domenica 5 gennaio 2025

#mostre / UN OSTRIARIUM ROMANO IN LAGUNA DI VENEZIA


Studiare la Laguna per conoscere e capire la natura e la biodiversità, ma anche il rapporto plurisecolare tra l’uomo e questo particolare ambiente, dove città ed ecosistema convivono in un delicato equilibrio. Questo, in particolare, il filo delle attività del Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue, che tra gli appuntamenti più importanti del 2025 ospita la restituzione del progetto di ricerca  realizzato dall’Università Ca’ Foscari Venezia: la scoperta di un particolare sito archeologico sommerso nella laguna di Venezia, in località Lio Piccolo, Cavallino-Treporti.
È qui che indagini stratigrafiche subacquee avviate nel 2021 hanno portato alla luce una vasca in mattoni e tavole di legno contenente circa 300 gusci di ostriche: una struttura databile al I secolo d.C. e interpretata come un antico ostriarium: uno spazio destinato al mantenimento in vita di questi molluschi prima del loro consumo. Ad oggi, una scoperta unica in Italia, che trova un solo confronto noto nella laguna di Narbonne, in Francia.
Una parte di questi significativi rinvenimenti, reperti, immagini, video delle operazioni di scavo subacqueo e delle attività di ricerca, nonché un modello tridimensionale del sito archeologico lagunare saranno esposti al Museo di Storia Naturale dal 16 aprile al 2 novembre 2025: un allestimento che restituisce i primi risultati di questo progetto di ricerca, fornendo ulteriori informazioni sugli abitanti della Laguna in epoca imperiale romana e che, non  ultimo, mette in luce l’importanza di un lavoro di ricerca scientifica interdisciplinare che ha coinvolto archeologi, geologi, biologi, per restituire al pubblico i risultati di questa indagine e invitare alla scoperta e conoscenza della ricchezza della Laguna.


Il sito archeologico di Lio Piccolo, segnalato nel 1988 da Ernesto Canal che, per primo, aveva ipotizzato di vedervi i resti di una villa romana, si trova lungo la riva meridionale di Canale Rigà. Sul fondo della vasca sono stati rinvenuti circa 300 gusci di ostrica comune (Ostrea edulis), specie gradualmente scomparsa dalla Laguna nella seconda metà dell’Ottocento, ed alcuni gusci di altri bivalvi, come i canestrelli. Le paratie, come avveniva nelle peschiere a mare di età romana, permettevano probabilmente l’isolamento tra le diverse specie. Le analisi dendrocronologiche e la datazione al Carbonio 14 delle parti in legno portano a datare la costruzione della struttura nella metà del 1° secolo d.C. A contatto con il vivarium si trovano delle fondazioni in mattoni sorrette da una selva di pali in quercia che dovevano appartenere a un edificio piuttosto importante costruito nello stesso periodo. Centinaia di frammenti di affresco, tessere di mosaico e alcune lastrine di marmi pregiati fanno interpretare l’edificio come una possibile villa di lusso, forse proprio una di quelle ville marittime che Marziale, alla fine del 1°secolo d.C., colloca nei lidi di Altino. Tra i rinvenimenti più importanti, anche una gemma preziosa che doveva ornare la montatura di un anello di una persona molto agiata frequentatrice dell’ostriarium.


Il Museo, che conserva importantissime collezioni scientifiche dei più grandi scienziati e naturalisti locali, continua ancora oggi a studiare la Laguna, per comprendere il rapporto così unico che lega la città al suo territorio e garantire la continua documentazione fisica dell’ambiente e delle sue trasformazioni. Una missione che può realizzarsi solo collaborando con le altre realtà istituzionali che lavorano e studiano la Laguna nei suoi più diversi ambiti ed aspetti. In quest’ottica nasce la collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari, per valorizzare un progetto di ricerca che ci offre inedite informazioni sulle attività ittiche in Laguna ai tempi della Roma Imperiale.
La laguna di Venezia è, quest’anno più che mai, il tema che collega le attività del museo. Attraverso esposizioni, conferenze e incontri - come i prossimi appuntamenti estivi al museo - il Museo di Storia Naturale di Venezia si impegna a rendere accessibili le conoscenze acquisite, coinvolgendo non solo gli esperti del settore, ma anche il pubblico più ampio. La divulgazione diventa così l'ultimo, ma indispensabile tassello, di un percorso che valorizza il passato per comprendere meglio il presente e il futuro della laguna di Venezia.
Il progetto di ricerca dell’ Università Ca’ Foscari di Venezia - Dipartimento di Studi Umanistici è reso possibile grazie a finanziamenti dell’ateneo, del Comune di Cavallino Treporti, del progetto CHANGES PNRR e di un progetto PRIN PNRR, in collaborazione con il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova (prof. Paolo Mozzi) e il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Firenze (prof.ssa Adele Bertini).
Le ricerche sono condotte in regime di concessione del Ministero della Cultura– Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna.

Dal 16 aprile al 2 novembre 2025 a Venezia, Museo di Storia Naturale Giancarlo Ligabue, piano terra Progetto di ricerca a cura di Carlo Beltrame, Elisa Costa, Università Ca’ Foscari Venezia, Dipartimento di Studi Umanistici


#mostre / Da Tauromenion a Tauromenium. Alla scoperta della città invisibile tra storia e archeologia

 

Dalla Taormina dei greci (Tauromenion) a quella di epoca romana (Tauromenium). Colta nell’arco temporale del suo massimo splendore – dal III secolo a.C. e fino II d.C. – la città adagiata sui fianchi del Monte Tauro e dall’imponente impianto scenografico, dove ogni monumento era stato concepito dai greci per guardare il mare - e dal mare essere ammirato - sarà la protagonista della grande mostra archeologica e multimediale dal titolo “Da Tauromenion a Tauromenium. Alla scoperta della città invisibile tra storia e archeologia”, in programma a Palazzo Ciampoli dal 7 agosto 2024 e fino al maggio 2025.
Un grande progetto corale del Parco archeologico Naxos Taormina, diretto dall’archeologa Gabriella Tigano, che da circa due anni coordina diversi gruppi di lavoro – scientifici e tecnici - formati da archeologi e funzionari del Parco, della Soprintendenza di Messina e delle Università di Messina, Palermo e Catania e da un team interdisciplinare costituito da architetti, informatici, filmmaker ed esperti di ricostruzioni 3D con l’obiettivo di ricomporre, rileggere e raccontare il DNA di una città dalla storia antichissima e, per la sua posizione privilegiata, abitata da sempre.
Per l’occasione sarà esposta la “Sacerdotessa di Iside”, statua in marmo rinvenuta a Taormina nel 1867 vicino alla chiesa di San Pancrazio – anticamente luogo di culto di Iside e Serapide – e dal 1868 trasferita al Museo Salinas di Palermo, primo museo archeologico della Sicilia.


#mostre / A Taranto, Nostoi. Frammenti di storia

 

Dal 6 maggio 2025, a Taranto nel Convento di San Domenico in via Duomo 33, sede della Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo del Ministero della Cultura, è aperta al pubblico la mostra “Nostoi. Frammenti di storia”. L’esposizione rende visibile il patrimonio archeologico recuperato dai circuiti del mercato illegale di beni culturali grazie alle indagini intraprese dalla Sezione Archeologia del Reparto Operativo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, di concerto con la Procura della Repubblica di Taranto, con opere esposte accanto a reperti provenienti da scavi di tutela nel territorio tarantino.
Il titolo richiama l’epopea dei Nostoi, poema perduto che narrava il ritorno in patria dei comandanti greci al termine dell’impresa a Troia. Come gli eroi del ciclo epico, talvolta i beni del patrimonio archeologico affrontano complesse vicissitudini per poter tornare a raccontare frammenti del nostro passato. L’iniziativa si inserisce in un percorso continuo di restituzione alla pubblica fruizione delle opere recuperate, del quale una tappa fondamentale è stata la mostra “Nostoi. Capolavori ritrovati” tenutasi al Quirinale nel 2007, con l’obiettivo di dare visibilità ai reperti raccontandone il nostos ed evidenziando il valore incommensurabile del loro significato storico e identitario, insieme all’efficacia del modello di tutela italiano.
Le parole del Capo Dipartimento Tutela del Patrimonio Culturale del Ministero della Cultura, dott. Luigi La Rocca: “La mostra organizzata dalla Soprintendenza nazionale dà pieno senso al sostegno garantito dalle strutture centrali e periferiche del Ministero all’attività di indagine e di sequestro di beni archeologici illecitamente sottratti, condotte dai Carabinieri del Comando TPC e dalla magistratura. Un sostegno che si basa sulla competenza e sulla professionalità dei nostri funzionari, impegnati nell’analisi scientifica degli oggetti sequestrati, al fine di ricostruirne la storia in assenza dei dati di contesto di cui purtroppo lo scavo clandestino ci ha per sempre privati. La mostra inoltre completa la filiera delle attività che compongono la tutela, che acquista valore allorché il patrimonio culturale è restituito alla pubblica fruizione, ancora di più nel caso in cui esso sarebbe stato illecitamente destinato ad un uso privato. Complimenti quindi alla Soprintendente Francesca Romana Paolillo e al suo staff per l’iniziativa e ai nostri Carabinieri per l’ennesima brillante prova di efficienza a tutela del patrimonio archeologico di un territorio che custodisce le testimonianze di storia antica e straordinaria”.
La mostra è stata presentata a Palazzo Pantaleo, alla presenza delle autorità civili, religiose e militari di Taranto, con gli interventi della Dott.ssa Eugenia Pontassuglia, Procuratore della Repubblica di Taranto, del Dott. Marco Colascilla Narducci, Sostituto Procuratore della Repubblica di Taranto, del Colonnello Paolo Befera, Comandante del Reparto Operativo del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e della Dott.ssa Francesca Romana Paolillo, Soprintendente nazionale per il patrimonio culturale subacqueo.


La mostra è organizzata in quattro sezioni.
La prima sezione è intitolata Taras, dal nome della divinità eponima di Taranto, che individua anche un’importante operazione condotta in Italia e all’estero dai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), in collaborazione con la Sezione di Polizia Giudiziaria – Aliquota Carabinieri della Procura della Repubblica di Taranto e coordinata dalla citata Procura.
Le opere esposte, provento di scavi clandestini ed esportazioni illecite, sono state al centro, anche di recente, di importanti attività di recupero che hanno visti coinvolti il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale e i vari istituti del Ministero della Cultura che lavorano per identificare, salvaguardare e valorizzare le opere restituite al patrimonio. Seguendo il percorso della mostra, i visitatori potranno comprendere il continuo pericolo di saccheggio e dispersione a cui è sottoposto l’immenso patrimonio italiano e nello stesso tempo potranno apprezzare il lavoro scientifico e di ricerca che supporta il ritrovamento sul territorio di materiale archeologico.
Sono esposti significativi reperti in bronzo, legati all’equipaggiamento bellico, d’epoca arcaica (VI sec. a. C.). Nello specifico si tratta di tre elmi corinzi, uno schiniere ed elementi di bardature equine: una testiera, un morso da cavallo, una sorta di gorgiera e un elemento composto da una serie di anelli concatenati fra loro. Nell’ambito della stessa attività è stato recuperato un gruppo di ghiande missilistiche in piombo, di cui una iscritta e databile al III-II a.C. La sezione presenta inoltre un cratere a volute apulo a figure rosse, databile tra il 340 e il 320 a.C., con raffigurazione del mito di Frisso ed Elle, figli del re beota Atamante, e si conclude con l’anello sigillo di epoca bizantina, rinvenuto al largo di Porto Cesareo e recuperato nel 2014 dal Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Bari, in sinergia con la Soprintendenza Archeologica della Puglia, scongiurandone l’immissione nel mercato clandestino.
La seconda sezione è intitolata Thesauros, allestita nelle nuove vetrine medagliere della Soprintendenza che consentono la visione integrale e dettagliata dei beni numismatici. Sono qui esposte 153 monete, databili dal periodo magno-greco all’età tardo imperiale, recuperate a margine delle attività di indagine dell’operazione Taras.
La terza sezione è intitolata Satyria, dal nome della ninfa eponima del centro di Satyrion, luogo legato alle vicende storiche della colonizzazione laconica di Taranto. I reperti esposti comprendono una significativa selezione di reperti dal Santuario della Sorgente, contesto archeologico di grande rilevanza, connotato dall’abbondanza delle stipi votive, purtroppo in parte depredate da scavi clandestini che hanno causato sia la distruzione delle stratigrafie che l’immissione di moltissimi reperti nel traffico illecito di manufatti archeologici. La maggior parte dei materiali votivi esposti proviene dagli scavi condotti dal Soprintendente Felice Gino Lo Porto negli anni 1976-1977. Molti provengono da una favissa non intaccata dagli scavi clandestini. Sempre da Saturo, nel terreno sconvolto dai tombaroli, è stato trovato, il 27 settembre 1976, il fondo di una kotyle corinzia databile alla metà del VI secolo a.C., con un alfabetario dipinto prima della cottura del vaso. Ancora da Saturo, ma da un contesto romano repubblicano, proviene il tesoretto di monete, custodito dentro una olletta miniaturistica e composto da 34 denari romano repubblicani in argento databili tra il 152 e il 130 a.C. La sezione espone anche alcuni reperti da Taranto, tra cui frammenti di un rilievo di età ellenistica raffigurante un’amazzonomachia.
La quarta sezione, allestita nel chiostro, è intitolata Epigraphé con la esposizione di otto epigrafi funerarie, testimonianza della presenza della comunità ebraica a Taranto tra il VII e il IX secolo d.C.


sabato 30 novembre 2024

Un nuovo sito di rilevanza archeoastronomica a Bultei? L’ipotesi lanciata al XIII convegno “La misura del tempo” a Sassari. L’appuntamento organizzato da Circolo Aristeo e Società astronomica turritana



Un sito archeologico a Bultei, nel Goceano, potrebbe rivelare inediti legami tra monumenti preistorici e allineamento solare. Lo ha rivelato la XIII edizione del convegno di archeoastronomia “La misura del tempo”, ospitato venerdì 29 novembre nella sala conferenze della Fondazione di Sardegna a Sassari. Il sito di Pes’a culu, a circa mille metri di altitudine nell’agro di Bultei, nei pressi del confine con Pattada in provincia di Sassari, ospita infatti alcune strutture monumentali che hanno acceso l’interesse degli studiosi, come hanno spiegato l’archeologa Giuseppina Marras, Michele Forteleoni della Società Astronomica Turritana e Simonetta Castia del Circolo Aristeo. Oltre ad alcuni menhir, due massi affiancati (nella foto in alto) posti su un’area rialzata del sito presentano due cavità che, secondo i primi rilievi, potrebbero avere un legame con gli orientamenti solstiziali. Le strutture potrebbero essere state utilizzate come “calendario” degli antichi, all’interno di un’area semicircolare di recente individuazione, ma soltanto una verifica sul campo nell’esatto momento dell’anno potrà avvalorare questa tesi.
Il convegno, organizzato dal Circolo culturale Aristeo e dalla Società astronomica turritana con il sostegno e patrocinio della Regione Sardegna e con il patrocinio della Fondazione di Sardegna e del Comune di Sassari, è stato aperto dal sindaco di Sassari, Giuseppe Mascia, che ha lodato il lavoro degli organizzatori, invitandoli a collaborare con il Comune per la realizzazione di iniziative diffuse di divulgazione che coinvolgano la cittadinanza. 
Nel corso della giornata si è discusso di rilevanti aree archeologiche sarde. Simonetta Castia e Michele Forteleoni hanno preso in esame i siti di Monte Nuxi (foto a sinistra), Sa domu de Orgia e il recinto sacro di Santa Vittoria, nei pressi di Esterzili, aree sacre che sembrano avere tratti comuni e portare a nuovi spunti di rilievo archeoastronomico. 
La sessione pomeridiana dell’incontro, il più partecipato degli ultimi anni, è stata incentrata in particolare sulla Sardegna, con l’esame delle coppelle riportate sui menhir a Pranu Muttedu (foto a destra), nella zona di Goni, la cui funzione resta ancora ignota e che come ha spiegato Alberto Cora dell’INAF di Torino alcuni leggono come la riproduzione della costellazione di Orione. Flavio Carnevale dell’Università La Sapienza di Roma si è invece concentrato nell’esame del sito di Paule s’Ittiri a Torralba, un complesso che comprende un insediamento e un’area di culto, in insieme a Marzia Monaco sono state analizzate le quattro strutture presenti sotto il profilo archeometrico che ha portato all’individuazione di una unità di misura comune legata al cubito.
Di archeoastronomia nell’arte ha parlato Paolo Colona dell’Accademia delle Stelle, in particolare della Luna, rappresentata in forma realistica in un’eclissi soltanto nella “Piccola crocifissione” (foto a sinistra) di Matthias Grünewald, quadro conservato alla National Gallery di Washington. Grazie al raffronto tra le eclissi registrate nel periodo di realizzazione dell’opera e la sua analisi, è possibile con una certa sicurezza affermare che l’eclissi raffigurata sia quella del 30 gennaio 1515. Anche l’antropologo Domenico Ienna ha concentrato il suo intervento sulla Luna, connettendo astronautica e antropologia e considerando i quattro caratteri di quest’ultima in funzione dei viaggi spaziali e in particolare dello sbarco sul satellite terrestre del 1969.
Anche l’architettura conta esempi archeoastronomici, come ad esempio il mausoleo di Adriano, l’odierno Castel Sant’Angelo a Roma. L’archeologa Marina de Franceschini, autrice di uno studio con Giuseppe Veneziano, ha spiegato come la sala sepolcrale, oggi ingiustamente poco valorizzata e utilizzata come ambiente di passaggio, venga illuminata attraverso due finestre a bocca di lupo dal Sole, i cui raggi nel giorno del solstizio d’estate vanno a colpire delle nicchie dove anticamente erano presenti il monumento dell’imperatore e il suo sarcofago, oggi andato distrutto. 
Degli allineamenti possibili a cavallo delle Alpi ha parlato Elio Antonello, dell’Osservatorio astronomico di Brera - INAF, con un intervento sui siti alpini di Sion /foto a destra) e Aosta. Le due località distano 50 km l’una dall’altra e sono separate dalla catena montuosa, ma presentano estese arature simili che avevano probabilmente una funzione cerimoniale. Antonello ha spiegato come la disposizione delle vallate sia in direzione del solstizio d’estate, con buche allineate, stele e tombe orientate nella stessa direzione. Marcello Ranieri dell’Università La Sapienza di Roma ha ripreso i temi già trattati nelle passate edizioni del convegno, in particolare il busto di Nefertiti recuperato nel 1912 ad Amarna, dove un tempo sorgeva la città di Akhetaton in Egitto e oggi conservato al Museo Egizio di Berlino, provando che è stato realizzato secondo precisi schemi pitagorici, come molti altri reperti del periodo, smentendo quindi le teorie secondo cui sarebbe un falso. 
Andrea Polcaro, dell’Università di Perugia, ha invece parlato degli scavi che conduce nel sito di Gobekli Tepe (foto a sinistra) in Turchia, non lontano dal confine con la Siria, analizzandone gli allineamenti solstiziali che sembrano essere stati realizzati soltanto quando gli uomini da cacciatori diventarono agricoltori, e utilizzati quindi anch’essi come riferimenti temporali. 


mercoledì 27 novembre 2024

“La misura del tempo” alla Fondazione di Sardegna - Sabato 29 la XIII edizione del convegno di archeoastronomia


La possibile scoperta di inediti monumenti preistorici nel Goceano in relazione agli orientamenti astronomici sarà al centro del programma della XIII edizione del convegno di archeoastronomia “La misura del tempo”, in programma venerdì 29 novembre dalle 9 nella sala conferenze della Fondazione di Sardegna di Sassari. L’appuntamento, ormai un punto di riferimento nazionale per questa disciplina, è promosso e organizzato dal Circolo culturale Aristeo e dalla Società astronomica turritana con il sostegno e patrocinio della Regione Sardegna e con il patrocinio della Fondazione di Sardegna e del Comune di Sassari, d’intesa con le più accreditate istituzioni nell’ambito dell’archeoastronomia e della astronomia culturale.
I lavori sono articolati come da tradizione in due sessioni. Al mattino saranno esplorati temi di carattere nazionale e internazionale. Aprirà Elio Antonello, dell’Osservatorio astronomico di Brera - INAF, con un intervento sui siti alpini di Sion (nella foto a sinistra, i menhir) e Aosta. L’antropologo Domenico Ienna parlerà poi dell’esplorazione del cosmo: contesti scientifici, tecnologie e fattori antropologici. Marcello Ranieri e Flavio Carnevale dell’Università La Sapienza di Roma illustreranno quindi gli schemi armonici pitagorici nel busto di Nefertiti, mentre Andrea Polcaro dell’Università di Perugia interverrà sul tema del tempo, con i calendari di pietra del Mediterraneo orientale fra il Neolitico e l’Età del Bronzo.
Chiuderanno gli interventi del mattino l’archeologa Marina de Franceschini e l’archeoastronomo Giuseppe Veneziano sull’archeoastronomia nel Mausoleo di Adriano, l’odierno Castel Sant’Angelo a Roma.
Il pomeriggio, dalle 15.30, sarà aperto da Paolo Colona dell’Accademia delle stelle sull’individuazione di un’eclissi di Luna in un dipinto rinascimentale. A seguire, la Sardegna diventa protagonista: Alberto Cora dell’INAF di Torino parlerà della costellazione di Orione (nell'immagine a destra) a Pranu Muttedu (Goni), mentre Flavio Carnevale e Marzia Monaco della Sapienza sposteranno l’attenzione sull’analisi archeometrica preliminare del complesso nuragico di Paule S’Ittiri a Torralba. 
Simonetta Castia del Circolo culturale Aristeo e Michele Forteleoni della Società astronomica turritana si soffermeranno sull’analisi archeoastronomica preliminare del santuario di Domu de Orgia (nella foto a sinistra) e della fonte sacra di Monte Nuxi, a Esterzili, e insieme all’archeologa Giuseppina Marras, chiuderanno i lavori illustrando nuove prospettive sul sito megalitico, di recentissima individuazione, di Pes’a culu a Bultei.
Il dibattito di entrambe le sessioni sarà moderato dal giornalista Pier Giorgio Pinna. L’ingresso è libero e aperto a tutti, dagli studiosi ai semplici appassionati.

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