La lapide di Sesto Tadio (in latino Sextus Tadius Lusius Nepos Paullinus o Tadius Nepos), nota anche come lapide di San Salvatore Maggiore, è un'epigrafe latina di epoca romana alto imperiale, incisa su una lastra di marmo e conservata nell'abbazia di San Salvatore Maggiore, nel comune di Concerviano presso Rieti. L'iscrizione sulla lapide fu catalogata da Mommsen nel suo Corpus Inscriptionum Latinarum come CIL IX, 04119.
La lapide, originariamente parte - probabilmente - di un sarcofago, sepoltura di Sesto Tadio e di sua moglie Mulvia Placida, venne riutilizzata all'interno dell'abbazia di San Salvatore Maggiore, monastero fondato nel 735 d.C., durante il regno di Liutprando, da monaci franchi nel territorio del gastaldato di Rieti alle pendici del monte Letenano.
I monaci collocarono la lapide nel corridoio tra la chiesa abbaziale ed il refettorio, dove si trova attualmente, usandola come parete per la vasca di raccolta dell'acqua nella fontana alimentata dalla vicina Sorgente del Cardinale.
Nella costruzione dell'abbazia, insieme alla lapide, vennero riutilizzati altri resti di un preesistente edificio di epoca romana.
È lecito supporre che i resti su cui sorge l'abbazia fossero quelli di una villa romana e che si trattasse proprio della villa, in territorio sabino, dello stesso Sesto Tadio.
La lapide sopravvisse, nei secoli, alle devastazioni cui andò incontro, per due volte, l'abbazia: la prima volta nell'incendio dell'891 d.C. ad opera dei saraceni, quindi nel 1308 quando una rivolta dei castelli abbaziali, appoggiata dal comune di Rieti, venne seguita da razzie delle suppellettili abbaziali e dall'incendio dei codici della biblioteca e delle carte dell'archivio abbaziale.
La lapide rimase per più di dodici secoli al suo posto dove la videro monaci, chierici e umanisti che visitarono l'abbazia.
L’uso della lastra di marmo quale parete di una fontana-abbeveratoio venne descritta ancora nel 1884 da De Sanctis e nel 1914 dal cardinal Ildefonso Schuster nei loro scritti sull'abbazia di San Salvatore Maggiore.
La lapide mantenne la sua originaria collocazione fino alla fine degli anni Settanta del secolo scorso quando, versando l'abbazia in condizioni di assoluto degrado, se ne persero le tracce insieme ad altri resti e reperti.
Dopo aver acquisito da un privato i resti dell'abbazia nel 1986, il Comune di Concerviano provvide, tramite finanziamenti della Regione Lazio, ad un restauro dell'abbazia, avvenuto a partire negli anni Novanta del secolo scorso.
Al termine del restauro, nel 2004, la lapide, ovvero tutti i suoi frammenti tranne uno, venne restituita al comune di Concerviano che provvide a farla apporre all'interno dell'abbazia dove ancora oggi si mostra ai visitatori, dopo quasi tredici secoli, orfana di un frammento.
Nonostante la lapide oggi sia incompleta, se ne conosce con buona certezza l'intero contenuto grazie alle numerose trascrizioni, in gran parte concordi, che gli epigrafisti antichi hanno tramandato nelle loro sillogi epigrafiche.
Come si legge nell'ultimo rigo, l'iscrizione venne realizzata per opera di Mulvia Placida, moglie di Sesto Tadio, per sè e per il marito.
Nella epigrafe è riportato il cursus honorum, ovvero la carriera, di Sesto Tadio.
Come avviene comunemente nelle epigrafi di tipo funerario, le tappe del cursus honorum sono distinte in due gruppi: quelle della carriera senatoria e quelle della carriera municipale. In ognuno dei due gruppi le cariche sono riportate in ordine cronologico inverso ovvero dalla più recente alla meno recente.
«1 Sesto Tadio, figlio di Sesto, della Tribù Voltinia, Lusio Nepote Paullino
2 Proconsole estratto a sorte della Provincia di Creta e Cirenaica, Legato pro Pretore della Provincia d'Africa,
3 Prefetto per la distribuzione del grano, Legato pro pretore della Provincia d'Asia, Legato pro Pretore della Provincia di Macedonia,
4 Pretore candidato, Edile Curule, Questore della Provincia di Ponto e Bitinia, Tribuno Militare nella Legione
5 IIII Flavia Felix, Decemviro per la risoluzione delle liti, Ottoviro per due mandati, Quinquennale
6 Mulvia Placida, figlia di Gaio, per se e per l'ottimo marito»


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