lunedì 6 aprile 2026

Lazio - Roma, Musei Capitolini / Centauri Furietti in bronzo


Centauri Furietti, anche noti come statue del Centauro vecchio e del Centauro giovane, sono due sculture in marmo bigio morato realizzate nel II secolo, presumibilmente da originali modelli greci risalenti all'età ellenistica, e conservate presso i Musei capitolini di Roma.
I Centauri furono rinvenuti nel dicembre del 1736 presso la Villa Adriana di Tivoli da Giuseppe Alessandro Furietti. Immediatamente si comprese la grandiosità di tali pezzi, tra i più importanti della sua collezione. Secondo una tradizione, riferita anche da Gaetano Moroni, Furietti si oppose alla donazione delle statue ai Musei capitolini e per ripicca, anche se tale ipotesi è stata ampiamente smentita, Papa Benedetto XIV avrebbe deciso, quindi, di non nominarlo cardinale. Sarebbe diventato cardinale solo successivamente, nel concistoro del 24 settembre 1759, grazie a Papa Clemente XIII. Nel 1765, in seguito alla sua morte, gli eredi vendettero per 14 000 scudi al papa i Centauri e il Mosaico delle colombe, che furono quindi trasferiti nella collezione capitolina.
Entrambe le statue portano la firma degli scultori Aristea e Papia di Afrodisia, una città dell'Asia minore. Non si può stabilire con certezza se si tratti degli ideatori del modello o soltanto degli esecutori di queste due versioni e non si hanno informazioni certe nemmeno sull'esatto luogo nel quale sarebbero state realizzate: potrebbe trattarsi di Afrodisia oppure di Roma, dove gli artisti sarebbero precedentemente giunti. A giudicare dallo stile si tratta di statue di età adrianea del II secolo, copie di originali bronzei di età ellenistica, datati al II secolo a.C., sebbene recenti studi, in particolare dell'archeologa Brunilde Sismondo Ridgway, ipotizzino che molte delle sculture generalmente ritenute ellenistiche siano in realtà invenzioni romane.

Le statue raffigurano due centauri: uno è maturo, barbuto e sofferente; l'altro è giovane e sorridente mentre alza il braccio. Gli amorini che li cavalcavano sono andati perduti: ciononostante, i due centauri sono comunque un notevole esempio di gruppi scultorei dalle pose e dai motivi variegati. La contrapposizione così marcata tra gli stati d'animo espressi dalle due figure voleva ricordare allo spettatore romano l'anima tormentata dall'amore o esaltata dalla gioia, temi propri del Fedro di Platone e della poesia ellenistica.
La coppia di marmi divenne popolare nel XVIII secolo, durante il quale si produssero numerose illustrazioni di centauri. Erano presentati come progrediti protettori dell'ospitalità e dell'apprendimento - come nel caso di Chirone - piuttosto che come bestiali creature metà uomini e metà animali, come ad esempio nella vicenda della Centauromachia. Con i loro eroti, erano emblema della gioia dell'amore giovanile e dell'opposta schiavitù causata dalla maturità: tali temi erano molto apprezzati dagli spettatori nel contesto del Rococò. L'archeologo Ennio Quirino Visconti concentrò la propria attenzione sugli attributi bacchici del Centauro Borghese, il cui Eros ha la fronte incoronata da grappoli d'uva: ciò starebbe ad indicare che le forze in gioco sono determinate dall'ebbrezza e non dall'amore.
Jon van de Grift esaminò l'iconografia di due skyphoi (coppe per bere) d'argento di età imperiale, parte del tesoro di Bernay. I motivi lavorati a sbalzo delle due coppe, che raffigurano centauri cavalcati da eroti, condussero lo studioso ad affermare che "il motivo dell'amorino raffigurato mentre tortura un vecchio e accigliato centauro, solitamente nell'ambito di una vivace processione dionisiaca, si ritrova nei mosaici romani e nei sarcofagi con scene dionisiache". In questo contesto i Centauri Furietti sono utilizzati dallo studioso come elemento di paragone iconografico.


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