domenica 8 marzo 2026

SPAGNA - Tesoro di Villena

 


Con il nome Tesoro di Villena è indicato uno dei più vasti ritrovamenti di oggetti preziosi risalenti all'età del bronzo; il tesoro fu scoperto in Spagna e consiste di ben 59 oggetti di oro, argento, ferro ed ambra, per un totale di circa 10 kg, con 9 oggetti di oro a 23,5 carati. Queste caratteristiche ne fanno uno dei tesori più ricchi della preistoria europea, secondo solo alle tombe reali di Micene. Gli oggetti in ferro sono i più antichi ritrovati nella penisola iberica e risalgono al periodo in cui il ferro era considerato un metallo prezioso. Fra gli oggetti in oro vi sono undici recipienti, tre bottiglie e ben 28 braccialetti.
Il tesoro fu scoperto nel dicembre 1963 dall'archeologo José María Soler 5 km da Villena, e da allora è la principale attrazione del Museo Archeologico di Villena.


SPAGNA - Mano di Irulegi

 

La Mano di Irulegi (Irulegiko eskua in euskera) è un importante reperto archeologico risalente al I secolo a.C., scoperto nel 2021 in un insediamento situato nei pressi delle rovine del castello di Irulegi, in Navarra, Spagna. Si tratta di una placca di bronzo a forma di mano destra aperta, sulla quale è incisa un'iscrizione in una lingua sconosciuta, che non è ancora stata tradotta. La funzione di questo oggetto, sebbene non ancora chiarita, potrebbe essere legata a pratiche rituali, protettive o celebrative.
Il ritrovamento della è stato reso pubblico nel novembre del 2022, grazie agli scavi condotti dalla Sociedad de Ciencias Aranzadi che, sotto la direzione di Mattin Aiestaran, ha individuato l'artefatto nell'ambito di una serie di indagini archeologiche sull'antico insediamento, distrutto durante la Guerra sertoriana. L'oggetto si presenta come un esempio unico di scrittura e artefatto paleospanico, che offre spunti importanti per la comprensione delle lingue pre-romane e delle pratiche culturali del periodo.
Nel 2017, un gruppo collegato alla Sociedad de Ciencias Aranzadi, diretto da Mattin Aiestaran, stava effettuando degli scavi presso il castello di Irulegi, quando alla base delle rovine venne scoperto un antico insediamento risalente all'Età del Ferro. I ricercatori stabilirono che tale insediamento doveva risalire al primo quarto del I secolo a.C. e che fu abbandonato a seguito della devastazione della Guerra sertoriana.
Nel giugno del 2021 l'archeologa Leire Malkorra scoprì l'artefatto nell'abitazione catalogata come edificio 6000. Si è dunque proceduto al deposito presso il Dipartimento di Restaurazione del Governo della Navarra e il 18 gennaio 2022, durante il processo di restaurazione, la restauratrice Carmen Usua scoprì una serie di linee e punti che, esaminati nel dettaglio, rivelarono la presenza di un testo inciso nel bronzo.
Furono anche ritrovati oggetti come monete, pezzi di ceramica, oggetti etruschi e un pennino di osso per scrivere sulle tavolette di cera.
Il 14 novembre 2022, il governo della Navarra annunciò ufficialmente il ritrovamento.
Il reperto è una lamina di bronzo con la forma di una mano destra aperta. Misura 143,1 mm di altezza, 127,9 mm di larghezza e 1,09 mm di spessore, e pesa 35,9 g. La sua patina contiene un 53,19% di stagno, un 40,87% di rame e un 2,16% di piombo. Sul lato del polso presenta una perforazione di 6,51 mm di diametro, mentre il lato del polso è liscio. Sul dorso, sono incise in dettaglio le unghie, benché quelle relative alle tre dita centrali siano andate perdute.
L'iscrizione sulla mano è composta da circa 40 segni distribuiti su quattro linee di caratteri paleoispanici, un sistema di scrittura precedente all'arrivo dei romani nella penisola iberica. Nonostante inizialmente fosse stato ipotizzato che l'iscrizione fosse vasconica, dato che il villaggio si trovava in un territorio popolato dai vasconi, una lettura più dettagliata suggerisce che il vocablo "sorioneku" (che ricorda l'odierno basco zorioneko, "fortunato" o "di buona sorte") non si relaziona con l'evoluzione di "zorion" o "zorioneko". Inoltre, una nuova lettura dell'iscrizione ha portato a "sorioneke", che non corrisponde alle attese per l'evoluzione interna del basco.
Non è stato possibile tradurre con certezza il testo, e la lingua in cui è scritto rimane sconosciuta, sebbene mostri affinità con l'íbero e l'antico aquitano (anche chiamato lengua vasconica). Inoltre, non è stato possibile decifrarlo neppure tramite il basco o il protobasco. La scrittura è incisa su una superficie che mostra una versione principale e una successiva, segnata con dei punti.
La funzione dell'oggetto rimane oggetto di dibattito tra gli studiosi. Alcuni propongono che si trattasse di un amuleto protettivo destinato a essere appeso all'ingresso delle abitazioni, mentre altri suggeriscono che potesse rappresentare un trofeo di guerra, un segno della vittoria su un nemico sconfitto. La somiglianza con le mani trofeo che venivano esibite in alcune culture celtiche e iberiche suggerisce che il manufatto potesse avere anche una funzione celebrativa della vittoria in battaglia. La scrittura incisa potrebbe riferirsi a una divinità o a una protezione spirituale, concludendo che l'oggetto avesse una forte connotazione rituale.
La sua forma ha suscitato anche ipotesi secondo le quali potrebbe essere un trofeo guerriero, un'usanza comune nelle culture iberiche e celtibere. La mano potrebbe essere stata utilizzata come simbolo di protezione o come parte di un rituale legato alla guerra o alla divinazione.

lunedì 2 marzo 2026

#mostre / A Vicenza “CERAMICHE E NUVOLE. Cosa le antiche ceramiche greche raccontano di noi”

 
“CERAMICHE E NUVOLE. Cosa le antiche ceramiche greche raccontano di noi” è il titolo della mostra ospitata nelle sale "antica Roma" e "antico Testamento" delle Gallerie d'Italia di Vicenza - sede espositiva di Intesa Sanpaolo - dall’11 aprile 2025 e prorogata fino al 7 giugno 2026. 
Un vero e proprio viaggio a ritroso, affidato alla curatela di Associazione Illustri, che si propone di valorizzare la collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo. Un’esposizione che vuole andare oltre il racconto dei fasti antichi, stimolando una “memoria dinamica” che sia in grado di preservare la bellezza senza tempo delle antiche ceramiche, includendo inoltre elementi della scena artistica contemporanea.
Una delle proposte che la mostra offre è l’accostamento tra i disegni impressi sulle ceramiche e l’arte in itinere del fumetto, con le sue infinite e avvincenti potenzialità evocative. 
 
Un progetto inedito e ambizioso che pone in dialogo due mondi apparentemente lontani mediante temi universali che attraversano i secoli. Così come le scene rappresentate sui vasi costituiscono una importantissima fonte di analisi storica e sociale, nei tempi più moderni il fumetto racconta la società in tutte le sue sfaccettature e ne segue le evoluzioni e riflette sulle domande a cui da sempre l’uomo cerca una risposta. 
Esposte, per circa un anno, quattro opere selezionate dalla collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo, poste a confronto con l’arte del fumetto, su quattro temi attuali correlati ad altrettanti personaggi della mitologia. 
A Lorenza Natarella è affidato il compito di narrare per immagini la prima sezione Elena o delle donne, dedicata ai misteri dell’universo femminile. Elisa Macellari ha eseguito invece il racconto della seconda sezione Dionisio o della diversità sul tema, appunto, della diversità come spunto di riflessione sulla tolleranza e l’unicità. Fabio Pia Mancini dedica la sua creatività espressiva alla sezione Aiace o dei conflitti, sul tema delle guerre e delle violenze che continuano a devastare il mondo. La sezione Eros o del desiderio, incentrata sulla passionalità e sul desiderio di bellezza e di senso della vita, è affidata all’illustratore e fumettista Giovanni Esposito, in arte Quasirosso.
In chiusura dell’esposizione viene presentata una selezione fotografica della celebre Hydria (kalpis) attribuita al Pittore di Leningrado in collezione Intesa Sanpaolo e un video animato, che crea un parallelismo tra gli artigiani di un tempo e i creativi di oggi.

 

#mostre / A 40 anni dal Progetto Etruschi Cortona ospita la mostra internazionale “Dalle raccolte cortonesi all’Olanda di Leida”

 

Il MAEC di Cortona ospita una mostra internazionale di grande valore storico e artistico che si propone come un viaggio nella storia culturale, archeologica e identitaria della città etrusca.
“Dalle raccolte cortonesi all’Olanda di Leida” mette in scena fino al 15 marzo 2026 reperti che rappresentano uno sguardo ampio e articolato che parte dalle radici settecentesche dell’Accademia Etrusca fino ad arrivare alle più recenti esperienze di valorizzazione del patrimonio.
La mostra segna i 40 anni da quello che fu definito nel 1985 “Anno degli Etruschi”, promosso dalla Regione Toscana e dal Ministero della Cultura, durante il quale venne realizzato il ‘Progetto Etruschi’.
Fu un punto di svolta nel modo di concepire l’archeologia, da conoscenza per pochi a patrimonio condiviso, da tutela passiva a promozione attiva e partecipata.
Nel percorso espositivo della mostra si inserisce la straordinaria restituzione temporanea di reperti etruschi della collezione cortonese Corazzi, oggi conservata al Rijksmuseum van Oudheden di Leida (“Museo statale delle Antichità”), che racconta una storia di scambi culturali tra Italia e Olanda e di collezionismo illuminato.
Una mostra che unisce passato e presente, Cortona e l’Europa, archeologia e innovazione, offrendo al pubblico l’occasione per riscoprire il valore universale del patrimonio culturale e rafforzare il legame tra comunità e territorio.


Le cinque sezioni della mostra

Si comincia con la saletta Tommasi e “Il Progetto Etruschi – 1985”, l’anno in cui la tutela del patrimonio si trasformò in un processo partecipato.
Si prosegue nella sala dei Mappamondi con “L’interesse per l’archeologia (1727–1826)”, dove nasce l’Accademia Etrusca e prende forma la riscoperta delle origini. 
Il viaggio continua nel salone Mediceo con la terza sezione: “L’Olanda e la collezione etrusca al Rijksmuseum van Oudheden di Leida”, un racconto europeo del collezionismo tra XVII e XIX secolo. Qui i reperti provenienti dal museo olandese dialogano con la storia culturale di un intero continente.
Sempre nel salone Mediceo si incontra la quarta sezione, dedicata alla “Valorizzazione del patrimonio culturale nazionale” dal 1826 a oggi: dalle grandi scoperte archeologiche del territorio cortonese alle collaborazioni più recenti, molte delle quali nate proprio grazie all’eredità del Progetto Etruschi.
La quinta e ultima sezione conduce nella sala del Tempietto Ginori, dove “L’influenza degli etruschi sul contemporaneo” prende forma attraverso opere come il Giano di Gino Severini e la storica Collezione delle Statuette Ginori, realizzata durante il Progetto Etruschi del 1985.
La mostra si inserisce nella tradizione di importanti iniziative espositive promosse a livello internazionale dall’Accademia Etrusca e dal MAEC, riaffermando l’ impegno nella diffusione della conoscenza e nella tutela dell’identità culturale del territorio.



#mostre / Il castello ritrovato. Palazzo Madama dall’età romana al medioevo

 

Prima di diventare la dimora delle Madame Reali, prima di essere associato alla storia dei Savoia e agli interventi architettonici di Filippo Juvarra, Palazzo Madama era un castello. È da questa constatazione che prende avvio la mostra Il castello ritrovato. Palazzo Madama dall’età romana al medioevo, allestita nella Corte Medievale del palazzo torinese dal 20 dicembre 2025 al 23 marzo 2026. L’esposizione si propone di restituire al pubblico una fase poco conosciuta della storia del monumento, concentrandosi sulle sue origini e sulle trasformazioni avvenute tra l’età romana e il tardo Medioevo.
Il sito su cui sorge Palazzo Madama affonda le proprie radici nell’epoca romana, quando qui si trovava la Porta Decumana della colonia di Augusta Taurinorum. Di questa fase restano testimonianze materiali ancora visibili, che costituiscono uno dei punti di partenza del percorso espositivo. Da qui la narrazione attraversa l’alto Medioevo e giunge al Quattrocento, periodo in cui il castrum (un accampamento fortificato) di Porta Fibellona divenne residenza dei principi di Savoia-Acaia, assumendo un ruolo centrale nella vita politica e amministrativa del territorio. 
La mostra è realizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Bergamo nell’ambito del progetto PNRR CHANGES (Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society), finanziato dall’Unione Europea – NextGenerationEU. Il lavoro congiunto tra studiosi e conservatori ha permesso di condurre un’ampia ricerca scientifica basata su fonti documentarie quattrocentesche, tra cui inventari redatti in latino e francese conservati presso l’Archivio di Stato di Torino, e sull’analisi dei resti materiali medievali ancora presenti nell’edificio.
La Corte Medievale è stata oggetto di un nuovo allestimento che ricostruisce il porticato trecentesco sul lato ovest, oggi perduto, e valorizza l’area collegata alla porta romana, integrando reperti di età romana e tardoantica. Il percorso espositivo si sviluppa attraverso dodici postazioni tematiche dedicate alla vita quotidiana nel castello quattrocentesco, affrontando aspetti legati alle tecniche costruttive, agli spazi della devozione, all’arte e agli artisti di corte, allo svago, al lusso e all’alimentazione. Tra le opere esposte figurano testimonianze di oreficeria ostrogota provenienti dal Tesoro di Desana, il Trittico degli Embriachi, il Libro d’ore Deloche attribuito al Maestro del Principe di Piemonte, oltre a oggetti di uso quotidiano emersi dagli scavi archeologici. 
Il percorso è completato da opere delle collezioni di Palazzo Madama e da prestiti del Museo di Antichità. Un ruolo centrale è affidato alle tecnologie digitali. Ricostruzioni in 3D e interventi pittorici 2D consentono ai visitatori di visualizzare ambienti e spazi oggi profondamente trasformati, offrendo una restituzione ipotetica ma fondata degli interni del castello medievale.
Quattro video permettono di compiere una visita virtuale del cortile, della sala grande inferiore, l’attuale sala Acaia, della cucina e della camera del principe di Piemonte, chiarendone funzioni e assetti originari. Al termine dell’esposizione, i contenuti digitali saranno integrati nel percorso di visita permanente di Palazzo Madama. I risultati della ricerca confluiranno inoltre in due pubblicazioni scientifiche: il catalogo della mostra e l’edizione critica delle fonti documentarie analizzate. Il castello ritrovato si inserisce così in un processo di rilettura storica del monumento, riportando l’attenzione su una lunga fase precedente allo splendore barocco, spesso rimasta in secondo piano nella percezione pubblica del palazzo.


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