domenica 19 aprile 2026

SPAGNA - Madrid, Pyxis di Zamora




La Pyxis di Zamora è una pyxis, ossia una scatola cilindrica, scolpita in avorio e risalente al X secolo, quando gran parte della penisola iberica si trovava sotto il controllo del califfato di Cordova. Attualmente è conservata presso il Museo archeologico nazionale di Spagna, a Madrid.
La pisside fu commissionata dal califfo omayyade al-Hakam II nel 964 per la sua concubina Subh, in seguito moglie prediletta e madre del futuro califfo Hisham II. L'avorio utilizzato è direttamente collegato alle botteghe e ai laboratori della città di Madinat al-Zahra'. L'oggetto, concepito per contenere cosmetici, gioielli o boccette per profumi, ben rappresenta la sofisticatezza della classe dirigente del califfato di Cordova. Durante tale periodo, nel fiorente contesto intellettuale cordovano, la dinastia umayyade di al-Andalus era in forte competizione con quella abbaside di Baghdad: gli Omayyadi, infatti, tentavano di restaurare la loro autorità e ottenere nuovamente il controllo del califfato - che durante l'età omayyade aveva Damasco come capitale. A Cordova, gli Omayyadi promossero opere architettoniche notevoli e la produzione di numerosi beni di lusso, tra cui tessuti e intagli in avorio, come nel caso della pyxis di Zamora. L'iconografia scelta per la decorazione di molte delle pyxides dell'epoca puntava a rafforzare l'idea della superiorità politica degli Omayyadi sugli Abbasidi.
Nel 962, la nascita del legittimo erede Abd al-Rahman - che aveva ereditato il suo nome dal nonno Abd al-Rahman III e morì in tenera età nel 970 - fu celebrata non soltanto nella letteratura e nella poesia, ma anche nelle arti figurative. L'iscrizione araba che si legge intorno al coperchio della pisside difatti afferma: "La benedizione di Allah sull'Imam, il servo di Allah, al-Hakam II al-Mustanṣir bi-llāh, Comandante dei Fedeli. Questo è ciò che Egli ha comandato fosse realizzato per la nobile donna, la madre di Abd al-Rahman, sotto la direzione di Durri al-Saghir nell'anno 353 (964 nel calendario gregoriano)".
L'intaglio dell'avorio era una pratica nota nel mondo mediterraneo, diffusasi anche prima dell'età dell'Impero romano. L'avorio era costoso a causa della distanza che divide da una parte l'Africa subsahariana e l'India, aree dove venivano procurate le zanne d'elefante, e dall'altra il Mediterraneo, dove l'avorio delle zanne veniva lavorato. Il califfato omayyade, quando conquistò la penisola iberica intorno all'VIII secolo, portò con sé la tradizione dell'intaglio delle pissidi anche in Spagna, dove non sono mai state rinvenute testimonianze di scatole o pyxides scolpite in avorio prima dell'età omayyade.
La qualità della lavorazione dei manufatti era fondamentale, considerando i costi del materiale. Tra le opere islamiche, cristiane e romane l'assenza di segni, degli utensili e degli attrezzi utilizzati, era considerata indice di buona fattura. L'incisione di piccoli oggetti come le pissidi richiedeva precisione e tempo, due fattori che contribuivano a far lievitare i costi totali. La pyxis di Zamora mostra la sua pregevolezza grazie al motivo intrecciato a rilievo profondo, nonché all'assenza di segni visibili degli attrezzi. Tali tecniche scultoree furono adoperate anche per altre pissidi dello stesso periodo, come nel caso della Pyxis di al-Mughira. Il costo e la rarità di tali scatole rendevano il loro possesso accessibile esclusivamente alla classe sovrana.
Le scatole cilindriche, come la pyxis di Zamora, venivano prodotte sfruttando la curvatura naturale e la cavità della parte più spessa della zanna di elefante. Le pissidi cilindriche erano meno soggette alla deformazione rispetto alle scatole rettangolari, grazie alla resistenza conservata dalla zanna, nella sua forma circolare. La superficie ininterrotta della pyxis permise la realizzazione di un'unica decorazione compositiva, senza alcun bordo nell'avorio. L'arabesco di tale oggetto, unitamente all'iscrizione araba presente sul coperchio (che descriveva dettagliatamente il mecenatismo e la donazione della pyxis), lascia intuire che la pisside dovesse essere ruotata tra le mani per poterne apprezzare totalmente l'artigianalità. La decorazione incoraggiava il soggetto che lo impugnava ad aprire il contenitore, poiché la ricchezza esteriore rispecchiava i preziosi materiali contenuti all'interno (prevalentemente profumi o gioielli).
La pyxis di Zamora presenta molte raffigurazioni di ali spiegate all'interno della decorazione ad arabesco. Il motivo alato acquisì popolarità primariamente nella cultura sasanide. Le ali simboleggiavano potere e religione, ed erano particolarmente diffuse nelle decorazioni delle corone e dei sigilli sasanidi. Questa scelta decorativa successivamente influenzò le arti decorative reali del periodo omayyade, con la ripetizione del motivo alato sui beni di lusso.
L'immagine del pavone è ripetuta ben quattro volte nella sezione centrale della pisside. Nel contesto della filosofia islamica, i pavoni erano visti come esseri apotropaici. Questa visione era il risultato di diverse credenze islamica sugli uccelli. Alcuni interpreti islamici ritenevano che il pavone si accoppiasse in maniera asessuata, associando il volatile alla purezza. Altre interpretazioni elaborate dai seguaci islamici della filosofia della natura ipotizzavano che i pavoni potessero rilevare il veleno. Ciò condusse all'uso medicinale delle piume dell'animale. Le leggende popolari narravano della capacità del pavone di uccidere i serpenti: in chiave religiosa, ciò alludeva alla sua capacità di allontanare le influenze maligne del demonio. Tale chiave di lettura collegò il volatile alla concezione islamica del Paradiso. L'uccello continuò ad avere una rilevanza notevole nel mondo iconografico islamico, e le immagini dei pavoni (o delle loro piume) vennero adoperate nei contesti reali, ad imitazione della tradizione persiana.
Svariate rappresentazioni di gazzelle circondano i pavoni sulla pyxis. Il significato attribuito alla gazzella affonda le sue radici nella poesia arabica preislamica, nella quale all'animale erano spesso attribuite delle proprietà magiche; il corpo esile e gli occhi spalancati, invece, venivano associati alle donne.[ In seguito gli Omayyadi continuarono a collegare le gazzelle alla femminilità e alla eleganza. Esse furono viste come prede rapide e seducenti, spesso celebrate dai cacciatori.

SPAGNA - Fonti Tamarici

 

Le Fonti Tamarici o Sorgenti Tamarici (latino: Fontes Tamarici; spagnolo Fuentes Tamáricas ) sono tre sorgenti situate dallo storico e geografo romano Plinio il Vecchio nella Cantabria classica, che dal XVIII secolo sono state individuate con la fonte di La Reana a Velilla del Río Carrión (Palencia), Spagna. Le prime notizie risalgono a Plinio, al tempo della conquista romana della Cantabria, dove si cita la particolarità del loro flusso intermittente che, quando si interrompeva, era interpretato come di cattivo presagio.
La fonte de La Reana è stata dichiarata Bien de Interés Cultural a partire dal 1961.
I Tamarici, una delle tribù dei Cantabri, abitavano la zona dal III secolo a.C. e adoravano le acque e le fonti sacre. Non è noto l'anno esatto della loro costruzione, ma è chiaro che quando l'Impero romano conquistò la Cantabria nel 19 a.C., queste fonti attiravano già l'attenzione di molti. Lo sgorgare improvviso e l'inaspettato interrompersi delle acque, accompagnato dal rumore che precede il riempimento sottoterra, doveva essere questione di rispetto e di adorazione in quel periodo. Forse furono utilizzate come bagni, lavanderia e luogo di divinazione. È stato anche suggerito che il gruppo potrebbe essere dedicato a un dio delle acque, le cui previsioni si basavano sul ciclo di riempimento e svuotamento irregolare. Nel XIII secolo è stato costruito accanto un eremo dedicato a Giovanni Battista, per cristianizzare il luogo ed eliminare tutti i rapporti con riti pagani.


Gli studi del naturalista e geografo Plinio il Vecchio sulle terre occupate dall'Impero Romano sono cruciali per la conoscenza e la posizione delle Fonti Tamarici. Nella sua Naturalis Historia (XXXI, 23-24) è dove allude alla loro particolarità: «Le Sorgenti Tamarici in Cantabria sono considerate in grado di presagire il futuro. Sono tre, separate da una distanza di otto piedi. Esse si fondono in un unico canale, generando un grande flusso. Di solito restano a secco per dodici volte al giorno e a volte fino a venti, senza lasciare tracce di acqua, mentre un'altra fonte adiacente ancora scorre senza interruzione e in abbondanza. E' considerato di cattivo auspicio quando chi vorrebbe vederle le trova a secco, come è accaduto di recente al legato Larzio Licinio dopo la sua pretura: morì sette giorni dopo la sua visita.» (Plinio il Vecchio. Naturalis historia, XXXI, 23-24)
Larzio Licinio era un grande sostenitore del lavoro di Plinio: con il suo intenso desiderio di conoscenza di nuove scoperte, ha visitato le sorgenti quando erano nella loro fase secca e morì dopo circa una settimana nel 70 della nostra era.

SPAGNA - Reccopolis

 

Reccopolis
 (spagnolo: Recópolis), situata nei pressi della piccola odierna città di Zorita de los Canes in provincia di Guadalajara, Castiglia-La Mancia (Spagna), fu una delle almeno quattro piccole città fondate in Hispania dai Visigoti.
Reccopolis venne fondata nel 578 dal re visigoto Leovigildo e chiamata così in onore del figlio Recaredo I, al fine di essere usata come sede di Recaredo stesso, nella provincia di Celtiberia, ad est della Carpetania, dove si trovava la principale capitale visigota, Toledo. In questa città, nell'VIII secolo, i visigoti si sottomisero ai musulmani in cambio della loro protezione. I Mori non distrussero la città, chiamandola Madinät Raqquba, nonostante riciclassero il materiale da costruzione per erigere una fortezza su una collina accanto alla città. La città subì un declino ed il sito venne incendiato, saccheggiato, razziato ed infine abbandonato nel X secolo. Le sue "vaste rovine" a Cerro de la Olíva rimasero dimenticate fino al XII secolo. Il suo nucleo urbano, con paralleli bizantini, è centrato su un palazzo con funzioni reali ed amministrative, connesso ad una cappella palatina.
Gli scavi archeologici svolti a Reccopolis hanno portato alla luce tracce delle mura cittadine costruite con torri ogni trenta metri, un acquedotto, quartieri residenziali e commerciali che occupano trenta ettari, mercati ed una zecca. Sulla parete occidentale si trova una sola porta d'entrata. All'interno una seconda porta permette l'accesso alla "città alta" comprendente il palazzo e la cappella, mentre la "città bassa" conteneva le case dei normali cittadini, quartieri commerciali e caserme.
Il palazzo era strutturato su due piani. Al piano inferiore si trovava una singola stanza (forse un granaio) con una base di colonne che sostenevano il piano superiore che, giudicando dai resti del pavimento, era probabilmente il piano nobile. Il soffitto era fatto a mosaico, come si usava in tempi romani. La cappella del palazzo, sostituita in seguito dalla Nuestra Señora de Recatel in stile romanico, rappresenta forse l'ultima chiesa ariana. Era costruita come una basilica, con una navata centrale separata con mura dalle laterali, che permettevano l'accesso al transetto, ma non permettevano il passaggio diretto nella navata centrale; l'abside semicircolare appariva rettangolare vista dall'esterno. Ad un profondo nartece si accedeva tramite una sola entrata centrale. Nella basilica venne scoperto un nascondiglio di monete, che permettono di datare la costruzione a prima del 580-83. Le monete permettono anche di dimostrare un certo livello culturale, con pezzi d'oro della serie merovingia, monete sueve provenienti dal regno di Galizia ed alcune raffiguranti Giustiniano II Rinotmeto, oltre ovviamente a monete della stessa Hispania visigota. A Reccopolis esisteva anche una zecca, le cui monete sono state datate al regno di Witiza del primo VIII secolo.
Il sito cittadino, di cui solo una parte è stata scavata, è protetto dal progetto Parque Arqueológico Recópolis. Nel 2007 il Museo Arqueológico Regional Alcala de Henares ha organizzato una mostra intitolata "Recópolis: un paseo por la ciudad Visigoda".

SPAGNA - Grotta di Altamira

 

La grotta di Altamira è una caverna spagnola famosa per le pitture parietali del Paleolitico superiore raffiguranti mammiferi selvatici e mani umane. Si trova nei pressi di Santillana del Mar in Cantabria, 30 chilometri ad ovest di Santander, nel nord della Spagna.
È stata inclusa tra i Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel 1985. Nel 2008 il nome del patrimonio è stato modificato da "Grotta di Altamira" in Grotta di Altamira e arte rupestre paleolitica della Spagna settentrionale in seguito all'aggiunta di 17 altre grotte.
La grotta originaria è lunga 270 metri e consiste di una serie di passaggi intrecciati e di camere. Il cunicolo principale ha un'altezza variabile dai due ai sei metri. La caverna si è formata grazie al crollo di precedenti fenomeni carsici nella roccia calcarea del monte Vispieres.
Gli scavi archeologici nel fondo della cava hanno portato alla luce ricchi depositi di arte del Solutreano superiore (circa 18.500 anni fa) e del Magdaleniano inferiore (tra i 16.500 e i 14.000 anni fa). Nel lungo intervallo di tempo fra questi due periodi di occupazione umana la grotta è stata usata solo da animali selvatici. Il sito si trova in un punto strategico per poter sfruttare la disponibilità di cibo costituito dalla ricca fauna che abitava le vallate delle montagne circostanti. Circa 13.000 anni fa una frana bloccò l'entrata della caverna, preservandone così il contenuto fino alla scoperta casuale avvenuta nel 1879 in seguito al crollo di un albero.


L'occupazione umana della grotta è stata limitata all'entrata, nonostante siano state trovate pitture per tutta la lunghezza del cunicolo. Gli artisti usarono carboncino e ocra o ematite per dipingere, spesso diluendo i colori per produrre tonalità diverse e creare così effetti di chiaroscuro; sfruttarono anche i contorni naturali dei muri per dare un'impressione di tridimensionalità ai soggetti. Il Soffitto Multicolore è l'opera più appariscente e mostra un branco di bisonti in differenti posizioni, due cavalli, un grande cervo e probabilmente un cinghiale.
La datazione di queste opere si può far risalire al Magdaleniano per quanto riguarda animali e forme astratte. Le immagini attribuite al Solutreano raffigurano invece cavalli, capre e impronte di mani. Numerose altre caverne nel nord della Spagna contengono esempi di arte paleolitica, ma nessuna di loro è qualitativamente o quantitativamente paragonabile ad Altamira.
Nel 1879 l'archeologo dilettante Marcelino Sanz de Sautuola scoprì, grazie a sua figlia María di 9 anni, le pitture sulla volta della grotta. La grotta venne poi scavata dallo stesso Sautuola e dall'archeologo Juan Vilanova y Piera dell'Università di Madrid che riportarono i risultati del loro lavoro in un notissimo studio pubblicato nel 1880, in cui facevano risalire all'età paleolitica le opere rinvenute. Gli specialisti francesi, guidati da Gabriel de Mortillet ed Émile Cartailhac, rigettarono senza appello le ipotesi di Sautuola e Piera e le loro scoperte furono ridicolizzate al Congresso preistorico di Lisbona del 1880. A causa della loro elevata qualità artistica e dell'eccezionale stato di conservazione, Sautuola venne anche accusato di truffa; un contadino locale sostenne addirittura che le pitture erano state create da un artista contemporaneo su ordine di Sautuola.
Fu solo nel 1902, dopo che altre scoperte avevano contribuito ad avallare l'ipotesi dell'estrema antichità dei dipinti di Altamira, che la società scientifica si decise a rivedere il proprio giudizio sulle scoperte dei due spagnoli. In quell'anno Émile Cartailhac ammise enfaticamente il proprio errore nel celebre articolo intitolato Mea culpa d'un sceptique, pubblicato sul giornale L'Anthropologie, mentre un altro archeologo francese, Joseph Déchelette, definì Altamira "la Cappella Sistina della preistoria". Sautuola, morto 14 anni prima, non poté assistere al trionfo delle sue teorie. Iniziarono immediatamente altri scavi, effettuati da Hermilio Alcalde del Río (1902-1904), cui seguirono quelli del tedesco Hugo Obermaier (1924-1925) e, più avanti, di Joaquín González Echegaray (1981). Nel 2008, infine, grazie al sistema di datazione uranio-torio, alcuni dipinti sono stati fatti risalire a 35.000-25.000 anni fa. Inoltre, studi recenti confermano l'ipotesi che in vari casi ci si trovi di fronte a opere "collettive" completate nell'arco di migliaia di anni.
Negli anni sessanta e settanta le pitture vennero danneggiate dall'eccesso di anidride carbonica, prodotta dal fiato dei numerosissimi visitatori. Altamira venne quindi chiusa al pubblico a partire dal 1977, per poi riaprire parzialmente nel 1982. Da allora i visitatori sono stati accettati in numero tanto ridotto che, per vedere le opere, la lista d'attesa era di almeno tre anni.
Per ovviare in qualche modo all'inconveniente, nel 2001 Manuel Franquelo e Sven Nebel hanno costruito poco distante una copia fedele della grotta e un museo. Questi permettono una vista più sicura e confortevole dei dipinti colorati della grotta principale, insieme a una selezione di altri lavori minori che comprende anche alcune sculture di facce umane non visitabili nella grotta originale,  la quale pertanto è stata definitivamente chiusa al pubblico nel 2002. Esistono altre sue copie nel Museo archeologico nazionale di Spagna, nel Deutsches Museum a Monaco di Baviera (completata nel 1964) e in Giappone, al Parque España-Shima Spain Village (completata nel 1993).

SPAGNA - Puente Mayor del Tormes

 

Il Puente Mayor del Tormes, meglio noto come ponte romano di Salamanca è un ponte sul fiume Tormes della città spagnola di Salamanca, in Castiglia e León (Spagna centrale), eretto in epoca romana, intorno al I-II secolo d.C. e parzialmente rifatto tra il XVI e il XVII secolo.Era parte della Via dell'Argento, la strada che univa Mérida ad Astorga.
L'epoca di costruzione è incerta. Secondo alcuni storici, risalirebbe al I secolo d.C., ovvero all'epoca dell'imperatore Traiano; altri lo fanno risalire all'epoca di Augusto, altri ancora all'epoca di Vespasiano. L'attribuzione all'epoca di Traiano sarebbe avvalorata dal fatto che tale imperatore fu uno dei fautori della Via dell'Argento.
Il ponte si trova in un terreno roccioso nella parte sud-occidentale del centro cittadino, nei pressi del Museo Art Nouveau y Art Déco. Il ponte misura circa 176 metri[1] in lunghezza e 3,70 metri in larghezza. È composto di 26 arcate a tutto sesto, 15 (o 11, secondo un'altra fonte) delle quali sono originali di epoca romana, mentre le restanti sono il frutto di rifacimento avvenuto tra il XVI e il XVII secolo.

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