domenica 17 maggio 2026

Toscana - Museo delle navi antiche di Pisa




Il museo delle navi antiche di Pisa è un museo archeologico di Pisa facente parte della Direzione regionale musei della Toscana.
L'esposizione si svolge all'interno delle sale e delle campate degli Arsenali medicei ed è articolata in otto sezioni. Espone le navi antiche e i reperti scoperte nel 1998. Il museo è aperto al pubblico dal 16 giugno 2019.
Nel dicembre 1998 durante i lavori per la costruzione di un edificio che avrebbe dovuto ospitare la sede del nuovo Sistema di Comando e Controllo (SSC) presso la stazione di Pisa San Rossore iniziarono a emergere dagli scavi sotterranei tracce di materiale archeologico.
La scoperta si rivelò presto ben più importante del previsto, trattandosi di un sito di eccezionale importanza. Inizialmente si riteneva si trattasse di uno scalo portuale, ma ben presto si è identificata la vera natura del deposito: si tratta del punto di incrocio di un canale della centuriazione pisana con il corso del fiume Serchio (l'antico "Auser"), dove, a seguito di una serie di disastrose alluvioni (ne sono state identificate almeno nove, dal II secolo a.C. al VII secolo d.C.), sono affondate almeno trenta imbarcazioni.
Le imbarcazioni, tra navi da trasporto e barche fluviali, sono risultate essere perfettamente conservate, grazie alla particolare situazione di completa mancanza di ossigeno e la presenza di falde sotterranee. Ci sono così potuti pervenire una grande quantità di materiali solitamente deperibili, quali legno, cordami, cesterie, attrezzi da pesca e utensili. Inoltre si è recuperato buona parte del carico di queste navi contenuto in anfore e vasi. Dagli studi approfonditi si è potuti risalire anche a valide ipotesi sull'area di provenienza delle navi, che sarebbero giunte da varie parti del Mediterraneo: Gallia, Campania, Adriatico, ecc.
La scoperta eccezionale ha fatto parlare di una Pompei in versione marittima. Il cantiere, data la grande complessità della situazione stratigrafica, è stato reso stabile e trasformato in un cantiere scuola, dove gli scavi sono proseguiti sistematicamente per almeno dieci anni. Le imbarcazioni sono state restaurate presso il Centro di Restauro del Legno Bagnato, realizzato presso il Cantiere.
Il cantiere di scavo e il laboratorio di restauro sono stati visitabili su appuntamento e in particolari occasioni per tutta la durata dei lavori. Infine il museo è stato aperto definitivamente al pubblico in occasione della festa di San Ranieri del 2019.
Il sito, in realtà, presenta una stratigrafia ancora più complessa, testimoniando la storia di un’ansa fluviale del Serchio per oltre 1200 anni di storia. Sono state al momento identificate 13 fasi:
Fase I (VI-V secolo a.C.)
I ritrovamenti più antichi consistono nei resti di alcune capanne etrusche, localizzate in una radura del fitto bosco che caratterizzava la piana pisana nei pressi del fiume. La riva fluviale era rinforzata da una palizzata e da una lunga massicciata, mentre un corso d’acqua minore era regolato da una saracinesca in legno.
Fase II (200-175 a.C.)
Con il II secolo a.C., assistiamo alla prima alluvione e al primo naufragio. Una imbarcazione di grandi dimensioni (la cosiddetta “nave ellenistica” o nave “R”), proveniente verosimilmente dalla Spagna, si schianta contro la riva disperdendo i suoi elementi e il suo carico in una vasta area. La nave trasportava derrate alimentari (tra cui un carico di prosciutti di spalla probabilmente in salamoia) contenuti in anfore.
Fase III (100-50 a.C.)

Nel corso del I secolo a.C. scompaiono i pollini di alberi di alto fusto che hanno caratterizzato tutta la fase etrusca, e compaiono pollini di graminacee (campi coltivati) e di erbe palustri (campi incolti a lato del fiume). Il nuovo paesaggio centuriato della colonia romana parte da un intensivo disboscamento (Strabone V.2.5 parla del commercio del legname come di una delle principali fonti di reddito della Pisa romana) e pone le basi per il considerevole dissesto idrogeologico che porterà alle grandi alluvioni di età romana. Il paesaggio si organizza, come di consueto nelle colonie romane, con una divisione agraria regolare del territorio, in centurie di 710 metri di lato, alcune delle quali delimitate da canali di drenaggio. Proprio uno di questi canali attraversa l’area di scavo e interseca il corso del fiume Serchio, creando la situazione di rallentamento delle acque che genererà il deposito archeologico rinvenuto. Il rinvenimento di alcuni dolia (grandi orci per derrate alimentari), trasportati dalla corrente fluviale, testimoniano la presenza di un relitto esterno all’area di scavo, e di una alluvione non documentata stratigraficamente.
Fase IV (1-15 d.C.)
La prima grande alluvione, una delle più disastrose, coinvolse numerose imbarcazioni, tra le meglio conservate:
  • La nave “C” o “Alkedo” è il relitto meglio conservato dell’antichità classica. Nave da diporto foggiata a forma di nave da guerra, era spinta da dodici rematori. La nave è stata rinvenuta sostanzialmente intatta, ad eccezione di parte della poppa e dell’arco di prua. Il nome “Alkedo” (gabbiano in latino) era tracciato in lettere greche su di una panca.
  • La nave “B” era una nave da carico di medie dimensioni. Trasportava derrate alimentari e sabbia dalla Campania in anfore riutilizzate. Al di sotto del carico, rovesciatosi su di un lato in seguito al naufragio, è stato rinvenuto il corpo di un marinaio, ancora abbracciato al suo cane.
  • La nave G e la nave E sono resti di due barconi fluviali, probabilmente utilizzati per il trasbordo e il trasporto locale delle merci.
Fase V (I-II secolo d.C.)
Una alluvione minore coinvolge la nave “P”, un barcone fluviale a fondo piatto. Viene realizzato un molo-contrafforte alla confluenza del canale probabilmente per contrastare l’erosione fluviale. Nei pressi dello scavo si insedia una fornace che produce ceramica invetriata.


Fase VI (imperatore Adriano)

Assistiamo a un ulteriore spostamento verso nord del corso del fiume; una alluvione coinvolge due imbarcazioni fluviali, la “H”, barchino a fondo piatto del tutto simile a quelli ancora in uso nelle acque interne del centro Italia, e la barca “F” (nella foto), a volte erroneamente indicata come “piroga”. Si tratta di una lunga lintres, imbarcazione fluviale dalla forma affusolata e dalla sagoma deformata, per consentire la remata da un solo lato, proprio come le moderne gondole. Un relitto esterno all’ area è testimoniato da materiali fluitati. Alla fine dell’età adrianea sulla riva del fiume si imposta un probabile cantiere navale: un vascone rivestito da ceramica di scarto per sagomare sott’ acqua i tronchi delle chiglie, attrezzi per la lavorazione del legno e forcelle per il sostegno delle imbarcazioni fanno propendere per questa interpretazione.


Fase VII (250-280 d.C.)

Una serie di alluvioni e mutamenti dello stato fluviale spostano ulteriormente a nord il corso del fiume. Sulla riva settentrionale del fiume naufraga la nave A (nella foto), grande imbarcazione da trasporto, con un carico di anfore galliche ed italiche a fondo piatto reimpiegate.
Fase VIII (280-400 d.C.)
In questa fase viene rinforzata la riva fluviale con la creazione di una alzaia rinforzata da palizzate: vengono infissi pali da ormeggio e viene realizzato un pontile e un capanno presso la riva del fiume, verosimilmente in relazione con un traghetto fluviale.


Fase IX (ca. 400 d.C.)

Una alluvione coinvolge un'imbarcazione minore (Q), una imbarcazione esterna all’ area di scavo ma testimoniata da materiali trasportati dalla corrente (L) e soprattutto un ben conservato traghetto fluviale (nave “I” - nella foto), interamente realizzato in legno di quercia, e rivestito da fasce di ferro all’ esterno per rinforzare la struttura. La chiatta era spostata tra le due rive con un sistema di canapi, mossi da un argano di legno, che è stato rinvenuto in connessione con la barca.
Fase X (inizi del V sec. d.C.)
In un periodo di relativa calma del fiume viene realizzata una struttura sulla riva del fiume, di cui sono state rinvenute le fondazioni.
Fase XI (V sec. d.C.)
Una alluvione coinvolge una imbarcazione da carico, che affonda fuori dal perimetro del cantiere. Il carico della nave, costituito da anfore di piccole dimensioni (spatihia) viene trascinato dalla corrente per tutta l’area.


Fase XII (VI sec. d.C.)

Una grande alluvione, l’ultima attestata, coinvolge la nave “D” (nella foto), grande barcone fluviale adibito al trasporto della rena, e lo capovolge. Il barcone, del quale si conserva in ottimo stato il ponte, era spinto da una vela (sono stati rinvenuti albero e pennone) e trainato dall'alzaia da cavalli. Si sono rinvenuti, infatti, in connessione con l’imbarcazione, lo scheletro di un cavallo e il basto a cui era aggiogato. La nave D è la più antica attestazione della tecnica costruttiva navale “a scheletro”. In relazione probabilmente a questa alluvione il Serchio si separa dall'Arno e assume un suo proprio corso. Il ramo fluviale che attraversa lo scavo diventa un ramo morto.
Fase XIII (VII sec. d.C.)
L’ultima fase stratigraficamente riconosciuta è una fase di calma fluviale, relativa al progressivo interro dell’ormai abbandonato braccio del fiume.
Il Museo delle Navi Antiche di Pisa si articola in 8 aree tematiche, all’interno delle quali si snodano, in una sequenza logica, le sezioni del museo.
La sede sono gli Arsenali medicei, sul lungarno pisano, una serie di capannoni adibiti ad arsenali per la costruzione e la manutenzione delle galee dei cavalieri di Santo Stefano corpo cavalleresco adibito alla difesa navale contro la minaccia saracena. Sulla facciata degli arsenali, infatti, una serie di iscrizioni commemorano le principali vittorie dei cavalieri contro i Saraceni. Gli arsenali andarono ben presto in disuso e vennero occupati da strutture militari e poi da stalle. Fino al primo dopoguerra ospitarono il centro di riproduzione ippica dell’Esercito Italiano; parte degli stazzi e delle strutture adibite al ricovero dei cavalli sono state mantenute nell’allestimento, per conservare memoria di questa importante fase storica.


I - La città tra i due fiumi

La prima sala è dedicata alla storia della città di Pisa tra archeologia e leggenda, il suo sviluppo fino alla fase etrusca prima e romana poi, l'arrivo dei Longobardi. Particolarmente rilevanti le tombe villanoviane a incinerazione dalla necropoli di Via Marche, le palizzate lignee delle capanne etrusche dallo scavo delle navi, il cippo etrusco della Figuretta, i materiali dal Tumulo del Principe etrusco di via San Jacopo, i materiali dalle sepolture longobarde da Piazza Duomo.
II - Terra e acque
L’area tematica illustra il rapporto della città con il territorio e l'acqua: le alluvioni, l'organizzazione del territorio tra canali e centuriazioni, il Porto di Pisa, le cave e le officine ceramiche, la pesca, l'agricoltura, il legname e come questa intensa attività produttiva ha inciso sul territorio provocandone già in età antica il suo dissesto idrogeologico. In evidenza: il tesoretto di denari repubblicani di Fornacette, materiali e reperti botanici e faunistici, cesti e nasse, attrezzatura da pesca, tronchi semilavorati dal Cantiere delle Navi; la “passerella” della nave “ellenistica”.
III - La furia delle acque

La piana di Pisa fu soggetta a disastrose alluvioni per secoli: furono disastrose per il territorio, ma grazie agli scavi archeologici hanno consentito di ricostruire nel dettaglio una storia secolare fatta di navi, reperti, storie di vita e di commerci. Approfondimento sul metodo di scavo archeologico in ambiente umido. In evidenza: lo scheletro del marinaio e del suo cane morti nel naufragio della nave “B”, le enormi quantità di materiali rinvenuti nello scavi delle navi, materiali da sequestri e scavi subacquei.
IV - Navalia
Sezione “metodologica”. Tratta dell’intervento sulle navi dello scavo pisano, delle tecniche antiche di costruzione navale, delle moderne tecniche di restauro. In evidenza: la nave “A” e i suoi materiali; la barca “R”, strumenti per la costruzione navale (mazzuoli, scalpello, chiodi, rivetti, mortase e tenoni etc.); ricostruzione del “cantiere navale” della fase adrianea, con legni, letto di anfore e forcelle di sostegno delle navi; la barca “G”
V - Le navi
La sezione si articola su due distinte campate. La prima ospita le imbarcazioni da mare aperto; la visita dell’Alkedo introduce anche ai temi delle navi da guerra, mentre sul lato opposto sono esposte le navi commerciali; la seconda campata ospita le imbarcazioni da acque interne. In evidenza: L’Alkedo, il rostro di liburna da un sequestro, la “nave ellenistica” e il suo carico, i materiali dalla nave “B”, la nave “D” e il giogo da traino, le imbarcazioni fluviali minori (G, Q, P), la lintres “F”, il traghetto “I” con il suo argano.
VI - I commerci

Si viaggia per mare anche e soprattutto per commercio: l'oggetto principe sono le anfore da trasporto, i contenitori di quasi tutti i prodotti che si vendevano nel mondo antico; diffusione, importazione ed esportazione di merci particolari: beni di lusso, marmi, ceramica fine da tavola. Le oltre 13.000 anfore da trasporto rinvenute nello scavo delle navi e i materiali rinvenuti consentono di illustrare le dinamiche di commercio e scambio dell’antichità. In evidenza: la tipologia delle anfore dallo scavo, iscrizioni sulle anfore, la cd. “anfora da spumante” con capsula, terra sigillata di produzione pisana, tipologia di marmi importati.
VII - La navigazione
Le navi romane, a remi e con vele quadre, navigavano regolate da un complesso sistema di manovre; il cantiere ha restituito notevoli parti di vela, che permettono di ricostruire con molta affidabilità il complesso sistema che era alla base della struttura delle vele. Materiali, oggetti, ricostruzioni e apparati multimediali per illustrare le tecniche di navigazione antica. In evidenza: la gigantesca ancora lignea della nave A; un remo dallo scavo delle navi; il timone della nave “A”, frammenti di vele e sartie, elementi di pompa di sentina.
Alcune ricostruzioni, anche in chiave moderna, chiariscono la durata dei viaggi e le destinazioni principali dell'età romana.
VIII - La vita di bordo
Viaggiare non era molto confortevole, sicuramente come marinaio, ma anche come passeggero. Questa sezione descrive l’altra faccia della navigazione, la dura vita quotidiana a bordo: l'abbigliamento, i bagagli, le tempeste, l'illuminazione di bordo, come si cucinava e si mangiava, culti e superstizioni, la vita quotidiana a bordo. In evidenza: come si vestiva un marinaio, il giaccone di pelle dell'Alkedo; il bagaglio del marinaio della Nave A, un piccolo gruzzolo e una manciata di oggetti personali; giochi per bambini e da tavolo.


Lazio - Roma, Museo delle navi romane di Fiumicino

 

Il Museo delle navi romane è un museo archeologico, gestito dal Parco archeologico di Ostia antica, situato nei pressi dell'aeroporto di Roma-Fiumicino, nel territorio del comune di Fiumicino, realizzato negli anni sessanta per ospitare i resti di alcune navi romane rinvenute durante i lavori per la costruzione dello scalo aeroportuale.
Si tratta di uno dei pochi musei europei sorto in prossimità del sito in cui sono stati ritrovati i reperti navali. Il museo nacque trasformando l'hangar, dove erano stati trasportati i reperti in edificio museale, che fu inaugurato nel 1979. A causa di problemi infrastrutturali il museo fu chiuso nel 2002, per riaprire poi nell'ottobre 2021.


Durante i lavori per la realizzazione dell'aeroporto di Roma-Fiumicino furono rinvenuti diversi resti archeologici facenti parte dei porti di Claudio e Traiano tra cui il molo settentrionale e la cosiddetta "capitaneria", in un'area marginale dove le imbarcazioni troppo malridotte per navigare, venivano di fatto abbandonate.
Nel 1958 fu rinvenuta la prima imbarcazione, denominato Fiumicino 2, seguita poi da altre tre navi tra il 1959 e 1961, Fiumicino 1, Fiumicino 3 e Fiumicino 5. Negli anni seguenti furono portate alla luce anche due parti di fiancata appartenenti alle navi Fiumicino 6 e Fiumicino 7 e lo scafo del veliero Fiumicino 4, mentre un ulteriore relitto, il Fiumicino 8, non è stato scavato a causa del pessimo stato di conservazione.
Considerando che il contatto con l'aria avrebbe portato ad un forte deterioramento dei reperti rinvenuti, il Genio civile, sotto la direzione dell'ingegnere Otello Testaguzza e dell'archeologa Valnea Santa Maria Scrinari, realizzò sul sito dei principali ritrovamenti un hangar in legno dove i relitti furono trasportati e consolidati.
Il museo ospita cinque relitti completi di navi per il trasporto fluviale-marittimo, di cui tre navi caudicarie (Fiumicino 1, 2 e 3), un piccolo veliero (Fiumicino 4) e una navis vivaria (Fiumicino 5), nota anche come la barca del pescatore, e due frammenti di fiancata di nave.


Altri reperti custoditi presso il museo sono del materiale lapideo ritrovato ad Ostia, tra cui un sarcofago, una bitta d'ormeggio, un calco del rilievo di Torlonia, dei sigilli di età antonina, uno scandaglio, un ceppo d'ancora, delle anfore, il calco di un'iscrizione trovata presso il porto, dei pannelli descrittivi delle fasi di scavo per il recupero delle navi e delle tecniche di costruzione degli scafi.
I relitti
Fiumicino 1, 2 e 3: si tratta di tre navi caudicarie lignee di piccole dimensioni: 17 x 5,5 metri la prima, 19 x 6,3 la seconda e 14 x 4,5 la terza, con una portata massima rispettivamente di circa 50, 70 e 30 tonnellate, utilizzate per l'alleggio delle grandi navi marittime che approdavano presso Ostia e Porto. Per quanto riguarda la Fiumicino 1 i materiali di costruzione comprendono diversi tipi di legno locale tra cui la quercia per la chiglia e per le tavole del fasciame di poppa e prua, e il pino domestico per le tavole centrali. La tecnica di costruzione, detta a guscio portante, prevede la messa in opera della chiglia e delle tavole di fasciame prima delle ordinate, legate al fasciame attraverso chiodi di ferro in cavicchi di salice (alcune ordinate sono state bloccate anche sulla chiglia tramite grossi chiodi di ferro); migliaia di sottili linguette in legno duro, dette tenoni, sono state inserite in mortase a intervalli regolari nelle tavole per collegarle tra di loro e rendere coeso il guscio della nave. L'armamento della piccola imbarcazione prevedeva un albero sito in posizione avanzata anteriore e munito di pedarole su cui era fissato il cavo per l'alaggio; sull'albero poteva essere montata anche una vela aurica. Queste imbarcazioni sono cadute in disuso tra la fine del IV e l'inizio del V secolo.
Fiumicino 4: si tratta di un piccolo veliero utilizzato per piccole attività commerciali, in origine esso doveva misurare all'incirca 10 x 2,8 metri con una portata massima di 3,8 tonnellate. Costruita grossomodo con la stessa tecnica e gli stessi materiale delle navi caudicarie, fatta eccezione per l'impiego del cipresso per alcune tavole del fasciame e dei cavicchi d'olivo in luogo dei chiodi di ferro, fu abbandonata intorno alla metà del III secolo.
Fiumicino 5: si tratta di una piccola nave da pesca, o navis vivaria, lunga circa 6 metri e datata al II secolo. Essa era dotata di un compartimento posto al centro dello scafo, munito di coperchio e riempito d'acqua grazie ai piccoli 19 fori praticati sul fondo, che serviva a mantenere in vita il pescato con una capacità di circa 300 litri. Attraverso dei piccoli tappi in legno di pino domestico era possibile anche regolare il flusso dell'acqua e svuotare all'occorrenza il compartimento. Anche questa nave è stata realizzata con legni locali con una tecnica simile a quelle applicate per le altre navi custodite nel museo, con l'eccezione dell'uso del legno di ginepro per parte delle ordinate.


Lazio - Nemi, Museo delle navi romane

 

Il Museo delle navi romane si trova lungo le rive del lago di Nemi, in provincia di Roma.
Il Museo afferisce alla Direzione regionale Musei nazionali Lazio, istituto del Ministero della Cultura.
Nessun autore dell'antica Roma ha mai parlato delle navi imperiali nel lago di Nemi. Se ne supponeva l'esistenza perché, già nel Medioevo, accadeva che, di tanto in tanto, venissero pescati alcuni reperti archeologici.
Si fecero diverse ipotesi sia sull'esistenza delle navi che su chi le avesse volute finché, tra i diversi reperti pescati, comparvero le cosiddette fistulae aquariae. Si trattava di grosse tubazioni in piombo che facevano parte di un impianto idraulico piuttosto costoso utilizzato dalle ricche famiglie romane per portare acqua corrente all'interno dei palazzi. Questi tubi erano ricavati da lastre rettangolari di piombo su cui si era soliti stampigliare il nome del proprietario, spesso il nome del liberto idraulico e a volte un numero progressivo. Da ciò si ricavò che appartenessero all'imperatore Caligola. Quando questi morì, presumibilmente, le due navi furono affondate, nel rispetto della condanna alla damnatio memoriae.
Il primo tentativo di recupero fu voluto dal cardinale Prospero Colonna nel 1446. Il cardinale, signore di Nemi e uomo di vasta erudizione, affidò il difficile compito a Leon Battista Alberti. Le operazioni di recupero delle navi ebbero inizio e furono descritte da Flavio Biondo da Forlì nella sua Italia illustrata. Leon Battista Alberti chiamò alcuni valenti nuotatori genovesi, i marangoni, che raggiunsero e, per quanto fu loro possibile, esplorarono la nave più vicina alla riva e ne riferirono la distanza e la profondità. Si costruì una piattaforma galleggiante e, con delle corde munite di ganci, si tentò di tirare la nave a riva. Si riuscì invece solo a strappare un pezzo dell'imbarcazione, danneggiandone seriamente la struttura.
Il secondo tentativo fu voluto da Francesco De Marchi nel 1535. Il tentativo è documentato nel suo trattato di Architettura militare. Il 15 luglio 1535 De Marchi decise di immergersi personalmente avvalendosi di una specie di campana inventata da Étienne Guillery , che partecipò alle immersioni. Cominciò ad osservare la nave più vicina alla riva, che era anche quella che giaceva a minor profondità. La lunghezza secondo la sua valutazione era di 64 metri e la larghezza di 20. Il legno, protetto dal fango, era ben conservato anche se aveva quasi 2000 anni. Si cercò più volte di cingere la nave con fasce e cordami, nel tentativo, inutile, di riportarla in superficie.
Negli anni successivi vi furono numerosi saccheggi da parte dei pescatori del lago di cui è data testimonianza nelle Memorie sui conventi francescani di padre Casimiro. Nel settembre 1827, si tentò per la terza volta l'impresa del recupero delle navi. Il nobile cavaliere Annesio Fusconi decise di servirsi nuovamente della campana. Ne costruì una abbastanza grande da contenere otto marangoni. Fu, poi, realizzata una piattaforma galleggiante, piuttosto ampia, idonea a sostenere la campana ed a calarla in acqua mediante quattro argani. Il 10 settembre del 1827 si diede inizio al tentativo di recupero della nave più vicina alla riva: fu immersa la campana con dentro gli otto marangoni che però, una volta sul fondo, non poterono asportare grandi quantitativi di materiale. Furono allora legate alcune gomene agli argani e si avvolsero delle cime allo scafo. Ancora una volta le corde si ruppero e l'impresa fu rimandata.
Il 3 ottobre 1895, su incarico della famiglia Orsini e con il contributo dello Stato, si procedette al quarto tentativo di recupero. Ci si avvalse della collaborazione di un provetto palombaro, che esaminò accuratamente la nave più vicina alla riva e tornò alla superficie con la ghiera di un timone. Si divelsero dallo scafo le famose teste feline e poi, ancora, rulli sferici, rulli cilindrici, cerniere, filastrini in bronzo, tubi di piombo, tegole di rame dorato, laterizi di varie forme e dimensioni, frammenti di mosaici con abbellimenti in pasta di vetro, lamine di rame ed altro. Il 18 novembre venne poi individuata la seconda nave, dalla quale si recuperò altro materiale. La maggior parte del materiale recuperato fu acquistato dal governo per il Museo Nazionale Romano. Per impedire l'ulteriore saccheggio da parte dei privati, il Ministro della Pubblica Istruzione, Guido Baccelli, chiese la collaborazione dell'ammiraglio Enrico Morin, Ministro della Marina, per il definitivo recupero delle navi. L'incarico fu affidato al Tenente colonnello Vittorio Malfatti. Questi, affiancato da un espertissimo palombaro, fu in grado di stabilire che la prima nave distava dalla riva circa cinquanta metri e adagiata sul fianco sinistro ad una profondità da cinque a dodici metri. Lontano duecento metri, ad una profondità da quindici a venti metri circa, giaceva la seconda nave, anch'essa adagiata sul lato sinistro ed anch'essa semi coperta dal fango. Tuttavia i tempi non erano ancora maturi per il recupero.
Finalmente nell'anno 1926 si tornò a parlare del recupero delle navi. Fu creata una commissione di studio affidandone la presidenza al senatore Corrado Ricci. Dopo un'attenta analisi la commissione ritenne idoneo il metodo di lavoro proposto dal Malfatti: l'abbassamento del livello del lago fino a far emergere le due navi. Il 9 aprile 1927, in un discorso alla Reale Società Romana di Storia Patria, il Capo del Governo, Benito Mussolini, annunciò la decisione di recuperare le due grandi navi sommerse. Era dunque deciso che si dovesse svuotare parzialmente il lago di Nemi per far riemergere le due antiche navi romane utilizzando l'antico emissario affinché portasse le acque al mare. L'emissario, risalente al periodo etrusco, veniva utilizzato al tempo dei romani per far defluire le acque del lago di Nemi fino al mare in modo che non inondassero il santuario di Diana che sorgeva sulla riva settentrionale del lago di Nemi. Fu necessario esaminare a fondo l'emissario per rendersi conto dello stato generale dell'intera antichissima opera. Augusto Anzil e Mafaldo Corese riuscirono a percorrere l'intera galleria e ad uscire dalla parte del lago. Nel mese di settembre del 1928 i lavori di sistemazione furono portati a termine, ed il 1º ottobre se ne effettuò il collaudo. Il 20 ottobre 1928 Mussolini, accompagnato dal Sottosegretario agli Interni e dai Ministri della Pubblica Istruzione e dei Lavori Pubblici, mise in funzione l'impianto idrovoro. Il 28 marzo 1929 affiorarono le più alte strutture della prima nave. Anche l'altra nave fu tratta a riva ed entrambe trovarono posto nel Museo delle Navi Romane.
La notte tra il 31 maggio e il 1º giugno del 1944 un incendio avvampò sulle rive del lago di Nemi. Poco prima c'era stato un bombardamento alleato nei confronti di una batteria antiaerea formata da quattro cannoni nazisti. Tutto andò distrutto, comprese le due navi. Si salvarono solo quei reperti che erano stati precedentemente trasportati nel museo nazionale romano. I nazisti abbandonarono la loro postazione il 2 giugno, mentre gli americani arrivarono due giorni dopo, senza trovare più alcunché da salvare. Furono creduti i custodi del museo che dichiararono che i nazisti si aggirassero con un lume all'interno del museo e quindi l'avessero deliberatamente incendiato; studi più recenti attribuirebbero invece la causa dell'incendio al bombardamento stesso.
Le due navi sono state riprodotte in scala 1/5, e questi modellini sono, l'uno dietro l'altro, esposti in un'ala del museo.


Già di per sé è una costruzione interessante, perché offre un rarissimo esempio, il primo al mondo, di struttura concepita appositamente in funzione del contenuto e condizionata da quest'ultimo nelle soluzioni architettoniche.
In effetti il museo delle navi di Nemi è un doppio hangar di calcestruzzo delle dimensioni esatte per le due navi, che erano lunghe circa 80 metri. Morpurgo lo volle con grandi superfici vetrate e realizzò al di sopra del tetto una terrazza praticabile da cui si gode un panorama inedito del lago, proprio sulla sponda ma in posizione elevata.
Dopo la ristrutturazione è stato adibito per ospitare un tratto dell'antica Via Sacra, i modelli in scala 1:5 delle navi fatti sulla base dei molti disegni tecnici eseguiti dagli ingegneri della Marina all'epoca del recupero, pannelli illustrativi, il materiale scampato all'incendio e reperti del Santuario di Diana.



Friuli Venezia Giulia - Museo nazionale di archeologia subacquea dell'Alto Adriatico

 

Il Museo nazionale di archeologia subacquea dell'Alto Adriatico è un museo statale italiano sito a Grado (GO).
Il museo fu concepito appositamente per accogliere i resti della Iulia Felix, imbarcazione romana del III secolo rinvenuta nel 1986 da Agostino Formentin, pescatore di Marano Lagunare, a 16 metri di profondità sui fondali marini al largo di Grado.
L'imbarcazione, lunga 18 e larga 5-6 metri, fu trovata intatta, con il suo carico di 560 anfore. La nave trasportava un carico di alimenti (pesce in salamoia) e frammenti di vetro, forse destinati agli artigiani della vicina Aquileia. A bordo furono ritrovati anche altri manufatti, tra i quali due teste bronzee di Poseidone e di Minerva.
La nave fu recuperata nel 1999. Il museo è stato aperto nel dicembre 2025.





Friuli Venezia Giulia - Civico Museo archeologico Iulium Carnicum

 

Il Civico Museo archeologico Iulium Carnicum di Zuglio, in Provincia di Udine, inaugurato nel 1995, si trova al centro del Comune, nei pressi dell'area archeologica del Foro romano. I reperti presenti nel percorso espositivo ricostruiscono i vari aspetti della città romana più settentrionale d'Italia. Un'interessante sezione è dedicata alla storia della Carnia dalle preistoria al medioevo.
La superficie espositiva del Museo di Zuglio si sviluppa sui 3 piani del secentesco Palazzo Tommasi Leschiutta con 7 sale espositive. Il museo è aperto con il seguente orario: dal I giugno al 31 ottobre: giovedì e venerdì 9-12, sabato e domenica 9-13/15-18; dal 2 novembre al 31 maggio: venerdì 9-12, sabato 9-13/15-18. 
Il Museo fa parte del Sistema museale della Carnia, CarniaMusei.



Friuli Venezia Giulia - Museo paleocristiano di Monastero

 

Il Museo paleocristiano di Monastero è un museo archeologico di Aquileia, in provincia di Udine, che custodisce reperti e testimonianze cristiane risalenti al periodo tra il IV secolo e il periodo patriarcale. L'ingresso è gratuito.
Sede del museo è, dal 1961, l'ex-monastero di Santa Maria fuori le mura delle monache benedettine, fondato nel VII secolo nel periodo del patriarca Giovanni I, in località Monastero, ad Aquileia e dopo la distruzione da parte degli Ungari rifondata da parte del patriarca Poppone nel XI secolo.
Il decreto aulico del 30 ottobre 1782 sancì, all'interno delle riforme promosse dall'imperatore Giuseppe II d'Austria, l'abolizione del monastero ed il trasferimento delle religiose a Cividale. Il patrimonio, incamerato dal Fondo di Religione, venne venduto nel 1784 al conte Raimondo della Torre-Hofer e Valsassina. A partire dal 1787, e tanto più dal 1852, l'anno in cui il complesso venne comprato da Eugenio de Ritter Záhony, cominciò una serie di lavori di trasformazione delle strutture monastiche, secondo le esigenze del momento, che condussero alla cancellazione o ad una profonda modifica degli ambienti: in particolare, l'edificio usato come chiesa venne adibito a folador, ossia ad ambiente per la vinificazione. Proprio qui avvennero nel 1895 le prime scoperte, che portarono nel 1961 all'ultima modifica, quella a contenitore museale.
Il sito ha in realtà una storia molto antica: gli scavi archeologici condotti dopo il 1961 hanno infatti permesso di scoprire che il monastero sorgeva sui resti di una grande basilica, coperta di pavimenti musivi, la cui prima edificazione risale al 345 circa  e che è ora possibile visitare.


Il museo è articolato su tre livelli: piano terra, primo piano e secondo piano.
L'atrio conserva una mensa copta del IV secolo e numerosi lacerti musivi provenienti da diversi scavi di Aquileia. Gran parte dello spazio è occupato dai resti dell'antica basilica di Monastero, visitabili anche grazie a un percorso rialzato. Sono presenti inoltre statue e ed epigrafi sepolcrali.
Il primo piano conserva la ricostruzione del grande mosaico absidale dell'antica basilica di Beligna, a sud di Aquileia, che può ragionevolmente essere identificata con quella detta "degli Apostoli", realizzata attorno al 390. Il mosaico rappresenta uccelli ed agnelli: di particolare interesse la rappresentazione del pavone, simbolo di risurrezione e di immortalità.
Nel piano sono conservati inoltre un rilievo incompiuto con i volti di San Pietro e San Paolo (IV secolo) e una lapide, dello stesso periodo, con la rappresentazione del battesimo di una bambina.
La sezione al secondo piano conserva principalmente iscrizioni sepolcrali del IV e del V secolo. Tra queste, spicca la lapide di Restutus, un africano giunto ad Aquileia e qui ammalatosi e morto, ricevendo però "molto affetto, più di quanto avrebbe ricevuto dai suoi stessi genitori". Di particolare rilievo anche la lapide con la rappresentazione della rottura dell'anfora, che simboleggia la liberazione dell'anima dal corpo.


Friuli Venezia Giulia - Croce di Gisulfo

 

La Croce di Gisulfo è una croce sbalzata in lamina d'oro realizzata nel VII secolo da maestranze longobarde, ed è conservata al Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli. È legata dalla tradizione a Gisulfo I del Friuli, duca del Friuli dal 569 al 581 circa, sebbene sia stata con ogni probabilità realizzata in un'epoca successiva.
È alta 11 cm ed ha i due bracci di lunghezza quasi uguale, con varie pietre preziose levigate incastonate a freddo (due per braccio, una quadrata ed una triangolare, oltre ad una pietra circolare al centro).
È uno degli esempi più esemplificativi della tipologia di crocette diffuse a Cividale del Friuli, caratterizzate dalla presenza dei Imago Christi, piccole teste stilizzate di Cristo con i capelli lunghi, che in questa croce sono ripetute ben otto volte, identiche, due per braccio a intervallare le pietre. Probabilmente venne usato uno stampo per lo sbalzo.


Friuli Venezia Giulia - Tempietto longobardo

 

Il cosiddetto Tempietto longobardo (noto come oratorio di Santa Maria in Valle) si trova a Cividale del Friuli (Borgo Brossana), in provincia di Udine. Collocato all'interno del monastero delle Orsoline, precedentemente occupato dalle Benedettine, e dal cui chiostro vi si può accedere attraverso un antico portone ligneo, si tratta della più importante e meglio conservata testimonianza architettonica dell'epoca longobarda ed è particolarmente rilevante perché segna la convivenza di motivi architettonici prettamente longobardi (nei Fregi, per esempio) con una ripresa dei modelli classici, creando una sorta di continuità aulica ininterrotta tra l'arte romana, l'arte longobarda e l'arte carolingia (nei cui cantieri lavorarono spesso maestranze longobarde, come a Brescia) e ottoniana. Fa parte del sito seriale "Longobardi in Italia: i luoghi del potere", comprendente sette luoghi densi di testimonianze architettoniche, pittoriche e scultoree dell'arte longobarda, iscritto alla Lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel giugno 2011.


Fu edificato verso la metà dell'VIII secolo come cappella del monastero, nel luogo in cui un tempo sorgeva la gastaldia (o gastaldaga, o gastalderia), ovvero il palazzo del gastaldo, signore della città; si trattava quindi di una cappella palatina. L'iniziativa si deve probabilmente ad Astolfo, duca del Friuli dal 744 al 749 e re dei Longobardi dal 749 al 756, e a sua moglie Giseltrude.
Quando la gastaldia venne trasformata nel complesso del monastero di Santa Maria in Valle nel VII secolo, sorto per le monache benedettine, esso ingloba la chiesa di San Giovanni in Valle ed il tempietto che assunse la nuova denominazione mariana. Secondo alcuni documenti del IX-X secolo, la corte occupava l'area nella quale ora si trova l'ex convento delle madri orsoline e comprendeva edifici quali la gastaldia, sede del governo longobardo, la residenza del duca e il tempietto che era la cappella di corte. Gli scavi archeologici effettuati all’interno dell’edificio e nelle sue vicinanze hanno evidenziato la presenza di strutture risalenti all’età tardo-romana e al primo Cristianesimo, successivamente sovrapposte da costruzioni di epoca altomedioevali.
Architettura
L'esterno è molto sobrio e non ci fa intuire la meraviglia che si nasconde all'interno. È composto da un'aula a base quadrata con una spaziosa volta a crociera, che si chiude con un presbiterio, più basso, diviso da coppie di colonne in un loggiato a tre campate con volte a botte parallele. Il lato ovest era l'antica parete d'ingresso e su questo lato rimangono ancora cospicui resti di una straordinaria decorazione a stucchi e ad affresco. L'abside era anticamente decorata a mosaico, ma oggi non ne resta traccia.
Attualmente al Tempietto si accede dall'ingresso all'ex monastero (ora divenuto di proprietà comunale) e vi si esce attraverso una passerella a strapiombo sul Natisone, non esistente in origine, che conduce all'uscita attraverso la sagrestia e a un ingresso secondario ricavato nella parete del presbiterio. La cappella è formata da un alto volume centrale che costituisce l'aula, sulla cui parete di fondo vi è il portale di facciata riccamente ornato, ora chiuso e comunicante con il convento; qui si trova la cantoria in legno risalente al Quattrocento. Il presbiterio è suddiviso da quattro colonne binate e da due pilastri rettangolari, che scandiscono tre vani con volta a botte, ed è separato dall'aula dal parapetto dell'iconostasi.


Gli stucchi

La lunetta della porta è incorniciata tra intrecci di vitigni con grappoli. Al centro è raffigurato Cristo tra gli Arcangeli Michele e Gabriele, mentre nello stesso registro si trova una fascia affrescata con Martiri. Sopra la lunetta del portale si sviluppa un elaborato fregio di viticci, realizzato a giorno, incorniciato da rosette entro cui erano sistemate perle vitree.
La parte più interessante è comunque il fregio al livello superiore, liberamente sovrapposto agli elementi architettonici dell'edificio come le finestre. Qui si trovano sei figure a rilievo di Sante, in stucco, eccezionalmente ben conservate: le loro monumentali figure sono da collegare ai modelli classici, riletti secondo la cultura longobarda. I panneggi delle vesti riccamente decorate hanno un andamento accentuatamente rettilineo, che ricorda i modelli bizantini, dai quali però le Sante si distaccano per il maggior senso del volume e per il verticalismo, ulteriormente marcato dalla lunghezza delle pieghe delle tuniche.
La decorazione a stucco è rimasta incompiuta sulle pareti laterali ed era in origine parzialmente colorata. La cappella è ornata da alcuni cicli di affreschi realizzati in epoche diverse: se ne conservano frammenti staccati anche nella sagrestia e nel museo cristiano del Duomo.

Friuli Venezia Giulia - Museo archeologico nazionale di Cividale

 

Il Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli è un museo sito nella omonima cittadina friulana. Fondato nel 1817, il Museo ha sede dal 1990 nel cinquecentesco Palazzo dei Provveditori Veneti. La collezione del museo comprende oggetti risalenti dal municipio di età romana fino al periodo della dominazione veneziana.
Venne fondato nel 1817 dal Conte Michele della Torre Valsassina, durante l'importante stagione di ricerche avviata grazie ai finanziamenti dell'imperatore austriaco Francesco I. L'obiettivo principale era quello di dimostrare attraverso fonti archeologiche l'attribuzione del municipium di Forum Iulii, citato da numerose fonti antiche, alla città di Cividale del Friuli e non al centro carnico di Zuglio. L'obiettivo fu pienamente raggiunto visti grandi risultati degli scavi del della Torre e la vasta eco che le sue scoperte ebbero nel mondo accademico italiano e germanico.
Il museo, collocato in un ambiente dell'ex Collegio dei Padri Somaschi in Borgo San Pietro, si rivelò ben presto troppo ristretto per ospitare adeguatamente una collezione che continuò ad arricchirsi per tutto il corso del XIX secolo, anche con rinvenimenti di primissimo livello come la scoperta della "tomba di Gisulfo". Nella seconda metà dell'Ottocento il museo fu diretto da eruditi provenienti dal capitolo di Cividale, tra cui monsignor Jacopo Tomadini, organista e maestro di cappella noto in tutta Europa, che ricoprì l'incarico dal 1877 al 1883. Dalla fine del '800 il museo trovò una nuova e più solenne sede nei locali di Palazzo de Nordis, dove, sotto la direzione di Alvise Zorzi venne riorganizzato sulla base di una sistematica attività che portò tra l'altro all'acquisizione dell'importantissima collezione libraria e archivistica proveniente dal Capitolo di Cividale. L'attività dello Zorzi si concretizzo anche nella redazione della prima guida esaustiva alla collezione. All'interno del nuovo museo, ormai statale, venne allestito nelle due sale al pianterreno il Lapidario con i reperti di età romana, longobarda/carolingia e patriarcale. Nella sala I del piano nobile vennero allestiti oggetti di età pre-romana e romana, mentre nella sala II la collezione di età tardo-antica e medievale. Nella sala III venne sistemato l'archivio ex capitolare e i beni provenienti dal monastero delle monache benedettine di santa Maria in Valle; nella sala IV trovò spazio la biblioteca.
Il museo e la sua collezione superarono le dure prove della prima guerra mondiale, quando gli eventi bellici imposero il trasferimento di molte opere a Venezia e Firenze e continuarono un percorso di crescita per tutta la prima metà del XX secolo, scandito da personalità importanti come Ruggero della Torre, Mario Brozzi e Amelio Tagliaferri. Gli anni che vanno dal 1970 al 1977 sono contraddistinti da numerose difficoltà per l'istituzione museale, chiusure prolungate, assenza di una direzione stabile e, su tutte, i danni inferti al palazzo dal sisma del 15 settembre del 1976, che determinò la chiusura del Museo e lo spostamento della collezione nel Castello Miramare di Trieste. Amelio Tagliaferri curò il trasloco del Museo dalla vecchia sede di Palazzo De Nordis alla nuova sede nel palazzo dei Provveditori Veneti, restituito all'originale splendore a cura dell'architetto Domenico A. Valentino, soprintendente per i Beni Ambientali, Archeologici, Artistici e Storici della Regione Friuli-Venezia Giulia dal 1986. Un nuovo e decisivo sviluppo per la storia del museo si ebbe nel 1990 quando venne inaugurata all'interno della nuova sede del palazzo dei Provveditori Veneti, edificio attribuito a Andrea Palladio edificato tra il 1565 e il 1615 e dal 2001 e assegnato alla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia, la mostra “I Longobardi” ideata e allestita da Amelio Tagliaferri insieme alla nuova direttrice Paola Lopreato, contestualmente ad un ingente lavoro di riorganizzazione delle collezioni e di sistematizzazione dei reperti provenienti dalle recenti ricerche archeologiche, nello specifico le due campagne di scavo, del 1987 e 1988, nella necropoli di Santo Stefano in Pertica, funzionale all'allestimento della mostra “I Longobardi”. Nello stesso periodo venne ordinata la sezione lapidaria, ospitata nelle sale del pian terreno, comprendente reperti epigrafici, architettonici e musivi che narrano l'evoluzione storica della città dall'età romana all'età moderna.


Il lapidario
Il percorso espositivo del piano terra racconta la storia del centro urbano di Forum Iulli/Cividale declinando le varie tappe di una storia millenaria in forme di pietra. L'atrio del palazzo è allestito in forme che richiamano la storia centenaria del museo e lo stile del vecchio allestimento della sede di Palazzo de Nordis. Le notizie sulla storia, la vita amministrativa e l'organizzazione di Forum Iulii, una delle quattro città romane dell'attuale Friuli Venezia Giulia, si desumono in gran parte dai documenti epigrafici presenti nel lapidario: municipium dagli anni Quaranta del I secolo a.C., fu dotata di un territorio la cui ampiezza è tuttora oggetto di discussione. In età tardoimperiale il pericolo di invasioni accrebbe l'importanza strategica delle città, che fu inclusa nei vari sistemi difensivi alpini; dopo l'invasione di Attila (metà V secolo) divenne probabilmente sede del corrector (governatore) dellaVenetia et Histria e, per il suo importante ruolo, fu prescelta dai Longobardi come sede del primo Ducato in Italia, dopo la loro discesa del 568. I dati sulla sua organizzazione urbana sono piuttosto labili: risulta infatti ancora incerta l'ubicazione dei principali edifici pubblici, in particolare del Foro. Le strutture portate alla luce dagli inizi dell'Ottocento e musealizzate sono infatti riferibili soprattutto ad abitazioni private, spesso con raffinati pavimenti a mosaico, databili per lo più alla prima età imperiale (fine I secolo a.C.-I d.C.) e a necropoli (monumenti funerari, urne e corredi sepolcrali). Sono attribuibili ad edifici sacri iscrizioni con dediche a Giove ed alla Fortuna Augusta. Iscrizioni, bronzetti, un thesauros sono riferibili al culto di Ercole, venerato in un santuario posto su di un'altura a sud delle città, di probabile origine preromana.


I frammenti scultorei e gli oggetti d'arredo liturgico esposti nella seconda sezione del lapidario, insieme ai capolavori attualmente presenti al Museo Cristiano presso il Duomo e nel “Tempietto longobardo”, testimoniano la ricchezza della decorazione architettonica e dell'arredo nei luoghi di culto di Cividale tra VI e IX secolo. Si tratta soprattutto di elementi dell'arredo del presbiterio: capitelli e colonnine, archetti di pergulae, cibori, teguri di fonti battesimali, plutei e pilastrini pertinenti a recinti. Il repertorio decorativo comprende motivi derivati dalla tarda antichità, spesso profondamente modificati nel corso del tempo (rosette, fuseruole, racemi), e motivi innovativi in buona parte riconducibili agli influssi germanici e orientali (tralci vegetali, motivi ad S, intrecci geometrici). Alcuni reperti sono riferibili all'età paleocristiana, più numerosi sono quelli altomedievali inquadrabili in grandi fasi, che corrispondono a precisi momenti di rinnovamento dell'apparato liturgico legati a ben definiti momenti storici: la rinascenza liutprandea e l'età di Callisto (712-756), l'età di Sigualdo (756-787), l'età carolingia (fine VIII – inizi IX secolo).
Nel basso medioevo Cividale (Civitas Austriae), residenza stabile fino al 1238 del Patriarca – vassallo dell'Imperatore di Germania e contemporaneamente vescovo metropolita era una delle città più importanti dello Stato patriarcale aquileiese. Alla decorazione dei palazzi di questo periodo storico vanno riferite le sculture presenti nella terza sezione del lapidario. Si tratta per lo più di pàtere e formelle, a decorazione prevalentemente zoomorfa, cui si aggiungono alcuni pilastrini “a colonnine”, mensolette d'arco, fregi e cornici architettoniche, in alcuni casi recanti ancora tracce dell'originaria policromia. Il gruppo più numeroso comprende rilievi comunemente definiti “veneto-bizantini”, appartenenti ad una produzione che si sviluppò tra l'inizio dell'XI e l'inizio del XIV secolo d.C., che sono probabilmente appartenuti alla decorazione del Palazzo Patriarcale e di altre costruzioni del complesso episcopale.
Nella Cividale bassomedievale inizia ad essere attestata la presenza di famiglie di religione ebraica. Tra gli scavi promossi dal canonico Della Torre nei primi decenni del XIX secolo, si ricorda anche quello di un cimitero ebraico, situato nel settore anticamente denominato "Giudaica", a nord-est delle mura cittadine, dove vennero rinvenute numerose lastre tombali iscritte (macebe), ricca ed affascinante testimonianza della presenza della comunità ebraica di Cividale.
L'ultima sezione del lapidario del museo è dedicata alla collezione Cernazai. Pietro Cernazai (1804-1858) è stato un colto e raffinato collezionista attivo nella Udine della prima metà del XIX secolo. Grazie ad acquisti sul mercato antiquario e rinvenimenti nei possedimenti aquileiesi riuscì ad incrementare la già cospicua collezione paterna. Particolarmente significativa fu l'acquisizione della collezione Pellegrini-Danieli di Zara, formatasi nel corso del XVIII secolo grazie ai scavi condotti da Antonio Danieli nell'antica Aenona. Alla morte di Pietro nel 1858 i beni passarono al fratello maggiore il sacerdote Francesco Maria Cernazai, poco interessato alle antichità: alla morte di quest'ultimo i beni furono incamerati dal Seminario Arcivescovile di Udine. Nel 1900 la collezione venne venduta all'asta a Milano, le iscrizioni, i materiali fittili ed i vetri, come stabilito dal Ministero dell'Istruzione Pubblica, passarono al Museo Archeologico di Cividale. La collezione giunta al Museo appare piuttosto eterogenea, composta da materiali provenienti da Roma (per la maggior parte lastre funerarie di colombario) e dall'area dalmatica (Issa, Salona e Iader)
Le necropoli longobarde
All'archeologia funeraria di età longobarda in Friuli è dedicato quasi l'intero piano nobile del Museo. L'esposizione è preceduta da pannelli che illustrano il percorso dalla Germania all'Italia del popolo germanico ed il contesto storico-geografico in cui avvennero i grandi spostamenti di popolazioni barbare dopo la fine dell'Impero romano di occidente. Nelle sale 1-7 che conservano con alcune modifiche e aggiornamenti l'allestimento curato nel 1990 per la grande mostra internazionale I Longobardi, è possibile seguire l'evoluzione dei costumi funerari e dell'artigianato artistico a Cividale e nel Ducato longobardo del Friuli per quasi due secoli: dall'arrivo nel 568 d.C. della popolazione germanica a Forum Iulii, che divenne capitale del primo Ducato d'Italia, fino all'elaborazione della tipica arte longobarda d'Italia ed alla sua evoluzione in età carolingia.
Nel salone centrale l'allestimento inaugurato nel 2012 e dedicato alla necropoli sulla collina di S. Mauro, la più settentrionale tra quelle che cingono a nord Cividale, ne costituisce l'introduzione. È stato ricreato idealmente un settore del sepolcreto, oggetto di scavi sistematici dal 1994 al 1998. Gli oggetti di abbigliamento e le offerte di dieci sepolture sono poste su sagome nella posizione di rinvenimento, in vetrine orientate ovest-est. Ricostruzione grafiche e pannelli permettono di interpretare i corredi esposti e di riconoscere sesso, età, ruolo del defunto ed epoca della deposizione
I complessi sepolcrali esposti, caratteristici del modello culturale longobardo, e databili alle prime fasi dell'immigrazione in Italia, sono per lo più di eccezionale ricchezza e testimoniano l'alto livello sociale del gruppo qui sepolto: guerrieri e cavalieri di alto rango deposti con l'intero equipaggiamento militare, dame di livello sociale elevato con oggetti d'ornamento in oro, argento e pietre dure tipici del costume tradizionale attestato già in Pannonia; bambini con corredi comprendenti anche armi e gioielli tradizionali.
Collezione di Aurei longobardi
Un valore aggiunto della collezione longobarda del Museo è costituito dal nucleo di 56 monete auree longobarde, acquistato nel mercato antiquario dalla Cassa di Risparmio delle Provincie di Udine e Pordenone, e lasciata in comodato al museo. Tale collezione numismatica si configura come la seconda al mondo e rappresenta una chiara immagine dell'evoluzione delle forme di gestione del potere economico adottate dal potere longobardo sul suolo italiano.
Bronzi di Zuglio
Alcuni elementi dell'apparato decorativo bronzeo del foro di Iulium Carnicum (Zuglio in Carnia), città posta sulla via per il Norico e da cui in età romana dipendeva un ampio territorio alpino, vennero a far parte delle collezioni del Museo di Cividale già agli inizi dell'800. Vi si aggiunsero nel 1939 il ritratto bronzeo ed in seguito altri elementi decorativi, messi in luce durante gli scavi degli anni 1937-1938 e rinvenuti per lo più nel vano sottostante alla basilica civile, ove erano stati ammassati per la rifusione. Il restauro e gli studi condotti consentirono di compiere la ricomposizione e la rilettura di alcuni degli importanti reperti che vennero riesposti nel 1994.
L'attuale allestimento comprende le due iscrizioni che dovevano far parte del rivestimento di una o di due statue erette in onore Gaio Bebio Attico, che ricoprì importanti incarichi sotto il principato di Claudio (41-54 d.C.), uno straordinario clipeo bronzeo con figura di togato, frammenti di altri due clipei e di altri elementi decorativi del foro, oltre che il noto ritratto di un personaggio illustre di Iulium Carnicum di discussa attribuzione cronologica.
Il complesso, di eccezionale rilevanza, costituisce un unicum nell'ambito del patrimonio artistico dell'Italia romana.

Friuli Venezia Giulia - Raccolta archeologica di Villa Savorgnan

 
Villa Savorgnan
 è una villa cinquecentesca situata nella frazione di Lestans nel comune di Sequals, in provincia di Pordenone. La villa risale alla seconda metà del Cinquecento e fu la residenza estiva e la sede giurisdizionale dei feudo dei conti Savorgnan a Lestans, di cui un ramo è parte della famosa famiglia Foscarini di Venezia e degli Zanutto di Prata. Il feudo passò ai Conti Savorgnan nel 1511 sino al periodo napoleonico.
Presenta in facciata un blocco sporgente centrale sopraelevato, con angoli in pietra, coronato da un frontone con al centro un piccolo rosone, una trifora con balcone al primo piano e una bifora al secondo piano; al piano terra è un semplice portale ad arco incorniciato in pietra tra due finestre.
Dal 1991, su iniziativa del comune di Sequals, la villa ospita una raccolta archeologica, con oggetti rinvenuti nel territorio fra Meduna e Tagliamento (comuni di Sequals, Meduno, Travesio e Pinzano al Tagliamento) nel corso di indagini di prospezione archeologica[2] e da scavi autorizzati e coordinati dalla soprintendenza ai beni archeologici del Friuli Venezia Giulia. Gli oggetti custoditi nella raccolta spaziano cronologicamente dalla preistoria all'età medievale.
Sono ospitati nella raccolta:
  • manufatti litici attribuiti all'Homo neanderthalensis (palude di Sequals), mesolitici (Prà Feletta e Casera Valinis di Meduno, Borgo Ampiano di Pinzano al Tagliamento, monte Cjaurleç), neolitici ed eneolitici (palude di Sequals, Borgo Ampiano, Anarêt di Valeriano di Pinzano al Tagliamento ed altri siti);
  • reperti di epoca romana provenienti da diversi siti archeologici nel territorio e corredi funerari dalle necropoli di età imperiale di Lestans e Borgo Ampiano;
  • copie di due matrici di oreficeria altomedievali (di epoca longobardo-carolingia) cividalesi, i cui originali sono conservati nel Museo archeologico nazionale di Cividale del Friuli;
  • oggetti medievali e rinascimentali provenienti dai castelli di Toppo e di Spilimbergo ed una piccola raccolta di ceramica rinascimentale proveniente da uno scavo archeologico nella località Crûz di Castelnovo.
La raccolta archeologica della villa fa parte della rete museale "Lis Aganis", ecomuseo regionale delle Dolomiti friulane.


Toscana - Museo delle navi antiche di Pisa

Il  museo delle navi antiche di Pisa  è un museo archeologico di Pisa facente parte della Direzione regionale musei della Toscana. L'es...