All'inizio del XVIII secolo, tra il 168 e il 1733, lo scultore francese Pierre-Étienne Monnot restaurò un torso antico che ora è riconosciuto come un esempio del Discobolo di Mirone del 4460 a.C. come gladiatore ferito che si sostiene sul braccio mentre cade a terra; la scultura completata fu donata prima del 1734 da papa Clemente XII ai Musei Capitolini , dove si trova.
domenica 29 marzo 2026
Lazio - Roma, Gladiatore ferito
All'inizio del XVIII secolo, tra il 168 e il 1733, lo scultore francese Pierre-Étienne Monnot restaurò un torso antico che ora è riconosciuto come un esempio del Discobolo di Mirone del 4460 a.C. come gladiatore ferito che si sostiene sul braccio mentre cade a terra; la scultura completata fu donata prima del 1734 da papa Clemente XII ai Musei Capitolini , dove si trova.
Lazio - Roma, Discobolo Palombara (o Lancellotti)
Il Discobolo Palombara (o Lancellotti), la prima copia di questa famosa scultura ad essere stata scoperta, fu rinvenuto nel 1781. Si tratta di una copia del I secolo d.C. del bronzo originale di Mirone . Dopo la sua scoperta in una proprietà romana della famiglia Massimo, Villa Palombara sul colle Esquilino , fu inizialmente restaurata da Giuseppe Angelini; i Massimo la installarono nel loro Palazzo Massimo alle Colonne e poi a Palazzo Lancellotti . L'archeologo italiano Giovanni Battista Visconti identificò la scultura come una copia dell'originale di Mirone. Divenne immediatamente famosa, sebbene i Massimo ne custodissero gelosamente l'accesso (Haskell e Penny 1981:200).
Nel 1937, Adolf Hitler negoziò per acquistarlo, e alla fine ci riuscì nel 1938, quando Galeazzo Ciano , Ministro degli Affari Esteri, glielo vendette per cinque milioni di lire, nonostante le proteste di Giuseppe Bottai , Ministro dell'Istruzione, e della comunità accademica. Fu spedito in treno a Monaco ed esposto nella Gliptoteca; fu restituito nel 1948. Ora si trova nel Museo Nazionale Romano , esposto a Palazzo Massimo .
L’artista rappresentò il Discobolo in una particolare postura che esalta soprattutto due dimensioni: altezza e larghezza. Le braccia disegnano un arco di cerchio suddiviso in due parti dal blocco testa-torace. Probabilmente, la testa del Discobolo era volutamente rivolta verso un punto prestabilito da dove si doveva osservare la scultura. La scultura, in marmo pario, della metà del II secolo d.C., è alta 15 cm.
Lazio - Roma, villa di Livia
La villa di Livia o villa di Prima Porta è un sito archeologico di Roma, che corrisponde all'antica villa di Livia Drusilla, moglie dell'imperatore Augusto. Qui, tra gli importantissimi ritrovamenti, fu rinvenuta anche la celebre statua di Augusto loricato.
La villa presenta al suo interno pareti dipinte a giardino con una tecnica pittorica superiore a quella di tanti dipinti pompeiani; la maggior parte delle piccole scene che ornavano le pareti dipinte sono realizzate con la tecnica cosiddetta compendiaria, cioè riassuntiva. Questi giardini affrescati avevano lo scopo di riportare gli spettatori ad un paesaggio sereno e soleggiato, anziché cupo come la giornata che si presentava. La villa è citata da Plinio, Svetonio e Cassio Dione. In particolare esiste anche una leggenda poetica circa la sua fondazione, secondo la quale un'aquila avrebbe fatto cadere sul ventre di Livia una gallina con un rametto di alloro nel becco. Consigliata dagli aruspici ella allevò la prole del volatile e piantò il rametto generando un bosco, dal quale gli imperatori coglievano i ramoscelli da tenere in mano durante le battaglie. Per via della leggenda la villa veniva anche detta ad gallinas albas. La villa, secondo Plinio, era situata al IX miglio della via Flaminia.
I primi scavi del sito risalgono al 1863-1864, quando venne scoperta la statua di Augusto di Prima Porta, oggi ai Musei Vaticani e alcuni ambienti sotterranei, come il famoso ipogeo con affreschi di giardino. Nel 1944 un ordigno danneggiò la sala sotterranea, usata anche dai militari come bivacco. Nel dopoguerra si decise di staccare le preziose pitture (1951), che vennero trasferite nel Museo Nazionale Romano dove si trovano tutt'oggi.
Solo nel 1973 la villa venne espropriata ai privati proprietari, creando un parco pubblico, e nel 1982 si è iniziato il restauro delle strutture superstiti. Di recente gli affreschi, maggior motivo di attrazione del sito, sono stati riprodotti in fedeli pannelli posti sul sito originario.
Lombardia - Monza, ampolle dei pellegrini di Terrasanta
La serie di sedici ampolle dei pellegrini di Terrasanta, custodita nel Museo e tesoro del duomo di Monza, costituisce una particolarmente importante raccolta di oggetti devozionali databili alla seconda metà del VI secolo. In piombo e stagno, sono sbalzate con scene sacre in stile paleocristiano.
Era consuetudine dei pellegrini di riportare nei propri luoghi d'origine delle piccole ampolle, di forma lenticolare in stagno (come queste di Monza), o di ceramica o anche di vetro, contenenti piccole quantità dell'olio che ardeva nelle lampade poste vicino a sepolcri di santi o anche olio "santificato" dal loro contatto (da ciò la definizione di eulogie, o benedizioni).
Le ampolline potevano avere, durante il viaggio, anche lo scopo di contenere l'olio destinato ai sacramenti.
Le ampolle di Monza sono realizzate a stampo, congiungendo due valve decorate a leggero rilievo e presentano varie scene e simboli cristiani, tra cui l'adorazione dei Magi, le Marie al Sepolcro, la Crocifissione di Gesù, l'Ascensione al cielo. Intorno alla scena vi è la descrizione in lingua greca. Tra esse vi è una delle primissime raffigurazioni del sacello a forma di edicola posto sulla tomba di Cristo, ora sostituito dalla copertura ottocentesca a forma di cappella del Santo Sepolcro.
La loro presenza nel Tesoro del Duomo di Monza è da ricollegare alla figura della regina Teodolinda, principessa bavara di fede cattolica, regina dei Longobardi in quanto moglie di Autari e poi di Agilulfo. Particolarmente devota, riuscì a procurarsele dai pellegrini di ritorno dalla Terra Santa.
Toscana - Stele templare della luce nera
La stele templare della luce nera o lux tenebris presenta un'incisione su pietra serena delle dimensioni di 40 cm per 20 cm, rinvenuta in Alta Maremma.
Sul manufatto è presente sulla sinistra la figura di una croce stilizzata, comunemente detta croce patente. Di fattura sicuramente templare, è databile a non prima del 1147, visto che solo in quella data papa Eugenio III introdusse e concesse l'utilizzo di questo simbolo all'Ordine dei Cavalieri templari. Sulla destra, allo stesso livello, seppur sovrapposte, sono ancora sufficientemente leggibili la parola Lux e due lettere, una T ed una E, scritte in carattere corsivo gotico, molto simile al carattere runico. Una terza lettera è molto usurata, ma la parte superiore sembrerebbe fare propendere per una N.
Il manufatto è probabilmente un frammento di una più estesa iscrizione di cui sono controverse (o ignote) le ragioni.
Posto che si deve dare per pacifica la fattura di questa incisione da parte di una mano Templare, del suo significato letterale sono state date diverse interpretazioni:
Tesi Mistica
Per la tesi detta Mistica, dal tenore della parola "Lux" e dalle tre lettere che la seguono, il senso da attribuire alla frase sarebbe "Lux Thanatos".
Questa accezione (Luce della Morte) sarebbe compatibile con il pensiero Templare che vedeva nel termine della vita dell’uomo il momento del ritorno alla luce divina. Tuttavia la tesi “Mistica” è minoritaria. Secondo molti, appare altamente improbabile che i Cavalieri Crociati abbiano scritto "Lux Thanatos" che è una parola composta da Lux (latino) e Thanatos (greco), quando è risaputo che questi scrivevano le loro epigrafi solo in lingua latina.
Tesi Alchemica
La tesi maggioritaria, detta Alchemica, poggia l’assunto sulla base della seconda lettera posta sotto la parola “Lux” che è riconoscibile come “E” e non “H”.
Sulla base di queste evidenze, il significato che è stato attribuito alla frase è “Lux Tenebris”, letteralmente Luce Nera. L’ipotesi, se confermata, si ricollega alla passione di alcuni Templari di praticare la scienza Alchemica. Nello specifico la ricerca, oramai pacifica, di una luce di energia che fosse in grado di oscurare la luce del sole e del fuoco. I detrattori di questa teoria sostengono che Luce Nera sia un ossimoro, ovverosia una locuzione le cui due parole esprimono concetti contrari, perché è impensabile che una luce possa essere caratterizzata dal buio come mancanza di energia. Tuttavia recenti ricerche hanno confermato la tesi scientifica di questa teoria. In particolare la Royal Society of Chemistry ha pubblicato sulla rivista Energy & Environmental Science gli studi condotti dalla Kelvin Probe Force Microscopy (KPFM) e dalla Università nazionale di Singapore sulle potenziali utilità del buio ai fini della creazione di energia e, quindi, di luce.
Terza Tesi
Degna di nota è la tesi più recente e che è stata enucleata dallo storico-scrittore Ugo Nasi. Essa poggia le sue basi su di un’interpretazione semantica del palindromo del Quadrato del Sator.
Come è noto, tra i significati attribuiti da alcuni storici medievalisti alla combinazione delle lettere che compongono la misteriosa frase SATOR-AREPO-TENET-OPERA-ROTAS, ce ne sarebbe anche una legata proprio all’Ordine dei Cavalieri Templari, che avrebbero così dissimulato il messaggio occulto TECTA-NOCTE-ERAT-EXORDIO-TERRA: "In principio la terra era popolata dalle Tenebre".
Secondo lo storico sussisterebbe dunque un nesso logico tra la frase riportata sulla Stele della Lux Tenebris (o Luce Nera) e quella palindroma, scolpita sul quadrato del SATOR. Se la teoria fosse confermata, la Lapide della Lux Tenebris (detta comunemente Stele della Luce Nera) non sarebbe altro che un diverso modo espressivo per confutare lo stesso argomento del SATOR: LUCE NERA = TENEBRE. Questa tesi però, seppur autorevole ed assai suggestiva, non convince in pieno, perché Ugo Nasi muove da un assunto attualmente non dimostrato, ovverosia l’attribuzione del palindromo del SATOR ai Cavalieri Templari. Questa argomentazione è oramai minoritaria, visto che pare acclarato che il SATOR abbia origini molto più antiche della fondazione dell’Ordine Equestre Templare, dovendo addirittura risalire al periodo della Roma imperiale. Non va sottaciuto peraltro che tuttavia il Quadrato del Sator ed il palindromo che ne contraddistingue il messaggio, sembra certo che fosse conosciuto dai Templari, atteso che un'iscrizione in tal senso è stata rinvenuta (ed è ancora presente) sulla parete esterna della chiesa Templare di Campiglia Marittima.
Lazio - Roma, Mosaico del Gladiatore
Il Mosaico del Gladiatore è un famoso mosaico risalente al periodo tardo-imperiale (verso l'anno 320) ritrovato nella proprietà della famiglia Borghese a Torrenova, sulla Via Casilina alla periferia di Roma, nel 1834. Si tratta di uno dei pezzi pregiati che sono andati ad arricchire la Collezione Borghese dopo che questa era stata impoverita a seguito della vendita di buona parte della collezione a Napoleone Bonaparte, che poi provvide a farla trasferire al Louvre di Parigi.
Nel mosaico è raffigurato l'epilogo del combattimento tra il gladiatore Astivus, che giace a terra morente col piede poggiato sul suo ampio scudo, e il gladiatore reziario Astacius, in procinto di sferrare il colpo mortale col proprio pugnale, il pugio. A contorno della rappresentazione nel mosaico compaiono altre figure, tra cui lo stesso Astacius, disarmato, che saluta la propria vittoria, e il reziario Rodan, anch'egli morto, riconoscibile dall'inconfondibile paraspalla, il galerus.
Accanto ai nomi dei gladiatori morti durante il combattimento è presente il cosiddetto theta nigrum, ovvero la lettera greca Θ ("theta"), iniziale della parola "thnetòs", cioè "morto".
Lazio - Roma, Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco
Il Museo di scultura antica Giovanni Barracco fa parte del sistema Musei in Comune di Roma ed è situato nel rione Parione, vicino a Campo de' Fiori. Raccoglie diverse opere di arte classica e del Vicino Oriente, donate al Comune dal barone Giovanni Barracco nel 1904.
La prima sede del Museo di Scultura Antica
Non avendo eredi diretti (non si era mai sposato e non aveva figli), Giovanni Barracco maturò la decisione di donare la sua collezione alla città di Roma. Fu insignito per questo della cittadinanza onoraria di Roma. Gli fu anche messa a disposizione un'area per farne un'adeguata sede museale, in Corso Vittorio Emanuele II, di fronte alla chiesa di San Giovanni dei Fiorentini. Il museo, denominato Museo di Scultura Antica, fu progettato da Gaetano Koch, con il quale Barracco aveva già collaborato quando, da Questore del Senato del Regno, aveva presieduto alla ristrutturazione e all'adeguamento di Palazzo Madama.
Giovanni Barracco seguì personalmente la fase progettuale e la realizzazione del Museo di Scultura Antica, che si presentava come un tempio classico. Su richiesta di Barracco, il Museo fu dotato di un impianto di riscaldamento (il primo in Italia), di ampie vetrate per una corretta illuminazione delle opere esposte, e di basi girevoli per permettere la visione a tutto tondo di alcune sculture. Al Museo fu legata anche la biblioteca personale di Giovanni Barracco.
Negli ultimi anni della vita, Giovanni Barracco trasferì la propria abitazione in Corso Vittorio Emanuele II, presso il Museo, e continuò ad arricchire la collezione. Lasciò, nel testamento, indicazioni ai suoi eredi affinché acquistassero alcune pubblicazioni per la biblioteca del Museo, del quale Ludwig Pollak, conosciuto per il fortuito ritrovamento nel 1906 del braccio di marmo mancante del Gruppo del Laocoonte, sarebbe rimasto Conservatore fino alla sua deportazione da parte della Gestapo nel 1943.
Il Museo di Scultura Antica fu demolito nel 1938 in occasione dei lavori di sistemazione di Corso Vittorio Emanuele II successivi alla costruzione del Ponte Vittorio Emanuele II. La collezione fu trasferita presso l'Osteria dell'Orso e successivamente nei magazzini dei Musei Capitolini. Nel 1948 il Museo fu riallestito nel Palazzo della Farnesina ai Baullari a Corso Vittorio Emanuele II, messo appositamente a disposizione dal Comune di Roma.
La nuova sede: la Piccola Farnesina ai Baullari
La palazzina, la cui facciata è attribuita ad Antonio da Sangallo il Giovane, fu costruita nel 1523 da un prelato bretone Thomas Le Roy (latinizzato in Tomas Regis), che per aver ben lavorato alla stipula del concordato fra papa Leone X e Francesco I all'indomani della battaglia di Marignano, fu autorizzato da quest'ultimo ad arricchire il proprio emblema con il giglio di Francia (portato a Roma dai Farnese) - che infatti ricorre in tutta la decorazione della palazzina, e dal quale molto probabilmente deriva all'edificio il nome di "Piccola Farnesina".
Dopo varie vicende ereditarie e giudiziarie, l'immobile passò nel 1671 ai Silvestri, il cui emblema con lo scorpione compare al primo piano, e infine fu espropriato nel 1885 dal Comune di Roma, che stava tracciando il nuovo asse stradale di corso Vittorio per collegare piazza Venezia a San Pietro. L'edificio fu salvato dalle demolizioni che interessarono i palazzi circostanti, liberato da sopraelevazioni che vi erano state aggiunte, restaurato e integrato con una nuova facciata su Corso Vittorio costruita nello stesso stile e l'attuale breve gradinata di ingresso. Questi lavori furono realizzati "aere publico" e conclusi nel 1901, come testimonia l'iscrizione apposta sul cornicione marcapiano lungo corso Vittorio.
Nel 1899, durante gli scavi volti a consolidarne le fondazioni in occasione di questi lavori, furono scoperte strutture pertinenti a una casa romana di IV secolo che, al contrario di quanto accadde ad altri analoghi ritrovamenti venuti in luce durante le demolizioni nella zona, furono salvate, attualmente visitabili solo il fine settimana. Vi si riconoscono, a circa quattro metri sotto l'attuale piano stradale, la pavimentazione in marmo bianco di un cortile, la base di una fontana circolare il cui bacino è stato lasciato in situ, due lati di un peristilio con colonne di riuso del I secolo, affreschi di soggetto acquatico e di caccia, tracce di pavimenti in opus sectile in alcuni degli ambienti che davano sul peristilio. La destinazione dell'edificio non è chiara ed è probabilmente mutata nel tempo.
Esposizioni
Sale I e II - Arte egizia. Arte sumera e assira
Le prime due sale sono dedicate all'arte egizia, con diversi materiali provenienti da alcune aste parigine e diversi scavi effettuati direttamente in Egitto; si tratta della prima parte collezionata dal barone Barracco. La stele di Nofer è un frammento in calcare attribuito all'omonimo scriba della IV dinastia, ritratto davanti a un altare per le offerte. Proveniente originariamente dalla necropoli di Giza, Ismail Enver lo donò a Girolamo Bonaparte; a Parigi il barone Barracco acquistò il pezzo per la sua collezione. Vicino è presente una piccola statua fabbricata in legno e molto probabilmente risalente alla XII dinastia, sulle cui mani sono stati realizzati alcuni geroglifici.
Una rarità è la sfinge femminile attribuita alla regina Hatshepsut (XVIII dinastia) in granito nero, la cui iscrizione menziona il fratello Thutmose II di cui la regina fu reggente. L'opera è stata ritrovata nel sito romano dell'Iseo Campense del I secolo, nei pressi del Campo Marzio.
Poco oltre si trovano un ritratto giovanile di Ramses II, rappresentazione dell'omonimo faraone del Nuovo Regno, realizzata sempre in granito nero, e con la corona doppia e un elmo, accompagnati dall'ureo sacro. Prodotta invece con la diorite è la figura di un sacerdote barbato, che Barracco credeva rappresentasse l'imperatore romano Giulio Cesare, mentre l'acconciatura fa pensare in realtà a un comune sacerdote dell'antica Roma; inoltre, la particolare fascia sulla testa con una stella a otto punte ricorda propriamente un personaggio di tipo sacerdotale. L'opera sarebbe databile al III secolo. Oltre alla maschera funebre d'epoca tolemaica, dello stesso tempo è anche una grande clessidra di Tolomeo Filadelfo, costruita in pietra basaltica ma ritrovata in frammenti presso il Serapeo Campense di Roma. Se all'esterno sono state realizzate alcune iscrizioni dedicate al re egiziano Tolomeo II, l'interno invece presente alcune tacche funzionali all'uso di questo strumento come clessidra, poi in realtà divenuto vaso d'offerta nei secoli successivi. Si ricordano anche un vaso canopo con coperchio cinocefalo, in calcite e appartenente alla XXVI dinastia, e una rara protome leonina in legno della XX dinastia.
Poco oltre si trovano un ritratto giovanile di Ramses II, rappresentazione dell'omonimo faraone del Nuovo Regno, realizzata sempre in granito nero, e con la corona doppia e un elmo, accompagnati dall'ureo sacro. Prodotta invece con la diorite è la figura di un sacerdote barbato, che Barracco credeva rappresentasse l'imperatore romano Giulio Cesare, mentre l'acconciatura fa pensare in realtà a un comune sacerdote dell'antica Roma; inoltre, la particolare fascia sulla testa con una stella a otto punte ricorda propriamente un personaggio di tipo sacerdotale. L'opera sarebbe databile al III secolo. Oltre alla maschera funebre d'epoca tolemaica, dello stesso tempo è anche una grande clessidra di Tolomeo Filadelfo, costruita in pietra basaltica ma ritrovata in frammenti presso il Serapeo Campense di Roma. Se all'esterno sono state realizzate alcune iscrizioni dedicate al re egiziano Tolomeo II, l'interno invece presente alcune tacche funzionali all'uso di questo strumento come clessidra, poi in realtà divenuto vaso d'offerta nei secoli successivi. Si ricordano anche un vaso canopo con coperchio cinocefalo, in calcite e appartenente alla XXVI dinastia, e una rara protome leonina in legno della XX dinastia.
Nelle teche sono raccolti alcuni chiodi di fondazione della terza
dinastia di Ur, realizzati in bronzo, solitamente con
scopo apotropaico; provengono prevalentemente
dalla Mesopotamia meridionale. Poco avanti è situato
un genio alato inginocchiato verso destra, un rilievo
in calcare alabastrino risalente all'età
di Assurnasirpal e proveniente dal Palazzo di Nimrud;
nello stesso settore sono esposti altri rilievi della stessa epoca.
Un ultimo esempio di straordinaria fattura è il rilievo che
raffigura alcune donne in un palmento, ritrovato nella città
di Ninive. Altri rilievi da menzionare sono quelli che
raffigurano alcuni arcieri assiri, dei guerrieri elamiti,
palafrenieri e cavalli in alta bardatura, e altri arcieri elamiti in
alta uniforme, dell'epoca di Assurbanipal, sempre dal Palazzo
di Ninive.
Sala III - Arte etrusca
La sala mostra alcune opere di fattura etrusca, fra cui una testa femminile, originariamente posta a decorazione di una tomba nei pressi di Bolsena e datata al II secolo a.C. Inoltre viene esposto anche un cippo funerario in pietra fetida con una splendida narrazione iconografica ai lati; il reperto proviene da Chianciano, molto probabilmente venne realizzato su commissione ed è stato attribuito ad un'epoca compresa fra il 500 e il 460 a.C.
Sala III - Arte etrusca
La sala mostra alcune opere di fattura etrusca, fra cui una testa femminile, originariamente posta a decorazione di una tomba nei pressi di Bolsena e datata al II secolo a.C. Inoltre viene esposto anche un cippo funerario in pietra fetida con una splendida narrazione iconografica ai lati; il reperto proviene da Chianciano, molto probabilmente venne realizzato su commissione ed è stato attribuito ad un'epoca compresa fra il 500 e il 460 a.C.
Sala IV - Arte cipriota
Una statua di Heracles-Melquart (inizio V secolo a.C.) è in mostra mentre veste una pelle leonina e mantiene un piccolo leone nella mano sinistra: l'opera venne donata al barone Barracco nel 1909. Altra opera della stessa area culturale è un modesto ma pregevole carro da parata con due personaggi, prodotto in calcare policromato che vede molto probabilmente protagonisti una madre col proprio figlio durante lo svolgimento di alcune celebrazioni cultuali; proviene da Amatunte, località dell'isola di Cipro, e gli studiosi la datano al secondo quarto del V secolo a.C.
Arte fenicia
Per l'arte degli antichi Fenici sono esposte una protome di leone in alabastro - collocata all'esterno della sala, sul pianerottolo - proveniente da Sant'Antioco (Sardegna) e collocabile fra il IV e il III secolo a.C. Poco più avanti si trova la parte superiore di un sarcofago antropoide, più esattamente il coperchio, datato alla fine del V secolo a.C. e originario di Sidone, una delle città principali della regione fenicia.
Sale V e VI - Arte greca
Nella prima sala si trovano numerose testimonianze dell'arte greca: due teste di Atena appartenenti allo stile severo (V secolo a.C.), e un Hermes Kriophoros della prima metà dello stesso secolo; la forma ovale del viso, l'ingrossamento delle palpebre e le grandi labbra carnose evidenziano i primi stilemi di questo nuovo periodo artistico.
A lato è esposto il busto
del sileno Marsia di Mirone, che insieme a una
statua di Atena componeva un gruppo statuario dedicato all'interno
dell'Acropoli ateniese verso il 450 a.C.; si tratta però
di una copia romana, in marmo pario, risalente al II
secolo. Altri esempi della statuaria greca sono la testa apollinea
(tipo Kassel) raffigurante Apollo Parnopios, e un'altra
protome dello stesso dio ma attribuita a Prassitele. Nel primo
caso si tratta della copia di un originale in bronzo, molto
probabilmente dedicato dagli abitanti di Atene per essere
scampati da un'invasione di cavallette: le forme, maggiori
rispetto alla realtà, farebbero pensare a una datazione intorno al
460 a.C., anche se si tratta di una copia di età Flavia (I
secolo). La statua di Prassitele invece risale al 350 a.C.
e raffigura il dio senza vesti mentre riposa, con la mano destra
sulla testa.
Nel museo sono conservati anche alcuni reperti fittili, come un rilievo funerario con due figure maschili, con ogni probabilità un originale attico del V secolo a.C.; è presente anche una raffigurazione votiva per Apollo (la dedica è realizzata lungo il bordo superiore e inferiore) della metà del IV secolo a.C., con quattro fanciulli e un anziano, con a lato le tre divinità di Delfi: Leto, Apollo e Diana. Infine sono numerose anche le ceramiche presenti, rappresentate da un lekythos funerario attico e alcune anfore ateniesi a figure nere della prima metà del V secolo a.C.
Sala VII - Arte ellenistica
Fra le opere di età ellenistica è presente una testa maschile, riproduzione romana del II secolo, forse raffigurante Alessandro Magno. Di grande rilevanza è la rappresentazione di una cagna ferita replica in marmo pentelico di un originale bronzeo del copista Sopatro, il cui nome è indicato con tre lettere sulla base dell'opera; all'epoca di Plinio l'opera originale si trovava ancora presso il tempio di Giove Capitolino, a Roma.
Sala IX - Arte italica e romana
Vi sono alcune opere di fattura romana, come la statua di un giovane della famiglia Giulio-Claudia, forse lo stesso imperatore Nerone, scoperta nella Villa di Livia (soprannominata ad gallinas albas a Prima Porta) e risalente al I secolo. Accanto si trovano tre stele funerarie da Palmira (Siria), raffiguranti due donne e un uomo del III secolo, prodotte in calcare.
Arte medievale
Qui si trova il frammento di un mosaico policromo a tessere grandi del XII secolo commissionato da papa Innocenzo III per l'antica basilica di San Pietro in Vaticano, asportato durante la costruzione della nuova basilica di Michelangelo.
Nel museo sono conservati anche alcuni reperti fittili, come un rilievo funerario con due figure maschili, con ogni probabilità un originale attico del V secolo a.C.; è presente anche una raffigurazione votiva per Apollo (la dedica è realizzata lungo il bordo superiore e inferiore) della metà del IV secolo a.C., con quattro fanciulli e un anziano, con a lato le tre divinità di Delfi: Leto, Apollo e Diana. Infine sono numerose anche le ceramiche presenti, rappresentate da un lekythos funerario attico e alcune anfore ateniesi a figure nere della prima metà del V secolo a.C.
Sala VII - Arte ellenistica
Fra le opere di età ellenistica è presente una testa maschile, riproduzione romana del II secolo, forse raffigurante Alessandro Magno. Di grande rilevanza è la rappresentazione di una cagna ferita replica in marmo pentelico di un originale bronzeo del copista Sopatro, il cui nome è indicato con tre lettere sulla base dell'opera; all'epoca di Plinio l'opera originale si trovava ancora presso il tempio di Giove Capitolino, a Roma.
Sala IX - Arte italica e romana
Vi sono alcune opere di fattura romana, come la statua di un giovane della famiglia Giulio-Claudia, forse lo stesso imperatore Nerone, scoperta nella Villa di Livia (soprannominata ad gallinas albas a Prima Porta) e risalente al I secolo. Accanto si trovano tre stele funerarie da Palmira (Siria), raffiguranti due donne e un uomo del III secolo, prodotte in calcare.
Arte medievale
Qui si trova il frammento di un mosaico policromo a tessere grandi del XII secolo commissionato da papa Innocenzo III per l'antica basilica di San Pietro in Vaticano, asportato durante la costruzione della nuova basilica di Michelangelo.
Marche - Stele di Novilara
Le stele di Novilara sono due stele in pietra arenaria che si crede provenienti dalla necropoli picena di Novilara, nella provincia di Pesaro e Urbino; risalgono dunque all'Età del Ferro.
Del gruppo delle stele di Novilara fanno parte altre stele provenienti dal mercato antiquario, e aventi caratteristiche analoghe.
Le due stele si distinguono perché una di esse è caratterizzata da una ricca figurazione incisa, mentre l'altra contiene un testo iscritto in un alfabeto chiamato convenzionalmente "nord piceno o di Novilara". Vennero scoperte nella seconda metà del XIX secolo.
La stele presenta delle incisioni che raffigurano decorazioni geometriche e scene figurate di guerrieri e battaglie navali, nonché iscrizioni della lingua detta convenzionalmente "lingua picena settentrionale". È esposta al Museo archeologico oliveriano di Pesaro.
La stele figurata di Novilara è frammentaria e più antica (VII secolo a.C.) delle altre. Nel frammento rimasto, è raffigurata una nave a vela spiegata, con rematori in azione e, nella parte inferiore, uno scontro navale tra due imbarcazioni più piccole. La poppa e la prua di tutte le imbarcazioni presentano elementi a forma di serpente.
La stele iscritta di Novilara, con dodici righe di testo, è un documento fondamentale della lingua convenzionalmente detta "picena settentrionale"; è conservata dal 25 maggio 1904 al Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini (oggi Museo delle Civiltà) a Roma, in seguito ad acquisto da parte del Ministero della Pubblica Istruzione nel 1892.
Le circostanze di rinvenimento della stele sono ignote; secondo l'archeologo Edoardo Brizio, proverrebbe da San Nicola in Valmanente di Pesaro.
Il significato dell'iscrizione ha sempre suscitato accesi dibattiti e le interpretazioni più disparate, mentre sin dall'epoca del ritrovamento è nota la traslitterazione delle dodici righe, dal momento che si tratta di alfabeto del tipo greco antico-etrusco-italico, scritto da destra verso sinistra, in uso in Italia nel VI-V sec. a.C.
Veneto - Venezia, stele del Censimento
La lapide di Venezia (in latino: Lapis Venetus o Titulus Venetus), nota anche come stele del censimento, è un'epigrafe latina conservata nel Museo archeologico nazionale di Venezia, catalogata come CIL III 6687, ILS 2683.
L'iscrizione giunse a Venezia come zavorra di una nave proveniente da Beirut e rinvenuta nel 1674. L'originale venne copiato ed edito nel 1719, ma poi scomparve, cosicché la copia venne ritenuta falsa. Nel 1880 venne ritrovata alla Giudecca la parte inferiore dell'originale, riutilizzata come davanzale di una finestra nella casa di Nicolo Venier vicino a Sant'Antonio, descritta da S. Orsato.
Traduzione italiana: «Quinto Emilio, figlio di Quinto, negli accampamenti del divo augusto sotto P. Sulpicio Quirinio legato di Cesare per la Siria, fui insignito di onori come prefetto della coorte augusta I e prefetto della coorte II classica; io pure per comando di Quirinio condussi un censimento dei 117 mila uomini cittadini della città di Apamena (in Siria); sempre per comando di Quirinio, avendo mosso contro gli iturei del monte Libano, conquistai una loro fortificazione.»
La lapide nomina tra l'altro un censimento di Publio Sulpicio Quirinio (vedi censimento di Quirinio) svolto presso la città siriaca di Apamea che godeva di statuto autonomo sul modello delle polis greche. La data del censimento non è precisata e gli studiosi lo identificano col censimento di Quirinio in Siria e Giudea nel 6-7 d.C. oppure con un censimento parallelo a quello universale indetto da Augusto nell'8 a.C. Alcuni studiosi la riferiscono all'anno del consolato di Quirinio, il 12 a.C.
Indipendentemente dalla data, secondo gli studiosi cristiani la lapide risulta una testimonianza preziosa in quanto testimonia l'esistenza di un censimento organizzato da funzionari romani in un territorio alleato: questo rende verosimile il "primo censimento" di Quirinio nominato nel Vangelo di Luca (2,1-2) nel territorio palestinese del rex socius Erode il Grande in occasione del quale nacque Gesù.
Veneto - Venezia, Museo archeologico / Apollo Licio
L'Apollo Licio o Apollo Liceo (in lingua greca Ἀπόλλων Λύκειος, Apollōn Lukeios) è una scultura in bronzo attribuita a Prassitele ed oggi esistente solo attraverso copie marmoree di epoca romana del I secolo a.C. e raffigurazioni sulle monete. La fama della statua diede il via a tutta una tipologia di statuaria conosciuta per l'appunto come "tipo Apollo Licio".
Il dio Apollo viene mostrato mentre se ne sta appoggiato ad un supporto, un tronco d'albero o un cavalletto, mentre l'avambraccio destro tocca la parte superiore della testa; i capelli sono fissati in trecce sulla sommità del capo in un taglio di capelli tipico dell'infanzia e della primissima gioventù. Alcuni dei suoi modelli principali sono l'"Apollino" di Firenze e l'"Apollo Medici" conservato alla galleria degli Uffizi.
È stato chiamato "Liceo" dopo la sua identificazione con un'opera perduta descritta, anche se non attribuita ad alcuno scultore specifico, da Luciano di Samosata come presente nel Liceo di Aristotele, originariamente uno dei ginnasi dell'antica Atene. Secondo l'autore del II secolo d.C. il dio stava appoggiato su un supporto, con l'arco nella mano sinistra e la destra appoggiata sulla testa, mostrato come se fosse a riposo dopo un lungo sforzo.
L'attribuzione al maestro ateniese, sulla base delle proporzioni allungate, della posa elegante e dell'anatomia generale un po' da effeminato, così come caratterizzato dalla storica dell'arte italiana Brunilde Sismondo Ridgway, è tradizionalmente sostenuta anche per la somiglianza con l'Hermes con Dioniso oggi al museo archeologico di Olimpia; di volta in volta il tipo di "Apollo Licio" è stato passato e visto come replica dell'"Hermes".
Il confronto per individuarne l'autore si basa essenzialmente sull'"Apollino", la cui testa ha proporzioni del tutto simili a quella dell'Afrodite cnidia ed il cui contrapposto assai pronunciato conferma l'idea di lunga data che possa trattarsi dello stile peculiare della scuola di Prassitele, nonostante le molte differenze esistenti tra le copie prodotte in seguito.
Tuttavia la maggior parte degli esemplari di questo tipo presenta una muscolatura pronunciata che non assomiglia ai tipi maschili normalmente attribuiti a Prassitele; è stato anche supposto che possa in realtà trattarsi di un'opera del suo contemporaneo Eufranore, o anche risalente ad un'epoca storica successiva. L'Apollino da parte sua sarebbe quindi una creazione eclettica di epoca romana che mescola stili diversi, dal secondo classicismo in poi (IV secolo a.C.).
La famosa posa con il braccio appoggiato sulla testa era così accuratamente identificata con Apollo che è stata utilizzata per la scultura del giovane Antinoo raffigurato come il dio solare a Leptis Magna, uno dei grandi esempi di arte adrianea. Con le raffigurazioni prima ellenistiche e poi romane di un Dioniso giovane tipologicamente non sempre distinguibile da Apollo la posa sembra essere stata ereditata, come si può notare ad esempio nella scultura romana del II secolo del Dioniso Ludovisi.
La posa viene utilizzata anche nella statua di Amazzone ferita ed ha una lunga tradizione convenzionale anche nel tipo di Arianna addormentata per dare il senso d'abbandono e stanchezza.
nelle immagini dall'alto, Apollo Licio - Museo archeologico nazionale di Venezia, Museo del Louvre di Parigi, British Museum di Londra
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