Il
Sarcofago delle Amazzoni è un grande sarcofago etrusco
databile al terzo venticinquennio del IV secolo a.C. e
conservato nel Museo archeologico nazionale di Firenze. Si
tratta di un rarissimo esempio di pittura antica, di straordinaria
freschezza anche grazie ai restauri conclusi nel 2007.
Il sarcofago venne rinvenuto a Tarquinia nel 1869 con
un altro sarcofago simile (ma senza pitture figurative) poi andato
perduto. Venne destinato dal governo sabaudo a Firenze nel 1872.
Probabilmente il manufatto venne fabbricato in Grecia e spedito in
Italia ancora semilavorato. La cassa è sicuramente greca (o meglio
della Magna Grecia) come dimostra la bianca pietra di alabastro
calcareo, di un tipo che non esiste in Etruria, e anche l'elevata
qualità pittorica della decorazione che non ha riscontri in ambito
etrusco.
Si tratta di un sarcofago di tipologia architettonica, riproducente
un tempietto, con i quattro lati decorati da pitture di artisti
greci. La cassa è piuttosto semplice, a forma di parallelepipedo con
le facce lisce, ricavato da un unico blocco di marmo dell'Asia
Minore.
Forse l'intero coperchio a spiovente venne realizzato in Etruria,
come sembrano suggerire i bassorilievi sui frontoncini laterali con
il mito di Atteone sbranato dai cani, tipica del mondo
etrusco. Anche l'acroterio centrale a forma di testa sporgente
trova riscontri nell'ambito della produzione etrusca. Gli acroteri
laterali sono protomi umane.
Sul
sarcofago si trovano due iscrizioni in lingua etrusca: una
grande sullo spiovente del coperchio riporta il nome della defunta
"Ramtha Huzcnai" (TLE^2 122); l'altra reca pure il nome con
poche aggiunte e si trova su uno dei lati lunghi della cassa. Per
realizzarle lo scriba etrusco non si preoccupò di incidere le
pitture.
I quattro lati del sarcofago sono istoriati con pitture
di Amazzonomachia, inquadrata su ciascuno entro una cornice
dipinta con pilastri dorici agli angoli su una krepis continua
con kyma dorico in prospettiva e kyma lesbio (in
alto) con fregio a ovoli. Le pitture si dispiegano sui quattro lati
con scene di lotta tra Greci e Amazzoni, raffigurate con grande
varietà: a piedi a cavallo, su carro ecc.
Le
scene sono composte organicamente in gruppi su sfondo neutro, di
colore rossastro-vinaccia, privo di qualsiasi connotazione ambientale
a parte il generico terreno. Le figure, che compongono gruppi di due
o tre in combattimento, sono caratterizzate singolarmente, in
composizioni accurate e ben studiate, che riecheggiano in alcuni casi
i rilievi del Mausoleo di Alicarnasso. I confronti con la
plastica e la ceramografia sembrano ricondurre a un ambito di pittura
tarantina.

I lati lunghi sono composti con accostamenti paratattici: uno
mostra due gruppi di due combattenti ai lati e due di tre al centro;
l'altro lato (di qualità pittorica più scadente) due quadrighe al
centro, dirette verso un gruppo centrale in movimento, secondo uno
schema di simmetria più rigida. I colori utilizzati sono
vivi e brillanti, con un chiaroscuro sia tratteggiato sia fluido che
ha il suo vertice sul lato con l'iscrizione: qui segue principi più
organici, mentre sugli altri lati è più casuale.
L'Amazzone centrale a cavallo è di particolare finezza, con le
parti nude in scorcio con tenui sfumature coloristiche. La forte
tensione drammatica riecheggia i grandi cicli pittorici greci della
metà del IV secolo a.C.
L'artefice e la sua bottega dovevano essere di cultura ellenica, ma
non greci, a causa di alcuni piccoli dettagli di tradizione italica,
in particolare le bardature dei cavalli. Forse erano dell'Italia
meridionale, magari di formazione tarantina, emigrati in
Etruria, ivi operanti e fortemente influenzati dalla tradizione
iconografica che vi si era da tempo creata riguardo al tema greco
dell’Amazzonomachia.