La mappa di Soleto è una presunta mappa geografica rappresentante il basso Salento antico, incisa su un frammento ceramico proveniente da un vaso di origine messapica. Datata al VI-V secolo a.C. è attualmente conservata nel museo archeologico nazionale di Taranto.
Esistono delle controversie sulla datazione di detta mappa. Il frammento ceramico è sicuramente databile al VI sec. a.C., le iscrizioni invece potrebbero essere non coeve. In effetti, secondo alcuni studi indipendenti, la mappa di Soleto sarebbe da ritenersi sicuramente falsa («the "Soleto map" [...] is surely a hoax»).
L'oggetto è stato scoperto all'interno di un grande edificio messapico il 21 agosto 2003 a Soleto (LE) dall'archeologo belga Thierry van Compernolle nel corso di scavi archeologici, e testimonia le relazioni esistenti tra gli iapigi, i messapi ed i Greci nel V secolo a.C., non sempre approfondite dalla predominante tradizione letteraria greco-romana.
Soleto è stata sempre ricca di ritrovamenti documentati fin dal 1704, quando scavando le fondamenta di un ampliamento della chiesa matrice (dove oggi si trova l'altare di San Paolo), furono rinvenuti numerosi sepolcri messapici nelle vicinanze delle antiche mura della città. Ma i maggiori successi si sono avuti negli ultimi vent'anni da quando nel 1988 un giovane archeologo di passaggio a Soleto vide affiorare dal terreno in località Quattrare pezzi di ceramica a impasto e piramidette (pesi da telaio) messapiche. Sotto gli occhi incuriositi dei paesani che vedevano uno straniero curvarsi a raccogliere "craste" dal terreno consultando una mappa del 1948 con una ripresa aereo-fotografica dell'Istituto Geografico Militare, l'archeologo capì di trovarsi molto vicino alle vecchie mura di Soleto. Negli anni successivi furono avviate diverse campagne di scavo in collaborazione tra l'Università prima di Bruxelles e poi di Montpellier, il Comune di Soleto e la Sovrintendenza ottenendo ottimi risultati: è stato infatti individuato e documentato il tracciato nord delle vecchie mura ed anche un preesistente insediamento risalente alla fine dell'età del ferro.
Si tratta del frammento di un vaso attico smaltato di nero, un ostrakon le cui dimensioni sono di 5,9 cm per 2,9 cm, e sul quale è incisa la linea costiera della penisola salentina insieme a due toponimi greci ed undici toponimi indigeni, le cui posizioni sono indicate da punti. Si riconoscono i nomi di Taranto scritto in greco (Τάρας, Taras) e di Otranto, Nardò, Ugento, Soleto e Leuca scritti in messapico, mentre ai lati sono indicati in modo schematico il mar Ionio ed il mare Adriatico simboleggiati da sigma a quattro tratti.
Dalla scritta tagliata in due in alto a destra che corrispondente all'attuale sito di Roca Vecchia si evince che la mappa originale era più grande del frammento giunto fino a noi.
Dall'analisi epigrafica e dall'aspetto alfabetico dei toponimi trascritti sull'ostrakon, si è stabilito come l'abbreviazione del toponimo "Graxa" non sia in alfabeto greco, ma in un alfabeto greco arcaico di tipo rosso in uso a Taranto. Gli studiosi Carlo De Simone e Mario Lombardo, affermano infatti che soltanto il toponimo "Taras" è in alfabeto greco. Dietro questa scoperta quindi, si nasconde la data di quella che fu certamente la prima lingua tarantina con tutte le sue peculiarità linguistiche, cioè quelle di tipo lessicale, morfologico, fonetico e di intonazione.
La mappa dimostra anche come gli antichi Greci fossero interessati alla rappresentazione di aree geografiche prima ancora dei Romani, e quindi la scoperta ripropone agli storici il problema di riconsiderare gli inizi dell'antica cartografia. Infatti la maggior parte delle mappe classiche esistenti sono romane e sono state datate a dopo la nascita di Cristo.
Le uniche fonti di cui disponiamo sono Strabone (che viaggiò per questa regione e scrisse in età augustea) e Plinio. Il primo ci conferma che esistesse una strada "sallentina" che da Taranto portava a Vereto e da qui a Otranto, e che definisce più comoda del periplo via mare. Plinio aggiunge che da Vereto si raggiunge Otranto in 19 miglia toccando Vaste. Nei secoli successivi la Vereto-Otranto passa da Castro (Castrum Minervae) come indicato sulla Tabula Peutingeriana (copia medioevale di originale romano del IV secolo).
Strabone ci dice anche che: «Coloro che non riescono a tenere la rotta (per Brindisi) poggiano a est da Saseno verso Otranto e da qui, col vento favorevole, puntano sul porto di Brindisi, oppure sbarcano e proseguono per la più breve via di terra, puntando su Rudiae, la patria di Ennio.»
Di Cavallino e Muro gli scrittori romani non fanno cenno, il che significa che i due centri furono completamente distrutti prima dell'età augustea. Essendo però state portate alla luce le mura messapiche, essi sarebbero stati centri importanti nel V secolo a.C., periodo a cui risalirebbe la mappa ritrovata.

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