sabato 30 settembre 2023

#mostre / Imago Augusti. Due nuovi ritratti di Augusto da Roma e Isernia (Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali, dal 29 giugno al 26 novembre 2023)

 

In esposizione due inedite teste-ritratto dell’imperatore Augusto scoperte recentemente durante le indagini archeologiche condotte a Roma e a Isernia.
Un dialogo ideale e iconografico tra due capolavori marmorei, il ritratto del giovane Ottaviano, che diventa poi Augusto, e quello del primo imperatore di Roma già insignito del titolo onorifico di Augustus, che diventa parte integrante del suo nome, è proposto dalla mostra “Imago Augusti. Due nuovi ritratti di Augusto da Roma e Isernia”.
Il progetto nasce dalla collaborazione scientifica tra la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Molise, unite in questo caso dall’eccezionale rinvenimento di due ritratti di Augusto scoperti recentemente a Roma e a Isernia che, per il loro alto valore iconografico e stilistico, possono offrire al pubblico un valido e interessante apporto nell’ambito degli studi sull’immagine e sulla storia della figura sempre attuale dell’imperatore.
Tanti gli elementi in comune tra le due opere, a partire dalla recente e inaspettata scoperta rispettivamente negli anni 2019 e 2021 nel corso di indagini archeologiche nelle aree centrali di Roma, nel Foro di Traiano, e di Isernia, nella zona presunta dell’antico foro, fino al comune riutilizzo, in età medievale, come “puro materiale” edilizio e addirittura di scarto, all’identità del personaggio raffigurato e, non da ultimo, all’elevata qualità artistica dei due esemplari.
Per questi aspetti, la mostra Imago Augusti, dopo la tappa romana al Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano, viene allestita anche a Isernia, dal dicembre 2023, nel Museo Archeologico di Santa Maria delle Monache.
Il percorso espositivo sviluppa le tematiche legate ai due ritratti: la scoperta, i contesti e le modalità di reimpiego delle opere, l’iconografia e il valore politico dei ritratti, la figura dell’imperatore. Tutti questi contenuti sono proposti in modo immersivo, attraverso l’utilizzo di videoproiezioni, che, in parallelo, consentono di entrare nello scavo di via Alessandrina, viaggiare nei paesaggi molisani fino a Isernia e, infine, rivivere l’emozione delle due inattese scoperte.
Il recente scavo di via Alessandrina, nell’area del Foro di Traiano, ha ripreso un progetto più ampio di indagini estensive dei Fori Imperiali condotte negli anni del Giubileo del Duemila.
Nel caso di Isernia, il ritrovamento della testa di Augusto è avvenuto nel corso dei lavori di ripristino di un tratto di cortina delle mura urbiche crollato a causa di un violento temporale nel marzo 2013.
Le peculiari modalità di tali rinvenimenti non forniscono indicazioni certe sul contesto originario dei ritratti e dunque sullo specifico messaggio ideologico e politico di cui essi dovevano essere portatori. È tuttavia innegabile che si tratti di due capolavori unici che si inseriscono a buon diritto nel già ricco panorama delle immagini del princeps, la cui ampia diffusione nell’Urbe e nelle aree periferiche italiche si qualifica storicamente come funzionale alla costruzione di un consenso sempre più ampio nei territori dell’impero.
Nell’approfondimento storico, iconografico e stilistico dei due ritratti, l’analisi dei dettagli fisionomici ne consente l’inquadramento in due momenti diversi: nella raffigurazione di via Alessandrina un giovane Ottaviano esprime il carattere forte e determinato dell’erede di Giulio Cesare; nell’altra si percepisce la dimensione più matura e riflessiva dell’uomo divenuto titolare di un potere illimitato. Il linguaggio figurativo elaborato tra il 40 e il 38 a.C. per il poco più che ventenne Ottaviano si evolve infatti in quello del politico ormai affermato al quale il Senato decise di conferire nel 27 a.C. il titolo onorifico di Augustus, che diventerà parte integrante del suo nome.
Proprio basandosi sulle diverse cronologie dei ritratti e sulla suggestiva conformazione spaziale semiellittica, l’ultimo ambiente del Museo dei Fori Imperiali è stato concepito come un teatro nel quale i visitatori, a orari regolari, possono assistere a un dialogo immaginario tra le due anime di Augusto, e al contrasto tra una personalità giovane e idealista e una più matura e pragmatica, dando voce ad una contrapposizione sempre attuale. Una formulazione espositiva capace di coinvolgere un pubblico diversificato e ampio attraverso l’esperienza innovativa della teatralizzazione, nella quale i reperti diventano oggetti “parlanti” che interagiscono tra loro e con il pubblico.
La mostra, infine, si propone come progetto di valorizzazione culturale accessibile e inclusivo sotto molteplici aspetti.
Grazie al servizio dedicato del Dipartimento Politiche Sociali e Salute - Direzione Servizi alla Persona, affidato alla Cooperativa Sociale Onlus Segni di Integrazione - Lazio, i testi del dialogo teatralizzato e dei pannelli didattici sono stati tradotti in LIS (Lingua dei Segni Italiana), registrati e fruibili gratuitamente attraverso QR code. Allo stesso tempo, per permettere la fruizione e la mobilità in autonomia nelle sale espositive ai non vedenti, sono state realizzate sui modelli 3D le copie in marmo sintetico a grandezza naturale dei due ritratti di Augusto, con didascalie in italiano/inglese e alfabeto Braille e una planimetria col percorso della mostra in italiano e alfabeto Braille. L’offerta didattica è completata da visite guidate (in definizione) accompagnate da operatori specializzati e laboratori integrati.

#mostre / GLI DEI RITORNANO. I BRONZI DI SAN CASCIANO . La mostra al Palazzo del Quirinale prorogata fino al 22 dicembre 2023

 

La mostra Gli Dei ritornano. I bronzi di San Casciano al Palazzo del Quirinale presenta per la prima volta al pubblico le straordinarie scoperte compiute nel 2022 nel santuario termale etrusco e romano del Bagno Grande di San Casciano dei Bagni: si tratta del rinvenimento del più grande deposito di statue in bronzo di età etrusca e romana mai scoperto nell’Italia antica, nonchè uno dei più significativi di tutto il Mediterraneo.
L’allestimento della mostra, a cura del direttore generale musei Massimo Osanna e del professore dell’Università per Stranieri di Siena Jacopo Tabolli,  si sviluppa come un iter attraverso i secoli all’interno del paesaggio delle acque termali del territorio dell’antica città-stato etrusca di Chiusi (che in lingua etrusca si chiamava Clevsin o Camars).
Si tratta di oltre venti statue ed ex-voto anatomici, che raffigurano le divinità venerate nel luogo sacro assieme agli antichi dedicanti. L’eccezionale stato di conservazione all’interno dell’acqua termale della sorgente ha permesso anche di preservare le iscrizioni in etrusco e latino incise sulle statue prima della loro realizzazione. La gran parte di questi capolavori è databile tra il II e il I secolo a.C., un periodo storico di grandi trasformazioni nell’Etruria, nel passaggio tra Etruschi e Romani. In quest’epoca di grandi conflitti tra Roma e le città etrusche, ma anche di lotte interne a Roma, nel santuario nobili famiglie etrusche e romane dedicarono assieme le statue: un contesto multiculturale e plurilinguistico di pace quindi, circondato da instabilità politica e guerra.
Le statue erano poste sul bordo esterno della grande vasca sacra e ancorate sui blocchi in travertino. A più riprese – sicuramente nel corso del I secolo d.C. – le statue furono staccate dal bordo della vasca e depositate sul fondo; si tratta dunque di una deposizione rituale, mediata con la divinità. Gli atti votivi proseguirono poi fino al IV secolo d.C. con la deposizione di quasi seimila monete (in argento, bronzo e oro). Solo agli inizi del V secolo d.C. il santuario venne smantellato e chiuso. Il grande tesoro sacro nella vasca fu coperto da grandi tegole e al di sopra vennero calate le colonne del portico a suggellare la chiusura definitiva del luogo di culto.
Tutti questi preziosi reperti raccontano una storia di devozione, di culti e riti ospitati in luoghi sacri dove l’acqua termale era usata anche e soprattutto a fini terapeutici.






(le foto sono tratte dal sito del Palazzo del Quirinale)

#mostre / Gladiatori nell’Arena. Tra Colosseo e Ludus Magnus Roma, Colosseo, 21 luglio 2023 – 7 gennaio 2024

 
Il Parco archeologico del Colosseo presenta l’evento espositivo “
Gladiatori nell’Arena. Tra Colosseo e Ludus Magnus”, ideato e realizzato dal Parco archeologico del Colosseo con la curatela di Alfonsina Russo, Federica Rinaldi, Barbara Nazzaro e Silvano Mattesini. L’evento si compone di una installazione multimediale permanente e di una esposizione temporanea visitabile dal 21 luglio 2023 al 7 gennaio 2024 all’interno dei sotterranei del Colosseo.
L’idea di questa iniziativa nasce innanzitutto dal recupero e valorizzazione del criptoportico orientale del Colosseo che in età romana collegava l’Arena con il quartiere delle palestre realizzate dall’imperatore Domiziano, di cui quella più famosa è il Ludus Magnus, la più grande, ma anche l’unica di cui si conserva parte delle strutture antiche. Qui i gladiatori si allenavano e si preparavano alle esibizioni.
Nel XIX secolo la costruzione di un collettore fognario a servizio del popoloso quartiere Esquilino ha interrotto questa antica connessione, che oggi finalmente torna ad essere ripristinata: grazie ad una sofisticata presentazione multimediale con proiezione olografica, perfettamente orientata sull’asse Colosseo-Ludus Magnus, sarà virtualmente “demolito” il muro che interrompe il collegamento, restituendo così al pubblico una visione unitaria dell’area archeologica contemporanea, mentre i gladiatori torneranno a solcare l’originario pavimento in opus spicatum del criptoportico, avanzando verso l'Arena vestiti delle loro pesanti armature.
Per rendere ancora più completa questa esperienza di conoscenza e valorizzazione, la riapertura del Criptoportico dei Gladiatori sarà raccontata assieme ad una esposizione temporanea che intende illustrare una selezione delle principali tipologie di coppie di gladiatori che si esibivano in combattimento sul piano dell’Arena e che con ogni probabilità proprio dal
Ludus Magnus e dalle limitrofe caserme arrivavano al Colosseo.
L’allestimento, che si snoda in alcuni degli ambienti sotterranei degli ipogei, abbina reperti originali di età romana, che riproducono immagini di gladiatori colti nelle tipiche posizioni da combattimento, con ricostruzioni, al vero, delle loro armature, realizzate secondo la tecnica antica dello sbalzo e della fusione dal Maestro Silvano Mattesini.
È così possibile ammirare le armature complete del
Murmillo e del Thraex, accanto agli elmi originari di Pompei provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ai preziosi elmi miniaturistici in ambra provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Aquileia e alla stele funeraria del Murmillo Quintus Sossius Albus, ugualmente da Aquileia. Sono inoltre esposti al pubblico i graffiti dei gradini della cavea del Colosseo in cui il pubblico dell’epoca aveva rappresentato i propri beniamini in combattimento, accanto alle armature complete di un Retiarius e di un Secutor. Quella dell’Hoplomachus con il suo tipico scudo rotondo, avversario del Murmillo, è esposta accanto a due statuine da Aquileia, una anche in lega metallica. Infine un video illustra le fasi delle riproduzioni delle armature, forgiate con il ricorso alle tecniche antiche, nell'ambito di un progetto di archeologia sperimentale.
All’interno di questa cornice programmatica il PArCo ha accolto la proposta di una partnership con il Gruppo Hornblower, primaria azienda statunitense attiva nei trasporti e nel turismo fondata a Boston nel 1926, orientando la propria mission verso una politica di partecipazioni pubblico-private.
La valorizzazione del Criptoportico e dei sotterranei, con il racconto di ciò che effettivamente avveniva in questi luoghi, restituisce al contesto la sua originaria funzione e rientra a pieno titolo nella strategia culturale che contraddistingue le azioni del Parco archeologico del Colosseo –
dichiara Alfonsina Russo, Direttore del Parco archeologico del Colosseo. Ampliare l'offerta culturale con tecnologie innovative, che consentano di rendere immediatamente percepibile la funzione e le vicende storiche dei monumenti, costituisce uno degli obiettivi primari che il PArCo da sempre porta avanti, anche con il partenariato pubblico-privato che negli anni ha contribuito a realizzare importanti progetti finalizzati soprattutto al miglioramento della fruizione e dell’accessibilità sia fisica che culturale.
La Hornblower Corp. è da sempre impegnata ad offrire servizi ed esperienze di alta qualità ai propri clienti, nonché coinvolta in progetti di sostenibilità in ambito ambientale e sociale – dichiara l’Azienda. L'idea di poter supportare il restauro di una porzione dei Sotterranei del Colosseo e di far rivivere le scene del passaggio dei Gladiatori dal tunnel che li collegava al Ludus Magnus, è stata accolta subito come una grande ed emozionante opportunità di restituire al mondo un "piccolo" pezzo di storia mai visto prima. L'intesa con il Parco Archeologico è stata immediata, così come la condivisione del valore culturale ed educativo di questo progetto.
Cuore dell’esposizione è il
Criptoportico che come anticipato collegava il Colosseo con il quartiere delle scuole di addestramento, comprendente oltre al Ludus Magnus anche il Ludus Gallicus, il Matutinus e il Dacicus, la sede per i marinai della flotta di Miseno addetti alla manovra del velum, i Castra Misenatium, i depositi per le Armi, gli Armamentaria, l’ospedale o Saniarium, lo Spoliarium, dove si svestivano i corpi dei combattenti morti e infine il Summum Choragium, fabbrica e deposito delle scenografie. Il Criptoportico si sviluppa fino all’interruzione moderna e conserva ancora l’originaria pavimentazione in mattoni disposti a spina di pesce (opus spicatum), parte della volta in travertino e lembi di rivestimento di intonaco alle pareti.
Il Criptoportico rimarrà visitabile anche dopo la fine della mostra, arricchendo in modo suggestivo il percorso di visita degli ipogei.
La mostra raccoglie 12 opere di età romana provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dal Museo Archeologico Nazionale di Aquileia e dalle collezioni del Parco archeologico del Colosseo, a cui si aggiungono le armature facenti parte della Collezione privata di Silvano Mattesini.


martedì 26 settembre 2023

#mostre / "Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo" a Villa Giulia, Roma


Venerdì 10 novembre alle ore 20.00 è stata inaugurata la mostra “Spina etrusca a Villa Giulia. Un grande porto nel Mediterraneo”, terza e ultima tappa delle celebrazioni per il Centenario della scoperta di Spina, la più importante città etrusca e porto dell’Adriatico scoperta nel 1922 nei pressi di Comacchio.
Adriatico e Tirreno, Spina e Pyrgi, porti strategici che intrecciano le loro vicende con le dibattute origini degli Etruschi. Immaginario mitico e storia condivisa si uniscono quindi e si raccontano attraverso oltre 700 opere in mostra, provenienti da istituti culturali italiani ed esteri, in dialogo con gli oggetti delle collezioni permanenti e dei depositi del Museo.
Il percorso espositivo, coordinato dal direttore del Museo Valentino Nizzo, mira infatti a calare la parabola dei tre secoli in cui visse Spina nel quadro più ampio della storia etrusca e della dialettica che scandì i rapporti culturali, economici e politici delle città e dei popoli che convergevano sul Tirreno e sull’Adriatico: Greci, Fenici, Latini, Celti e gli altri popoli Italici che, come le tessere di un grande mosaico, componevano il quadro etnico della nostra Penisola prima dell’avvento di Roma.
Fino al momento della scoperta della città, Spina era poco più di una leggenda, persa nel tempo nonostante diverse fonti letterarie ne avessero testimoniato la grandezza e la fama che la rese, tra la fine del VI e il principio del III secolo a.C., il più importante porto etrusco sull’Adriatico e uno dei più influenti dell’intero Mediterraneo preromano.
Grazie all’avvio dei lavori di bonifica della Valle Trebba e poi agli scavi di Valle Pega, nell’arco di pochi decenni Spina tornava finalmente alla luce con oltre quattromila sepolture per lo più intatte e uno dei più importanti nuclei al mondo di ceramiche di importazione attica.
Le celebrazioni dei cento anni da questa straordinaria scoperta archeologica hanno preso avvio lo scorso anno presso il Museo del Delta Antico di Comacchio con la mostra “Spina 100: dal mito alla scoperta”, per proseguire al Museo Archeologico Nazionale di Ferrara con l’esposizione “Spina etrusca. Un grande porto nel Mediterraneo”, e chiudersi nello straordinario contesto del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia con un percorso espositivo multimediale, arricchito da opere provenienti da importanti istituzioni italiane ed estere che racconteranno l’eccezionale contributo scientifico che gli scavi di Spina hanno dato alla conoscenza dell’archeologia e della storia del Mediterraneo e mireranno a riannodare i fili della conoscenza attorno agli Etruschi e alle loro relazioni culturali, commerciali e sociali, allargando lo sguardo alle città dell’Etruria tirrenica.
Sala 0: La scoperta
Dopo le anticipazioni menzionate la mostra vera e propria comincia dal momento della scoperta di Spina, il 3 aprile del 1922, così come è testimoniata dai suoi protagonisti, attraverso le immagini dei primi scavi e la documentazione redatta sul campo con scrupolo e amore dall’assistente Francesco Proni, i cui appunti originali sono esposti in sala.
Sala 1: Un paesaggio inquieto. Il Delta del Po: ambiente e mito

Le peculiari condizioni ambientali del Delta del Po, l’antico Eridano del mito, hanno determinato al tempo stesso la fortuna e il destino degli uomini che hanno scelto di viverci. È infatti solo grazie alla loro straordinaria perizia idraulica che gli Etruschi hanno saputo domare un paesaggio che si rivela ancora oggi insidioso e soggetto a repentini mutamenti nonostante le sue indiscutibili potenzialità economiche e commerciali. La mostra ne ripropone con video immersivi l’evoluzione a partire dalle grandi mappe del Salone delle carte geografiche del Museo di Ferrara, accostandole ad alcune raffigurazioni dell’immagine di Dedalo, come lo straordinario vaso in bucchero con Dedalo/Taitale e Metaia/Medea da Cerveteri (nella foto), del 630-620 a.C., e ad alcuni preziosi monili in ambra da Spina.
L’ambientazione nell’area del Delta del mito di Dedalo, il celebre inventore, e della morte di Fetonte e della trasmutazione in pioppi delle sue inconsolabili sorelle, le Eliadi, e in ambra delle loro lacrime, non sono altro che la metafora con la quale i Greci davano sostanza alla realtà storica della sapienza idraulica degli Etruschi nel bonificare un ambiente insidioso, nel quale sin dall’età del Bronzo giungeva dal Baltico la preziosa e ricercatissima resina fossile, nota in greco col nome elektron.
Sala 2: L’Etruria, Spina e il Mediterraneo dal mito alla storia.

La leggenda dell’arrivo dei Pelasgi a Spina e della loro diffusione poi nel resto dell’Etruria fino ad Agylla/Caere costituisce il tramite per il passaggio dall’orizzonte del mito a quello della storia, in una prospettiva nella quale storici come Ellanico, nel V secolo, ipotizzavano che da questi discendessero i Tirreni.
Etruschi e Greci, in particolare Ateniesi, potevano così vantare una comune origine, tale da giustificare agli occhi di questi ultimi i rapporti politici e i comuni interessi economici e commerciali che li legavano.
Da temibili pirati meritevoli di essere mutati da Dioniso in delfini per aver osato rapirlo, gli Etruschi/Tirreni divenivano così partner e interlocutori privilegiati dei Greci, ammessi alla pari di altre città elleniche, nel recinto sacro di Delfi, privilegio che contraddistinse sia Caere che Spina.
L’hydria con il mito della metamorfosi in delfini dei pirati tirreni scelta come immagine simbolo della mostra ritrae con grande efficacia quello che, per tutta la loro storia, gli Etruschi rappresentarono nell’immaginario dei Greci, anche se il loro riscatto avvenne nel segno di Dioniso, come potrebbe attestare la celebre scena di sacrificio raffigurata sull’Hydria Ricci (nella foto) e la loro capacità di competere in tutto il Mediterraneo nella produzione e nel commercio del vino, bevanda civilizzatrice per eccellenza.
Le capacità commerciali degli Etruschi sono ben rappresentate da una inedita selezione di anfore da trasporto dai depositi del Museo di Villa Giulia, confrontate con quelle importate a Spina. La conflittualità e la competizione che segnarono tali rapporti potrebbe essere invece idealmente evocata dalle navi da guerra che solcano il “mare colore del vino” all’interno dell’orlo del celebre dinos realizzato da Exekias all’epoca della terribile battaglia navale di Alalìa che decise le sorti del Mediterraneo nei decenni seguenti.
Eventi come questi, infatti, determinarono la nascita e la fortuna di Spina tra il 530-520 a.C., grazie anche al progressivo spostamento del baricentro commerciale dei rapporti col mondo greco in generale e in particolare con quello ateniese, dal Tirreno all’Adriatico.
Il frammento di un tripode di produzione vulcente consacrato al principio del V secolo a.C. sull’acropoli di Atene (in prestito dal Museo dell’Acropoli), con l’immagine dell’apoteosi di Eracle testimonia molto bene il contesto culturale coevo e non è improbabile che il suo arrivo in Grecia sia stato mediato proprio da Spina.
Una selezione di ceramiche della collezione Castellani attesta, infine, con un colpo d’occhio la cultura materiale che caratterizzò l’Etruria e l’Italia tirrenica dal VII al III secolo a.C.
Sala 3: Vivere in una città porto. Commerci e navigazione

Dopo aver idealmente assistito alla nascita di Spina attraverso un cippo in pietra con l’iscrizione etrusca “mi tular” = “io sono il confine” che ne evoca idealmente l’atto fondativo, secondo la rigorosa prassi rituale che gli Etruschi seguivano nella realizzazione delel loro città, la sala 3 ci introduce finalmente nel vivo delle attività economiche del porto del Delta, facendoci idealmente approdare tra le sue banchine, ricolme di merci e di beni di ogni tipo. La vita nel porto viene immeritamente riproposta tramite la dialettica della suggestione tra antico e contemporaneo, con una grande videoproiezione di 10 m che lo pone a confronto con i più moderni scali commerciali.
Tra i capolavori esposti nella sala spicca la testa di kouros in marmo di Paros (nella foto)del 500 a.C. ca., rinvenuta a Marzabotto, una delle rarissime importazioni di questo tipo rinvenute in Etruria, accostata a ceppi di ancore in marmo da Spina, a una selezione di materiali dalle necropoli di Adria coevi all’epoca della fondazione di Spina e allo straordinario e ricchissimo corredo della tomba 4 C di Valle Pega che mostra la ricchezza e la varietà delle importazioni che continuavano a caratterizzare la vita di Spina ancora alla fine del IV secolo a.C.
Sala 4: La società attraverso le necropoli. Il linguaggio del potere

Il ruolo primario di Spina nell’Adriatico e il rapporto preferenziale intrattenuto con Atene furono possibili grazie alle capacità di una élite egemone la cui ricchezza e adesione ai modelli simbolici ed espressivi della cultura ellenica traspare con straordinaria efficacia da una selezione degli oltre 4000 corredi restituiti dalle sue necropoli, confrontati sia dal punto di vista della loro consistenza che da quello delle loro valenze rituali con una serie di contesti provenienti dal resto dell’Etruria, come la pisside in avorio della Pania da Chiusi (610 a.C. ca., nella foto) e la ricca tomba della necropoli di San Cerbone a Populonia, risalente alla fine del IV secolo, in prestito dal Museo di Firenze, oltre a una selezione di reperti significativi dalle raccolte del museo.
Ad accogliere il visitatore sin dall’ingresso nella sala dei Sette Colli è lo straordinario corredo della tomba 18 C di Valle Pega risalente al 430-420 a.C., nella quale al monumentale cratere a volute attico a figure rosse del Pittore di Boreas era associata la celeberrima coppa attica del Pittore di Pentesilea con le imprese di Teseo, la più grande in assoluto a noi nota con i suoi 56,6 cm di diametro, rinvenuta, in base ai resoconti di scavo, “sopra al cratere”.
Nell’adiacente sala di Venere lo sguardo potrà spaziare dalle tombe dei “fondatori” a quelle della famiglia dei Perkna, uno dei gruppi preminenti della tarda Spina, prossima ormai al tramonto della sua potenza, al principio del III secolo a.C.
Sala 5: L’abitato di Spina e il porto “gemello” di Pyrgi sul Tirreno
Dopo aver conosciuto idealmente le attività frenetiche del porto e gli spazi della memoria delle necropoli, nella sala 5 l’esposizione ci porta di nuovo alla scoperta dello spazio dei vivi, alla luce delle più recenti indagini condotte dell’università di Zurigo in sinergia con la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e per le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara nell’abitato di Spina.
Protagoniste della sala sono dunque le attività artigianali e produttive, legate allo sfruttamento delle ricche risorse agricole e faunistiche del territorio, all’estrazione del sale o alla lavorazione della ceramica. Sarà così possibile penetrare idealmente nell’intimità delle case, per confrontarle anche attraverso la sfera dei rituali domestici con lo spazio sacro delle sepolture. Una sezione dedicata alle più recenti scoperte effettuate dall’Università Sapienza di Roma su concessione della Soprintendenza di Viterbo nel santuario e nell’abitato di Pyrgi consente un confronto con la realtà del porto “gemello” di Pyrgi quale luogo di confronto, accoglienza e integrazione con lo straniero, offrendo uno squarcio di quella monumentale dimensione cultuale che il visitatore ha avuto già modo di apprezzare nell’allestimento permanente di Villa Giulia e che a Spina sfugge ancora per la mancata individuazione di aree di analoga funzione, che certamente dovevano caratterizzare lo scalo adriatico, conferendogli quella dimensione internazionale che sin dalla nascita doveva competergli.
Alla multiforme varietà etnica della comunità spinetica è dedicata infatti una specifica sezione di approfondimento, nella quale la ricostruzione della società quale traspare dall’analisi dell’abbondante documentazione onomastica attestata epigraficamente può essere agevolmente confrontata con l’analoga varietà degli oggetti importati a Spina.
Sala 6: La cerimonia funebre. I gesti del rito
Attraverso la tradizione la comunità costruisce il proprio legame con il passato. Ciò che si vuole ricordare viene preservato, il resto è destinato all’oblio. La memoria dei defunti e il rituale funebre fanno parte di questo sforzo. Si definisce così uno spazio, quello dei morti, e un tempo, quello del rito, che costituiscono i due pilastri attorno ai quali la morte diventa un momento fondamentale per l’intera comunità e la sua storia.
La sala 6 tenta di ricomporre attraverso un’accurata selezione di oggetti il paesaggio della necropoli, l’organizzazione dei recinti sepolcrali, le modalità di sepoltura e le azioni rituali attraverso i quali la comunità di Spina costruiva ideologicamente e sociologicamente sé stessa celebrando i propri antenati.
Tra i reperti più significativi in esposizione spiccano senza dubbio la coppa con la raffigurazione dell’uccisione di Cassandra a opera di Clitennestra del Pittore di Marlay (430 a.C, nella foto) o il cratere attico a figure rosse del Pittore di Altamura con una delle più significative scene della nascita di Dioniso (470 a.C.), il dio intorno al quale, come si è visto, ruotava una parte molto significativa dell’immaginario dei Greci e degli Etruschi.
Sala 7: Epilogo: “Spina, che ora è solo un villaggio…”

Una terracotta votiva da Veio con l’immagine di Enea e Anchise in fuga da Troia (nella foto), risalente alla fine del V secolo, chiude idealmente il percorso, evocando il primo oggetto restituito dalle sabbie di Spina nel 1668 e oggi conservato a Bologna, un terminale di candelabro in bronzo dello stesso periodo e con la medesima rappresentazione del progenitore mitico della latinità. Un modo per terminare idealmente il racconto nel segno di Roma, la cui espansione nel nord della penisola, culminata nel 268 con la fondazione di Rimini, segnò il tramonto dei precedenti assetti territoriali, determinando la lenta fine di Spina e la sua progressiva scomparsa dalla memoria collettiva che, già al tempo dell’imperatore Augusto, si era ridotta a un “piccolo villaggio”, come ricordava Strabone, lontano più di 15 km da quel mare che aveva garantito per quasi tre secoli la sua gloria.

#mostre / DeVoti Etruschi. La riscoperta della raccolta di Veio del Museo Civico di Modena (18 dicembre 2022 - 17 dicembre 2023)

 


DEVOTI ETRUSCHI
La riscoperta della raccolta di Veio del Museo Civico di Modena
A cura di Laura Michetti  - Sapienza Università di Roma, Carla Tulini - Sapienza Università di Roma e Cristiana Zanasi - Museo Civico di Modena.
18 dicembre 2022 - 17 dicembre 2023
Modena, Museo Civico
Dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12
Sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 19

La mostra, allestita nella sala dell’Archeologia del Museo Civico in collaborazione con Sapienza Università di Roma, espone oltre cento terrecotte votive provenienti dalla città etrusca di Veio. L’ex-voto è un dono dal forte valore simbolico, che accompagna da millenni il rapporto con le entità alle quali viene attribuita la capacità di mutare la sorte. È una pratica antropologicamente sospesa fra religione e superstizione e intercetta archeologia, etnologia, arte popolare e contemporanea.
Le terrecotte votive in mostra rappresentano figure di devoti, statue, busti, volti di adulti e bambini, parti anatomiche, membra e organi, oltre a raffigurazioni di animali con le quali si chiedeva la prosperità del bestiame domestico.
Le terrecotte provengono da un’immensa stipe votiva conosciuta anche come “Stipe Lanciani”, messa in luce nel 1889 e tuttora oggetto di studio (del dipartimento di Etruscologia e antichità italiche di Sapienza), un deposito riferibile a una possibile area sacra posta sulla collina di Comunità, nel punto più alto del pianoro di Veio, un luogo di culto importante e frequentato con assiduità per molto tempo, tra l’inizio del quinto e la metà del secondo secolo avanti Cristo, anche dopo la conquista della città da parte di Roma.
 
La mostra è introdotta da un video realizzato tra il Parco archeologico di Veio e il Museo Etru di Villa Giulia, che dà conto del contesto da cui provengono i reperti, ed è accompagnata da una video installazione (realizzata da Delumen - Modena) che fa rivivere i volti degli offerenti, i devoti Etruschi, rappresentati da oltre cinquanta teste e una grande statua che osservano il visitatore da un pannello incorniciato nel calco del portale dell’abbazia di Nonantola, quasi a evocare un luogo denso di spiritualità e nello stesso tempo la funzione di accoglienza di ex voto che le chiese tuttora esercitano.
La proiezione restituisce alle teste votive le loro colorazioni originali, a partire dagli esemplari su cui si conservano tracce di policromia e conferisce all’insieme dei volti l’aspetto che dovevano avere all’epoca della deposizione. La suggestione è rafforzata da un’installazione sonora che richiama con lievi sussurri le dediche rivolte alle divinità in lingua etrusca e latina.
La mostra è accompagnata da un catalogo scientifico a cura di Cristiana Zanasi, Laura Maria Michetti e Carla Tulini, edizioni Insegna del Giglio, in vendita all’Infopoint di Palazzo dei Musei al costo di 18 €.
“DeVoti Etruschi” si inserisce nel progetto di riscoperta delle raccolte archeologiche ottocentesche conservate nei depositi del Museo Civico nell’ambito del quale sono già state realizzate la mostra sulla collezione dell’Antico Egitto e quella,  conclusa nel 2022, della raccolta di manufatti in selce del Paleolitico francese.
La raccolta delle terrecotte votive etrusche è entrata a far parte del patrimonio del Museo Civico nel 1894, grazie all’interessamento dell’astronomo modenese Pietro Tacchini che propose a Luigi Pigorini, la figura più autorevole della paletnologia italiana di fine secolo, di scambiare le testimonianze raccolte in un suo viaggio intorno al mondo, alle quali Pigorini era molto interessato per il museo romano, con una significativa selezione di ex voto di Veio che sarebbero andati ad arricchire il Museo Civico di Modena.
La mostra è stata preceduta da un articolato progetto di ricerca che, coniugando discipline scientifiche e umanistiche, consente di riscoprire le raccolte ottocentesche del Museo sia sotto il profilo archeologico e storico-collezionistico sia sotto il profilo della diagnostica eseguita con le moderne tecnologie.
Lo studio archeologico dei reperti è stato eseguito in collaborazione con Sapienza Università di Roma e affidato alle etruscologhe Laura Maria Michetti e Carla Tulini, co-curatrici della mostra con Cristiana Zanasi, autrice delle ricerche sulle modalità di formazione della raccolta.
Il progetto di mostra è stato l’occasione per ristudiare i reperti sia sotto il profilo iconografico sia attraverso indagini archeometriche che hanno portato significative novità sulla pittura su terrecotte votive grazie alle analisi sulla policromia curate da Andrea Rossi, DI.AR Diagnostica per i Beni Culturali. A partire dall’analisi degli esemplari conservati a Modena, sono inoltre stati indagati aspetti economici e produttivi che hanno aggiunto ulteriori dati alla conoscenza del contesto votivo.
Un ulteriore contributo di grande interesse è stato affidato a una equipe di palopatologi dell’Università di Bologna e del Gruppo Italiano di Paleopatologia, che hanno esaminato gli ex-voto anatomici della raccolta nel quadro più ampio delle patologie presenti nelle popolazioni etrusche e delle conoscenze mediche che avevano sviluppato.
 Infine, il progetto risponde anche a un’esigenza conservativa perché ogni raccolta valorizzata viene riposta in deposito dopo l’esposizione nelle migliori condizioni di conservazione. Nello stesso tempo si rinnova e si arricchisce la rete di collaborazioni scientifiche del Museo che apre nuovi orizzonti alla ricerca, crea connessioni fra il patrimonio esposto, quello conservato nei depositi e un archivio di documenti che racconta la storia di un istituto che progressivamente aumenta le sue conoscenze e definisce il suo ruolo fra passato, presente e futuro.



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