domenica 25 gennaio 2026

Lazio - Roma, affreschi del ninfeo sotterraneo della villa di Livia

 

Gli affreschi del ninfeo sotterraneo della villa di Livia sono un gruppo di pitture parietali romane realizzate ad affresco, rinvenute nel 1836 all'interno del ninfeo sotterraneo della villa di Livia a Prima nella zona nord di Roma.
Di grande importanza sia per la completezza sia per la qualità dell'esecuzione, risultano essere, in assoluto, i più antichi esempi di pittura romana da giardino, in quanto databili al 40-20 a.C.. In seguito ai danni subiti nella seconda guerra mondiale, si optò per il distacco degli affreschi, un'operazione che fu eseguita nel 1951-1952, a cura dell'Istituto superiore per la conservazione ed il restauro (ICR); da allora sono conservati presso il Museo nazionale romano di Palazzo Massimo.
La pittura di giardini illusionistici, ben documentata nell'arte romana, derivò forse da modelli orientali (esempi di qualità più bassa si trovano in alcune tombe della necropoli di Alessandria).
La grande sala ipogea, che misura 5,90 x 11,70 metri, fu realizzata per Livia Drusilla, la terza moglie dell'imperatore Augusto. Non si conosce l'uso antico della sala, alla quale si accede da una scalinata in discesa. Sulle pareti si apre solo la porta di accesso e non vi sono finestre: può darsi, però, che esistesse un lucernario nella volta a botte. Forse qui si trovava un ambiente fresco dove ripararsi durante la calura estiva;
alcune stalattiti geometriche che coronano la parte alta della parete intendevano forse dare l'impressione di una grotta.
L'intonaco su cui dipingere veniva applicato su una superficie composta da una parete di tegole disposte in cinque file, a formare un pannello staccato dal muro, in modo da creare un'intercapedine che isolasse la superficie pittorica dall'umidità.
La mancanza di luce e aria nell'ambiente sotterraneo era in netto contrasto col soggetto della decorazione pittorica, un arioso giardino raffigurato nei minimi particolari e con grande varietà di specie vegetali e avicole, a grandezza naturale e senza interruzioni, nemmeno agli spigoli. Sono assenti elementi architettonici verticali (colonne o pilastrini), ma sono dipinti alcuni elementi orizzontali, che organizzano con sapienza la prospettiva del giardino: alla staccionata di canne e rami di salice in primo piano fa da contrappunto una balaustra marmorea in secondo piano. Tra questi due elementi prende vita il giardino vero e proprio, con alberi variopinti, ricchi di fiori e frutta. La doppia recinzione ha la funzione di definire illusionisticamente lo spazio verde, "allontanando" lo spettatore dalle piante poste oltre
la balaustra. Anche la scalatura dei dettagli delle piante (finissimi per quelle in primo piano, tanto che è possibile una precisa analisi botanica di ciascuna pianta), via via più approssimativa e sfumata all'allontanarsi, dà un preciso senso di profondità spaziale, oltre a una rarissima sensazione dell'atmosfera (la prima per quell'epoca), grazie alle fini variazioni di colore. Lo sfondo è vago, indistintamente verde fino all'orizzonte, oltre il quale si staglia un cielo finemente turchese, confine ultimo dello sguardo.
Il giardino è organizzato con un occhio di riguardo all'accorta simmetria, in una rete di suggestioni spaziali data dagli elementi che suggeriscono il movimento: gli uccelli in volo e i rami con le cime piegate dal vento.
Lo spazio tra le due recinzioni è composto da un prato con pochi arbusti a intervalli regolari. Al centro delle pareti sono disposti gli alberi principali, affiancati da altri alberi in composizioni bilanciate da riferimenti simmetrici, secondo precise regole compositive. Si tratta di uno spazio concluso (l'estensione del giardino è finita nella rappresentazione, non sterminata), dove però la parete è
negata, come se fosse sfondata tramite la pittura, o come se si trattasse di un padiglione di vetro circondato da un giardino reale.
Le specie vegetali sono 23 e quelle avicole ben 69. La grande verosimiglianza dei dettagli, però, non sottintende un giardino reale: vi si trovano, infatti, specie che non fioriscono nel medesimo periodo dell'anno. Si tratta quindi più di un "catalogo" botanico che di un ritratto esatto di un giardino.
Tra le specie vegetali, la più frequente è quella dell'alloro (mai al centro della rappresentazione, ma spesso nella fascia tra gli alberi principali e lo sfondo generico). Questa presenza è sicuramente da mettere in relazione con la leggendaria fondazione della villa ad gallinas albas, tramandata da Plinio il Vecchio, Svetonio e Cassio Dione, una tradizione secondo la quale un'aquila avrebbe fatto cadere sul ventre di Livia, al tempo delle sue nozze con Augusto, una gallina con un rametto di alloro nel becco. Consigliata dagli aruspici ella allevò la prole del volatile e ne piantò il rametto, generando un bosco nei pressi della villa, dal quale gli imperatori coglievano i ramoscelli da tenere in mano durante le battaglie e da usare nei trionfi. Svetonio ricorda anche come l'inaridirsi delle piante di alloro fosse considerato un cattivo presagio per l'imperatore, come accadde alla morte di Nerone, ultimo discendente della dinastia di Augusto. In questo senso, il giardino sempreverde degli affreschi doveva avere anche un significato politico apotropaico, legato all'eternità augurale delle piante e della stirpe di Augusto. Il fatto che gli allori non si trovino mai in primo piano sarebbe, in un certo senso, emblematico del carattere della politica augustea, in bilico sempre tra un prudente "dire e non dire", anche in espressioni artistiche ufficiali come l'Ara Pacis.

Campania - Stabia, stucco di Narciso da Villa Petraro


 Il Narciso è uno stucco proveniente da Villa Petraro, rinvenuto durante gli scavi archeologici dell'antica città di Stabiae, l'odierna Castellammare di Stabia e conservato all'interno del Museo archeologico di Stabia Libero D'Orsi.
Lo stucco risale al 79: la data è pressoché certa poiché fu ritrovato in un ambiente, la parete ovest del frigidarium, ancora in fase in completamento al momento dell'eruzione del Vesuvio; l'opera fu quindi rinvenuta durante l'esplorazione di Villa Petraro tra il 1957 e il 1958 ad opera di Libero D'Orsi ed in seguito staccata per essere preservato all'interno dell'Antiquarium stabiano e poi al Museo archeologico di Stabia Libero D'Orsi.
Trovandosi in un ambiente termale, è chiaro il riferimento alle acque: in puro stile neroniano, l'opera era posta in una parete delimitata da due lesene e il quadretto è racchiuso in un cornice a listelli decorata con ovali; al centro è raffigurato Narciso, seduto su di una roccia a cui si poggia tramite la mano sinistra, mentre con la destra stringe il mantello che gli copre parte delle spalle: il capo è cinto da una corona di foglie mentre i capelli sono lunghi e mossi ed il suo sguardo cade verso uno specchio d'acqua sottostante nel quale si riflette il suo viso. La composizione termina con un erote sul lato destro, che tiene tra le mani una fiaccola, una colonna sul lato sinistro ed un albero, di cui si notano principalmente i rami anziché il fusto, sullo sfondo.

Campania - Stabia, stucco di Psiche da Villa Petraro

 

La Psiche è uno stucco proveniente da Villa Petraro, rinvenuto durante gli scavi archeologici dell'antica città di Stabiae, l'odierna Castellammare di Stabia e conservato all'interno del Museo archeologico di Stabia Libero D'Orsi.
Così come il Satiro con capro ed il Satiro con rhyton, anche questo stucco proviene dal calidarium di Villa Petraro: precisamente era la decorazione di uno dei cassettoni della volta a botte dell'ambiente termale e realizzata poco prima dell'eruzione del Vesuvio del 79; venne rinvenuto tra il 1957 ed il 1958 da Libero D'Orsi durante gli scavi della villa e staccato per preservane l'integrità conservandolo all'interno dell'Antiquarium stabiano e poi al Museo archeologico di Stabia Libero D'Orsi.
L'opera raffigura Psiche, rappresentata nuda e di prospetto, con le braccia aperte e le ali spiegate: regge nella mano destra un fiocco, mentre in quella sinistra, alzata, un mantello agitato dal vento che copre in parte le spalle e la gamba sinistra; tutta l'opera è racchiusa in una doppia cornice, una linguette, l'altra con bordo ad ovoli, che presenta nell'angolo sinistro il profilo di una testa maschile, modellato a stecca.

Campania - Stabia, stucco del Satiro con capro da Villa Petraro

 

Il Satiro con capro è uno stucco proveniente da Villa Petraro, rinvenuto durante gli scavi archeologici dell'antica città di Stabiae, l'odierna Castellammare di Stabia e conservato all'interno del Museo archeologico di Stabia Libero D'Orsi.
Lo stucco venne realizzato poco prima dell'eruzione del Vesuvio che seppellì la città e quindi intorno al 79 ed era ubicato nella zona del soffitto absidale del calidarium della villa, nello stesso ambiente dove erano riprodotti lo stucco di Psiche e di un Satiro con rhyton: fu quindi rinvenuto tra il 1957 ed il 1958 durante gli scavi archeologici effettuati da Libero D'Orsi; staccato dalla sua sede originale fu conservata all'interno dell'Antiquarium stabiano e poi al Museo archeologico di Stabia Libero D'Orsi.
L'opera ritrae un giovane satiro nudo, con il capo coronato e un mantello poggiato sulle spalle, recante nella mano sinistra un piatto pieno di frutta, mentre con la destra si poggia al collo del capro sul quale è seduto e che sta correndo verso sinistra; l'intero quadretto è posto in una cornice a linguette, caratterizzata, in basso a sinistra, dal profilo di una testa di un satiro.


Campania - Stabia, stucco di Satiro con rhyton da villa Petraro



Il Satiro con rhyton è uno stucco proveniente da Villa Petraro, rinvenuto durante gli scavi archeologici dell'antica città di Stabiae, l'odierna Castellammare di Stabia e conservato all'interno del Museo archeologico di Stabia Libero D'Orsi.
Lo stucco era una decorazione del calidarium di Villa Petraro e si trovava nello stesso ambiente di cui facevano parte anche gli stucchi del Satiro con capro e di Psiche: anche questo, così come gli altri, era posizionato al centro di un cassettone della volta a botte della stanza; fu rinvenuto a seguito delle indagini archeologiche compiute da Libero D'Orsi tra il 1957 ed il 1958 e quindi staccato per poi essere conservato all'interno dell'Antiquarium stabiano e poi al Museo archeologico di Stabia Libero D'Orsi.
L'opera raffigura un giovane satiro nudo, nell'atto di correre verso destra, il quale regge con la mano destra un rhyton, mentre con la sinistra afferra un lembo di pelle di una fiera che gli scende da una spalla: tutta l'opera, conservata quasi completamente nella sua interezza, è racchiusa in una doppia cornice, una a fascia, l'altra a linguette.

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