domenica 11 gennaio 2026

Toscana - Firenze, MAN, sezione romana

 

Fra le opere più interessanti il bronzo dell'Idolino di Pesaro, statua di giovinetto alta 146 centimetri, copia romana di un originale greco-classico che fu trovata in frammenti al centro di Pesaro nell'ottobre 1530 in quella che era una residenza patrizia e che arrivò a Firenze nel 1630 come eredità e dono di nozze di Vittoria Della Rovere; questa scultura, dal basamento rinascimentale, ispirò molti artisti del periodo del Cinquecento e oggi ha trovato una suggestiva collocazione al termine della galleria del secondo piano.
Interessante è il torso di Livorno, calco romano di un originale greco del V secolo a.C.
Di grande realismo è la testa bronzea del cosiddetto Treboniano Gallo, opera tarda del III secolo.
Altre sale ospitano accanto a materiali decorati etruschi, lucerne, pesi e basi romani. Notevole è anche la collezione dei cammei romani collezionati dai Medici e dai Lorena, da poco allestita nel Corridoio di Maria Maddalena.

Toscana - Firenze, MAN, sezione etrusca

 

Situata al primo piano, subì gravi danni durante l'alluvione di Firenze del 1966. Il restauro dei reperti ha occupato tutto il quarantennio successivo ed oggi, dal 2000 circa, è stato completato, anche se rimangono ancora da riformulare gli allestimenti di numerose sale.
Il pezzo forte della collezione è senza dubbio la Chimera d'Arezzo, una delle più famose opere della civiltà etrusca (IV secolo a.C.), un plastico bronzo raffigurante la mitica fiera leonina, che fu restaurata da Francesco Carradori nel 1785, il quale ricostruì la coda serpentina che mordeva la testa di capra sul dorso, mentre entrambe avrebbero dovuto rivolgersi minacciose verso l'osservatore. Fu trovata in un campo vicino ad Arezzo nel 1553 e presentata a Cosimo I dal Vasari. Sulla zampa anteriore destra presenta un'iscrizione.
La chimera si trova oggi esposta in una saletta (affrescata da Filippo Tarchiani) vicino al altri bronzi celebri, in particolare a un altro capolavoro del museo, la statua a tutto tondo dell'Arringatore (I secolo a.C.), ritratto del nobile etrusco Aule Meteli con la toga romana, mentre alza il braccio verso l'osservatore e l'ipotetica folla, venuto alla luce nel 1566 a Pila, nei pressi del lago Trasimeno. Nella medesima sala si trova poi una testa di giovinetto, da Fiesole, databile al 330-300 a.C. circa. Completa la sezione il bronzo della Minerva d'Arezzo, originale capolavoro etrusco di ispirazione greca, oggetto di recenti studi e analisi.
Gran parte degli altri reperti riguarda soprattutto la scultura funeraria, in particolare le urnette e i sarcofagi. Tra questi ultimi spiccano l'urna in alabastro chiamata del Bottarone, dal nome del sito di ritrovamento vicino a Città della Pieve, con due figure scolpite di uomo sdraiato e donna seduta, di notevole effetto plastico e con tracce di policromia originale; il sarcofago dell'obeso (II secolo a.C.) e quello 77977, in alabastro, con il defunto recumbente sul kline a spalliera e scena dei Galati che saccheggiano il santuario di Apollo a Delfi (210 a.C. circa), entrambi da Chiusi.


Il sarcofago di Larthia Seianti (II secolo a.C.) è in terracotta con eccezionali tracce di policromia e proviene da Chiusi: rappresenta una donna patrizia di alto rango, sdraiata sul triclinio che con un gesto della mano si aggiusta il velo sulla testa. Vicino è esposta anche un'urna destinata a contenere le ceneri di due defunti, con un defunto e il demone dell'oltretomba Vanth, scolpita in pietra fetida e rinvenuta a Chianciano Terme.
Rarissimo è poi anche il Sarcofago delle Amazzoni (IV secolo a.C.), di marmo greco, dipinto sui quattro lati da pitture di notevole freschezza realizzate da un pittore tarantino, ed esportato in Etruria (Tarquinia) dove vennero aggiunte le iscrizioni con il nome della defunta. Numerose sono le urnette cinerarie di età ellenistica (sala IX e X) in terracotta e alabastro, provenienti da Chiusi e Volterra (urnetta con scena di banchetto).
Nella sala successiva cippi e urnette in pietra fetida, decorati da bassorilievi che illustrano i rituali funebri (Chiusi, VI-V secolo a.C.); da Tuscania e Bolsena arrivano i due leoni funerari (IV e VI secolo a.C.); da Norchia parte di un frontone di una "tomba a tempio" d'età ellenistica, rara tipologia tombale attestata a Norchia da due soli esemplari ancora in situ. Sempre da Chiusi proviene la Mater Matuta etrusca, riportata al museo nel 2017 dopo un ulteriore restauro
Nel corridoio le vetrine ospitano numerosi bronzetti votivi etruschi, di uso disparato, divisi per tipologia. In una piccola sala sono esposti gli specchi etruschi decorati a bulino, armi, elmi e corazze.
Nel giardino sono state ricomposte, con materiali il più possibile originari, alcune tombe etrusche, fra le quali spicca la Tomba Inghirami di Volterra, con le urne in alabastro originarie.


Toscana - Firenze, MAN, sezione greca

 

La collezione di ceramiche attiche è molto vasta e comprende numerose vetrine al secondo piano. Per lo più i pezzi provengono da tombe etrusche o da collezioni private acquistate oppure sono frutto di scambi ottocenteschi con la Grecia, in particolare con Atene (luogo di produzione della maggior parte dei reperti) e Rodi, e risalgono al periodo tra il VI e il IV secolo a.C.
Fra i vasi più importanti il cosiddetto Vaso François, dal nome dell'archeologo che lo scoprì nel 1844 in una tomba etrusca a fonte Rotella, vicino a Chiusi, un grande cratere a figure nere firmato dal vasaio Ergotimos e dal pittore Kleitias, che riporta una serie impressionante di racconti della mitologia greca su sei file di figure, datato attorno al 565 a.C.
Altre opere notevoli sono le coppe dei Piccoli Maestri (560 a.C.|560-540 a.C.) così denominate dal miniaturismo dei ceramografi che le dipinsero, e due hydriai a figure rosse con miti di Afrodite e Adone e di Afroite e Faone, attribuite al celebre pittore di Meidias (410 a.C.|410-400 a.C.), ritrovate in una tomba a Populonia.
Tra le sculture i due kouroi dell'Apollo e dell'Apollino Milani (VI secolo a.C.) dal nome del primo direttore del Museo. Importantissimi sono anche il torso d'Atleta forse dal mare di Livorno (rarissimo esempio di calco romano di un'opera greca del V secolo a.C.) e la grande Testa Equina in bronzo del tardo IV sec. a.C. (detta testa Medici Riccardi dalla primitiva collocazione nel palazzo Medici Riccardi), frammento di una statua equestre che ispirò Donatello in due celebri monumenti di Padova e Napoli. Nelle stesse sale in cui sono esposti i due kouroi arcaici in marmo, si trovano altre opere scultoree greche, grandi e piccole, di analoga importanza.

Toscana - Firenze, MAN, Pisside della Pania

 


La Pisside della Pania è un'opera in avorio della fine del VII secolo a.C., proveniente dalla tomba della Pania di Chiusi e conservata nel Museo archeologico nazionale di Firenze.
L'opera è uno degli esemplari più importanti della lavorazione dell'avorio da parte degli etruschi, assieme a soli due altri esemplari da Chiusi e uno da Cerveteri. Si tratta di un cilindro cavo (una sezione di una zanna di elefante), alto 22 cm, e decorato da fasce orizzontali, separate da fasce minori con motivi vegetali scolpiti (palmette e fiori di loto variamente intrecciati) e due fasce medie ai bordi con fiori di loto dritti e rovesci.
La fascia superiore presenta due miti dell'Odissea, inframezzati da una sfinge: la Nave di Ulisse e Scilla (un mostro pisciforme con tre lunghi colli con teste di cani) e la Fuga di Ulisse e i suoi compagni dall'antro di Polifemo. La seconda fascia presenta il motivo consueto della partenza e congedo del guerriero sul carro, seguito da opliti, che fanno un cenno di saluto e da donne piangenti (con lunghe trecce e le braccia al petto); seguono un guerriero senza scudo in atto di danza funebre e un cavaliere. La terza fascia è decorata da belve e mostri legati a motivi orientalizzanti, tra i quali si trovano un cavaliere e un centauro. Nell'ultima fascia ci sono altri animali vieti.
Lo stile della pisside è meno monumentale degli avori riferibili al periodo precedente, ma è più vivacemente narrativo.



Toscana - Firenze, MAN, Sarcofago delle Amazzoni

 

Il Sarcofago delle Amazzoni è un grande sarcofago etrusco databile al terzo venticinquennio del IV secolo a.C. e conservato nel Museo archeologico nazionale di Firenze. Si tratta di un rarissimo esempio di pittura antica, di straordinaria freschezza anche grazie ai restauri conclusi nel 2007.
Il sarcofago venne rinvenuto a Tarquinia nel 1869 con un altro sarcofago simile (ma senza pitture figurative) poi andato perduto. Venne destinato dal governo sabaudo a Firenze nel 1872. Probabilmente il manufatto venne fabbricato in Grecia e spedito in Italia ancora semilavorato. La cassa è sicuramente greca (o meglio della Magna Grecia) come dimostra la bianca pietra di alabastro calcareo, di un tipo che non esiste in Etruria, e anche l'elevata qualità pittorica della decorazione che non ha riscontri in ambito etrusco.


Si tratta di un sarcofago di tipologia architettonica, riproducente un tempietto, con i quattro lati decorati da pitture di artisti greci. La cassa è piuttosto semplice, a forma di parallelepipedo con le facce lisce, ricavato da un unico blocco di marmo dell'Asia Minore.
Forse l'intero coperchio a spiovente venne realizzato in Etruria, come sembrano suggerire i bassorilievi sui frontoncini laterali con il mito di Atteone sbranato dai cani, tipica del mondo etrusco. Anche l'acroterio centrale a forma di testa sporgente trova riscontri nell'ambito della produzione etrusca. Gli acroteri laterali sono protomi umane.
Sul sarcofago si trovano due iscrizioni in lingua etrusca: una grande sullo spiovente del coperchio riporta il nome della defunta "Ramtha Huzcnai" (TLE^2 122); l'altra reca pure il nome con poche aggiunte e si trova su uno dei lati lunghi della cassa. Per realizzarle lo scriba etrusco non si preoccupò di incidere le pitture.
I quattro lati del sarcofago sono istoriati con pitture di Amazzonomachia, inquadrata su ciascuno entro una cornice dipinta con pilastri dorici agli angoli su una krepis continua con kyma dorico in prospettiva e kyma lesbio (in alto) con fregio a ovoli. Le pitture si dispiegano sui quattro lati con scene di lotta tra Greci e Amazzoni, raffigurate con grande varietà: a piedi a cavallo, su carro ecc.
Le scene sono composte organicamente in gruppi su sfondo neutro, di colore rossastro-vinaccia, privo di qualsiasi connotazione ambientale a parte il generico terreno. Le figure, che compongono gruppi di due o tre in combattimento, sono caratterizzate singolarmente, in composizioni accurate e ben studiate, che riecheggiano in alcuni casi i rilievi del Mausoleo di Alicarnasso. I confronti con la plastica e la ceramografia sembrano ricondurre a un ambito di pittura tarantina.
I lati lunghi sono composti con accostamenti paratattici: uno mostra due gruppi di due combattenti ai lati e due di tre al centro; l'altro lato (di qualità pittorica più scadente) due quadrighe al centro, dirette verso un gruppo centrale in movimento, secondo uno schema di simmetria più rigida. I colori utilizzati sono vivi e brillanti, con un chiaroscuro sia tratteggiato sia fluido che ha il suo vertice sul lato con l'iscrizione: qui segue principi più organici, mentre sugli altri lati è più casuale. L'Amazzone centrale a cavallo è di particolare finezza, con le parti nude in scorcio con tenui sfumature coloristiche. La forte tensione drammatica riecheggia i grandi cicli pittorici greci della metà del IV secolo a.C.
L'artefice e la sua bottega dovevano essere di cultura ellenica, ma non greci, a causa di alcuni piccoli dettagli di tradizione italica, in particolare le bardature dei cavalli. Forse erano dell'Italia meridionale, magari di formazione tarantina, emigrati in Etruria, ivi operanti e fortemente influenzati dalla tradizione iconografica che vi si era da tempo creata riguardo al tema greco dell’Amazzonomachia.


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