessibile dal chiostro del convento. Inaugurato nel 2018, conserva importanti reperti provenienti dalle principali chiese di Guardiagrele, nonché da edifici religiosi oggi scomparsi. L'antiquarium è dedicato ad Antonio Cadei, storico dell'arte che all'Abruzzo di età tardogotica e in particolare a Guardiagrele ha dedicato molti dei suoi studi.
Sala 1
Due leoni stilofori in pietra, appartenuti ai ricchi portali delle chiese cittadine, una coppia simile mal conservata per l'usura del tempo, è all'ingresso della chiesa di San Nicola, in via Roma.
Capitello di pietra calcarea della Maiella, rinvenuto in loco nel 2013, durante la sistemazione dell'Orto Santoleri. L'area di via Modesto della Porta era adibita a chiostro dell'ex monastero di San Pietro Celestino, di cui rimangono il portale di accesso e la torre campanaria. Nel XIX secolo il monastero, abbandonato e cadente, fu demolito per allargare la cappella della Madonna del Carmine, che divenne una vera e propria chiesa.
Sala 2
Frammento di portale e due porzioni di architravi decorati con leoni e fiori entro girali vegetali, parti di un ambone, di età normanno-sveva (XII-XIII secolo) - cero pasquale e fonte battesimale ornati con i simboli del Tetramorfo, provenienti dal Duomo di Santa Maria Maggiore - leoni in pietra del XIV secolo, animali stilofori e colonne con capitelli a motivi vegetali - stemmi nobiliari, tra cui quello Orsini, proveniente dalla cappella di San Giovanni Battista, nel coro sopraelevato del Duomo, e la cappella di San Leone Papa, voluta da Napoleone II Orsini conte di Manoppello, che si trova nella chiesa di San Francesco.
Sala 3
Parete di fondo della sala 2, due altari da parete di maestranze teutoniche, in pietra della Maiella; archi ogivali in conci di pietra lavorata, con tralci vegetali (XV secolo), provenienti dalla cappella di Sant'Antonio abate; affresco quattrocentesco del santo su parete - Scuola rinascimentale di Matteo Capro di Napoli e Megolo di Penne: capitelli, mensole con volti maschili e femminili, mensolina con 3 volti femminili, statue di Madonne e santi, di cui si ricorda il gruppo del Compianto del Cristo morto, non tra la Madonna, ma tra angioletti addolorati - Statua di monaco eremita.
Sala 4
Materiale danneggiato da terremoti e dai bombardamenti del 1943-44, prelevato per sicurezza dalle chiese di Santa Maria Maggiore, San Francesco e San Nicola: cornicioni, arcatelle, mensole, capitelli fitomorfi e zoomorfi, coperchio del sarcofago della famiglia Ugni, proveniente da San Nicola, parte dello stemma civico dell'Universitas di Guardiagrele, con il leone rampante che regge lo stendardo, ma manca del bambino nudo con in mano la foglia di palma, tale elemento verrà aggiunto in seguito al XIV secolo, epoca di datazione dello stemma.



Abruzzo - Museo archeologico Francesco Savini

 

Il Museo archeologico Francesco Savini è allestito in uno storico palazzo della città di Teramo, a pochi passi dalla cattedrale e dalla Biblioteca provinciale Melchiorre Dèlfico.
Di proprietà della locale Amministrazione comunale ed istituito nell'anno 1997, accoglie al suo interno la più nutrita esposizione territoriale di oggetti di epoca antica come i reperti catalogati dalla preistoria all'età classica e comprende anche opere e manufatti databili fino alla fine del XVIII secolo ed anche oltre. Nell'ambito del Sistema museale città di Teramo (citato anche con l'acronimo CMT, ossia Civici Musei Teramo) risulta essere il polo centrale dell'organismo che raggruppa i siti archeologici e gli altri musei presenti nel centro abruzzese, quali: la Pinacoteca civica ed i siti del teatro romano, dell'anfiteatro romano, della domus di Torre Bruciata, della domus di Largo Madonna delle Grazie e della Necropoli di Ponte Messato.
La dedicazione a Francesco Savini rende omaggio alla figura dello storico, archeologo, paleografo teramano che accentrò i suoi interessi di ricerca nell'area geografica dell'Abruzzo teramano.
L'edificio che accoglie il museo ha cambiato più volte destinazione d'uso nel corso del tempo. Il fabbricato insiste su di un'area edificata nel XIII secolo. Nel 1613 avvennero le prime trasformazioni quando furono avviati i lavori interni per la costruzione della chiesa intitolata a san Carlo cui si aggiunse un convento che, nel 1742, fu trasformato in orfanotrofio. Un tempo, come ricorda Niccola Palma, il luogo di culto era noto anche come la Cappella del Conservatorio delle Orfane di San Carlo. In seguito, nell'anno 1833, il fabbricato beneficiò di una serie di restauri e nel 1842 di un ampliamento dei volumi. Nel 1878 avvenne lo spostamento dell'orfanotrofio e l'immobile fu destinato a diventare il Palazzo del Tribunale.
Lo spazio espositivo dell'allestimento museale teramano offre la lettura del territorio locale che dalla preistoria al medioevo arriva fino al Rinascimento.
È ripartito in due sezioni:
  • al piano terra si trovano le sale che custodiscono i reperti datati dalle origini dell'insediamento romano fino allo sviluppo della città nell'Alto Medioevo, ripercorrendo il tempo che va dal XII secolo a.C. fino al VII secolo d.C. In questo settore sono riunite le testimonianze archeologiche che provengono dall'abitato, dalle necropoli del teramano e dagli edifici pubblici del teatro e dall'anfiteatro e dalle domus romane come il mosaico del Leone. Vi sono, inoltre, alcune delle sculture romane in marmo bianco ed il busto con l'effigie di Settimio Severo.
  • al primo piano sono esposte le testimonianze dalla preistoria al periodo medievale, ricomponendo la storia del territorio dei Pretuzi e dei Piceni. I numerosi materiali provengono dalle grotte presenti sul territorio (Grotta di Sant'Angelo di Civitella del Tronto) e dalle necropoli protostoriche di Ripoli, Tortoreto e Campovalano, dalle ville romane dei siti di Basciano, Giulianova, Pagliaroli e Tortoreto. In questo spazio vi è anche la trattazione della produzione ceramica medievale e dell'architettura romanica teramana. In una sala vi sono le statue fittili del ninfeo di Tortoreto, ritrovate nell'anno 1956 ed un frammento di un gruppo scultoreo di tre figure che ritrae l'episodio dell'accecamento di Polifemo. Fra altre sculture vi sono le muse: Calliope, Euterpe ed Erato.
All'ultimo piano del museo sono conservati alcuni documenti della storia della città, provenienti dall'Archivio storico comunale.

domenica 25 gennaio 2026

Abruzzo - Museo Antinum

 

Il Museo Antinum è un museo archeologico dedicato alla città antica di Antinum situato a Civita d'Antino (AQ), in Abruzzo.
Il museo archeologico Antinum, intitolato alla città antica e municipium antinate e dedicato a Domenico Ferrante (1752-1820) e Francesco Ferrante (1755-1815) che furono tra i primi ricercatori e conservatori dei reperti, è stato inaugurato l'11 aprile 2015 nei locali dell'ex chiesa di Santa Maria, nell'omonimo piazzale situato su un contrafforte che domina dall'alto la valle Roveto. Ideato nel 1995 e ufficialmente istituito con legge regionale del 16 settembre 1998 lo spazio museale è stato allestito nella chiesa sconsacrata, dopo un lungo periodo di lavori di restauro e di adeguamento, grazie al contributo della Regione Abruzzo, della Soprintendenza Archeologia, dell'amministrazione comunale e di alcune associazioni locali. Gli interventi si sono protratti dal 2004 al 2011. Precedentemente alcuni reperti archeologici, mostrati in occasione di eventi culturali, sono stati conservati presso l'edificio dell'ex scuola materna di via Genova.


Sono esposti reperti archeologici databili tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. come ex voto in terracotta, corredi delle sepolture provenienti dal sito dell'area artigianale di Capistrello, statuetta in bronzo raffigurante Diana proveniente da Corcumello, monete e vasellame provenienti dai siti del santuario marso di Terravecchia e di Porta Campanile e ceramiche da mensa di epoca tardo repubblicana riscoperti da alcune località del borgo medievale civitano. Le epigrafi di diversi cippi funerari di epoca imperiale, rinvenuti tra il 1733 e il 1784 in località La Caùta, nel luogo che presumibilmente ospitava il foro, furono in parte trascritti per la prima volta nel corso dell'Ottocento da Theodor Mommsen. Are funerarie presentano le dediche a Furia Sabina Tranquillina e ad Angizia, attestando anche nel territorio antinate il culto della dea italica celebrata nel santuario di Lucus Angitiae. Una stele-porta tombale è riemersa nel 1971 in località Le Rosce - Santa Restituta a Morrea Inferiore. È esposta anche una riproduzione stampata del bronzo di Antino, lamina in lingua marsa con dedica alla divinità Vesuna, conservata in buono stato ed esposta al museo del Louvre di Parigi.
La sede del museo Antinum ospita le video-conferenze, le mostre, spesso dedicate alla scuola dei pittori scandinavi di Kristian Zahrtmann, gli spazi espositivi e un'area divulgativa per i comuni della valle Roveto.

Puglia - Lecce, Museo archeologico di Ugento


Il Nuovo Museo archeologico di Ugento è un museo civico italiano allestito nell’ex convento di Santa Maria della Pietà dei Frati Minori Osservanti, a Ugento in provincia di Lecce.
Il convento venne edificato nel XV secolo probabilmente dall'architetto Francesco Colaci da Surbo. La struttura rimase luogo di preghiera e culto fino al 1866 quando all'indomani dell'Unità d'Italia e in virtù della legge sulla soppressione delle congregazioni religiose (regio decreto 3036), il monastero venne devoluto al Demanio dello Stato e adibito a Caserma dei reali Carabinieri. In seguito, i locali dell’ex monastero, si trasformarono in aule scolastiche ed uffici municipali. La destinazione d'uso del convento mutò nuovamente nel 1968 quando venne fondato il Museo Civico di Archeologia e Paleontologia, che in seguito al lungo intervento di restauro, concluso nel 2009, assunse la denominazione di “Nuovo Museo Archeologico”.
La struttura architettonica è austera, in conformità al modello di vita francescana. Un convento essenziale, con il chiostro centrale contornato dal refettorio e da aule di servizio, piccole celle e una biblioteca, al primo piano, che nel settecento venne decorata e denominata Sala del Priore. Annessa al convento la chiesa di Santa Maria della Pietà, che una volta donata alla Congregazione dell’Addolorata venne dedicata a Sant’Antonio da Padova. Nella prima metà del ‘600, questa, subì dei rimaneggiamenti. Per ridimensionare l’edificio di culto venne costruito un muro laterale che creò un’intercapedine tra il chiostro e la chiesa stessa. Tale rimaneggiamento cancellò del tutto il ciclo pittorico delle cappelle laterali della chiesa, che tornò alla luce in seguito agli ultimi interventi di restauro. Le cappelle murate si aprono, oggi, a destra del vecchio ingresso principale, in prossimità della chiesa, e sono visitabili.
Nella prima Cappella è raffigurata la Madonna di Costantinopoli assisa in trono tra San Bonaventura e San Francesco da Paola, datata 1598. Nella parte inferiore è presente una finta balaustra a colonnine da cui parte un disegno a girali che corre lungo tutto l’arco. Al centro, sono raffigurati i Santi medici Cosma e Damiano, separati da una nicchia quadrangolare nella quale sono raffigurate due ampolle sacre.
Nella seconda Cappella campeggia la Madonna del Latte: al di sotto della stessa iconografia mariana è presente una parte d'affresco che reca una flotta di galee, chiaro riferimento alla Battaglia Navale di Lepanto del 1571. Sotto il tondo raffigurante l'Incoronazione della Vergine è presente un’iscrizione che riporta il nome della committente Donna Aurelia Perreca. Il ciclo affrescale viene completato da una iconografia cinquecentesca della Vergine del Rosario e da una parte di affresco raffigurante i Santi Medici Cosma e Damiano.
La terza è intitolata all'Annunciazione, con affreschi che ritraggono la Vergine Maria, San Nicola e Sant'Antonio da Padova.
La quarta Cappella è dedicata alla Crocifissione, con affreschi raffiguranti la Vergine Desolata, San Giovanni Evangelista, il Cireneo che prende la Croce del Cristo sulle spalle ed altre raffigurazioni afferenti la passione e morte di Gesù Cristo.
Durante gli ultimi interventi di restauro, nel portico afferente il Chiostro dell'ex Convento di Santa Maria della Pietà sono venuti alla luce anche tre affreschi che recano cene di alcuni prodigi compiuti da Sant'Antonio da Padova, in particolare: il Miracolo della Mula e l'Incontro tra il Santo ed Ezzelino III da Romano e la "conversione" di quest'ultimo. Quest'iconografia, in ultimo, appartiene all'ultima fase decorativa del Convento di Santa Maria della Pietà, che oggi ospita le collezioni museali, ed è datata 1775. Ignoto risulta l'autore, mentre è ben messo in evidenza il riferimento al committente e devoto Saverio Pisanello.


La grande aula del refettorio presenta un maestoso affresco settecentesco raffigurante l’Ultima cena al di sopra del quale, all’interno di un ovale, compare l’Immacolata. La decorazione di questo ambiente comprende anche un ciclo monocromatico cinquecentesco che corre lungo le pareti con scene tratte dalla Genesi: la Separazione delle tenebre, la creazione di Adamo ed Eva, il peccato originale, la cacciata dal paradiso, Adamo al lavoro, la costruzione dell’Arca, il Diluvio Universale e il Sacrificio di Noè. In basso, decorazione continua con racemi, girali e figure allegoriche eseguita tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600.
Originariamente il convento possedeva una biblioteca, che nei primi anni del settecento venne affrescata e denominata “Sala del Priore”. Sul soffitto domina lo stemma del vescovo francescano Lazaro y Terrez, sostenuto da putti che ritornano tra le lunette della volta in cui si alternano l’Immacolata e i santi dell’ordine francescano: san Bonaventura, san Francesco d’Assisi, sant’Antonio da Padova, san Bernardino da Siena, San Pietro d’Alcantara, San Giovanni da Capestrano, San Ludovico da Tolosa, Santa Chiara, Santa Elisabetta d’Ungheria e Santa Elisabetta del Portogallo.
Attuale criterio espositivo
Attualmente il Nuovo Museo Archeologico è articolato su due piani e ospita reperti che vanno dalla Preistoria al Medioevo affiancati da pannelli didattici. Il piano terra ospita due delle scoperte più eccezionali avvenute a partire dagli anni sessanta: la Tomba dell’Atleta, scoperta nel 1970 in via Salentina e la riproduzione dello Zeus, capolavoro della bronzistica magnogreca, rinvenuto, a Ugento, in via Fabio Pittore nel 1961.
Il primo piano, oltre all'Antiquarium in cui sono conservati tutti i reperti della vecchia esposizione, ospita delle sale dedicate alle necropoli di Ugento e
alle mura della città antica; altre sale sono, invece, dedicate ai culti indigeni della Messapia; sono esposti, infatti, oggetti votivi e statuette in terracotta datate all’Età Ellenistica provenienti dall’antico porto ugentino di Torre San Giovanni, reperti rinvenuti nel santuario arcaico di Monte Papalucio a Oria, calchi di statuette in terracotta raffiguranti divinità di età arcaica. Infine, trovano esposizione al piano superiore oggetti di ceramica medievale di produzione ugentina, e le monete, con particolare attenzione per quelle appartenenti alla zecca ugentina, e alla preistoria e protostoria locale.


Puglia - Lecce, museo "Sigismondo Castromediano"


Il museo "Sigismondo Castromediano" è un museo archeologico di Lecce, dotato anche di una piccola pinacoteca e di un lapidario.
È il museo più antico della Puglia, fondato nel 1868 da Sigismondo Castromediano, duca di Cavallino; conserva numerose testimonianze della civiltà messapica (soprattutto vasellame e trozzelle provenienti da Rudiae), e degli insediamenti romani. Nella sezione preistorica è stata ricostruita la Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Otranto), con interessanti pitture rupestri.
Nella pinacoteca sono esposti dipinti che documentano gli influssi bizantini e veneziani sul lavoro degli artisti locali, dal medioevo fino al novecento (opere di Lorenzo Veneziano, Alvise Vivarini, Bartolomeo Vivarini, Paolo Finoglio, Pacecco De Rosa, Agostino Beltrano, Giovanni Andrea Coppola, Antonio Verrio, Andrea Malinconico e il figlio Nicola, Corrado Giaquinto, Francesco de Mura e Oronzo Tiso, Gioacchino Toma, Geremia Re, Giuseppe Casciaro, Vincenzo Ciardo, Gaetano Martinez, ecc.).
Una sezione è dedicata alle cosiddette arti minori: ceramiche, vasellame, avori, bronzi e argenti di età barocca.
Dopo la morte del duca Castromediano, il museo fu lasciato in balia di se stesso e molti reperti conservati al suo interno andarono ad arricchire altri musei d'Italia, tra cui quello di Taranto, che col tempo si ingrandì al punto tale da diventare museo nazionale, a scapito del più antico museo di Lecce, che rimase sempre Museo provinciale. Ristrutturato ed allestito dall'architetto Franco Minissi negli anni 70, ha accresciuto notevolmente il proprio prestigio, specie per via dell'inaugurazione di un padiglione dedicato al grande tenore leccese Tito Schipa, famoso nel mondo.


Puglia - Museo nazionale Jatta, Ruvo di Puglia

Il Museo nazionale Jatta fu costituito in alcune stanze di Palazzo Jatta di Ruvo di Puglia e rappresenta l'unico esemplare in Italia di collezione privata ottocentesca rimasta tuttora inalterata dalla concezione museografica originaria. I reperti conservati nel museo furono raccolti dall'archeologo Giovanni Jatta nei primi anni dell'Ottocento, successivamente venne arricchita dall'omonimo nipote e venne ceduta allo Stato nel 1993.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Puglia, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Dal 2021 al 2023 il Museo è stato soggetto di restauro, che l'ha riportato alla sua conformazione originale. Il restauro ha previsto il rinnovo dell'impianto elettrico, il restoro delle stanze e dei piedistalli delle opere. Durante il restauro, il museo è rimasto aperto gratuitamente con una mostra chiamata "Collezionauta", allestita nel Grottone di Palazzo Jatta, ovvero un'antica cantina del Palazzo nata con lo scopo di ripostiglio. La mostra Collezionauta prevedeva la mostra di alcuni dei maggiori vasi di epoca magna-greca e di oggetti personali del XIX secolo, appartenuti ai membri della famiglia Jatta.
L'anno 1822 portò Ruvo di Puglia sulla bocca di tutti i cittadini del Regno delle Due Sicilie. Come ricorda Giovanni Jatta junior: «Non più in città si veniva per provvedersi di viveri; perocché i venditori di pane, vino e camangiari, albergati sotto piccole tende, fornivano il necessario nella campagna medesima.»
La scoperta fortuita nel 1820 del patrimonio vascolare presente nel sottosuolo scatenò una vera e propria caccia al tesoro e tutta Ruvo fu messa a soqquadro non tanto con l'interesse di costituire un museo o di ricavare informazioni storicamente utili, ma con l'intento di vendere i pezzi pregiati al fine di un personale tornaconto. Due anni dopo si verificò il boom degli scavi e anche i primi intellettuali cominciarono ad interessarsi ai reperti. Oltre ai saccheggi dell'antica necropoli e al mercato sorto attorno alle anticaglie, alcune famiglie nobili ruvesi, quali Caputi, Fenicia, Jatta, Lojodice e altri, istituirono dei musei privati. Tuttavia tutte queste famiglie, ad eccezione degli Jatta, hanno poi disperso il loro patrimonio archeologico vendendolo ai privati e spesso all'estero, determinando così una dispersione delle ricchezze storiche rubastine. L'eccezione fu rappresentata dagli Jatta, soprattutto da Giovanni Jatta senior, magistrato presso il foro di Napoli, il quale finanziò vari scavi privati con l'intento di allargare la sua piccola collezione, per lo più composta da monete.
Aiutato dal fratello Giulio, nel 1844, anno di morte di Giovanni Jatta la raccolta contava circa cinquecento reperti. L'erede di questo ingente patrimonio fu il nipote Giovannino, figlio di Giulio Jatta e Giulia Viesti, tuttavia nel testamento il giureconsulto aveva ordinato all'erede di cedere le ricchezze al Re dell'epoca in modo da conservarle nel Museo Archeologico di Napoli. Ma a Giovannino, essendo ancora troppo piccolo, subentrò sua madre Giulia che, morto anche il marito, decise di chiedere al Governo Reale di lasciare la collezione Jatta a Ruvo in modo da essere esposta in un edificio adibito ad abitazione e museo. Nel 1848 il re acconsentì alle richieste della signora Viesti. Con la maggiore età di Giovanni Jatta junior, la collezione era già passata ai duemila esemplari e toccò proprio a lui sistemare tutti i reperti nelle quattro stanze predisposte per il museo e in una quinta dedicata a monili e monete: la disposizione stanza per stanza dei reperti è giunta intatta fino a noi. Nei secoli successivi si aggiunsero alcuni pezzi scoperti e rinvenuti da Antonio Jatta. Nel 1991, la collezione privata Jatta fu acquistata dallo Stato con un indennizzo alla famiglia di 9 miliardi di lire dovuto alle spese sostenute dalla famiglia negli anni per la cura del patrimonio.
Il museo è tutt'oggi disposto secondo il volere dei fondatori ed è diviso in quattro sale ma fino ai primi del Novecento le sale erano ben cinque. La quinta sala conteneva un ricco medagliere, rubato nel 1915 e non più ritrovato.
I reperti inoltre sono disposti in ordine di importanza infatti la prima sala ospita delle terrecotte mentre l'ultima ospita il pezzo più importante e famoso, il vaso di Talos. Nel 1993 con decreto ministeriale il Museo Jatta è stato dichiarato nazionale, mentre l'11 giugno dello stesso anno il Museo è stato riaperto al pubblico. Alle sale si accede tramite l'antico portone di legno presente nell'atri.


Percorso espositivo
Prima sala 
Nella prima sala è posta un'iscrizione in latino che ricorda i fondatori del Museo. Principalmente sono presenti vasi in terracotta con decorazioni geometriche e risalenti all'età peuceta del VII e VI secolo a.C.. Al centro della stanza trova posto un gigantesco orcio ricomposto ed un tempo utilizzato per la raccolta dei liquidi alimentari. Sotto la grande finestra è stato ricostruito un sarcofago in tufo con all'interno dei reperti non verniciati. Accanto al sarcofago sono poste due iscrizioni incise su lastre sepolcrali di età romana risalenti al II secolo: la prima raccoglie la dedica dei coniugi Marcus Licinius Hermogenes e Licinia Charite al figlio morto all'età di sette anni; la seconda iscrizione riporta la dedica di Julia Eutaxia per il marito.
Nelle vetrine adiacenti sono conservati resti frammentari di decorazioni architettoniche, statuette dette oranti per la posizione delle braccia, una lunga serie di utensili e di statuette di divinità. Destano curiosità i tintinnabula, animaletti in ceramica contenenti un sassolino ed utilizzati dai più piccoli come giocattoli.
Seconda sala
La seconda sala, la più grande, contiene circa 700 vasi di produzione greca o locale. I vasi sono stati creati con la tecnica delle figure rosse, ovvero immagini rosse su sfondo nero. All'ingresso della sala è possibile ammirare un grande cratere a mascheroni del IV secolo a.C. rappresentante Apollo nell'atto di scagliare le frecce contro i Niobidi, opera del pittore di Baltimora. Il vaso è fiancheggiato da due anfore dello stesso periodo ma opera del pittore Licurgo: la prima reca le scene di Eracle nel tempio con Antigone e Creonte e della lotta tra amazzoni e guerrieri attorno ad Eracle; la seconda invece la consegna delle armi ad Achille da parte delle Nereidi. Degno di nota è il cratere attico a campana raffigurante l'ascesa di Eracle all'Olimpo.
Le vetrine disposte tutt'intorno custodiscono una grande varietà di reperti che vanno da anfore e vasi di sempre minori dimensioni ad oggetti di uso funebre e quotidiano. Inoltre in questa stanza è conservato un'iscrizione latina che ricorda la costruzione delle mura della Rubi romana.


Terza sala
Nella terza sala, contenente oltre quattrocento pezzi, spicca il bianco del busto marmoreo di Giovanni Jatta junior al quale si deve la fondazione del Museo. Il primo vaso collocato è un cratere protoitaliota a volute del IV secolo a.C. sul quale sono rappresentati Cicno ed è inoltre ripresa la biga di Ares con un'interessante prospettiva frontale. Su di un altro cratere protoitaliota è invece raffigurato Bellerofonte su Pegaso affiancato da Atena e Poseidone, opera del ceramografo chiamato pittore di Ruvo. Un terzo cratere di Licurgo riporta ben tre scene: il giardino delle Esperidi sulla facciata anteriorie; un sacrificio ad Apollo sul posteriore; Eracle contro il toro ed un rito dionisiaco sul collo del vaso. Su una colonna mozzata è inoltre presente un ulteriore cratere a volute su cui è dipinto il mito di Fineo ed è opera del pittore Amykos. Altri crateri posti sulle colonne raffigurano Teseo e Piritoo puniti da Minosse e il ratto delle Leucippidi.
Nelle vetrine sono conservati un gran numero di rhyta, bicchieri con forma di teste umane o animali, tra cui alcuni attici e alcuni appuli. È inoltre presente una pelike che rappresenta l'incontro tra Paride ed Elena mediato da Venere, un kantharos con figura di anziano barbuto e un askos.


Quarta sala
La quarta sala, nonostante sia la più piccola, raccoglie i reperti più preziosi, duecentosettanta circa. Anche qui è presente un busto marmoreo ma qui è raffigurato Giovanni Jatta senior in toga. È conservato un pelike che riprende il mito delle Nereidi e due esemplari di lebete. Sono inoltre presenti due crateri a volute di cui uno rappresenta Bellerofonte nell'atto di leggere la sua condanna a morte ed un altro sul quale è dipinta una corsa di quadrighe.
Nelle vetrine sono conservati rhyta bifacciali ma anche collane e balsamari in pasta vitrea. Importante è anche la kylix con figura di giovane nudo. Accanto è posto un lekythos raffigurante la gara di canto tra Tamiri e le Muse. La seconda vetrina raccoglie reperti del neolitico e dell'età del ferro. La terza ed ultima vetrina conserva opere di importazione corinzia databili tra il VII e il VI secolo a.C., come alcuni tipi di alabastron e ariballo.
Altri vasi custoditi sono del tipo a figure nere e dunque appartenenti alla prima fase della ceramica attica, quali l'oinochoe rappresentante Eracle contro il leone Nermeo e Teseo che rincorre il Minotauro.
L'ultima ceramica, la più pregiata, è il vaso di Talos opera del cosiddetto pittore di Talos. Il Museo e la stessa città di Ruvo devono la loro fama a questo vaso considerato uno dei più importanti capolavori ceramografici attici per via delle innovazioni artistiche presenti come le ricerche coloristiche e prospettiche del V secolo a.C.. Sul vaso è dipinto l'episodio narrato da Apollonio Rodio nelle Argonautiche riguardo all'uccisione di Talos da parte di Medea, sostenuto morente dalle braccia di Castore e Polluce. Nella stanza inoltre ci sono oggetti di metallo e parti di armature.
Grottone
Il Grottone di Palazzo Jatta nasce originariamente, all'interno del Palazzo, come ripostiglio. Durante il restauro del Museo, avvenuto tra il 2021 e il 2023 che ha riportato le quattro sale alla loro conformazione originale, rinnovando gli impianti elettrici e il restauro delle sale e dei piedistalli delle opere, il Grottone è stato ripulito, rinnovato, e ha aperto le sue porte al pubblico per la prima volta nella storia del Palazzo, per ospitare la mostra provvisoria di Collezionauta, mostra che prevedeva la vista di alcuni dei vasi più eccellenti già precedentemente esposti nell'originale Museo, e di moltissimi pezzi ed oggetti personali appartenuti ai membri della famiglia Jatta durante il XIX secolo.
Alla riapertura delle quattro originali stanze del Museo, il Grottone è rimasto comunque visitabile, con l'intento di ospitare collezioni esclusive nel corso del tempo ed eventi per i visitatori. 

CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...