lunedì 26 gennaio 2026

Calabria - Museo archeologico di Monasterace

 

Il Museo archeologico di Monasterace, o Museo archeologico dell'antica Kaulon (MAK), è il museo sorto intorno al parco archeologico "Paolo Orsi", il quale conserva i resti dell'antica città magnogreca di Kaulon.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Calabria, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
È composto da 7 sale. La prima mostra reperti della fondazione della città di Kaulon tra cui 3 corredi tombali, una incinerazione di località Bavolungi di Stilo e un corredo tombale di località Franchi di Stilo. Sono presenti anche dei khantaroi di tipo Itaca, materiale dell'Eubea ed acheo.
La seconda espone i corredi della necropoli dell'area di nord-ovest di Kaulon al di fuori delle mura con reperti risalenti tra il VI ed il IV secolo A.C. tra cui di attività produttive.
Nella terza sala c'è il materiale trovato nel santuario di Punta Stilo, tra cui anche la Tabula Cauloniensis in bronzo, il più lungo testo scritto acheo in Italia risalente al V secolo A.C.



Nella quarta sala è allestita la ricostruzione del recinto e delle terme ellenistiche di "Casamatta".
La quinta sala mostra i reperti dei resti delle case dell'area San Marco e il mosaico del Drago.
La sesta sala è dedicata alla ricostruzione di una casa di Kaulon; infine, nella settima sala, c'è la ricostruzione del santuario di Passoliera, nonché rocchi di colonne frutto di rinvenimenti subacquei.

Calabria - Museo archeologico lametino

 

Il Museo archeologico lametino è un museo archeologico con sede nella città di Lamezia Terme. È ospitato al primo piano del complesso monumentale di San Domenico nell'antico convento dei padri domenicani. Il museo accoglie numerosi reperti rinvenuti in diversi siti della piana lametina attraverso i quali è possibile seguire le dinamiche storiche del territorio dal paleolitico fino all'età tardo-medioevale, suddivise in tre sezioni: preistorica, età classica, età medioevale.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Calabria, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Sezione preistorica
Il percorso di visita inizia con la sezione preistorica, dedicata allo studioso locale Dario Leone. In questa sezione sono esposti i più antichi strumenti utilizzati dai primi cacciatori del paleolitico che abitarono la Calabria e vari materiali rappresentanti i segni della presenza di agricoltori neolitici nella piana lametina (Casella di Maida, Acconia, San Pietro Lametino), a partire da 7500 anni fa, tra i quali i materiali (choppers e industria litica) recuperati nella stazione paoletica di Casella di Maida. La serie di strumenti in ossidiana (pietra lavica proveniente dalle Isole Eolie) e vari frammenti di ceramiche con complessi ed eleganti motivi decorativi geometrici impressi appartengono, invece, al neolitico.
Nella sezione preistorica il museo ospita anche una proposta di archeologia sperimentale che ricostruisce strumenti e tecnologie di fabbricazione dei vasi che si realizzavano nel neolitico.


Sezione classica
La sezione classica, divisa in due sale, è riservata a Terina, la colonia greca fondata tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C. dai crotoniati.
Nelle vetrine della prima sala sono esposti i tre tesoretti monetali che sintetizzano la storia dei rapporti politici ed economici che hanno interessato la piana lametina. In particolare il primo è un gruzzolo di monete incuse recuperate in località Polveracchio di Acquafredda (frazione di Lamezia Terme), importante perché è il più antico tesoretto ritrovato in Magna Grecia e perché indica che alla fine del VI secolo a.C. la piana era sotto l'influenza di Sibari e che questa aveva rapporti commerciali con comunità indigene, come testimonia la presenza di un panetto d'argento compreso nel gruzzolo (il tesoretto è esposto in replica, l'originale è al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. Il secondo, ritrovato a Curinga in località Serrone, apre una nuova prospettiva politica per il territorio della piana agli inizi del V secolo a.C. È ora Crotone ad avere l'egemonia sulla piana dove ha fondato la città di Terina, ampiamente rappresentata nelle monete del terzo gruzzolo recuperato a Sant'Eufemia Vetere in località Bosco Amatello.
Due importanti documenti epigrafici in bronzo riferibili alla città di Terina sono inoltre presenti in questa sezione, il primo databile alla metà del V secolo a.C. conferma la filiazione di Terina da parte di Crotone, menzionando una carica magistratuale presente nella città madre, il secondo invece, un testamento, offre uno spaccato della società terinea.
Proviene da una delle necropoli della città di Terina, localizzabile nel territorio di Gizzeria, una hydria a figure rosse con scene di toeletta nuziale, databile tra il 380 e il 370 a.C.
Nella seconda sala sono esposti oggetti provenienti da chora (territorio) della città antica, ma soprattutto i materiali recuperati attraverso raccolte di superficie nel corso di recenti scavi. Si tratta in particolare di oggetti di uso comune attestanti le diverse attività maschili e femminili che si realizzavano all'interno dell'oikos (casa) e di materiali riferibili a scambi e commerci di prodotti. Tra i materiali di età greca, si segnala un chiodo in bronzo con iscrizione magico-simbolica al dio Aion, recuperato nella zona di Capo Suvero di Gizzeria Lido.
La sezione si conclude con alcuni reperti di età romana provenienti da diversi siti del territorio.
Sezione medievale
La sezione medievale presenta tre importanti monumenti presenti sul territorio di Lamezia Terme: la chiesetta dei Santissimi Quaranta Martiri, l'abbazia benedettina di Santa Maria e il castello normanno-svevo.
Dalla prima, di cui sono attestate due importanti fasi costruttive, provengono una bottiglia di vetro del VI-VII secolo, oggetti ritrovati in una sepoltura altomedievale e alcune monete di età angioina.
Lo scavo dell'abbazia ha consentito di inquadrare cronologicamente e tipologicamente la struttura della chiesa tra quelle realizzate dai normanni nell'Italia meridionale. Provengono dall'abbazia benedettina alcuni elementi architettonici in marmo e pietra, frammenti di intonaco dipinto (risalenti al periodo XIV-XVII secolo) e parti di pavimentazione rinvenuti nell'area presbiteriale della chiesa, dove è stata messa in luce una straordinaria tessitura musiva realizzata in età normanna secondo modelli e simbologie note.
La lunga storia del castello di Lamezia Terme che va dalla fase normanna a quella vice-regnale, infine, può cogliersi attraverso gli oggetti, testimonianza della vita che si realizzava all'interno, e gli elementi architettonici che attestano i momenti di maggiore splendore del monumento.

Basilicata - Museo archeologico nazionale "Dinu Adameşteanu"

 

Il Museo archeologico nazionale della Basilicata "Dinu Adameşteanu" è un museo archeologico inaugurato nel 2005 a Potenza, nel restaurato palazzo Loffredo. Il museo è intitolato a Dinu Adameșteanu, archeologo rumeno che fu il primo soprintendente della Basilicata (1964-1977).
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Basilicata, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Il museo offre un quadro generale dei ritrovamenti archeologici dell'intera regione della Basilicata e un maggiore approfondimento sulla più antica storia del territorio di Potenza. L'esposizione si articola su due piani e segue un ordine cronologico e geografico.
  • 11 e 7 secolo a.C.: Enotri sulla costa ionica; siti dell'Incoronata, a Pisticci e di Santa Maria d'Anglona, con oggetti datati all'inizio dell'età del ferro.
  • VII secolo a.C.: colonizzazione greca sulla costa ionica; oggetti dalle colonie di Metaponto, fondata nel 640 a.C. e di Siris-Heraclea
  • IX e VIII secolo a.C.: Enotri lungo le valli dei fiumi Agri e Sinni; necropoli con tombe a fossa (Aliano, Chiaromonte, Guardia Perticara);
  • tra IX-VIII e IV secolo a.C.: Apuli sulla media valle del Bradano e del Basento
  • tra VIII e V secolo a.C.: Peuketiantes nelle zone montuose della Basilica settentrionale interna (necropoli principesche di Baragiano e di Braida di Vaglio e abitato di Serra di Vaglio, presso Vaglio Basilicata.
  • fine del V - IV secolo a.C.: Lucani nella zona settentrionale (santuario di Rossano di Vaglio)
  • fine del IV secolo a.C.: conquista romana: oggetti dalla colonia latina di Venusia (Venosa), dal centro romano di Grumentum e dalle ville romane del territorio.

Basilicata - Museo nazionale dell'Alta Val d'Agri

 

Il Museo nazionale dell'Alta Val d'Agri è una raccolta archeologica statale situata a Grumento Nova, in provincia di Potenza, vicino al lago di Pietra del Pertusillo. Conserva i reperti ritrovati in tutta la Val d'Agri (in particolare quelli della città romana di Grumentum) e testimonianze enotrie e magnogreche.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Basilicata, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Il museo è stato istituito recentemente, a fine del XX secolo, in adiacenza al parco archeologico di Grumentum.
Il museo è situato in un edificio a due piani, con due sezioni principali: il piano terra dedicato all'epoca preromana, e il seminterrato dedicato ai reperti romani, con numerosi pannelli didattici che ricostruiscono l'aspetto dei principali monumenti della città.
Sezione preromana
In questa sezione sono esposti reperti di paleontologia, come zanne e molari di elefanti e equidi, accanto ai reperti dei primi umani della zona, risalenti all'età del Bronzo e del Ferro. Tra questi ci sono frammenti ceramici decorati con motivi geometrici e bande punteggiate.
La popolazione indigena locale, gli Enotri, abitò la regione in epoca arcaica e ci ha lasciato delle caratteristiche lunghe armille a spirale, mentre alcune coppe ioniche testimoniano i contatti coi Greci.
Alcuni ricchi corredi risalgono all'epoca classica ed ellenistica, con grandi vasi a vernice nera (crateri a campana, pelikes, guttus a disco decorato con una foglia di fico a rilievo e una croce di sant'Andrea sotto il becco) e alcuni servizi bronzei per il consumo del vino nei banchetti. Nei corredi femminili si trovano anche dei caratteristici frutti in terracotta, come fichi e noci.
Tra la ceramica a figure rosse di fattura attica, spiccano alcune pelikes del pittore di Haken, mentre risalgono all'epoca ellenistica i crateri a calice e le pelikes nello stile di Gnathia. Numerose sono le statuette votive, con piccoli busti e figure femminili in piedi.
Sezione romana
La sezione romana è organizzata per sei nuclei, divisi per luogo di scavo o per tipologia dei reperti. Il primo nucleo è dedicato ai reperti in pietra, quali un ritratto di Livia del I secolo, una stele funeraria con due coniugi e un frammento di pisside eburnea con scene di un simposio.
La parte successiva illustra i quattro templi della città, con frammenti di decorazioni in terracotta, di intonaci decorati, campanellini di bronzo e un torso di Arpocrate, che testimonia l'esistenza di culti egiziani già tra il I e II secolo Dalla "Casa dei Mosaici" (I secolo, con pavimenti musivi della metà del II secolo, parzialmente rifatti nel III e IV secolo) provengono gocciolatoi, frammenti d'intonaco e molte tegole bollate.
Tra le ceramiche ci sono reperti di ceramica sigillata aretina, da vari edifici pubblici cittadini, vasellame di produzione locale e di fattura campana (da quello a vernice nera del IV secolo a.C.), africana e italica (fino al IV secolo). Numerose e di varie epoche sono le lucerne e le anfore vinaria, prodotte in vari luoghi del Mediterraneo.
La sezione dedicata alle necropoli mostra olle cinerarie, lucerne e unguentari piriformi, databili tra il II secolo a.C. e il III secolo. L'ultima parte è dedicata alle epigrafi (lastra onoraria di Tiberio e una di Adriano), cippi funerari lucani, monete (dai greci del IV secolo a.C. ai romani del V secolo), fino ai corredi funebri tardoantichi e altomedievali: un anello sigillare, un boccalette di ceramica grezza, coltelli, orecchini, pettini e una fibula a forma di uccello con le ali spiegate. 

Basilicata - Museo archeologico nazionale del Melfese

 

Il Museo archeologico nazionale del Melfese "Massimo Pallottino" è un museo ubicato nel castello di Melfi, il quale custodisce testimonianze archeologiche rinvenute nella zona del Vulture-Melfese, riguardanti le popolazioni indigene della preistoria, dei periodi dauno, sannita, romano, bizantino e normanno.
Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestisce tramite il Polo museale della Basilicata, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.
Inaugurato nel 1976, è organizzato in tre sale al piano terra del Castello. Nella prima sala si possono rimirare reperti preistorici come pugnali, pietre lavorate, ceramiche decorate e diversi materiali dell'età del Bronzo. Nella seconda sono collocati due corredi appartenenti a tombe principesche, armi di bronzo e ferro e vasellame d'argilla e bronzo. La terza e ultima sala raccoglie reperti del periodo neolitico, dell'età del Bronzo e dell'età del Ferro rinvenuti nei comuni lucani di Lavello e Banzi.


Il reperto più importante del museo è il cosiddetto Sarcofago di Rapolla (negli studi archeologici più noto come Sarcofago di Melfi), monumento proveniente dall'Asia Minore, risalente al II secolo d.C. e rinvenuto verso la metà dell'Ottocento. È caratterizzato da figure inserite in una struttura architettonica sui lati lunghi e con il ritratto della defunta giacente sul coperchio. Fino alla fine degli anni settanta il sarcofago si trovava nel Palazzo del Vescovado.
Da menzionare anche alcuni dipinti appartenuti ai Doria, nominati principi di Melfi nel 1531 dal re di Spagna ed imperatore Carlo V d'Asburgo. I dipinti attualmente nel museo melfitano sono relativi ad una serie di scene di caccia che alcuni studiosi ritengono opere secentesche di ambito fiammingo, altri di fattura italiana e settecentesche, una grande tela raffigurante il territorio melfese e, nella cappella del Castello, una crocifissione di scuola fiamminga del tardo Cinquecento.
Dal 2021 è stata riaperta la sezione medievale allestita all'interno della Torre del Marcangione contenente reperti compresi tra il 1100 e il 1700. Nei tre piani della torre è possibile ammirare protomaioliche policrome di età sveva e angioina, una sala dedicata ai vetri con iscrizioni cufiche attribuiti ai saraceni di Lucera e parti di armatura e spada della guarnigione del castello di età moderna.



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