domenica 8 febbraio 2026

Lazio - Lapide di Sesto Tadio

 

La lapide di Sesto Tadio (in latino Sextus Tadius Lusius Nepos Paullinus o Tadius Nepos), nota anche come lapide di San Salvatore Maggiore, è un'epigrafe latina di epoca romana alto imperiale, incisa su una lastra di marmo e conservata nell'abbazia di San Salvatore Maggiore, nel comune di Concerviano presso Rieti. L'iscrizione sulla lapide fu catalogata da Mommsen nel suo Corpus Inscriptionum Latinarum come CIL IX, 04119.
La lapide, originariamente parte - probabilmente - di un sarcofago, sepoltura di Sesto Tadio e di sua moglie Mulvia Placida, venne riutilizzata all'interno dell'abbazia di San Salvatore Maggiore, monastero fondato nel 735 d.C., durante il regno di Liutprando, da monaci franchi nel territorio del gastaldato di Rieti alle pendici del monte Letenano.
I monaci collocarono la lapide nel corridoio tra la chiesa abbaziale ed il refettorio, dove si trova attualmente, usandola come parete per la vasca di raccolta dell'acqua nella fontana alimentata dalla vicina Sorgente del Cardinale.
Nella costruzione dell'abbazia, insieme alla lapide, vennero riutilizzati altri resti di un preesistente edificio di epoca romana.
È lecito supporre che i resti su cui sorge l'abbazia fossero quelli di una villa romana e che si trattasse proprio della villa, in territorio sabino, dello stesso Sesto Tadio.
La lapide sopravvisse, nei secoli, alle devastazioni cui andò incontro, per due volte, l'abbazia: la prima volta nell'incendio dell'891 d.C. ad opera dei saraceni, quindi nel 1308 quando una rivolta dei castelli abbaziali, appoggiata dal comune di Rieti, venne seguita da razzie delle suppellettili abbaziali e dall'incendio dei codici della biblioteca e delle carte dell'archivio abbaziale.
La lapide rimase per più di dodici secoli al suo posto dove la videro monaci, chierici e umanisti che visitarono l'abbazia.
L’uso della lastra di marmo quale parete di una fontana-abbeveratoio venne descritta ancora nel 1884 da De Sanctis e nel 1914 dal cardinal Ildefonso Schuster nei loro scritti sull'abbazia di San Salvatore Maggiore.
La lapide mantenne la sua originaria collocazione fino alla fine degli anni Settanta del secolo scorso quando, versando l'abbazia in condizioni di assoluto degrado, se ne persero le tracce insieme ad altri resti e reperti.
Dopo aver acquisito da un privato i resti dell'abbazia nel 1986, il Comune di Concerviano provvide, tramite finanziamenti della Regione Lazio, ad un restauro dell'abbazia, avvenuto a partire negli anni Novanta del secolo scorso.


Al termine del restauro, nel 2004, la lapide, ovvero tutti i suoi frammenti tranne uno, venne restituita al comune di Concerviano che provvide a farla apporre all'interno dell'abbazia dove ancora oggi si mostra ai visitatori, dopo quasi tredici secoli, orfana di un frammento.
Nonostante la lapide oggi sia incompleta, se ne conosce con buona certezza l'intero contenuto grazie alle numerose trascrizioni, in gran parte concordi, che gli epigrafisti antichi hanno tramandato nelle loro sillogi epigrafiche.
Come si legge nell'ultimo rigo, l'iscrizione venne realizzata per opera di Mulvia Placida, moglie di Sesto Tadio, per sè e per il marito.
Nella epigrafe è riportato il cursus honorum, ovvero la carriera, di Sesto Tadio.
Come avviene comunemente nelle epigrafi di tipo funerario, le tappe del cursus honorum sono distinte in due gruppi: quelle della carriera senatoria e quelle della carriera municipale. In ognuno dei due gruppi le cariche sono riportate in ordine cronologico inverso ovvero dalla più recente alla meno recente.
«1 Sesto Tadio, figlio di Sesto, della Tribù Voltinia, Lusio Nepote Paullino
2 Proconsole estratto a sorte della Provincia di Creta e Cirenaica, Legato pro Pretore della Provincia d'Africa,
3 Prefetto per la distribuzione del grano, Legato pro pretore della Provincia d'Asia, Legato pro Pretore della Provincia di Macedonia,
4 Pretore candidato, Edile Curule, Questore della Provincia di Ponto e Bitinia, Tribuno Militare nella Legione
5 IIII Flavia Felix, Decemviro per la risoluzione delle liti, Ottoviro per due mandati, Quinquennale
6 Mulvia Placida, figlia di Gaio, per se e per l'ottimo marito»

Lazio - Roma, rilievo funerario di Batmalkû e del figlio Hairan

 

Il rilievo funerario di Batmalkû e del figlio Hairan è una lastra funeraria, scolpita ad altorilievo, che era stata posta a chiusura di un loculo di un defunto in una tomba non identificata delle necropoli della città di Palmira, in Siria. Si trova attualmente nel Museo delle Civiltà di Roma e vi era giunto dal Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci. Di questo rilievo, proveniente dal mercato antiquario, non è possibile identificare né la localizzazione né la tipologia della sepoltura.
L'opera è recensita nella scheda ex inv. MNAO 6011 6827 del catalogo del Museo delle civiltà e al numero MNAO001 nel catalogo del Palmyra Portrait Project dell'Università di Aarhus in Danimarca.
La lastra è una stele funeraria, in aramaico NPŠ (= io, anima; dall'ebraico nefeš); questo termine non indica solo una funzione decorativa o di semplice identificazione del luogo di sepoltura, ma è la rappresentazione dell'immagine del defunto, sicuramente presente nel loculo, a cui rimane legata l'anima e che ne permetteva il ricordo tra i membri viventi della famiglia.
La stele fu esposta per la prima volta alla fine del XIX secolo a Parigi presso la sede dell’antiquario e collezionista Félix-Bienaimé Feuardent; successivamente nel 1910, sempre a Parigi, il Conte Grigorij Sergeevič Stroganov la acquistò in una vendita, curata dallo stesso Feuardent, presso l'antiquario Hofmann.
Tornato a Roma, il conte Stroganov la colloca nella Sala dei Marmi del suo Palazzo romano in via Sistina.
Nello stesso anno, Stroganov muore a Parigi senza lasciare un testamento; Il console russo a Roma, Georgij Parmenovič (Paramonovič) Zabello istituisce una commissione per l'assegnazione e la distribuzione delle sue opere. Lo affiancano in questo lavoro funzionari del consolato e, in qualità di esperto e in rappresentanza del Ministero della pubblica istruzione, Antonio Muñoz, storico dell'arte, amico personale e consigliere del Conte. La distribuzione viene realizzata basandosi su note manoscritte del defunto e sulle testimonianze del suo personale di servizio. La dispersione della collezione, conosciuta anche oltre i confini della città di Roma, ha rappresentato all'epoca un'ingente perdita per il patrimonio culturale della città e per l'Italia intera e suscita aspre polemiche.
In pochi anni tutta la collezione viene smembrata. Infine, nel febbraio del 1921, la Principessa Marija Grigor'evna Scherbatova, figlia del Conte, in qualità di tutrice dei propri figli, indicati nei documenti semplicemente come eredi Stroganoff, vende all'antiquario Giuseppe Sangiorgi gli ultimi pezzi. Rimasta ancora nella residenza del Conte, la stele passa allora nella collezione di Antonio Muñoz; infine alla morte di quest'ultimo, nel 1960, i suoi eredi la vendono alla stessa casa Sangiorgi.
Nel 1971 lo Stato italiano la acquista  e la destina alle collezioni del Vicino Oriente del Museo nazionale d'arte orientale Giuseppe Tucci situato nel Palazzo Brancaccio in Via Merulana a Roma. Al momento dell'acquisizione il funzionario restauratore del museo, Enzo Pagliani, la sottopone ad analisi di laboratorio, che ne accertano l'originalità delle colorazioni.
Nel 2016 viene creato il Museo delle Civiltà, istituto dotato di autonomia speciale con sede all'EUR, destinato a contenere, accanto ai musei già presenti nei palazzi situati intorno al Piazzale Guglielmo Marconi anche il Museo d'arte orientale, le cui collezioni vengono trasferite negli anni 2016-2017 nel Palazzo delle Scienze che già ospitava il Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini ed il Museo dell'Alto Medioevo.
I due personaggi rappresentati sulla stele, Batmalkû e suo figlio Hairan, appartengono alla tribù Qirda, che fa parte della élite della popolazione nella città di Palmira.
Accanto al volto di ciascuna figura un'epigrafe in lingua palmirena recita il suo epitaffio.
Batmalkû 
(la madre): è rappresentata a mezzo busto, vestita con un chitone alla moda greca; sulla testa porta un velo trattenuto da un diadema ed una forcina, fermato con un nodo stretto nella destra; il braccio sinistro è alzato a sostenere il volto con la mano, al polso un bracciale con una piccola campana.
La donna indossa diversi gioielli: un diadema, un fermaglio per fissare la tunica, orecchini, un bracciale, una collana, un anello, tutti colorati in oro.
Essa è rappresentata in posizione rigidamente frontale, i tratti sono stilizzati e leggermente incisi, l'espressione fissa e assorta, il busto è sporgente dal piano di fondo. Alcune asimmetrie del volto, che scompaiono guardando la lastra di tre quarti a sinistra, potrebbero essere correzioni prospettiche.
Il suo epitaffio recita:
'btmlkw/bt ml'/ḥbl'
Batmalkû figlia di Ml', ahimè

Il nome di Batmalkû è frequente nelle iscrizioni palmirene; una Batmalkû è citata in un'epigrafe della Tomba Ipogea dei Tre Fratelli.
Hairan 
(Erodiano, il figlio): è rappresentato come un fanciullo in piedi dietro la spalla destra della madre, nel costume tradizionale partico, una tunica con ampi pantaloni lunghi e calzari ai piedi. Tiene tra le braccia un grappolo d'uva e un uccello (colomba o tortora, ma Pollak e Muñoz nel loro catalogo lo descrivono come un pappagallo), simboli entrambi dei giochi dell'età della fanciullezza.
Il suo epitaffio recita:
'ḥyrn/br qrd'/ḥbl'
ḥyrn/figlio di qrd'/ahimè

Il nome Hairan è molto frequente nell'onomastica palmirena; è il nome palmireno di Settimio Erodiano, figlio dei regnanti di Palmira, Zenobia e Settimio Odenato.

L'archeologo danese Harald Ingholdt nella sua ricerca sulla scultura di Palmira, ha suddiviso i ritratti funerari palmireni in tre gruppi distinti per periodo (nell'arco temporale che va dalle prime produzioni intorno al 50 a.d., fino al 273, fine del regno di Zenobia, nell'anno del saccheggio e della distruzione della città ad opera dell'imperatore Aureliano), sulla base di alcune caratteristiche principali dei ritratti (genere, professione e abbigliamento). La stele di Batmalkû, per le sue caratteristiche, si colloca nel III periodo (dal 200 al 273 a.d.)

Emilia Romagna - Ripostiglio di asce di Savignano sul Panaro

 

Il Ripostiglio di asce di Savignano sul Panaro è un deposito archeologico composto da 96 asce in bronzo databili all'Antica età del bronzo. Il ripostiglio fu rinvenuto nel 1864 a Savignano sul Panaro, nei pressi di Modena, ed è oggi conservato in diverse sedi, anche se il nucleo principale rimane esposto presso il Museo civico di Modena.
In Italia sono noti circa 60 ripostigli riferibili alla fase più antica dell’età del bronzo (2200-1650 a.C.), quella a cui appartiene anche il ripostiglio di Savignano sul Panaro, composto da 96 asce in bronzo “a margini rialzati” che potevano essere utilizzate come armi o come utensili da lavoro. La scoperta del ripostiglio avvenne nel 1864 nel campo detto “Lovara”, all’interno del podere “Mambrina” di Savignano, durante lavori agricoli e fu comunicata all’archeologo Arsenio Crespellani, che ne diede una accurata descrizione corredata anche da un disegno che riproduceva la collocazione delle asce nel terreno. Grazie a questa precisa documentazione sappiamo che le 96 asce si trovavano 35-40 centimetri al di sotto della superficie del suolo agricolo e che erano disposte in file sovrapposte, sistemate alternando la posizione del taglio in modo da sfruttare efficacemente lo spazio all’interno di una cassetta, probabilmente di legno, che le conteneva.
Le asce in bronzo del ripostiglio di Savignano appartengono alla classe delle “asce a margini rialzati” e sono databili al pieno Bronzo antico (circa 2000-1900 a.C.); la loro lunghezza varia da 13 a 18,6 cm e il peso va da 321 a 507 gr (valore medio 409 gr). Il peso complessivo supera i 39 kg, quindi l’intero ripostiglio costituiva per quel tempo una ingente riserva di valore.
La lega che costituisce il bronzo delle asce contiene mediamente il 2,6% di stagno, un valore abbastanza limitato, mentre il rame ha evidenziato una composizione chimica che lo differenzia da quello di origine alpina, facendone ipotizzare una diversa provenienza, forse da ambito appenninico.
Non è facile individuare da chi e perché siano state sepolte le asce di Savignano. Nelle vicinanze, all’epoca del seppellimento, non erano presenti villaggi con cui sia possibile stabilire una relazione diretta, anche se il territorio era sicuramente frequentato. Il luogo di seppellimento non sembra avere speciali caratteristiche, ma forse 4000 anni fa poteva esistere qualche particolarità naturalistica a cui le comunità dell’epoca potevano attribuire un valore sacrale. Il fatto che le asce nascoste nel terreno non siano poi state recuperate potrebbe anche far pensare alla funzione di offerta votiva.
Dopo la loro scoperta nel 1864, le asce entrarono a far parte della collezione di Arsenio Crespellani, per poi pervenire al Museo Civico di Modena. I reperti furono anche esposti, assieme a molti altri materiali del Museo Civico, all’Esposizione Italiana di Torino del 1884. La maggior parte delle asce del ripostiglio di Savignano (60) sono attualmente esposte nel Museo Civico di Modena. Nuclei minori sono presenti in altri musei italiani, tra cui principalmente il Museo delle Civiltà di Roma.

Veneto - Ripostiglio della Venera

 

Il cosiddetto ripostiglio della Venera è costituito da una ingente quantità di monete romane rinvenuta casualmente durante dei lavori effettuati a Venera, una località sita nel comune di Sanguinetto (provincia di Verona) al confine col comune di Casaleone: la località è situata nei pressi della Strada statale 10 e all'epoca romana vi sarebbe stata una villa rustica facente funzioni di residenza padronale. Il tesoro, risalente al 250-300 d.C., è stato ritrovato nella seconda metà del dicembre 1876 in quello che viene chiamato il "ripostiglio della Venera" ( non deve essere confuso con quello, anch'esso costituito di monete romane, trovato nel 1888 nel "ripostiglio di Sustinenza" situato nel comune di Casaleone ). Luigi Adriano Milani che studiò il tesoro valutò in oltre 50.000 le monete ritrovate delle quali almeno alcune migliaia sarebbero entrate in possesso di ignoti, le monete recuperate pesavano complessivamente oltre 150 kg . Le monete e gli altri oggetti ritrovati sono attualmente conservati presso il Museo civico di Verona.


Puglia - Mappa di Soleto

 

La mappa di Soleto è una presunta mappa geografica rappresentante il basso Salento antico, incisa su un frammento ceramico proveniente da un vaso di origine messapica. Datata al VI-V secolo a.C. è attualmente conservata nel museo archeologico nazionale di Taranto.
Esistono delle controversie sulla datazione di detta mappa. Il frammento ceramico è sicuramente databile al VI sec. a.C., le iscrizioni invece potrebbero essere non coeve. In effetti, secondo alcuni studi indipendenti, la mappa di Soleto sarebbe da ritenersi sicuramente falsa («the "Soleto map" [...] is surely a hoax»).
L'oggetto è stato scoperto all'interno di un grande edificio messapico il 21 agosto 2003 a Soleto (LE) dall'archeologo belga Thierry van Compernolle nel corso di scavi archeologici, e testimonia le relazioni esistenti tra gli iapigi, i messapi ed i Greci nel V secolo a.C., non sempre approfondite dalla predominante tradizione letteraria greco-romana.
Soleto è stata sempre ricca di ritrovamenti documentati fin dal 1704, quando scavando le fondamenta di un ampliamento della chiesa matrice (dove oggi si trova l'altare di San Paolo), furono rinvenuti numerosi sepolcri messapici nelle vicinanze delle antiche mura della città. Ma i maggiori successi si sono avuti negli ultimi vent'anni da quando nel 1988 un giovane archeologo di passaggio a Soleto vide affiorare dal terreno in località Quattrare pezzi di ceramica a impasto e piramidette (pesi da telaio) messapiche. Sotto gli occhi incuriositi dei paesani che vedevano uno straniero curvarsi a raccogliere "craste" dal terreno consultando una mappa del 1948 con una ripresa aereo-fotografica dell'Istituto Geografico Militare, l'archeologo capì di trovarsi molto vicino alle vecchie mura di Soleto. Negli anni successivi furono avviate diverse campagne di scavo in collaborazione tra l'Università prima di Bruxelles e poi di Montpellier, il Comune di Soleto e la Sovrintendenza ottenendo ottimi risultati: è stato infatti individuato e documentato il tracciato nord delle vecchie mura ed anche un preesistente insediamento risalente alla fine dell'età del ferro.
Si tratta del frammento di un vaso attico smaltato di nero, un ostrakon le cui dimensioni sono di 5,9 cm per 2,9 cm, e sul quale è incisa la linea costiera della penisola salentina insieme a due toponimi greci ed undici toponimi indigeni, le cui posizioni sono indicate da punti. Si riconoscono i nomi di Taranto scritto in greco (Τάρας, Taras) e di Otranto, Nardò, Ugento, Soleto e Leuca scritti in messapico, mentre ai lati sono indicati in modo schematico il mar Ionio ed il mare Adriatico simboleggiati da sigma a quattro tratti.
Dalla scritta tagliata in due in alto a destra che corrispondente all'attuale sito di Roca Vecchia si evince che la mappa originale era più grande del frammento giunto fino a noi.
Dall'analisi epigrafica e dall'aspetto alfabetico dei toponimi trascritti sull'ostrakon, si è stabilito come l'abbreviazione del toponimo "Graxa" non sia in alfabeto greco, ma in un alfabeto greco arcaico di tipo rosso in uso a Taranto. Gli studiosi Carlo De Simone e Mario Lombardo, affermano infatti che soltanto il toponimo "Taras" è in alfabeto greco. Dietro questa scoperta quindi, si nasconde la data di quella che fu certamente la prima lingua tarantina con tutte le sue peculiarità linguistiche, cioè quelle di tipo lessicale, morfologico, fonetico e di intonazione.
La mappa dimostra anche come gli antichi Greci fossero interessati alla rappresentazione di aree geografiche prima ancora dei Romani, e quindi la scoperta ripropone agli storici il problema di riconsiderare gli inizi dell'antica cartografia. Infatti la maggior parte delle mappe classiche esistenti sono romane e sono state datate a dopo la nascita di Cristo.
Le uniche fonti di cui disponiamo sono Strabone (che viaggiò per questa regione e scrisse in età augustea) e Plinio. Il primo ci conferma che esistesse una strada "sallentina" che da Taranto portava a Vereto e da qui a Otranto, e che definisce più comoda del periplo via mare. Plinio aggiunge che da Vereto si raggiunge Otranto in 19 miglia toccando Vaste. Nei secoli successivi la Vereto-Otranto passa da Castro (Castrum Minervae) come indicato sulla Tabula Peutingeriana (copia medioevale di originale romano del IV secolo).
Strabone ci dice anche che: «Coloro che non riescono a tenere la rotta (per Brindisi) poggiano a est da Saseno verso Otranto e da qui, col vento favorevole, puntano sul porto di Brindisi, oppure sbarcano e proseguono per la più breve via di terra, puntando su Rudiae, la patria di Ennio.»
Di Cavallino e Muro gli scrittori romani non fanno cenno, il che significa che i due centri furono completamente distrutti prima dell'età augustea. Essendo però state portate alla luce le mura messapiche, essi sarebbero stati centri importanti nel V secolo a.C., periodo a cui risalirebbe la mappa ritrovata.


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