lunedì 10 novembre 2025

Campania - Stabia, scavi archeologici: Ville d'Otium II / Villa Arianna



Villa Arianna
è la villa d'otium più antica di Stabia, risalente al II secolo a.C.. Essa è situata all'estremità ovest della collina di Varano, in posizione panoramica; occupa un'area di circa undicimila metri quadrati di cui scavati e visitabili soltanto duemilacinquecento. La prima campagna di scavi fu svolta da Karl Weber tra il 1757 e il 1762 e la villa fu chiamata primo complesso, per distinguerla dal secondo complesso, altra villa d'otium, da cui è separata tramite uno strettissimo vicus: dopo aver staccato le decorazioni di maggior rilievo e aver asportato le suppellettili, la villa fu nuovamente rinterrata. Gli scavi sono ripresi nel 1950 a opera di Libero D'Orsi e fu in tale periodo che la villa fu denominata Arianna per la presenza di una pittura a soggetto mitologico che raffigura Arianna abbandonata da Teseo: D'Orsi effettuò gli scavi di ambienti della villa che si affacciavano sul ciglio della collina, alcuni dei quali andati perduti a seguito di eventi franosi; prosegue inoltre il lavoro degli archeologi che interessa la zona sud e quella del grande peristilio o palestra che è stato riportato alla luce quasi completamente, insieme a nuove camere, colonne e finestre, nel corso del 2008.
Villa Arianna, secondo le mappe redatte durante le esplorazioni dei Borbone e da quanto emerso dagli scavi, ha una pianta molto complessa, frutto di continui ampliamenti della struttura e per questioni di comodità viene divisa in quattro sezioni: l'atrio, gli ambienti termali, il triclinio e la palestra.


L'atrio tuscanio, risalente all'età tardo repubblicana, è pavimentato con mosaico bianco-nero e presenta affreschi parietali, solitamente figure femminili e palmette su fondo nero e rosso, che hanno caratteristiche riconducibili al terzo stile. Al centro dell'atrio è presente un impluvium mentre tutto intorno sono presenti numerose camere: due di queste, poste alle estremità dell'ingresso dell'atrio, conservano decorazioni che imitano architetture come colonne ioniche che reggono il soffitto a cassettoni appartenenti all'arte tipica del secondo stile. Negli altri cubicula invece sono stati ritrovati gli affreschi più importanti dell'antica Stabia, tutti asportati in epoca borbonica e conservati al museo archeologico nazionale di Napoli, e raffiguranti del figure mitologiche di Medea, Leda col cigno, Diana, la Flora e la Venditrice di amorini. La Flora o Primavera di Stabiae è stata ritrovata nel 1759, ha una grandezza di soli trentotto centimetri per ventidue e risale al I secolo: l'affresco rappresenta la ninfa greca Flora, intesa dai romani come la dea della Primavera, girata di spalle nell'atto di raccogliere un fiore da un cespo, allegoria di purezza, il tutto su uno sfondo di colore verde acqua; la Flora è sicuramente l'opera più conosciuta di Stabia, tanto da diventarne il simbolo, non solo in Italia, ma anche all'estero come testimonia l'emissione di un francobollo in Francia, durante la settimana dedicata ai beni culturali protetti dall'UNESCO, che riportava proprio la Primavera di Stabia. Altra opera di grande importanza è la Venditrice di amorini, ritrovata nel 1759, risalente anch'essa al I secolo, che rappresenta una donna nell'atto di vendere un amorino a una fanciulla: tale affresco ebbe notorietà nel XVIII secolo, influenzando il gusto neoclassico e fu riportato su numerose porcellane, stampe, litografie e quadri[58], come testimoniato dall'abate Galiani che da Parigi, in una lettera indirizzata al ministro Bernardo Tanucci, scriveva: «Quella pittura d'una donna che vende amoretti come polli, io l'ho vista ricopiata qui a Parigi in più di dieci case» (Ferdinando Galiani), oppure dal professore Alvar González-Palacios che scriveva: «Poche ideazioni del mondo antico hanno avuto un così vasto consenso di pubblico in epoca neoclassica come questa charmante composition... Essa è stata copiata infinite volte in ogni possibile tecnica e in tutti i paesi europei» (Alvar González-Palacios)


Dal fondo dell'atrio si accede a un peristilio quadrato esplorato in epoca borbonica e non ancora riportato alla luce. Il triclinio e gli ambienti circostanti affacciano direttamente sul ciglio della collina e, grosso modo, sono cronologicamente collocabili nell'età neroniana: nel triclinio sono presenti raffigurazioni di storie care alla divinità di Venere come l'affresco rinvenuto il 14 aprile 1950 che fa riferimento al mito di Arianna, abbandonata da Teseo sull'isola di Nasso fra le braccia di Ipno che viene scorta da Dioniso, rappresentato con occhi di falco. Libero D'Orsi descrive così l'affresco: «Questa straordinaria pittura ci commuove e ci turba. Arianna com'è rappresentata, pare preludere alle deposizioni del Rinascimento. E Ipnos non sembra davvero, uno dei loro Angeli? Misteriosi ricorsi dell'Arte!» (Libero D'Orsi)


Nella stessa stanza sono presenti anche gli affreschi di Licurgo e Ambrosia, Pilade, Ippolito, raffigurato mentre una nutrice gli svela l'amore provato dalla sua matrigna Fedra e Ganimede, rapito dall'aquila per essere portato dinanzi a Giove: alcuni di questi sono stati staccati e conservati all'interno dell'Antiquarium stabiano. Gli ambienti minori intorno al triclinio hanno una colorazione parietale o rossa o gialla e riportano decorazioni minimaliste come amorini, figure volanti, paesaggi e medaglioni con al centro busti di personaggi; uno di questi ambienti ha una particolare decorazione detta a piastrelle: dopo una zoccolatura in rosso, dove sono affrescati figure femminili e amorini, inizia la decorazione con le piastrelle al cui centro sono presenti diverse raffigurazioni che si ripetono ogni quattro fasce, ossia nella prima fascia sono disegnati figure femminili e uccelli, nella seconda fiori e medaglioni, nella terza amorini e uccelli e nella quarta rose e medaglioni, alcune delle quali picchiettate dagli stessi Borbone affinché nessun altro potesse impossessarsene. Nelle vicinanze del triclinio sono presenti due diaetae intercalate da un triclinio estivo: la prima diaeta è decorata con una zoccolatura in giallo dove sono raffigurati diversi paesaggi, una zona mediana bianca che riporta diversi amorini e la predella, sempre bianca, con decorazioni che ricordano mostri marini e paesaggi con pigmei. La seconda diaeta ha un pavimento a mosaico bianco, una zoccolatura in giallo e il resto delle pareti affrescate con candelabri, cavallette, uccelli e farfalle. Nella parte antistante questa zona della villa, sul ciglio della collina, è presente una terrazza con archi e pinnacoli, aggiunti nel corso del I secolo.
La palestra, chiamata anche grande peristilio, è ubicata all'estremità ovest della villa ed è stata aggiunta successivamente alla costruzione, con molta probabilità durante l'età Flavia: si tratta di un'opera lunga centottanta metri per ottantuno di larghezza con oltre cento colonne in opera listata e rivestite di stucco bianco, danneggiate dal terremoto dell'Irpinia del 1980; il suo circuito ha la misura di due stadi secondo le misure indicate da Vitruvio per questi tipi di edifici.


Gli ambienti termali sono di dimensioni minori rispetto alle altre ville di Stabia ma in ogni modo sono presenti un calidarium absidato con vasca, un tepidarium e un frigidarium: nel 2009 è stato rinvenuto un giardino di grosse dimensioni, precisamente centodieci metri di lunghezza per cinquantacinque di larghezza, considerato come il miglior conservato al mondo, in quanto sono ancora ben visibili le tracce delle piante presenti al momento dell'eruzione. Numerosi sono anche gli ambienti di servizio come la cucina, una peschiera, una scala in muratura che conduceva al primo piano e una stalla, dove sono stati ritrovati due carretti agricoli, uno dei quali è stato restaurato ed esposto al pubblico: questo carro ha due grosse ruote che superano la cassa ed era fabbricato in ferro e legno così come testimoniato da studi approfonditi; inoltre nelle sue immediate vicinanze è stato ritrovato anche lo scheletro di un cavallo con le zampe posteriori alzate, imbizzarritosi per lo spavento causato dall'eruzione, di cui si conosce anche il nome, Repentinus, come riportato da un'incisione nella stalla. Villa Arianna era collegata a una struttura ai piedi della collina, sulla spiaggia, tramite una serie di sei rampe sostenute da archi in muratura.


Campania - Stabia, scavi archeologici: Ville d'otium I / Villa San Marco



Villa San Marco
è una villa residenziale romana che prende il nome da una cappella dedicata a San Marco, costruita nel XVII secolo proprio nella zona della villa, ormai scomparsa. Ha un'estensione di circa undicimila metri quadrati, di cui seimila riportati alla luce, con i lavori di scavo non ultimati, e può vantare il primato di essere la più grande villa d'otium dell'antica Campania. Dopo l'eruzione del Vesuvio del 79, la struttura fu esplorata per la prima volta dai Borbone nel periodo compreso tra il 1749 e il 1782 e, in seguito, da Libero D'Orsi tra il 1950 e il 1962: risultò, sin dalla sua scoperta, in un ottimo stato di conservazione grazie allo spesso strato, di circa cinque metri, di cenere e lapilli che l'avevano protetta dall'incuria del tempo.
Villa San Marco è stata costruita durante l'età augustea, ed è stata notevolmente ampliata con l'aggiunta di ambienti panoramici, il giardino e la piscina nell'età claudia: nonostante non si conosca esattamente il nome del proprietario, sono state fatte diverse supposizioni che hanno portato a pensare che potesse appartenere o a un certo Narcissus, un liberto, sulla base di alcuni bolli ritrovati su delle tegole, oppure alla famiglia dei Virtii, i quali avevano dei sepolcri poco distanti dalla costruzione.
L'ingresso della villa è posto a circa cinque metri di profondità: questo è caratterizzato da un piccolo protiro con delle panche in pietra utilizzate dalle persone in attesa di essere ricevute dal proprietario. Superato l'ingresso si entra nell'atrium affrescato con zoccolatura in nero e zona mediana in rosso con raffigurazioni di centauri e pelli di pantere; al centro è collocato un impluvium, mentre lungo le pareti laterali si aprono tre cubicula, con una piccola scala che conduceva al piano superiore, crollato a seguito dell'eruzione. Sulla parete est è posto il larario, adornato con degli affreschi che riproducono marmi preziosi: questa tecnica era utilizzata soprattutto durante l'età dei Flavi per evitare di acquistare a prezzi più elevati dei marmi veri. Sempre nell'atrio ci sono i basamenti per una cassaforte andata perduta che, oltre alla tradizionale funzione, aveva anche il compito di mostrare a tutti la ricchezza della famiglia.
Sulla destra dell'atrio è l'accesso al tablinio, da cui parte un breve corridoio, in cocciopesto, che conduce a un cortile porticato dove è situato l'ingresso dalla strada alla villa: la porta d'accesso al cortile era in legno e al momento dello scavo è stato possibile eseguirne un calco. Nei pressi di questi ambienti sono stati recuperati una statua in bronzo di Mercurio, un corvo a grandezza naturale per fontana e un candelabro bronzeo. Il tablinio ha una decorazione in IV stile, con zoccolo rosso e scomparti con ghirlande e animali, mentre la pavimentazione è in tassellato bianco delimitato da due fasce in nero. Nel 2008, a seguito di nuovi scavi sono stati rinvenuti alcuni ambienti non segnalati sulle mappe borboniche, come una scala, un sentiero pedonale, e un giardino con al centro un grosso olmo, oltre a due latrine e diversi ambienti, uno con letto, lavabo e piano di cottura e un altro in cui è stata ritrovata una piccola cassetta contenente una moneta, una spatola e un bottone d'osso.
La cucina, posta alle spalle dell'atrio, ha pianta rettangolare e delle notevoli dimensioni: presenta un grosso bancone in muratura su quattro archi, un piano cottura in frammenti laterizi e una grande vasca. Nonostante la poca importanza dell'ambiente e quindi l'assenza di affreschi e di mosaici, le pareti sono infatti rivestite di intonaco grezzo e la pavimentazione in semplice cocciopesto, sono stati ritrovati diversi elementi di interesse come, ad esempio, dei graffiti lasciati dagli schiavi: si nota una nave a remi, dei conti forse della spesa o per i turni, due gladiatori e un poema di dodici righe. Sono collegati alla cucina diversi ambienti di servizio: è presente una stanza che probabilmente fungeva da magazzino e altri ambienti che originariamente dovevano essere delle diaetae, ma che durante l'età flavia, a seguito della costruzione del peristilio, furono rimpicciolite e utilizzate come depositi o come cubicula; a sostegno della tesi che questi ambienti fossero stati delle diaetae sono le loro particolari decorazioni, troppo sontuose per ambienti di servizio: sono infatti pavimentate in tassellato bianco e nero e una decorazione parietale in terzo stile con zoccolo nero e la parte superiore in giallo ocra.
Gli ambienti termali della villa sono di notevoli dimensioni, hanno una pianta triangolare e si trovano tra l'ingresso e il ciglio della collina: tra questi e l'atrio è stato ricavato, in uno spazio residuo, un piccolo viridario protetto da un muro dove si aprono sei ampie finestre: dai resti degli affreschi si deduce che questo era finemente decorato con raffigurazioni di grossi rami pendenti. L'accesso alla zona termale è consentito da un atrio, arricchito con rappresentazioni di amorini lottatori e pugili, al quale segue l'apodyterium, il tepidarium, il frigidarium, la palestra e il calidarium: la piscina che si trova nel calidario, il cui accesso è consentito da scalini in pietra, ha una lunghezza di sette metri, una larghezza di cinque e una profondità di un metro e mezzo. A seguito di ulteriori scavi nella piscina, parte del fondo è stato asportato mettendo in luce una grande fornace in mattoni alimentata da uno schiavo, che la raggiungeva tramite un corridoio sotterraneo, e che riscaldava una grande caldaia in bronzo: questa è stata asportata nel 1798 da Lord Hamilton per essere trasportata a Londra, ma durante il viaggio la nave su cui fu caricata, la Colossus, rimase vittima di un naufragio. I vapori caldi prodotti dalla caldaia passavano nelle intercapedini delle pareti tramite dei tubi in terracotta, riscaldando tutta la stanza: si suppone che il calidario fosse ricoperto da lastre di marmo. Dal quartiere termale inoltre partono una serie di rampe che collegano la villa con la zona più pianeggiante a ridosso della costa.


Il grande peristilio è circondato da un lungo porticato con al centro una piscina lunga trentasei metri e larga sette, la quale, nella parte terminale, ha un ninfeo, in parte ancora da esplorare, decorato con affreschi raffiguranti Nettuno, Venere e diversi atleti, asportati dai Borbone e conservati al Museo archeologico nazionale di Napoli e al Museo Condè di Chantilly, in Francia. Nel giardino del peristilio erano presenti al momento dell'eruzione dei platani: la certezza è data da studi di archeologi che durante gli scavi hanno analizzato i vari strati vulcanici e hanno trovato le impronte delle radici di questi alberi: proprio come avvenuto per i calchi degli umani, all'interno di queste forme è stato versato del cemento liquido in modo da ottenere il loro calco: inoltre gli archeologi hanno calcolato che, al momento dell'eruzione, l'età di questi alberi andava dai settantacinque ai centocinque anni.
Sul giardino si aprono diverse diaetae affrescate ognuna in maniera differente: la prima è decorata in quarto stile e sulle pareti si ritrovano raffigurati Perseo con ali ai piedi che mostra la testa di Medusa recisa, un offerente, una musa di spalle con la lira, Ifigenia, una figura nuda e una donna che scopre una pisside, mentre sul soffitto è raffigurata una Nike con in mano la palma della vittoria. In una seconda stanza è raffigurata la storia di Europa rapita dal toro, mentre nella stanza successiva sono presenti frammenti di un dipinto raffigurante un giovane disteso su un triclinio con accanto un'etera. Altre stanze invece, quelle di rappresentanza, in parte crollate, si aprono sul ciglio della collina, in posizione panoramica: esse avevano un rivestimento di marmo nella parte inferiore ed erano affrescate in quella superiore. Le pareti del peristilio sono affrescate con zoccolatura nera e riquadri in rosso e ocra, mentre la pavimentazione è a mosaico bianco, che nelle bordature nei pressi delle colonne riproduce disegni geometrici in bianco e nero.
Villa San Marco è dotata anche di un secondo peristilio, posto nel lato meridionale, forse lungo circa centoquarantacinque metri, così come indicato da studi geofisici realizzati nel 2002 e recuperato in gran parte nel 2008, e caratterizzato da portici sorretti da colonne tortili, crollate in seguito al terremoto dell'Irpinia del 1980: il soffitto del portico è affrescato con diversi dipinti raffiguranti Melpomene, l'Apoteosi di Atena, Ermes psicopompo, la Quadriga del sole con Fetonte e il Planisfero delle stagioni, rinvenuto nel 1952 e raffigurante un globo con all'interno due sfere intersecanti e due figure femminili che rappresentano la Primavera e l'Autunno con intorno degli amorini; molto probabilmente poi l'opera era completata dalle figure dell'Inverno e dell'Estate ma la mancanza dei frammenti rende l'interpretazione difficoltosa. In questo peristilio è collocata anche una meridiana: in realtà durante lo scavo questa è stata ritrovata in un deposito in quanto la villa, al momento dell'eruzione, era in ristrutturazione ed è stata successivamente riposta nella sua posizione originaria.

domenica 9 novembre 2025

Calabria - Museo archeologico nazionale di Vibo Valentia

 

Il Museo archeologico nazionale di Vibo Valentia o Museo archeologico statale “Vito Capialbi” si trova nel Castello Normanno-Svevo di Vibo Valentia.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Calabria, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Nonostante il castello venga detto Normanno-Svevo, la sua prima fase costruttiva non risale ai tempi di Ruggero I come è tramandato dalle tradizioni popolari, ma all'epoca di Federico II; venne ampliato sempre nel XIII secolo dagli Angioini. Nel '500 subì qualche leggera modifica per l'adattamento a residenza. Danneggiato da un terremoto alla fine del XVIII secolo, venne utilizzato come prigione. Dal 1969 ospita il Museo archeologico statale, intitolato al conte Vito Capialbi, che nel XIX secolo fu studioso e archeologo della zona.
L'allestimento attuale segue un ordine cronologico e topografico e comprende materiali provenienti dalla città e dalle zone archeologiche nei dintorni, arricchite da alcune collezioni otto-novecentesche donate da studiosi locali.
Il museo è diviso in quattro sezioni principali: reperti da edifici sacri, da necropoli, da collezioni private e i materiali d'età romana.
L'esposizione ha inizio con oggetti di età protostorica, frutto di scavi nella
zona, come quello di una capanna dell'Enolitico. Figura una spada del XIII secolo a.C., ritrovata fortuitamente presso una tomba del VI secolo a.C. Al primo piano sono esposti reperti dalle quattro aree sacre della città magnogreca di Hipponion, tra cui:
- dalla contrada Scrimbia provengono reperti databili tra la fine del VII e la fine del V secolo a.C., con ceramiche corinzie, rodie e attiche, anche di grandi dimensioni, bacili ed elmi in bronzo, statuette votive e oreficerie di notevole qualità in oro, argento e vario, tra cui orecchini, anelli, fibule, spilloni. Sempre dalla stessa area provengono frammenti architettonici, databili intorno al 550 a.C. di un grande tempio dorico ancora non localizzato.
- da Cofino provengono alcuni pinakes di produzione tipica di Locri Epizefiri e due modellini di tempio in terracotta, ricchi di dettagli.
Il piano inferiore espone reperti provenienti dalle necropoli, databili tra la fine del VII e il IV secolo a.C., tra i quali spicca una laminetta in oro con un'iscrizione in dialetto dorico-ionico che attesta il culto orfico, con consigli per il defunto nell'aldilà. Fu trovata in una tomba di donna databile tra il V e il IV secolo a.C.
I reperti della necropoli ellenistica di contrada Piercastello testimoniano al presenza dei Bruzi nella zona, e spicca per la presenza di due guerrieri in ceramica provenienti una tomba a camera monumentale della fine del III secolo a.C.
Tra i nuclei antiquari privati spiccano le ceramiche architettoniche, come le terrecotte arcaiche dal santuario di Scrimbia, le antefisse a palmetta e a maschera silenica e le sime dipinte. Tra la ceramica si trovano lekythoi attiche a figure rosse.
Interessante è il monetiere Capialbi, che contiene alcuni rarissimi aurei locresi.
Nell'ultima sezione, dedicata all'epoca romana, sono custoditi reperti proveniente da Sant'Aloe dove sono state rimesse in luce varie domus e un impianto termale con splendidi mosaici; inoltre poco distante da lì negli anni '70 è venuto alla luce un ripostiglio monetale di 867 monete d'argento Brettie databili alla fine del III secolo a.C. Da questa località provengono anche vasi in terracotta sigillata e statue marmoree, fra le quali spicca un busto di Agrippa, di ottima qualità artistica. Sono presenti anche alcuni corredi sepolcrali di età romana con lucerne dalle decorazioni molto raffinate, contenitori e unguentari in vetro di grande pregio.
Nel cortile è esposto un mosaico del III secolo, ritrovato nei pressi dell'antico porto della città.

Emilia Romagna - Velleia, scavi archeologici

 

Gli scavi archeologici di Velleia hanno restituito i resti dell'antica città di Veleia, situata nel medio Appennino ligure, nel territorio comunale di Lugagnano Val d'Arda in provincia di Piacenza.
La città romana di Velleia si sviluppa alle spalle della colonia di Piacenza, ad un'altitudine di 460 m s.l.m., nella valle di un subaffluente del Po, il Chero, una volta domata, nel 158 a.C., la lunga resistenza delle popolazioni liguri. Il ritrovamento dei resti di un sepolcreto a cremazione risalente alla seconda età del ferro a nord-est dell'abitato romano, consente di ritenerla sorta nell'area d'insediamento di una comunità protostorica.
Centro di notevole importanza agricola e commerciale dei Liguri Eleiati o Velleiati, divenne prima colonia latina nell'89 a.C. e poi Municipio nel 49 a.C., ascritto alla famiglia patrizia dei Galeria e capoluogo di un distretto montano esteso tra i fiumi Taro e Trebbia, tra il crinale appenninico e la pianura, confinante con i territori di Parma, Piacenza, Libarna, Lucca.


Lo sviluppo della città, stante la posizione decentrata rispetto alle principali direttrici commerciali che valicano l'Appennino, non è dovuto ai movimenti commerciali, ma alla presenza di sorgenti di acqua termale, sfruttate sia per le loro proprietà curative che per ragioni alimentari.
Veleia decadde a partire dal III secolo d.C. per poi scomparire entro il V secolo a causa di alcuni movimenti franosi a cui si aggiunge anche la decadenza dell'impero romano.
Nel maggio del 1747 vengono ritrovati, in circostanze casuali ad opera di don Giuseppe Rapaccioli, arciprete di Macinesso, durante i lavori di sistemazione di un campo nei pressi della pieve di S. Antonino i frammenti di una tavola iscritta di bronzo, che poi verrà identificata con la tabula alimentaria traianea. Ignorando il valore del ritrovamento, i frammenti della tavola furono, poi, venduti ad alcune fonderie della zona con l'intento di ricavarne denaro. Il conte Giovanni Roncovieri venuto in possesso di uno dei frammenti e capitone il valore riuscì a salvare la tabula dalla distruzione acquistando i vari frammenti insieme al conte Antonio Costa, canonico della cattedrale di Piacenza.
Il ritrovamento della tabula, dà il via agli scavi archeologici nel sito, iniziati nel 1760. Gli scavi vengono, poi, interrotti nel 1765, alla morte del duca Filippo I.


Nel 1803, durante la dominazione napoleonica, gli scavi vengono ripresi: in questa seconda operazione, svolta nella zona del foro e a monte della chiesa e durata fino alla fine del 1805 non vengono trovati reperti di rilievo se non alcune monete ed iscrizioni. Altri scavi, anch'essi infruttuosi, vennero portati a termine da Pietro De Lama nel biennio 1810-1811.
Con l'ingresso di Maria Luigia d'Austria a Parma, nel 1816 è finanziata una nuova serie di scavi che, pur non portando a ritrovamenti di rilievo, vedono la costruzione della palazzina della direzione degli scavi, il futuro antiquarium e di una strada che rende più agevole l'accesso alla località.
Gli scavi riprendono di nuovo nel 1842, concentrandosi nella zona della chiesa: secondo Michele Lopez, direttore del museo archeologico di Parma, infatti, la chiesa poteva sorgere sui resti di un'area sacra romana: fu, quindi, demolita la canonica, ma l'assenza di riscontri positivi, bloccò l'ulteriore avanzamento dell'opera. Gli scavi vengono, poi, di nuovo interrotti nel 1847 con la morte della duchessa.


Nel 1869 vengono rinvenuti, da parte dell'archeologo Luigi Pigorini, alcuni reperti di epoca precedente a quella romana a nord-est del sito archeologico. Lo stesso Pigorini riesce a ottenere i finanziamenti per far ripartire gli scavi nel 1872. Nel 1876 sono ritrovate a nord-est del centro di Veleia, nelle vicinanze del cimitero, alcune sepolture liguri databili alla seconda età del ferro.
Tra il 1936 ed il 1951 vengono restaurate, sotto la direzione dell'architetto Pietro Berzolla, le colonne del propileo del foro, così come le costruzioni limitrofe.
Nel 1971 sono scoperte tre ustrine risalenti ad un periodo compreso tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C.. Successivamente, nella vicina località di Fornasella, viene, poi, scoperta un'altra sepoltura, risalente al I-II secolo d.C..
Gli scavi, interrotti da 14 anni, sono stati ripresi nel biennio 2007-2008 concentrandosi su un'area ad est, già oggetto di ricerche ai tempi di Filippo di Borbone e in cui era stata scoperta la presenza di una domus di età imperiale.
Gli scavi del centro urbano romano, compiuti a partire dal 1760, hanno permesso di mettere in luce il Foro: ricavato nel terreno in declivio, con la realizzazione di un'opera di sbancamento. Il foro è circondato su tre dei quattro lati da un portico di colonne tuscaniche dove sono presenti varie botteghe, quasi tutte originariamente dotate di riscaldamento. Sul lato nord del foro è presente una terrazza bassa che si raccorda con quella superiore mediante un ingresso monumentale a duplice prospetto tetrastilo inserito nel colonnato del foro.


Ad un livello inferiore rispetto al foro vi è la Basilica, a unica navata, in cui è stata rinvenuta una serie di dodici statue a carattere celebrativo della famiglia Giulio-Claudia. Ad ovest del foro sono presenti costruzioni di realizzazione precedente ad esso, oltre alle tracce dell'ingresso originario, poi abbandonato nel I secolo d.C. in favore di quello monumentale. A monte sono, invece, presenti alcune abitazioni private ed un edificio termale. Sono state ritrovate anche numerose le opere di scultura, di varia provenienza, qui adunate, in particolare bronzetti che sono stati, poi, trasferiti al museo archeologico nazionale di Parma; un gruppo di statue in marmo, la cui effettiva proevenienza da Veleia non è sicura, pervenne invece, intorno al 1820, al museo di Archeologia dell'Università degli Studi di Pavia.
Tra i rinvenimenti più importanti figurano due iscrizioni:
- la Lex Rubria de Gallia Cisalpina (49-42 a.C.): che stabiliva i modi di concessione della cittadinanza romana ai Transpadani;
- la tabula alimentaria traianea: sulle istituzioni alimentari (Alimenta Caeseris), create dall'imperatore Nerva e regolate dal suo successore Traiano allo scopo di far fronte alla crisi della piccola proprietà agricola e alla stasi demografica. Esse concedevano capitali in prestito agli agricoltori, dietro garanzia ipotecaria e ad un basso saggio di interesse (5 %), e ne devolvevano le rendite all'assistenza dei fanciulli poveri incoraggiando così l'incremento sia agricolo che demografico. La Tavola descrive inoltre il territorio del municipio di Veleia, con i principali 16 pagi (villaggi), unità territoriali ed amministrative, al cui interno vi sono i vici, cioè insediamenti di case e terreni; detenute da varie famiglie patrizie romane, con le rendite dei territori. Tra i pagi più importanti del municipio di Veleia vi sono il pagus Bagienno (dal nome liguri bagienni trasferitisi in val Trebbia) di Bobbio, che confinava con quello Domizio di Mezzano Scotti (Bobbio) nei pressi di Barberino, il quale confinava con quello Ambitrebbio di Travo nei pressi della Pietra Parcellara; e quello Eboreo.

RUSSIA - Dolmen del Caucaso

 
Concentrazioni di megaliti , dolmen e labirinti di pietra risalenti tra la fine del IV millennio a.C. e l'inizio del II millennio a.C. sono state trovate (ma poco studiate) in tutta la catena montuosa del Caucaso, compresa l'Abkhazia, in Georgia. La maggior parte di essi è rappresentata da strutture rettangolari realizzate in lastre di pietra o scavate nella roccia con fori nella facciata. Questi dolmen coprono il Caucaso occidentale su entrambi i lati della catena montuosa, in un'area di circa 12.000 chilometri quadrati tra Russia e Abkhazia .
I dolmen caucasici rappresentano un tipo unico di architettura preistorica, costruita con grandi blocchi di pietra lavorati con precisione. Le pietre erano, ad esempio, sagomate in angoli di 90 gradi, per essere usate come angoli, oppure erano curvate per formare un cerchio.
Sebbene generalmente sconosciute nel resto dell'Eurasia , queste strutture sono pari ai grandi megaliti dell'Eurasia in termini di età e qualità architettonica, ma sono ancora di origine sconosciuta. Nonostante la varietà di monumenti caucasici, mostrano forti somiglianze con megaliti provenienti da diverse parti dell'Eurasia, come la penisola iberica, l'Italia, la Francia, la Gran Bretagna, l'Irlanda, i Paesi Bassi, la Germania, la Danimarca, la Svezia, l'Iran e l'India. Sono state avanzate diverse ipotesi per spiegare queste somiglianze e la costruzione dei megaliti nel complesso, ma la spiegazione rimane ancora poco chiara.
Circa 3.000 di questi monumenti megalitici sono noti nel Caucaso occidentale , ma ne vengono scoperti costantemente di più, mentre alcuni vengono distrutti. Oggi, molti sono in grave stato di abbandono e andranno completamente perduti se non saranno protetti dai vandali e dall'incuria generale. I dolmen del Caucaso settentrionale costituiscono una città perduta sulle rive del Mar Nero. I dolmen potrebbero essere stati depositi di oggetti metallici o gioielli saccheggiati dagli invasori Sciti intorno al primo millennio a.C. I dolmen potrebbero aver avuto un significato spirituale e oggi stanno tornando ad essere amati.
I dolmen presentano una varietà limitata nella loro architettura. Le planimetrie sono quadrate, trapezoidali, rettangolari e circolari. Tutti i dolmen sono scanditi da un portale al centro della facciata. Sebbene gli oblò circolari siano i più comuni, se ne trovano anche di quadrati. Di fronte alla facciata si trova un cortile che solitamente si allarga, creando un'area dove probabilmente si svolgevano i rituali. Il cortile è solitamente delimitato da grandi muri in pietra, a volte alti più di un metro, che lo racchiudono. È in quest'area che sono state rinvenute ceramiche dell'età del bronzo e del ferro, che hanno contribuito a datare questi siti, insieme a resti umani, utensili in bronzo e ornamenti in argento, oro e pietre semipreziose.
Il repertorio decorativo di queste strutture megalitiche non è molto vasto. Zigzag verticali e orizzontali, triangoli pendenti e cerchi concentrici sono i motivi più comuni. Un motivo decorativo piuttosto comune si trova sulla parte superiore della lastra dell'oblò. Può essere descritto al meglio come un architrave sostenuto da due colonne. Su alcuni dolmen sono state rinvenute anche coppie di seni, realizzati in rilievo. Questi seni compaiono solitamente sopra le due colonne della decorazione dell'oblò. Forse correlati a questi sono i tappi di pietra, che venivano usati per bloccare l'oblò e si trovano in quasi tutte le tombe. A volte hanno forma fallica.
Tra gli oggetti insoliti associati ai dolmen ci sono grandi sfere rotonde di pietra, sfere doppie e sculture di animali.
Uno dei complessi megalitici più interessanti, un gruppo di tre dolmen, si erge in fila su una collina sopra il fiume Zhane, sulla costa del Mar Nero , nella zona di Krasnodar, vicino a Gelendzhik , in Russia. In quest'area si concentrano numerosi siti megalitici, tra cui insediamenti e cimiteri di dolmen. Grandi tumuli di pietra circondavano i due monumenti.
Il dolmen centrale ha una pianta rettangolare, 4 x 4 metri, mentre i due dolmen laterali sono circolari, con un diametro di 4 e 5 metri. I due dolmen rotondi erano stati rasi al suolo, probabilmente negli anni '50, per abbattere gli alberi circostanti, ma la struttura principale del dolmen centrale non era stata danneggiata.
Un altro (quarto) dolmen vicino al fiume Zhane ha un ingresso segreto sul retro della camera, e una facciata, un ingresso fittizio e un cortile sul davanti del dolmen. Oltre a questi dolmen incontaminati, ce n'erano alcuni in rovina.
I dolmen del Caucaso sono associati alla comunità Klin-Yar e alla cultura Koban . Uno studio genetico del 2020 che ha analizzato campioni provenienti dalle comunità Klin-Yar, inclusa la cultura Koban, ha evidenziato l'aplogruppo J1 e l'aplogruppo G-M285. 
Altri importanti siti megalitici della Russia sono stati rinvenuti lungo le coste settentrionali della Russia, nel Mar Bianco e nel Mare di Barents , nonché sull'isola di Vera.

  IL SITO E'  IN MANUTENZIONE. TORNERA' ON LINE APPENA POSSIBILE (lasciate un commento, se volete)