sabato 25 ottobre 2025

Sardegna - Tomba dei giganti di Seruci

 
La tomba dei giganti di Seruci è un sito archeologico di epoca nuragica, parte dell'omonimo complesso, situato nel comune di Gonnesa, in provincia del Sulcis Iglesiente.
La tomba si trova sul colle nei pressi della citadella; è lunga quasi 11 m, larga 2.8 m e alta 1.20 m mentre l'esedra ha un'ampiezza di circa 12.5 m. Mancanti le lastre in pietra che formavano la piattabanda di copertura e assente il corredo funebre a causa di antichi sconvolgimenti e saccheggi, dagli scavi si sono recuperati pochi resti del cranio e dello scheletro degli inumati che, secondo l'archeologo Antonio Taramelli, apparterebbero all'élite che dimorava nel vicino nuraghe.

Sardegna - Complesso nuragico di Grutti 'e Acqua


Il complesso nuragico di Grutti 'e Acqua, o Grutti Acqua, è un sito archeologico dell'isola di Sant'Antioco, in territorio del comune omonimo.
Situato nella località costiera di Is Praneddas a Sant'Antioco, è costituito da un nuraghe posto sull'altura, da un villaggio di capanne, un laghetto, un tempio a pozzo, urbanizzazioni (strade, scalinate, opere idrauliche) e probabilmente da un porto, del quale sembrano esserci diverse tracce ma che dev'essere ancora sottoposto a verifica archeologica tramite rilievi e scavi di ricerca. Nelle vicinanze si trova la tomba dei giganti di Su Niu 'e su Crobu ("il nido del corvo").
Dai resti si presume che il villaggio fosse piuttosto esteso, formato da numerose capanne a pianta circolare e da un tempio a pozzo nuragico. Il nuraghe è di tipo complesso.
Nel sito sono stati ritrovati decine di reperti di varia natura, molti dei quali trafugati. Un bronzetto nuragico di 25 cm di altezza raffigurante un arciere rinvenuto nel sito è oggi esposto nel museo archeologico comunale Ferruccio Barreca.

Sardegna - Tomba dei giganti di Barrancu Mannu

 

La tomba dei giganti di Barrancu Mannu (o di Sa Tuaredda) è un sito archeologico di epoca nuragica situato nel comune di Santadi, in provincia del Sud Sardegna.
La tomba, in granito giallo-rosa, è databile al bronzo medio (1300 a.C. circa) ed è composta da un corpo tombale absidato, un corridoio coperto e da una esedra arcuata dove è presente un piccolo pertugio, sormontato da un architrave, con la funzione di ingresso alla tomba.


Sardegna - Tomba dei giganti di Su Niu 'e Su Crobu


La tomba dei giganti di Su Niu 'e Su Crobu (in italiano: il nido del corvo) è un sito archeologico situato nel territorio del comune di Sant'Antioco, nella provincia del Sud Sardegna.
Il monumento si trova su una piana rocciosa sopraelevata nella parte meridionale dell'isola sulcitana, poco lontano dal mare e dall'importante complesso nuragico di Grutti 'e Acqua.
La tomba dei giganti, risalente all'età del bronzo medio-recente, è costruita con blocchi di trachite. Di essa rimangono parte del lungo corpo tombale, privo della copertura a piattabanda, e la cosiddetta esedra, ampia circa 14 m.
Il sito è stato scavato nell'estate del 1977 dall'archeologo Vincenzo Santoni.

Sardegna - Cagliari, necropoli di Tuvixeddu

 

La necropoli di Tuvixeddu è la più grande necropoli punica ancora esistente. Si estende all'interno della città di Cagliari, su tutto il colle omonimo, ed è compresa fra il rione cresciuto lungo il viale Sant'Avendrace e quello di Via Is Maglias. L'area archeologica è molto vasta, originariamente occupava una superficie di circa 80 ettari: infatti, dalla laguna di Santa Gilla si estendeva fino a Via Is Maglias e da Viale Sant'Avendrace fino a viale Merello.
Sull'origine del nome si possono ipotizzare due significati derivanti entrambi dal sardo campidanese tuvu, che significa sia "calcare marnoso" ma anche buco, cavità. Il primo potrebbe indicare dunque la natura geologica del colle, Tuvixeddu "colle di tufo piccolo", e Tuvumannu - il colle orograficamente adiacente e più grande -"colle di tufo grande". Il secondo significato potrebbe essere messo in relazione al paesaggio antropico indotto dall’attività di cava che avrebbe creato uno scoscendimento maggiore ad oriente e una cavità minore a ponente. Dunque "piccola cavità" (Tuvixeddu) e "grande cavità" (Tuvumannu). Più difficoltoso ipotizzare per Tuvixeddu, anche se riportato, un riferimento alle piccole cavità dei pozzi d’accesso alle tombe a camera cartaginesi, poiché il toponimo è registrato sempre al singolare e mai al plurale. 
Preistoria e storia antica
Il sito è frequentato dall'uomo sin dal Neolitico come dimostrano i ritrovamenti di strumenti in selce e ossidiana e di ceramiche e fondi di capanne della cultura di Ozieri. Tra il VI ed il III secolo a.C. i Cartaginesi scelsero il colle per seppellirvi i loro morti: tali sepolture erano raggiungibili attraverso un pozzo scavato interamente nella roccia calcarea e profondo dai due metri e mezzo sino a undici metri. All'interno del pozzo una piccola apertura introduceva alla camera funeraria o cella sepolcrale. Le camere funerarie erano, in alcuni casi, finemente decorate, e sono state trovate all'interno anfore altrettanto decorate; inoltre sono state rinvenute delle ampolle dove si mettevano delle essenze profumate, chiamate lacrimatoi.
Di particolare interesse, tra le tombe puniche, la Tomba dell'Ureo e la Tomba del Combattente (chiamata anche del Sid), decorate con palme e maschere tuttora ben conservate, e la Tomba della ruota, scavata da Ferruccio Barreca.
Alle pendici del colle di Tuvixeddu si trova anche una necropoli romana, che si affacciava sulla strada che, all'uscita della città, diventava la a Karalibus Turrem (oggi il viale Sant'Avendrace), dove si trova il sepolcro di Atilia Pomptilla, noto come la grotta della Vipera. La necropoli romana è prevalentemente composta da tombe a fossa e a camera, incinerazione, arcosolio e colombari.
Storia medievale
Dopo la distruzione della città di Santa Igia intorno alla seconda metà del XIII secolo da parte dei Pisani e dei loro alleati sardi, molti dei suoi abitanti fuggirono verso la città di Villa di Chiesa, nell'Iglesiente, altri superstiti si stanziarono nell'attuale viale Sant'Avendrace, alle pendici del colle: così buona parte delle case si addossarono a Tuvixeddu, utilizzando ognuna di queste un accesso alle tombe. Ancora oggi, in caso di demolizione delle vecchie case del quartier spesso si trovano tombe con evidenti segni di uso abitativo (alcune grotte riutilizzate a scopo abitativo si possono vedere dietro al liceo classico Siotto sito in Viale Trento).
Storia contemporanea
Il colle di Tuvixeddu non venne mai valorizzato, e nel XX secolo divenne la cava di una cementeria dell'Italcementi, che ne ha terminato l'estrazione solamente negli anni settanta. Negli anni cinquanta (fra il 1953 e il 1956) venne realizzata una strada interna di collegamento (chiamata Canyon) fra via Is Maglias e via Falzarego, allo scopo di facilitare il trasporto su camion della roccia estratta. Tale percorso ha decretato la fine dell'unità fisiografica della collina venendo a creare due aree: Tuvixeddu che si affaccia su viale San'Avendrace e Tuvumannu che si riporta a via Is Maglias. Così con i lavori di cava molte tombe andarono irrimediabilmente distrutte, anche se ne vennero trovate altre. Inoltre durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale le tombe vennero usate dagli abitanti della zona come rifugi antiaerei, e i più anziani le usarono come abitazioni per non dover correre ogni volta nel colle.
Nell'immediato dopoguerra vennero abitate da chi aveva perso la casa durante i bombardamenti. Nel colle della cementeria oggi rimane soltanto la torre per la fabbricazione della calce (demolita nel 2016) e un capannone che si trova accanto alla nuova ala della scuola media intitolata al canonico Giovanni Spano.
Risale a inizio Novecento la villa Mulas (oggi in stato di abbandono). Costruita sulla sommità del colle dai proprietari della cava, possiede un parco con varie specie di alberi tra cui pini e cipressi.
Nei primi anni 2000 partirono i lavori per realizzazione di un complesso edilizio di circa 400 unità abitative tra Tuvixeddu e Tuvumannu. In tale intervento era prevista anche la sistemazione a parco archeologico e naturalistico di una modesta area già riportata alla luce negli anni '60 dalla Soprintendenza Archeologica. Solo nel 2014 sono stati portati a termine i lavori di sistemazione a parco con un intervento dell'amministrazione comunale di Cagliari. All'interno del progetto del 2000 era prevista anche la costruzione di un museo per la preservazione dei reperti e della storia del colle, tuttavia i lavori si fermarono nel 2007 a causa di un blocco decretato dalla giunta regionale, allora guidata da Renato Soru. Ciò ha causato non poche polemiche tra associazioni di ambientalisti.
Nel 1997, per la prima volta, la necropoli venne aperta al pubblico in occasione della I edizione di "Monumenti Aperti", grazie alla proposta avanzata dall'Associazione di Volontariato turistico culturale "Amici di Sardegna" che, a proprie spese, rese possibile l'apertura del sito. Per l'occasione collaborò all'anche l'Istituto Professionale di Stato Sandro Pertini di Cagliari. Circa 5.000 persone visitarono il sito nel corso di un fine settimana.
Nel maggio 2014, la necropoli è stata aperta definitivamente al pubblico in occasione della XVIII edizione di Monumenti aperti. Oggi è visitabile tutti i giorni dell'anno dalla mattina alla sera/notte.
Attività dei tombaroli
L'attività clandestina dei tombaroli nella necropoli fenicio-punica di Tuvixeddu è stata denunciata da numerose associazioni culturali. Nel 1994 alcuni giovani speleologi denunciarono alle autorità competenti l'uso improprio e dannoso della collina e della necropoli da parte di sbandati, satanisti, senzatetto e predatori di reperti archeologici. Molte tombe e sepolcri, secondo studiosi esperti, sono state distrutte con l'impiego delle mine esplosive.
Cavità di Via Vittorio Veneto 40
Questa cavità si trova a pochi metri dai confini artificiosi di Tuvixeddu, sotto l'edificio che ospita una scuola superiore. Fino a pochi anni fa non era visibile perché nascosta da caseggiati disabitati e fatiscenti, abbattuti per la definitiva costruzione della via. I Cartaginesi la utilizzarono come serbatoio per l'acqua, come fecero in seguito anche i Romani. Durante i bombardamenti offrì rifugio alle popolazioni della città, e nel dopoguerra venne abitata dai senza tetto.
Gallerie sotterranee
Ad una profondità variabile tra i 20 e i 60 metri, sotto la cima del colle Tuvixeddu si sviluppa una fitta rete di cunicoli e gallerie sotterranee scavate dalle cave dell'Italcementi nel secondo dopoguerra. Questi tunnel, abbondantemente studiati da varie associazioni speleologiche sarde hanno intercettato, nella loro originaria fase di scavo risalente al 1950 alcuni tratti di acquedotti romani e innumerevoli tombe cartaginesi. Sia queste cavità sotterranee, come altre presenti nella collina, sono state depredate dai tombaroli.
Archeogenetica
Uno studio di Claudia Viganó et al. (2017) ha analizzato il DNA antico di un individuo sepolto nella necropoli di Tuvixeddu circa 2000 anni fa. L'uomo era portatore della mutazione cod39, che causa l'anemia mediterranea, e possedeva aplotipi paterni e materni che indicano un'origine autoctona.


venerdì 24 ottobre 2025

Piemonte - Sezione archeologica del Museo del paesaggio di Pallanza

 

La Sezione archeologica del Museo del paesaggio di Pallanza ha sede nel palazzo municipale di Ornavasso, paese della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, dove è stato allestito un museo intitolato a Enrico Bianchetti (1834 - 1894) archeologo e storico locale al quale si devono la scoperta e lo scavo della necropoli di Ornavasso.
Il museo conserva importanti materiali archeologici di diversa provenienza ma il suo nucleo principale è costituito dai corredi tombali della necropoli di Ornavasso, messa in luce tra il 1890 e il 1893 poco a nord del centro abitato, in occasione degli scavi per la realizzazione della ferrovia Novara-Domodossola. La necropoli è costituita da due sepolcreti uno in località San Bernardo, dove furono scavate 183 tombe, e l'altro in località In Persona, a poca distanza dal primo, che ha restituito 165 sepolture.
I lavori di scavo furono diretti e finanziati personalmente da Enrico Bianchetti che, espose i reperti messi in luce, in un Museo allestito nel suo palazzo di Ornavasso. Nel 1961 l'intera collezione Bianchetti venne acquistata da Vittorio Tonolli e trasferita a Pallanza, dove fu esposta a Palazzo Viani Dugnani, sede principale del Museo del Paesaggio. Nel 2016 la collezione è ritornata ad Ornavasso dove è attualmente conservata e in parte esposta in quattro sale del museo allestito appositamente per accoglierla in quattro sale al pianterreno del palazzo municipale. Il nuovo allestimento è stato inaugurato nel febbraio 2019..
Altre collezioni, attualmente non esposte, consistono in una raccolta di oggetti provenienti dalla Daunia, datati tra l'VIII e il IV secolo avanti Cristo, Magna Grecia, riunita da don Secondo Falciola di Miazzina, da una seconda raccolta, depositata dal Club Alpino Italiano sezione di Intra, consistente in reperti provenienti dal territorio falisco (IV-III secolo avanti Cristo) e da alcuni oggetti rinvenuti in area verbanese. Altri oggetti archeologici di provenienza magno-greca, recuperati in seguito a sequestro, sono stati depositati dalla Soprintendenza ai Beni archeologici del Verbano Cusio Ossola
Il percorso del museo si articola in quattro sale.


Prima sala

Nella prima sala sono illustrate le caratteristiche del nucleo umano a cui fa riferimento la necropoli. Vi si trova una esemplificazione delle risorse del territorio, tra le quali assumono particolare importanza quelle minerarie, seguita dall'esposizione di attrezzi e strumenti da lavoro legati all'agricoltura, alla pastorizia e allo sfruttamento dei boschi e monete, testimoni del transito di persone e probabilmente della riscossione di pedaggi.
I ritrovamenti di resti di cibo sono limitati a gusci di nocciole e a un pinolo, questo non proveniente dal territorio e quindi ulteriore testimonianza di contatti con popolazioni del centro e del sud della Penisola. Alla produzione di frumento, segale, farro e orzo si accompagnava la raccolta delle noci e la coltivazione della vite. A questo aspetto del quotidiano sono associate le olle e i tegami a tre piedi ed in epoca successiva le teglie di tipo mediterraneo con rivestimento impermeabile rosso.
La sezione dedicata alle armi illustra le diverse tipologie di spade dalle quali si possono ricostruire i vari modi di combattere. La straordinaria concentrazione di vasellame di bronzo, con esemplari anche d'argento, è indice di una organizzazione sociale complessa in cui è presente una aristocrazia in grado di procurarsi preziosi oggetti provenienti dalla Penisola acquistandoli o ricevendoli in dono o in cambio di prodotti locali.


Una vetrina è dedicata al vasellame destinato al bere, con le caratteristiche "fiasche a trottola", borracce dalle quali si beveva direttamente il vino, che, sotto l'influenza romana, hanno lasciato il posto ad altri tipi di recipienti dai quali le bevande venivano versate in bicchieri o coppe. Allo stesso modo le scodelle da polenta o da zuppa sono state progressivamente sostituite dai piatti.
La parte dedicata al vestiario e alla cura del corpo documenta un profondo attaccamento, soprattutto delle donne di rango elevato, al costume tradizionale della tribù dei Leponzi. Il costume era costituito da una tunica con cintura in vita e da una sopraveste fermata e chiusa sulle spalle da due fibule. Poche sono le informazioni sul costume maschile ma ritrovamenti di cesoie per tagliare i capelli, rasoi, strigili e pinzette descrivono una popolazione in cui la cura del corpo è un aspetto rilevante del quotidiano.
Seconda sala
La seconda sala, utilizzata per proiezione di carattere didattico e conferenze contiene un grande pannello con le principali nozioni sul territorio dei Leponzi e la localizzazione dei due sepolcreti che compongono la necropoli. Nella sala è possibile assistere alla proiezione di un filmato sulla storia degli scavi della necropoli.


Terza sala

Vi sono esposti undici corredi funerari del sepolcreto di San Bernardo tra i quali i tre più antichi. Del corredo femminile della tomba 139, appartenente ad una donna di rango elevato del III e del II secolo avanti Cristo, fa parte una coppia di fibule in bronzo che aveva originariamente inserti in corallo rosso. L'altro corredo femminile (tomba 68), di poco successivo, comprende una fibula di tipo leggermente diverso ma anch'essa con inserti di corallo, esemplari simili a molti altri rinvenuti nel Canton Ticino che fanno supporre un'origine delle donne da quei luoghi.
Tra gli oggetti più notevoli presenti nei corredi esposti in questa sala vi sono i gioielli di argento caratteristici del costume delle donne leponzie di rango elevato del II e del I secolo avanti Cristo, un amuleto di pasta vitrea di origine orientale, bracciali di vetro originari della Valle del Reno, monete romane, una fusaiola di pietra, una fiasca a trottola con una lunga iscrizione che descrive il dono di quattro persone alla defunta e a suo marito, probabilmente i loro figli. Una spada e ricchi ornamenti appartenuti ad un corredo maschile, tra i quali una grande fibula tipo Ornavasso, hanno accompagnato nella tomba uno dei membri di quell'aristocrazia locale che si stava formando tra la fine del II e l'inizio del I secolo avanti Cristo.
In questa sala si trovano anche i due corredi femminili più ricchi del sepolcreto di San Bernardo, appartenuti l'uno ad una giovinetta (tomba 15) e l'altro ad una donna adulta (tomba 3), accomunati dall'elevato numero di ornamenti tipicamente leponzi, dal vasellame ceramico e dai vasi in bronzo e d'argento.


Quarta sala

Le cinque vetrine della quarta sala contengono dodici corredi funerari, quattro del sepolcreto di San Bernardo e otto del sepolcreto di In Persona. Tra i primi si distinguono per la loro ricchezza quelli, principeschi, di due guerrieri sepolti a San Bernardo. Tra i reperti del primo (tomba 7) vi sono l'unica spada della necropoli il cui fodero è decorato, numerosi recipienti metallici. Tra questi vi è ciò che resta di un bacino di bronzo proveniente dalla Grecia, forse usato come cratere in cui preparare le bevande, mescolando il vino con acqua e sostanze dolcificanti o aromatiche, oppure come bacino in cui lavarsi. I vasi rinvenuti in questa tomba erano appoggiati su un basso tavolino che conferma le descrizioni degli scrittori antichi sull'abitudine celtica di banchettare intorno a bassi tavolini di legno. La tomba 6 conteneva il corredo maschile più ricco della necropoli, composto da armi, oggetti per l'igiene personale, vasi di bronzo, bicchieri e numerosi elementi del servizio da mensa.
I rinvenimenti esposti in questa sala documentano la fase di transizione tra il sepolcreto di San Bernardo, più antico e quello di In Persona, più recente, ma anche la ripresa dell'uso di quello di In Persona a secoli di distanza. In questo sepolcreto, infatti, un guerriero, forse burgundo, è stato deposto quattro secoli dopo che gli abitanti del territorio avevano finito di utilizzarlo (tomba14).


Allestimento

La localizzazione delle tombe dalle quali provengono i corredi esposti nel Museo è riportata su un grande pannello della terza sala sul quale è riprodotta la mappa dei due sepolcreti con le sagome dei personaggi e gli oggetti che li caratterizzano. Le storie delle persone alle quali sono appartenuti i corredi, da loro narrate in prima persona, sono di fantasia ma sono costruite in base alla documentazione archeologica. I file audio sono ascoltabili tramite scansione del codice QR.

Puglia - Paretoni

 
paretoni è il nome con cui sono conosciuti i resti di mura di grande spessore, costruiti con l'accumulo a secco delle pietre rinvenute in luogo, presenti in diverse località del Salento.
In particolare con strutture di questo tipo era costituito l'impianto difensivo di Ceglie Messapica, che si considera risalente al V-IV secolo a.C., ancora parzialmente conservato, con tratti di almeno quattro cinte murarie, che racchiudevano anche parte del territorio.
Al percorso di queste mura si collegano una serie di "specchie", ossia grandi accumuli di pietre a pianta circolare e sviluppati in altezza, interpretati come torri di avvistamento, forse di una fase precedente e successivamente inglobati nel circuito murario.
La tecnica di costruzione prevedeva la mancanza di fondazioni e la posa in opera di blocchi naturali, non lavorati, disposti alternativamente di testa e di taglio a formare due muri a secco sulle due facce del muro, mentre lo spazio intermedio era riempito con materiale di risulta.

Puglia - Specchia

 

Specchia è il nome con cui vengono definiti alcuni tipici manufatti presenti soprattutto nel Salento e di lì, attraverso la Valle d'Itria, fino alla Murgia, realizzati con la sovrapposizione a secco di lastre calcaree provenienti dallo spietramento a mano dei soprasuoli murgiani e salentini. Il nome è di origine medievale e probabilmente derivato dal latino specula, in relazione a supposte utilizzazioni quali posti di vedetta. Le ipotesi sulla loro funzione sono ancora al vaglio dei ricercatori. Nei decenni passati si tendeva a datare la loro prima comparsa al periodo dei Messapi, se non ad un'epoca più antica, risalente al Neolitico, ma non è possibile proporre una datazione esatta. In particolare per lo studioso francese Émile Bertaux le Specchie erano una sorta di " 'nuraghi di Terra d'Otranto' crollati nel tempo. Oppure enormi torri di avvistamento... necessarie alla difesa".
È possibile distinguere tra due tipologie di specchie a seconda delle dimensioni e delle loro funzioni
  • grandi specchie, si tratta di strutture che si innalzano, in forma approssimativamente conica, per un'altezza che in alcuni casi può raggiungere anche i 10 – 15 m
  • piccole specchie, piccoli cumuli di pietra, alcune delle quali con funzioni funerarie. Nella maggior parte dei casi si tratta semplici ammassi di pietre, realizzati con tecnica costruttiva spontanea, che formano piccoli dossi di pietrame calcareo sparsi per la campagna.

Funzioni
  • Luoghi di avvistamento - Grandi specchie. Tesi suffragata dal loro sviluppo verticale, e dalla loro collocazione intorno ai centri messapici. Tale funzione si spiegherebbe anche in rapporto al paesaggio fortemente pianeggiante di gran parte del Salento.
  • Funzione sepolcrale - Piccole specchie. Alcuni ritrovamenti nel Salento, testimoniano la presenza all'interno di sepolture complete di corredo funerario.

Ipotesi alternative
  • condensatori di umidità: il calo notturno della temperatura avrebbe dato luogo al fenomeno della condensa e permesso l'accumulo di acqua. Tale tecnica, ideata a causa della scarsa piovosità del territorio e dell'esigua circolazione superficiale di acque sul terreno calcareo, avrebbe esempi di epoca preistorica in varie parti del mondo; le strutture costruite vengono chiamate torri di condensazione (air well), o bacini di condensazione (dew pond) quando sono in forma di pozza. Un'ipotesi per il momento priva di riscontri scientifici.
  • Strutture di fortificazione fortilizi in difesa dei centri abitati o del Salento meridionale collegate attraverso paretoni, tuttavia tale funzione non supportata da prove o riscontri archeologici.
  • Trulli crollati, alcune specchie sono il prodotto di trulli crollati, si tratta difatti di false specchie la forma derivante da tali crolli esclude una generalizzazione.
  • cumuli di pietre di risulta La materia prima con cui le specchie erano realizzate è costituita da pietre di risulta, cioè provenienti dal dissodamento dei terreni destinati alla coltivazione o al pascolo e che, a causa della loro pezzatura irregolare, non erano suscettibili di un diverso riutilizzo edilizio (come ad esempio in trulli, muri a secco, ecc.). Pertanto una delle funzioni assolte, solo accessoria, poteva essere quella di accumulazione di materiali indesiderati su una piccola superficie di terreno.

Ubicazione
Le specchie sono numerose nella Valle d'Itria, nei comuni del Salento e Gargano: Il territorio con più siti è quello di Ceglie Messapica con 18, 7 in quello di Villa Castelli, altre nei territori di Cisternino, Fasano (frazione di Montalbano) e Francavilla Fontana. Una delle più note ha dato il nome alla frazione di Specchia Tarantina, nel comune di Martina Franca. Diverse specchie sono presenti anche nel territorio di Oria, e sporadicamente nel Salento settentrionale. Nel Salento meridionale sono numerose nell'area tra Martano, Ugento, Cavallino e Presicce; una di queste ha dato il nome al comune di Specchia. Non sono rare anche nella murgia barese, nei dintorni delle lame; ne sono attestate diverse in agro di Rutigliano (specchie di Torre Tanga).

Sicilia - Siracusa, Tempio di Zeus Olimpio

 

Il tempio di Zeus Olimpio detto anche Olympeion costruito nei primi decenni del VI secolo a.C. sorge su un poggio elevato rispetto alla pianura sottostante.
Esso è il secondo tempio più antico di Siracusa dopo quello di Apollo in Ortigia e viene anche chiamato comunemente dai siracusani il tempio "re' du culonne", per la presenza di sole due colonne superstiti.
Le due colonne attuali all'angolo SE e sul lato meridionale, hanno ispirato i viaggiatori del 1700 e del primo Ottocento, i vedutisti tardo romantici, ed anche gli artisti del nostro tempo (fino al tardo Settecento rimanevano erette otto colonne monolitiche). Dal tempio si ha la veduta completa del Porto grande, delle Saline, di Ortigia e del Plemmirio. Non per caso i Greci, questo tempio era un riferimento per i naviganti che entravano o uscivano dal porto di Siracusa.
Qui a poca distanza dall'approdo del porto grande e dalla via Elorina, non lontano da fonti sacre come quella di Ciane, sorgeva un proisteion, cioè un piccolo abitato suburbano di cui le fonti ci hanno tramandato il nome, Polichne. Dagli scavi accurati condotti a più riprese, sono state ricostruite le caratteristiche della cella con pronao e adyton, della peristasi con duplice ordine di 6 colonne sulla fronte e del rivestimento decorativo in terracotta con motivi molto simili a quelli dell'Apollonion. Tutto conferma la grandiosità e l'arcaicità dell'edificio, di cui le fonti attestano l'importanza a livello religioso e giuridico-civile.
La casta sacerdotale di questo tempio era infatti la prima per rango della città; nel tempio inoltre erano custodite le liste censitarie dei cittadini; nell'età di Dionigi il tempio accolse una grandiosa statua criselefantina di Zeus, che il Tiranno rivestì di un manto prezioso. Al tempio conduceva una ierà odòs che attraversava tutte le più importanti aree sacre cittadine e le stesse paludi Lisimelie.
Presso il tempio si accamparono gli Ateniesi, a più riprese i Cartaginesi e infine i Romani nelle loro guerre di conquista contro Siracusa. Il tempio infatti fu depredato più volte nella storia.
La presenza di un tempio così importante fuori dalle mura della città (le liste censitarie e i tesori ne sono una testimonianza), potrebbero suggerire un valore sacrale della zona. Forse legato al primo punto di approdo di Archia e dei coloni all'epoca della fondazione, prima di cacciare i siculi da Ortigia. Questo importante riscontro proviene da una citazione delle Vite Parallele nel Nicia di Plutarco: «E presero una nave nemica, la quale portava le tavole dove registrati erano per tribù i siracusani medesimi. Queste tavole riposte teneansi, lungi dalla città, Nel tempio di Giove Olimpio; ma allora trasportate veniano a Siracusa per far il ruolo di quelli che in età erano da trattar l'armi.» (Plutarco, Vite Parallele)
Ne Le Verrine Cicerone (II, IV, 128) ci informa che presso il tempio era presente una statua di Zeus Imperatore che i greci chiamavano Urio e che secondo l'accusa il governatore romano Verre aveva prontamente provveduto a far sparire.


Nel 1767 von Riedesel scriveva del tempio: “Sulla sponda del fiume Anapo, che sfocia nel porto grande, si trovano due grandi colonne e tre cadute. Le cinque colonne sono di ordine dorico e sono i resti del famoso tempio di Zeus Olimpico nel quale gli ateniesi si rifugiarono dopo la sconfitta umiliante ricevuta dai siracusani
Nel 1777 Jean Hoüel riporta nel suo Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari: «…I proprietari del campo dove sono le rovine del tempio di Giove, hanno distrutto completamente sia le colonne sia i capitelli che giacevano rovesciati per terra: li hanno frantumati e prelevati per costruire capanne e per arare più facilmente il terreno. Hanno preferito il piccolo beneficio di poche manciate di spighe, alla conservazione di queste rovine antiche per le quali non hanno rispetto.»
Vivant Denon ci fornisce delle informazioni utili riguardo al luogo parlando della proprietà del terreno su cui sorgono e della distruzione delle colonne: «Il fondo appartiene al monastero di Santa Maria, e si chiama adesso le Colonne. Al tempo del Cluvier erano ancora sette. Da alcuni anni ci sono solo dei frammenti di alcune abbattute: le due che restano rischiano di cadere.» (Dominique Vivant Denon Voyage en Sicilie (1787))
Interessante è anche il fatto che per raggiungere questo luogo il pittore sia arrivato in barca, dapprima giungendo all'imboccatura dell'Anapo e poi arrivando sin sotto il tempio. Ciò perché l'area dei Pantanelli era in passato quasi sempre inondata.
Nonostante l'indubbia importanza del luogo e della sua storia il sito dove sorge, il tempio è chiuso al pubblico da diversi anni a causa della carenza di custodi da parte dell'ente gestore, la Regione siciliana.

Sicilia - Siracusa, Ginnasio romano

 

Il Ginnasio romano è un complesso monumentale di Siracusa, probabilmente risalente alla seconda metà del I secolo d.C. ma erroneamente identificato come ginnasio che comprende un teatro, un quadriportico e un tempio.
L'edificio si trova non troppo distante dal foro siracusano e dalla via Elorina, facendo intuire la sua importanza. Venne scoperto nel 1864 dall'archeologo Francesco Saverio Cavallari in un'area paludosa e oggi invaso dalle acque per effetto della risalita del livello marino. Erroneamente venne definito come Bagno di Venere o Bagno di Diana.
Esso è racchiuso all'interno di un quadriportico (di circa 60 x 50 m), il cui piano è sopraelevato rispetto a quello del cortile e a cui si accede tramite una scala. Nell'ingresso principale al quadriportico sono ancora visibili tre basamenti di statue; mentre altre statue, sono state rinvenute durante le campagne di scavo, che rappresentano personaggi maschili togati e un'unica statua femminile riferibile all'età tardo-flavia oggi tutte conservate presso il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi. Al centro del lato occidentale vi è un piccolo tempio quadrato su podio di tipo italico di m 17,50 per lato, che conserva una delle due scalette laterali di accesso; all'interno del tempio, si apre un vano a volta, con un pozzo. Un secondo pozzo, e un altare, si trovano nell'area antistante al tempio e alle spalle di esso, si apre una cavea teatrale, con i gradini originariamente rivestiti in marmo.
Oltre il lato settentrionale del portico, corre, parallela una strada forse identificabile con un tratto della Via Elorina (Helorine odòs), che da Siracusa conduceva a Eloro.
A tutt'oggi l'identificazione dell'uso dell'edificio non è certa. Qualche studioso ritiene essere un santuario dei culti orientali in onore di Serapide, dato che un passo di Cicerone che ne menziona l'esistenza. Ma anche per le caratteristiche proprie dell'edificio che sembra ricalcare l'Iseion di Pompei, tempio dedicato ai culti orientali.
«I leontini, benché fosse la loro città mi sarei spogliata, nondimeno gettarono in terra la statua di costui che si vedeva nel ginnasio. E che dirò io dei siracusani, dato che questa vendetta fu loro comune con tutti i cittadini romani residenti nella loro città e con quasi tutte le provincie? Quanta folla, quanto affluenza di popolo - mi dicevano - si era radunata qui quando statue di Verre furono abbattute e rovinate? E dove? Nel luogo più frequentato il più sacro, davanti a Serapide e nel vestibolo del Tempio. E se Metello non avesse avuto a male, e comandato con la sua autorità che ciò non si facesse, in tutta la Sicilia non sarebbe rimasta traccia delle statue di Verre.» (Cicerone, In Verrem II 2 - 160)
Ma è interessante riscontrare anche la presenza di statue di magistrati romani (ritrovati durante lo scavo del Cavallari e oggi al Museo Paolo Orsi), il che sembrerebbe confermare l'identificazione proposta. Inoltre esiste una dedica di età repubblicana, che menziona di un cittadino romano di nome Papinio, che aveva restaurato a sue spese un edificio che sembra essere proprio il Serapeo.



giovedì 23 ottobre 2025

Sicilia - Siracusa, Arco augusteo

 


L'arco augusteo di Siracusa è un'opera architettonica romana di epoca augustea situata all'interno del Parco archeologico della Neapolis a Siracusa.
Gli scavi archeologici condotti negli anni '50 nei pressi dell'Anfiteatro romano di Siracusa hanno riportato alla luce i resti dei due piloni di un arco a un fornice, con le fronti orientate in senso est-ovest.
I dati stratigrafici dallo scavo hanno accertato la cronologia augustea dell'arco, certamente realizzato poco dopo la deduzione della colonia del 21 a.C.
L'arco (largo 10 metri, profondo 6 metri, alto complessivamente circa 13 metri) era costruito con un nucleo interno in opera a sacco e rivestimento in opera quadrata di blocchi di calcare bianco, lavorati esternamente a bugnato rustico. Su di un basso zoccolo furono individuati, per entrambi i piloni, tre filari dell'elevato, più quattro blocchi del quarto filare nel pilone sud.
Il monumento presentava un prospetto principale volto a est, al quale erano forse applicate colonne o lesene angolari. La fronte ovest, più semplice, forse non aveva un ordine applicato.
Lo scavo non ha restituito documentazione riferibile ad un eventuale apparato figurativo. Tuttavia Coarelli riferisce ipoteticamente all'arco un piccolo frammento di un rilievo marmoreo rinvenuto alla fine del secolo scorso nei pressi dell'anfiteatro, nel quale compare la parte inferiore di quattro personaggi togati in movimento verso sinistra (forse scena di una cerimonia sacrificale).
L'arco subì parziali modifiche tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C. e ancora alla fine del VII secolo d.C. con l'innalzamento del piano del fornice e la costruzione di una scalinata sulla facciata orientale
Il monumento sorgeva al termine di un'importante strada della città, con andamento est-ovest; essa divideva probabilmente il quartiere dell'Akradina da quello della Neapolis. Innalzato in un punto della strada fiancheggiato a nord e a sud da aree adibite a quartieri di abitazione privata, l'arco si trovava a breve distanza, verso est, dall'ingresso meridionale all'anfiteatro. Discusso è il rapporto, anche cronologico, con quest'ultimo: è tuttavia possibile che l'arco costituisse una sorta di ingresso monumentale all'area antistante l'accesso da sud all'anfiteatro.


Sicilia - Siracusa, Tempio di Atena

 

Il tempio di Atena (Athenaion) è un edificio di ordine dorico eretto a Siracusa nel V secolo a.C. dal tiranno Gelone in seguito alla vittoria contro i Cartaginesi nella battaglia di Imera. Il tempio era stato preceduto da un luogo di culto risalente all'VIII secolo a.C., con un altare portato alla luce negli scavi dell'inizio del XX secolo, e da un primo tempio della metà del VI secolo a.C. Nel VII secolo, fu trasformata in basilica cristiana. È oggi duomo di Siracusa.
Lì dove ora sorge il tempio di Atena, una volta vi era un altro tempio, di età più arcaica ma sempre in stile dorico, come confermano i reperti archeologici trovati durante gli scavi del 1912 e 1917. Si tratta di elementi architettonici, terrecotte e di una parte dell'altare, databili verso il VI secolo a.C.
L'Athenaion venne fatto edificare, secondo gli storici, dalla dinastia tirannica dei Dinomenidi provenienti da Gela e poiché il primo tiranno di Siracusa fu Gelone, a lui è attribuita la costruzione del tempio nel V secolo a.C.
Esaminando le analogie con il tempio della Vittoria che vi è ad Imera, gli archeologi sono convinti che sia il periodo che la storiografia vada collegata all'esito positivo per i siracusani avuto dalla Battaglia di Imera nel 480 a.C.
Il tempio era stato dedicato ad Atena, la dea della saggezza e della guerra. Ma alcuni viaggiatori storici del 1800 che hanno scritto del tempio, esprimono i loro dubbi su tale dedica a questa dea: «Che questo tempio fosse proprio consacrato a Pallade, la sapiente figlia dell'Olimpio, è dubbio: la sua vicinanza alla fontana Aretusa lo farebbe piuttosto credere dedicato a Diana protettrice delle chiare, fresche e dolci acque, di quella celebre fonte, cantata dai poeti dell'antichità assai più di quello che dal cantore di Laura non fossero le sorgenti di Sorga, in Valchiusa. La tradizione però, poggiandosi in gran parte sulle attestazioni di Cicerone — che fu anche Pretore in Siracusa — nelle Verrine, lega questo tempio alla Dea del sapere.». Alla dea del sapere era dunque consacrato questo tempio, Minerva o Atena, testimonianza che ci è data anche da Platone e da Ateneo di Naucrati.
Importante oratore e testimone di questo tempio fu il romano Marco Tullio Cicerone che ci ha lasciato grandi dettagli sulla sua composizione. Egli infatti racconta di come questo tempio fosse stato rispettato dal conquistatore di Siracusa, il generale e console Marco Claudio Marcello, e invece fosse poi stato oltremodo depredato dal pretore Gaio Licinio Verre: «C'è un tempio di Minerva sull'isola, di cui ho già parlato, e che Marcello non ha toccato, lo ha lasciato pieno di tutti i suoi tesori e ornamenti, ma che così è stato svuotato e "attaccato" da Verre, che sembra essere stato nelle mani non di un nemico - i nemici, anche in guerra, rispettano i riti della religione e i costumi del paese, ma (nelle mani) di un qualche pirata barbaro. C'era la battaglia della cavalleria del Re Agatocle, perfettamente dipinto in una serie di figure, e con queste figure erano ornate le mura interne del tempio. Niente era più nobile di quei dipinti; Non c'era niente a Siracusa che valeva vedere di più.Queste figure Marcello, che con ogni sua vittoria prendeva tutto, non le toccò, impedito dalla sacralità (di esse); Questo (Verre), dopo la lunga pace e la lealtà dei Siracusani, li ha accolti come sacri e sotto la protezione della religione, portando via queste figure che sono rimaste inviolate per tanto tempo e che sono sfuggite a tante guerre, lasciando nude e deformate le mura
L'Athenaion era un tempio periptero esastilo (sei colonne in facciata) con 13 colonne sui lati lunghi. Il fronte presentava la contrazione degli intercolumni terminali, come soluzione canonica del conflitto angolare. Le misure complessive erano di 22 x 55 m. Il peristilio circondava una cella con pronao ed opistodomo, entrambi con due colonne in antis.
Il tempio fu riutilizzato come luogo di culto cristiano ed attualmente gli elementi costruttivi residui si trovano inglobati nelle strutture murarie del Duomo di Siracusa Attualmente ne restano visibili, sul fianco sinistro del duomo, alcune colonne e lo stilobate sul quale esse poggiavano, in calcare locale, mentre altri resti (tegole in marmo e gocciolatoi a forma di testa di leone) sono conservati nel Museo archeologico regionale Paolo Orsi. All'interno dell'attuale Duomo sono altresì ben visibili 9 colonne del lato destro del periptero caratterizzate da una entasi piuttosto accentuata, e le due antistanti la cella.
«Eravi ancora un altro tempio consacrato a Minerva, ed era ornatissimo e bellissimo, in cima del quale era posto lo scudo di Minerva gettato di rame dorato, il quale era tanto grande ch'egli era veduto da' naviganti che erano in alto mare. coloro che partivano dal porto di Siracusa, come gli erano tanto discosto che non potevano veder più quello scudo, essi pigliavano un bicchiere o una tazza di terra, la quale toglievano a posta dall'altare degli dei, ch'era fuor delle mura, presso al tempio d'Olimpio, ed empiendola di mele, d'incenso e d'altre spezierie e di fiori, la gettavano in mare in onor di Nettuno e di Minerva. Ed avendo fatto questo sacrificio, secondo la superstizione, se n'andavano allegri a lor viaggio.» (Tommaso Fazello, Storia di Sicilia, p.293)Questa è la descrizione che ne dà Tommaso Fazello dello scudo di rame dorato posto in cima al tempio siracusano.
Da Cicerone, che elenca gli ornamenti depredati da Verre, sappiamo che aveva decorazioni in avorio, borchie d'oro sulla porta e una serie di tavole dipinte che raffiguravano un combattimento di cavalleria tra Agatocle e i Cartaginesi e 27 ritratti dei tiranni della città.

Sicilia - Siracusa, Foro

 

Il foro siracusano oggi identificato con il termine "villini", è un’area verde di Siracusa che si trova tra il piazzale Marconi e l'asse stradale di corso Umberto I. Anticamente era l'agorà cittadina e in epoca romana il foro.
In epoca greca l'area divenne il punto di congiunzione tra l'isola di Ortigia e il quartiere Acradina e per questo diventò agorà forse per volontà di Gelone. Questa funzione rimase invariata anche nel successivo periodo romano quando furono costruiti altri edifici pubblici. Sino al 1910 l'area era una piazza d'armi, per poi essere trasformata in giardino pubblico (popolarmente chiamato i villini) grazie all'architetto Luigi Mauceri che inserì il nuovo progetto dell'area nel piano regolatore.
Qui c'era anche un campo di calcio in cui si sono svolte le prime partite di football (calcio) a Siracusa sin dal 1907 e disputate dal primo football club aretuseo, l'Ortigia Sport Club, che affrontava squadre locali o siciliane o di imbarcazioni estere (quasi sempre inglesi) ferme nel vicino porto grande, e furono proprio i marinai d'oltremanica che, scegliendo e improvvisando come campo di gioco la banchina del porto, praticarono per la prima volta a Siracusa il gioco del football (con il pallone all'epoca di cuoio) facendolo conoscere ai siracusani, il cui sport preferito era fino ad allora il ciclismo. Dopo la scomparsa dell'Ortigia nel 1915, lo stesso campo del foro siracusano continuò a essere usato grazie ai successivi club calcistici siracusani (su tutti il Circolo Sportivo Tommaso Gargallo) fino al 1924 quando fu aperto il primo vero campo di calcio di Siracusa, il Coloniale.
All'interno del giardino pubblico che chiude Corso Umberto I, nel lato settentrionale, sono ben visibili i resti di un portico di età imperiale, di cui sono state rialzate tre colonne in marmo, unica testimonianza diretta dell'antico foro. Sul lato meridionale è visibile un tratto della strada romana lastricata a basole che costituiva l'asse principale, tuttavia l'impianto originario dell'asse viario è di età arcaica, e recenti scavi ne hanno accertato la persistenza fino all'età bizantina. Sono inoltre presenti alcuni blocchi in pietra del bouleuterion. In quest'area sono state ritrovate diverse statue in marmo oggi conservate al Museo Paolo Orsi.
Cicerone ricorda i monumenti che nel 70 a.C. contornavano la piazza: magnifici portici, il bouleuterion, il pritaneo e il grandioso tempio eretto da Jerone II a Zeus Olimpio. «L'altra città è chiamata Acradina, dove è un grandissimo Foro, bellissimi portici, un pritaneo ricco di opere d'arte, un'amplissima curia e un notevole tempio di Giove Olimpio; il resto della città, che è occupato da edifici privati, è diviso per tutta la sua lunghezza da una larga via, tagliata da molte vie trasversali.» (Cicerone, Verrine, II 4, 119)

Sicilia - Siracusa, porta Scea


La porta Scea è una delle antiche porte di accesso di epoca greca a nord di Siracusa.
La porta si trova a pochi metri dall'ingresso nord di Siracusa, ossia l'asse viario di Scala Greca, dove probabilmente era collocata la porta Exapilon. Sia l'una che l'altra probabilmente si collegavano ad un unico asse viario che portava a Catania. sono ben visibili anche i solchi di un'antica strada greca nella parte bassa rispetto alla balza sovrastante la Targia.
La porta Scea risulta essere ben visibile ancora oggi. Il varco è profondamente scavato nella roccia e permette il superamento del dislivello della balza facendo una curva, che probabilmente limitava l'utilizzo di arieti di sfondamento. Lungo l'accesso sono visibili i solchi profondi delle ruote di carro e al centro dei piccoli fori utilizzati per consentire ai buoi o ai cavalli di non scivolare ma di procedere agevolmente. Essa faceva parte dell'imponente complesso difensivo della città noto come mura dionigiane.

Sicilia - Siracusa, ara di Ierone II

 

L'ara di Ierone II è una grande opera monumentale nell'antico quartiere della Neapolis a Siracusa all'interno del Parco archeologico della Neapolis. Diodoro attribuisce la costruzione dell'opera a Ierone II, dicendo che era lunga uno stadio ed era realizzata presso il teatro. Ciò che rimane oggi sono quasi esclusivamente le strutture basamentali, ricavate nella parte bassa del declivio roccioso del Colle Temenite. La struttura in blocchi superiore infatti, venne asportata quasi completamente nel XVI secolo per essere riutilizzata nella costruzione delle fortificazioni spagnole della città.
Nella zona dove oggi sorge questo monumento a forma di altare si doveva trovare un edificio probabilmente dedicato a Zeus Eleutherios ("liberatore") davanti al quale si celebrò un rito dopo l'espulsione (nel 466 a.C.) dell'ultimo tiranno dei Dinomenidi, Trasibulo di Siracusa. Il rito in onore di Zeus Eleutherios in occasione delle feste dette Eleutheria sembra sia consistito in giochi sportivi e nel sacrificio di 450 tori.
Del monumento si conserva l'immenso basamento roccioso lungo circa m 198 m e largo m 22,80, che per circa la sua metà settentrionale insiste su un'enorme cavità sotterranea forse di formazione naturale, usata in passato per l'estrazione della roccia, prima della costruzione dell'ara.
Alle estremità frontali del monumento vi erano due rampe simmetriche e contrapposte di accesso alla piattaforma centrale dell'ara, ove avveniva il sacrificio delle vittime. Le rampe erano precedute da un ingresso: quello di nord era fiancheggiato da due telamoni dei quali si conservano i piedi.


mercoledì 22 ottobre 2025

Sicilia - Siracusa, Terme di Dafne

 

Le terme di Dafne, conosciute anche con il nome di Bagno di Dafne, sono parte di un complesso archeologico siracusano, al cui interno venne già rinvenuto il cosiddetto arsenale greco di Siracusa, sito nei pressi del porto piccolo della città, precisamente tra le fondamenta di un edificio civile ad ovest dell'arsenale greco.
Alcuni studiosi hanno ipotizzato che queste terme vadano identificate con quelle di cui parla lo storico bizantino Teofane, il quale nella sua Chronographia, asserisce che nelle terme di Dafne, site nella città di Siracusa, venne assassinato l'imperatore bizantino Costante II, nel 668.
La zona termale, di modeste dimensioni, tanto da far pensare allo studioso Giuseppe Cultrera che si potesse trattare di un edificio termale privato, come suggerisce il suo nome, venne legata al mito di Dafne. La sua datazione rimane incerta: sembrerebbe essere stata eretta intorno al VI secolo d.C., anche se non vi è un parere concorde al riguardo. Cultrera sostiene che sia d'origine romana, con ristrutturazioni avvenute in epoca bizantina.
Nella parte settentrionale del complesso vi sono alcuni ambienti: l'ambiente H è stato interpretato come apodyterion (stanza di accesso alle terme), la struttura semicircolare G è stata interpretata come il frigidarium, l'ambiente E come il tepidarium mentre il C come il calidarium. La struttura semicircolare K sul lato meridionale è stata interpretata come una vasca. A ovest l'ambiente quadrato O è stato interpretato come una piattaforma collegata ad una fornace P. Vi è inoltre visibile un canale per lo smaltimento dell'acqua piovana.
Nei pressi di queste terme venne rinvenuto nel 1879 lungo il tratto della ex ferrovia un antico tesoretto, nel quale spicca più di tutti un importante anello in oro massiccio. Lo studioso Bryce Dale Lyon ha suggerito la suggestiva ipotesi che questo anello fosse appartenuto direttamente all'imperatore Costanzo II, e che egli lo avrebbe avuto al dito quando si trovava in queste terme.
Il sito, oltre ad essere sottovalutato dal punto di vista storico e archeologico, soffre anche di un problema di fruibilità per la presenza delle fondamenta di un edificio residenziale costruitovi sopra nonostante l'importante rinvenimento.

Sicilia - Siracusa, mura dionigiane

 

Le mura dionigiane o mura di Dionisio, sono una cinta muraria fatta costruire dal tiranno Dionisio I di Siracusa tra il 402 a.C. e il 397 a.C. per fortificare il pianoro dell'Epipoli di Siracusa ancora privo di fortificazioni, permettendo in questo modo di mantenere il più ampio controllo della città anche sotto assedio. Le mura cingevano completamente l'antica città di Siracusa per un perimetro di ben 21 km (27 se si contano anche quelle presenti in Ortigia) e si riunivano nel punto più alto in corrispondenza del Castello Eurialo. Le mura sono da considerarsi le più estese del Mondo Classico, superando persino le Mura Aureliane di Roma.


Costruite sull'altopiano dell'Epipoli esse sfruttavano le pendenze naturali della zona, offrendo un'ampia vista sulla città permettendo l'avvistamento di qualsiasi minaccia nemica. Le mura costeggiavano il mare da nord sino a Ortigia, mentre da sud arrivavano al porto grande virando nei pressi dell'attuale Cimitero Comunale.
Le mura sono costruite con rocce calcaree estratte dalle vicine cave di pietra che sorgono numerose accanto al percorso di recinzione. Le mura furono già utili durante le guerre contro la città di Cartagine, che assediò Siracusa nel 397 a.C. e furono a lungo un ostacolo per i Romani. Il matematico Archimede avrebbe difeso la sua città bruciando le navi romane con i famosi specchi ustori. La città poi, venne conquistata ugualmente nel 212 a.C., due secoli dopo la costruzione del Castello Eurialo. Con la conquista romana, le mura vennero rafforzate rendendo ancora più inespugnabile la città aretusea, che da città culturale divenne una vera e propria roccaforte militare che l'Impero Romano teneva molto in considerazione. Dopo l'Impero Romano, con i Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi e così via, le mura iniziarono ad essere demolite per prelevare blocchi di pietra usati per costruire i nuovi edifici. Con il terremoto del 1693 le mura dionigiane crollarono del tutto e vennero solo riscoperte durante gli scavi condotti dall'archeologo Paolo Orsi. A causa della loro importanza storica e architettonica rientrano tra le opere importanti menzionate dall'UNESCO a Siracusa.
Le mura dionigiane avevano diverse porte di accesso alla città. Alcune di esse risultano essere ancora leggibili soprattutto nella zona settentrionale della città. Una porta è ben visibile nei pressi del castello Eurialo sul versante nord detta Trypilon, una seconda si erge sul versante sud dove si trova l'odierno viale Epipoli. Nella zona di Scala Greca è presente la Porta Scea, mentre l'Exapilon pur non essendo più leggibile dovrebbe corrispondere all'asse viario di Siracusa nord in direzione di Targia. Una porta urbica (nella foto) è inoltre presente a Ortigia (nell'attuale scavo di via XX Settembre) e consentiva l'accesso tra la Neapolis e la fortezza di Ortigia.
Alla base il loro spessore era variabile tra i 3,3 m e i 5,35 m, e alte diversi metri. Le torri conosciute ammontavano a 14, la più grande di esse misurava 8,5 x 8,5 m. Per la costruzione dell'intera cinta muraria secondo Diodoro Siculo furono impiegati 70.000 schiavi e 6.000 buoi divisi in squadre di 200, con un ritmo di riempimento di 300 tonnellate al giorno di blocchi.
«Intanto considerando, che nella guerra ateniese Siracusa era stata cinta con buone fortificazioni dall'un mare all'altro, gli venne paura di potersi trovare nel pericolo in addietro toccatogli, e vedersi in tutto esclusa l'uscita alla campagna. E poiché comprendeva, che la situazione nell'Epipoli era opportunissima per far fronte a Siracusa, chiamati a sé architetti, secondo il giudizio loro pensò di fortificare l'Epipoli dove era il muro presso l'Exapilon; perciocché codesto luogo volto a settentrione e scosceso tutto, e all'esterno per l'asperità inaccessibile, volendo adunque al più presto fare quel lavoro, da ogni parte della campagna radunò gran turba, da cui scelse 60.000 dei più capaci cittadini, e li distribuì opportunamente secondo l'opera che ognuno doveva prestare. Quindi mise un architetto per ogni stadio di terreno, che aveva sì da fortificare, e un capomastro per ogni plettro, e ad ognuno di questi assegnò tolti dalla plebe 200 operai. Oltre questi v'era un gran numero di uomini, che dovevano tagliare le pietre; e 6000 paia di buoi destinò per i trasporti in opportune stazioni. Tanta moltitudine di operai metteva meraviglia in chi li considerava, mentre d'altronde ognuno si faceva sollecito di eseguire il lavoro commessogli. Dionigi poi, perché da tutti vi si procedesse di buon animo, promesso aveva agli architetti, e ai capimastri, e agli operai notabili premi; ed egli con gli amici suoi andava ogni giorno a vedere i lavori, scorrendo dappertutto, e confortando, mutando gli stanchi; ed anzi dimessa la maestà del comando, e figurando come semplice privato, in ogni più grave opera si prestava capo, e maestro, e sosteneva con tutti gli altri le fatiche, e le scomodità. Il che faceva, che a gara ognuno s'adoperasse, cosicché alcuni dopo avere affaticato tutto il giorno, continuavano ancora in molta parte della notte: tanta era la smania della moltitudine di vedere compiuta l'opera. E ciò fece, che contro quanto si era sperato, o creduto, nello spazio di venti giorni il muro fosse compiuto, la cui lunghezza estendeva sia a 30 stadi, e l'altezza era a tal proporzione, che per la solidità sua poteva resistere a qualunque forza, che il volesse combattere, perciò vi si erano interposte assai vicine le une alle altre altissime torri, e si era costruito con sassi larghi ed alti quattro piedi, con bell'artifizio collegati insieme.» (Diodoro Siculo, XIV)
Questo patrimonio architettonico risulta finora non valorizzato per la sua naturale predisposizione turistica, tuttavia nell'ultimo Piano Regolatore Generale della città è prevista la costruzione di un "parco delle mura dionigiane", un immenso parco ad anello atto a proteggere e consentire una fruizione delle mura stesse. Tuttavia la sua istituzione necessita ancora di adeguata progettazione e di finanziamenti seppur il parco è stato istituito nel 2014.

Sicilia - Siracusa, Anfiteatro romano

 

L'Anfiteatro romano di Siracusa è una delle realizzazioni edilizie più rappresentative della prima età imperiale romana. Si trova nella zona archeologica, che comprende il Teatro greco e l'ara di Ierone II; il suo orientamento diverge da quello degli edifici della Neapolis e del teatro e segue probabilmente quello dell'impianto urbanistico realizzato in età tardoclassica e noto dalla strada scoperta nell'area del santuario demetriaco di piazza della Vittoria in Acradina. All'anfiteatro giungeva l'asse viario che dal quartiere di Acradina raggiungeva la Neapolis, strada che entrava alla Neapolis attraverso un arco trionfale di epoca augustea, secondo Gentili, che lo avvicina all'arco di Susa. Dell'arco siracusano restano solo le fondazioni e i primi filari dei piloni. Tra l'arco e l'anfiteatro vi era una fontana monumentale, alimentata da una grande cisterna, sinora non identificata, mentre la grande cisterna tuttora conservata sotto la vicina chiesa di San Nicola alimentava l'anfiteatro stesso.
È in gran parte scavato nella roccia e per la costruzione della parte nord orientale si è sfruttato il pendio della balza rocciosa la medesima nella quale, a breve distanza, erano state ricavate la cavea del teatro greco e le grandi latomie dette del Paradiso, di S. Venera e dell'Intagliatella. Quasi nulla resta invece della parte superiore, costruita.
L'anfiteatro, riportato alla luce nel 1839 da duca di Serradifalco - ha dimensioni monumentali: sembra si possa valutare lungo m 140 e largo m 119).
Il monumento ha due ingressi ed è servito da un articolato sistema di scale che scendono dalla quota superiore posta all'esterno. L'arena era dotata, al centro, di un ampio vano rettangolare, originariamente coperto, collegato attraverso un passaggio sotterraneo con l'estremità meridionale del monumento, sull'asse del corridoio di ingresso: si tratta di opere sotterranee necessarie per i macchinari utilizzati durante gli spettacoli. Intorno all'arena la cavea è distinta da un alto podio, dietro il quale corre un corridoio coperto con varchi per l'accesso all'arena dei gladiatori e delle belve. Al di sopra sono ricavati i primi gradini, riservati a personaggi di rango. Le iscrizioni incise sui blocchi del parapetto.
A quote più alte vi sono altri due ambulacri coperti a volta (che si svolgono sotto la cavea), mentre un terzo ambulacro si svolgeva a coronamento del monumento, ed era provvisto di un portico forse colonnato.
Dagli ambulacri anulari una serie di passaggi radiali consentiva l'accesso alle gradinate dei vari settori della cavea.
Dall'anfiteatro inoltre provengono quattro frammenti in calcare pertinenti ad una grande iscrizione monumentale che secondo Gentili doveva, verosimilmente, coronare l'ingresso maggiore a sud. Secondo Lugli risalirebbe all'età augustea o al periodo giulioclaudio (metà del I sec. d.C.) secondo Golvin.


CITTA' DEL VATICANO - Augusto di Prima Porta

L' Augusto di Prima Porta , nota anche come Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), è una statua romana che ritrae l...