domenica 29 giugno 2025

Trentino/Alto Adige - Museo delle palafitte del lago di Ledro

 

Il Museo delle palafitte del lago di Ledro è una sezione del MUSE che si trova a Molina di Ledro, sulla costa orientale del Lago di Ledro. Nel 2011, il sito è stato proclamato Patrimonio dell’UNESCO.
Oltre alle palafitte sono visibili oggetti di uso comune di 4000 anni fa.Le palafitte, risalenti all'età del bronzo furono scoperte nel 1929 in seguito ad un abbassamento temporaneo del livello dell'acqua, per la costruzione di una centrale idroelettrica a Riva del Garda. Furono effettuati degli scavi ma in seguito il livello dell'acqua fu rialzato e questi furono interrotti. Tra il 1936 e il 1937 ci fu una grande siccità, il livello dell'acqua si abbassò nuovamente e i lavori di scavo ripresero, a cura della soprintendenza e dell'Università degli Studi di Padova. In seguito ad occuparsi dei lavori fu il Museo tridentino di scienze naturali.
Il museo delle palafitte è nato tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta.

Trentino/Alto Adige - Lago di Loppio



Il lago di Loppio (Äppl-See, Löppel-See o Loppl-See in tedesco, Lac de Lopi in dialetto trentino) si trova nel Trentino meridionale, a 224 m s.l.m. La zona, lunga 1,870 km, larga 0,480 km, profonda 4 m, con una superficie di 600000 m². Non è più un lago dopo la costruzione della galleria Adige-Garda se non in occasione di anni particolarmente piovosi, ma rimane un'importante zona umida. Nel 1439 il lago di Loppio fu teatro della galeas per montes, una memorabile impresa di ingegneria militare compiuta dalla Repubblica di Venezia, che vi fece transitare una piccola flotta diretta al lago di Garda scendendo a Torbole.
Dopo il disastro ambientale avvenuto nel 1956, quando venne prosciugato e mai più riempito in seguito allo sprofondamento della falda freatica durante i lavori per la costruzione della galleria Adige-Garda, l'ambiente si è consolidato divenendo palude ed è frequentemente invaso da abbondanti quantità di acqua in particolari momenti di piovosità intensa. Il lago è la più estesa area palustre della provincia autonoma di Trento. A occidente sorge il piccolo centro abitato di Loppio, con l'importante villa quattrocentesca della famiglia Castelbarco e la vicina chiesa del Nome di Maria con la torre campanaria che porta ancora le tracce dei colpi di artiglieria della prima guerra mondiale. Il 19 ottobre 1987 l'area è stata dichiarata zona protetta col provvedimento della giunta provinciale trentina n. 11130 (modif. delib. 20.12.1996, n. 17031.
Il lago di Loppio è conosciuto come biotopo tutelato e anche come importante sito archeologico. Fin dal 1900 vi sono stati ritrovamenti che documentano la presenza di antichi abitanti sull'isola di Sant'Andrea, situata nel sito di ricerca: frammenti di vasellame di età romana e resti di una sepoltura con corredo funebre.
L'indagine archeologica ha suddiviso il lago in tre settori:
Settore A, lato Nord-orientale dell'isolotto
Settore B, nell'area meridionale
Settore C, zona centrale e punto più elevato dell'isola
Settore A

Nella zona settentrionale dell'isola di Sant'Andrea sono state rinvenute tracce di capanne in legno e altri materiali deperibili databili intorno al V-VI secolo d.C. Sul terreno sono visibili strati di ceneri, focolari e buche. Accanto alle capanne sono stati trovati resti di mura appartenenti a piccoli edifici non ancora datati. Sono stati individuati poi edifici risalenti alla prima metà del VI secolo e dell'inizio del VII. Le loro piante sono di forma rettangolare e trapezoidale e si estendono su una superficie tra i 45 e i 60 m². L'edificio nel settore è rivolto verso il lago. I materiali rinvenuti all'interno ipotizzano un uso strettamente domestico. È presente inoltre una tomba con la sepoltura di un feto o di un nato prematuro all'interno di un contenitore in terracotta. Questa sorta di tomba era molto diffusa tra i popoli del Mediterraneo e nel VI e VII secolo era in uso anche presso l'area di dominazione bizantina. La sepoltura di Loppio è la prima del suo genere a essere scoperta nell'area alpina orientale.

Settore B

Nel sud dell'isola, come è avvenuto per la zona A, nuove costruzioni solide in muratura, dalle pareti in pietre e ciottoli di diversa misura e materiale, hanno sostituito le più primitive casupole in legno. I muri sono ottenuti ponendo in modo irregolare massi vari, poi legati con malta di calce grossolana. Le nuove abitazioni piano piano hanno sostituito completamente la capanne, inglobandone gli edifici.



Settore C

La zona centrale dell'isola è costituita dalla cosiddetta "area sacra", cioè dalla chiesa di Sant'Andrea e dalla sua necropoli. La chiesa romanica risale sicuramente ad un'epoca successiva rispetto alla necropoli, in quanto quest'ultima è stata scoperta sotto i resti dell'edificio. Qui sono state riconosciute varie tombe, ma prive del loro corredo, tra le quali una tomba cappuccina e i resti di un'altra a cassa laterizia e poi di una terza, formata da un pozzetto quadrangolare con i lati in muratura.
Sono state condotte più ricerche sull'edificio religioso attraverso documenti e lo studio stratigrafico. Di una cosa si è sicuri: l'abbandono della costruzione è precedente al XVI-XVII secolo, come testimonia un'edicola quadrifronte, che si trova sopra i suoi strati di distruzione.
Tra i resti portati alla luce vi sono materiali che testimoniano uno scenario di vita quotidiana antica movimentato per la presenza di oggetti provenienti dall'esterno come frammenti di anfore orientali e africane. Presumibile quindi una rete di scambi commerciali d'ampio raggio. I reperti dimostrano che i gruppi familiari che vivevano sull'isola erano dediti all'allevamento, alla pesca e all'agricoltura. Il sito ha restituito anche varie monete. Oltre alle più diffuse in bronzo del III-IV secolo, pure rare frazioni di silique in argento di epoca bizantina. 

Trentino/Alto Adige - Cultura di Luco-Meluno



La cultura di Luco-Meluno (XIII secolo a.C. - VII secolo a.C.), in tedesco Laugen-Melaun-Kultur, è una facies archeologica che si sviluppò tra l'età del bronzo e la prima età del ferro nell'area alpina del Trentino, Alto-Adige, e nell'Engadina. Il termine venne coniato nel 1927 da Gero von Merhart, inizialmente comprendeva solo Meluno (Melaun), una località presso Bressanone.
La cultura di Luco-Meluno confinava a nord con la facies hallstattiana orientale, e a sud con la cultura atestina o paleoveneta, «due grandi sfere culturali, che, durante i primi secoli dell'età del Ferro, giocarono certamente un ruolo importante nell'influenzare le scelte di gusto della società alpina protoretica.» Cronologicamente, la cultura di Luco-Meluno viene seguita dalla cultura di Fritzens-Sanzeno (VI secolo a.C. - I secolo a.C.) della seconda età del ferro, identificata con il popolo dei Reti, con la quale mostra dei fenomeni di continuità.
La brocca di Luco di Villandro, conservata nel Museo archeologico dell'Alto Adige di Bolzano, rappresenta un tipico esempio di questa cultura: essa possiede un beccuccio triangolare, una decorazione esterna a scanalature, ed un'altezza di 18,3 cm; accanto al manico sono presenti due appendici a forma di corno.
Sempre presso Villandro è stato ritrovato un luogo utilizzato per roghi votivi (Brandopferplatz) rimasto in uso per secoli sino all'età del ferro.




Trentino/Alto Adige - Sotciastel

 


Sotciastel è un maso nel comune di Badia in Alto Adige alla quota di 1.404 m s.l.m., che sorge su un promontorio panoramico che separa la bassa dall'Alta Val Badia nei pressi del quale è stato ritrovato nel anno 1989 un villaggio fortificato dell'età del bronzo. Uno dei primi esempi di insediamento permanente nell'intera area dolomitica, la cui scoperta fu sorprendente visto soprattutto la precedente convinzione che le valli ladine fossero state popolate in modo permanente solo all'indomani dell'invasione romana. Scoperto nell'estate del 1989 e subito sottoposto a una meticolosa investigazione archeologica.
Il sito ricopre un'area di 2.500 metri quadri. La sua fondazione risale all'incirca attorno alla fine del XVIII secolo a.C. Dagli artefatti rinvenuti si intuisce una fervente attività di produzione di vasellame e della lavorazione del metallo in tutte le sue fasi, oltre che una scarna agricoltura, ma una massiccia pastorizia sia bovina che ovina e conseguente lavorazione della lana. La sua funzione come centro di passaggio è anche sottolineato dalla fortificazione che circonda l'abitato. Gli studiosi ritengono che l'abitato ospitasse una popolazione variabile a seconda dei periodi tra le quindici e le trenta unità, numero ridotto ma notevole se si pensa all'elevata altitudine del sito.
Sotciastel condivide alcune caratteristiche con importanti siti della Valle Isarco, non solo morfologiche, ma soprattutto materiali. Questi sono i siti di Albanbühel, Nössing e Laion. Con questi condivide la struttura e il tipo di ubicazione. Tali siti si configurano in posizioni fortificate artificialmente e naturalmente a controllo di un ampio territorio nei pressi di importanti vie di transito. Questo ci porta a concludere che ci fosse una certa unitarietà nella tipologia dell'insediamento. Ma la rarità stessa di questi siti potrebbe indicare la scarsa densità demografica di queste vallate.
I reperti ritrovati purtroppo non danno nessun'informazione riguardo alle tradizioni o alla religione di questi abitanti. Non sono nemmeno state ritrovate sepolture. Ma i reperti trovati presentano delle caratteristiche uniche tanto da portarci a supporre che si tratti, se non di una cultura indipendente, una subcultura, con elementi unici, della facies dominante di quell'area durante il Bronzo Finale ossia la cultura di Luco-Meluno.
Il toponimo Sotciastel ("sotto al castello" in lingua ladina) suggerirebbe la presenza di una fortificazione in epoca antica o alto medievale; pur mancando dei riferimenti certi, si è ipotizzato che questa costruzione dovesse rivolgersi alla sottostante Bassa Val Badia, sorgendo in un punto in cui (come pure il castelliere dell'età del Bronzo) si dominano sia l'Alta che la Bassa Val Badia. Il toponimo Subtus Castelle ci risulta fin dal XIII secolo.

Trentino/Alto Adige - Basilica paleocristiana del Doss Trento

 

La basilica paleocristiana del Doss Trento era un antico luogo di culto cristiano ubicato sulla sommità del Doss Trento, sovrastante la città di Trento. Di essa rimane solo parte della base delle mura.
I ruderi della chiesa erano ancora visibili in alzato nell'Ottocento (vennero notati da Benedetto Giovanelli, che li interpretò come resti di un tempio pagano); essi vennero riscoperti nel 1900, e riportati completamente alla luce nel primo dopoguerra, sotto la direzione della neonata Regia Soprintendenza all'Arte medievale e moderna in Trento.
La funzione del complesso non è del tutto chiara; potrebbe essere nato come struttura monumentale e memoriale, e poi ampliata a scopo liturgico; non è però da scartare l'ipotesi di un luogo di culto con spazi separati per i fedeli di dottrine diverse, cristiani ortodossi di rito romano e cristiani ariani (la cui presenza è documentata in città nel VI e VII secolo); o alternativamente, come pensò Nicolò Rasmo, riservato ai soli ortodossi, mentre agli ariani sarebbe stata ceduta la chiesa di Sant'Apollinare. Giuseppe Gerola ipotizzò che il complesso potesse essere la prima cattedrale di Trento (comparandola a quella di Sabiona e a quanto si pensava allora della chiesa di San Pietro in Castello di Verona); infine, è stata avanzata anche l'ipotesi che potesse essere un luogo di culto di pertinenza di un castrum urbano.
Il sito archeologico si trova sulla parte sommitale del Doss Trento, circa a metà strada tra il museo nazionale storico degli Alpini e il mausoleo di Cesare Battisti.


Dai resti, si può dedurre che la basilica fosse costituita da due aule parallele e distinte, orientate ad est ed entrambe terminanti con un'abside semicircolare, affiancate da altre strutture dalla natura più incerta.
L'aula più a sud, di cui ci è giunto il perimetro completo, era lunga circa trenta metri e larga dieci, con le fiancate intervallate da lesene esterne e forse con un atrio o un portico a precedere la facciata. Appena prima dell'abside la struttura era tagliata da un transetto. Agli angoli tra il transetto e l'abside erano appoggiate altre due strutture quadrangolari, dalla funzione sconosciuta (forse dei pastoforia, oppure mausolei funebri di personalità importanti). Il presbiterio (in cui si trovava un'altra struttura quadrangolare, forse un podio) era chiuso su tutto il perimetro da una recinzione in pietra scolpita, databile tra il VIII e il IX secolo, di cui alcuni frammenti sono conservati presso il castello del Buonconsiglio.

Dell'aula più a nord, forse aggiunta più tardi, è rimasta solo la parte presbiteriale e absidale; larga otto metri, anch'essa era fiancheggiata ai lati da ambienti aventi forse funzione sepolcrale. L'aula doveva essere pavimentata con un mosaico a riquadri geometrici, con motivi a intreccio. Del mosaico è sopravvissuto un frammento (anch'esso custodito al Buonconsiglio) proveniente dal presbiterio, che raffigura un grande vaso ansato affiancato da cespi d'acanto e uccelli (simboli dell'albero della vita e dell'acqua, segno di rinascita nella fede in Cristo). Sul frammento è presente anche un'iscrizione con dedica ai santi Cosma e Damiano, nella quale sono citati anche l'offerente (tal Laurentius cantor) ed Eugippio, che fu vescovo di Trento circa tra il 530 e il 540.


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