Il
rilievo funerario di Batmalkû e del figlio Hairan è
una lastra funeraria, scolpita ad altorilievo, che era stata
posta a chiusura di un loculo di un defunto in una tomba
non identificata delle necropoli della città di Palmira,
in Siria. Si trova attualmente nel Museo delle
Civiltà di Roma e vi era giunto dal Museo
nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci. Di questo rilievo,
proveniente dal mercato antiquario, non è possibile identificare né
la localizzazione né la tipologia della sepoltura.
L'opera è recensita nella scheda ex inv. MNAO 6011 6827 del
catalogo del Museo delle civiltà e al numero MNAO001 nel
catalogo del Palmyra Portrait Project dell'Università di
Aarhus in Danimarca.
La lastra è una stele funeraria, in aramaico NPŠ (= io,
anima; dall'ebraico nefeš); questo termine non indica solo
una funzione decorativa o di semplice identificazione del luogo di
sepoltura, ma è la rappresentazione dell'immagine del defunto,
sicuramente presente nel loculo, a cui rimane legata l'anima e che ne
permetteva il ricordo tra i membri viventi della famiglia.
La stele fu esposta per la prima volta alla fine del XIX secolo a
Parigi presso la sede dell’antiquario e
collezionista Félix-Bienaimé Feuardent; successivamente nel
1910, sempre a Parigi, il Conte Grigorij Sergeevič Stroganov la
acquistò in una vendita, curata dallo stesso Feuardent, presso
l'antiquario Hofmann.
Tornato a Roma, il conte Stroganov la colloca nella Sala dei Marmi
del suo Palazzo romano in via Sistina.
Nello stesso anno, Stroganov muore a Parigi senza lasciare un
testamento; Il console russo a Roma, Georgij Parmenovič
(Paramonovič) Zabello istituisce una commissione per
l'assegnazione e la distribuzione delle sue opere. Lo affiancano in
questo lavoro funzionari del consolato e, in qualità di esperto e in
rappresentanza del Ministero della pubblica istruzione, Antonio
Muñoz, storico dell'arte, amico personale e consigliere del Conte.
La distribuzione viene realizzata basandosi su note manoscritte del
defunto e sulle testimonianze del suo personale di servizio. La
dispersione della collezione, conosciuta anche oltre i confini della
città di Roma, ha rappresentato all'epoca un'ingente perdita per il
patrimonio culturale della città e per l'Italia intera e suscita
aspre polemiche.
In pochi anni tutta la collezione viene smembrata. Infine, nel
febbraio del 1921, la Principessa Marija Grigor'evna Scherbatova,
figlia del Conte, in qualità di tutrice dei propri figli, indicati
nei documenti semplicemente come eredi Stroganoff, vende
all'antiquario Giuseppe Sangiorgi gli ultimi pezzi.
Rimasta ancora nella residenza del Conte, la stele passa allora nella
collezione di Antonio Muñoz; infine alla morte di
quest'ultimo, nel 1960, i suoi eredi la vendono alla stessa casa
Sangiorgi.
Nel 1971 lo Stato italiano la acquista e la destina
alle collezioni del Vicino Oriente del Museo nazionale
d'arte orientale Giuseppe Tucci situato nel Palazzo
Brancaccio in Via Merulana a Roma. Al momento
dell'acquisizione il funzionario restauratore del museo, Enzo
Pagliani, la sottopone ad analisi di laboratorio, che ne accertano
l'originalità delle colorazioni.
Nel 2016 viene creato il Museo delle Civiltà, istituto dotato
di autonomia speciale con sede all'EUR, destinato a
contenere, accanto ai musei già presenti nei palazzi situati intorno
al Piazzale Guglielmo Marconi anche il Museo d'arte
orientale, le cui collezioni vengono trasferite negli anni 2016-2017
nel Palazzo delle Scienze che già ospitava il Museo
nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini ed il Museo
dell'Alto Medioevo.
I due personaggi rappresentati sulla stele, Batmalkû e suo figlio
Hairan, appartengono alla tribù Qirda, che fa parte
della élite della popolazione nella città di Palmira.
Accanto al volto di ciascuna figura un'epigrafe in lingua
palmirena recita il suo epitaffio.
Batmalkû (la madre): è rappresentata a
mezzo busto, vestita con un chitone alla moda greca; sulla testa
porta un velo trattenuto da un diadema ed una forcina, fermato con un
nodo stretto nella destra; il braccio sinistro è alzato a sostenere
il volto con la mano, al polso un bracciale con una piccola campana.
La donna indossa diversi gioielli: un diadema, un fermaglio per
fissare la tunica, orecchini, un bracciale, una collana, un anello,
tutti colorati in oro.
Essa è rappresentata in posizione rigidamente frontale, i tratti
sono stilizzati e leggermente incisi, l'espressione fissa e assorta,
il busto è sporgente dal piano di fondo. Alcune asimmetrie del
volto, che scompaiono guardando la lastra di tre quarti a sinistra,
potrebbero essere correzioni prospettiche.
Il suo epitaffio
recita:
'btmlkw/bt ml'/ḥbl'
Batmalkû
figlia di Ml', ahimè
Il nome di Batmalkû è frequente nelle iscrizioni palmirene; una
Batmalkû è citata in un'epigrafe della Tomba Ipogea dei
Tre Fratelli.
Hairan (Erodiano,
il figlio): è rappresentato come un fanciullo in piedi dietro la spalla destra
della madre, nel costume tradizionale partico, una tunica con ampi
pantaloni lunghi e calzari ai piedi. Tiene tra le braccia un grappolo
d'uva e un uccello (colomba o tortora, ma Pollak e Muñoz nel loro
catalogo lo descrivono come un pappagallo), simboli entrambi dei
giochi dell'età della fanciullezza.
Il suo epitaffio
recita:
'ḥyrn/br qrd'/ḥbl'
ḥyrn/figlio
di qrd'/ahimè
Il nome Hairan è molto frequente nell'onomastica palmirena; è
il nome palmireno di Settimio Erodiano, figlio dei regnanti di
Palmira, Zenobia e Settimio Odenato.
L'archeologo danese Harald Ingholdt nella sua ricerca sulla
scultura di Palmira, ha suddiviso i ritratti funerari
palmireni in tre gruppi distinti per periodo (nell'arco
temporale che va dalle prime produzioni intorno al 50 a.d., fino al
273, fine del regno di Zenobia, nell'anno del saccheggio e della
distruzione della città ad opera dell'imperatore Aureliano),
sulla base di alcune caratteristiche principali dei ritratti (genere,
professione e abbigliamento). La stele di Batmalkû, per le sue
caratteristiche, si colloca nel III periodo (dal 200 al 273 a.d.)