lunedì 10 novembre 2025

Campania - Stabia, scavi archeologici: Ville d'Otium II / Villa Arianna



Villa Arianna
è la villa d'otium più antica di Stabia, risalente al II secolo a.C.. Essa è situata all'estremità ovest della collina di Varano, in posizione panoramica; occupa un'area di circa undicimila metri quadrati di cui scavati e visitabili soltanto duemilacinquecento. La prima campagna di scavi fu svolta da Karl Weber tra il 1757 e il 1762 e la villa fu chiamata primo complesso, per distinguerla dal secondo complesso, altra villa d'otium, da cui è separata tramite uno strettissimo vicus: dopo aver staccato le decorazioni di maggior rilievo e aver asportato le suppellettili, la villa fu nuovamente rinterrata. Gli scavi sono ripresi nel 1950 a opera di Libero D'Orsi e fu in tale periodo che la villa fu denominata Arianna per la presenza di una pittura a soggetto mitologico che raffigura Arianna abbandonata da Teseo: D'Orsi effettuò gli scavi di ambienti della villa che si affacciavano sul ciglio della collina, alcuni dei quali andati perduti a seguito di eventi franosi; prosegue inoltre il lavoro degli archeologi che interessa la zona sud e quella del grande peristilio o palestra che è stato riportato alla luce quasi completamente, insieme a nuove camere, colonne e finestre, nel corso del 2008.
Villa Arianna, secondo le mappe redatte durante le esplorazioni dei Borbone e da quanto emerso dagli scavi, ha una pianta molto complessa, frutto di continui ampliamenti della struttura e per questioni di comodità viene divisa in quattro sezioni: l'atrio, gli ambienti termali, il triclinio e la palestra.


L'atrio tuscanio, risalente all'età tardo repubblicana, è pavimentato con mosaico bianco-nero e presenta affreschi parietali, solitamente figure femminili e palmette su fondo nero e rosso, che hanno caratteristiche riconducibili al terzo stile. Al centro dell'atrio è presente un impluvium mentre tutto intorno sono presenti numerose camere: due di queste, poste alle estremità dell'ingresso dell'atrio, conservano decorazioni che imitano architetture come colonne ioniche che reggono il soffitto a cassettoni appartenenti all'arte tipica del secondo stile. Negli altri cubicula invece sono stati ritrovati gli affreschi più importanti dell'antica Stabia, tutti asportati in epoca borbonica e conservati al museo archeologico nazionale di Napoli, e raffiguranti del figure mitologiche di Medea, Leda col cigno, Diana, la Flora e la Venditrice di amorini. La Flora o Primavera di Stabiae è stata ritrovata nel 1759, ha una grandezza di soli trentotto centimetri per ventidue e risale al I secolo: l'affresco rappresenta la ninfa greca Flora, intesa dai romani come la dea della Primavera, girata di spalle nell'atto di raccogliere un fiore da un cespo, allegoria di purezza, il tutto su uno sfondo di colore verde acqua; la Flora è sicuramente l'opera più conosciuta di Stabia, tanto da diventarne il simbolo, non solo in Italia, ma anche all'estero come testimonia l'emissione di un francobollo in Francia, durante la settimana dedicata ai beni culturali protetti dall'UNESCO, che riportava proprio la Primavera di Stabia. Altra opera di grande importanza è la Venditrice di amorini, ritrovata nel 1759, risalente anch'essa al I secolo, che rappresenta una donna nell'atto di vendere un amorino a una fanciulla: tale affresco ebbe notorietà nel XVIII secolo, influenzando il gusto neoclassico e fu riportato su numerose porcellane, stampe, litografie e quadri[58], come testimoniato dall'abate Galiani che da Parigi, in una lettera indirizzata al ministro Bernardo Tanucci, scriveva: «Quella pittura d'una donna che vende amoretti come polli, io l'ho vista ricopiata qui a Parigi in più di dieci case» (Ferdinando Galiani), oppure dal professore Alvar González-Palacios che scriveva: «Poche ideazioni del mondo antico hanno avuto un così vasto consenso di pubblico in epoca neoclassica come questa charmante composition... Essa è stata copiata infinite volte in ogni possibile tecnica e in tutti i paesi europei» (Alvar González-Palacios)


Dal fondo dell'atrio si accede a un peristilio quadrato esplorato in epoca borbonica e non ancora riportato alla luce. Il triclinio e gli ambienti circostanti affacciano direttamente sul ciglio della collina e, grosso modo, sono cronologicamente collocabili nell'età neroniana: nel triclinio sono presenti raffigurazioni di storie care alla divinità di Venere come l'affresco rinvenuto il 14 aprile 1950 che fa riferimento al mito di Arianna, abbandonata da Teseo sull'isola di Nasso fra le braccia di Ipno che viene scorta da Dioniso, rappresentato con occhi di falco. Libero D'Orsi descrive così l'affresco: «Questa straordinaria pittura ci commuove e ci turba. Arianna com'è rappresentata, pare preludere alle deposizioni del Rinascimento. E Ipnos non sembra davvero, uno dei loro Angeli? Misteriosi ricorsi dell'Arte!» (Libero D'Orsi)


Nella stessa stanza sono presenti anche gli affreschi di Licurgo e Ambrosia, Pilade, Ippolito, raffigurato mentre una nutrice gli svela l'amore provato dalla sua matrigna Fedra e Ganimede, rapito dall'aquila per essere portato dinanzi a Giove: alcuni di questi sono stati staccati e conservati all'interno dell'Antiquarium stabiano. Gli ambienti minori intorno al triclinio hanno una colorazione parietale o rossa o gialla e riportano decorazioni minimaliste come amorini, figure volanti, paesaggi e medaglioni con al centro busti di personaggi; uno di questi ambienti ha una particolare decorazione detta a piastrelle: dopo una zoccolatura in rosso, dove sono affrescati figure femminili e amorini, inizia la decorazione con le piastrelle al cui centro sono presenti diverse raffigurazioni che si ripetono ogni quattro fasce, ossia nella prima fascia sono disegnati figure femminili e uccelli, nella seconda fiori e medaglioni, nella terza amorini e uccelli e nella quarta rose e medaglioni, alcune delle quali picchiettate dagli stessi Borbone affinché nessun altro potesse impossessarsene. Nelle vicinanze del triclinio sono presenti due diaetae intercalate da un triclinio estivo: la prima diaeta è decorata con una zoccolatura in giallo dove sono raffigurati diversi paesaggi, una zona mediana bianca che riporta diversi amorini e la predella, sempre bianca, con decorazioni che ricordano mostri marini e paesaggi con pigmei. La seconda diaeta ha un pavimento a mosaico bianco, una zoccolatura in giallo e il resto delle pareti affrescate con candelabri, cavallette, uccelli e farfalle. Nella parte antistante questa zona della villa, sul ciglio della collina, è presente una terrazza con archi e pinnacoli, aggiunti nel corso del I secolo.
La palestra, chiamata anche grande peristilio, è ubicata all'estremità ovest della villa ed è stata aggiunta successivamente alla costruzione, con molta probabilità durante l'età Flavia: si tratta di un'opera lunga centottanta metri per ottantuno di larghezza con oltre cento colonne in opera listata e rivestite di stucco bianco, danneggiate dal terremoto dell'Irpinia del 1980; il suo circuito ha la misura di due stadi secondo le misure indicate da Vitruvio per questi tipi di edifici.


Gli ambienti termali sono di dimensioni minori rispetto alle altre ville di Stabia ma in ogni modo sono presenti un calidarium absidato con vasca, un tepidarium e un frigidarium: nel 2009 è stato rinvenuto un giardino di grosse dimensioni, precisamente centodieci metri di lunghezza per cinquantacinque di larghezza, considerato come il miglior conservato al mondo, in quanto sono ancora ben visibili le tracce delle piante presenti al momento dell'eruzione. Numerosi sono anche gli ambienti di servizio come la cucina, una peschiera, una scala in muratura che conduceva al primo piano e una stalla, dove sono stati ritrovati due carretti agricoli, uno dei quali è stato restaurato ed esposto al pubblico: questo carro ha due grosse ruote che superano la cassa ed era fabbricato in ferro e legno così come testimoniato da studi approfonditi; inoltre nelle sue immediate vicinanze è stato ritrovato anche lo scheletro di un cavallo con le zampe posteriori alzate, imbizzarritosi per lo spavento causato dall'eruzione, di cui si conosce anche il nome, Repentinus, come riportato da un'incisione nella stalla. Villa Arianna era collegata a una struttura ai piedi della collina, sulla spiaggia, tramite una serie di sei rampe sostenute da archi in muratura.


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