lunedì 18 maggio 2026

Campania - Cuma, Tempio di Apollo

 

Il Tempio di Apollo è un tempio greco-romano ritrovato a seguito degli scavi archeologici sull'acropoli dell'antica città di Cuma.
Il Tempio di Apollo sorge sullo stesso luogo dove in precedenza era stato edificato dai greci, intorno al VI-V secolo a.C., un altro tempio, forse dedicato ad Era, come testimoniato dal ritrovamento di materiale votivo, nei pressi di una vicina cisterna; abbandonato quindi durante la dominazione sannita, il tempio fu completamente ricostruito nel periodo romano, in particolare nell'età augustea, quando per volere dello stesso imperatore tutti i luoghi ricordati nell'Eneide vennero restaurati: Virgilio infatti racconta che Enea, fermatosi a Cuma, raggiunse questo tempio, edificato da Dedalo, il quale al suo interno consacrò ad Apollo le sue ali che gli avevano permesso di fuggire dal labirinto; da questo periodo l'edificio sarà dedicato ad Apollo. Tra il VI ed l'VIII secolo il tempio venne trasformato in basilica cristiana, con la conseguente costruzione di un fonte battesimale e di alcune tombe nel pavimento: venne quindi abbandonato a seguito dello spopolamento della città di Cuma nel XIII secolo e ritrovato solamente nel 1912, immediatamente identificato tramite un'epigrafe in marmo che faceva chiaro riferimento all'Apollo Cumano.
Il primitivo tempio greco, posto su una naturale terrazza panoramica, aveva un orientamento nord-sud, lo stesso che verrà usato quando verrà utilizzato come basilica cristiana, era periptero in ordine ionico, con sei colonne sul fronte minore e poggiante su uno stereobate in tufo lungo trentaquattro metri e largo diciotto; il tempio di Apollo invece, ormai ridotto ad un rudere, che della precedente struttura riutilizzava lo stereobate, aveva un orientamento est-ovest: il pronao presentava delle colonne doriche, eccetto quelle agli angoli che avevano una particolare forma trilobata: tutte le colonne erano in laterizio rivestite in stucco, che in parte ancora si conserva, poggianti su basi attiche e sormontate da capitelli ionici; la trabeazione, di cui sono stati ritrovati alcuni frammenti, era decorata in terrecotte, raffiguranti elementi zoomorfi ed antropomorfi. 


La cella, realizzata in opus reticolatum ma di cui non rimane alcun rivestimento murario, misurava ventidue metri di lunghezza e nove di larghezza con ingresso sul lato orientale ornato da due colonne in laterizi: internamente era divisa in tre navate con aperture ai lati intercalati da pilastri in trachite e doveva contenere una grossa statua raffigurante Apollo. La pavimentazione dell'intera struttura era in travertino, mentre nel lato sud della cella era posto il fonte battesimale a forma ottagonale; nelle vicinanze del tempio un ambiente a pianta rettangolare con volta a botte, un thòlos e una cisterna utilizzata probabilmente per raccogliere gli ex voto.


Campania - Ninfeo di Punta Epitaffio

 

Il Ninfeo di Punta Epitaffio è un ninfeo romano, risalente al I secolo d.C. all'epoca dell'imperatore romano Claudio (41-54 d.C.), situato ad una profondità di circa 7 metri sotto il livello del mare all'interno del Parco sommerso di Baia, nel golfo di Pozzuoli, in Campania.
Nel 1969 avvenne la scoperta casuale di un notevole gruppo scultoreo in marmo, straordinario per la qualità delle sculture e le dimensioni dei blocchi. Fu quindi effettuato uno scavo sistematico dell'ambiente, integralmente esplorato con quattro campagne di scavo negli anni. Le sculture rinvenute vennero successivamente trasferite nel Museo archeologico dei Campi Flegrei, istituito all'interno del Castello aragonese di Baia, mentre copie delle statue furono successivamente collocate nella posizione originale nel sito sommerso.
Il gruppo statuario principale ospitato nell'abside terminale, a dominare la sala, raffigurava l'episodio dell'Odissea in cui Ulisse, prigioniero insieme ad alcuni compagni nella grotta di Polifemo, cerca di ubriacare il ciclope per poi accecarlo. Di questo gruppo sopravvivono la figura di Ulisse rappresentato nell'atto di offrire a Polifemo la coppa di vino, e uno dei compagni, che reca l'otre, mentre non resta traccia della figura del Ciclope, che probabilmente occupava la posizione centrale.
Delle otto statue ospitate nelle nicchi laterali, quattro sono state trovate in ottimo stato di conservazione: due sono in carattere con la destinazione dell'ambiente a sala per banchetti, trattandosi di figure di Dioniso giovinetto con chiaro richiamo al gruppo odissiaco dell'abside. Delle due altre, la prima ritrae Antonia Minore come Augusta, con in capo un diadema e in braccio un fanciullo alato, forse un Eros funerario; l'atra è bimba dalle delicate fattezze, con un'acconciatura che ricorda i ritratti giovanili di Nerone, anch'essa ornata di gemme sul capo. Ne è stata proposta l'identificazione con Claudia Ottavia, futura sposa di Nerone, come è stato proposto, o più probabilmente una delle figlie di Claudio morte in tenera età. Delle altre statue, come per il Polifemo, non si è trovata alcuna traccia.
Già al momento della scoperta si vide la notevole rassomiglianza dei frammenti scultorei rinvenuti con il celebre gruppo scultoreo di Ulisse che acceca Polifemo al Museo archeologico nazionale di Sperlonga, ritrovato nel 1957 nella villa di Tiberio, che aveva come il presente funzione di adornare il triclinium dell'imperatore.
L'ambiente si presentava come una grande sala rettangolare di diciotto metri per dieci circa, conclusa in fondo da un'abside semicircolare, interamente rivestita di marmo, con una grande vasca al centro. Nelle pareti laterali si aprivano quattro nicchie, ciascuna delle quali ospitava una statua, mentre lungo il perimetro della sala correva un canale per lo scorrimento dell'acqua. In base a questa struttura è possibile risalire alla destinazione dell'ambiente, ossia un grande ninfeo con funzione di triclinium, cioè sala per banchetti. La decorazione era volta a ricreare l'atmosfera di una grotta, attraverso la finta roccia che rivestiva l'abside, le nicchie laterali e l'arcone di ingresso, e soprattutto grazie all'acqua che scorreva nel canale laterale e nel bacino centrale.


Campania - Complesso archeologico di Baia

 

Il complesso archeologico di Baia è un'area archeologica situata a Baia, frazione di Bacoli, nell'area dei Campi Flegrei. Rimane oggi soltanto quella che allora era la parte collinare della città, trovandosi la rimanente sotto il livello del mare, sprofondata a causa di fenomeni bradisismici. È parte dal Parco archeologico dei Campi Flegrei.
Gli importanti resti archeologici, sottoposti a intense campagne di scavo dal 1941, rivelarono una stratificazione di costruzioni, ville e complessi termali, appartenenti ad un periodo storico che interessa la tarda età repubblicana e le età augustea, adrianea e severa.
L'abbassamento del suolo al di sotto del livello del mare, a causa del bradisismo, pare essersi verificato in due fasi: tra il III ed il V secolo d.C., ancora in epoca tardo imperiale, che fu seguita da una più consistente invasione marina qualche secolo dopo. Baia fu in gran parte sommersa dal mare verso il VII - VIII secolo d.C..
Tra i resti più significativi sono da segnalare alcune strutture voltate a cupola come il grande Tempio di Diana, il Tempio di Mercurio e quello di Venere (si tratta in ogni caso di strutture termali e non di luoghi di culto, per i quali però è sopravvissuta la denominazione popolare).


Tempio di Diana

Ciò che in origine definiva un grande ambiente dove venivano raccolti i vapori provenienti proprio dal terreno sottostante, era caratterizzato da una colossale cupola ogivale, oggi crollata per metà. L'edificio, visibile già dalla stazione cumana, era adibito ad usi termali ed era decorato da fregi marmorei che raffiguravano scene di caccia.


Tempio di Mercurio

Detto anche “truglio” dalla sua forma circolare, l'edificio era un frigidarium cioè adibito a bagni freddi. Dalle descrizioni che se ne fecero nel Settecento risultava essere composto da sei nicchie di cui quattro semicircolari. La volta circolare, dotata di un lumen centrale, fu realizzata «con grosse scaglie di tufo ridotte a forma di cuneo».


Tempio di Venere

Altro edificio termale, a pianta ottagonale, infossato nel terreno per circa 3 metri, dotato di otto finestroni ad arco ribassato all'interno dei quali correva un ballatoio che affacciava sulla piscina. Scoperto dal Sovrintendente agli scavi Michele Arditi, deve il nome a Scipione Mazzella che affermò di averne ritrovato la statua con le sembianze della dea.



Adagiata scenograficamente verso il mare è la “Villa dell'ambulatio” dotata di una serie di terrazze collegate tra loro da un complesso di scale delle quali l'ultima conduce al “settore di Mercurio”. 


Delimitato da due scale parallele si trova il “Tempio di Sosandra” dal nome dell'omonima statua rinvenuta nel 1953, oggi situata nel Museo Nazionale di Napoli, dove è possibile ammirare le pitture paretali “figure femminili” e “satiro col tirso”. Completamente sommerso dalle acque è invece il ninfeo dell'imperatore Claudio, le cui opere scultoree sono state però trasferite nel Museo archeologico dei Campi Flegrei allestito nel Castello Aragonese.

Il consorzio interuniversitario “Civiltà del Mediterraneo” ed il Comune di Napoli hanno siglato un accordo di programma che prevede l'istituzione di un museo civico marino a “Villa Ferretti”, la dimora ottocentesca costruita sul costone da alcuni armatori genovesi e confiscata dal Tribunale di Napoli nel 1997.Altra questione, al centro del dibattito tra ambientalisti e politici, è stato il relitto della nave “Sassari”, semi-affondato ed arrugginito, rimasto per oltre trent'anni nella rada tra il Castello aragonese ed il molo. Negli anni sono state formulate ipotesi di riattare il relitto ad uso sub-archeologico, contrapposte alle voci di protesta da parte di associazioni locali per la demolizione dell'ecomostro così come era già stato per tutte le altre imbarcazioni dell'ex cantiere “Nettuno” asportate e smaltite dalla Regione Campania nel 2004. Nel 2018, infine, il relitto è stato definitivamente rimosso.



Campania - Parco sommerso di Baia

 
Il parco sommerso di Baia è un'area marina protetta localizzata sulle coste della città metropolitana di Napoli a nord del Golfo di Napoli. È anche definito "la Pompei sommersa", poiché ha una struttura simile a quella della città romana.
Istituita nel 2002 con decreto congiunto del ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e di quello per i beni e le attività culturali, l'area rappresenta, assieme al parco sommerso di Gaiola, un esempio unico in ambito Mediterraneo di protezione archeologica e naturalistica subacquea.
Le due aree protette, inserite a terra nel più vasto contesto del parco dei Campi Flegrei di competenza della Regione Campania, si propongono appunto la tutela e lo studio dei reperti archeologici sommersi in tali aree congiuntamente alla salvaguardia degli ecosistemi marini e costieri.
La particolarità di tali zone è legata al fenomeno vulcanico del bradisismo che ha interessato da sempre l'intera costa nord dell'area napoletana. Tale fenomeno ha causato movimenti verticali dell'area con escursioni in positivo ed in negativo di molti metri provocando negli ultimi 2000 anni l'inabissamento della linea di costa romana di circa 6/8 metri. Intorno al primo secolo a.C. infatti l'intera zona costiera a nord di Napoli era una fiorentissima stazione climatica, resa alla moda anche dalla presenza di una villa imperiale, il Pausilypon appunto che dette il nome al Promontorio di Posillipo, costruita dal ricco liberto Publio Vedio Pollione. Costui alla sua morte, nel 15 a.C., nominò Augusto erede di tutti i suoi beni, Pausilypon compreso. In seguito ingrandita ed abbellita come proprietà imperiale, tale luogo pare abbia visto il tragico concludersi della congiura contro l'imperatore Nerone.
Fra gli ambienti di maggiore pregio, che oggi si trovano inabissati, vi è il ninfeo di Punta Epitaffio, triclinium con funzione di sala per banchetti risalente all'epoca dell'imperatore Claudio, le cui statue sono state trasferite all'interno del Museo archeologico dei Campi Flegrei dove l'ambiente è stato ricostruito.
Inoltre si trovano sommersi su tale costa i resti dei porti commerciali di Baia (Lacus Baianus) ed il Portus Julius. Più a nord aveva sede il porto di Capo Miseno sede storica della flotta imperiale romana.
Lo straordinario valore di tali siti è dato sia dal notevole stato di conservazione dei reperti archeologici, oltre che dal loro valore storico archeologico oggettivo. Mosaici, tracce di affreschi, sculture, tracciati stradali e colonne, sono sommersi a circa 5 metri sotto il livello del mare tra anemoni stelle marine e branchi di castagnole. Inoltre la presenza di ecosistemi sommersi di pregio come il fondale a precoralligeno e comunità di fanerogame marine (essenzialmente Posidonia oceanica e Cymodocea nodosa) fanno di tali luoghi ambienti di valore naturalistico rilevante, riconosciuti come tali sia dalla legislazione nazionale italiana, sia da quella Comunitaria. Il luogo è straordinariamente suggestivo, e fa di questo tratto dei fondali una piccola Atlantide romana.
Le due aree protette, dopo una gestione provvisoria della soprintendenza archeologica di Napoli, in attesa dell'individuazione da parte del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio di un ente gestore definitivo, sono state quindi affidate, dal 2021, al Parco archeologico dei Campi Flegrei.


Campania - Pozzuoli, Anfiteatro Flavio


L'Anfiteatro Flavio è uno dei due anfiteatri romani esistenti a Pozzuoli. Risalente alla seconda metà del I secolo d.C., fu realizzato per far fronte all'incremento demografico di Puteoli, che aveva reso insufficiente il precedente edificio adibito per spettacoli pubblici in età repubblicana. Secondo solo al Colosseo e all'anfiteatro Campano di Capua in quanto a capienza, sorge in corrispondenza della convergenza di due vie principali, la Via Domiziana e la via per Napoli.
Per la sua importanza commerciale ed il suo elevato numero di abitanti, Pozzuoli fu l'unica città dell'Italia antica, se si esclude Roma, ad avere due anfiteatri. Il più antico dei due, si trova dove passa il ponte delle Ferrovie dello Stato. Esso fu scoperto durante i lavori di sterro per la costruzione della ferrovia Roma-Napoli (1915). Per cause tecniche, non fu possibile deviare il corso dei binari e l'edificio dovette così essere tagliato in due dalla trincea ferroviaria. La datazione di questo edificio risale all’età repubblicana, difatti si colloca tra l'età di Silla e quella di Cesare.
L'esistenza di due anfiteatri nella città di Pozzuoli era già testimoniata dalla rappresentazione del vaso di Odemira, un esemplare di una serie di fiaschette vitree tardoromane, che reca sovrapposte le figure di due arene anfiteatrali con in mezzo la scritta amphitheatra. La coesistenza di due anfiteatri a Pozzuoli portò ad una differenziazione nel genere degli spettacoli; infatti il primo anfiteatro era dedicato agli spettacoli dei gladiatori, mentre quello Flavio era adatto alle venationes con belve esotiche. L'Anfiteatro Flavio di Pozzuoli fu costruito tra l'altura della Solfatara ed il Monte Gauro, là dove confluivano le principali vie della regione. La sua costruzione è stata attribuita agli stessi architetti del Colosseo, del quale è di poco successivo. Alcuni testi riportano la sua edificazione sotto Vespasiano, che utilizzò il denaro dei cittadini e la sua inaugurazione probabilmente da Tito. Secondo alcuni studiosi, la presenza di muratura realizzata con la tecnica dell'opus reticulatum farebbe pensare a una sua realizzazione sotto Nerone, oggetto di rimozione poi per effetto di un processo di damnatio memoriae. La tecnica muraria comprende, tuttavia, anche l'utilizzo di laterizi; inoltre, il ritrovamento di un'iscrizione epigrafica che recita "Colonia Flavia Augusta/Puteolana pecunia sua (cioè, "la Colonia Flavia Augusta costruì a sue spese") ed il fatto stesso che la tipologia dell'anfiteatro puteolano è del tutto simile a quella del Colosseo, darebbero ragione a una collocazione cronologica del monumento in età Flavia. Gli scavi archeologici ebbero inizio nel 1839 e si conclusero alla fine dello stesso secolo ma, solo nel 1947, a seguito di una nuova campagna di scavo, il monumento fu definitivamente liberato dai detriti che si erano accumulati nel corso degli anni.


In età Antonina ovvero nel II secolo d.C. sono stati effettuati il restauro del portico esterno a pianterreno in opera a sacco rivestita di laterizi e la sopraelevazione delle scale; mentre il consolidamento con le nuove opere di rinforzo e di adattamento della cavea, sono attribuite a Domiziano. I lavori di quest'ultimo imperatore sarebbero testimoniati dai grandi blocchi marmorei delle cornici, giacenti presso l'ingresso, con le modanature caratteristiche del suo impero. 
Nel mondo romano gli spettacoli erano prevalentemente gratuiti, ma i posti erano contrassegnati con molta precisione dal momento che l'accesso era regolato e basato sulla classe sociale di appartenenza. Normalmente le classi più elevate avevano diritto ai posti migliori, quelli nell'orchestra, in questo modo le gradinate rispecchiavano fedelmente la struttura piramidale della società romana.
Durante le persecuzioni di Diocleziano, nell'aprile 305 i cristiani Gennaro, Festo, Desiderio e Sossio furono condannati ad essere sbranati nell'Anfiteatro. Il giorno dopo, tuttavia, per l'assenza del governatore stesso oppure, secondo altri, perché si era accorto che il popolo dimostrava simpatia verso i condannati e quindi per evitare disordini, il supplizio fu sospeso.
Secondo la tradizione invece, il supplizio fu mutato per l'avvenimento di un miracolo, infatti, le fiere si inginocchiarono al cospetto dei quattro condannati, dopo una benedizione fatta da Gennaro. Furono poi decapitati nei pressi della Solfatara insieme ai puteolani Procolo, Eutiche e Aucuzio.
A ricordo della loro permanenza nell'anfiteatro, intorno al XVII - XVIII, la cella dove furono rinchiusi prima dell'esecuzione della condanna ad bestias, divenne una cappella dedicata al culto dei santi lì imprigionati, soprattutto a quello di San Gennaro, al quale è stata intitolata; ciò è testimoniato da due lapidi poste al suo ingresso. Fu decorata con un altare maiolicato e una statua in ceramica raffigurante i santi Gennaro e Procolo che si abbracciano.
La struttura, di pianta ellittica, misura 150 x 116 metri. La facciata esterna, che comprendeva tre ordini di arcate sovrapposti, poggianti su pilastri e sormontati da un attico, in origine era preceduta da un portico ellittico impiantato su una platea di lastroni in travertino i cui pilastri originari in piperno ornati da semicolonne vennero in seguito rinforzati con grandi pilastri in laterizio. Le cave che erano di proprietà imperiale, erano situate molto vicino al mare, fatto che abbatteva i costi di trasporto della trachite, con la quale il portico era realizzato. L'attività estrattiva e l'esportazione di questa qualità di marmo inizia con il regno di Traiano, che lo adopera per le immense costruzioni del suo foro a Roma. In origine, i casi di utilizzo di questa pietra erano limitati all'Asia Minore, quindi il portico dell'anfiteatro eretto circa trent'anni prima del foro di Traiano a Roma, rappresenta un caso del tutto particolare, ciò vuol dire che i puteolani avevano dei contatti diretti con la casa regnante. Ai capitelli lavorarono otto artigiani differenti e ogni capitello era il risultato del lavoro contemporaneo di due artigiani, ognuno dei quali rifiniva due delle quattro facce del capitello. Non tutti i capitelli rinvenuti appartengono alla stessa epoca, la maggior parte di essi presentano caratteristiche tipiche dell'età Flavia (fine I sec. a.C.), mentre altri risalgono alla seconda metà del II sec. d.C.
All'interno dell' Anfiteatro si accedeva mediante i quattro ingressi principali o attraverso altri dodici secondari. La porta principale di accesso all’edificio, doveva trovarsi sull'asse maggiore ed immettere direttamente nell'arena, sul cui perimetro si aprivano diverse botole, anche lungo la "fossa scenica" ("asse mediano" o "media via"), le quali venivano chiuse con tavole di legno durante gli spettacoli, da dove facevano la loro entrata le belve (tigri, leoni e giraffe).
La porta Pretoria a nord corrisponde al luogo del pretore dei giochi; la porta Sacra a sud corrispondeva al luogo del sacello del nume; la porta Libitiniense ad est era quella da dove venivano estratti i cadaveri dei gladiatori uccisi e il nome deriva dalla dea Libitinia che presiedeva ai funerali; infine la porta Sanavivaria ad ovest, era così chiamata perchè vi uscivano i gladiatori vincitori scampati alla morte.
La cavea, divisa in tre livelli di gradinate (ima, media e summa), permetteva di contenere fino a 40.000 spettatori.
Nei sotterranei, posti a circa 7 metri di profondità, sono tuttora visibili parti degli ingranaggi per sollevare le gabbie che portavano sull'arena belve feroci e probabilmente altri elementi di scenografia degli spettacoli.
L'arena è attraversata, lungo l'asse maggiore, da una fossa scenica, corrispondente a un lungo corridoio utilizzato per innalzare gli scenari dipinti che dovevano animare i giochi.  Tale corridoio si interseca perpendicolarmente, al centro, con un altro corridoio, corrispondente all'asse minore dell'arena.
Gli ordini dei posti per gli spettatori (praecinctiones) erano tre, suddivisi all'interno in cunei. Dal portico esterno dell'anfiteatro si dipartivano venti rampe di scale, che arrivavano sino alla precinzione più alta della summa cavea. Anche le altre due precinzioni erano raggiungibili dal portico esterno, attraverso rampe di scale che portavano all'ambulacro intermedio. Sotto il podio correva un corridoio più interno, per i servizi, con varie aperture sull'arena. La cavea era coronata in alto da un loggiato; era divisa in tre settori summa, media e ima cavea e possedeva le finestrature per illuminare l'ambulacro interno. Nelle celle di livello inferiore, erano conservate le attrezzature, le macchine e le scenografie. 
Intorno all'anfiteatro girava una larga platea di forma ellittica pavimentata da grossi lastroni della stessa pietra trachitica di cui erano costituiti i pilastri e termina con due gradini verso l'area della strada e della piazza che circondava l'edificio. Intorno al giro esterno della platea, erano disposti pilastri rettangolari di trachite che sorreggevano i piedritti di una robusta cancellata in legno che si apriva in occasione dei giochi. Di tali pilastri si conservano tre parti, ancora infisse lungo il tratto della platea meglio conservato. 


In età Antonina, ai pilastri del portico esterno, vennero addossati dei pilastri in laterizio che si distinguono dalle strutture originarie dei pilastri. La colorazione era in rosso per la parte inferiore dei pilastri e bianco il resto. Le arcate intonacate e dipinte creavano troppo contrasto con i materiali dei pilastri originali e pertanto venne esteso l'intonaco anche ai pilastri in trachite vulcanica. Questo intervento è dovuto ai grandi dissesti statici che si verificarono durante il primo funzionamento dell'anfiteatro lungo tutto il suo portico esterno, i dissesti erano dovuti all'eccessivo carico delle soprastrutture del prospetto, gravanti sui pilastri inferiori del portico. 
Le scale conducenti alla summa e alla media cavea si articolano in due gradinate sovrapposte: una inferiore composta da gradini in pietra vulcanica e l'altra realizzata in opera a sacco. Questo intervento era dovuto ad una sopraelevazione delle gradinate della cavea, delle logge e dei vomitoria. 
Dalle scalette di servizio dietro il podio dell'arena, si giungeva ai sotterranei nei quali si trovava la prigione di S. Gennaro dove successivamente venne realizzata la cappella. La scala si apre al piano del pavimento dell'ingresso meridionale e discende fino al piano dei sotterranei dell'arena. I corridoi dei sotterranei venivano utilizzati per far riposare i gladiatori prima del combattimento. I sotterranei dell'arena sono collegati all'acquedotto campano da un canale, infatti l'acqua serviva per una periodica pulizia degli stessi. L'edificio possedeva anche delle fontane poste nei quattro quadranti dell'ellisse, che servivano a dissetare il pubblico. 
Nell'anfiteatro erano presenti anche gli ambienti per le corporazioni accessibili solo ai membri. Tra le varie corporazioni c'era quella degli Orgiofanti che testimonia l'esistenza del culto dionisiaco a Pozzuoli, i Navicularii e il sacello chiamato "Sacello del Nume" destinato ai particolari sacrifici religiosi prima dell'inizio dello spettacolo. 
L'analisi attenta delle strutture murarie del monumento rivela due diverse fasi costruttive. L'alzato esterno, realizzato in opera reticolata e mattoni, è coerente con l'età Flavia; al contrario, i sotterranei, i pilastri di una parte del portico esterno e vari interventi di rinforzo, sono interamente in mattoni e mostrano una tecnica edilizia tipica del II secolo d.C.
La costruzione dell'anfiteatro fu preceduta dal tracciamento sul terreno delle curve policentriche di base. La natura geologica dell'area scelta, rappresentò uno dei fattori decisivi per l'ubicazione dell'edificio: il peso imponente della struttura richiedeva un terreno capace di sostenere carichi elevati. I progettisti cercarono quindi una zona in cui fosse possibile spingere le fondazioni ad una profondità sufficiente da garantire stabilità e resistenza. Sul banco tufaceo venne realizzata una sottofondazione, composta da malta e scaglie di tufo, con la funzione di regolarizzare il piano di posa. Su questo strato si impostava poi la fondazione vera e propria.
I pilastri in trachite furono realizzati per primi. Il materiale, estratto dalle cave locali, veniva lavorato in modo piuttosto grossolano appena giunto in cantiere. I blocchi avevano dimensioni standard: quelli destinati ai pilastri erano parallelepipedi rifiniti in maniera piuttosto regolare. Subito dopo la costruzione dei pilastri, si procedette con gli archi di collegamento trasversali: quelli più esterni, in trachite, erano formati da conci; quelli interni, invece, erano composti da mattoni radiali con ulteriori mattoni disposti orizzontalmente sopra di essi. Una centinatura in legno particolarmente robusta che poggiava sulla piattabanda, permise la realizzazione di tali archi. Successivamente venne realizzato il portico del primo piano, seguito dalla costruzione dei sotterranei. I materiali da costruzione impiegati erano di provenienza locale. Per il portico inferiore venne utilizzata la trachite scura, detta piperno. La trachite vulcanica più chiara, fu invece destinata alle scalinate, ai vomitoria e alla platea esterna e infine il pulvis puteolanus che miscelato alla calce, produceva una malta più resistente, venne impiegato per le fondazioni e per i muri portanti.


La fabbrica di laterizi era anch'essa locale, alimentata dai giacimenti di argilla dell'isola di Ischia, che rifornivano i cantieri della Campania. Il marmo venne impiegato per il rivestimento della gradinata della cavea e per i paramenti dei sacelli, mentre il mosaico trovava applicazione nei pavimenti degli ambulacri e dei loggiati. Le cortine laterizie furono utilizzate sulle pareti dei grandi ingressi e dei vani di passaggio del portico esterno, nonchè in tutti quei tratti maggiormente esposti all'usura atmosferica e al continuo transito del pubblico. Lungo l'intero perimetro esterno, l'anfiteatro presentava inoltre una sequenza di statue collocate lungo le arcate del portico e delle logge superiori, che contribuivano a completare la decorazione architettonica dell'edificio. 
Le prime testimonianze scritte relative all'anfiteatro, provengono dalle guide dedicate a Pozzuoli e ai suoi dintorni, redatte da studiosi locali per accompagnare i visitatori nella scoperta del territorio. Tra queste spicca quella di Andrea De Joiro, che offre descrizioni dell'edificio utili a ricostruirne, almeno in parte, le condizioni conservative. Da tali resoconti emerge inoltre come l'anfiteatro fosse già in stato di abbandono e in parte ricoperto dai depositi alluvionali e dai materiali eruttivi provenienti dalla Solfatara.
Nel Medioevo, l'anfiteatro ormai spogliato delle sue decorazioni marmoree e dei blocchi delle gradinate, venne progressivamente riutilizzato come spazio per masserie e vigne. Tra il Medioevo e il XVI secolo, l'edificio perse quasi completamente le sue componenti architettoniche e decorative: il prospetto esterno fu oggetto di una sistematica demolizione, con l'asportazione della maggior parte del rivestimento in blocchi squadrati di trachite. I pilastri del portico esterno furono abbattuti e dei blocchi rimasero solo frammenti dispersi sul terreno. Per lungo tempo, abitazioni rurali e fattorie si insediarono tra le arcate e le volte che un tempo sostenevano la cavea, trasformando l'antico edificio in un vero e proprio spazio agricolo. Lo testimonia anche Domenico Antonio Parrino nella sua guida del 1751 dove si legge " oggi la piazza (l'arena) è resa giardino" segno di una continuità d'uso che aveva cancellato quasi del tutto la funzione originaria dell'anfiteatro.
L'asportazione dei materiali cessò nei primi decenni del Settecento, in un momento in cui l'interesse per l'antichità classica tornava a farsi vivo grazie alla diffusione delle idee neoclassiche del Winckelmann. Durante questo periodo, si diffusero vedute e descrizioni delle rovine, prodotti da studiosi e viaggiatori attratti dal fascino dei monumenti antichi. A questa stagione appartiene anche la veduta realizzata da Antoine Alexandre Joseph Cardon (Bruxelles, 1739-1822) che ritrae l'anfiteatro di Pozzuoli. 
A seguito del regio rescritto del 18 marzo 1837 furono sospesi gli scavi di Ercolano e destinati 2000 ducati annui all'esplorazione dell'anfiteatro puteolano. Nel 1838 si procedette all'acquisto del terreno, allora di proprietà privata, e l'anno successivo ebbero inizio gli scavi sotto la direzione dell'architetto e soprintendente borbonico Carlo Bonucci, già impegnato ad Ercolano dal 1826 al 1837. Bonucci diresse i lavori fino al 1845; tuttavia, durante la seconda fase, avendo ripreso le esplorazioni ercolanesi, la conduzione degli scavi di Pozzuoli, fu affidata all'architetto Michele Ruggiero che si occupò dello sterro dell'arena e dei sotterranei. 
Dopo gli scavi borbonici, per lungo tempo l'anfiteatro rimase sotto il peso degli sterri: le terre accumulate sugli ultimi resti della circuizione esterna, rendevano difficile coglierne la forma originaria. I passaggi che si irradiavano dal grande ambulacro principale, così come gli spazi nascosti sotto le volte delle gradinate, vennero progressivamente colmati con il materiale proveniente dallo svuotamento dei sotterranei. A mano a mano che questi ambienti si riempivano, i varchi venivano murati a secco per contenere le nuove masse di terra.


Campania - Pozzuoli, Anfiteatro minore

 
L'anfiteatro minore di Pozzuoli era un teatro di costruzione romana antica, di cui rimangono poche rovine; un classico anfiteatro romano di epoca augustea o pre-augustea. Gli assi dell'ellisse misurerebbero rispettivamente 130 e 95 metri. Le principali rovine arrivate a noi sono una decina di arcate costruite in opera incerta che avevano funzione di appoggio della curva della cavea.
In età flavia venne costruito il grande anfiteatro perché l'anfiteatro minore non era adeguato alle necessità dei ludi gladiatori.
Il minore e più antico anfiteatro puteolano è stato individuato durante i lavori per la costruzione del tronco della direttissima Roma-Napoli, che lo ha seriamente danneggiato, attraversandolo centralmente.
Il vaso in vetro di Odemira, in cui, insieme con altri edifici puteolani, sono raffigurati due anfiteatri: l'uno inferiore contrassegnato dall'emblema del flagello, come se fosse destinato alle venationes; l'altro superiore contrassegnato da una palma, come se fosse più propriamente adatto a combattimenti fra gladiatori. Infatti l'anfiteatro minore era stato costruito secondo il tipo dell'anfiteatro pompeiano, senza i sotterranei e i servizi organizzati per le venationes di cui furono dotati gli anfiteatri costruiti successivamente.
Svetonio riporta come in un'occasione, a causa della calca, un senatore fu impedito all'accesso e Augusto per rimediare all'offesa stabilì nuove regole per l'accesso agli spettacoli.
Dione Cassio narra che nel 66 d.C., sotto il regno di Nerone, il liberto Petronio organizzò a sue spese nell'anfiteatro più antico di Pozzuoli, dei ludi con venationes in onore di Tiridate, nominato re di Armenia da Nerone, alla presenza di spettatori etiopici e stranieri presenti per portare tributo e onore al re. Tiridate volle partecipare allo spettacolo anche per dare prova delle sue capacità, uccidendo due tori con una sola freccia scoccata dalla tribuna d'onore.


Campania - Anfiteatro romano di Liternum

 

L'anfiteatro romano di Liternum è un anfiteatro romano dell’antica città di Liternum, nei pressi dell’odierna Lago Patria nel comune di Giugliano in Campania in Italia.
Venne costruito a sud della città tra la fine del II secolo a.C. e l’inizio del I secolo a.C., pertanto è uno dei primi del suo genere. Una parte del livello superiore venne realizzata contro una collina, l’altra parte su delle strutture a volta. Un rifacimento della facciata esterna avvenne in epoca imperiale. Ha dimensioni calcolabili in m. 85/90 x 65/70. Poteva contenere circa 5000 spettatori. Probabilmente, come quello di Pompei, non era dotato di sotterranei.
Dopo le invasioni barbariche del V secolo d.C. che portarono all’abbandono di Liternum, l’anfiteatro seguì le sorti della città.
Venne scoperto nel XX secolo, nonostante una parte della struttura non sia ancora stata dissotterrata. Dal 2016 fa parte del circuito del "Parco archeologico dei Campi Flegrei".

Campania - Liternum

 

Liternum
 era una città romana della Campania antica, sita presso l'attuale Lago Patria, frazione del comune di Giugliano in Campania (NA). La città si trovava sulla sponda sud del Lago di Patria (in latino Literna Palus) presso la foce del fiume Clanio (Clanis) e la Silva Gallinaria. Dista 8 km dal comune di Villa Literno (CE), con il quale non ha nessun legame rilevante.
La zona era abitata già in epoca preistorica e successivamente da popolazioni di stirpe osca. Nel 194 a.C. vi fu dedotta una colonia romana, verosimilmente di veterani della seconda guerra punica appartenenti all'esercito di Scipione l'Africano, che qui si rifugiò esule nel 187 a.C. e vi morì nel 183 a.C. Già gli antichi erano in dubbio se Scipione fosse stato sepolto a Liternum oppure nella tomba di famiglia a Roma, poiché in entrambe si trovava un suo monumento funebre con statua. Quella di Liternum avrebbe recato l'epitaffio: "Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes". Successivamente, secondo la tradizione, fra le rovine della città si trovò un frammento della suddetta epigrafe, in cui si leggeva solo "... ta Patria ne..." e perciò tutto il luogo prese il nome di Patria, e parimenti il lago fu detto di Patria. Quasi un secolo dopo Livio, la villa e la tomba di Scipione furono descritte da Seneca durante il suo soggiorno a Liternum.
La città ebbe notevole sviluppo in età augustea, ma soprattutto tra la fine del I ed il II secolo d.C., grazie alla realizzazione della via Domiziana che, partendo da Sinuessa (nel territorio dell'odierna Mondragone), la collegava con i centri della costa campana e in particolare con il porto di Puteoli, l'odierna Pozzuoli, dove la strada terminava. Fonti di reddito erano la pesca e, probabilmente, l’utilizzo della sabbia del suo litorale, particolarmente fine e bianca, per la produzione del vetro. C’erano, inoltre, botteghe, laboratori artigianali, profumieri e diverse produzioni ceramiche.
In epoca cristiana la città fu anche sede vescovile dell’ecclesia Liternina o Patriensis, fino a quando si effettuò la traslazione, da Liternum a Napoli delle reliquie di Santa Fortunata. A partire dalla tarda età imperiale subì un progressivo abbandono. Dopo il IV secolo, a seguito di alluvioni e invasioni barbariche, la popolazione superstite migrò verso il centro storico dell'attuale Giugliano. Nel Medioevo la pianura intorno a Liternum divenne luogo di insediamento da parte dei monaci benedettini.
Gli scavi archeologici di Liternum iniziarono intorno al XIX secolo. Verso la fine dell’Ottocento vennero rinvenute alcune lapidi. Nel 1930 il soprintendente Amedeo Maiuri affidò all’ispettore onorario Giacomo Chianese gli scavi per tentare di trovare la villa e la tomba di Scipione. Nel 1932 vennero portati alla luce alcuni resti dell'antica città relativi al Foro, il Capitolium, la Basilica e il Teatro. Nel periodo degli scavi fu realizzata un'ara votiva a Scipione l'Africano, collocata nel parco il 15 settembre 1936. Al di fuori delle mura cittadine sono stati individuati residui dell'anfiteatro (di dimensioni calcolabili in m. 85/90 x 65/70) e la necropoli con la maggior parte delle sepolture di epoca imperiale.
Una parte dei reperti rinvenuti durante gli scavi sono conservati presso una sala dedicata nel Museo archeologico dei Campi Flegrei.
Nell'agosto del 2006, grazie all'interessamento del comune di Giugliano, e con sovvenzioni ottenute tramite la Soprintendenza di Napoli, vennero avviati una serie di interventi finalizzati alla realizzazione del Parco e museo archeologico di Liternum.  Il Parco Archeologico di Liternum fu ultimato nell'aprile 2009 dal Comune di Giugliano, che per un certo periodo di tempo assegnò la custodia, manutenzione, gestione e promozione del sito alla Pro Loco Litorale Domitio, ente di promozione turistica, culturale e sociale del territorio costiero della città. Dopodiché, l'area venne affidata per un breve periodo alla sezione di Giugliano dell'Associazione Nazionale Carabinieri.
Dal 2016 il parco e l'anfiteatro di Liternum sono entrati nel circuito del "Parco archeologico dei Campi Flegrei".
A settembre 2023 iniziarono i lavori per la riqualificazione del parco naturalistico, adiacente agli scavi archeologi del Foro, con il ripristino della pavimentazione e delle opere accessorie, l'area venne inaugurata il 5 maggio 2024.
Il parco archeologico e naturalistico rientra nel perimetro della Riserva naturale Foce Volturno-Costa di Licola.


Campania - Scavi archeologici di Liternum

 
Gli scavi archeologici di Liternum hanno restituito i resti dell'antica città di Liternum, situata nella frazione Lago Patria del comune di Giugliano in Campania, e di tutte le opere realizzate nelle sue pertinenze, ossia il cosiddetto agro liternino situato nell'area vasta di Giugliano. Il sito principale, costituito dal parco con il forum, si estende su un'area di circa 85.000 metri quadrati e conserva gran parte dei resti superstiti dell'antica colonia romana Liternina.
Le ricerche archeologiche, ancora in corso, hanno riportato alla luce solo una parte dell'antica città. Alcuni dei materiali rinvenuti durante gli scavi sono conservati a fini espositivi nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei a Baia, e nel museo archeologico di Napoli.
La colonia marittima di Liternum fu fondata nel 194 a.C. contemporaneamente a Puteoli (Pozzuoli) a Sud e Volturnum (l'attuale Castelvolturno) a Nord. La colonia sorse presso la sponda sinistra del Lago Patria (l'antica Literna Palus), dove sfociava l'antico fiume Clanis (gli odierni Regi Lagni), e fu assegnata a trecento veterani della Seconda guerra punica .
Il sito acquisì particolare notorietà per essere stato il luogo di ritiro di Publio Cornelio Scipione detto l'Africano, il celebre condottiero che sconfisse Annibale durante la seconda guerra punica[3]. Scipione si stabilì a Liternum in una villa fortificata dopo essere andato in esilio volontario in polemica con il senato romano e, secondo la tradizione, vi fu sepolto.
Al periodo della deduzione coloniale risalgono lo schema urbanistico e l'impianto originario del Foro. La città raggiunse il suo massimo splendore tra l'età augustea e il II secolo d.C., particolarmente dopo essere stata collegata con i centri della costa flegrea attraverso la Via Domitiana (95 d.C.), che attraversava l'area forense.
Un progressivo abbandono, dovuto anche all'impaludamento della zona, portò a una rapida decadenza della città a partire dalla tarda età imperiale.
I principali scavi sono quelli condotti da Amedeo Maiuri tra il 1932 e il 1937 che hanno riportato in luce per intero la piazza del Foro. Nel corso degli anni sono state avviate ulteriori indagini archeologiche che hanno portato al rinvenimento di nuove strutture.
Il Foro
La piazza, che misura 97×42 metri, fu impiantata al momento della fondazione della colonia (194 a.C.) e presenta uno schema tipico per le aree pubbliche di quel periodo: tre dei quattro lati erano porticati, mentre al centro del lato ovest era disposto il Capitolium, affiancato a sud dalla Basilica e a nord dall'Odeion. I portici erano occupati da tabernae.
Con la costruzione della Via Domitiana nel 95 d.C., il foro venne risistemato per consentire il passaggio al suo interno dell'importante via consolare. La strada, che rappresentava anche il decumano massimo della città antica, fu fatta passare attraverso il foro mediante la demolizione di una parte del porticato e delle tabernae lungo i lati nord e sud.
Il Capitolium
Il Capitolium dedicato alla Triade Capitolina è il tempio principale della città (dimensioni 24×17 metri), domina la piazza forense e presenta una struttura tipica dei templi di epoca repubblicana. Sorge su un alto podio di circa 3,60 metri di altezza e conserva sulla fronte la lunga scalinata d'accesso (circa 8,60 metri). Il tempio attualmente visibile è il risultato di interventi realizzati nel I secolo d.C. (epoca flavia) ed è del tipo "prostilo", dotato di colonne in tufo grigio che reggevano il timpano e di un'unica grande cella tripartita che ospitava le statue del culto.
Recenti indagini hanno rivelato che, in una fase precedente alla risistemazione di epoca flavia (databile tra il II secolo a.C. e la fine del I secolo a.C.), il tempio era del tipo pseudoperiptero sine postico, con un colonnato che correva lungo tutto il perimetro eccetto sul fondo.
Nel 2017 la colonna del tempio venne restaurata e consolidata.
La Basilica civile
A sud del Capitolium si trova un edificio rettangolare (33,5×18 metri) identificato come Basilica civile, ossia l'edificio pubblico che, nell'antica Roma, veniva utilizzato come luogo coperto anzitutto per trattare gli affari, sanare le controversie ed amministrare la giustizia. L'edificio subì vari rifacimenti, il più complesso dei quali avvenne alla fine del I secolo a.C., quando furono demolite e chiuse con pareti in opera reticolata le strutture del portico orientale, conferendo alla basilica le forme più canoniche di questo tipo di edifici.


L'Odeion o teatro
Posizionato a nord del Capitolium, questa struttura si presenta come un piccolo teatro coperto. Gli scavi degli anni trenta del XX secolo hanno portato in luce i resti della cavea, dei vomitoria d'accesso e dell'orchestra. La struttura, realizzata in opera vittata mista, è uno degli ultimi edifici realizzati nel foro, come confermano le lastre e iscrizioni di recupero utilizzate per pavimentare il pavimento della scena.
L'Anfiteatro
L'anfiteatro extraurbano, databile alla fine del I secolo d.C., conserva parte della cavea con le gradinate. La struttura si trova all'esterno della cinta muraria.
La necropoli monumentale
Una prima necropoli venne scoperta a sud del foro. Vennero ritrovate diverse epigrafi funerarie e si ipotizza che vi fosse la presenza di un settore monumentale ai margini della via Domiziana.


Tomba del Cerbero
La continua cementificazione del territorio ha messo in pericolo le diverse testimonianze storiche, alcune di esse si sono salvate grazie alla fortuna di essere situate in luoghi demaniali, come la cosiddetta tomba del Cerbero, una necropoli scoperta nel 2023 durante lavori idrici. L'ambiente, ritrovato in ottimo stato di conservazione, venne aperto al pubblico per la prima volta nel dicembre 2025.
La necropoli scoperta nel 2025
Gli scavi archeologici condotti sotto la direzione scientifica della dott.ssa Simona Formola hanno riportato in luce una vasta area di necropoli, estesa per oltre 150 metri quadrati, situata nel comprensorio dell'antica Liternum. La necropoli presenta una continuità d'uso dal I secolo a.C. al III secolo d.C.
Gli scavi dell'area sepolcrale hanno rivelato recinti funerari con estesi frammenti di intonaco bianco e decorazioni in rosso, oltre a un profondo pozzo in muratura probabilmente utilizzato per fini rituali legati alle pratiche di lustrazione (purificazione con acqua). Sono state individuate circa venti tombe di diverse tipologie: a cappuccina, a cassa di tegole e ad enchytrismos, quest'ultimo tipo di sepoltura utilizzato principalmente per i bambini.
Tra i ritrovamenti più significativi si segnalano diverse iscrizioni funerarie in marmo, alcune delle quali integre, tra cui un epitaffio di un gladiatore, documento prezioso per la comprensione del ruolo di questi combattenti nella società romana.
La basilica paleocristiana di Santa Fortunata
Nel 1933 venne individuata al di fuori delle mura della città, lungo la via domiziana, i resti di una basilica paleocristiana (o martyrion). Presumibilmente realizzata intorno al V secolo (dimensioni 12×8 metri), i resti archeologici vennero distrutti a seguito di lavori edilizi.
Altri ritrovamenti
Nel corso delle campagne di scavo sono stati esplorati settori dei quartieri abitativi, tratti della viabilità urbana e, lungo la sponda sinistra del lago, un santuario prospiciente una corte costruita su ambienti pertinenti a magazzini. Più a sud sono stati rinvenuti impianti artigianali con resti di fornaci per la produzione locale del caeruleum (pigmento blu) e forse per la lavorazione del vetro.
A Liternum sono stati ritrovati resti della Via Domiziana o Domitiana, una strada costruita per volere dell'imperatore romano Domiziano nel 95 d.C., per migliorare i collegamenti tra il porto di Puteoli, l'odierna Pozzuoli, e il resto dell'impero.
Il foro, adibito a parco archeologico, si estende su un'area in comproprietà tra Stato, città metropolitana di Napoli e Comune di Giugliano in Campania. Nel 2006 la riqualificazione del Parco Archeologico di Liternum venne realizzata dal Comune di Giugliano in Campania con i fondi europei del POR Campania 2000-2006 assegnati al P.I. "Riviera Domitia".
Dal 2016 il foro e l'anfiteatro di Liternum sono entrati nel circuito dell'ente "Parco archeologico dei Campi Flegrei".
A settembre 2023 iniziarono i lavori per la riqualificazione del parco naturalistico, adiacente agli scavi archeologici del Foro, con il ripristino della pavimentazione e delle opere accessorie, l'area venne inaugurata il 5 maggio 2024.


Campania - Pompei, casa del Porcellino

 

La casa del Porcellino, conosciuta anche come casa di Sulpicio Rufo, è una casa di epoca romana dell'antica Pompei; è ubicata nella regio IX, insula 9, civico C degli scavi archeologici di Pompei.
Sebbene l'edificazione originaria risalga a un'epoca antecedente, la casa fu oggetto di un radicale intervento di restauro all'inizio del I secolo d.C., contestualmente al rinnovo dell'intero apparato decorativo in quarto stile.
In seguito all'eruzione del Vesuvio del 79, la struttura rimase sepolta sotto una coltre di materiali piroclastici fino al suo rinvenimento, avvenuto nel corso delle campagne di scavo condotte tra il 1880 e il 1887. L'edificio è stato successivamente interessato da plurimi interventi conservativi, in particolare nel 2009 e nel periodo compreso tra il 2023 e il 2024.
La casa si estende su una superficie di circa 172 metri quadrati; si ipotizza che, nell'ultima fase cronologica, la proprietà appartenesse a Caio Sulpicio Rufo, altro nome con cui è conosciuta, e Quinto Nolano Primo, come attestato dal rinvenimento di due sigilli bronzei recanti i medesimi antroponimi. Le iniziali di Nolano Primo sono state inoltre individuate in un graffito presso l'ingresso e su diverse anfore, insieme a quella di Cesia Elpide, donna probabilmente moglie di uno dei due proprietari e presumibilmente coinvolta nell'attività di commercio di vino.


Oltrepassato l'ingresso, il corridoio distribuisce sul lato sinistro una latrina e due cubicoli, i quali conservano resti d'intonaco originario. Il corridoio immette nel peristilio, caratterizzato da un giardino centrale con puteale delimitato da un colonnato unito da un basso muro e dotato di canalette per il deflusso delle acque meteoriche, di cui si denotano alcuni resti. Sul fronte sinistro si apre un ulteriore cubiculo, preceduto esternamente da una nicchia destinata a larario, in origine decorata da colonne in stucco a sostegno di un timpano e arricchita internamente dalla raffigurazione di una patera su fondo azzurro. L'apparato pittorico all'interno della stanza interno a un canone ricorrente nella domus: zoccolatura in nero, zona mediana in rosso, talvolta con quadretti centrali, e registro superiore in bianco, con motivi ornamentali quali soggetti zoomorfi, tralci vegetali, candelabri e amorini; nello specifico, la parete occidentale del vano ha un quadretto con un giovane seduto tra tre cani, mentre quella orientale raffigura una Nike.
Il settore meridionale del peristilio ospita un triclinio con pavimentazione in cocciopesto con l'inserto di tessere bianche e i quadretti centrali nelle pareti sud e ovest con raffigurazioni di santuari con statue di divinità sotto un colonnato.
Adiacente al triclinio si trova un'anticamera a doppio ingresso, probabilmente per permettere una migliore illuminazione degli ambienti, che conduce a un vano minore. Sulla destra del peristilio si apre un cubicolo: sulla parete meridionale il quadretto centrale è andato completamente perduto, su quella occidentale doveva essere Paride, mentre su quello orientale un uomo seduto di spalle. Segue un triclinio con lo stesso modello decorativo del resto della casa ma di esecuzione tecnica meno raffinata.


Il fronte settentrionale del peristilio è occupato dalla cucina: presso l'ingresso, la parete occidentale conserva la porzione inferiore di un Genio, mentre sulla parete nord campeggia un larario dipinto su due registri: superiormente, due Lari presso un altare con serpente intorno a un altare e, inferiormente, un secondo altare affiancato da due serpenti; segue una natura morta con la raffigurazione di una testa di maiale, affresco che dà il nome alla casa, salsicce, anguilla e spiedini. Sulla parte est è il focolare; nella cucina, così come anche nei triclini, sono stati ritrovati resti di oggetti in terracotta e vetro. Esternamente, accanto alla cucina, a sinistra, è un'area adibita forse a stanza, armadio o per la coltivazione di fiori e verdura, mentre, sulla destra, un armadio a parete.


domenica 17 maggio 2026

Toscana - Museo delle navi antiche di Pisa




Il museo delle navi antiche di Pisa è un museo archeologico di Pisa facente parte della Direzione regionale musei della Toscana.
L'esposizione si svolge all'interno delle sale e delle campate degli Arsenali medicei ed è articolata in otto sezioni. Espone le navi antiche e i reperti scoperte nel 1998. Il museo è aperto al pubblico dal 16 giugno 2019.
Nel dicembre 1998 durante i lavori per la costruzione di un edificio che avrebbe dovuto ospitare la sede del nuovo Sistema di Comando e Controllo (SSC) presso la stazione di Pisa San Rossore iniziarono a emergere dagli scavi sotterranei tracce di materiale archeologico.
La scoperta si rivelò presto ben più importante del previsto, trattandosi di un sito di eccezionale importanza. Inizialmente si riteneva si trattasse di uno scalo portuale, ma ben presto si è identificata la vera natura del deposito: si tratta del punto di incrocio di un canale della centuriazione pisana con il corso del fiume Serchio (l'antico "Auser"), dove, a seguito di una serie di disastrose alluvioni (ne sono state identificate almeno nove, dal II secolo a.C. al VII secolo d.C.), sono affondate almeno trenta imbarcazioni.
Le imbarcazioni, tra navi da trasporto e barche fluviali, sono risultate essere perfettamente conservate, grazie alla particolare situazione di completa mancanza di ossigeno e la presenza di falde sotterranee. Ci sono così potuti pervenire una grande quantità di materiali solitamente deperibili, quali legno, cordami, cesterie, attrezzi da pesca e utensili. Inoltre si è recuperato buona parte del carico di queste navi contenuto in anfore e vasi. Dagli studi approfonditi si è potuti risalire anche a valide ipotesi sull'area di provenienza delle navi, che sarebbero giunte da varie parti del Mediterraneo: Gallia, Campania, Adriatico, ecc.
La scoperta eccezionale ha fatto parlare di una Pompei in versione marittima. Il cantiere, data la grande complessità della situazione stratigrafica, è stato reso stabile e trasformato in un cantiere scuola, dove gli scavi sono proseguiti sistematicamente per almeno dieci anni. Le imbarcazioni sono state restaurate presso il Centro di Restauro del Legno Bagnato, realizzato presso il Cantiere.
Il cantiere di scavo e il laboratorio di restauro sono stati visitabili su appuntamento e in particolari occasioni per tutta la durata dei lavori. Infine il museo è stato aperto definitivamente al pubblico in occasione della festa di San Ranieri del 2019.
Il sito, in realtà, presenta una stratigrafia ancora più complessa, testimoniando la storia di un’ansa fluviale del Serchio per oltre 1200 anni di storia. Sono state al momento identificate 13 fasi:
Fase I (VI-V secolo a.C.)
I ritrovamenti più antichi consistono nei resti di alcune capanne etrusche, localizzate in una radura del fitto bosco che caratterizzava la piana pisana nei pressi del fiume. La riva fluviale era rinforzata da una palizzata e da una lunga massicciata, mentre un corso d’acqua minore era regolato da una saracinesca in legno.
Fase II (200-175 a.C.)
Con il II secolo a.C., assistiamo alla prima alluvione e al primo naufragio. Una imbarcazione di grandi dimensioni (la cosiddetta “nave ellenistica” o nave “R”), proveniente verosimilmente dalla Spagna, si schianta contro la riva disperdendo i suoi elementi e il suo carico in una vasta area. La nave trasportava derrate alimentari (tra cui un carico di prosciutti di spalla probabilmente in salamoia) contenuti in anfore.
Fase III (100-50 a.C.)

Nel corso del I secolo a.C. scompaiono i pollini di alberi di alto fusto che hanno caratterizzato tutta la fase etrusca, e compaiono pollini di graminacee (campi coltivati) e di erbe palustri (campi incolti a lato del fiume). Il nuovo paesaggio centuriato della colonia romana parte da un intensivo disboscamento (Strabone V.2.5 parla del commercio del legname come di una delle principali fonti di reddito della Pisa romana) e pone le basi per il considerevole dissesto idrogeologico che porterà alle grandi alluvioni di età romana. Il paesaggio si organizza, come di consueto nelle colonie romane, con una divisione agraria regolare del territorio, in centurie di 710 metri di lato, alcune delle quali delimitate da canali di drenaggio. Proprio uno di questi canali attraversa l’area di scavo e interseca il corso del fiume Serchio, creando la situazione di rallentamento delle acque che genererà il deposito archeologico rinvenuto. Il rinvenimento di alcuni dolia (grandi orci per derrate alimentari), trasportati dalla corrente fluviale, testimoniano la presenza di un relitto esterno all’area di scavo, e di una alluvione non documentata stratigraficamente.
Fase IV (1-15 d.C.)
La prima grande alluvione, una delle più disastrose, coinvolse numerose imbarcazioni, tra le meglio conservate:
  • La nave “C” o “Alkedo” è il relitto meglio conservato dell’antichità classica. Nave da diporto foggiata a forma di nave da guerra, era spinta da dodici rematori. La nave è stata rinvenuta sostanzialmente intatta, ad eccezione di parte della poppa e dell’arco di prua. Il nome “Alkedo” (gabbiano in latino) era tracciato in lettere greche su di una panca.
  • La nave “B” era una nave da carico di medie dimensioni. Trasportava derrate alimentari e sabbia dalla Campania in anfore riutilizzate. Al di sotto del carico, rovesciatosi su di un lato in seguito al naufragio, è stato rinvenuto il corpo di un marinaio, ancora abbracciato al suo cane.
  • La nave G e la nave E sono resti di due barconi fluviali, probabilmente utilizzati per il trasbordo e il trasporto locale delle merci.
Fase V (I-II secolo d.C.)
Una alluvione minore coinvolge la nave “P”, un barcone fluviale a fondo piatto. Viene realizzato un molo-contrafforte alla confluenza del canale probabilmente per contrastare l’erosione fluviale. Nei pressi dello scavo si insedia una fornace che produce ceramica invetriata.


Fase VI (imperatore Adriano)

Assistiamo a un ulteriore spostamento verso nord del corso del fiume; una alluvione coinvolge due imbarcazioni fluviali, la “H”, barchino a fondo piatto del tutto simile a quelli ancora in uso nelle acque interne del centro Italia, e la barca “F” (nella foto), a volte erroneamente indicata come “piroga”. Si tratta di una lunga lintres, imbarcazione fluviale dalla forma affusolata e dalla sagoma deformata, per consentire la remata da un solo lato, proprio come le moderne gondole. Un relitto esterno all’ area è testimoniato da materiali fluitati. Alla fine dell’età adrianea sulla riva del fiume si imposta un probabile cantiere navale: un vascone rivestito da ceramica di scarto per sagomare sott’ acqua i tronchi delle chiglie, attrezzi per la lavorazione del legno e forcelle per il sostegno delle imbarcazioni fanno propendere per questa interpretazione.


Fase VII (250-280 d.C.)

Una serie di alluvioni e mutamenti dello stato fluviale spostano ulteriormente a nord il corso del fiume. Sulla riva settentrionale del fiume naufraga la nave A (nella foto), grande imbarcazione da trasporto, con un carico di anfore galliche ed italiche a fondo piatto reimpiegate.
Fase VIII (280-400 d.C.)
In questa fase viene rinforzata la riva fluviale con la creazione di una alzaia rinforzata da palizzate: vengono infissi pali da ormeggio e viene realizzato un pontile e un capanno presso la riva del fiume, verosimilmente in relazione con un traghetto fluviale.


Fase IX (ca. 400 d.C.)

Una alluvione coinvolge un'imbarcazione minore (Q), una imbarcazione esterna all’ area di scavo ma testimoniata da materiali trasportati dalla corrente (L) e soprattutto un ben conservato traghetto fluviale (nave “I” - nella foto), interamente realizzato in legno di quercia, e rivestito da fasce di ferro all’ esterno per rinforzare la struttura. La chiatta era spostata tra le due rive con un sistema di canapi, mossi da un argano di legno, che è stato rinvenuto in connessione con la barca.
Fase X (inizi del V sec. d.C.)
In un periodo di relativa calma del fiume viene realizzata una struttura sulla riva del fiume, di cui sono state rinvenute le fondazioni.
Fase XI (V sec. d.C.)
Una alluvione coinvolge una imbarcazione da carico, che affonda fuori dal perimetro del cantiere. Il carico della nave, costituito da anfore di piccole dimensioni (spatihia) viene trascinato dalla corrente per tutta l’area.


Fase XII (VI sec. d.C.)

Una grande alluvione, l’ultima attestata, coinvolge la nave “D” (nella foto), grande barcone fluviale adibito al trasporto della rena, e lo capovolge. Il barcone, del quale si conserva in ottimo stato il ponte, era spinto da una vela (sono stati rinvenuti albero e pennone) e trainato dall'alzaia da cavalli. Si sono rinvenuti, infatti, in connessione con l’imbarcazione, lo scheletro di un cavallo e il basto a cui era aggiogato. La nave D è la più antica attestazione della tecnica costruttiva navale “a scheletro”. In relazione probabilmente a questa alluvione il Serchio si separa dall'Arno e assume un suo proprio corso. Il ramo fluviale che attraversa lo scavo diventa un ramo morto.
Fase XIII (VII sec. d.C.)
L’ultima fase stratigraficamente riconosciuta è una fase di calma fluviale, relativa al progressivo interro dell’ormai abbandonato braccio del fiume.
Il Museo delle Navi Antiche di Pisa si articola in 8 aree tematiche, all’interno delle quali si snodano, in una sequenza logica, le sezioni del museo.
La sede sono gli Arsenali medicei, sul lungarno pisano, una serie di capannoni adibiti ad arsenali per la costruzione e la manutenzione delle galee dei cavalieri di Santo Stefano corpo cavalleresco adibito alla difesa navale contro la minaccia saracena. Sulla facciata degli arsenali, infatti, una serie di iscrizioni commemorano le principali vittorie dei cavalieri contro i Saraceni. Gli arsenali andarono ben presto in disuso e vennero occupati da strutture militari e poi da stalle. Fino al primo dopoguerra ospitarono il centro di riproduzione ippica dell’Esercito Italiano; parte degli stazzi e delle strutture adibite al ricovero dei cavalli sono state mantenute nell’allestimento, per conservare memoria di questa importante fase storica.


I - La città tra i due fiumi

La prima sala è dedicata alla storia della città di Pisa tra archeologia e leggenda, il suo sviluppo fino alla fase etrusca prima e romana poi, l'arrivo dei Longobardi. Particolarmente rilevanti le tombe villanoviane a incinerazione dalla necropoli di Via Marche, le palizzate lignee delle capanne etrusche dallo scavo delle navi, il cippo etrusco della Figuretta, i materiali dal Tumulo del Principe etrusco di via San Jacopo, i materiali dalle sepolture longobarde da Piazza Duomo.
II - Terra e acque
L’area tematica illustra il rapporto della città con il territorio e l'acqua: le alluvioni, l'organizzazione del territorio tra canali e centuriazioni, il Porto di Pisa, le cave e le officine ceramiche, la pesca, l'agricoltura, il legname e come questa intensa attività produttiva ha inciso sul territorio provocandone già in età antica il suo dissesto idrogeologico. In evidenza: il tesoretto di denari repubblicani di Fornacette, materiali e reperti botanici e faunistici, cesti e nasse, attrezzatura da pesca, tronchi semilavorati dal Cantiere delle Navi; la “passerella” della nave “ellenistica”.
III - La furia delle acque

La piana di Pisa fu soggetta a disastrose alluvioni per secoli: furono disastrose per il territorio, ma grazie agli scavi archeologici hanno consentito di ricostruire nel dettaglio una storia secolare fatta di navi, reperti, storie di vita e di commerci. Approfondimento sul metodo di scavo archeologico in ambiente umido. In evidenza: lo scheletro del marinaio e del suo cane morti nel naufragio della nave “B”, le enormi quantità di materiali rinvenuti nello scavi delle navi, materiali da sequestri e scavi subacquei.
IV - Navalia
Sezione “metodologica”. Tratta dell’intervento sulle navi dello scavo pisano, delle tecniche antiche di costruzione navale, delle moderne tecniche di restauro. In evidenza: la nave “A” e i suoi materiali; la barca “R”, strumenti per la costruzione navale (mazzuoli, scalpello, chiodi, rivetti, mortase e tenoni etc.); ricostruzione del “cantiere navale” della fase adrianea, con legni, letto di anfore e forcelle di sostegno delle navi; la barca “G”
V - Le navi
La sezione si articola su due distinte campate. La prima ospita le imbarcazioni da mare aperto; la visita dell’Alkedo introduce anche ai temi delle navi da guerra, mentre sul lato opposto sono esposte le navi commerciali; la seconda campata ospita le imbarcazioni da acque interne. In evidenza: L’Alkedo, il rostro di liburna da un sequestro, la “nave ellenistica” e il suo carico, i materiali dalla nave “B”, la nave “D” e il giogo da traino, le imbarcazioni fluviali minori (G, Q, P), la lintres “F”, il traghetto “I” con il suo argano.
VI - I commerci

Si viaggia per mare anche e soprattutto per commercio: l'oggetto principe sono le anfore da trasporto, i contenitori di quasi tutti i prodotti che si vendevano nel mondo antico; diffusione, importazione ed esportazione di merci particolari: beni di lusso, marmi, ceramica fine da tavola. Le oltre 13.000 anfore da trasporto rinvenute nello scavo delle navi e i materiali rinvenuti consentono di illustrare le dinamiche di commercio e scambio dell’antichità. In evidenza: la tipologia delle anfore dallo scavo, iscrizioni sulle anfore, la cd. “anfora da spumante” con capsula, terra sigillata di produzione pisana, tipologia di marmi importati.
VII - La navigazione
Le navi romane, a remi e con vele quadre, navigavano regolate da un complesso sistema di manovre; il cantiere ha restituito notevoli parti di vela, che permettono di ricostruire con molta affidabilità il complesso sistema che era alla base della struttura delle vele. Materiali, oggetti, ricostruzioni e apparati multimediali per illustrare le tecniche di navigazione antica. In evidenza: la gigantesca ancora lignea della nave A; un remo dallo scavo delle navi; il timone della nave “A”, frammenti di vele e sartie, elementi di pompa di sentina.
Alcune ricostruzioni, anche in chiave moderna, chiariscono la durata dei viaggi e le destinazioni principali dell'età romana.
VIII - La vita di bordo
Viaggiare non era molto confortevole, sicuramente come marinaio, ma anche come passeggero. Questa sezione descrive l’altra faccia della navigazione, la dura vita quotidiana a bordo: l'abbigliamento, i bagagli, le tempeste, l'illuminazione di bordo, come si cucinava e si mangiava, culti e superstizioni, la vita quotidiana a bordo. In evidenza: come si vestiva un marinaio, il giaccone di pelle dell'Alkedo; il bagaglio del marinaio della Nave A, un piccolo gruzzolo e una manciata di oggetti personali; giochi per bambini e da tavolo.


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