domenica 17 maggio 2026

Lazio - Roma, Museo delle navi romane di Fiumicino

 

Il Museo delle navi romane è un museo archeologico, gestito dal Parco archeologico di Ostia antica, situato nei pressi dell'aeroporto di Roma-Fiumicino, nel territorio del comune di Fiumicino, realizzato negli anni sessanta per ospitare i resti di alcune navi romane rinvenute durante i lavori per la costruzione dello scalo aeroportuale.
Si tratta di uno dei pochi musei europei sorto in prossimità del sito in cui sono stati ritrovati i reperti navali. Il museo nacque trasformando l'hangar, dove erano stati trasportati i reperti in edificio museale, che fu inaugurato nel 1979. A causa di problemi infrastrutturali il museo fu chiuso nel 2002, per riaprire poi nell'ottobre 2021.


Durante i lavori per la realizzazione dell'aeroporto di Roma-Fiumicino furono rinvenuti diversi resti archeologici facenti parte dei porti di Claudio e Traiano tra cui il molo settentrionale e la cosiddetta "capitaneria", in un'area marginale dove le imbarcazioni troppo malridotte per navigare, venivano di fatto abbandonate.
Nel 1958 fu rinvenuta la prima imbarcazione, denominato Fiumicino 2, seguita poi da altre tre navi tra il 1959 e 1961, Fiumicino 1, Fiumicino 3 e Fiumicino 5. Negli anni seguenti furono portate alla luce anche due parti di fiancata appartenenti alle navi Fiumicino 6 e Fiumicino 7 e lo scafo del veliero Fiumicino 4, mentre un ulteriore relitto, il Fiumicino 8, non è stato scavato a causa del pessimo stato di conservazione.
Considerando che il contatto con l'aria avrebbe portato ad un forte deterioramento dei reperti rinvenuti, il Genio civile, sotto la direzione dell'ingegnere Otello Testaguzza e dell'archeologa Valnea Santa Maria Scrinari, realizzò sul sito dei principali ritrovamenti un hangar in legno dove i relitti furono trasportati e consolidati.
Il museo ospita cinque relitti completi di navi per il trasporto fluviale-marittimo, di cui tre navi caudicarie (Fiumicino 1, 2 e 3), un piccolo veliero (Fiumicino 4) e una navis vivaria (Fiumicino 5), nota anche come la barca del pescatore, e due frammenti di fiancata di nave.


Altri reperti custoditi presso il museo sono del materiale lapideo ritrovato ad Ostia, tra cui un sarcofago, una bitta d'ormeggio, un calco del rilievo di Torlonia, dei sigilli di età antonina, uno scandaglio, un ceppo d'ancora, delle anfore, il calco di un'iscrizione trovata presso il porto, dei pannelli descrittivi delle fasi di scavo per il recupero delle navi e delle tecniche di costruzione degli scafi.
I relitti
Fiumicino 1, 2 e 3: si tratta di tre navi caudicarie lignee di piccole dimensioni: 17 x 5,5 metri la prima, 19 x 6,3 la seconda e 14 x 4,5 la terza, con una portata massima rispettivamente di circa 50, 70 e 30 tonnellate, utilizzate per l'alleggio delle grandi navi marittime che approdavano presso Ostia e Porto. Per quanto riguarda la Fiumicino 1 i materiali di costruzione comprendono diversi tipi di legno locale tra cui la quercia per la chiglia e per le tavole del fasciame di poppa e prua, e il pino domestico per le tavole centrali. La tecnica di costruzione, detta a guscio portante, prevede la messa in opera della chiglia e delle tavole di fasciame prima delle ordinate, legate al fasciame attraverso chiodi di ferro in cavicchi di salice (alcune ordinate sono state bloccate anche sulla chiglia tramite grossi chiodi di ferro); migliaia di sottili linguette in legno duro, dette tenoni, sono state inserite in mortase a intervalli regolari nelle tavole per collegarle tra di loro e rendere coeso il guscio della nave. L'armamento della piccola imbarcazione prevedeva un albero sito in posizione avanzata anteriore e munito di pedarole su cui era fissato il cavo per l'alaggio; sull'albero poteva essere montata anche una vela aurica. Queste imbarcazioni sono cadute in disuso tra la fine del IV e l'inizio del V secolo.
Fiumicino 4: si tratta di un piccolo veliero utilizzato per piccole attività commerciali, in origine esso doveva misurare all'incirca 10 x 2,8 metri con una portata massima di 3,8 tonnellate. Costruita grossomodo con la stessa tecnica e gli stessi materiale delle navi caudicarie, fatta eccezione per l'impiego del cipresso per alcune tavole del fasciame e dei cavicchi d'olivo in luogo dei chiodi di ferro, fu abbandonata intorno alla metà del III secolo.
Fiumicino 5: si tratta di una piccola nave da pesca, o navis vivaria, lunga circa 6 metri e datata al II secolo. Essa era dotata di un compartimento posto al centro dello scafo, munito di coperchio e riempito d'acqua grazie ai piccoli 19 fori praticati sul fondo, che serviva a mantenere in vita il pescato con una capacità di circa 300 litri. Attraverso dei piccoli tappi in legno di pino domestico era possibile anche regolare il flusso dell'acqua e svuotare all'occorrenza il compartimento. Anche questa nave è stata realizzata con legni locali con una tecnica simile a quelle applicate per le altre navi custodite nel museo, con l'eccezione dell'uso del legno di ginepro per parte delle ordinate.


Lazio - Nemi, Museo delle navi romane

 

Il Museo delle navi romane si trova lungo le rive del lago di Nemi, in provincia di Roma.
Il Museo afferisce alla Direzione regionale Musei nazionali Lazio, istituto del Ministero della Cultura.
Nessun autore dell'antica Roma ha mai parlato delle navi imperiali nel lago di Nemi. Se ne supponeva l'esistenza perché, già nel Medioevo, accadeva che, di tanto in tanto, venissero pescati alcuni reperti archeologici.
Si fecero diverse ipotesi sia sull'esistenza delle navi che su chi le avesse volute finché, tra i diversi reperti pescati, comparvero le cosiddette fistulae aquariae. Si trattava di grosse tubazioni in piombo che facevano parte di un impianto idraulico piuttosto costoso utilizzato dalle ricche famiglie romane per portare acqua corrente all'interno dei palazzi. Questi tubi erano ricavati da lastre rettangolari di piombo su cui si era soliti stampigliare il nome del proprietario, spesso il nome del liberto idraulico e a volte un numero progressivo. Da ciò si ricavò che appartenessero all'imperatore Caligola. Quando questi morì, presumibilmente, le due navi furono affondate, nel rispetto della condanna alla damnatio memoriae.
Il primo tentativo di recupero fu voluto dal cardinale Prospero Colonna nel 1446. Il cardinale, signore di Nemi e uomo di vasta erudizione, affidò il difficile compito a Leon Battista Alberti. Le operazioni di recupero delle navi ebbero inizio e furono descritte da Flavio Biondo da Forlì nella sua Italia illustrata. Leon Battista Alberti chiamò alcuni valenti nuotatori genovesi, i marangoni, che raggiunsero e, per quanto fu loro possibile, esplorarono la nave più vicina alla riva e ne riferirono la distanza e la profondità. Si costruì una piattaforma galleggiante e, con delle corde munite di ganci, si tentò di tirare la nave a riva. Si riuscì invece solo a strappare un pezzo dell'imbarcazione, danneggiandone seriamente la struttura.
Il secondo tentativo fu voluto da Francesco De Marchi nel 1535. Il tentativo è documentato nel suo trattato di Architettura militare. Il 15 luglio 1535 De Marchi decise di immergersi personalmente avvalendosi di una specie di campana inventata da Étienne Guillery , che partecipò alle immersioni. Cominciò ad osservare la nave più vicina alla riva, che era anche quella che giaceva a minor profondità. La lunghezza secondo la sua valutazione era di 64 metri e la larghezza di 20. Il legno, protetto dal fango, era ben conservato anche se aveva quasi 2000 anni. Si cercò più volte di cingere la nave con fasce e cordami, nel tentativo, inutile, di riportarla in superficie.
Negli anni successivi vi furono numerosi saccheggi da parte dei pescatori del lago di cui è data testimonianza nelle Memorie sui conventi francescani di padre Casimiro. Nel settembre 1827, si tentò per la terza volta l'impresa del recupero delle navi. Il nobile cavaliere Annesio Fusconi decise di servirsi nuovamente della campana. Ne costruì una abbastanza grande da contenere otto marangoni. Fu, poi, realizzata una piattaforma galleggiante, piuttosto ampia, idonea a sostenere la campana ed a calarla in acqua mediante quattro argani. Il 10 settembre del 1827 si diede inizio al tentativo di recupero della nave più vicina alla riva: fu immersa la campana con dentro gli otto marangoni che però, una volta sul fondo, non poterono asportare grandi quantitativi di materiale. Furono allora legate alcune gomene agli argani e si avvolsero delle cime allo scafo. Ancora una volta le corde si ruppero e l'impresa fu rimandata.
Il 3 ottobre 1895, su incarico della famiglia Orsini e con il contributo dello Stato, si procedette al quarto tentativo di recupero. Ci si avvalse della collaborazione di un provetto palombaro, che esaminò accuratamente la nave più vicina alla riva e tornò alla superficie con la ghiera di un timone. Si divelsero dallo scafo le famose teste feline e poi, ancora, rulli sferici, rulli cilindrici, cerniere, filastrini in bronzo, tubi di piombo, tegole di rame dorato, laterizi di varie forme e dimensioni, frammenti di mosaici con abbellimenti in pasta di vetro, lamine di rame ed altro. Il 18 novembre venne poi individuata la seconda nave, dalla quale si recuperò altro materiale. La maggior parte del materiale recuperato fu acquistato dal governo per il Museo Nazionale Romano. Per impedire l'ulteriore saccheggio da parte dei privati, il Ministro della Pubblica Istruzione, Guido Baccelli, chiese la collaborazione dell'ammiraglio Enrico Morin, Ministro della Marina, per il definitivo recupero delle navi. L'incarico fu affidato al Tenente colonnello Vittorio Malfatti. Questi, affiancato da un espertissimo palombaro, fu in grado di stabilire che la prima nave distava dalla riva circa cinquanta metri e adagiata sul fianco sinistro ad una profondità da cinque a dodici metri. Lontano duecento metri, ad una profondità da quindici a venti metri circa, giaceva la seconda nave, anch'essa adagiata sul lato sinistro ed anch'essa semi coperta dal fango. Tuttavia i tempi non erano ancora maturi per il recupero.
Finalmente nell'anno 1926 si tornò a parlare del recupero delle navi. Fu creata una commissione di studio affidandone la presidenza al senatore Corrado Ricci. Dopo un'attenta analisi la commissione ritenne idoneo il metodo di lavoro proposto dal Malfatti: l'abbassamento del livello del lago fino a far emergere le due navi. Il 9 aprile 1927, in un discorso alla Reale Società Romana di Storia Patria, il Capo del Governo, Benito Mussolini, annunciò la decisione di recuperare le due grandi navi sommerse. Era dunque deciso che si dovesse svuotare parzialmente il lago di Nemi per far riemergere le due antiche navi romane utilizzando l'antico emissario affinché portasse le acque al mare. L'emissario, risalente al periodo etrusco, veniva utilizzato al tempo dei romani per far defluire le acque del lago di Nemi fino al mare in modo che non inondassero il santuario di Diana che sorgeva sulla riva settentrionale del lago di Nemi. Fu necessario esaminare a fondo l'emissario per rendersi conto dello stato generale dell'intera antichissima opera. Augusto Anzil e Mafaldo Corese riuscirono a percorrere l'intera galleria e ad uscire dalla parte del lago. Nel mese di settembre del 1928 i lavori di sistemazione furono portati a termine, ed il 1º ottobre se ne effettuò il collaudo. Il 20 ottobre 1928 Mussolini, accompagnato dal Sottosegretario agli Interni e dai Ministri della Pubblica Istruzione e dei Lavori Pubblici, mise in funzione l'impianto idrovoro. Il 28 marzo 1929 affiorarono le più alte strutture della prima nave. Anche l'altra nave fu tratta a riva ed entrambe trovarono posto nel Museo delle Navi Romane.
La notte tra il 31 maggio e il 1º giugno del 1944 un incendio avvampò sulle rive del lago di Nemi. Poco prima c'era stato un bombardamento alleato nei confronti di una batteria antiaerea formata da quattro cannoni nazisti. Tutto andò distrutto, comprese le due navi. Si salvarono solo quei reperti che erano stati precedentemente trasportati nel museo nazionale romano. I nazisti abbandonarono la loro postazione il 2 giugno, mentre gli americani arrivarono due giorni dopo, senza trovare più alcunché da salvare. Furono creduti i custodi del museo che dichiararono che i nazisti si aggirassero con un lume all'interno del museo e quindi l'avessero deliberatamente incendiato; studi più recenti attribuirebbero invece la causa dell'incendio al bombardamento stesso.
Le due navi sono state riprodotte in scala 1/5, e questi modellini sono, l'uno dietro l'altro, esposti in un'ala del museo.


Già di per sé è una costruzione interessante, perché offre un rarissimo esempio, il primo al mondo, di struttura concepita appositamente in funzione del contenuto e condizionata da quest'ultimo nelle soluzioni architettoniche.
In effetti il museo delle navi di Nemi è un doppio hangar di calcestruzzo delle dimensioni esatte per le due navi, che erano lunghe circa 80 metri. Morpurgo lo volle con grandi superfici vetrate e realizzò al di sopra del tetto una terrazza praticabile da cui si gode un panorama inedito del lago, proprio sulla sponda ma in posizione elevata.
Dopo la ristrutturazione è stato adibito per ospitare un tratto dell'antica Via Sacra, i modelli in scala 1:5 delle navi fatti sulla base dei molti disegni tecnici eseguiti dagli ingegneri della Marina all'epoca del recupero, pannelli illustrativi, il materiale scampato all'incendio e reperti del Santuario di Diana.



Friuli Venezia Giulia - Museo nazionale di archeologia subacquea dell'Alto Adriatico

 

Il Museo nazionale di archeologia subacquea dell'Alto Adriatico è un museo statale italiano sito a Grado (GO).
Il museo fu concepito appositamente per accogliere i resti della Iulia Felix, imbarcazione romana del III secolo rinvenuta nel 1986 da Agostino Formentin, pescatore di Marano Lagunare, a 16 metri di profondità sui fondali marini al largo di Grado.
L'imbarcazione, lunga 18 e larga 5-6 metri, fu trovata intatta, con il suo carico di 560 anfore. La nave trasportava un carico di alimenti (pesce in salamoia) e frammenti di vetro, forse destinati agli artigiani della vicina Aquileia. A bordo furono ritrovati anche altri manufatti, tra i quali due teste bronzee di Poseidone e di Minerva.
La nave fu recuperata nel 1999. Il museo è stato aperto nel dicembre 2025.





Friuli Venezia Giulia - Civico Museo archeologico Iulium Carnicum

 

Il Civico Museo archeologico Iulium Carnicum di Zuglio, in Provincia di Udine, inaugurato nel 1995, si trova al centro del Comune, nei pressi dell'area archeologica del Foro romano. I reperti presenti nel percorso espositivo ricostruiscono i vari aspetti della città romana più settentrionale d'Italia. Un'interessante sezione è dedicata alla storia della Carnia dalle preistoria al medioevo.
La superficie espositiva del Museo di Zuglio si sviluppa sui 3 piani del secentesco Palazzo Tommasi Leschiutta con 7 sale espositive. Il museo è aperto con il seguente orario: dal I giugno al 31 ottobre: giovedì e venerdì 9-12, sabato e domenica 9-13/15-18; dal 2 novembre al 31 maggio: venerdì 9-12, sabato 9-13/15-18. 
Il Museo fa parte del Sistema museale della Carnia, CarniaMusei.



Friuli Venezia Giulia - Museo paleocristiano di Monastero

 

Il Museo paleocristiano di Monastero è un museo archeologico di Aquileia, in provincia di Udine, che custodisce reperti e testimonianze cristiane risalenti al periodo tra il IV secolo e il periodo patriarcale. L'ingresso è gratuito.
Sede del museo è, dal 1961, l'ex-monastero di Santa Maria fuori le mura delle monache benedettine, fondato nel VII secolo nel periodo del patriarca Giovanni I, in località Monastero, ad Aquileia e dopo la distruzione da parte degli Ungari rifondata da parte del patriarca Poppone nel XI secolo.
Il decreto aulico del 30 ottobre 1782 sancì, all'interno delle riforme promosse dall'imperatore Giuseppe II d'Austria, l'abolizione del monastero ed il trasferimento delle religiose a Cividale. Il patrimonio, incamerato dal Fondo di Religione, venne venduto nel 1784 al conte Raimondo della Torre-Hofer e Valsassina. A partire dal 1787, e tanto più dal 1852, l'anno in cui il complesso venne comprato da Eugenio de Ritter Záhony, cominciò una serie di lavori di trasformazione delle strutture monastiche, secondo le esigenze del momento, che condussero alla cancellazione o ad una profonda modifica degli ambienti: in particolare, l'edificio usato come chiesa venne adibito a folador, ossia ad ambiente per la vinificazione. Proprio qui avvennero nel 1895 le prime scoperte, che portarono nel 1961 all'ultima modifica, quella a contenitore museale.
Il sito ha in realtà una storia molto antica: gli scavi archeologici condotti dopo il 1961 hanno infatti permesso di scoprire che il monastero sorgeva sui resti di una grande basilica, coperta di pavimenti musivi, la cui prima edificazione risale al 345 circa  e che è ora possibile visitare.


Il museo è articolato su tre livelli: piano terra, primo piano e secondo piano.
L'atrio conserva una mensa copta del IV secolo e numerosi lacerti musivi provenienti da diversi scavi di Aquileia. Gran parte dello spazio è occupato dai resti dell'antica basilica di Monastero, visitabili anche grazie a un percorso rialzato. Sono presenti inoltre statue e ed epigrafi sepolcrali.
Il primo piano conserva la ricostruzione del grande mosaico absidale dell'antica basilica di Beligna, a sud di Aquileia, che può ragionevolmente essere identificata con quella detta "degli Apostoli", realizzata attorno al 390. Il mosaico rappresenta uccelli ed agnelli: di particolare interesse la rappresentazione del pavone, simbolo di risurrezione e di immortalità.
Nel piano sono conservati inoltre un rilievo incompiuto con i volti di San Pietro e San Paolo (IV secolo) e una lapide, dello stesso periodo, con la rappresentazione del battesimo di una bambina.
La sezione al secondo piano conserva principalmente iscrizioni sepolcrali del IV e del V secolo. Tra queste, spicca la lapide di Restutus, un africano giunto ad Aquileia e qui ammalatosi e morto, ricevendo però "molto affetto, più di quanto avrebbe ricevuto dai suoi stessi genitori". Di particolare rilievo anche la lapide con la rappresentazione della rottura dell'anfora, che simboleggia la liberazione dell'anima dal corpo.


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