sabato 10 maggio 2025

SPAGNA - Los Millares

 


Los Millares è un sito archeologico risalente al calcolitico situato a 17 km a nord di Almería nel municipio di Santa Fe de Mondújar in Andalusia (Spagna meridionale). Consisteva in un insediamento circondato da mura con numerosi torrioni e da un cimitero esteso per circa 5 acri. Nei dintorni dell'insediamento erano scaglionati numerosi piccoli avamposti fortificati. Venne scoperto nel 1891 durante la costruzione di una ferrovia e fu scavato per la prima volta negli anni successivi da Luis Siret. Gli scavi continuano ancora oggi. Si stima che possa aver raggiunto i 1000 abitanti. Gli appartenenti a questa cultura erano agricoltori e allevatori, e praticavano la metallurgia del rame. Los Millares era parte della cultura megalitica e del vaso campaniforme che caratterizzava larga parte dell'Europa nello stesso periodo. Le analisi sulle circa 70 tombe a thòlos del sito rivelerebbero, secondo gli archeologi, che la società di Los Millares era fortemente stratificata e bellicosa, spesso in guerra con i suoi vicini. La cultura di Los Millares venne rimpiazzata nell'età del bronzo (1800 a.C. circa) dalla cultura di El Argar.
Un altro insediamento contemporaneo a Los Millares, scoperto nella stessa regione, è quello di Los Silillos.

(da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

SPAGNA - Madīnat al-Zahrāʾ

 


Madīnat al-Zahrāʾ (ossia 'la città dei fiori', ma anche 'la città di Zahrāʾ', inteso come nome proprio di donna), è stata una residenza califfale omayyade tra il X e l'XI secolo. Il sito archeologico è situato ai piedi della Sierra Morena, a circa 5 km a ovest di Cordova, in Spagna.
Chiamata anche Madinat Azahara, oppure Madinat az-Zahraʾ - dal nome della presunta concubina preferita del califfo ʿAbd al-Rahmān III,[1] al-Nāsir li-dīn Allāh, che ne avrebbe patrocinato la costruzione - è stata dichiarata dall'UNESCO patrimonio dell'umanità e ha ricevuto finanziamenti della Comunità Europea perché si possano proseguire gli scavi intrapresi per la prima volta nel 1911.
La costruzione di Madīnat al-Zahrāʾ cominciò nel 936 e fu ordinata dal primo califfo andaluso, ʿAbd al-Rahmān III, che decise di fondarla per farne il centro di rappresentanza del nuovo califfato,[1] da lui stesso da poco proclamato, con un progetto urbanistico che per immagine, importanza e utilizzo di risorse può essere paragonato, facendo le dovute proporzioni, alla realizzazione di San Pietroburgo, Caserta o Versailles, tanto da essere da qualcuno definita proprio "la Versailles dimenticata del Medioevo".
Fonti musulmane affermano che per la costruzione di questa città, unica nel suo genere e paragonabile solo al palazzo califfale abbaside di Samarra, vennero usati fino a 10.000 operai, che posero in opera fino a 6.000 pietre al giorno, utilizzando circa 400 carichi di gesso e calce, trasportati da circa 1.500 animali da soma. La reggia, che avrebbe potuto ospitare fino a dodicimila persone, contava 4.300 colonne in marmo.
Purtroppo, la parte visibile oggi del sito archeologico costituisce solo il 10% della sua estensione originale, che copriva 112 ettari ed era stata pensata e progettata di proposito alle pendici della Sierra Morena per essere vista a distanza di miglia, tanto dai sudditi del califfato quanto dagli ambasciatori provenienti da altri paesi.
Il califfo ʿAbd al-Rahmān III volle edificare una nuova città che fosse simbolo del suo potere e della dignità della sua carica, imitando in questo altri califfi orientali, ma soprattutto per mostrare la propria superiorità rispetto agli Imam-califfi fatimidi del Cairo - sciiti e nemici degli Omayyadi, in gran parte invece sunniti - ma anche degli Abbasidi di Baghdad.
Al contrario della maggior parte delle città islamiche tradizionali, carenti sotto il profilo urbanistico (anche se a ciò facevano eccezione proprio Baghdad e il Cairo), Madinat al-Zahrāʾ era a pianta rettangolare (circa 1500x750 m), con vie tracciate ortogonalmente, una rete fognaria e una di canali per il rifornimento dell'acqua perfettamente progettate. È considerata la superficie urbana più grande progettata e interamente costruita nell'area mediterranea.

La sua moschea-cattedrale, o congregazionale (in arabo al-jāmiʿ ), fu completata nell'anno 941, ma la corte califfale si trasferì nella città solamente nel 945, mentre la zecca (Dār al-sikka ) vi fu trasferita nel 947/948. La città era collegata a Cordova da almeno due strade: una, di cui restano tracce visibili, accedeva direttamente al palazzo dal lato nord; l'altra, invece, entrava in città dal lato sud. Il suo lusso e la sua bellezza divennero proverbiali ai tempi del massimo splendore del califfato omayyade in Andalusia (in arabo al-Andalus).
Tale bellezza era però destinata a durare poco: già nel 1010, infatti, cominciò la distruzione della città, che non aveva nemmeno 80 anni, a seguito della guerra civile (in arabo fitna ) che pose fine al califfato e alla dinastia omayyade andalusa. La distruzione proseguì fino al 1013, anche ad opera di una tribù di puritani iconoclasti provenienti dal Nord Africa e fu poi continuata dallo spoglio che durò fino al secolo scorso, al fine di recuperare materiale da costruzione per la vicina città di Cordova.
Madīnat al-Zahrāʾ fu dimenticata e per secoli fu conosciuta solo come 'Cordova vecchia', finché fu finalmente ritrovata nel 1911 quando vennero effettuati i primi scavi archeologici. Nel 1985 il sito archeologico passò sotto la giurisdizione della Junta de Andalucia, che proseguì gli scavi. La parte ancora ricoperta da terriccio è minacciata dalla costruzione di case residenziali nei dintorni di Cordova, come è stato denunciato sia dal governo locale sia dal quotidiano statunitense The New York Times.
Dall'aprile 2007 sono iniziati gli scavi all'esterno del palazzo, per documentare il tracciato della muraglia sud della città e per localizzare alcune delle porte secondarie e delle strutture inframurarie corrispondenti alla periferia della città.
Sotto il profilo architettonico, Madīnat al-Zahrāʾ ha grandemente contribuito a definire lo stile moresco, cioè il gusto architettonico indipendente del bilād al-Andalus.
La costruzione di Madīnat al-Zahrāʾ cominciò nel 936 e fu ordinata dal primo califfo andaluso, ʿAbd al-Rahmān III, che decise di fondarla per farne il centro di rappresentanza del nuovo califfato,[1] da lui stesso da poco proclamato, con un progetto urbanistico che per immagine, importanza e utilizzo di risorse può essere paragonato, facendo le dovute proporzioni, alla realizzazione di San Pietroburgo, Caserta o Versailles, tanto da essere da qualcuno definita proprio "la Versailles dimenticata del Medioevo".
Fonti musulmane affermano che per la costruzione di questa città, unica nel suo genere e paragonabile solo al palazzo califfale abbaside di Samarra, vennero usati fino a 10.000 operai, che posero in opera fino a 6.000 pietre al giorno, utilizzando circa 400 carichi di gesso e calce, trasportati da circa 1.500 animali da soma. La reggia, che avrebbe potuto ospitare fino a dodicimila persone, contava 4.300 colonne in marmo.
Purtroppo, la parte visibile oggi del sito archeologico costituisce solo il 10% della sua estensione originale, che copriva 112 ettari ed era stata pensata e progettata di proposito alle pendici della Sierra Morena per essere vista a distanza di miglia, tanto dai sudditi del califfato quanto dagli ambasciatori provenienti da altri paesi.
Il califfo ʿAbd al-Rahmān III volle edificare una nuova città che fosse simbolo del suo potere e della dignità della sua carica, imitando in questo altri califfi orientali, ma soprattutto per mostrare la propria superiorità rispetto agli Imam-califfi fatimidi del Cairo - sciiti e nemici degli Omayyadi, in gran parte invece sunniti - ma anche degli Abbasidi di Baghdad.
Al contrario della maggior parte delle città islamiche tradizionali, carenti sotto il profilo urbanistico (anche se a ciò facevano eccezione proprio Baghdad e il Cairo), Madinat al-Zahrāʾ era a pianta rettangolare (circa 1500x750 m), con vie tracciate ortogonalmente, una rete fognaria e una di canali per il rifornimento dell'acqua perfettamente progettate. È considerata la superficie urbana più grande progettata e interamente costruita nell'area mediterranea.

La sua moschea-cattedrale, o congregazionale (in arabo al-jāmiʿ ), fu completata nell'anno 941, ma la corte califfale si trasferì nella città solamente nel 945, mentre la zecca (Dār al-sikka ) vi fu trasferita nel 947/948. La città era collegata a Cordova da almeno due strade: una, di cui restano tracce visibili, accedeva direttamente al palazzo dal lato nord; l'altra, invece, entrava in città dal lato sud. Il suo lusso e la sua bellezza divennero proverbiali ai tempi del massimo splendore del califfato omayyade in Andalusia (in arabo al-Andalus).
Tale bellezza era però destinata a durare poco: già nel 1010, infatti, cominciò la distruzione della città, che non aveva nemmeno 80 anni, a seguito della guerra civile (in arabo fitna ) che pose fine al califfato e alla dinastia omayyade andalusa. La distruzione proseguì fino al 1013, anche ad opera di una tribù di puritani iconoclasti provenienti dal Nord Africa e fu poi continuata dallo spoglio che durò fino al secolo scorso, al fine di recuperare materiale da costruzione per la vicina città di Cordova.
Madīnat al-Zahrāʾ fu dimenticata e per secoli fu conosciuta solo come 'Cordova vecchia', finché fu finalmente ritrovata nel 1911 quando vennero effettuati i primi scavi archeologici. Nel 1985 il sito archeologico passò sotto la giurisdizione della Junta de Andalucia, che proseguì gli scavi. La parte ancora ricoperta da terriccio è minacciata dalla costruzione di case residenziali nei dintorni di Cordova, come è stato denunciato sia dal governo locale sia dal quotidiano statunitense The New York Times.
Dall'aprile 2007 sono iniziati gli scavi all'esterno del palazzo, per documentare il tracciato della muraglia sud della città e per localizzare alcune delle porte secondarie e delle strutture inframurarie corrispondenti alla periferia della città.
Sotto il profilo architettonico, Madīnat al-Zahrāʾ ha grandemente contribuito a definire lo stile moresco, cioè il gusto architettonico indipendente del bilād al-Andalus.
A ovest del giardino oggi esistente, di fronte alla caserma, si trovavano le stalle e la zona residenziale privata del castello, con la 'Casa di Jaʿfar', hājib del califfo ʿAbd al-Rahmān III, e le stanze della servitù.
A est si trova il 'Portico Grande', collegato alla caserma da una serie di viuzze a rampa, probabilmente per poterne permettere il transito a truppe a cavallo. Il Portico Grande era la facciata con portici di una piazza d'armi molto grande dove è probabile che si tenessero le parate militari.
Scendendo ulteriormente verso l'ultimo livello terrazzato, si può vedere la moschea-cattedrale, orientata verso sud-est ed esterna alle mura, così da poter essere fruita dalla popolazione che viveva intorno alla città califfale. Esisteva comunque un passaggio ad uso esclusivo del califfo, in arabo detto sabat. Davanti alla moschea si trova ancora un gruppetto di stanze che vengono identificate come la 'Casa dell'elemosina' (in arabo dār al-sadaqa). La moschea è a pianta rettangolare e le sue parti fondamentali (cortile, sala delle preghiere e minareto, sono disposte secondo lo schema classico dell'occidente islamico.
Infine, attraverso un passaggio sul quale si apre una serie di stanze rivestite di marmo bianco, tra le quali si trovano i bagni (in arabo hammām), si giunge al salone di 'Abd al-Rahmān III, che doveva essere una sala di ricevimento tra le più sontuose e maestose mai viste, posta al centro di un insieme formato da un padiglione, quattro piscine e un grande giardino. Il salone era decorato con grandi pannelli di pietra intagliata a motivi floreali e geometrici, oltre ad iscrizioni epigrafiche, che attestano gli anni di costruzione: tra il 953 e il 957. Esso costituisce una novità assoluta nell'arte islamica dell'epoca, dal momento che ha pianta rettangolare, come quella di una basilica a tre navate longitudinali, con una navata trasversale all'entrata che fa da portico.
Nella parte più alta del castello si trovavano gli appartamenti reali (in arabo dār al-mulk, la 'Casa del potere sovrano').
La città era racchiusa da una muraglia, che comunque costituiva più un limite territoriale che un dispositivo di vera difesa. È stato scavato solo il tratto centrale del muro a nord, costruito in pietra calcarea, come tutta la città. All'esterno la muraglia è rinforzata da torri rettangolari e all'interno presenta dei contrafforti di rinforzo strutturale, per contenere il terreno di riporto.
La strada che portava a Cordova partiva da una porta che si apriva al centro della parte nord della muraglia. È questo l'accesso al castello che presenta la forma 'a gomito', frequentemente utilizzata nell'architettura militare islamica.
Lo stato della muraglia come la si osserva oggi, è frutto del restauro realizzato negli anni trenta del secolo XX da Félix Hernández, poiché la quasi totalità della struttura muraria originale era scomparsa a seguito delle spogliazioni sofferte dalle mura.

SPAGNA - Baelo Claudia

 

Baelo Claudia è un'antica città romana, situata a 22 km da Tarifa, in prossimità del villaggio di Bolonia, nella provincia di Cadice, nel sud della Spagna.
Adagiata su di una spiaggia nei pressi dello stretto di Gibilterra, la città originariamente era un villaggio di pescatori, la cui fondazione risale a circa 2.000 anni fa. Raggiunse la prosperità sotto l'imperatore Claudio, grazie alla posizione geografica (vero ponte tra la penisola iberica e le coste dell'Africa settentrionale), e alle intense relazioni commerciali con il porto dell'attuale città marocchina di Tangeri.
Alcuni terremoti accentuarono il progressivo declino della città, che fu totalmente abbandonata nel VI secolo d.C..
Baelo Claudia fu fondata alla fine del II secolo a.C. per effetto degli scambi commerciali con il Nord Africa. Può essere che Baelo Claudia svolgesse alcune funzioni amministrative governative, ma le primarie fonti di ricchezza erano la pesca del tonno, la salatura e la produzione del garum La città era tanto prospera da meritare il titolo di municipium dall'imperatore Claudio.
Il tenore di vita dei suoi abitanti raggiunse il massimo splendore tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C.. Comunque, verso la metà del II secolo d.C., la città iniziò a declinare, probabilmente a seguito di un intenso terremoto, che ne distrusse una gran parte. Oltre a questi disastri naturali, verso il III secolo d.C. la città fu assediata da orde di pirati, sia celtici sia barbari. Sebbene successivamente, nello stesso secolo, la città abbia visto una debole rinascita, verso il VI secolo fu definitivamente abbandonata.
Gli scavi hanno rivelato le vestigia più complete per una città romana dell'intera penisola iberica, con monumenti di estremo interesse come la basilica (nella foto a sinistra), il teatro (nella foto in alto), il macellum e il tempio di Iside. Il contesto spettacolare nel Parco Nazionale dello Stretto di Gibilterra permette al visitatore di vedere la costa del Marocco. Un moderno centro visite mostra molteplici manufatti e un'introduzione completa al sito. Il centro visite è anche dotato di parcheggio, aree in ombra, toilette, negozio e belle vedute del mare. L'ingresso è gratuito ai cittadini dell'Unione europea esibendo un documento d'identità.
Il sito archeologico di Baelo Claudia conserva gli elementi più rappresentativi di una tipica città romana. In particolare, vi sono: una cerchia di mura a protezione dell'abitato, in cui si aprono le porte principali; edifici amministratitivi, come la curia (senato locale), l'archivio pubblico (tabularium), il foro, la basilica per la celebrazione dei processi, un tempio per la dea egiziana Iside, come pure dei templi per Giunone, Giove e Minerva. Ciascun dio ha un suo proprio tempio individuale, piuttosto che un tempio loro dedicato in forma collettiva. L'unica altra città che si ritiene abbia avuto una simile disposizione è Sbeitla in Tunisia; oltre a ciò, vi si trovano vestigia di tabernae, un macellum, bagni (termae) e di un teatro.
Tre acquedotti rifornivano di acqua la città. Vi sono poi evidenze di una zona industriale di cui rimangono strade, installazioni per la produzione di garum e di un sistema fognario.
Nessun altro sito nella penisola iberica rende una tale visione completa dell'esperienza urbana romana, esperienza che i visitatori moderni possono effettuare percorrendo il sentiero che circonda la città.

SPAGNA - Acinipo

 

Acinipo , o Acinippo, fu una città romana situata nel comune di Ronda , nella provincia di Málaga , in Spagna . I suoi resti si trovano a 999 metri sul livello del mare, in posizione strategica su un'altura di terreni calcarei di origine terziaria con terreni di grande fertilità agricola. Occupato fin dal Neolitico , Acinipo offre reperti appartenenti all'età del Rame e del Bronzo , come rivelano una serie di capanne circolari protostoriche rinvenute negli ultimi scavi effettuati in città. Nonostante ciò, il momento di maggior splendore della città di Acinipo è senza dubbio il periodo romano, soprattutto a partire dalla fine del  i secolo , come si può dedurre dai grandi edifici che vi si trovavano.
Il suo nome appare per la prima volta come Acinippo nei testi di Tolomeo e Plinio il Vecchio , nonché sulle monete, in un'iscrizione e nel concilio di Iliberri . Fu studiato anche da studiosi  del xvi secolo , come Lorenzo de Padilla , anche se fu nel  xvii secolo che Fariña del Corral identificò il teatro esistente come romano nel 1650. È conosciuta fin dall'antichità come Ronda la Vieja in quanto è considerato l'antico insediamento di questa città; La realtà è che entrambe le città, Acinippo e Arunda, hanno coesistito nel tempo.
La città decade per tutto il  iii secolo ; Nel  iv secolo questo centro urbano perse la sua importanza nella zona, passando l'egemonia nel territorio più vicino ad Arunda, l'attuale Ronda . Secondo le ultime ricerche e il ritrovamento di resti di ceramica nel sito, la città potrebbe essere stata disabitata non prima del  vii secolo .modificare
La città è costruita su un ripido pendio che ha costretto a costruire tutti gli edifici della città in modo sfalsato.modificare
Il teatro Acinipo (foto in alto) è l'elemento meglio conservato del sito; Questa costruzione sfrutta la pendenza stessa per le tribune , scavate direttamente nel substrato roccioso. La scena teatrale è stata realizzata con i materiali di risulta della costruzione delle tribune e si presenta in quasi tutta la sua alzata, anche se gli elementi architettonici più rappresentativi sono scomparsi secoli fa. All'epoca era dotato di due vomitori laterali per l'accesso del pubblico e di un muro perimetrale non conservato.
Le terme (foto qui a sinistra), costruite nel  i secolo  a.C. C. si trovano nella parte bassa della città, sono state parzialmente scavate negli ultimi anni. È possibile vedere calidarium , tepidarium ed altri ambienti oltre a varie condutture idriche ed elementi architettonici come colonne.
LA città possedeva un muro attorno a tutto il suo perimetro di cui sono ancora visibili resti in superficie anche se non si conosce l'altezza; Della maggior parte delle torri circolari che doveva possedere è visibile anche in superficie una piccola parte del prospetto. La città murata di Acinipo aveva il privilegio di coniare monete, fatto attestato da numerosi ritrovamenti numismatici.


SPAGNA - Italica

 

Italica (in latino Italĭca) era un'antica città della Spagna romana, vicino all'attuale Siviglia, e prima colonia di italici, da cui il nome, nella penisola iberica. Le stirpi italiche più illustri che la popolarono furono quelle, imparentate tra loro, degli imperatori Marco Ulpio Traiano (gli Ulpi Traiani originari di Todi in Umbria) e Publio Elio Adriano (gli Aeli Adriani originari di Atri), che vi si insediarono in un qualsiasi momento tra la fondazione della città nel III secolo a.C e il I secolo d.C. Vi nacque forse anche Teodosio I, secondo altri nato a Coca.
Italica fu la prima di importanti colonie romane che costituirono la diaspora italica in Spagna, quali ad esempio anche Colonia Patricia (Cordova; vi nacquero Seneca e Lucano), Augusta Bilbilis (Calatayud; vi nacque Marziale), Colonia Claritas Iulia Ucubi (Espejo; vi nacquero degli antenati di Marco Aurelio), Iulia Traducta detta Tingentera (Algeciras o Tarifa; vi nacque Pomponio Mela) e Iulia Nasica (Calahorra; vi nacque Quintiliano).
Italica fu fondata nel 206 a.C. da Publio Cornelio Scipione Africano sulla destra del fiume Guadalquivir, in corrispondenza dell'odierna Santiponce, in provincia di Siviglia, per insediarvi i soldati italici, tra cui sia socii e foederati sia cittadini romani, feriti nella battaglia di Ilipa (Seconda guerra punica). Da qui il nome Italica.
Aveva un'ottima posizione strategica nel cuore della regione Bética, la più meridionale della Spagna: divenne municipium nel I secolo a.C., fino ad assumere, al tempo di Adriano, il titolo di Colonia Aelia Augusta, ossia venerabile colonia di Elio (Adriano).
Vicino ad essa si sviluppò la cittadina di Hispalis, che dopo la distruzione di Italica nel sesto secolo d.C. la sostituì nella regione e col tempo divenne l'attuale Siviglia.
Annoverava tra i suoi abitanti parecchi veterani e fu l'unica città della provincia romana patria di ben due imperatori: Traiano e Adriano.
Italica fu devastata dalle invasioni barbariche, ma continuò ad essere parzialmente abitata fino all'anno Mille sotto gli Arabi. Dalle sue rovine furono presi molti materiali da costruzione per la vicina Siviglia. Nei secoli del Rinascimento le sue rovine venivano definite come "Sevilla la vieja".
Presso gli scavi archeologici di Italica si possono oggi ammirare diverse case e strade, un grande anfiteatro, le terme romane, sculture e mosaici, sebbene sia i cristiani che gli Arabi abbiano riutilizzato diversi materiali da lì provenienti per alcune costruzioni di Siviglia. L'agglomerato primitivo, la vetus urbs corrisponde all'attuale abitato di Santiponce; possedeva un foro con un tempio dedicato a Diana, le terme e il teatro, costruito all'epoca di Augusto.
L'imperatore Adriano decise un nuovo ampliamento della sua città natale e fece costruire la nova urbs, che coincide con il sito archeologico. Circondata da mura, la città nuova aveva al centro il grande Foro con il tempio dedicato a Traiano e ampie terme. Il tessuto urbano era disegnato da larghe vie perpendicolari fra loro che disegnavano lotti perpendicolari (insulae).
Tra le dimore aristocratiche, un posto di rilievo è occupato dalla Casa dell'Esedra, così chiamata per l'esedra semicircolare che si trova al termine di un lungo cortile; l'edificio occupa un'area di 4000 metri quadrati, coprendo l'intera superficie dell'insula. Notevoli anche la Casa degli Uccelli, dove uno splendido mosaico rappresenta Orfeo circondato da 32 uccelli diversi, e la Casa del Planetario, con un mosaico rappresentante gli dei, da cui prendono il nome i giorni della settimana.
L'edificio più importante di Italica resta il Traianeum, un immenso recinto adibito al culto degli imperatori Adriano e Traiano. In assenza di fonti epigrafiche, si ipotizza che questo sia stato fatto costruire da Adriano in omaggio al suo predecessore Traiano. Il complesso è formato da un immenso portico (è stata ripresa la biblioteca di Adriano ad Atene specialmente nel colonnato interno, nella cadenza ondulata delle esedre e nella ricerca cromatica, marmo di Carrara e cipollino), al quale si accedeva nel lato corto meridionale da una terrazza con scale laterali, posta proprio sul cardo maximus.
Il tempio (che riprende come modello il tempio di Mars Ultor nel foro di Augusto a Roma) è un octastilo corinzio con colonne scanalate alte 9,20 metri. Il tempio ha un'unica cella. Inoltre tra il tempio e il portico si trovavano due file di cinque statue ciascuna. Di queste sono state rinvenute solo dei frammenti enormi che fanno supporre che la grandezza di queste statue fosse veramente considerevole (ad esempio un frammento di un dito lungo 30 cm). Le maestranze che realizzarono il complesso non erano tutte di elevata capacità; lo confermano alcuni frammenti realizzati da mani diverse, diversità data però dalla fretta di realizzazione.

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