giovedì 14 agosto 2025

SPAGNA - Mérida, Arco di Traiano

 


L'Arco di Traiano di Mérida era una porta di accesso alla antica città romana di Augusta Emerita; ha questo nome perché fino al secolo scorso si pensava fosse un arco di trionfo. L'arco è stato tradizionalmente conosciuto in città come di Traiano senza alcuna base che lo colleghi a quell'imperatore. Dal 13 dicembre 1912 è protetto come Bene di Interesse Culturale e nel 1993 l'UNESCO lo ha dichiarato Patrimonio dell'umanità come parte dell'Insieme archeologico di Mérida.
Si tratta di un arco semicircolare, che ha un'altezza di circa quindici metri, compresi i due metri della base che ora sono interrati sotto il pavimento. La luce del suo arco è di quasi nove metri e da un'estremità all'altra dei suoi contrafforti misura tredici metri. Il materiale utilizzato per la sua costruzione era il granito, con il quale venivano regolarmente tagliati grandi conci alti fino a 1,4 m. In origine queste pietre erano rivestite di marmo, come sembra indicare la serie di fori presenti nei conci.
Lo scopo della sua realizzazione, pur essendo stato oggetto di diverse interpretazioni, era quello di stabilire una tappa significativa nel tessuto urbano della città romana, aspetto che si definisce attraverso il contenuto della forma dell'arco e l'imponenza della scala con cui fu progettato. Il fatto che sia andato perduto il suo rivestimento, e con esso le iscrizioni che potrebbero documentarlo, rende molto difficile precisare il momento della sua realizzazione.
Secondo la planimetria generale di Mérida, dal punto in cui si trova l'arco si può seguire un allineamento fino al fiume Albarregas che segnerebbe il tracciato del cardo massimo, una delle due strade più importanti della città romana, ipotesi rafforzata dal ritrovamento dei resti di un'importante fogna, individuata dall'archeologo Manuel de Villena y Moziño nel XVIII secolo. Tenendo conto di questa situazione, l'arco di Traiano era considerato il limite di questo percorso, anche come porta monumentale d'ingresso alla prima cerchia muraria cittadina o un possibile arco trionfale, proposta quest'ultima che è stata avanzata per la somiglianza di questo arco agli archi di trionfo più che alle porte monumentali.
Negli scavi archeologici attorno all'arco sono stati rinvenuti alcuni bronzi, resti di sculture ornamentali e iscrizioni che suggeriscono l'esistenza di un secondo foro ad Augusta Emerita, oltre al foro situato alla confluenza del cardo e del decumano. Avrebbe il carattere di un foro provinciale, quello della Lusitania di cui Mérida era la capitale, con il suo tempio di culto imperiale e gli edifici monumentali. L'Arco di Traiano verrebbe inserito in questo complesso urbano, nel quale assolverebbe la funzione di elemento di delimitazione di spazi dai significati diversi, mentre allo stesso tempo costituirebbe l'ingresso monumentale al grande spazio chiuso rappresentato dal secondo foro della città.



SPAGNA - Mérida, Circo romano

 

Il circo romano di Mérida fu forse la prima struttura di questo tipo, costruita nella Spagna romana, al tempo dell'Imperatore romano Tiberio (nel 20 circa). Il circo fa oggi parte del sito archeologico di Mérida, ed è uno dei maggiori siti archeologici dell'intera penisola iberica, tanto che è stato dichiarato Patrimonio dell'umanità a partire dal 1993.
Il circo venne edificato nel 20 al tempo dell'Imperatore romano Tiberio, al termine di una lunga fase di guerre nella Spagna romana, culminato con le guerre cantabriche degli anni 29-19 a.C. In questa circostanza, già nel 25 a.C., la città di Emerita Augusta (il cui significato deriverebbe da emeritus, ovvero soldato congedato con onore o veterano) divenne colonia romana al tempo di Augusto, presso la quale furono inviati i nuovi veterani, delle recenti guerre cantabriche delle legioni: V Alaudae e X Gemina. La città poco dopo divenne anche la capitale del provincia romana di Lusitania. 
Il circo fu restaurato tra il 337 ed il 340, quando al potere c'erano i tre figli di Costantino I, vale a dire: Costante I, Costantino II e Costanzo II. Il Circus era posizionato a 400 metri ad est delle mura di cinta dell'antica città di Emerita Augusta. La sola arena misurava 403,75 metri di lunghezza e 96 metri di larghezza, nel complesso se si considerano le gradinate invece era lungo 440 m e largo 115 m, ben più largo di ciò che era consuetudine costruire. La distanza tra i carceres e la balaustra centrale (o "spina") era di 127 metri. La lunghezza poi dell'intera "spina" centrale era di 244 metri (larga invece 8,6 metri). La capienza complessiva dell'intera struttura sembra potesse ospitare circa 30.000 spettatori lungo le sue gradinate. La prima campagna di scavi cominciò nel 1920 e portò alla luce parte dei 12 carceres, oltre alla vicina tribuna laterale ed un arco di ingresso al circo. Gli scavi proseguirono dal 1970, portando alla luce, man mano, nuove zone della cavea per tutta la sua lunghezza fino alla curvatura finale, oltre al podio riservato alle personalità della città. Un'iscrizione rivela di un certo "Sabiniano, auriga, che riposa in pace e che visse 46 anni", forse idolo delle folle della città di Emerita Augusta.

SPAGNA - Mérida, Acueducto de los Milagros

 

L'Acquedotto dei Miracoli (in spagnolo Acueducto de los Milagros) è una costruzione di ingegneria civile per il trasporto di acqua nel bacino di Proserpina, che si trova a cinque chilometri dall'antica città di Mérida in Spagna. Tradizionalmente si è datata la sua origine nella città di Augusta Emerita, capitale della provincia di Lusitania nell'Impero Romano nel I secolo, e continuò ad essere utilizzato nei secoli a venire. L'Acquedotto fa parte dell'insieme archeologico di Mérida, dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1993.
La sua origine sembrerebbe risalire approssimativamente all'epoca della dinastia Giulio-Claudia o della famiglia dei Flavi. La città romana disponeva di tre acquedotti anteriori che fornivano acqua alla popolazione. Ciononostante, diversi studi non sono riusciti a stabilire la datazione dell'opera o le tappe della sua costruzione.
Uno studio controverso dell'Università Autonoma di Madrid diffuso dal giornale El País, mette in dubbio questa data e la anticipa al IV o V secolo. Ciò farebbe risalire il monumento all'architettura visigota con un'influenza bizantina. Questo studio è stato rifiutato, tra tanti altri, dallo stesso sindaco della città di Mérida, Antonio Rodríguez Osuna.
L'acquedotto aveva come funzione principale quella di portare l'acqua al lato ovest della città. Il punto di raccolta dell'acqua, o caput aquae, si trovava nel lago di Proserpina, da dove partiva una conduttura di tubature che si snodava per dieci o undici chilometri.
L'acquedotto scorre tortuoso sotto il suolo seguendo la curva di livello con una leggera pendenza. È per la maggior parte una galleria sotterranea scavata nella roccia viva, salvo nei passaggi su alcuni ruscelli che vengono attraversati tramite piccoli archi. Nella parte finale dell'acquedotto si situa l'arco più famoso che attraversa il fiume Albarregas, per il quale si dovettero costruire una serie di pilastri che costituiscono la parte più imponente. L'acquedotto entrava nella città nel punto più alto della collina del Calvario, dove venne edificato, all'interno delle mura, un ninfeo come chiusura monumentale (tradizionalmente denominato castellum aquae, nonostante questo dovette situarsi in prossimità).
Quest'ultima sezione di archi sovrapposti si estende per 830 metri, con un'altezza di 25 metri nella parte più profonda della valle del fiume Albarregas. La struttura di questa sezione è caratteristica di Mérida. È composta da robusti pilastri, nei quali si alternano cinque filari di blocchi di granito e uno di mattoni, conferendo così una peculiare eleganza dal miscuglio dei due colori, quello granito e il rosso intenso del mattone. Archi di differenti altezze si innestano sui pilastri, il cui nucleo è di opus caementicium. Gli archi di collegamento sono di mattoni, fatta eccezione per quello che attraversa il letto del fiume, che ha i conci di granito ben lavorati. I pilastri rimasti più o meno deteriorati sono ancora 73.
Tradizionalmente si dice che il suo nome, Acquedotto dei Miracoli, si debba allo stupore generale che fosse resistito per così tanti secoli, come se si trattasse di un miracolo divino.
Nell'immediata vicinanza, un piccolo ponte chiamato ponte romano di Albarregas corre parallelo agli archi dell'acquedotto.


SPAGNA - Mérida, Ponte romano

 

Il ponte romano della città spagnola Mérida (Estremadura) è considerato il più lungo dell'antichità. Al tempo dell'Impero Romano l'opera si ergeva sul fiume Guadiana in due sezioni separate da un tagliacque. Oggi il ponte ha una lunghezza di 790 m e appoggia su 60 archi, tre dei quali rimasero nascosti fino alla fine degli anni '90, quando le opere di risanamento dei margini del fiume li riportarono allo scoperto.
Il ponte appartiene all'Insieme archeologico di Mérida, uno degli insiemi archeologici più importanti ed estesi di Spagna, che nel 1993 è stato dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO.
A partire dalla fondazione della colonia Augusta Emerita nell'anno 25 a. C. la città costituì il centro più importante della rete di comunicazioni dell'ovest della penisola iberica, tanto per il suo rango di capitale della provincia di Lusitania, quanto per la facilità nell'attraversare il fiume Guadiana grazie al suo grande ponte di pietra. Così, l'importante strada della Via Delapidata (Via dell'Argento) che attraversava la Spagna romana da nord a sud e verso ovest, così come i percorsi che si dirigevano ad Olisipo (Lisbona), Corduba, Toletum o Caesaraugusta (Saragozza) si incrociavano a Mérida dovendo attraversare il suo ponte.
Il ponte venne costruito nello stesso periodo della fondazione della colonia, cioè negli ultimi decenni del I secolo a. C., ed è l'opera che determinò la posizione della città. Pertanto la costruzione risale all'epoca di Augusto. L'incidenza di questa fase sulla storia e le grandi inondazioni del Guadiana nel corso della storia hanno portato al deterioramento dell'opera, rendendo il ponte che vediamo oggi una combinazione di diverse parti che non rispecchiano a pieno il suo aspetto originale. Il luogo scelto è un tratto poco profondo del fiume, nel quale il suo largo letto è diviso in due da un'isola naturale, il cui fondale è composto da formazioni di diorite che creano una base solida.
Attraverso l'analisi approfondita del ponte si è giunti a comprendere come esso sia diviso in tre tratti ben differenziati: il primo, dalla città fino alla prima discesa a valle, chiamato dell'Humilladero; il secondo fino alla discesa di Santo Antonio, simile al primo, e il terzo che raggiunge la fine del ponte. Il primo tratto corrisponde ai dieci archi iniziali; è quello che ha subito meno ristrutturazioni e pertanto è più fedele all'originale. Il suo nucleo è costruito secondo la tecnica dell'opera cementizia ed è ricoperto di bugnato. Le sue colonne sono quadrate e a monte ha un tagliacque semicircolare che raggiunge l'intera altezza del pilastro, sopra il quale iniziano gli archi a tutto sesto. I timpani sono forati da piccoli archi, anch'essi a tutto sesto, che fungono da briglia. Le campate degli archi diminuiscono simmetricamente lungo tutto il tratto e la larghezza delle colonne è notevole, come tipico delle opere romane dell'inizio dell'epoca imperiale, stile che in seguito sarà superato da opere caratterizzate da una maggior perfezione tecnica come il Ponte di Alcántara, degli inizi del II secolo d. C.
Il secondo tratto, che copre il centro del letto del fiume, è stato il più esposto all'usura naturale e alla distruzione da parte dell'uomo. Nell'anno 483, in epoca visigota, il ponte subì diverse riparazioni, che probabilmente non furono le prime. Nel IX secolo l'emiro Muhammad I di Córdoba, nel sopprimere una rivolta delle istituzioni melitensi contro il potere musulmano, distrusse una delle colonne. In seguito vennero effettuate delle ricostruzioni durante i secoli XIII, XV e XIX. Non si è in grado di esprimere con certezza in quali parti della struttura ci furono interventi, ma le modifiche documentate si focalizzarono principalmente sul tratto centrale del ponte. Il 1603 portò grandi modifiche, come testimoniato dal cronista Bernabé Moreno di Vargas in Storia della Città di Mérida (1633), in cui spiega come i ponti originali che collegavano l'isola centrale con entrambe le rive vennero uniti in uno solo con la creazione del tratto centrale. Di conseguenza, in questa sezione possiamo riconoscere l'opera degli inizi del XVII secolo, che fu terminata nel 1611 e che unisce in modo uniforme lo stile romano con l'austera architettura degli Asburgo. Si tratta di cinque archi a tutto sesto con luci più ampie di quelle del primo tratto, che appoggiano su colonne rettangolari con uno spiccato tagliacque, con una finitura piramidale a monte e un contrafforte di sostegno sul versante opposto.
È proprio in questo tratto che inizia la discesa dell'Humilladero che collega ponte e isola. È un'opera del XVII secolo costruita sulle fondamenta della piattaforma originale di calcestruzzo romano, che era un enorme tagliacque che si sviluppava per 150 m a monte per riparare l'area di attraversamento del fiume. Fino al trentaseiesimo arco, che si trova ancora in questa lunga zona centrale, nel XIX secolo vennero effettuate grandi modifiche: dopo la Guerra dell'Indipendenza Spagnola (1808-1814), nella quale furono distrutti molti archi per impedire il passaggio delle truppe Napoleoniche, e dopo un'inondazione nel 1823; nel 1878 si ripararono invece i danni provocati dall'inondazione del 1860. Durante tutti questi interventi si riuscirono ad armonizzare le integrazioni con l'operato originale romano.
Il terzo tratto, anche se parzialmente ristrutturato, mantiene grande parte dell'opera originale. È una zona che si sviluppa su una riva che non è quasi mai inondata a causa della scarsa portata del Guadiana, motivo per cui non c'è la necessità della presenza di sfioratori. Condivide con il tratto iniziale il rivestimento di bugnato e proporzioni simili negli archi e nelle colonne; la pendenza del ponte presenta un calo causato dallo sprofondamento del letto del fiume. Questa ultima sezione inizia nella discesa di Santo Antonio, del XVII secolo, e verso la fine della stessa si trovano i resti di una piattaforma di calcestruzzo romano, che potrebbe contenere alcuni reperti romani dati per dispersi, come una discesa o un arco di trionfo, accessori che completerebbero l'opera "nuda" che contempliamo oggi. Si sa che in epoca imperiale il ponte aveva più di un arco e una porta di ingresso alla città nella sua prima sezione, il cui aspetto è a noi conosciuto poiché appare in numerose monete romane coniate nella colonia e che oggi rappresenta il motivo principale dello stemma della città. Nel XVII secolo furono aggiunti una torretta commemorativa della restaurazione dell'epoca di Felipe III e la cappella di Santo Antonio nella discesa dell'Humilladero, luogo di ritrovo dei viaggiatori e scomparsa durante la piena del 1860.
Il ponte oggi misura 792 m e si trova a 12 m sul livello medio dell'acqua. Il suo profilo odierno leggermente gibboso non era così in origine, ma è il frutto delle successive distruzioni e ricostruzioni, nonché dell'affondamento dell'alveo nei due ultimi millenni. Nonostante tutto ciò, il ponte continua ad essere una grande opera che testimonia l'ambizione dell'ingegneria romana. Il ponte resistette al traffico stradale per quasi tutto il corso della sua storia, ma a partire dal 10 dicembre del 1991, allo scopo di evitare ulteriori danni alla struttura, diventò esclusivamente pedonale. In quel giorno venne inoltre inaugurato il ponte Lusitania.


mercoledì 13 agosto 2025

SPAGNA - Arco di Cáparra

 

L
'arco di Cáparra è un arco onorario romano, risalente alla fine del I secolo o agli inizi del II, e situato a Cáparra (Municipium Flavium Caparensis, presso Oliva de Plasencia nella provincia di Cáceres della comunità autonoma della Spagna di Estremadura ). È un tetrapilo, ovvero un arco quadrifonte con passaggi sui quattro lati. L'arco, costruito in blocchi di granito locale, sorgeva sulla antica strada romana chiamata via Delapidata (conosciuta oggi come via de la Plata), sul decumano massimo, contiguo al foro della città e ad un complesso termale.
Ha pianta quadrata (8,60 x 7,35 m) e doveva in origine raggiungere un'altezza di più di 13 m
Sui quattro piloni si conservano lesene corinzie agli angoli e piedritti da cui partono gli archivolti, sorretti da un unico piedistallo. Lo spazio centrale è coperto con una volta a crociera.
Su due dei piedistalli disposti davanti ai piloni su uno dei lati, che dovevano sorreggere statue equestri, si legge un'iscrizione di dedica da parte di Marco Fidio Macer, un importante personaggio locale noto anche da altre iscrizioni, ai genitori e alla moglie.

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