sabato 9 agosto 2025

Lazio - Mitreo di Marino

 


Il Mitreo di Marino è uno dei meglio conservati luoghi di culto mitraici al mondo.
Il mitreo venne casualmente rinvenuto nel 1962, durante i lavori di escavazione di una grotta in una cantina ai piedi dell'abitato storico, sulle scalette che portano alla stazione ferroviaria. Sulle prime la notizia venne tenuta nascosta, ma in seguito le autorità iniziarono ad occuparsi del luogo di culto mitraico, che ora è divenuto di proprietà comunale.
Il mitreo venne ricavato in una preesistente cisterna d'acqua con volta a botte scavata nel peperino, lunga 29 metri, larga 3,10 e alta 3. Caratteristiche proprie delle cisterne di epoca romana sono il rivestimento delle pareti con intonaco signino (opus signinum o cocciopisto) e i cordoli di raccordo agli angoli delle pareti e pavimento, presenti nel Mitreo di Marino.
Al termine della galleria c'è il dipinto, famosissimo e ben conservato, dove Mitra taglia la gola al toro bianco. Davanti al dipinto c'è un cippo, su cui si legge: INVICTO DEO CRESCES ACTOR ALFI SEBERI D P, ovvero "Cresces, amministratore di Alfio Severo, pose come dono al dio invitto".
Lungo la galleria vi erano i podia per gli iniziati, verosimilmente in legno, dei quali rimane una debole traccia sul pavimento.
Sulle pareti rimangono le tracce di strutture lignee di arredo (mensole e divisori) nonché piccole nicchie per l'alloggiamento delle lucerne per l'illuminazione.
All'inizio della galleria, sulle pareti laterali, sono raffigurati i dadofori Cautes, con la fiaccola alzata, e Cautopates, con la fiaccola abbassata.
Solo tre sono in Italia i mitrei dove la scena del mistero è dipinta: uno è il Mitreo Barberini a Roma, un altro il mitreo di Santa Maria Capua Vetere e il terzo è quello di Marino.
Particolarità del Mitreo di Marino, che lo distingue rispetto agli altri due esempi, è la tecnica esecutiva del dipinto realizzato ad encausto (o incausto) direttamente sull'intonaco signino della cisterna.


Al centro del dipinto, risalente al II secolo d.C., si trova Mitra, vestito all'orientale, con berretto frigio, tunica e calzoni rossi; indossa anche un mantello svolazzante al cui interno appare la volta celeste in azzurro, puntinata di stelle. E'all'interno di una grotta e guarda verso il Sole che lo illumina; dall'altra parte c'è la Luna in ombra, col volto oscurato. Sotto al Sole e alla luna ci sono due dadofori, portatori di torce, uno con la torcia alzata (Cautes, il giorno), l'altro con la torcia abbassata (Cautopates, la notte). Mitra sta sgozzando col pugnale il toro bianco, mentre un cane e un serpente bevono il sangue del toro e uno scorpione morde i testicoli del toro. Dalla coda della vittima escono alcune spighe di grano, simbolo della rinascita della Terra. Ai lati della scena principale ci sono otto riquadri con le principali imprese della vita di Mitra, tra cui Zeus che sconfigge i Giganti, la nascita miracolosa del dio da una roccia, la cattura e il trasporto del toro nella grotta, la lotta vittoriosa e il patto con il dio Sole-Apollo.

venerdì 8 agosto 2025

TANZANIA - Isimila

 

Isimila è un sito archeologico nei pressi di Iringa, in Tanzania.
Il sito appartiene alla cultura acheuleana e sono stati ritrovati nel 1951 utensili e armi utilizzate da Homo habilis e Homo Erectus, circa 600-700.000 anni fa. Nelle immediate vicinanze è visitabile il museo in cui sono esposti alcuni degli oggetti ritrovati. Il sito di Isimila è un lago prosciugato ed è sede di un particolare fenomeno geologico: la cattedrale di tufo. Una colata di lava ha compattato il calcare e l'acqua che ha scavato la gola lo ha risparmiato formando delle colonne alte una decina di metri.

TANZANIA - Siti di arte rupestre a Kondoa

 
I Siti di arte rupestre a Kondoa sono una serie di grotte della Tanzania scavate sul fianco di una collina affacciata sulla steppa. Queste grotte si trovano sulla parete orientale della scarpata Masai che costeggia la Rift Valley, composta da grotte naturali e lastre sporgenti di roccia sedimentaria percorse da fratture, sui cui pannelli verticali si trovano le pitture.
La fila di grotte è lunga 9 chilometri dall'autostrada che collega Kondoa ad Arusha, circa 20 km a nord di Kondoa. Le grotte contengono pitture rupestri, alcune delle quali databili ad oltre 1500 anni fa secondo il Tanzania Antiquities Department. Le opere mostrano persone allungate, animali e scene di caccia. I turisti possono usufruire delle guide contattabili presso l'ufficio dell'Antiquities Department, nel vicino villaggio di Kolo. Le opere sono state create nell'arco di almeno due millenni.
Ci sono oltre 150 grotte per un totale di 2336 km². Dalle opere si può risalire alla storia di chi ha abitato la zona. Si riconosce il passaggio da una civiltà basata sulla caccia ad una agraria-pastorizia, oltre ai cambiamenti di culto.


TANZANIA - Kaole

 

Kaole è una cittadina della Tanzania, situata sulla costa dell'Oceano Indiano, a sud di Bagamoyo, nei pressi di Dar es Salaam. Il luogo è noto soprattutto per il suo interesse archeologico: vi si trovano le rovine di un complesso di edifici che testimoniano la presenza di una comunità shirazi sviluppatasi fra il XIII e il XVI secolo. Tra questi edifici c'è quella che si ritiene essere la più antica moschea dell'Africa orientale. La città, fondata nel XIII secolo, si chiamava originariamente Pumbuji. Nel XVI secolo, con l'arrivo dei Portoghesi, iniziò a declinare, e fu in seguito abbandonata. Le popolazioni Zaramo della zona ribattezzarono successivamente il luogo Kalole, letteralmente "vai a vedere", evidentemente con riferimento allo spettacolo delle rovine. Dopo l'abbandono, gran parte dell'antica città shirazi è andata distrutta dall'umidità o dall'avanzare della fitta vegetazione di mangrovie.
Il complesso archeologico è costituito da due moschee e 30 tombe, datate intorno al XIII secolo; la moschea più antica delle due è considerata la più antica dell'intera Africa orientale. Le tombe sono in pietra corallina, con colonne di pietra; secondo la tradizione sarebbero i sepolcri dei diwani, i reggenti locali, discendenti di Ali Muhamad al-Hatim al-Barawi. Le rovine furono studiate per la prima volta dall'inglese Neville Chittick intorno al 1958.
Il complesso archeologico comprende anche un piccolo museo dove sono contenuti alcuni manufatti trovati nelle rovine e nei resti delle tombe, come vasellame, lampade ad olio e altri oggetti di uso comune, alcuni provenienti dalla Cina.


TANZANIA - Laetoli

 
Il sito di Laetoli in Tanzania contiene delle impronte fossili di piedi di ominidi eccezionalmente conservate, impresse su cenere depositatasi in seguito all'eruzione del vicino vulcano Sadiman, situato a 20 km di distanza. La pioggia immediatamente successiva all'eruzione ha cementato lo strato di cenere, spesso 15 cm, trasformandolo in tufo, che è stato nel tempo ricoperto da altri depositi e sedimenti che ne hanno consentito la conservazione.
Si trova a 45 chilometri a sud della Gola di Olduvai, nella riserva naturale del cratere vulcanico del Ngorongoro.
L'età degli strati di cenere calcolata con il metodo di datazione radiometrica al potassio-argon, risale a circa 3,66 milioni di anni e quindi al periodo del Pliocene.
Questa zona, esplorata a partire dagli anni’40 dagli archeologi Louis Leakey e Mary Leakey e dal geologo Peter Kent, fu oggetto di indagini sistematiche solo dalla metà degli anni’70, portando al recupero di numerosi resti di ominidi risalenti a 3,5-3,8 milioni di anni fa.
Nel 1976 Andrew Hill identificò in situ una serie di impronte animali sullo strato di cenere fossilizzato, denominato in seguito Footprint Tuff (Tufo delle Orme); negli anni seguenti furono condotte nuove campagne di scavo, che misero in luce circa 50000 impronte di diversi animali. [ entrambi facevano pare delle spedizioni di M. Leakey ]
Nel 1978 Paul I. Abell rinvenne nel tufo un’orma senza alcun dubbio di origine ominide e l’anno successivo, la rimozione dello strato superficiale, portò alla luce due file di circa 27 metri di impronte fossili di ominidi.


Le impronte sono state lasciate da tre individui che avanzavano cercando di mettere i piedi nell'orma già prodotta sul terreno dal capofila, rendendo così difficile distinguere la traccia originale. Poiché le tracce vanno tutte nella stessa direzione, è stato ipotizzato che i tre individui appartenessero ad uno stesso gruppo familiare che si recava alla sorgente, ma non c'è ovviamente conferma di questa ricostruzione.
Le impronte fossili dimostrano che gli ominidi camminavano abitualmente in posizione eretta, in quanto non ci sono evidenze di tacche lasciate dall'appoggio delle nocche delle mani. I piedi inoltre non hanno il pollice del piede mobile come quello delle scimmie e presentano l'arco sottoplantare tipico dell'uomo moderno.
La sequenza delle impronte indica un'andatura tranquilla. Simulazioni eseguite al computer, in base alle informazioni derivanti dai resti fossili attualmente assegnati ad Australopithecus afarensis e la spaziatura delle impronte trovate, indicano che questi ominina stavano camminando alla velocità di circa 1 metro al secondo, che corrisponde all'andatura di una odierna passeggiata in città.
Altre impronte identificate indicano la presenza di almeno 20 specie animali, tra le quali la iena, il grande felino Machairodus, il babbuino, il cinghiale, la giraffa, il rinoceronte, diversi tipi di gazzella e antilope, il pony hipparion, il bufalo, l'elefante estinto Deinotherium, la lepre e vari uccelli.
Poche di queste impronte sono sovrapposte le une alle altre, il che indica che sono state rapidamente ricoperte da altri depositi. Nell'area circostante sono stati ritrovati anche alcuni scheletri di questi animali.
Si sono conservate anche le impronte lasciate dalle gocce di pioggia che hanno contribuito alla cementificazione.
L'antropologo tedesco Ludwig Kohl-Larsen fu il primo a condurre ricerche di fossili umani a Laetoli, e nel 1934 ritrovò una mascella che venne assegnata ad Australopithecus afarensis.
Successivamente sono stati ritrovati resti, prevalentemente mandibole e denti, di altri 13 ominidi che mostrano affinità con lo scheletro femminile della celebre Lucy, ritrovata a Hadar in Etiopia. Alcuni studiosi classificano questi resti come A. afarensis.
Un cranio pressoché completo (Laetoli 18), ritrovato a Ngaloba nel 1976, è stato datato a più di 120.000-100.000 anni fa. L'anatomia è vicina a quella moderna, anche se la fronte è ancora poco pronunciata e il cranio è allungato antero-posteriormente, con una capacità cranica di circa 1200 cm³.
Finora nello strato di cenere più antico, dove si trovano le impronte, non sono stati ritrovati manufatti che invece sono presenti nei più recenti ritrovamenti di Olpiro e Ngaloba.

  IL SITO E'  IN MANUTENZIONE. TORNERA' ON LINE APPENA POSSIBILE (lasciate un commento, se volete)